The Coppedè Bed


The Coppedè Bed, from the eponymous poem by Angelo Mazzei, is a bed that actually existed. It may even still be in Marina di Campo, inside the family home (Tesei) where Oreste del Buono stayed during his final visits to Elba.

Notes on “Il Letto di Coppedè”

full Italian and English lyrics follow


The Main Character: The Bed of Coppedè
The titular bed is the physical and historical anchor of the poem, connecting Elba’s industrial past, eccentric art, and modern intellectual history into a single, tangible heirloom.
The Bed Itself: Designed by the famed Italian architect Gino Coppedè, known for his highly ornate, eclectic, and heavy style. The bed is an extravagantly carved wooden piece covered in puttini and puttoni (little and large cherubs).
Pilade del Buono (“Pilade della Piaggia”): The original owner of the bed was l’Onorevole (Member of Parliament) Pilade del Buono, a powerful political and industrial patriarch on the island. “La Piaggia” is the historical, local name for Rio Marina, the Elban town famous for its iron mines.
Oreste del Buono: Pilade’s grandson and a famous Italian writer and editor. As the poem details, Oreste was conceived in this very bed in the Elban hill town of Poggio during the 1922 March on Rome. Decades later, he returned to lie on it in a house in Campo (Marina di Campo) inherited from his uncle Teseo.
Gaspare Barbiellini-Amidei: A prominent Italian journalist and intellectual with deep ties to Elba, who is also woven into the bed’s legendary history as one of the notable figures who slept in it.
The Literary Framework
Jorge Luis Borges: The poem is a brilliant, highly localized pastiche of Borges’s famous work, “Another Poem of the Gifts” (Otro poema de los dones). The author retains Borges’s rhythmic anaphora (“For…”) and universal philosophical themes, but replaces others with specific cultural, historical, and geographical references tied to Elba.
The Ending Tribute: The closing lines directly honor Borges, who went blind (the “tenuous darkness”) and was famously, punitively assigned to be a poultry inspector by the Perón regime in Argentina.
Geography and History of the Locations
Pianosa and the “Merletti”: Pianosa is a small, flat island near Elba. The “merletti” (lace) does not refer to the natural coastline, but rather to the ornate, lace-like architectural crenellations and battlements on the tops of the palaces and historic buildings in the island’s tiny village.
Elba Island (“Quest’isola”): The primary setting, holding a rich history from ancient iron mining (“the iron, that shines in these verses”) to modern literary retreats.
Etruria & The Rinaldoni: The Rinaldone were an ancient Eneolithic (Copper Age) culture in central Italy. Etruria was the ancient land of the Etruscans, who aggressively mined Elba’s iron centuries ago.
Portoferraio: The main port town of Elba, famous for its massive, high walls built by the Medici family.
Maciarello & Sansone: Picturesque coastal spots on Elba. Sansone is particularly famous for its striking white pebble beach and pristine morning waters.
Maremma: The rugged coastal region on the nearby Tuscan mainland, known for its wild landscape and the butteri (traditional Italian cowboys).
Historical & Intellectual Figures
Socrates, Spinoza, Angelus Silesius, Swedenborg: Classic philosophers and mystics originally cited by Borges to represent humanity’s attempt to decipher the universe.
Ovid and Lucan: Roman poets from Cordoba, nodding to the Latin roots of Italian literature.
Kuhn, Derrida, and De Mandelbrot: Modern intellectuals. Thomas Kuhn (paradigm shifts), Jacques Derrida (deconstruction), and Benoit Mandelbrot (fractal geometry—the “infinite length of a coastline”).
Beethoven & Melesigenes: Beethoven represents the “hum of a deafness that reveals new melodies,” while Melesigenes is an ancient epithet for Homer, the blind Greek poet of the Iliad and Odyssey (hence the “biography told in Ithaca”).
Pietro Gori (1865–1911): An Italian anarchist lawyer, journalist, and poet who was historically confined to Elba.
Elban Cultural Figures and Local Artists
Brignetti (Raffaello) and Sestini: Prominent Italian writers and poets deeply associated with Elba and its maritime culture.
Giuseppe Pietri (1886–1946) & Giuseppe Cacciò: Pietri was an Elban composer famous for his popular operetta L’Acqua Cheta (The Quieted Water). Cacciò was a local entrepreneur who commercialized Elba’s natural spring water (Fonte Napoleone), effectively “enhancing its value.”
The “Art into the Park” Sculptors: The references to Polesi, Galli, Gobbo, Crestale, Lunisio, and Pino Fabbri are highly specific nods to contemporary local artists. Their artworks—such as the Tartaroccia, Borea, Coccosauro, and Seme (Seed)—were part of an open-air environmental art project on Elba, made of natural woodland materials designed to eventually decay back into the forest.

LYRICS Italian and English

Bisogna che ringrazi il divino Labirinto degli effetti e delle cause
Per la diversità delle creature che formano questo singolare universo,
Per la ragione, che non cesserà di sognare con una mappa del labirinto,
Per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che ci lascia vedere gli altri come li vede la divinità,
Per il duro granito e l’acqua fluida,
Per l’algebra, palazzo di cristalli precisi,
Per le mistiche monete di Angelo Silesio,
Per Spinoza, che forse decifrò l’universo,
Per il fuoco folgorante,
Che nessun essere umano può guardar senza un’antica meraviglia,
Per il castagno, il ciliegio e il rosmarino,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa, che prodiga colore ma non lo vede,
Per certe vigilie e giornate del millesettecento novantanove,
Per i duri butteri che nella Maremma accompagnano le bestie e l’alba,
Per la mattina al Maciarello,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole che in un tramonto si dissero da una croce all’altra croce.
Per quel sogno dell’Islam che abbracciò mille notti e una notte,
Per quell’altro sogno dell’inferno,
Della torre del fuoco che purifica,
E delle sfere gloriose,
Per Svedenborg, che chiacchierava con gli angeli per le vie di Londra,
Per i corsi d’acqua segreti e immemorabili che mi scorrono dentro,
Per la lingua che, secoli or sono, parlai in Etruria,
Per la spada e l’arpa dei longobardi,
Per il mare, che è un deserto risplendente
E una serie di cose che non sappiamo,
E un epitaffio dei rinaldoni,
Per la musica verbale della Toscana,
Per la musica verbale della Corsica,
Per il ferro, che riluce in questi versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Romanorum
Per Pietro Gori, innocente come i passerotti,
Per il prisma di cristallo e il peso d’ottone di un’antica bilancia,
Per le spine del riccio,
Per le alte mura di Portoferraio e i merletti dell’isola di Pianosa
Per il mattino a Sansone,
Per quell’elbàno di quella poesia delle Lettere Migratorie
Il cui nome, come forse avrebbe voluto, ignoriamo,
Per Ovidio e Lucano, di Cordova,
Che prima dell’italiano scrissero
Tutta la letteratura italiana,
Per i geometrici e bizzarri scacchi,
Per la Tartaroccia di Polesi e la Borea di Galli,
Per Adamo ed Eva, che rinascono dagli scalpelli di Gobbo e Crestale,
Per lo Spirito dei Boschi di Lunisio,
Per il Coccosauro, che era troppo brutto,
Per il Seme di Pino Fabbri, che è la vita che viene,
Per l’odore medicinale delle ginestre,
Per il linguaggio, che può simulare la saggezza,
Per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
Per l’abitudine, che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per la mattina, che ci regala l’illusione di un inizio
Per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
Per il valore e la felicità degli altri,
Per quest’isola, sentita nel salmastro o in una vecchia zappa,
Per Brignetti e Sestini, che già scrissero la poesia,
Per il fatto che la poesia è inesauribile
E si confonde con la somma delle creature come arte in natura
E non arriverà mai all’ultimo verso
E varia a seconda degli uomini,
Per Giuseppe Pietri, che chetò l’acqua,
Per Giuseppe Cacciò, che la valorizzò,
Per Gaspare Barbiellini-Amidei e il letto di Coppedè
Per Oreste del Buono e il letto di Coppedè di suo nonno Pilade della Piaggia sul quale fu concepito a Poggio tra puttini e puttoni durante la Marcia su Roma, e sul quale tornò a sdraiarsi settant’anni dopo nella casa di Campo lasciatagli dallo zio Teseo, mentre aspettava di dimagrire abbastanza per trovare spazio nella tomba di famiglia,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte, questi due tesori occulti,
Per gli intimi doni che non elenco,
Per la musica, misteriosa forma del temp

