L’America dei Greci

Scrive Aelianus nelle Variae Historiae, libro 3, capitolo XVIII “Del discorso tra Mida il Frigio e Sileno; e le incredibili relazioni di Mida.” che:

Teopompo racconta un discorso tra Mida il Frigio e Sileno. Questo Sileno era figlio di una Ninfa, inferiore per natura agli Dei unici, superiore agli Uomini e alla Morte. Tra l’altro Sileno disse a Mida che l’Europa, l’Asia e Africk erano isole circondate dall’Oceano: che c’era un solo continente, che era al di là di questo mondo, e che quanto a grandezza era smisurato: che in esso erano allevati, inoltre altre grandissime creature, uomini due volte più grandi di quelli di qui, che vivevano il doppio della nostra età: che ci sono molte grandi città e modi di vivere peculiari; e che hanno leggi del tutto diverse da quelle che vigono tra noi: che ci sono due città molto più grandi delle altre, che non hanno niente di simile l’una con l’altra; una chiamata Machimia, “Guerriera”, e l’altra Eusebia, “Santa”: dove il popolo pio vive in pace, ricco di risorse, e raccoglie i frutti della terra senza aratri né buoi, senza bisogno di aratura o semina. Vivono, come detto, liberi da malattie, e muoiono ridendo e con grande piacere: sono così giusti, che gli Dei molte volte si degnano di conversare con loro.
Gli abitanti della città Machimia invece sono molto bellicosi, armati e combattono continuamente: sottomettono i loro vicini e questa città predomina su molte. Gli Abitanti non sono meno di duecento mila: a volte muoiono di malattia, ma questo accade molto raramente, perché più comunemente vengono uccisi nelle guerre da pietre o da legni, perché sono invulnerabili al ferro. Hanno una grande quantità di oro e argento, tanto che l’oro ha meno valore del ferro da loro rispetto a noi. Disse (Teopompo) che una volta progettarono un viaggio verso queste nostre isole, e navigarono sull’Oceano, essendo in numero di un milione di uomini, finché giunsero agli Iperborei (Scandinavi e Baltici); ma comprendendo che erano gli uomini più felici tra noi, ci disprezzavano come persone che conducevano una vita meschina e senza gloria, e quindi pensavano che non valesse la pena andare oltre. Aggiunse (T.) ciò che è ancora più meraviglioso, che vi sono uomini che vivono in mezzo a loro chiamati Meropei, che abitano molte grandi città; e che all’estremità del loro Paese c’è un luogo chiamato Anostus, (che significa: luogo dal quale non si torna indietro) che assomiglia a un Golfo; non è né molto chiaro né molto scuro, l’aria essendo scura mescolata con una specie di rosso: che ci sono due fiumi in questo luogo, uno del piacere, l’altro del dolore; e che lungo ogni fiume crescono alberi della grandezza di un platano. Quelli che crescono presso il fiume del dolore portano frutti di questa natura; se uno li mangia, trascorrerà il resto della sua vita in lacrime e dolore, e così morirà. Gli altri alberi che crescono presso il fiume del piacere producono frutti di natura contraria, perché chi li assaggerà sarà alleviato da tutti i suoi precedenti desideri: se ha amato qualcosa, lo dimenticherà del tutto; e in breve tempo ringiovanirà e rivivrà i suoi anni precedenti: abbandonerà la vecchiaia e tornerà al massimo delle sue forze, diventando prima un giovane, poi un bambino, infine un infante, e così via fino a morire. Questo, se qualcuno pensa che il chíano (Teopompo di Chio) meriti credito, potrebbe crederci. A me appare un egregia storia romanzata, in questo come in altri casi.

Un compagno di cella

CHE COS’È L’AMOR

Quando uno è arrabbiato dice cose che spesso non pensa.
È una reazione spontanea,
è nell’indole di ogni uomo.
Quando uno è arrabbiato cerca le frasi che possono il più possibile ferire la persona alla quale sono dirette. In realtà, a conti fatti, a litigio terminato, sta più male la persona che ha ricevuto
quelle frecce avvelenate
o colui che le ha scagliate?

Lucio Anneo Seneca

Socrate, in cella, il giorno prima della sua esecuzione, si circonda degli amici migliori per raccontare loro – e soprattutto a se stesso – che non ha per nulla paura di morire. Uno non deve avere paura di nulla se ha la fede; la fede in se stesso e nella giustizia divina, che a volte fatalmente non coincide con quella umana.

