Spada di Maiorca 1200 a. C.

Un team di archeologi che lavorano Talayot del Serral de ses Abelles, sito archeologico nel comune di Puigpunyent a Maiorca situato nella regione spagnola orientale delle Isole Baleari, ha scoperto una spada di bronzo risalente al 1200 aC.

I talayots (anche talaiot) sono megaliti dell’età del bronzo sulle isole di Minorca e Maiorca che fanno parte della cultura Talaiot che esisté nelle Baleari tra il 1000 a.C. e il 600 a.C. e usavano i talaiot come edifici per il culto pubblico, secondo gli esperti.

I capo archeologi Jaume Deyà Miró e Pablo Galera Pérez hanno definito la scoperta “una grande sorpresa” e hanno aggiunto che è stata la prima spada storica trovata nel sito.

Si ritiene che l’arma sia stata forgiata intorno al 1200 a.C. e poi sepolta come offerta quando il monumento smise di essere usato durante il decadimento della civiltà talaiotica dopo il 600 a.C. Si presume che la spada appartenesse a una famiglia aristocratica della cultura talaiotica, ma Deya ha detto che stanno ancora studiando il manufatto.

Deya ha detto:

“Questa è la prima spada trovata nel sito archeologico e ora saremo in grado di studiarne l’origine e il valore simbolico.”

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articolo tradotto dall’inglese: https://archaeologynewsnetwork.blogspot.com/2019/09/3200-year-old-bronze-sword-discovered.html?m=1#LyzxIFp4o0mh87ay.97

Video:

Le Fatiche d’Ercole

Nell’estate del ’96 vendetti la mia Polo rossa col tettuccio apribile. Mi servivano un sacco di soldi per un ambizioso progetto che avevo in mente. Scrivere un romanzo sull’Australia mischiando Le Vie dei Canti di Chatwin con Donne di Bukowski.

Era un periodo particolare della mia vita. Erano quegli anni, tra il ’95 e il’ 98 in cui ebbi le mie sole esperienze con certe sostanze, dalle quali confesso che feci un po’ di fatica ad uscirne fuori. Non fu tanto difficile smettere, quanto ricominciare a vivere bene nei lunghi mesi bui che ne seguirono. Non mi pento di averlo fatto. Anche se riconosco che il gioco non valse la candela.

Per scrivere dell’Australia dovevo partire, andarci, svernarci. Non è scientificamente corretto parlare di svernamento, dato che quando qui è inverno lí è estate.

Qantas da Roma, scalo a Bangkok e a Cairns, poi arrivo a Brisbane. Lí ad aspettarci mio cugino Antonio al quale avevo portato una sorpresina dall’Elba: sua mamma.

Ma dell’Australia e le sue aussie rules parlerò altrove. Qui è dell’estate precedente che voglio raccontare. Di quando, venduta la mia VW prendevo a prestito la Regata Weekend di mio padre, la stessa auto con la quale Gió Pomodoro scorrazzava per le strade dell’isola l’estate precedente.

Mio padre – il Mi’ Babbo – amava molto la musica popolare, i canti anarchici, i cantautori “ironici”. Aveva poche cassette per lo stereo in macchina. Tra queste quell’estate una di Celentano, una compilation di grunge fatta da me, e una consumatissima dagli ascolti, che a memoria non ricordavo come s’intitolasse, per cui sono dovuto andare a cercare nel web.

Era Come un Cartone Animato di Faletti. C’erano diverse canzoni esilaranti, ma forse quella che mi piaceva di più era Le Fatiche d’Ercole, che sapevo a memoria e cantavo guidando a squarciagola.

Sembrerà incredibile, ma oggi non si riesce ad ascoltare. Non l’ho trovata né su YouTube né su Spotify. Sembra sia una specie di esclusiva di Amazon Music, ennesimo servizio a pagamento, al quale non mi abbono per principi miei che non vi sto a spiegare.

Ancora più incredibilmente, non sono riuscito a trovare neanche il testo. Ho cercato dappertutto senza successo. Eppure non sono proprio quello che si dice un novellino del web. Boh ? Avrò cercato male.

Le fatiche d’Ercole, le fatiche d’Ercole, lui le ha fatte e solo lo sa. Questo è tutto quello che ricordo. Ercole avrà avuto forse trent’anni. Boh ?

Venticinque ne sono passati dall’uscita di quel disco. Ercole avrà avuto trent’anni, ora avrebbe più o meno la mia età. E Giorgio Faletti, invece, qualcuno di più.

Ma la sua memoria è viva. In questi giorni l’ho sentito nominare da Giannino, un famoso pianobar, e al Film Festival dei corti. E tra gente che lo aveva conosciuto ed amato, come mio padre – il Mi’ Babbo, che non c’è più, ed io, che pure passo più tempo nell’aldilà che qui.

Senza poter più nemmeno riascoltare quella canzone, che ogni tanto ancora oggi mi sorprendo intento a canticchiare. Le fatiche d’Ercole lui le ha fatte e solo lo sa.

