Etruschi e iperborei

vivere in Scandinavia
ETRUSCHI E IPERBOREI

La mia esperienza scandinava – nordica, dicono loro, “nordysk” – cominció con un trasferimento a Copenaghen nel 2005 dove rimasi a vivere ingegnandomi per otto mesi.
Notai subito che la mia casa, a pianterreno in Elmegade 23, aveva delle finestre enormi senza né tende né persiane. Semplicemente non c’era nulla da nascondere, perché gli scandinavi sono immuni dal nostro Senso-della-vergogna. Grazie a questa loro caratteristica non ci sono né persone vergognose a nascondersi né guardoni a sbirciarli. Questa cosa mi attrasse antropologicamente, anche se allora non conoscevo cosí bene la cultura etrusca, – la mia antica cultura perduta, – per cui non potevo fare paragoni.

La mia seconda esperienza scandinava non tardó a presentarsi sulla strada scritta del mio destino. Era il 2007 e c’innamorammo io e una bella svedese. Stavamo un po’ in Italia e un po’ in Svezia e andavamo in vacanza in Francia; la Francia affascina gli svedesi. È stato un anno e mezzo intenso e ho capito molte cose della loro visione del mondo.

L’ultima volta in Scandinavia ci sono stato con un viaggio che io stesso avevo organizzato nei dettagli con Emilia, per conto di AAE, APT, Elbafly. Facemmo delle “fiere elbane” con prodotti artigianali ed enogastronomici, a Copenaghen, Oslo e Stoccolma, per lanciare il “prodotto turistico” Elba.

Con questa ultima esperienza posso dire di aver completato il quadro delle mie esistenze scandinave, avendone vissuta la cultura in tre modi diversi.

Nei dieci anni successivi di buen retiro nella mia isola mi sono dedicato con sempre maggior piglio e affinata tecnica allo studio della protostoria, nella quale ho incontrato questo popolo ancora una volta, per come doveva essere tra i 5 e 3 mila anni fa.

L’archeologia mi ha parlato dell’inizio del III millennio e dello sviluppo dell’industria dell’ambra, che loro navigando i fiumi portavano dal Baltico al Mar Nero e all’Adriatico. La mitologia teogonica mi racconta di loro che attraverso il Mar Nero raggiungono l’Egeo e portano il culto di Apollo, il loro dio monoteistico delle arti – musica, poesia, medicina… – e del lume della ragione, che non faticó ad imporsi e andare “di moda” anche a sud.

Alcuni frammenti di rame del 1400-1300 a. C. trovati in Scandinavia provenivano da Ugarit (Siria) dove erano stati forgiati in lingotti a losanga con il minerale di Cipro. Non ci vuole molto ad immaginare che, in quella guerra mondiale che attorno al 1200 vide sconfitti i grandi regni che insistevano sulle terre dalla Grecia all’Iraq odierni, gli scandinavi-barra-iperborei dovettero dire la loro.

Un’altra cosa interessante della Scandinavia è la durata delle giornate. In inverno posso dire che il sole non l’ho mai visto distintamente e che l’alba era a metà mattino e il tramonto poche ore dopo. Ma psicologicamente forse più devastante è l’estate. Senza tende poi, è difficile dormire a luglio, quando è sempre giorno, e fa notte per poche ore, ma mai davvero buio.

Uno studioso indiano una volta si interrogó sul calendario etrusco. Perché i 60 giorni “dopo natale” non si nominano, e i loro due mesi non sono degni nemmeno di avere un nome? Questa storia ce la portiamo dietro ancora oggi, che il dodicesimo mese si chiama decimo – dicembre, come se i primi due non esistessero. Il nostro studioso ne evinse che questo calendario doveva essere nato in Scandinavia, dove per due mesi all’anno non sorge mai il sole. Io non sarei portato a fare l’equazione “etruschi=scandinavia”, ma certo è che potrebbero aver ottenuto l’arte di contare il tempo dai sapienti iperborei.

Questi certo dovevano avere delle conoscenze molto avanzate in vari settori, considerando la ricorrente figua del loro stereotipo di sapiente – Abaris – che appare a più riprese e in epoche lontane tra loro nella letteratura greca. Fu Abaris per esempio a prestare a Pitagora il suo “scooter a reazione” col quale dopo uno spettacolo a Taranto riuscí a farne un altro in Sicilia la sera stessa – il mito racconta che Abaris girasse il mondo a bordo del suo “vellino d’oro” andando a predicare e cantare perle di saggezza ovunque. La coscia stessa di Pitagora era d’oro, e faceva di lui un “figlio d’Apollo”, iperboreo appunto. Il fatto poi che Pitagora non fosse considerato greco dagli stessi greci lo dimostra il fatto che in alcune biografie (ne sono giunte a noi una manciata delle decine scritte da autori vari, compresi due testi scomparsi di Aristotele) è detto “figlio di un orefice di un’isola etrusca del nord”. Il buon Mnesarco aveva pure un nome, ma agli ellenocentrici (fallologocentrici, direbbe Sarah Koffman) non piace affatto sta storia che la fonte di ispirazione di Platone e inventore della parola “filosofia” e della scrittura “in corsivo” fosse di origine etrusca e/o iperborea.

Parlo di elleno-fallologocentrismo con tremenda cognizione di causa qui. Vi ho raccontato delle tende che non c’erano nella mia casa di Nørrebro. Ora vorrei tradurvi un passaggio di un’insigne studiosa austriaca, si chiama Petra Amann.

“Die Gemeinsamkeit der Frauen sei νομος;, Nacktheit nichts Anstößiges und Schamhaftigkeit in sexuellen Angelegenheiten unbekannt. Das Fehlen des (für einen Griechen normalen) Schamgefühls ist Landessitte bei den Etruskern, ihre Schamlosigkeit geht aber nicht auf bewußte Amoralität zurück, sondern stellt sich als Folg von Nicht-Wissen und fast kindlicher Unschuld dar.”

