Barconi di ITALIANI venduti come schiavi in AFRICA

Gli elbani sui barconi. Storia di donne, uomini e bambini, catturati con la forza e venduti come schiavi in Africa.
Siamo abituati a pagine di Storia che raccontano le gesta di popoli stranieri e dei loro condottieri che per secoli hanno combattuto all’Elba per l’Elba. Sono pochi i dominatori che siano riusciti ad avere il governo assoluto e totale dell’isola. Forse i Liguri e prima di loro i Rinaldoniani. Ma non i Greci, i Fenici, né i Siracusani. Per quanto riguarda il periodo etrusco la situazione é più complessa. L’Archeologia ci offre due possibili scenari. Il primo, di un’isola controllata dalla Federazione Etrusca (Mechl Rasnele o Rasna). Il secondo, di un’isola divisa in tanti territori appartenenti a ciascuno od alcuni dei singoli stati etruschi, oppure direttamente ad alcune delle loro più elevate famiglie.
Solo sotto Roma gli elbani sono finalmente governati da una “voce unica”, cosa che peraltro non significa necessariamente che le cose dovessero andare per tutti meglio. Ma certo è che dai Vandali ai Goti, dai Longobardi ai Saraceni, almeno fino all’arrivo dei Pisani all’Elba deve esserci stato il solito turbinio di guerriglie e battaglie navali, rifugio di personalità politiche e religiose, che di volta in volta trovavano qui riparo dalle continentali loro terre perdute.
Ma già dalla Guerra tra Genova e Pisa nel 1284, per gli elbani e la loro isola cominciarono 271 anni disgraziati, segnati dalla tremenda Peste del 1348 che ridusse la popolazione da 1500 a sole 500 anime (cfr. P.Ferruzzi, Iovis Giove). Altre epidemie dovettero svilupparsi nei lustri seguenti la peste, e soprattutto fame e miseria. Ma gli elbani anche da questo seppero risollevarsi, rimboccandosi le maniche ogni volta per ricominciare.
Il XV secolo fu segnato dalla fine dei Signori di Pisa, ridotti a signorucoli di Elba e Piombino. Privi di una flotta navale come dio comanda non poterono offrire un degno controllo dei mari. Pirati d’ogni genere, imperversavano nei mari elbani, ma ancora il peggio doveva arrivare.
Era il 1530 quando cominciarono gli attacchi più cruenti da parte delle flotte navali turche guidate dai loro spregiudicati ammiragli, i Reis Barbarossa e Dracut. Alleati dei francesi, facevano il loro gioco aiutandoli a stabilire un controllo sul Mar Tirreno. I francesi intendevano soprattutto strappare la Corsica ai genovesi, mentre l’interesse dei turchi era essenzialmente quello di razziare carne umana.
Centinaia di Elbani furono catturati a Grassera (o Grassula) poi rasa al suolo, e la stessa fine fecero molti altri paesi elbani. I turchi prediligevano le isole, perché i suoi abitanti non hanno vie di fuga, e questo gli consentiva di farne prigionieri in gran numero, cosa molto difficile sulla costa tirrenica, i cui abitanti potevano disperdersi nell’entroterra.
Non ci si può trattenere dalle lacrime a leggere una di quelle strazianti lettere dei familiari che dall’Elba chiedevano di poter riacquistare lo schiavo deportato in Africa. Ma molto spesso l’iter burocratico da seguire per poter pagare la dovuta cauzione e riscattare il proprio caro non andava a buon fine. Così potrebbe pure essere che geneticamente parlando, gli eredi degli “ilvates”, siano oggi di più in Africa che all’Elba. A questo fenomeno si assiste nel ‘900 con gli emigrati elbani all’estero i cui discendenti oggi sono di molte volte superiori per numero ai residenti all’Elba, appena 32 mila circa.
Le ceramiche del XIII secolo conservate al Museo di Marciana furono scoperte da Silvestre Ferruzzi qualche anno fa, in quelli che lui ha reputato, forse a ragione, essere i siti corrispondenti agli scomparsi borghi medievali di Pedemonte e Monte Marsale. Andarono cancellati per sempre anche Latrani e Luceri, per non parlare dell’affascinantissimo borgo degli asceti narrato così bene da Marcello Camici, San Giovanni in Campo. Per gli abitanti di Poggio e Marciana, come non ricordare Giove, misterioso paese scomparso dai documenti nel 1364. Infine, come ogni 10 agosto d’ora in avanti, una bella giornata all’insegna della memoria rinfrescata si celebra presso le rovine del borgo raso al suolo da Reis Turgut (Dragut) nel giorno della festa del suo patrono o ieronimico, San Lorenzo de Marcina.
Oltre alle ceramiche “pisane”, che potrebbero essere state prodotte a Montelupo Fiorentino secondo alcuni di quelle parti, ci sono degli stupendi lastroni (embrici) di ardesia che coprivano i tetti.
In quegli anni l’esistenza stessa di un popolo elbano fu messa duramente alla prova. Ogni volta si è sfiorato lo spopolamento definitivo, come invece purtroppo dovette accadere a Pianosa. Una massiccia dose di rimpinguamento demografico intercorrerà solo a seguito delle immigrazioni di toscani e fiorentini, con le grandi opere dei Medici, e poi grazie all’immigrazione di molti liguri legati al commercio del vino fiorente coi lidi di Chiavari, Rapallo e Santa Margherita.
Da lì si stabilirono a Poggio di Marciana per esempio i Marchiani, mentre altri cognomi, come Pavolini/Paolini e Anselmi nacquero proprio sul campo, dai parroci che dopo il 1564 si ritrovarono costretti a registrate le nascite avvalendosi di un vero cognome che garantisse una maggiore struttura genealogica e quindi più visibilità della radice. Conoscibilità, nobilitas, la chiamavano i latini.
Ma prima di questa piccolissima nobiltà regalata loro dal Concilio di Trento, su cosa avrebbe potuto basarsi il sentimento di fierezza di appartenere all’isola proprio degli elbani? Elbani non si nasce, si diventa. Essere elbani è un sentimento fondato sull’amore che si prova per questo scoglio. Uno scoglio alto più di un chilometro. Sul quale gli stranieri, i non elbani, sbarcano e a volte perdono il lume della ragione. Essi lasciavano le dorate agiatezze della Colchide dell’oro a fiumi, lasciavano i sontuosi palazzi di Tarquinia e Tuscania, lasciavano Pisa, lasciavano Firenze, lasciavano Parigi e l’Impero alle loro spalle. In quel momento essi divenivano immediatamente nient’altro che elbani. Nella radice, nello spirito.

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