Chiacchierando con gli amici, Socrate racconta che non si deve aver paura di morire, ché la morte è come uscire di prigione. L’anima eterna viene condannata alla vita terrena e incatenata alla natura attraverso l’abito di un corpo, da indossare fino all’ultimo respiro.

Anche nel filosofo dark-punk Sant’Agostino questa dimensione di prigionia e di colpa si rivela essere la sostanza della vita. Dopo una vita di decadenza e perversione Agostino si redime folgorato dalla fede e nel suo racconto questa chiarezza illuminata ci viene dalla sua scoperta radicale del peccato originale. Noi uomini nasciamo colpevoli.

Nei Seminari sull’Etica della Psicanalisi del 1960 Lacan rilegge con i suoi studenti alcuni concetti chiave di Freud alla luce di un loro sviluppo ulteriore e con la dovuta attenzione al rapporto diretto e profondo che rimanda tutto alle Tragedie Greche.

La colpa viene qui considerata come strutturale, ovvero: essenzialmente costitutiva e sostanziale all’essere umano. Il ruolo del senso di colpa agisce sempre in sottofondo sulla scena delle relazioni umane. Ecco che in Sofocle, nell’ultimo capitolo (sequel, ma scritto per primo) della saga di Edipo – alla quale come sappiamo Freud attinse a man bassa – si delinea la figura di Antigone, figlia di Giocasta, che dopo aver assistito allo scontro armato dei suoi due fratelli schierati uno contro l’altro per la difesa e la conquista della città cara a Dioniso, pretende di seppellire il “traditore” Polinice contro l’ordinanza del sovrano Creonte suo zio, seguendo quella che secondo lei è legge divina. Creonte invece vuole che il cadavere venga divorato dagli uccelli. Scoperta Antigone a gettare terra sul corpo morto del fratello, il re la fa inchiudere in una grotta. Ma Tiresia, con tono oracolare, dice al suo re di temere le feroci erinni come giudizio divino per aver agito contro le leggi degli dèi. Così Creonte fa liberare Antigone, ma quando le guardie entrano nella grotta la trovano appesa a una corda morta. Lei si era già impiccata, il figlio di Creonte che ne era innamorato si suicida, la madre di lui muore di dolore e lo stesso re non desidera altro anche lui se non morire.

Capirete perché Lacan ritenesse che Antigone, forse ancor più di Edipo, avrebbe meritato un ampio posto tra i miti greci riadattati alla psicanalisi. Certamente amore fraterno, amore per un uomo, amore per il divino, fede nella sua giustizia, morte come liberazione, catena di dolori e sensi di colpa, sono tutte cose che caratterizzano la tragedia sofoclea. Più di ogni altra cosa il sentirsi responsabili di non essere stati in grado di difendere e far valere la giustizia necessaria ed originaria. Una giustizia eterna, che precede la nostra nascita in terra, nascita/colpa, e che permane anche dopo la nostra apparizione effimera alla fine di ogni pena. La giustizia divina, Dike, alla quale 70 anni prima di Sofocle, arriva innanzi Parmenide a bordo di un carro dalle ruote stridenti, sulla soglia tra i mondi, nè al di quà né al di là della vita. La morte come liberazione dalla colpa innata.

In tutto questo non si può fare a meno di parlare di catharsis. Catarsi che in Freud è sul piatto già da subito, dagli inizi con Breuer, come la scarica d’un’emozione rimasta in sospeso.

[continua: sull’amore]

Svegliarsi poeti

In un piccolo anfratto del mio spirito poeteggio, e qualcuno nell’Italia del nord se n’è accorto.

Grazie di cuore alla Bottega del Barbieri e al Grande Sandro Sardella, buon compagno di poesia e resistenze.