La comunità delle donne sia νομος (Legge); la nudità per nulla discutibile e la vergogna in materia sessuale sconosciuta. L’assenza della greca sensazione di vergogna è per gli etruschi costume, usanza, ma la loro spudoratezza non deriva dall’amoralità consapevole, ma si presenta come conseguenza della non conoscenza della vergogna e di una pura innocenza, quasi infantile.

1799 – assedio di Portoferraio

Estratto da
Vincenzo Mellini Ponçe de Leon, Delle memorie storiche dell’isola d’Elba, Volume V, 1799 I francesi all’Elba

CAP. IX
Pagine da 209 a 222

Pag. 209

CAPITOLO IX – – Gli elbani e napoletani assediano Portoferraio. Trattative di resa abortite.

§1

Prima di raccontare gli avvenimenti che stanno per svolgersi sotto Portoferraio, è utile avere un’idea di questa piazza, che a quei tempi era ritenuta, e con ragione, per un formidabile arnese da guerra. La piazza di Portoferraio, opera dell’immortale Camerini, sorge sopra un monticello a doppio vertice che chiude, dal lato di settentrione, il porto. La sua maggior lunghezza è di circa 800 metri dal bastione di S.Giuseppe, al ridotto della Pentola e non oltrepassa nella massima larghezza i metri 550 dall’Arsenale della Tonnara, alla batteria di S. Fine. La sua circonferenza, presa alla scarpa delle mura, misura circa 3100 metri. Ha la forma di un poligono irregolare prolungato da levante a ponente, coi lati del centro molto vicini fra loro.

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Consta di tre forti principali che, spiegandosi a ventaglio, vanno decrescendo sino al livello del mare; e sono il Falcone, la Stella e la Torre del Martello. Il primo di questi constituisce il formidabile fronte di difesa dalla parte di terra e il secondo e il terzo quello dal lato del mare. Il forte, eretto sulla prominenza maggiore (alta m. 79 sul livello del mare), posta a settentrione del porto, chiamato il Falcone, forse dal nome antico che aveva il poggio, è formato da quattro recinti di batterie, concatenate e poste in comunicazione fra loro da spaziosi cammini coperti, facilissimi a chiudersi con materiale, che hanno per nucleo un maschio che resta nella cima più alta del colle. Questo è di figura quadrilatera con un lato bastionato. Ha la porta con albertesca e con cancellata esterna: casematte, cisterne e tutto l’occorrente necessario ad una lunga difesa. Il primo recinto, a mezzodì, è formato dal bastione del Cannone; a ponente da quello dell’ Imperatrice, e a tramontana da quello dell’Imperatore che sorge sopra rupi scoscese e inaccessibili. Il secondo comincia, a maestro, dall’angolo saliente del bastione dell’Imperatore e finisce, a mezzogiorno, col bastione del Veneziano. Sulla piattaforma poi di questo sorge un Cavaliere che batte per terra il terreno ondulato circostante al fronte di attacco, e per mare tutto il porto e le sue spiaggie. Il terzo recinto ha principio, a tramontana, dalla batteria e cavaliere di S. Fine, termina, a mezzogiorno, al bastione della Cornacchia superiore e comprende cinque bastioni che comunicano fra loro a mezzo di comodi cammini coperti. La batteria di S. Fine è coordinata a battere di fronte la spianata e la sponda del fosso del Ponticello, e di fianco, la campagna adiacente, ad impedire l’approdo di qualunque bastimento lungo tutta la spiaggia delle Ghiaje e a difendere l’approccio delle batterie delle Fornaci. Queste sono situate nel fosso secco di S. Fine, spazzano tutta la spianata e l’accesso del fosso del Ponticello, e incrociano i fuochi colla controguardia situata sotto il bastione della Cornacchia superiore, destinato a difendere la bocca della Darsena. Il quarto recinto finalmente ha principio sotto la batteria di S. Fine e termina al bastione del Cornacchina, destinato anch’esso alla difesa della Darsena. Questo recinto che chiude la Piazza dalla parte di terra, comprende il ridotto della Pentola, il forte del Ponticello e altre opere che difendono l’antica porta della città. Principali poi fra le opere che costituiscono il fronte di difesa dal lato del mare, sono il Forte Stella e quello della Linguella. Il primo sorge, a metri 48 sul livello del mare, sopra una collinetta a oriente del Falcone, ma più basso di esso e a greco del paese che ne è dominato. I suoi baloardi sono disposti a raggiera e comprendono in tutto cinque angoli irregolari, per lo che fu chiamato Stella. Dal lato del mare s’inalza sopra roccie asprissime e del tutto inaccessibili; da quello di terra il suo accesso è ditèso da cancellate, porte e contro porte; ed è distinto in tre sezioni, delle quali la prima comprende il Forte propriamente detto; la seconda il fianco destro che guarda le sortite dalla fortezza da cotesto lato; e la terza il fianco sinistro, che difende la cortina che conduce al bastione dei Molini. Il forte della Linguella è formato dalla solida Torre ottangolare detta del Martello, che può riguardarsi come il Cavaliere dei bastioni di S. Teresa e di S. Francesco che la fiancheggiano; il primo dei quali difende l’entrata della Darsena ed il secondo guarda il golfo da levante a libeccio: batteria molto interessante non solo per la sicurezza della Darsena, quanto ancora perchè ha un campo vastissimo nel defilamento del golfo. Esso per sirocco e per libeccio è bagnato dal mare del golfo, per maestro da quello della Darsena e per greco è diviso dal resto della Piazza da un largo e profondo fosso in cui s’insinuano le acque della darsena e sul quale sono gettati due ponti levatoi, che la pongono in comunicazione colla panchina della darsena stessa e col bastione superiore di S. Carlo.