Per l’arte, misteriosa forma dello spazio

Mi metto in moto e vò
Con la magia della teoria della rivoluzione dei paradigmi,
L’origine frastagliata a se stessa differente,
L’infinita lunghezza di una costa a bassa risoluzione frattale,
Con Kuhn, Derrida e De Mandelbrot,

Il ronzio di una sordità che rivela nuove melodie,
La tenebra tenue di una biografia raccontata ad Itaca,
Un lavoro mai fatto come ispettore aviario o aùgure post litteram,
Con Beethoven, Melesigene e Bòrges.



The Bed of Coppedè
I must thank the divine Labyrinth of effects and causes
For the diversity of creatures that form this singular universe,
For reason, which will not cease to dream with a map of the labyrinth,
For the face of Helen and the perseverance of Ulysses,
For love, which lets us see others as the divinity sees them,
For the hard granite and the fluid water,
For algebra, a palace of precise crystals,
For the mystic coins of Angelus Silesius,
For Spinoza, who perhaps deciphered the universe,
For the dazzling fire,
Which no human being can look at without an ancient wonder,
For the chestnut, the cherry tree, and the rosemary,
For bread and salt,
For the mystery of the rose, which lavishes color but does not see it,
For certain eves and days of seventeen ninety-nine,
For the rugged butteri who in the Maremma accompany the beasts and the dawn,
For the morning at Maciarello,
For the art of friendship,
For the last day of Socrates,
For the words that in a sunset were said from one cross to the other cross.
For that dream of Islam that embraced a thousand and one nights,
For that other dream of hell,
Of the tower of fire that purifies,
And of the glorious spheres,
For Swedenborg, who chatted with angels through the streets of London,
For the secret and immemorial waterways that flow inside me,
For the language that, centuries ago, I spoke in Etruria,
For the sword and the harp of the Lombards,
For the sea, which is a resplendent desert
And a series of things we do not know,
And an epitaph of the Rinaldone people,
For the verbal music of Tuscany,
For the verbal music of Corsica,
For the iron, that shines in these verses,
For the epic winter,
For the name of a book I have not read: Gesta Romanorum
For Pietro Gori, innocent as the sparrows,
For the crystal prism and the brass weight of an ancient scale,
For the spines of the sea urchin,
For the high walls of Portoferraio and the lace of the island of Pianosa
For the morning at Sansone,
For that Elban from that poem of the Migratory Letters
Whose name, as perhaps he would have wished, we ignore,
For Ovid and Lucan, of Cordoba,
Who before Italian wrote
All of Italian literature,
For geometric and bizarre chess,
For the Tartaroccia by Polesi and the Borea by Galli,
For Adam and Eve, who are reborn from the chisels of Gobbo and Crestale,
For the Spirit of the Woods by Lunisio,
For the Coccosauro, which was too ugly,
For the Seed by Pino Fabbri, which is the life to come,
For the medicinal smell of the brooms,
For language, which can simulate wisdom,
For oblivion, which cancels or modifies the past,
For habit, which repeats and confirms us like a mirror,
For the morning, which gifts us the illusion of a beginning
For the night, its darkness and its astronomy,
For the courage and happiness of others,
For this island, felt in the salty air or in an old hoe,
For Brignetti and Sestini, who already wrote poetry,
For the fact that poetry is inexhaustible
And blends with the sum of creatures like art in nature
And will never reach the last verse
And varies according to men,
For Giuseppe Pietri, who quieted the water,
For Giuseppe Cacciò, who enhanced its value,
For Gaspare Barbiellini-Amidei and the bed of Coppedè
For Oreste del Buono and the bed of Coppedè of his grandfather Pilade della Piaggia on which he was conceived in Poggio among little cherubs and large cherubs during the March on Rome, and on which he returned to lie down seventy years later in the house in Campo left to him by his uncle Teseo, while waiting to lose enough weight to find space in the family tomb,
For the minutes that precede sleep,
For sleep and death, these two hidden treasures,
For the intimate gifts I do not list,
For music, mysterious form of time
For art, mysterious form of space
I set myself in motion and go
With the magic of the theory of paradigm revolutions,
The jagged origin different from itself,
The infinite length of a coastline at low fractal resolution,
With Kuhn, Derrida, and De Mandelbrot,
The hum of a deafness that reveals new melodies,
The tenuous darkness of a biography told in Ithaca,
A job never done as a poultry inspector or an augur post litteram,
With Beethoven, Melesigenes, and Borges.

Listen to T H E   S O N G

​La triple locura de Federico Santiago Valverde Dipetta

[de Angelo Mazzei]

Federico Santiago Valverde Dipetta


El viaje del tercer gol no empezó en el césped impecable del Santiago Bernabéu, ni en el botín derecho de un muchacho de veintisiete años. Empezó mucho antes, hace más de un siglo, en las entrañas de los barcos de vapor que cruzaban el Atlántico, huyendo del hambre y abrazando el misterio.
Cuando los italianos llegaban a los puertos de Montevideo o Buenos Aires a finales del siglo XIX y principios del XX, traían poco más que el dialecto, la nostalgia y la esperanza. Los funcionarios de aduana y del registro civil, dueños de la tinta y del apuro, solían anotar los nombres tal como los escuchaban en el viento salado del Río de la Plata, o según sus propias normas de escritura. Las preposiciones y artículos —los “Di”, “De”, “Della”, “Lo”— frecuentemente se unían al nombre principal por error o practicidad burocrática. Así, la familia Di Petta, que venía con el mar Tirreno en los ojos, pasó a ser legalmente Dipetta en los amarillentos documentos uruguayos de la época.
Y en ese mismo crisol de calles empedradas se mezclaron con los Valverde. Un apellido que sabe a valle verde, a tierra fértil de las Marcas, de Lombardía o de la lejana España, que echó raíces en el sur del mundo para sobrevivir.
De esa mezcla de sangres y puertos, de madrugadas obreras y mate amargo, nació un niño flaco en el barrio de La Unión. Le decían el Pajarito. Su padre, Julio, vigilaba la noche entera en un casino de Montevideo para que el pibe tuviera con qué patear. Su madre, Doris, vendía ropa de sol a sol en las ferias callejeras para que el pibe tuviera alas. En aquella casa, la riqueza no se medía en billetes, sino en las horas de sueño sacrificadas.
Y el Pajarito, a fuerza de barro y asfalto, creció hasta volverse Halcón.
Ayer, en la inmensidad blanca de Madrid, el Halcón no corrió: sobrevoló la cancha. Enfrente estaba el Manchester City, una máquina forjada con petrodólares y precisión matemática. Pero el fútbol, que es la más pagana y caprichosa de las deidades, no sabe de cálculos. Sabe de instinto.
En apenas veintitrés minutos —el tiempo que tarda un barco en soltar amarras— Fede Valverde hizo pedazos la lógica y el reloj. Tres gritos. Tres relámpagos que dejaron ciegos a los defensores ingleses.
El último gol fue un poema escrito de apuro en el aire: la pelota llovió del cielo y él la durmió con el pecho, como quien acuna a un niño. Luego, con la insolencia de los potreros, le dibujó un sombrero a la desesperación del rival, y antes de que el cuero de la pelota pudiera siquiera buscar consuelo en el pasto, soltó un latigazo de volea que reventó la red.
El estadio rugió hasta quedar ronco. Pero en el eco de ese estruendo no solo gritaban los madrileños. Gritaban los abuelos del puerto. Gritaban los funcionarios de aduana que unieron el apellido. Gritaba el vigilante nocturno y la vendedora de la feria.
Porque cuando Valverde golpeó esa pelota contra la red del City, no le pegó solo con la pierna derecha. Le pegó con más de cien años de historia, con el sudor de sus viejos y con un océano entero de memoria.