Barconi di ITALIANI venduti come schiavi in AFRICA

Gli elbani sui barconi. Storia di donne, uomini e bambini, catturati con la forza e venduti come schiavi in Africa.
Siamo abituati a pagine di Storia che raccontano le gesta di popoli stranieri e dei loro condottieri che per secoli hanno combattuto all’Elba per l’Elba. Sono pochi i dominatori che siano riusciti ad avere il governo assoluto e totale dell’isola. Forse i Liguri e prima di loro i Rinaldoniani. Ma non i Greci, i Fenici, né i Siracusani. Per quanto riguarda il periodo etrusco la situazione é più complessa. L’Archeologia ci offre due possibili scenari. Il primo, di un’isola controllata dalla Federazione Etrusca (Mechl Rasnele o Rasna). Il secondo, di un’isola divisa in tanti territori appartenenti a ciascuno od alcuni dei singoli stati etruschi, oppure direttamente ad alcune delle loro più elevate famiglie.
Solo sotto Roma gli elbani sono finalmente governati da una “voce unica”, cosa che peraltro non significa necessariamente che le cose dovessero andare per tutti meglio. Ma certo è che dai Vandali ai Goti, dai Longobardi ai Saraceni, almeno fino all’arrivo dei Pisani all’Elba deve esserci stato il solito turbinio di guerriglie e battaglie navali, rifugio di personalità politiche e religiose, che di volta in volta trovavano qui riparo dalle continentali loro terre perdute.
Ma già dalla Guerra tra Genova e Pisa nel 1284, per gli elbani e la loro isola cominciarono 271 anni disgraziati, segnati dalla tremenda Peste del 1348 che ridusse la popolazione da 1500 a sole 500 anime (cfr. P.Ferruzzi, Iovis Giove). Altre epidemie dovettero svilupparsi nei lustri seguenti la peste, e soprattutto fame e miseria. Ma gli elbani anche da questo seppero risollevarsi, rimboccandosi le maniche ogni volta per ricominciare.
Il XV secolo fu segnato dalla fine dei Signori di Pisa, ridotti a signorucoli di Elba e Piombino. Privi di una flotta navale come dio comanda non poterono offrire un degno controllo dei mari. Pirati d’ogni genere, imperversavano nei mari elbani, ma ancora il peggio doveva arrivare.
Era il 1530 quando cominciarono gli attacchi più cruenti da parte delle flotte navali turche guidate dai loro spregiudicati ammiragli, i Reis Barbarossa e Dracut. Alleati dei francesi, facevano il loro gioco aiutandoli a stabilire un controllo sul Mar Tirreno. I francesi intendevano soprattutto strappare la Corsica ai genovesi, mentre l’interesse dei turchi era essenzialmente quello di razziare carne umana.
Centinaia di Elbani furono catturati a Grassera (o Grassula) poi rasa al suolo, e la stessa fine fecero molti altri paesi elbani. I turchi prediligevano le isole, perché i suoi abitanti non hanno vie di fuga, e questo gli consentiva di farne prigionieri in gran numero, cosa molto difficile sulla costa tirrenica, i cui abitanti potevano disperdersi nell’entroterra.
Non ci si può trattenere dalle lacrime a leggere una di quelle strazianti lettere dei familiari che dall’Elba chiedevano di poter riacquistare lo schiavo deportato in Africa. Ma molto spesso l’iter burocratico da seguire per poter pagare la dovuta cauzione e riscattare il proprio caro non andava a buon fine. Così potrebbe pure essere che geneticamente parlando, gli eredi degli “ilvates”, siano oggi di più in Africa che all’Elba. A questo fenomeno si assiste nel ‘900 con gli emigrati elbani all’estero i cui discendenti oggi sono di molte volte superiori per numero ai residenti all’Elba, appena 32 mila circa.
Le ceramiche del XIII secolo conservate al Museo di Marciana furono scoperte da Silvestre Ferruzzi qualche anno fa, in quelli che lui ha reputato, forse a ragione, essere i siti corrispondenti agli scomparsi borghi medievali di Pedemonte e Monte Marsale. Andarono cancellati per sempre anche Latrani e Luceri, per non parlare dell’affascinantissimo borgo degli asceti narrato così bene da Marcello Camici, San Giovanni in Campo. Per gli abitanti di Poggio e Marciana, come non ricordare Giove, misterioso paese scomparso dai documenti nel 1364. Infine, come ogni 10 agosto d’ora in avanti, una bella giornata all’insegna della memoria rinfrescata si celebra presso le rovine del borgo raso al suolo da Reis Turgut (Dragut) nel giorno della festa del suo patrono o ieronimico, San Lorenzo de Marcina.
Oltre alle ceramiche “pisane”, che potrebbero essere state prodotte a Montelupo Fiorentino secondo alcuni di quelle parti, ci sono degli stupendi lastroni (embrici) di ardesia che coprivano i tetti.
In quegli anni l’esistenza stessa di un popolo elbano fu messa duramente alla prova. Ogni volta si è sfiorato lo spopolamento definitivo, come invece purtroppo dovette accadere a Pianosa. Una massiccia dose di rimpinguamento demografico intercorrerà solo a seguito delle immigrazioni di toscani e fiorentini, con le grandi opere dei Medici, e poi grazie all’immigrazione di molti liguri legati al commercio del vino fiorente coi lidi di Chiavari, Rapallo e Santa Margherita.
Da lì si stabilirono a Poggio di Marciana per esempio i Marchiani, mentre altri cognomi, come Pavolini/Paolini e Anselmi nacquero proprio sul campo, dai parroci che dopo il 1564 si ritrovarono costretti a registrate le nascite avvalendosi di un vero cognome che garantisse una maggiore struttura genealogica e quindi più visibilità della radice. Conoscibilità, nobilitas, la chiamavano i latini.
Ma prima di questa piccolissima nobiltà regalata loro dal Concilio di Trento, su cosa avrebbe potuto basarsi il sentimento di fierezza di appartenere all’isola proprio degli elbani? Elbani non si nasce, si diventa. Essere elbani è un sentimento fondato sull’amore che si prova per questo scoglio. Uno scoglio alto più di un chilometro. Sul quale gli stranieri, i non elbani, sbarcano e a volte perdono il lume della ragione. Essi lasciavano le dorate agiatezze della Colchide dell’oro a fiumi, lasciavano i sontuosi palazzi di Tarquinia e Tuscania, lasciavano Pisa, lasciavano Firenze, lasciavano Parigi e l’Impero alle loro spalle. In quel momento essi divenivano immediatamente nient’altro che elbani. Nella radice, nello spirito.