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Questi tre forti sono collegati fra loro da altre opere di fortificazione. Così un cammino di ronda, il bastione radente e cortina dei Molini, riuniscono la costa di tramontana e congiungono la Stella al Falcone: i due bastioni di S. Giuseppe e di S. Carlo chiudono lo spazio fra la Stella e la Linguellla e difendono l’entrata del Porto e un cammino di ronda; e il ridotto di Porta a Mare e la freccia del Gallo, ricongiungono la Linguella al Cornacchina e difendono colla fucilata l’interno della darsena. Il bastione dei Molini domina l’imboccatura del golfo coi suoi fuochi d’infilata ed è uno dei punti più importanti della Piazza, ed il Radente che lo completa ha un estesissimo dominio sul mare, incrociando i suoi fuochi col bastione suddetto e col Forte Stella. Il bastione di S. Carlo, colla sua artiglieria, spazza tutta la Linguellla e guarda il porto e la sua imboccatura. È difeso a libeccio da un fosso largo e profondo che è, come ho già detto, inondato dalle acque della Darsena e sotto di esso, nella grossezza del muro, è praticata una porta con ponte levatojo, che pone in comunicazione il forte della Linguella coll’interno della Piazza; ai lati della quale sono due stanzoni a volta reale che al bisogno possono servire da caserme o da magazzini. Ma la chiave della difesa dal lato del mare, è il bastione di S.Giuseppe, spalleggiato alla sua sinistra da un solido cavaliere casamattato, che sporgendo il suo fianco sinistro verso il golfo, co’ suoi fuochi radenti e d’infilata, ne fulmina l’entratura. Detto bastione, con quello di S. Carlo e di S. Teresa, forma una tela impenetrabile di fuochi all’ingresso del golfo, coadiuvato dal Forte Stella, abbenchè troppo elevato, e dall’imponente bastione e radente dei Molini. Il Ridotto di Porta a Mare è poca cosa e la sua piattaforma, attesa la debolezza della volta che la sostiene, non può essere armata che da piccoli pezzi e perciò di poco o niuno effetto.

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La Freccia, finalmente, del Gallo, è formata da una muraglia bugnata, con merli per la moschetteria, e con panchina a comodo dei fucilieri. Avvi un corpo di guardia, con cancello che ne chiude l’ingresso, il quale è coperto da una piattaforma dal recinto merlato, alla estremità della quale si eleva un casotto su cui posa un Gallo di metallo dorato che dà nome al luogo; e sopra la volta della scala che mette alla piattaforma, è praticato un vacuo capace di due o tre barili di polvere pel servizio di due cannoncini di bronzo destinati a chiamare all’obbedienza i bastimenti ancorati in rada. Come ho già detto, due porte danno accesso alla piazza, una dal lato di mare e l’altra dal lato di terra; accesso reso difficile dal lato di terra dal fosso largo e profondo del Ponticello che fa della medesima una penisola. La posizione quindi di Portoferraio, sopra, un suolo aspro e scosceso, difesa da barriere insormontabili, irte di scogli, che ne vietavano l’accesso per due lati e circondata dal mare per il resto; era, in quei tempi, una delle più favoreggiate dalla natura per difendersi efficacemente da un nemico aggressore. Prescindendo dai difetti che detta Piazza presentava nel fronte di difesa tanto dal lato di terra, che da quello di mare, alcuni per natura dei luoghi e altri per difetto di arte, che qui non accade indicare; essa aveva lo svantaggio gravissimo di non cuoprire sufficientemente i caseggiati dell’intiera città che si stendono, ad anfiteatro, dal Forte Falcone al Forte Stella e, formando una gra- dinata, scendono sino alla Darsena; i quali se erano al co- perto delle palle nemiche dai lati di ponente e di tramontana, non lo erano egualmente da quelli di levante e di mezzogiorno: di mancare di acqua potabile di sorgente e di scarseggiare di cisterne per la popolazione; non che di essere circondata, alla distanza di meno di cinque chilometri, da poggi, vantaggiosamente situati, dai quali poteva essere battuta in breccia con cannoni di grosso calibro. Infatti molte opere di essa erano dominate dalle colline di S. Rocco (m. 45 sul livello del mare); di S. Giovanbatista (m. 59); 1 di Consumella (m. 72), e delle Grotte (m. 50): tutte poi lo erano da Monte Albero (m. 117), dalla Punta Pina (m. 90) e da quella della Falconaja (m. 118). Molte polveriere corredavano, a quel tempo, Portoferraio e le principali erano quelle poste sul pendìo orientale del Falcone. Eravi una sala da artifizii; un arsenale vastissimo; spaziosi quartieri e caserme alla Stella, al Falcone, alla Topa e sulla spianata del Ponticello, da alloggiare un tremila uomini; un ospedale; numerose cisterne, ad uso esclusivo del presidio e moltissimi magazzini per munizioni da guerra e da bocca. Centosessantuna bocche da fuoco in bronzo e in ferro; un numero proporzionato di proiettili pieni e vuoti; una quantità di spingarde e di moschetti di riserva; armi da punta e da taglio; molta pol- vere da guerra; cartuccie da fanteria cariche a palla e a pallettoni; scatole a mitraglia; spolette cariche per bombe; artifizi di diversa specie; nitri e solfi per fuochi di artifizio; piombo, ferro, cordami e sacchi a terra; arnesi da guastatori e da minatori; pietre fuocaje per fucili; affusti di corredo e ricambio; piattaforme per cannoni e mortari; legnami, carri-matti, meccanismi per montare e smontare pezzi; vetture diverse; macinelle a mano per la molitura dei cereali; ed altri utensili e minuti oggetti in gran copia, ne completavano l’armamento e il corredo. E questa era la Fortezza, resa formidabile dalla natura e dall’arte, guarnita da prodi soldatesche e abitata da animosi cittadini, che il De Gregorio si accingeva ad investire con pochi soldati, con poche artiglierie, con pochi guerriglieri e senza il soccorso di nessun bastimento da guerra. Quale audacia!