Di un errore tipografico in Shardana e Sardegna di Giovanni Ugas

Nel paragrafo 2 del capitolo 20, a pagina 678 di Shardana e Sardegna di G. Ugas, trattando dell’ipotesi di Erodoto sull’origine dalla Lidia degli Etruschi, l’autore ricorda che il legame antico tra i Sardi e i Tirreni è una tradizione ancora viva in «un commento al Timeo di Platone (scol. Tim., 5b)», senza specificare che tali commenti si trovano in Scholia Platonica, per esempio nell’edizione curata da William Chase Greene, ma soprattutto facendo un errore tipografico impossibile. La numerazione standard Stephanus del Timeo di Platone inizia infatti da 17a, quindi il rigo 5b non esiste. Si tratta invece del 25b, il cui commento bizantino dice:

La Tirrenia (Etruria) prende il nome da Tirreno, figlio di Ati il Lidio. Seguendo un oracolo, Tirreno salpò dalla Lidia e giunse in queste regioni. Il testo presenta poi sua moglie, Sardò. Afferma che sia la città di Sardi in Lidia sia l’isola precedentemente nota come Argiroflepe (“l’isola dalle vene d’argento”) presero il nome da lei, diventando così Sardò (Sardegna).

Al commento fa seguito una nota, che recita “de Tyrrhenia nihil habet Apollodorus (Mettauer, p. 49).” — che Apollodoro non dice nulla di questa specifica tradizione Tyrrhenus/Sardò.

Ciò significa che l’antico scoliaste si basava su una tradizione mitografica diversa, specifica (e forse più oscura o localizzata) per spiegare i legami tra Lidia, Etruschi e Sardegna.

Argiroflepe, la Venosa d’Argento rimanda non solo a una struttura onomastica simile al mitico re di Tartesso Argantonio, l’Argentoso, ma in un certo modo anche a Portus Argo – Portoferraio all’Elba, il cui toponimo greco poteva significare ben 4 cose: Bianco, Argentato, Argonautico e Argivo.

Screenshot di Scholia Platonica pag. 287

Oltre il Graffio: Perché l’Entropia Statistica non fa una Lingua



L’articolo “Signs on Stone Age objects: Precursor to written language dates back 40,000 years”, basato sullo studio del linguista Christian Bentz e dell’archeologa Ewa Dutkiewicz, presenta un’affascinante analisi computazionale sui segni incisi su reperti paleolitici di 40.000 anni fa. Studiando oggetti come il piccolo mammut della grotta di Vogelherd o la placca d’avorio dell’Adorante , i ricercatori hanno rilevato una “densità di informazione” (entropia) statisticamente paragonabile a quella delle prime tavolette in proto-cuneiforme della Mesopotamia.
Tuttavia, l’entusiasmo nel definire questi segni come un “precursore della lingua scritta” scivola su un equivoco semiotico fondamentale: confonde la codifica mnemonica o numerica con la scrittura vera e propria.
Per inquadrare correttamente la questione, è necessario stabilire un confine netto tra un sistema notazionale e un sistema di scrittura. La tesi centrale che smonta l’ottimismo linguistico di questa scoperta è semplice e ineludibile: la scrittura smette di essere solo un segno graffito nel momento esatto in cui viene fonetizzata.
Ecco i punti critici che dimostrano perché i cacciatori-raccoglitori della Giura Sveva non stavano “scrivendo”:

  1. La Transizione da Segno a Grafema
    Un’incisione su un osso o su una statuetta di avorio rimane un simbolo opaco, una traccia visiva, finché non viene letta a voce alta. È esclusivamente nella corrispondenza con un fonema (il suono di una lingua) che il segno compie il salto ontologico e diventa un grafema. L’articolo stesso ammette che i segni paleolitici sono ripetizioni ossessive: croce, croce, croce, linea, linea, linea. Questa ridondanza strutturale esclude a priori qualsiasi legame con la complessità fonetica di una lingua parlata.
  2. L’Assenza di Eterogeneità e Grammatica
    Allo stato attuale delle indagini, è impossibile decretare che le popolazioni di 40.000 anni fa in Europa Centrale sapessero scrivere. Affinché un sistema possa essere definito “protoscrittura”, la combinazione dei segni deve necessariamente diventare eterogenea. L’eterogeneità è il prerequisito per l’esistenza di una sintassi e di una grammatica. Fintanto che le tavolette, i pendenti e gli elefantini riportano solo serie isotopiche dello stesso segno spazialmente distribuito, ci troviamo di fronte a pallottolieri di pietra, calendari lunari o sistemi di conteggio, non a testi.
  3. Il Limite dell’Approccio Computazionale
    Il team di Bentz utilizza modelli statistici e algoritmi di machine learning per misurare l’entropia di queste sequenze, trovandole simili al proto-cuneiforme di 35.000 anni successivo. Ma la densità matematica di un’informazione non ne garantisce la natura linguistica. Un codice a barre o una serie di tacche per contare i giorni hanno un’alta densità di informazione e una forte prevedibilità statistica, eppure nessuno sosterrebbe che possano racchiudere un’epopea o esprimere un concetto astratto.
    Conclusione
    Il lavoro del team EVINE è di immenso valore per comprendere le capacità cognitive e di immagazzinamento dati dell’Homo sapiens paleolitico. Gli antichi artigiani sapevano certamente codificare e conservare informazioni vitali. Tuttavia, chiamare queste sequenze di tacche “precursori della lingua scritta” è un azzardo terminologico. Fino a quando non emergerà un reperto in cui la disposizione dei segni dimostri un’articolazione grammaticale in grado di mappare il linguaggio parlato, dovremo rassegnarci all’evidenza: quei segni non volevano essere letti, volevano solo essere contati.