The Etruscan Golden Book of Bulgaria

Italian abstract:

LIBRO D’ORO ETRUSCO
dal Museo di Bulgaria

Nel 2003 un anziano signore che volle restare anonimo cedette a titolo gratuito un libricino di sei laminette d’oro a un museo bulgaro. Sosteneva di averlo trovato una sessantina di anni prima in una tomba affrescata venuta fuori durante gli scavi per la costruzione forse di un ponte. Il libretto sembra non aver interessato nessuno degli etruscologi nostrani, e il solo che pareva interessato a pubblicarne uno studio fu il linguista Georgiev, ma non se n’è saputo più nulla. Qualcuno dice che si tratta di un falso, ma sarebbe interessante sapere perché venga ritenuto tale.
Intanto in Bulgaria il libretto sta nella sua bella teca e ci sono stati fatti dei servizi in tv.
Ma una traduzione del testo non è stata divulgata, a meno che non sia uscita in uno di quei volumi “quasi segreti” della collana Studi Etruschi (quasi segreti perché dai costi altissimi).
Se qualcuno ne sa di più, siete pregati di farlo notare nei commenti, grazie.
Il testo sarebbe un testo orfico. I testi orfici della Magna Grecia e di Creta però, oltre ad essere scritti in greco o in “codice” non fanno nomi di persona propri, ma parlano quasi esclusivamente del viaggio che l’anima del defunto si accinge a fare verso il “mondo divino”.
Qui invece, il testo parla di molti nomi di persona e di acquisti e vendite di luoghi, di pagamenti da effettuare, di spazio messo a disposizione, e altre cose chiaramente inerenti al “mondo umano”.
Qui alcune foto e un abbozzo di prima lettura.

It is told it was discovered in Thracia (today Bulgaria) in a fresco’s tomb. It is now in a bulgarian museum (please search the web for that fundamental informations).

We couldn’t find any transliteration or picture, except for a tv service from Bulgaria. We tried to excerpt the text from YouTube’s screenshots.

A first attempt to read it brought us to think of a veian (veientes, from Veii) origin of the calligraphic rules adopted.

We weren’t able to get all the sheets in the book (4cm x 2,5) but we can at least understand about what it is talking.

Here is a part of the text. It seems that is a contract between Aulus Vaccinus (AV. VAHCHN. ) selling a room of his tomb (ŠCVNA ΘIL) to a certain Tetius Mamercus (TE. MAME. ).

It is not that easy, but from our know-how about Golden Orphic Laminæ (cfr. Pugliese Carratelli & others) this text has nothing to do with a Soul Track Companion.

It seems that the payment (ŠIELANEI?) will be done right in the “laundry” (RENEΘI PHULUMXVA). Or this “page” is maybe talking about another contract, due to the presence (in our honest opinion) of two more people: Atanus (ATANE) and Feicia (FEICIAL/FEIC).

Lucius (LVXS) is maybe not a name, but a title together with ŠENET. Could be a Foreigner King, or Prince anyway.

In conclusion, the question is: who (between famous etruscologists) is studying this text? Why this text made no rumors? Why someone talked about an orphic meaning? Why in Italy there are only not official papers on it?