§

“Angelo Mazzei di Poggio ..
viso dal sorriso complice .. voce da attore consumato .. piacevole guida per scoprire storie e Storia dell’Elba (e non solo!?) .. con Mark Lipman Edoardo Olmi e Angela Galli prezioso nella buona riuscita del festival .. uomo di filosofia e di scienza di “stampo rinascimentale” scrive e .. il suo recitare è scolpire la parola .. insegue le sue venature le ascolta declamando nell’oggi desolato poesia come dolore di indomabile resistenza .. una manciata di versi cattura vite coagulate in una musicalità ora incantata .. ora lacerante .. un vento nero fa sfrigolare parole che tremano che confuse respirano in un cuore acceso gentile oltre “lavocedelpadrone” .. per spezzare l’ossessione del sognare sconfitto .. oltre la nuda menzogna neoliberista”

(S. Sardella)

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-poesia-senza-filtro-di-angelo-mazzei/

Della Genialità Divina

Ci sono due modi di vedere il mondo; e un terzo di non volerlo vedere affatto.

Il primo lo chiamo interventismo divino, il secondo – divina programmazione. Nel primo caso si pensa che qualunque cosa accada c’è una mano invisibile che interviene a mettere a posto le cose. Nel secondo invece si crede che le cose vadano sempre e comunque per come sono state programmate fin dal principio.

Si può avere fede in un elemento divino riparatore oppure credere che la divinità abbia un disegno infallibile. Non credere nella genialità divina non è un’opzione; questa mancanza di fede infatti non apre la porta a visioni alternative ma rende ciechi, prigionieri di un antropocentrismo egotico e positivista, immersi nella menzogna di un materialismo univoco.

Non importa se un dio, una dea, entrambi, o una molteplicità divina. In ogni caso dobbiamo prendere atto che abitiamo un mondo voluto dai divini e dai divini determinato. Credere che l’uomo sia un essere speciale è un autoinganno, un’illusione anch’essa programmata o ingenerata nell’uomo dall’astuzia divina per spingerlo a tentare di sopravvivere.

A questo proposito però oggi volevo portarvi a fare una riflessione su neoplasie e malattie autoimmuni nel quadro della sinergetica di Haken e del cosiddetto principio di asservimento.

Dovrete innanzitutto dedicare un po’ del vostro prezioso tempo a fare una ricerca, su libri, dizionari e articoli scientifici, di queste quattro definizioni: neoplasia, malattia autoimmune, sinergetica, principio di asservimento. Avviate quindi una riflessione su questi concetti e poi scrivetemi i vostri personali spunti in base alla premessa qui esposta della imprescindibile fede nella genialità divina.

ethicisland@gmail.com

ELBA E CHIO

Elba e Chio, a sentire Stefano di Bisanzio, sono molto più legate di quanto si possa pensare.

Non solo i focei vi approdarono in fuga per tentare di comprare la piccola isola di Oinousses (Vinaria di Chio), ma i suoi abitanti si erano chiamati in antico col nome di “aithalíti” pronunciando la “th” (theta) all’inglese o alla pratese.

Scrive Stefano Bizantino a proposito dell’Elba (Aithale) :

Aitale (ΑΙΘΆΛΗ, Elba), isola dei Tirsenoi (ΤΥΡΣΗΝΏΝ); Ecateo (ΕΚΑΤΑΙΟΣ) <la cita> in Europa (FGrHist 1 F 59). Sembra che abbia preso il nome perché possiede minerale di ferro (ΣΙΔΗΡΟΝ), che riceve la sua lavorazione in fumo fuligginoso. Filisto (ΦΙΛΙΣΤΟΣ), invece, la chiama Aitaleia (ΑΙΘΆΛΕΙΑΝ) nel quinto libro della Sikelika (ΣΙΚΕΛΙΚΏΝ, FGrHist 556 F 21); <così fanno> Erodiano (ΉΡΩΔΙΑΝΌΣ, 1,275,31) e Oros (ΩΡΟΣ). Polibio (ΠΟΛΎΒΙΟΣ), invece, dice nel trentaquattresimo libro