Articolo di riferimento

https://www.smb.museum/en/press/press-releases/detail/museumsinsel-berlin-museum-fuer-vor-und-fruehgeschichte-zeichen-auf-steinzeit-funden-vorlaeufer-der-schrift-ist-ueber-40000-jahre-alt/

Verso la Filosofia dell’Archeologia

di AMDPP


Perché la filosofia deve occuparsi di archeologia — e perché l’archeologia deve aprirsi alla filosofia


La questione del rapporto tra filosofia e archeologia non è una questione marginale né interdisciplinare nel senso debole del termine, ma riguarda la natura stessa della conoscenza storica e la possibilità della filosofia di comprendere le proprie condizioni di origine. Se la filosofia è, fin dalle sue prime attestazioni, interrogazione sulle cause, sui principi e sulle condizioni di intelligibilità del reale, essa non può sottrarsi all’indagine delle condizioni storiche concrete in cui tali interrogazioni sono emerse. In questo senso, la filosofia non può limitarsi all’analisi interna dei testi, ma deve confrontarsi con la dimensione materiale della storia, ossia con ciò che l’archeologia rende accessibile.
Già Platone aveva posto la filosofia in relazione con la conoscenza delle strutture fondamentali della realtà e con la capacità di orientare la comprensione umana. Nella Repubblica, la figura del filosofo è definita dalla capacità di conoscere ciò che è stabile, intelligibile e permanente oltre la dimensione mutevole dell’esperienza sensibile (Platone, Repubblica, VI, 484a–487a). La filosofia nasce dunque come ricerca dei principi, ma questa ricerca non si svolge mai in un vuoto storico: essa emerge sempre all’interno di configurazioni culturali determinate.
La storiografia contemporanea ha mostrato in modo convincente che il pensiero filosofico greco non può essere compreso come un fenomeno isolato o improvviso, ma deve essere collocato all’interno del più ampio contesto delle civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Walter Burkert ha dimostrato, sulla base di dati linguistici, mitologici e archeologici, che la cultura greca arcaica si sviluppò in costante interazione con il mondo anatolico, levantino e mesopotamico, attraverso scambi commerciali, contatti religiosi e trasferimenti simbolici (Burkert 1985). Analogamente, Martin L. West ha documentato l’influenza di tradizioni mitologiche e cosmologiche del Vicino Oriente sulla formazione della teogonia e della cosmologia greca (West 1997). Questi studi provano che la nascita della filosofia greca deve essere compresa all’interno di una più ampia rete di continuità e trasformazioni culturali.
In questo contesto, l’archeologia assume un ruolo epistemologicamente decisivo, poiché fornisce accesso a dati che non sono mediati esclusivamente dalla trasmissione testuale. Come ha sottolineato Colin Renfrew, l’archeologia non studia semplicemente oggetti, ma sistemi di comportamento e strutture cognitive materialmente inscritte nelle pratiche e nei manufatti (Renfrew 2007). Gli oggetti archeologici non sono meri resti passivi, ma tracce di azioni intenzionali e manifestazioni di schemi simbolici condivisi. Così intesa, l’archeologia contribuisce direttamente alla ricostruzione delle forme di pensiero.
Questa prospettiva è coerente con l’approccio sviluppato da Jan Assmann, il quale ha introdotto il concetto di “memoria culturale” per descrivere i processi attraverso i quali le società conservano e trasmettono significati nel tempo tramite supporti materiali, rituali e monumentali (Assmann 1992; Assmann 2011). La memoria culturale non è una semplice metafora, ma un insieme di pratiche concrete attraverso cui una civiltà stabilizza la propria identità e le proprie categorie interpretative. Monumenti, iscrizioni e strutture rituali non sono soltanto oggetti, ma dispositivi di trasmissione del significato. L’archeologia, studiando questi dispositivi, esplora le condizioni di possibilità del pensiero stesso.
Parallelamente, la filosofia del XX secolo ha sviluppato strumenti concettuali che consentono di comprendere il ruolo delle contingenze storiche nella formazione delle strutture mentali. Martin Heidegger ha sostenuto che la filosofia occidentale emerge da un’esperienza originaria dell’essere che si manifesta nel pensiero greco arcaico, ma che tale esperienza è stata progressivamente dimenticata nel corso della tradizione metafisica (Heidegger 1954). Tuttavia, la ricostruzione di questa dimensione originaria non può basarsi esclusivamente sull’analisi dei testi filosofici, poiché essi rappresentano una fase già relativamente tarda di un processo culturale stratificato. La comprensione delle radici del pensiero richiede dunque l’integrazione dei dati forniti dall’archeologia, dalla filologia e dalla storia delle religioni.
Numerosi studi del Novecento hanno confermato che le categorie fondamentali del pensiero greco si svilupparono gradualmente all’interno di contesti ben precisi. Bruno Snell ha sostenuto che la nozione di soggettività emerge progressivamente nella letteratura greca, e non costituisce una struttura originaria invariabile (Snell 1946). Eric R. Dodds ha mostrato che il pensiero greco arcaico non può essere decifrato senza fare riferimento alle pratiche religiose, alle esperienze rituali e alle concezioni del divino (Dodds 1951). Jean-Pierre Vernant, infine, ha evidenziato il legame tra la formazione della razionalità greca e le trasformazioni sociali e politiche della polis (Vernant 1962). Tutti questi studi convergono nel dimostrare che il pensiero filosofico scaturisce da un orizzonte storico concreto e da esso non può essere scisso.
L’archeologia fornisce un accesso diretto a tale orizzonte. Un esempio particolarmente significativo è costituito dal santuario di Pyrgi, situato nell’antica Tuscia (nell’odierno nord del Lazio). Questo sito documenta l’estensione e la vitalità di una civiltà etrusca la cui influenza si allargava ben oltre i confini dell’odierna Toscana, abbracciando anche territori padani, umbri e campani. Qui, le iscrizioni bilingui in etrusco e fenicio attestano l’identificazione tra la dea etrusca Uni e la dea fenicia Astarte (Rix 1991; Wallace 2008). Questo ritrovamento testimonia l’esistenza di fitte interazioni religiose e politiche tra Etruschi e Fenici, evidenziando come le identità religiose nel Mediterraneo antico si definissero attraverso continui processi di contatto e ibridazione. Tali evidenze materiali hanno implicazioni dirette per la comprensione del brodo culturale in cui fermentò il pensiero greco.
Il rapporto tra filosofia e archeologia può essere ulteriormente chiarito alla luce del concetto di “tempo assiale” introdotto da Karl Jaspers. Jaspers identificò il periodo compreso tra l’VIII e il II secolo a.C. come una fase di rottura fondamentale nella storia della coscienza umana, caratterizzata dall’emergere di forme di riflessione critica in diverse regioni del mondo (Jaspers 1949). Sebbene il concetto di tempo assiale sia stato oggetto di ampio dibattito, esso ha avuto il merito di sottolineare che la filosofia affiora in concomitanza con epocali trasformazioni storiche. L’archeologia rende empiricamente accessibili tali trasformazioni, restituendo i dati sulle strutture sociali, economiche e religiose che ne costituirono l’impalcatura.
Allo stesso tempo, l’archeologia non è una disciplina puramente descrittiva. Come ha osservato Bruce Trigger, l’interpretazione archeologica implica sempre l’uso di modelli teorici e categorie concettuali che influenzano attivamente la ricostruzione del passato (Trigger 2006). L’archeologia non si limita a estrarre dati, ma li interroga e li codifica. In questo senso, essa solleva questioni epistemologiche e ontologiche che appartengono a pieno titolo alla filosofia. Quest’ultima può dunque contribuire a chiarire i presupposti concettuali delle interpretazioni archeologiche, vagliando criticamente le categorie e i modelli impliciti utilizzati sul campo.
Il rapporto tra filosofia e archeologia deve essere pertanto concepito come un vincolo di reciproca necessità. La filosofia ha bisogno dell’archeologia per accedere alle condizioni materiali e storiche in cui il pensiero si è forgiato; senza di essa, rischia di operare su astrazioni svincolate dalla realtà. L’archeologia, d’altra parte, ha bisogno della filosofia perché ogni scavo e ogni interpretazione comportano assunzioni teoriche che richiedono di essere esplicitate e analizzate con rigore logico.
La moderna separazione tra queste due branche è il risultato di una frammentazione disciplinare relativamente recente. Nel mondo antico, la riflessione sulla natura, sull’uomo e sul divino non era mai recisa dallo studio delle tradizioni, dei miti e delle pratiche rituali. La riapertura di questo dialogo non rappresenta quindi un’innovazione arbitraria, ma un ritorno a una configurazione olistica e più originaria del sapere. Rintracciare le radici del pensiero impone l’integrazione dell’analisi concettuale con l’indagine materiale: solo così è possibile comprendere pienamente la genesi storica delle categorie filosofiche e, in ultima analisi, la natura stessa della filosofia.