Stay tuned… 🙏

La differenza tra Philosophoi e Sophoi

Che cosa accade alla parola quando essa finisce nelle grinfie del poeta? Entra in gioco la memoria culturale. La memoria culturale è quella che abbiamo del resto del mondo nel resto del tempo. Alternativa alla memoria esistenziale, relativa all’esperienza empirica dell’essere (un) umano. Qui entra in gioco Heidegger. Heidegger non sarebbe stato affatto un “esistenzialista della memoria” ma un “culturista”. Egli avrebbe invitato ad essere non “un” uomo, ma “la” umanità intera con tutta la sua storia.

La parola che cade nelle mani dell’essere “umanitario” sembra ridursi in cocci come se egli non la sapesse tenere in mano con le dovute cautele. Accade ben altro invece. Il poeta decompone la storia culturale della parola, il filo che la diffonde nello spazio e nel tempo. La memoria culturale attraversa tutti i percorsi che la parola fa (ed ha fatto) nella sua storia e in quella delle parole, i fonemi, le sillabe e le lettere che l’hanno originata. La sua preistoria.

La memoria culturale del gesto poetico per Heidegger è “pensiero”. Il pensare – non come azione di un soggetto ma – come verbo soggettivo, azione che agisce da sé.

Il pensiero e il pensare non sono attributi dell’essere umano in quanto individuo, per H. essi sono la soggettività stessa che si manifesta – fuori, prima, e dopo di “noi” come molteplici individui, insieme a “noi” come singolarità apollinea, omogeneità ed unità.

Si trova nella letteratura critica su Heidegger uno schema ben consolidato che definisce il pensiero rammemorante come il mero negativo del pensiero calcolante. Non stanno esattamente cosí le cose.

Se è vero che essi sono distinti, è vero anche che essi si possono individuare in maniera indefinita come distinti da altri modi di pensare il mondo.

Come ulteriore opposto definitivo del pensiero poetico della memoria culturale proponiamo qui il pensiero individuale. Quello che nasce e muove in una scatola cranica. Il pensiero della memoria poetica, invece, nasce “fuori” dalle scatole craniche, esso attraversa le menti in modo pneumatico, le permea come un cholesteatoma ma non si riduce ad esse.

Che il pensiero sia altro da “noi”; che esso ci preceda e ci sopravviva; e, che agisca di “propria” volontà; – questo è un segreto che ci si rivela solo attraverso un approccio estatico, ovvero un “abbandono” del nostro voler essere “se stessi”. Una sospensione di sé per creare spazio all’altro. Non l’altro “corpo” di essere umano di fronte a sé; ma l’altro come pensiero che ci riguarda tutti e che attraversa i tempi.

Cosí la “Destruktion” non è una “Deconstruction” della parola o del testo, ma una Distruzione della Filosofia. La Filosofia scritta cosí maiuscola non è la storia del discorso filosofico di una disciplina nei dipartimenti di una certa facoltà. La Filosofia è la via parallela alla Sofia Statica. Il convincimento che tutto possa essere messo in dubbio. Il dubbio che mette in discussione vecchie convinzioni fino a farle scansare per lasciare posto ale nuove.

La Filisofia maiuscola è quindi il Dottor Jekyll. Mister Hyde è la minuscola storia dela filosofia, quella fatta di pensieri individuali, di autori e diritti d’autore. Da Talete a Kant, da Hegel a Mazzei.

Noi non siamo davvero granché – “noi” come singoli, corpi da rottamare, dialetti solipsistici. Solipsismi moderati, sul margine, senza salti nel vuoto, mantenendosi sempre nei limiti di un linguaggio comprensibile – a patto di essere studiato, e certo non letto come se si stesse leggendo un blog.

La differenza tra la Filosofia e la filosofia non è certo l’unica. Si danno molte distinzioni ed una fitta rete di differenze possibili per la Filosofia. La differenza tra Filosofia e Sofia, per esempio.

La differenza tra Philosophoi e Sophoi.

Per raccontare questa ci avvarremo di un aneddoto. Non crederete che sia vietato scrivere aneddoti in un saggio di filosofia “superfilosofica”?

L’aneddoto è molto poetico. È la decostruzione principale della parola. Esso parte dalla barbetta della radice della parola. Racconta di come sia nata la parola “filosofia” la prima volta.

Philosophia è più giovane del suo compagno Philosophoi. È infatti ΦΙΛΟΣΟΦΟΣ più vecchia di essa. Ancora più vecchia di philosophos è il suo plurale, ΦΙΛΟΣΟΦΟΙ.

Pare… (dato che è un aneddoto conclamato si potrebbe evitare l’uso di specifiche come il “pare…” o “si racconta che…” o “scrive Laerzio che…”).

Pitagora e altri suoi collaboratori incontrano un Re di una città lontana. (non importa se a casa di Pitagora e gli altri, o se nella città del Re).

– io sono il re “Tal dei Tali”. E voi chi siete?

– amici degli scienziati – ΦΙΛΟΣΟΦΟΙ. Filosofi.

Gli amici dei Sophoi. Non i sapienti stessi, ma i loro amici.

La Filosofia come “essere amici degli scienziati”.