 (34,11,4), Aitaleia (ΑΙΘΆΛΕΙΑΝ) è chiamata <l’isola> Lemno (ΛΉΜΝΟΝ), da dove venne Glauco (ΓΛΑΥΚΟΣ), uno di quelli che inventò la saldatura del ferro (ΚΌΛΛΗΣΙΝ ΣΙΔΉΡΟΥ ΕΎΡΟΝΤΩΝ); Perché erano due: uno, un Samio, che eresse anche a Delfi un celeberrimo ex voto, come Erodoto (1,25,2) <riporta>, l’altro, un Lemno, noto scultore. Così (Aithale) fu chiamata la città, forse a causa dei camini a torri di Efesto. Perché c’è accordo <almeno> su questo punto. L’etnico, <derivato> dalla forma Aithaleia, < si legge> Aithaleites (ΤΌ ΕΘΝΙΚΌΝ ΈΚ ΤΟΎ ΑΙΘΑΛΕΙΑ ΑΙΘΑΛΕΊΤΗΣ), come Zeleites (ΖΕΛΕΊΤΗΣ), mentre, dalla forma Aithale <è derivato>, Aithalites (ΤΟΎ ΑΙΘΑΛΗ ΑΙΘΑΛΊΤΗΣ), <formata> come Sinopites e Ioppites. Si può <usare> l’etnia Aithalites <anche> al posto di Chioti (ΧΪΟΣ); perché quello era il nome di Chio.

 E i cittadini <si chiamano> Aithaliani (ΚΑΊ ΟΊ ΠΟΛΊΤΑΙ ΑΙΘΑΛΕΪΣ.

Bibliografia:

Stephani Byzantii Ethnica, Volumen I (di 4): alpha-gamma, Walter de Gruyter, a cura di Margarethe Billerbeck, 2006

Eduardo Federico, Origo Chii, Unina

La Nave Romana di Procchio all’isola d’Elba

 di Angelo Mazzei, studioso e addetto al Museo di Marciana

 C’è un’incredibile nave romana al largo della spiaggia di Procchio all’Isola d’Elba. Fu recuperata su segnalazione di Elio Mazzei del luogo, grazie alle operazioni dirette dall’allora soprintendente Giorgio Monaco con l’ispettore onorario Gino Brambilla e il neonato circolo subacqueo Teseo Tesei, il 29 maggio del 1967, studiata a lungo anche da M. Zecchini. È ad oggi tuttora quasi interamente coperta da sabbia e pietre per ciò che ne resta, principalmente lo scafo lungo circa 23 metri. I “pucinchi”, gente che vi abitava, lo sapevano probabilmente da secoli, e chiamavano la “Nave di Tacca”. Fu durante il flagello della fillossera a partire dal 1889-90 che il relitto dovette essere preso d’assalto dai viticoltori locali che ne depredarono quasi per intero il carico di pani di zolfo. Il significato di quel nome non è sicuro, va messo in relazione con “tacca” ovviamente, scalfittura, tacca, segno, qualsiasi dislivello che significhi un limite, come può essere per la demarcazione che il relitto segna sul fondale tra lo specchio d’acqua che lo precede e quello che lo segue, come punto di riferimento; c’è da dire che la Tacca di fondo è il nome elbano di uno squalo degli abissi. Alcuni riportano il nome “Tacca” da assumere come nome personale dell’armatore. In tal caso dobbiamo qui ricordare che Tacca è un cognome toscano che non è registrato negli archivi locali, ma potrebbe essere un soprannome, oppure potrebbe essere legato a qualcuno della terraferma. Pietro Tacca e i suoi sono scultori famosi che all’inizio del XVII secolo lavoravano per il Granducato di Toscana, di cui il suo Signore era spesso all’Elba, dopo aver ricostruito la città di Portoferraio. Eppure tutto potrebbe essere, così come Pietro Tacca poteva essere informato della presenza di statue o altri preziosi scampoli che escono dal fondale sabbioso, ed è venuto in qualche modo ad “acquistarlo”. La nave si trova parallela alla costa a circa 22 metri di distanza dove il mare è ancora poco profondo. Intorno alla costa sono state rinvenute molte scorie di ferro etrusche, sottoprodotti indesiderati derivanti dal processo di fusione. Accanto al nostro relitto, chiamato Procchio A, c’è un altro relitto romano chiamato Procchio B, più giovane di circa un secolo. Questo potrebbe bastare a suggerire l’importanza di Procchio come porto in epoca preromana e romana. La nave dovrebbe essere affondata dopo il 169 d.C., mentre Lucius Claudius Modestus era governatore dell’Arabia Petraea, le attuali regioni del Sinai e della Giordania; questa è una possibilità, considerando che la scritta “[~]DEST[~]” potrebbe riportare il suo nome, oltre a molti altri fattori. La scritta potrebbe essere anche un bollo laterizio riportante i dati del produttore, dette tegulae mancipum sulfuris, tali tegole erano iscritte da destra a sinistra e non da sinistra come nel nostro caso. Il carico principale della Nave di Procchio era composto da pani di zolfo caricato nei porti di Agrigento e dintorni, almeno in questa tratta interrotta a Procchio che avrebbe dovuto portarla probabilmente verso la Costa Azzurra (vino gallico) e poi giù verso Catalogna, Baleari, Andalusia (anforischi), Marocco, fino a raggiungere la Tunisia (ceramiche e lampade), l’Egitto e la Palestina (i famosi cristalli di vetro soffiato di Gerusalemme) e la Turchia (i depositi di huntite nei laghi salati di Frigia), l’Egeo e la Grecia (di Demetra, Dioniso e Pan), la Sicilia di nuovo e l’Elba. 