Note

  • Platone definisce il filosofo come colui che conosce l’essere stabile e intelligibile, distinguendolo da chi si limita all’opinione (Repubblica, VI, 484a–487a).
  • Sulle interazioni culturali tra Grecia e Vicino Oriente, cfr. Burkert 1985; West 1997.
  • Sul ruolo cognitivo della cultura materiale, cfr. Renfrew 2007.
  • Sul concetto di memoria culturale, cfr. Assmann 1992; Assmann 2011.
  • Sulla questione dell’origine del pensiero occidentale in Heidegger, cfr. Heidegger 1954.
  • Sulla formazione della soggettività nel pensiero greco, cfr. Snell 1946.
  • Sul rapporto tra religione e razionalità nel mondo greco, cfr. Dodds 1951; Vernant 1962.
  • Sulle iscrizioni di Pyrgi e il loro significato storico, cfr. Rix 1991; Wallace 2008.
  • Sul concetto di tempo assiale, cfr. Jaspers 1949.
  • Sui presupposti teorici dell’archeologia, cfr. Trigger 2006.

  • Bibliografia
  • Assmann, Jan. 1992. Das kulturelle Gedächtnis. München: C.H. Beck.
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  • Burkert, Walter. 1985. The Orientalizing Revolution. Cambridge, MA: Harvard University Press.
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  • West, Martin L. 1997. The East Face of Helicon. Oxford: Oxford University Press.
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La vera filosofia etrusca

Romae, patriae nostrae communis, exordiar, et quoniam saecula aut naturalia sunt aut civilia, prius de naturalibus dicam. […]
Saeculum est spatium vitae humanae longissimum partu et morte definitum. Sed licet veritas in obscuro latet, tamen in unaquaque civitate quae sint naturalia saecula, rituales Etruscorum libri videntur docere, in quis scriptum esse fertur initia sic poni saeculorum: quo die urbes adque civitates constituerentur, de his, qui eo die nati essent, eum, qui diutissime vixisset, die mortis suis primi saeculi modulum finire, eoque die qui essent reliqui in civitate, de his rursum eius mortem, qui longissimam egisset aetatem, finem esse saeculi secundi. Sic deinceps tempus reliquorum terminari. Sed ea quod ignorarent homines, portenta mitti divinitus, quibus admonerentur, unumquodque saeculum esse finitum. Haec portenta Etrusci pro haruspicii disciplinaeque suae peritia diligenter observata in libros rettulerunt.

(Censorini, De Die Natali Liber, ad Q. Caerellium)


Ciò che è tramandato da Censorino a partire dai libri fatales non parla di un calcolo del tempo, ma muove da un’esperienza dell’essere nella quale il tempo non è ancora divenuto oggetto di misurazione. Il saeculum non è qui un tratto interno al tempo, ma il modo in cui il tempo stesso si essenzia, in quanto un popolo storico è fatto accadere nella presa d’atto di un’appartenenza al proprio destino. Il tempo moderno è il tempo calcolato. Esso è l’uniformità della successione inautentica. Scaturisce dalla rappresentazione di un hic et nunc vuoto, sempre sostituibile da un altro istante presente. In questa rappresentazione, il tempo appare come ciò che contiene le cose. Ma questo tempo tecnicamente misurato è ridotto ormai anch’esso a una cosa. Esso è l’occultamento dell’autentico farsi essenza del tempo.
Il saeculum, invece, non è nel tempo. Piuttosto, qui il tempo si fa essenza costitutiva in quanto saeculum. La Costituzione dell’Etrusca Disciplina dice: il saeculum dura finché vive ancora uno che è nato quando tutto quel che riguarda questa società è cominciato e che porta nella propria esistenza la possibilità estrema di quell’inizio. In questa vita più lunga non permane un individuo in quanto tale, ma l’inizio stesso si fa costitutivo fino al limite estremo della propria presenza. L’inizio non è il passato, ma ciò che permane di quel che è stato in quello che ancora è. Quel che è stato eppur permane non è ciò che non è più, ma ciò che ancora si sostanzia come fondamento che sostiene la presenza. Finché quel che è stato si consolida nell’esistenza di un vivente, l’orizzonte del suo stesso destino rimane aperto. Solo con la morte di quest’ultimo vivente non accade una fine interna separata da un tempo esterno che continua, ma è l’apertura stessa che fa il suo ingresso nel proprio completamento. Qui si mostra che il tempo non passa come passano le cose, ma che il tempo si trasforma, in quanto l’essere fa accadere un altro modo del proprio disoccultamento.
Il pensiero filosofico (greco) pone l’uomo come soggetto a fondamento e determina la storia a partire dalle prestazioni di singoli punti di vista. Esso nomina Aristotele, Parmenide, Eraclito, Pitagora. In questa nominazione il pensiero appare come opera di un individuo, e la verità è intesa come produzione di un soggetto. Ma questo modo di pensare è già conseguenza dell’isolamento nel quale l’appartenenza originaria all’essere si è ritratta. Una prepotenza individuale che costipa l’Uno dall’accadere, la castrazione del suo Evento. Nell’esperienza più originaria, infatti, il sapere non è fondato nel singolo, ma nel divino, e il popolo se ne fa interprete cogliendone la direzione nei segni. Il popolo sta gettato nel mondo al servizio dei divini, in quanto appartiene allo stesso orizzonte. Per questo la tradizione non conserva il nome di alcun pensatore etrusco, ma nomina soltanto gli Etruschi. Ciò non indica una mancanza, ma rinvia a un modo più originario del sapere. Il sapere non è qui filosofia nel senso successivo, ma disciplina, ossia seguire il diritto divino nella custodia del destino. Il popolo non è la somma degli individui, ma il modo in cui l’essere stesso raccoglie un’esistenza storica nella propria appartenenza. Questa appartenenza si configura come finita. La tradizione dice che ai dodici popoli per essere Uno fu assegnata una durata di dieci saecula, e che essi stessi acconsentirono a questa disposizione. Questo consentire non è una decisione soggettiva, ma l’assunzione del proprio destino. Il limite non appare qui come cessazione di un processo, ma come il modo in cui una totalità si compone nel proprio compimento. Il dieci non è un numero nel senso del conteggio, ma la misura della compiutezza raccolta. In esso parla ancora un’appartenenza originaria di numero ed essere, che troverà più tardi un’eco nel pensiero pitagorico, senza che lì sia ancora custodito l’essenziarsi originario stesso. Il numero non è ancora oggetto di calcolo, ma il modo in cui l’essere dispone e delimita il proprio destino. Pitagora, – ça va sans dire- educato da genitori etruschi a questa Aletheia costitutiva di un ordine non da costruire dal singolo uomo (poiesis) ma da scoprire già bell’e fatto dai divini (genesis).
Finché questo destino si conferma, il suo trapasso rimane occulto. L’occulto non è semplicemente l’ignoto, ma il modo in cui l’essere innanzitutto si ritrae. Ma questo ritrarsi è proprio la custodia del trapasso. Vulcatius fu colpito a morte per aver rivelato ciò che andava taciuto. Scrisse Ovidio ben prima di Wittgenstein: “Gravis est culpa tacenda loqui”. La Costituzione dice che i divini inviano segni quando un saeculum giunge alla fine. Questo segno, il portentum, non è l’indicazione di ciò che è presente, ma l’accadere nel quale il disoccultamento stesso si trasforma. Nel portentum l’essere accade come trapasso. L’evento non è qui un accadimento nel tempo, ma la conferma del tempo stesso come trasformazione del suo orizzonte. L’essere riconduce un’esistenza storica a quel che è stata e insieme sottrae la precedente modalità della presenza. Il portentum non è oggetto di interpretazione, ma il cenno in cui l’essere stesso si dice e si sottrae. La disciplina non è perciò un sapere sui segni, ma il vigile appartenere all’appello dell’evento.
Quando l’ultimo saeculum giunge al compimento, non scompare semplicemente un popolo dentro a un tempo che continua a sussistergli. Piuttosto, è il tempo in vigore a essere riassunto in quel che è stato. Quel che è stato non è il più niente , ma ciò che si configura in un altro modo. Nella fine si compie la presenza di ciò che è stato. Il saeculum mostra così l’appartenenza originaria di essere, tempo e popolo storico, sotto l’egida dei divini. Il tempo non è qui la misura della storia, ma la storia è il modo in cui il tempo stesso si conferma a partire dall’evento. Il saeculum non è nel tempo, ma il tempo è il saeculum, in quanto l’essere fa accadere un popolo storico nel compimento del proprio destino.