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§ 2. Ma il De Gregorio, reso animoso dai successi favorevoli sino allora ottenuti, non frappose indugio alcuno a mettere in esecuzione il piano di guerra contro Portoferraio stabilito dal Consiglio. Dietro suo ordine, nel giorno stesso (27 maggio), a cominciare il blocco dalla parte di terra, una quantità di elbani, protetti da un distaccamento di soldati napoletani, si portò nel territorio portoferraiese e dopo averne occupato le posizioni di maggior importanza; frale quali il Forte del Volterrajo, poco guardato dai francesi che venne preso senza resistenza, coll’ajuto e direzione di alcuni riesi; diedero mano a devastarlo da cima a fondo. E questo atto vandalico, se fu una sodisfazione dovuta ai capoliveresi e ai longonesi per i danni da essi sofferti, ai quali avevano preso larga parte i volontari portoferraiesi; fu per altro uno sbaglio gravissimo, e ne vedremo in seguito le conseguenze; giacchè i portoferraiesi, anche quelli avversi ai francesi e fedeli al governo granducale; vedendo, dalle loro finestre e dalle mura, andare a fuoco e a fiamma le loro proprietà, concepirono un odio mortale contro i devastatori, che li costrinse a gettarsi, più per istinto della propria conservazione che per simpatia, nelle braccia dei francesi, dai quali soltanto potevano essere ristorati o vendicati dei danni che pativano. Oltre di che, a impedire le comunicazioni della Piazza dal lato del mare, diè mano ad armare in guerra parecchi bastimenti elbani e li destinò ad incrociare nel canale di Piombino e nel golfo di Portoferraio, per toglierle ogni comunicazione col continente. Gli equipaggi erano scarsi? Ed egli li rinforzò con giovani presi a Longone e a Capoliveri; i magazzini di Longone non potevano fornire i viveri? Ed egli ordinò alle ciurme di pigliarli ovunque fosse lor capitato. Questi lupi di mare, messi in balìa di se stessi, non rispettarono, duole il dirlo, nè amici nè nemici e più che ad altri diedero la preferenza ai proprietari riesi, ai quali tolsero vino, bestiame e frutta dalle case e campagne che avevano in prossimità delle coste. Dopo di ciò, il De Gregorio, considerando che ristrette le operazioni militari al solo blocco, non era quasi sperabile di far cadere Portoferraio, divisò di bombardare la città all’oggetto di costringerne gli abitanti alla resa. Quindi, senza perder tempo, costrinse il caporale e sotto caporale e cinquanta operai della Miniera di Rio a trasportare, nella notte (28-29 maggio), artiglierie e munizioni alle Grotte, sito, designato dal consiglio di guerra per l’impianto di un fortino per battere di colà Portoferraio, che non distava da quella piazza più di 1250, metri. Costruitavi, sotto la direzione degli uffiziali d’artiglieria, una bene intesa batteria; venne armata subito di due grossi cannoni da assedio e di quattro mortari e munita di palle, bombe, polvere e altri aggeggi militari, valendosi di tutte le bestie da soma dei riesi. Gli elbani frattanto scorrazzavano da padroni nel piano di Portoferraio e la loro audacia giunse a tale che si spinsero perfino sotto le opere avanzate di quella Piazza. Il Montserrat, sdegnato di tanta baldanza, mandò (28 maggio) a cacciarli 150 uomini, tra soldati e guardie nazionali, con un obusiere. Dopo alcune ore di combattimento, questi, accerchiati da un fuoco continuo di moschetteria, furono costretti a rientrare in Portoferraio, non senza danno. Gli elbani ebbero un morto nella persona di un córso emi- grato, di cui s’ignorava il nome, e due feriti. Anche questo piccolo scacco contribuì ad accrescere il malessere della cittadinanza; già abbastanza allarmata dai preparativi di bombardamento dei napoletani e dalla difficoltà di comunicare colle campagne circostanti, infestate alle scorrerie degli insorti; temendo tutti e specialmente la plebaglia e il contadiname rifugiato in città, se risparmiati dai proiettili nemici, di morire di fame. La municipalità (29 maggio), a calmare la classe degli abbienti, fè spargere che era imminente l’arrivo di un buon nerbo di truppe francesi; e a provvedere alla sussistenza di quella povera, ordinò il restauro di tutte le macinelle a mano, che si trovavano in città; invitò i contadini e i braccianti a impiegarsi nella macinazione del grano per conto del comune, offrendo loro la mercede di L. 4, a sacco; esortò i macchiaiuoli a portarsi lungo la costiera, cioè ai Pisciatoi e ai Màngani, a provvedere le legna per i forni e per i cittadini, promettendo di farli scortare da un numero sufficiente di soldati; e invitò il Montserrat, trovandosi il forno comunale sprovvisto di farine, a fare dispensare al presidio biscotto, anzichè pane. Fortuna volle che in quel giorno avesse luogo la prima mattanza de’ tonni, che riuscì abbondantissima; e ne potessero essere distribuite al pubblico libbre 5000, al mite prezzo di L. 6.8, la libbra.

§ 3

Il De Gregorio, preparato il tutto per l’attacco, mandò (29 maggio), prima di cominciare il fuoco, due parlamentari a Portoferraio, incaricati l’uno di presentare al comandante francese l’intimazione per la resa immediata della Piazza, e l’altro di consegnare alla municipalità una lettera, colla quale esortava i portoferraiesi a rendersi al re delle Due Sicilie. Il Montserrat ricusò nettamente, in modo scortese per non dire villano, la resa, con una lettera nella quale diceva non essere solito di trattare negozi di guerra e resa di piazze con forzati, caprai o zappaterra; e della quale fu portata copia, nel giorno dopo, al governatore Sardi dal capo anziano di Marciana, reduce dal campo, ad eccitare di più l’odio di quella popolazione contro i francesi. La municipalità, disse al parlamentario che avrebbe risposto a suo tempo. Il De Gregorio, deluso nella concepita speranza di avere subito e senza colpo ferire Portoferraio, cominciò nella notte, (29-30 maggio) verso le ore 11, a bombardarlo furiosamente. I cittadini sorpresi nelle prime ore del sonno dal grandinare delle palle e dallo scoppio dei proiettili nemici, uscirono esterrefatti e frettolosi dalle loro abitazioni e cercarono uno scampo nei sotterranei e nelle casematte. Il bombardamento continuò così, senza interruzione, sino al mattino: e sarebbe durato ancora, se la municipalità non avesse deliberato di mandare dei parlamentari agli assedianti.