Il radiocarbonio C14 sui bulloni di rame – dalla scatola di immagazzinamento della huntite e dal fasciame della nave – ha dato diverse datazioni, tuttavia non è utile sapere che l’affondamento avvenne nel 1810BP±50, perché empiricamente potremmo ottenere un periodo molto più compresso, invece di quello del C14, corrispondente ad un intero secolo (90-190 d.C.), studiando cosa c’era a bordo. Il prezioso carico, che ora si trova esposto nel Museo Archeologico di Marciana, potrebbe non essere stato toccato ai tempi dell’affondamento a causa di una contaminazione, essendo quello il periodo della terribile Peste Antonina, un virus tipo vaiolo o morbillo che fece strage in quegli anni, contratto in Mesopotamia dai soldati in guerra contro i Parti arrivò in Europa proprio a bordo delle navi in vuaggio dal Medio Oriente.  Lo scafo ha una carena di rivestimento in lamine di piombo, che proteggeva il fasciame dal contatto con l’acqua, utile contro l’erosione salina del tavolato e soprattutto per proteggere il legno dal teredo navalis, un piccolo mollusco detto verme delle navi, che si nutre di cellulosa. Uno splendido mortaio con braccio riporta iscritto il nome Helias, di origini sabine, da non confondere col canaanitico Elias senza acca iniziale. A bordo è stata rinvenuta una cassa di polvere bianca di oltre 10kg di huntite, una pietra dolomitica scoperta così denominata da G. T. Faust nel 1953, che potrebbe corrispondere al paraetonium di cui parla Plinio nel capitolo 18 del libro XXXV della sua Storia Naturale, così chiamato dal nome del luogo di provenienza in Egitto, ma Plinio avrebbe potuto intendere anche l’idrosilicato di magnesia, la steatite o carbonato di calcio. Tracce di huntite furono rilevate su reperti d’Egitto al Museo di Monaco di Baviera del 1600 avanti Cristo, e in un’abitazione a Pompei del 79 dopo Cristo. La cassa poteva essere destinata ad utenti finali per usi cosmetici o pittorici, oppure essere una dotazione di bordo. L’idea che la huntite fornisca una certa protezione dal fuoco per i suoi lunghi tempi di decomposizione endotermica, si deve a scienziati moderni, se così fosse sarebbe lecito ipotizzare l’uso della stessa come vernice di bordo, considerando anche il fatto che su navi onerarie per lunghe rotte in mare aperto, che potevano stare anche quattro giorni lontane dalla costa, doveva essere essenziale proteggersi dal fuoco che a bordo doveva rimanere sempre acceso, almeno per illuminare gli ambienti e cucinare. Le ceramiche provengono principalmente dall’Africa, le lucerne provengono dall’odierna Tunisia, quella che riporta il marchio impresso come IVNI ALEXI, che fu un famoso produttore e una scuola di stile con sede vicino a Utica a sud di Cartagine. Alcuni archeologi suggeriscono la possibilità che ALEXI fosse un marchio che potrebbe essere stato prodotto anche in Apulia e in Campania. Ma a bordo c’erano molte altre ceramiche di tipo africano. Il vino era in poche anfore di produzione gallo-romana. Ciò non significa che anche il vino fosse francese, poteva essere acquistato altrove e conservato in anfore galliche. Ma le ceramiche iberiche e i tappi di “anforisco” estendono il tracciamento della mappa delle rotte di navigazione molto a ovest. Un prezioso vetro dorato rotto è racchiuso in una concrezione. I bicchieri erano prodotti anche in Gallia, Lazio e Pozzuoli , ma il mercato storico principale e più raffinato era negli antichi porti fenici di Sidone e Akko, possibili origini dei tanti squisiti bicchieri a bordo. In epoca romana imperiale furono inventati coltellini multifunzione e a lama pieghevole. A bordo della nave di Procchio v’era una magnifica scultura di statuetta crisoelefantina (avorio dorato) forse proprietà di Lucius Claudius Modestus, certo seguace dei Misteri di Eleusi e iniziato all’Orfismo. L’opera raffigura le divinità Dioniso e Pan Itifallico in un abbraccio in vigna (o con tirso), ed aveva funzione di impugnatura di un coltello a serramanico la cui lama in ferro si è persa o dissolta in mare.