“Non ci si improvvisa scienziati!”. La frase più fuori luogo che uno scienziato possa mai aver detto.

GRAVE EST CULPA

TACENDA LOQUI

Le ultime parole di Alessandro Magno

PERDICCA, CRATERO, E IL DIVINO FIUME.

Un articolo, che ho appena letto, racconta (in inglese) la Storia dell’Occidente nella seconda metà del IV secolo a.C.
Da un punto di vista militare della “globalizzazione” della Grecità per mezzo delle conquiste di Alessandro.
Narra di come nel primo pomeriggio dell’11 giugno del 323, Alessandro malato finisse i suoi giorni esalando l’ultimo respiro a Babilonia. Il cerchio lasciato aperto dai Sumeri prima, e dagli Accadici (e gli Ittiti) poi sembrava chiuso. Dall’Indo al Nilo una lingua riuniva i popoli dopo Babele. Era stato malato per diversi giorni e aveva dato il suo anello a una delle sue sette guardie del corpo (meglio sarebbe chiamarli Generali… Ministri…). I σωματοφυλοι (pron. sómatòfüli) erano i guardiani/osservatori della persona fisica, per lo spirito ci guardavano gli dèi. Perdicca, era un orestide, – quasi dodonese insomma, o dodoniano, e sapete quanto nei miei racconti ricorra Dodona con i Pelasgi e le Querce Animate. Stavamo dicendo, di Perdicca. Mentre Alessandro moriva lui era lì, accanto a lui. Vicino al suo corpo, che avrebbe doppiamente dovuto guardare una volta che anche la ΨΥΧΉ (pron. PSÜCHI col ci-acca strascicato un po’ all’olandese o alla tedesca, la umlaut sulla u serve per la stessa ragione, anche se molto più vicina ad una i di quanto non risultino esserlo oggi la u francese o tedesca con dieresi). Chiusa questa lunga parentesi spirituale e linguistica, dicevamo che Perdicca era al capezzale del Magno, e ovviamente era solo a lui e non ad altri che il morituro prossimo poteva lasciare testamento. Le ultime parole di Alessandro furono la didascalia di un suo gesto simbolico. Dette in mano a Perdicca (in greco e in inglese con la esse finale) il suo Anello, il simbolo della grecità globalizzantesi, che stava al dito del Monarca. E fu il suo Chiliarca (Gen. Min., supra) Perdicca a riceverlo. Ma nel consegnarglielo il Grande Re disse, con un sublime doppio legame (double bind) semantico – un doppio senso “mitico”, così lo chiamiamo parlando tra amici tutti noi – descrisse il dono “imperiale” con una parola sola: ΚΡΑΤΙΣΤΌΙ (pron. Cratistî). Che può voler dire “quest’anello è PER CRATERO”, ma significa anche “questo va A CHI LO MERITA”. Questo doppio senso dell’ultima volontà di Alessandro cambierà la storia del mondo. In realtà, non è mai stato risolto. E forse era proprio Alessandro stesso, ad aver voluto la propria grandezza impedendo a chiunque altro di essere Magnum e quindi Unicum come SOLO LUI.

Ho tentato di regalarvi una storia perché raccontare storie è la cosa più bella che mi possa capitare di fare, per questo spero anche di farlo al meglio, e mi fa rimanere male quando queste storie in esclusiva per il web, rimangono mai nate, se non le leggete e non mi dite “grazie”.

Giacché non sono pagato per farlo, riconoscetemi almeno il tempo che ho dedicato a scrivere, tra l’altro usando solo l’indice che colpisce (tapping) il vetro di questo aggeggino cinese. Grazie almeno per il dito…

IL DIVINO FIUME
(Perdicca, seconda parte)