§ 4

Essa adunatasi, sotto la presidenza del Lambardi, nelle prime ore del giorno, si affrettò a rispondere (30 maggio) al De Gregorio in modo risentito e poco conveniente al caso, che il di lui invito a rendersi al re delle Due Sicilie, non poteva essere accettato dai portoferraiesi, perchè non erano mai stati sudditi di quel re: che essi, invasa Toscana dai francesi, avevano dovuto riceverli per non riescire ribelli al proprio principe che nel lasciarli ordinò di accettare quel governo che riserbava loro la divina provvidenza: che gli elbani, che egli asseriva di governare, erano piombati sulle campagne dei portoferraiesi, le devastavano e le incendiavano, non con altro diritto o altra legge che quella dell’assassinio: che egli dicesse chi, del popolo portoferraiese si era armato, chi aveva devastato il territorio longonese e chi aveva preso parte ai fatti perpetrati dalle truppe francesi in Capoliveri: che egli, che nulla di tutto questo poteva rimproverare ai portoferraiesi, eppure osava batterne le mura, rovinarne le case e far prigioni coloro che, senza immischiarsi nelle cose di guerra, accudivano alle loro campagne: che se i francesi, facevano la guerra ai napoletani e agli elbani, non erano i portoferraiesi che la guerreggiavano; mentre il territorio invaso, le case coloniche bruciate, e le abitazioni rovinate dai proiettili appartenevano ad essi: che egli, se lo soffrisse pure in pace, violava il gius delle genti e calpestava il diritto della guerra, che non poteva in modo alcuno esercitare contro di essi: che se egli aveva il diritto di difendersi da chi l’offendeva; essi, per le ragioni esposte, non dovevano essere offesi da lui: e che rientrasse in se stesso, ritornasse ai principi di giustizia e richiamasse al dovere le sue genti che erano guidate soltanto dalla rapina; che così facendo, sarebbe stato certo di ritrovare nei portoferraiesi considerazione e rispetto. Questa risposta trapelata nel pubblico, commosse la cittadinanza. Quella parte di essa che aborriva il dominio straniero, conosciute le proposte della resa, non essendo disposta a subìre le conseguenze disastrose di un assedio ad utile esclusivo del partito giacobino, cominciò ad assembrarsi e a tumultuare dinanzi al palazzo municipale, chiedendo la resa immediata. La municipalità che non aveva ancora inviato, la lettera avventata già scritta, al De Gregorio; rientrata un poco in se stessa, glie ne scrisse un’altra in termini più sommessi e più ragionevoli, e manifestandogli con una ingenuità veramente preadamitica che una parte della popolazione era disposta a entrare in trattative per la resa, gli chiese, se aborriva dal sangue e voleva contribuire al benessere dell’ Isola, il tempo di sei giorni almeno per raccogliere la volontà generale. Dette lettere, non comprendiamo con quale avvedutezza, vennero spedite al Governatore di Longone a mezzo del municipalista capitano Pietro Traditi e dell’ufficiale francese Rochette.

(CONTINUA)

Teoria della Gravità Relativa

Che cos’è pesante?

Pesante è tutto ció che hai passato la vita ad evitare “saggiamente” illudendoti cosí di poterti affrancare dal suo peso.

Un pensiero pesante.

Di fronte a un ragionamento pesante accusiamo tutta la sua gravità per il nostro spirito, gli voltiamo le spalle e scappiamo dalla sua influenza.

Un giorno dovremo prendere atto che tutte queste fughe non hanno fatto altro che indebolirci e rendere la nostra forza assente di fronte a qualunque peso.

Bisognerebbe piuttosto essere lievi con la pesantezza. Andare in contro alla sua gravità, assecondarne il verso, come un surfista che si lascia trascinare dall’onda e fonda il suo equilibrio sfruttando la resistenza dell’acqua invece di opporvi la propria.

Bisogna essere lievi con la pesantezza, lievi nella pesantezza e pesi nella leggerezza. Allenarsi ad alzare pesi sempre più grandi per trasformare i macigni in piume. Assorbirsi nella regolarità dell’affronto delle situazioni pesanti, farsi i muscoli e, nello stancarsi, scoprire quanto questa attività ripetuta si faccia sempre più riposante.

Trasportare macigni sempre più grossi in cima a montagne sempre più ripide e ripetersi in ogni occasione in cui il sasso ci rotoli giù. Tornare a valle e riportarlo su, fino a non avvertirne il peso. Allenarsi al massimo e superare sempre il nostro limite. Ogni volta che l’onda ci risucchia e perdiamo l’equilibrio rialziamoci e sbracciamoci fino a largo per imboccarne un’altra e rimetterci in piedi, ritrovare l’equilibrio. Allenarsi e diventare bravi a cavalcare onde sempre più grosse.

Allenati a pesi sempre più gravi, paradossalmente ne sentiremo sempre meno il peso e non ne soffriremo la gravità.

Pesante non c’è, pesante ci fa.

Come sollevatori di pesi professionisti troviamo il senso delle nostre vite in quell’attimo in cui con uno strappo riusciamo a sollevare un peso maggiore di tutti quelli che avevamo sollevato prima.

La pesantezza è una ricerca, un superamento dei propri limiti, un battere il proprio record.

Chi scansa i pesi, le cose e i pensieri pesanti, le persone pesanti, i lavori e le decisioni pesanti ? Il fannullone della vita, che chiama se stesso leggero, ma persino una piuma piega il suo spirito.

Prendere tutto a ridere, va bene. Non significa scappare da tutto ció che si offre come terribilmente serio. Ma affrontarlo come se la sua grave consistenza fosse un gioco, perché questo ci allena a sostenere cose e persone ancora più pesanti.

Dovremmo svegliarci cosí forti da non temere alcuna gravità e mostrare fieri i muscoli del nostro spirito. Non avere mai più nessuna voglia di dire “ma com’è pesante!” o “ma come sei pesante!”. Capire la rrelatività di ció che è grave, assumersi la responsabilità della debolezza della propria presunta leggerezza.

Prendere tutto alla leggera. Non significa quello che avete sempre creduto, non certo emarginare da sé tutto quel che riteniamo troppo pesante. Prendere tutto con leggerezza sognifica invece, non sottrarsi di fronte alla gravità, sostenere qualsiasi peso. Prendere tutto, non mettere da parte nulla.