Dello stesso artista un coltello a lama fissa non altrettanto bello raffigurante il solo Dioniso senza Pan è stato rinvenuto negli scavi di Elusa (Eauze, Francia) e datato alla prima metà del III secolo, provvidenzialmente segnalatoci da Agnés Bisciglia e Roberto Barsaglini

Molti coltelli in osso o avorio simili al nostro, pieghevoli e non, provengono da siti sparsi in tutto il territorio dell’Impero tra fine II e inizio III sec. soprattutto.

Si possono dividere in tre categorie: 1) zoomorfi; coltelli raffiguranti pantere, falchi, leoni, aquile, proprietà di persone particolarmente amanti di suddetti animali [come alcuni trovati in tombe di Londra in Inghilterra] 

2) religiosi; coltelli raffiguranti divinità dei diversi culti, come Iside, Mitra o Venere… [come alcuni trovati ad esempio in Francia ed Italia] 

3) tifosi; coltelli raffiguranti eroi, valorosi soldati o famosi gladiatori [come in tombe dalla Germania]

In occasione della ristrutturazione del Museo nel 2002, Sindaco Vagaggini venne ingaggiato il maestro d’ascia Sergio Spina che realizzò attraverso approfonditi studi comparati delle tavole che riproducono nei dettagli ogni aspetto ingegneristico della stupefacente nave, e un modello in legno che ne riproduce in scala l’aspetto che avrebbe dovuto avere. Ai suoi materiali è dedicata un’ansa nella sala IV dove si può ammirare ed analizzare nel dettaglio ogni singolo particolare.

Lo Spirito – Relativo a se stesso

«Fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi,
e questa pare a me sua quiditate»

(Paradiso XXIV, 64-66)

La domanda su cosa sia la fede lasciamola da ultima. Interroghiamoci sulla risposta. Essa risponde del pensiero dal pensiero. Con voce non particolare, individuale, effimera. Ma con una voce del pensiero là fuori, quello universale, che di sé tutto pervade e che tutto fa che sia così com’è e non affatto altrimenti. Il pensiero del tutto. Dove il genitivo non indica che il pensiero sia una funzione della mente singolare che da sola, piccola, pensa il tutto, infinitamente grande e molteplice. Piuttosto un genitivo che indica la soggettività nel tutto, tutto il quale solo pensa per davvero, che finisce per coincidere col suo stesso pensiero, pensiero che il tutto è. Lo stesso sono il pensiero e il tutto.

Delle cose da sperare è la sostanza di queste. La sostanza delle cose è tra queste di quelle auspicabili. Tra le cose auspicabili sta la sostanza delle cose. La loro essenza è delle cose una di quelle da aspettarsi, una alla quale andare incontro. Non le singole caratteristiche peculiari delle cose sono quelle che ci possono dire qualcosa di importante su di esse, ma quella caratteristica comune, che fa di tutte esse la stessa cosa, la loro cosa in comune, il fatto di essere esse tutte quante cose e di essere riconoscibili come tali, e così con un solo nome chiamate. Le cose essenzialmente da cercare sono le cose comuni tra le cose e le cose proprie, che ciascuna cosa ha in comune con se stessa e a se stessa la rende identica.