E così, vi ho raccontato di Perdicca e dell’Anello. Non vi ho detto però del fiume. Che cosa c’entra il fiume? Tutto. Innanzitutto partiamo dalla fine. Alcuni raccontano che Perdicca sia morto PER non essere riuscito a traversare il fiume. È proprio quel PER che – ancora una volta – segna nella vita di Perdicca un DOUBLE BIND. Perdicca è morto proprio perché il suo corpo è stato inghiottito dal Nilo, oppure è stato ucciso nella tenda con un agguato da parte dei suoi Gen. Min., in quanto, come condottiero, aveva il compito di proteggere il proprio esercito e la propria gente (un po’ come sapete per Mosè) durante l’attraversamento di qualsiasi fiume o mare. E ci ritroviamo ancora una volta a parlare di #acqua.
L’Elemento Divino, la linfa vitale del Pianeta, il Rapporto Psicosomatico per eccellenza, della Mente dell’Acqua a “guardia” del Corpo della Terra. Così il Re, che era anche “Papa” ante litteram, capo dei corpi ed estensione dello spirito, incarnazione della sua Cultura e del suo Genio, quindi Uomo più vicino al Divino e in linea col Destino.
La Mente più Brillante, la luce del sapere dell’origine, il traino della stirpe, e nel caso specifico: la Scuola Aristotelica. Vedete come Pensiero e Potere, Filosofia e Nobiltà, Scienza e Impero, non fossero separati. Ma ancora una volta lascio che lo spirito attraverso il tempo si manifesti con parole che paiono tergiversare senza mai arrivare a parlare di quanto promesso nel titolo, ovvero di Perdicca e il Divino Fiume. In realtà questo testo rispecchia un pensiero i cui tratti rivelano le sagome di tutto quel che sta attorno al significato del titolo come nel giochino dei puntini numerati su certe riviste di enigmistica. Perdicca, dagli Orestidi, quasi dodonese, in una zona di laghi e fiumi, per un fiume intraprende la sua carriera, e per un altro fiume la compie. Ucciso DAL Nilo, oppure PER non essere riuscito a passarlo nemmeno al terzo tentativo, quindi LONTANO dall’Elemento Divino, dalla Vita in Terra. Perdicca portò male. E non fu ucciso perché non meritasse la vita, né per punizione. Fu ucciso perché la sua Quantità+Qualità, ovvero la sua Magnitudo, si era svalutata a causa del fallimento dell’impresa, in quanto l’ impresa dell’acqua se fallisce fa venir giù tutto il castello. Le pietre o le carte, od entrambe. Il crollo – come dite voi – dell’IMMAGINE. Un’iconoclastia della scienza. Crolla un mito, crolla tutto il paradigma. Puoi fallire in tutto, ma non nell’essenziale. Talete avrebbe cancellato il nome di Perdicca dai libri, se solo fosse vissuto appena quattro secoli dopo. Ma noi abbiamo RITROVATORUM i vari DE PERDITORUM FRAGMENTA e alcuni storici greci e tolomei (ptolemaici, tolemaici, ecc.). E poi ci sono io che ci metto tutto me stesso, al servizio dello spirito, per farvele arrivare, queste storie.

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APPENDICE

Lo Pneuma di Cirino (2019)

Per Cratero, per chi lo merita, o per fissare per sempre, col sigillo, la chiusura del cerchio, l’anello.

Non l’anello come lo immaginiamo, ma il riferimento simbolico. L’orbita dell’ente, la gravità dell’essere. L’orbita che a un certo punto stringe e piano piano converge al centro, verso il proprio nucleo orbitale.

La chiusura spiralidea dell’anello e del cerchio. Il raggio assente che come conchiglia di Fibonacci si dipana.

Il ricongiungimento all’essenza vuota del proprio corpo celeste. Il passaggio ctonio verso urano ed oltre, “iper” uranio.
Il disasservimento finale dallo enslaving principle. La decomposizione, la cenere che resta e la polvere di stelle che si diventa.

Come pneumatici che da battistrada dopo morti si fanno parabordi per le navi – cotti da una luce siderale – diventiamo simboli di protezione, santi, divini.

RHYTON

Collezione di Rhyton greco-etruschi* dal web.

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*. La distinzione tra greco ed etrusco in questo come in altri casi è relativa ed irrilevante alla comprensione – dello humus culturale che soggiace allo stile, e – della effettiva e generale differenza tra le due civiltà.
Non ci sarebbe affatto da stupirsi se un giorno “venisse fuori” che la civiltà dalla quale l’etrusca maggiormente consegue vivesse prevalentemente nelle terre circostanti il Mar Egeo; mentre “magari” la greca fosse sulla scia di varie civiltà che l’hanno preceduta, con prevalenza di elementi culturali della dorica, “magari” perlopiù ivi immigrata da terre circostanti il Mar Adriatico, se non addirittura il Tirreno.
Probabilmente non sarà cosí, ma un bookmaker potrebbe dare l’eventualità che “venga fuori” questa tesi, favorita su molte altre, o “magari” su tutte.

Sia inteso qui il “magari” in tutta la sua potenza semantica e con l’atout dell’intraducibilità – dato il suo uso in esclusiva alla lingua italiana.

Per quanto inerisce al “venir fuori” si tenga conto dell’opposto, nel senso globale che questo verbo mantiene intatto – nell’inglese “out coming”, ancora più intenso che in italiano, e – nel tedesco “(r) aus kommen”. Senza tralasciare i sensi propri contestualmente al nostro testo, di “turn out” o “Es zeigen sich”.

Per questi ed altri motivi vi preghiamo di avvalervi della funzione “cerca immagine con google” per recuperare i dettagli didascalici alle immagini qui sopra. Grazie.

La figura del “bookmaker” non è un’astuzia letteraria, ma un’allegoria che collega l’immagine concettuale che ci si forma dal testo con la quotidianità del costume delle scommesse. Giochi che non devono essere per forza su eventi sportivi ma anche su eventi scientifici.

Presto le agenzie di scommesse accetteranno puntate sugli eventi evolutivi delle scoperte scientifiche. Immaginiamo di poter puntare su 1) quale scoperta ha fatto il vincitore del Nobel per la fisica del 2021?, oppure, 2) Woudhuizen, Briquel o Aura Jorro scriveranno la parola “Aitareia” nei loro testi pubblicati da qui a fine 2021?