Sollevatori di pesi. Professionisti.

SAL SIL SUL, ciò che è proprio distribuito, diffuso

Ciò che, pur essendo proprio, si trova distribuito. Nel suo essere distribuito, pur trovandosi altrove, resta proprio.

La distribuzione viene resa dalla “s”. Abbinandola alla “u/v/o” ci si richiama al nucleo astrale, energia del fuoco che dà forma al terreno, come è “SU”, il proprio (umano/terreno) redistribuito nella terra della quale era fatto, come in un ritorno del proprio dell’individuo al proprio del pianeta dopo la morte (cfr. etrusco SUTHINA). “SU” e “SUL/SOL” é una diffusione che non ritorna alla terra, sottoterra (THI etrusco), ma resta nel “segno”, nella dimensione del visibile/dicibile “R/L”, anima dell’astro, spirito di fuoco, luce nucleare, riconducibile sia al centro di fuoco del nucleo terrestre che emerge e si spegne nel visibile, sia al sole, in quanto sfera di fuoco totale, proprio originario, del quale la terra è un pezzo diffuso a distanza, che vive però in connessione con la forza motrice e la diffusione fotonica del sole su di essa e in essa. “SUL”, il proprio (terreno) diffuso altrove, con il “CONSUL” che è il raccogliere ciò che è proprio ma si trova a distanza, o portandolo a sé o percorrendolo e ripetendone la visibilità. Il CONSUL ricollega l’unità come uno stile che unisca i puntini sul disegno dell’enigmista. Egli consulta, osserva, riconnette, i terreni propri, le province della città, i borghi che pur essendo distanti dalla città con essa s’identificano, e si rinforza l’identità nel CONSULTUM.

Mentre la “i” esprime verticalità, perpendicolarità. Essa indica un movimento che percorre la linea tra i due fuochi, il segmento tra centro degli astri e del sole, e centro della terra. Nel CONSILIUM, il “SIL” della distribuzione verticale funge da elemento di approfondimento, introspezione. Qui, ciò che era proprio, e che ora è stato raccolto in sé (CONSUL) viene meditato e riflettuto (CON-SIL). Dalla diffusione e il raccoglimento orizzontali si passa alla diffusione e raccoglimento verticali, così le cose vengono messe in rapporto a ciò che gli è proprio nel CONSULTUM, e il piano fenomenico delle cose viene messo in rapporto con i piani superiori (celesti) e quelli inferiori (inferi e intimi).

“SIL”, la verticalità primordiale, quella degli esseri vegetali, parti di terra che seguono la “i” in tutta la verticalità, tendendosi tra i due centri, radicandosi nella terra ed elevandosi verso il sole. “SILVA” è questo contatto tra l’apertura alla luce del visibile, espresso da “a”, di un’emergenza, emersione escrescente, forma di vita sull’asse dei fuochi “u/v”.

Troviamo poi nella dibattuta “INSULA”, che molti hanno violentato in ogni modo pur di ricondurla al greco νήσος, – che può anche starci, ma non percorrendo vie superficiali che non rivelano nulla del senso radicale – vien da sé la emersione (“a”) di fuoco dal cuore della terra (“u”) alla superficie visibile (“l”) con la distribuzione (“s”) di ciò che le è proprio (terreno, non acqueo) in forma di verticalità (“i”) nel bel mezzo dello spirito della vita dell’acqua, intelligenza e memoria (“n/ne”).

Due parole a parte andrebbero spese per l’isola per eccellenza: ILVA, termine latino che non ha riscontro diretto nei testi etruschi a noi pervenuti, tranne che incluso in sostantivi, come in SILVA e SILVANZ. Il fuoco delle origini (“v”) che risale (“i”), come traccia di sé, alla vista (“l”) – e alla lingua, del dicibile.

PROCCHIOETIMOLOGIA(per l’ennesima volta 😁)Tutto puó essere, dato che il nome di Procchio non si trova prima del 1500dC.Le ipotesi di una derivazione dal latino PROCULUS o PROCIDUUS sono molto buone, abbastanza convincenti.Per quanto mi riguarda, mi richiamo a vari fattori storici ed archeologici di toponimi poco distanti, come Spartaia e Prunini (prob. dall’etrusco), Enfola e Porto Argo (dal greco), e data l’importanza di Procchio in epoche storiche e protostoriche, non ho dubbi a ritenere che la località debba aver avuto un nome per i naviganti di allora. Forse più di un nome, considerando che sardi, liguri, greci, etruschi e fenici dovevano certamente conoscerla sulle loro rotte.Sulla scia di Porto Argo (λιμήν αργοο) avverto oltre a quelle latine la possibilità di una radice greca nel termine “Procchio”.Il verbo al presente indicativo è PRÓCHIME (πρόκειμαι, prókeimai), che significa “disporsi prima”, “stare davanti”, “allungarsi di fronte”, come è il caso della Punta della Guardiola a Procchio, che si trova in questa accezione in Polibio, Storie, libro 1, cap. 48, §3.οἱ προκείμενοι τῶν στοῶν πύργοιPolibio (I, 48, 2)Dove PROCHÍMENI (προκείμενοι) è detto di un capo, o isola, ecc., che sta in bella vista. Interessante, seppur senza valore scientifico, notare che al modo ottativo la seconda persona singolare è PROCHÍO (προκοῖο, prokoîo), col significato di “stacci davanti”, “fai in modo di trovartici di fronte”, “che tu ci vada”, che fantasiosamente potrebbe orientare a pensare a un’indicazione per i naviganti sulla mappa. Non ho fatto una pubblicazione di questa mia ipotesi, né mi va di pubblicare un testo e poi andare ad editare wikipedia ed autocitarmi come fonte.Senza copyright, la butto in pasto ai socialnauti, come un’offerta (che magari gradisce qcn di voi che leggete), senza essere possessivo con le idee, che – ricordiamolo – esistono già da prima che nascessimo noi…Perció si autoappartengono.#procchio #toponomastica

PRUNINI ETRUSCA?