Pietro dell’Elba – 1583-84

Trovare un tal Pedro de Elba, di cittadinanza probabilmente genovese, in un testamento in Perù di sedicesimo secolo, è stato straordinario.

Anche se il soggetto, erede di Benito Sanchez, risulta come questi provenire dalla Riviera Ligure (Ribera de Génova), dato il non uso dei cognomi all’Elba, che cominciò proprio in quegli anni, un signore registrato come Pietro dell’Elba lascia pochi dubbi sulla sua origine.

Scrive Amelia Almorza Hidalgo, in El fracaso de la emigración genovesa en el virreinato del Perú, 1580-1640

I canali amministrativi e le reti informali che resero possibile il viaggio atlantico funzionarono anche nel tragitto inverso per la spedizione dei beni ereditari dei defunti. Con l’obiettivo che i beni che l’emigrante aveva riunito alla fine della sua vita potessero arrivare fino ai suoi luoghi di origine nella Riviera di Genova, questi firmarono testamenti nominando come esecutori testamentari le persone di maggiore fiducia che potessero garantire la loro spedizione, o perfino consegnarli personalmente. Per questo motivo, quasi tutti gli esecutori testamentari furono genovesi, o altri mercanti che si trovavano con il defunto al momento della sua morte. Quando gli esecutori non potevano viaggiare personalmente a Genova, consegnavano i beni ad altri genovesi, mercanti o religiosi, in una catena complessa che molte volte non funzionava. Questo trasferimento dei lasciti testamentari si faceva in base alla fiducia, ma anche con contratti che si firmavano davanti a un notaio. Così, Juan Gotucio, che si ammalò e morì nel tragitto verso la Nuova Spagna, nominò come esecutore un religioso che lo accompagnava nel viaggio. Questi consegnò i suoi beni davanti a un notaio a un genovese stabilito a Cadice, che aveva in programma un viaggio a Genova. La circolazione di questi intermediari nel viaggio di ritorno dalla colonia fino a Genova, e le reti di fiducia sviluppate tra emigranti e gente di mare, permise l’invio delle eredità dal Perù.
I pochi genovesi che vi si stabilirono e la necessità di utilizzare esecutori testamentari della propria nazione fa sì che nei testamenti conservati compaiano occasionalmente riferimenti incrociati, nel tentativo che qualcuno di loro potesse finalmente portare le eredità di tutti gli altri defunti. Questi casi dimostrano che alcuni gruppi stabilitisi crearono legami di mutuo soccorso, soprattutto per l’invio di beni a Genova. Così, nel caso di Alejandro Mediana, quando si ammalò fu curato dal suo amico ed esecutore testamentario Benito Sánchez, mercante di cordovani con il quale aveva diversi affari. Nel suo testamento, gli affida tutti i suoi beni, affinché li porti personalmente a Genova. Però, 5 anni dopo, anche quest’ultimo muore e dichiara che non aveva potuto viaggiare, motivo per cui lascia i suoi beni affidati, insieme a quello del suo amico, all’altrettanto genovese Pedro de Elba, che sembra essere in procinto di partire. Tuttavia, diversi anni dopo, quando interviene il Giudice dei Defunti, le eredità si trovavano ancora a Cuzco. La catena di spedizione informale dei beni spesso si complicava e non funzionava. Quando questo si verificava, o c’era una morte accidentale, agiva il Tribunale dei Beni dei Defunti (Juzgado de Bienes de Difuntos) dalla capitale di Lima. Il suo compito era verificare che avvenisse la spedizione dei beni ai legittimi eredi. In realtà, la maggior parte dei casi raccolti dal tribunale sono il prodotto della negligenza degli esecutori, che non inviavano l’eredità a Genova secondo quella che era la volontà del defunto e vi erano indizi che si fossero appropriati dell’eredità. Nonostante ciò, a causa di quanto il processo gravasse sull’eredità, alcuni specificarono nei loro testamenti il rifiuto assoluto che i loro beni subissero l’intervento di questo tribunale.

L’Elba e gli Spagnoli

Nel XVI secolo l’Isola d’Elba entra pienamente nella rivoluzione militare europea. Non si tratta semplicemente di una stagione edilizia più intensa, ma di un vero cambio di paradigma: nel giro di un secolo l’artiglieria pesante aveva trasformato la guerra d’assedio, rendendo obsolete le alte cortine medievali e imponendo mura più basse, spesse, angolate, capaci di assorbire l’urto dei colpi e di rispondere con fuoco radente. L’incremento delle spese militari dei grandi regni e imperi europei tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento fu enorme; la competizione tra la monarchia spagnola, la Francia, l’Impero e gli stati italiani rese strategici i nodi marittimi del Tirreno. L’Elba, per posizione e per risorse ferrifere, divenne uno di questi nodi.