L’ipotesi che i Tirreni vengano dalla Grecia e i Greci dalla Tirrenia, sarà “tirata fuori” prima del 2021, tra il 2022 e il 2024 o dopo il 2025?

Preistoria di Portoferraio

La Guerra di Troia dovette svolgersi nell’arco di diversi decenni, il cui fulcro fu tra il 1207 e il 1177 avanti Cristo. “Circa” è d’obbligo, ma non tanto. Queste date cosí precise dipendono da varie circostanze, testimonianze testuali da molte culture diverse. La sensazione di potersi affidare alla nostra avanzata interpretazione dei calendari e delle datazioni egizie non deve però indurci a facili certezze. Il dubbio che persino con gli anni contati dagli egizi, noi moderni si possa aver fatto male i calcoli è un’operazione da mettere in conto. Fatta la debita premessa che tutto si può mettere in dubbio, persino la parola d’Omero, approcciamo i testi antichi col rispetto che meritano, prendendo inizialmente tutto per buono, salvo lungo il percorso verificare eventuali elementi d’incoerenza interni. Soprattutto dovremmo capire la complessa psicologia che sta nella scrittura antica, non solo di Omero. Saper distinguere i contesti di comunicazione, distinguere il fatto storico veicolato dal messaggio allegorico, spacchettando con cautela quest’ultimo, e lavorando con cautela nel margine di commistione tra l’aspetto che il messaggio della letteratura antica nasconde nel suo pacchetto semantico, da una parte, e tutto l’incartamento, carta e infiocchettatura compresi, dall’altra.

Ma perché parliamo di Omero e di Troia per raccontare la preistoria di una città sulla carta lontana da questi fatti? Innanzitutto dobbiamo aver chiaro che l’Iliade è solo un episodio di una guerra di dimensioni ancora maggiori di quelle tradotteci dall’epica. La storia si allarga, per esempio, comparando Omero coi testi egei in scrittura lineare sillabica che caratterizzarono i sistemi linguistici dell’età del bronzo per quei popoli che abitavano la Grecia. Quindi comparando il materiale egeo risultante con i testi cuneiformi in ugaritico, che raccontano della distruzione di Ugarit, una meravigliosa città nelle terre contese da Egizi ed Ittiti. Testi ugaritici che rimandano anche a Cipro, e ad un popolo che lí faceva il bello e cattivo tempo, e il cui nome evoca a noi “occidentali moderni” i Sikelioti. Gli abitanti della Sicilia (e di parte della Sardegna?) nell’età del bronzo.

Non diciamo nulla di più dei celeberrimi Popoli del Mare, dei quali eccedono le narrazioni. E nulla di Keftiu, delle “isole nel bel mezzo del grande mare”, dei Peleshet e/o dei Turshau (Teresh). Nulla degli Shardana. Ripensiamo piuttosto a una frase autorevole di un autore greco anonimo, che proveniva da un “dottorato di ricerca” con Aristotele. Sono poche significative parole. Dice lo studioso aristoteliano: “… e i greci che vivono all’Elba…”. Eccoli lí, cosí dichiaratamente “elbani”. I greci che vivevano all’Elba. E devono averci vissuto a lungo all’Elba questi “Aithalídei” (elbani in greco). Dato che erano loro a raccontare il passaggio dall’età del rame (per il bronzo) all’età del ferro all’Elba, con dovizia di particolari.

Tornando agli Argonauti. Nella preistoria della letteratura europea non c’è traccia di Portoferraio, ma 1000 anni dopo i fatti storici, quantomeno venne fuori per iscritto il mito di Portobianco, Portus Argus, λιμήν αργοο (ΛΙΜΉΝ ΑΡΓΟΟ). A raccontarcelo è Apollonio Rodio. Non possiamo sapere assolutamente (vi chiedo di fidarvi di me qui! ) se Apollonio abbia creato il mito del passaggio felice dall’Elba, [αιθαλια (ΑΙΘΑΛΙΑ)] ispirandosi a tradizionali racconti che risalivano all’epoca dei fatti (1250-1220 a. C. circa), oppure se non abbia piuttosto riadattato un po’ alcune tappe del viaggio alle rotte marinare del suo tempo. Certamente 1000 anni sono tanti, ma nulla vieta che Apollonio abbia letto testi di molti secoli a lui precedenti e da lí abbia tratto la totalità delle informazioni ritrasmesse. Non possiamo dunque affermare con certezza che Limën Argoo / Porto Bianco, sia stata “fondata” dai Pelasghi o dagli Achei nel XIII secolo, ma neanche certezza che non sia affatto cosí.

La letteratura, tra i miti, ci manda messaggi nascosti, nei quali dobbiamo essere capaci noi di trovare la verità storica. Perlomeno, la più plausibile ed attestabile tra quelle che la ricerca capillare ci presenta. Negare ogni fondamento di verità nel mito è il retaggio di un paradigma scientifico in auge tra XIX e XX secolo, responsabile di aver ridotto il mondo a un pezzo di materia e lo spirito a una rete neuronale o, peggio, informatica. Per capire gli antichi bisogna pensare come loro. Anche se non ci sarà mai possibile far coincidere la nostra mente esattamente con la loro. Ma mantenere l’intenzione costante di capirli per quello che erano, finendo cosí per onorarli ed amarli.