Il pensiero non fa le cose a caso e senza regola. Eppur fa sì che ogni cosa segua una regola unica e completamente originale, oltre a seguire le regole comuni e condivise con le altre cose, quelle che valgono per tutto e per ogni sua parte. Il pensiero ha delle leggi strutturali, dei codici infrangibili e molteplici sintassi. Per questo il pensiero è ordine piuttosto che disordine, perché segue i propri fili logici, le proprie sequenze, le proprie matematiche. Il pensiero in verità non è UN carattere del tutto – è invece IL carattere. Così che il pensiero non dia mai vita alle cose senza “pensarci”, ma ogni cosa delle cose è sempre al suo posto e mai in nessun altro. La grammatica che il pensiero sceglie per ogni cosa è ogni volta diversa, ma ha in comune con se stessa ogni qual volta la sua sostanza: di essere grammatica e non una qualunque altra cosa che non lo sia. Ciò che è – è sempre cio che è e mai ciò che invece non è. Il pensiero quindi non è spirito assoluto, ma sempre relativo al tutto, spirito relativo a se stesso. Ché lo stesso sono lo spirito e il tutto, e per questa ragione lo spirito non è mai non-spirito e il tutto non è mai il niente.

Est fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium – dice la Lettera agli Ebrei (XI, 1). La fede è ciò che sta nascosto nelle cose e di esse è ciò che importa. La fede nel tutto, nella priorità del tutto sulla singola cosa. La precedenza e sovranità del suo pensiero sui singoli suoi accadimenti nelle forme dei singoli individuali.

Non è un uomo che pensa, ma è il tutto che pensa in lui. Non è il suo essere individuo la speranza, ma il suo essere una cosa che è così come tutte le cose che sono, è la sua sostanza. Il pensiero individuale si avvicina al sacro immutabile pensiero del tutto quando prende coscienza di questo stesso fatto: dell’illusione che il proprio pensiero sia qualcosa d’altro che non una esperienza frattale che il pensiero del tutto fa di se stesso ad un grado di risoluzione ontologica microbico. Non una mente è da questionare, ma lo spirito assoluto, al quale la mente si deve sintonizzare senza sfregare, stare in sintonia senza fregature e frizioni, senza contrasti e scontri, che risultano sempre persi in partenza. Partire quindi dal principio che per principio ci si dedichi, ci si asserva ad essa, la mente sacra di empedoclea memoria, in armonia con essa e con la sua universalità. Seguendo nel nostro piccolo la grande armonia delle sue sfere, il ronzio delle microonde del big-bang spermatico anassagoriano, il principio d’identità con se stessa dell’ontologica parmenidea, le sue espressioni matematiche pitagoriane, il logos eracliteo del tutto e la logica comune ad ogni cosa che è. E soprattutto lasciare che le cose molto più grandi e più vecchie di noi – come l’acqua di Talete – ci indichino la strada giusta da seguire, ci aiutino a capire in cosa dobbiamo sperare.

Est fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium

Dell’ignoranza emotiva e i diversamente intelligenti

Una volta quando c’era uno – per cosí dire – diversamente intelligente, il branco dei normali lo bullizzava, lo prendeva in giro, a pallonate, a scappellotti.

Oggi per fortuna c’è il DSM V, cosí succede come al figlio dell’amica del mio amico, che ha la Sindrome col nome straniero di un tale. Dice: se la mamma si taglia un dito e sanguina oppure si rovescia l’olio bollente addosso e comincia ad urlare, lui resta impassibile e continua a giocare alla play. Non ha empatia. Ha la sindrome del tizio, bisogna essere comprensivi ed aiutarlo.

Forse dovremmo metterci tutti un’etichetta addosso. Tipo Achille lo vedrei bene con uno scudo di bronzo con iscritto sopra “Mi fa male il tallone, lasciatemi in pace”.

Pensate a quante volte vi capita di dire a un amico: “Chi, quello? Lascialo perdere, è un imbecille!” – non negatelo, lo so che lo fate e, se qualcuno vi fa notare che siete dei fascisti emotivi o che sposate la cancel culture, voi negate.

Non sarebbe tutto più semplice se avessimo tra noi tutti lo stesso atteggiamento comprensivo che abbiamo col figlio dell’amica del mio amico?

Pensate un po’ a come sarebbe facile se invece di dire:

Quella tipa lasciala perdere perché è una testa di cazzo!

Noi dicessimo piuttosto:

Con lei cerca di essere molto paziente e comprensivo perché ha la Sindrome di Schwanzkopf.

Schwanz che?

Schwanzkopf. Vuol dire Testa di Cazzo in tedesco.