In questo contesto va letta la politica di Cosimo I de’ Medici, che nel 1548 fonda la città di Portoferraio con il nome di Cosmopoli. Qui non si può parlare di semplice adattamento di una rocca medievale: l’intervento mediceo si innesta sulle rovine della città romana di Porto Argo, conosciuta nel Cinquecento come Fabricia, probabilmente dal nome della sua area produttiva e metallurgica, forse riconducibile a una originaria *Fabrica Ferraria*, poi reinterpretata in età umanistica come mitica “Fabricia”. La nuova città-fortezza non ingloba un castello preesistente, ma utilizza un sito portuale romano stratificato per edificare un sistema difensivo integralmente moderno. Le strutture di Forte Stella, Forte Falcone e Forte Inglese rispondono già alla logica bastionata: terrapieni interni, spessori murari considerevoli, angolazioni studiate per il tiro incrociato e il controllo del golfo. Portoferraio nasce dunque come città-fortezza anti-artiglieria, non come evoluzione di un impianto castrense medievale.

Diverso, ma complementare, è il caso del resto dell’isola. Qui la rete difensiva preesisteva in forme medievali o bassomedievali, spesso legate alla presenza pisana, appianese o aragonese. La Fortezza del Volterraio, ad esempio, ha origini altomedievali e conserva l’impianto di rocca dominante, concepita per controllo visivo e difesa passiva. Tuttavia nel XVI secolo essa viene riattivata e integrata nel nuovo sistema territoriale, adattata alle mutate esigenze belliche. Le torri costiere e le strutture di controllo dei litorali, come la Torre della Linguella, mostrano interventi di ispessimento, ribassamento e rimodulazione degli spazi interni, coerenti con la necessità di resistere al fuoco delle bombarde e di ospitare artiglierie difensive.

Nella parte orientale dell’isola, il sistema spagnolo si manifesta con forza nella costruzione del Forte San Giacomo, legato alla presenza iberica nello Stato dei Presidi. Anche qui, pur potendo esistere preesistenze o siti già fortificati, l’opera finale è pienamente cinquecentesca nella concezione: bastioni angolati, cortine ribassate, spazi interni idonei all’alloggiamento di artiglierie e guarnigioni permanenti. Non si tratta più di torri di avvistamento isolate, ma di nodi di una rete coordinata che collega Elba, Piombino, Orbetello e l’arcipelago, in una logica strategica mediterranea.

La tesi complessiva è dunque duplice ma coerente. Dove esistevano fortificazioni medievali, esse non furono semplicemente mantenute: furono ripensate, ispessite, talvolta radicalmente trasformate per far fronte a un’artiglieria che in un secolo aveva moltiplicato la propria efficacia distruttiva. Dove invece mancava una struttura adeguata, come a Portoferraio, si procedette a una fondazione ex novo secondo i principi della fortificazione alla moderna. In entrambi i casi, l’Elba non appare come periferia passiva, ma come laboratorio strategico nel quale si riflette l’evoluzione della guerra europea.

Le torri e le fortezze elbane del XVI secolo non rappresentano quindi una semplice continuità con il passato, ma il segno tangibile dell’ingresso dell’isola in un sistema geopolitico dominato dalla polvere da sparo, dalla competizione imperiale e dalla necessità di controllare le rotte del ferro e del Tirreno. La trasformazione architettonica è il correlato visibile di una trasformazione più profonda: quella di un Mediterraneo ormai plasmato dalla logica della potenza statale e dell’artiglieria pesante.

Segue Trattato di Londra 1557

Copia della Capitulazione originale tra el Re Philippo II et Iacobo Appiano VI, Signore di Piombino, n. 236 della III filza, rimessa per lo Ecc.mo Sig.re Don Sebastiano della Quadra =

Don Philippo, per la gratia di Dio Re delle Spagne, d’Inghilterra, delle due Sicilie et di Hierusalem ecc. Dico che, havendo respetto alli buoni et grati servitii che Iacobo Sesto Appiano d’Aragona, Signore di Piombino, et lo padre suo et li antecessori hanno fatto allo Imperatore mio Signore, et al Serenissimo Re Cattolico di immortale memoria suo avolo, et ad altri nostri precessori Re della Corona d’Aragona. Et per quello che speriamo che ci servirà, daremo ordine che molto brievemente lo detto Iacobo Sesto sia reintegrato et restituito nel detto Stato di Piombino, con tutto ciò che a lui s’appartiene, così in terra ferma come nella Isola della Elba et l’altre che al detto stato toccano et appartengono; acciò che il tutto habbia, possieda et goda, sì et tanto interamente et compiutamente come lo teneva, possedeva et godeva inanti et al tempo che fu posto in potere et amministratione del mio Ill.mo Cosimo de’ Medici, secondo Duca di Fiorenza, satisfacendo, come in effetto satisfaremo, al detto Duca le spese ch’elli ha fatto nella conservatione del detto stato per ordine dello Imperatore mio Signore, con li patti et conditioni seguenti, le quali sono concertate et assentate col detto Signore di Piombino di sua grata et spontanea voluntà.
Primieramente, che rimanga al detto Duca di Fiorenza il Porto Ferraro che si truova in la detta Isola della Elba, con li castelli et edificii che quivi ha fatto, et con quelli che più vorrà fare, con due miglia di termine intorno al detto porto, per commodità et aprofittamento delli detti castelli et habitatori d’essi, et per la populatione che quivi vole fare el detto Duca; con tale conditione, che se nel detto termine delli dui miglia vi fusse alcuno minero d’oro, argento, ferro overo qualunche altro metallo, o allumi, restino al detto Signore di Piombino, con tutti li altri che in la detta Isola et in l’altre haranno a rimanere.
Item, che per ciò che potrà convenire al nostro servitio, et etiam perché sarà maggiore sicurtà del detto stato, che possiamo noi et li nostri successori Re di Spagna, quando ci parrà, fortificare el porto o li porti che ben visto ci sarà nelle dette Isole, et ciascheduna d’esse, facendosi tutto del nostro soldo la spesa che nella guardia delle dette fortificationi si farà a nostra costa; et che per questo non debba contribuire el detto Signore di Piombino cosa alcuna in verun tempo, sanza che per questo intendiamo di preiudicare le rendite né il dominio della detta Isola.
Item, che rimangano li Castelli, Fortezze et Terra di Piombino da mo’ in la nostra guardia per lo tempo che a noi et alli nostri successori parrà convenire, et che ponghiamo in essi le persone che ci parranno per sicurtà del detto loco et delle sue forze, et che le tali persone et soldati che vi haranno da essere sieno Spagnuoli; la qual cosa tutta sia a nostra costa, et el detto Signore et li suoi successori non habbiano a contribuire in ciò, se non godere delle loro rendite liberamente et interamente, come di sopra è detto.
Et acciò che el detto Signore di Piombino et li suoi successori in el detto stato lo tenghino, possiedino et godino sicuramente, io m’obbligo et prometto per me et per li miei heredi et successori Re di Spagna di tenerlo sotto la nostra protettione et riparo, et di difendere lui et loro da tutte le persone di qualunche qualità et grado si sieno, che li volessino offendere o molestare, perturbandoli in la loro possessione.
Item, con patto che el detto Signore di Piombino et li suoi successori in el detto stato sieno reciprocamente obbligati a servire et agiutare noi et li nostri, quanto in sé fia, contro a tutte le persone del mondo, sanza eccettione alcuna di qualità né gradi, come di sopra è detto.
Et io, lo detto Iacobo Sesto Appiano d’Aragona, Signore di Piombino, prometto et m’obbligo per me et per li miei heredi et successori in el detto stato, che restituendomi in esso, secondo di sopra sta dechiarato, terrò et compirò con effetto tutto quello che in questa iscrittura è detto et ispecificato, sanza che in veruna cosa d’essa vi sia mancamento alcuno, così in ciò che tocca al detto Porto Ferraro et el termine che ha di rimanere, come in quello che a Sua Maestà resta riservato, sì per le fortificationi come per la guardia d’esse et di Piombino, cognoscendo come cognosco che questo è ciò che mi fa d’uopo et conviene per la sicurtà del detto mio stato, et acciò che io et li miei successori in esso lo possiamo tenere, possedere et godere con maggiore sicurtà et quiete.
In fede di che, io el Re, et lo detto Iacobo Sesto Signore di Piombino, di commune consentimento et essendo in tutto lo detto convenuti, firmiano questa iscrittura et l’habbiamo sigillata colli nostri sigilli. Et io el Re, comandai a Gonçalo Perez, mio Segretario di Stato, che la contrassegnasse; sopra lo qual tutto si rogherà et stenderà iscrittura in forma quando ci parrà, et intra tanto questa habbia tanta forza et vigore quanto qualunche instrumento publico possa havere. Fatta nella Città di Londra alli XXIX giorni del mese di Maggio, l’anno dello nascimento del Nostro Signore Iesu Christo di mille cinquecento cinquantasette = Io el Re = Iacobo VI d’Appiano Aragona Sig.re di Piombino = Per comandamento di Sua Maestà