I maggiori indiziati alla fondazione (o all’occupazione) di Portoferraio nell’età del bronzo sarebbero stati i Pelasghi, giunti sin qui o attraversando da NE a SO gli Appennini provenienti dall’Adriatico via Po. Oppure arrivando costeggiando la Campania o la Sardegna. Nelle Argonautiche invece arrivano addirittura dalle Bocche del fiume Rodano. Tagliando da Capo d’Antibes su Capo Corso e Capraia, fino ad approdare a Limën Argoo.

Una rotta attestatissima. La rienarra uno dei maggiori studiosi della navigazione nel Mediterraneo Antico, il professor Arnaud dell’Università di Lione in una conferenza sugli Etruschi da Genova ad Ampurias, nel suo intervento Rotte marittime tra Elba e Catalogna. Attraverso le Bocche del Rodano la rotta dall’Elba proseguiva verso il nord della Francia risalendo il grande fiume – dal quale attraversando Vix e Lavau ci si poteva mettere in commercio con la Senna verso la Manica (e lo stagno). Oppure proseguiva sottocosta fino alla Catalogna e alle Baleari, e volendo giù verso lo stretto di Gibilterra. Presso i Tartessi.

Portoferraio è stata fin da sempre una sosta gradita a quei navigatori antichi che cercassero riparo da tutti i venti. Chiusa com’è a conchiglia, nel suo vecchio porto non si teme nessuna mareggiata possibile. Un porto così perfetto che la Darsena a forma di Π sembra più realizzata dall’uomo che dalla natura. Secondario il fatto che debba essere stata preferita anche dai commercianti locali, di rame, di ferro, di vino e di altro. Essi non erano più stupidi degli “stranieri di passo”, e dovettero sfruttare tutti i numerosi ripari marittimi che l’Elba offre grazie alla sua forma bizzarra.

[…CONTINUA…]

Politica ed Archeologia

Qualsiasi disciplina scientifica, quando la si “frequenta” a fondo ci rivela nei suoi meandri degli attriti.
Queste “frizioni” passano inosservate agli esterni; appaiono come divergenze teoretiche a uno sguardo attento; ed essenzialmente si rivelano per il loro fondamento squisitamente politico.
È nella natura poietica delle cose il loro nascondersi, cosí come è nella loro natura genetica lo scontrarsi – il porsi una di fronte all’altra.
Eraclito lo chiama POLEMOS (ΠΟΛΈΜΟΣ) ed è lo scontro tra le molteplici unità. Questi eventi dello spirito del pianeta che si manifestano come singolarità, e che chiamiamo esseri umani, esseri viventi, elementi, individualità.
Questi effimeri processi di autoindividuazione che per un ramo della biologia moderna si chiamano “Sinergie di asservimento concertato ed univoco”.

(arriva un gruppo di visitatori)

Tra i contemporanei è certo il tedesco Haken quello che trova la definizione più accattivamente per questo processo “biopolitico” di vita già “di parte” fin dal suo fondamento (archeo-…).
Haken la chiama (in inglese) ENSLAVING PRINCIPLE, ed è il principio per qui le singolarità tendono ad intrupparsi in nome di un essere al quale appartenere e per il quale agire – esistere.

Un’operazione che può aiutarci molto a non cadere nella trappola della partigianeria metodologica è la DEPROGRAMMAZIONE NEUROLINGUISTICA. Questa tecnica consiste nell’assumere dapprima che: nell’inconscio noi si sia orientati a trovare quello che stiamo cercando; quindi ad attuare una autodecostruzione dei propri presupposti e preconcetti. In tal modo ci si rende dei ricercatori più efficaci, orientati verso una verità meno determinata dalla propria presenza e più vicina a valori assoluti – universali.

Questo non ci affrancherà completamente dalla “politicità” delke nostre tesi. Noi restiamo degli ZOOI POLITIKOI, insomma, degli esseri determinati dalla propria mortalità e dal loro essere individui determinati dal molteplice. Eppure, possiamo scegliere di abbandonarci a una visione politicizzata del mondo, anzi, dobbiamo farlo.

Ma per favore, lasciamo fuori la Scienza (quella senza le tre “i” di Crozza/Zichichi) da questi miseri giochetti.

La fondazione di Marciana, o le Origini degli Etruschi, o la Lingua dei Pelasgi; non possono essere argomenti di POLEMICHE. La molteplicità del pensiero politico non appartiene ai gradi più nobili dello spirito.

È laggiù che va cercata la verità alla solita domanda “trinitaria” :
Da dove veniamo
Chi siamo
Dove vogliamo andare.
Nel nostro spirito più profondo – la nostra anima prepolitica. Una.