Laris Prunini Cotona
LARΘ PRUNINI CUTNAL

Si tratta di un’antica iscrizione da Chiusi Chianciano. Dato che è l’unica occasione in cui il termine PRUNINI compare in etrusco, c’è da chiedersi se pur trovandosi nella posizione di un gentilizio, ovvero dopo il nome proprio (prenome LARTH) non possa essere invece collegata alla provenienza del titolare, o tutte e due le cose, come in molti altri casi etruschi, in cui il gentilizio deriva dal nome del luogo di origine. Per esempio per Thana Lemni, chiaramente col senso di “da Lemno” o Ramtha Curunas Cretnai, “da Creta” (vi ricordate?Era quella che ho chiamato Principessa di Procchio in un articolo sul Monte Castello apparso sul compianto Corriere Elbano). Lo stesso accade anche in italiano, sia con città (Pavesi, Milanesi, ecc.) che regioni (Toscani, Pugliese, Siciliano, Marchegiani, ecc.). Niente di straordinario.

Pensavo però alla bella Spiaggia (di/dei) Prunini presso Seccione, che oggi si trova nel comune di Portoferraio. Ma che compare come località di numerosi appezzamenti di vigna lasciati in dote da proprietari di Poggio nel meraviglioso Libro delle Doti di Marciana tra il 1570 e il 1600 circa. Il libro è conservato presso l’Archivio Storico nella sede di via del Pretorio accanto al Museo Archeologico. Apre per consultazioni su appuntamento da chiedere al Comune o al Direttore Gloria Peria.

Mi è indispensabile avere altre informazioni su PRUNINI.
Ci sono notizie di ritrovamenti interessanti dal punto di vista archeologico, sia a mare che a monte. A proposito c’è un bellissimo articolo di Fabrizio Prianti sul Monte Albero, e recentemente alcuni accademici credo che siano andati a fare dei sopralluoghi o addirittura scavi.

Poi c’è il bianco “argo”, la città Argo dell’Argolide, il Porto Argo di Rodio, e tanti altri elementi, oltre alla caretteristica vista che si gode da lassù.

A proposito, come si dice? Vado a Prunini o ai Prunini? La spiaggia Prunini, o di Prunini, o dei Prunini?

Spero di avervi svelato una curiosità interessante ed avervi fatto cosa gradita. Seppur la certezza non ci sarà mai, mi pareva doveroso informarvi che PRUNINI è (anche) una parola (toponimo e/o gentilizio) etrusco.

Buona serata

Angelo

PROCCHIO GRECA?

PROCCHIO
ETIMOLOGIA
(per l’ennesima volta 😁)

Tutto puó essere, dato che il nome di Procchio non si trova prima del 1500dC.
Le ipotesi di una derivazione dal latino PROCULUS o PROCIDUUS sono molto buone, abbastanza convincenti.
Per quanto mi riguarda, mi richiamo a vari fattori storici ed archeologici di toponimi poco distanti, come Spartaia e Prunini (prob. dall’etrusco), Enfola e Porto Argo (dal greco), e data l’importanza di Procchio in epoche storiche e protostoriche, non ho dubbi a ritenere che la località debba aver avuto un nome per i naviganti di allora. Forse più di un nome, considerando che sardi, liguri, greci, etruschi e fenici dovevano certamente conoscerla sulle loro rotte.
Sulla scia di Porto Argo (λιμήν αργοο) avverto oltre a quelle latine la possibilità di una radice greca nel termine “Procchio”.

Il verbo al presente indicativo è PRÓCHIME (πρόκειμαι, prókeimai), che significa “disporsi prima”, “stare davanti”, “allungarsi di fronte”, come è il caso della Punta della Guardiola a Procchio, che si trova in questa accezione in Polibio, Storie, libro 1, cap. 48, §3.

οἱ προκείμενοι τῶν στοῶν πύργοι
Polibio (I, 48, 2)
Dove PROCHÍMENI (προκείμενοι) è detto di un capo, o isola, ecc., che sta in bella vista.

Interessante, seppur senza valore scientifico, notare che al modo ottativo la seconda persona singolare è PROCHÍO (προκοῖο, prokoîo), col significato di “stacci davanti”, “fai in modo di trovartici di fronte”, “che tu ci vada”, che fantasiosamente potrebbe orientare a pensare a un’indicazione per i naviganti sulla mappa.

Non ho fatto una pubblicazione di questa mia ipotesi, né mi va di pubblicare un testo e poi andare ad editare wikipedia ed autocitarmi come fonte.
Senza copyright, la butto in pasto ai socialnauti, come un’offerta (che magari gradisce qcn di voi che leggete), senza essere possessivo con le idee, che – ricordiamolo – esistono già da prima che nascessimo noi…
Perció si autoappartengono.

procchio #toponomastica

La Schismogenesi e la terapia del Naven

di AM

Nella tribù degli Iatmul della Nuova Guinea, il tuttologo Gregory Bateson nelle vesti di antropologo, notò un rito che potremmo definire come un Riassetto Sociale. Il rito, chiamato Naven, ha infatti una funzione terapeutica di massa, ristabilendo, attraverso l’obbligo a Mettersi-nei-panni-dell’altro, un bilanciamento nelle energie erotiche e tanatotiche dei membri di una comunità.

Gli uomini e le donne erano fortemente contraddistinti da due diverse finalità. I maschi dovevano sviluppare la loro virtù bellicosa, dimostrandosi fieri ed austeri, mentre le femmine dovevano risultare affettuose e confortanti. Durante il rito del Naven gli uni si mascheravano dalle altre, e viceversa. In questo modo, gli uomini in abiti femminili potevano recitare la parte delle donne e stanislakianamente viverne e manifestarne le emozioni, così come le donne nei panni degli uomini potevano capire che cosa si prova a dover essere sempre forti e crudeli.

Dal 1936, anno in cui uscì lo studio antropologico di Bateson, molti studiosi, nelle più disparate discipline, hanno ripreso il concetto e lo hanno applicato al loro campo di studio. Si trovano agevolmente i diversi riferimenti bibliografici anche cercando attentamente sul web, per cui non perderò tempo a fornirvi queste informazioni qui.