Gonçalo Perez

Concorda colla Capitulazione originale che resta in questo Reale Archivio, in lo Cassone quinto dell’Appartamento del Reale Patronato; Simancas et Aprile venticinque di mille settecento et trentanove anni.



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Women. A geo-erotic historical map

This is not an exotic catalogue nor a polite exercise in cultural diplomacy. It is an attempt to trace the feminine as a historical and erotic force, seen from the heart of the Mediterranean, through the eyes of a heterosexual man conscious of his position, his desire, and his cultural inheritance. Sex is not a decorative element in human history; it is one of its structural energies. It has generated lineages, conflicts, alliances, myths, works of art, and systems of power. Every civilization has shaped the female body differently, veiling it, celebrating it, disciplining it, enthroning it, or fearing it. There is no abstract “woman.” There are cultural configurations of femininity, each molded by geography, climate, religion, economy, and memory.
The first figure that emerges is the Etruscan woman. In the frescoes of the Necropolis of Monterozzi in Tarquinia and the tombs of the Necropolis of Banditaccia in Cerveteri, she appears reclining beside the man at the banquet, sharing the same couch, occupying the same social space. Greek writers such as Teopompus commented with scandal on her visibility, which reveals more about Greek discomfort than Etruscan excess. The Etruscan woman was not hidden, not erased, not confined to the interior. Her name appears in inscriptions; her presence is genealogical, not ornamental. While there is no solid evidence of a formal matriarchy, there is unmistakable evidence of status. She was domina in the archaic sense: mistress of the household, visible center of aristocratic continuity. Her sensuality, described polemically by outsiders, seems less like provocation and more like natural ease within her own body. There is no trace of internalized shame. She is adorned, poised, aware, and powerful without theatricality. A solar authority.
In the Andes, within the legacy of the Inca world and visible today in many women of Peru, femininity takes on another register. Here it is rooted in altitude and endurance. The communal structure of the ayllu, agricultural cycles, and the demands of highland life have shaped a woman accustomed to work, resilience, and collective responsibility. The gaze, often recalling distant Asian migrations in its subtle contours, is steady rather than performative. Sensuality is less display and more warmth, less spectacle and more depth. It is an enveloping presence, grounded and intense, shaped by community rather than individual exhibition.
In southern Spain and Sicily, in Andalusia and Sicilia, territories layered by Phoenician, Greek, Roman, Arab, Norman, and Iberian currents, the feminine reflects the drama of crossroads civilizations. Here femininity carries pride, passion, and a strong awareness of its magnetic force. Honor cultures and family structures have deeply marked behavior, yet beneath social codes runs a current of heat. The body speaks openly; the eyes declare intention. Devotion and defiance coexist. The Mediterranean light sharpens contrasts, and the feminine here often oscillates between tenderness and tempest with remarkable naturalness.
In Scandinavia, shaped by sagas, cold climates, and long historical experiences of autonomy, another model appears. The Scandinavian woman projects independence without theatrical rebellion. Often tall, direct in gaze, accustomed to social systems that historically granted her certain legal and practical rights, she embodies a pragmatic freedom. There is less inherited guilt surrounding sexuality and more normalization of parity. Passion, when present, is not dramatized; it is integrated. In this context, equality is not a slogan but a cultural habit.
In France, centuries of courtly tradition, salons, and intellectual exchange have produced a different refinement. The French woman often wields language as part of seduction. Conversation, irony, and nuance precede physical closeness. The erotic dimension moves through intelligence, timing, and subtle gesture. It is not the explosive Mediterranean mode nor the Nordic reserve, but a calibrated interplay of softness and confidence. Seduction becomes art, shaped by restraint as much as by invitation.
In East Asia, in Japan and Thailand, femininity has historically been codified through posture, discipline, and ritual. In Japan especially, control of gesture, tone, and social distance has structured the presentation of the body. In Thailand, sweetness of manner coexists with a more fluid expressiveness. In both contexts, eroticism tends to be gradual rather than abrupt, mediated by etiquette and atmosphere. The body does not intrude; it unfolds. Desire is shaped by ritual and detail.
In the Caribbean, in the Antilles and Cuba, with strong African diasporic heritage, the feminine often moves with rhythm even in stillness. Dance and daily life are not separate domains. The walk, the laugh, the sway of the hips carry musicality. Warmth is immediate, expressiveness unrestrained. Here eros is not heavily compartmentalized; it flows through social space, through sound, through collective celebration. Femininity is embodied vitality, physical confidence intertwined with joy.
In contemporary Central Africa, alongside traditional local standards that have historically valued fullness and fertility as signs of prosperity, another image has emerged on the global stage. The Central African fashion model, tall, elongated, sculptural, with sharply defined features and an essential silhouette, represents a different aesthetic: vertical, minimal, almost ascetic. This femininity is less tied to local domestic symbolism and more to international iconography. It is not abundance but line, not earth but form. The body becomes emblem, circulating through global fashion systems as a universalized image of modern beauty.
Across these geographies, the point is not to establish hierarchy or to reduce complex societies to caricatures. It is to recognize that eros is filtered through culture, and culture shapes how the feminine is perceived, enacted, and desired. The Mediterranean male gaze carries its own inheritance of sea, sun, tragedy, and intensity. When it encounters different civilizations, it recognizes variations of the same primordial force, each refracted through distinct histories. Aristocratic visibility in ancient Etruria, communal depth in the Andes, passionate expressiveness in the southern Mediterranean, pragmatic autonomy in the North, intellectual seduction in France, ritualized softness in East Asia, rhythmic vitality in the Caribbean, and globalized abstraction in Central Africa: these are not fixed essences but cultural forms of desire. What changes is not the existence of woman, but the historical language through which femininity is shaped, seen, and lived.