Quello che mi interessa farvi capire è come la società contemporanea stia vivendo una situazione fortemente schizofrenica, che coinvolge non soltanto lo spirito delle masse ma addirittura gli ambienti istituzionali del sapere e le comunità accademiche.

Ci troviamo nel bel mezzo di una schismogenesi dei saperi, nella quale le dinamiche dei loro scontri non fanno che accentuare le distanze tra le loro posizioni, secondo un processo che in termini tecnici chiamerei Estremizzazione Bipolare con Blocco Dialettico.

Quello che accade è che, all’emergere di due posizioni contrastanti, in barba al detto eracliteo che Pòlemos è madre di tutte le cose, lo scontro si fa sterile, e quello che ne consegue è solo l’azione di una forza repulsiva che aumenta le distanze tra i due punti di vista e cancella ogni possibilità di dialogo. Un’estremizzazione bipolare con blocco dialettico, appunto.

Gli esempi sarebbero così tanti che, proprio mentre sto scrivendo, mi chiedo se sia il caso di inoltrarsi nella redazione di un elenco, anche solo di alcune ricorrenze. Mi limiterò a ricordare in altri termini quello che ho affermato dianzi: in tutte le discipline scientifiche e umanistiche, così come in tutte le posizioni assunte sui più disparati argomenti dall’opinione pubblica, oggi non c’è una misura, non c’è predisposizione al compromesso. Non esiste una forza centripeta che rallenti l’esercizio della fuga. I fatti offrono due versioni, ciascuno, in massa, si sposta da uno dei due lati della questione e spinge la propria partigianeria in direzione opposta ad una auspicabile sintesi dialettica.

Ci vorrebbe un Naven di Caccamo. Un Naven come nella visione del mondo del personaggio satirico del comico Teocoli, dove ogni cosa per potersi arrogare il diritto di esistere deve farlo in maniera Totale-Globale. Metodologicamente, all’umanità contemporanea serve un Mettersi-nei-panni-dell’altro Totale-Globale. E in una terra totalmente e globalmente afflitta dal male di questa schismogenesi degenerativa diventa difficile, se non impossibile, individuare un Altro-da-interpretare (in the double meaning of playing-the-role-of and exesegis-of everyone else).

Il nostro Naven, che propongo da almeno vent’anni, deve poterci cambiare radicalmente e implica la nostra piena disponibilità a metterci da parte ed interpretare l’Altro in maniera assoluta.

Da mariti essere mogli. Da uomini essere donne. Da adulti essere bimbi. Da bianchi essere negri. Da cristiani essere musulmani. Da atei essere religiosi. Da ambiziosi essere generosi. Da bipedi essere quadrupedi. Da terreni essere anfibi o volatili. Da terrestri essere alieni. Da divini essere mortali. Da contemporanei essere antichi.

Che il Naven abbia inizio.

(con la partecipazione straordinaria di Felice Caccamo)

Addormentarsi accanto agli eroi sardi di Aristotele

Ross ha raccontato due versioni di questa storia nel suo commento (e quel che segue qui è più o meno una citazione di quanto dice a p. 597). Philoponus dice che i malati andavano dagli eroi in Sardegna per curarsi, dormivano per cinque giorni, che non ricordavano fossero trascorsi quando si svegliavano. Simplicio afferma che i nove bambini nati da Eracle morirono in Sardegna, non si decomposero e i loro cadaveri sembravano come addormentati. Rohde (Rheinische Museum XXXV, 1880, pp. 157-163) sottolinea le affinità di questa storia con le leggende che rappresentavano Alessandro Magno, Nerone, Carlo Magno, Re Artù e Barbarossa mentre dormono sulla terra finché non si svegliano e tornano a rivedere i loro cari.

Nella Fisica (IV, 218b21, X) Aristotele analizza (la coscienza de) il tempo. Il tempo si configura non come una proprietà esterna ma come la coscienza che, in quanto percezione di un cambiamento o di un movimento, se ne ha. Esso non è né un fatto estetico né metabolico. Il cambiamento dello stesso e il suo sdoganarsi ad altro sono eventi correlati al tempo, ma non sono il tempo stesso.

“Né (c’è tempo) senza cambiamenti. Perché quando non si cambia affatto nella propria coscienza, o quando non si è notato un cambiamento nei propri pensieri, allora il tempo non sembra passare, proprio come accade al risveglio a quelli che si dice si addormentino accanto agli Eroi in Sardegna. Collegano il precedente istante presente della coscienza prima di addormentarsi all’istante immediatamente successivo al loro risveglio e li fanno diventare un solo istante, cancellando quello che sta nel mezzo. Quindi, così come se questo preciso istante non fosse diverso ma uguale al precedente non ci sarebbe tempo, così, anche qualora fosse diverso ma non se ne avesse coscienza, non sembrerà essere passato del tempo.”

Ἀλλὰ μὴν οὐδ’ ἄνευ γε μεταβολῆς· ὅταν γὰρ μηδὲν αὐτοὶ μεταβάλλωμεν τὴν διάνοιαν ἢ λάθωμεν μεταβάλλοντες, οὐ δοκεῖ ἡμῖν γεγονέναι χρόνος, καθάπερ οὐδὲ τοῖς ἐν Σαρδοῖ μυθολογουμένοις καθεύδειν παρὰ τοῖς ἥρωσιν, ὅταν ἐγερθῶσι· συνάπτουσι γὰρ τῷ πρότερον νῦν τὸ ὕστερον νῦν καὶ ἓν ποιοῦσιν, ἐξαιροῦντες διὰ τὴν ἀναισθησίαν τὸ μεταξύ.* ὥσπερ οὖν εἰ μὴ ἦν ἕτερον τὸ νῦν ἀλλὰ ταὐτὸ καὶ ἕν, οὐκ ἂν ἦν χρόνος, οὕτως καὶ ἐπεὶ λανθάνει ἕτερον ὄν, οὐ δοκεῖ εἶναι τὸ μεταξὺ χρόνος.