Oggi è di nuovo nuvoloso e piovoso. Il mio pensiero va a Montagnier e Benveniste, che si erano avvicinati al divino significato recondito della vita terrestre riconoscendo all’acqua una mente propria – o quantomeno la capacità di memorizzare e ricordare i suoi viaggi tra mare, nuvole, pioggia, montagne, vene sotterranee, sorgenti, fiumi e di nuovo mare.
James Hillman usava la pseudo-metafora del Giardino. Se leggesse questo mio pensiero sarebbe certo d’accordo nel vedere in tutto la psiche – Psychè che mi fa definire il suo junghianesimo un vero e proprio panpsichismo in progress.
Quando si parla di acqua – noi che sappiamo quanto sia importante individuare le origini di parole e concetti – non possiamo non pensare a Talete. Ingegnere o generale del 600 avanti Cristo, che fece deviare il corso di un fiume per permettere al suo esercito di avanzare o aggirare il nemico.
Talete riconosceva all’acqua la sua essenza, e ne faceva l’elemento fondante della vita sulla Terra. Non sbagliava.
Ma questo ambito arcaico del pensiero ci porta ai maestri delle religioni antiche: gli Etruschi. In un passo di Seneca appare chiaro come la loro visione dell’acqua fosse ancora più animistica e post-quantistica. Essi infatti la consideravano dotata di volontà. L’acqua viaggia attraverso tutti i mondi – celeste, ctonio, fluviale e marino, assumendo tutti gli stati – liquido, solido, vaporoso. Per gli Etruschi, lo fa perché lo vuole fare, e lo vuole perché può e deve.
Ma l’acqua nell’antichità era anche talassocrazia e globalizzazione dei mercati. In questo i Romani furono allievi che superarono i maestri (Etruschi, Greci e Punici). Aneddotico e ricelatore un episodio sul porto di Pozzuoli.
Autunno 62 d.C., Campania: Seneca, ritiratosi dagli onori neroniani, osserva dal molo di Pozzuoli l’arrivo delle cursoriae naves alessandrine, “navi staffetta” con vele alte (supparum), precorritrici della flotta frumentaria. La folla acclama: mercanti siriani, egiziani, schiavi scaricano sacchi di grano nilotico, spezie, papiri – Puteoli, porto-emporio supera Ostia per traffici orientali. Lui attende impassibile lettere dai procuratores: “la situazione dei miei affari laggiù” (res ibi), minimizzando guadagni/perdite stoiche.
Roma dipendeva dall’Egitto per 1/3 del grano annuario (150.000 tonnellate), via 70-100 navi da Alessandria (1.200 tonnellate ciascuna), viaggio 7-14 giorni con monsoni estivi. Seneca incarna élite globale: prestiti provinciali, miniere spagnole, stake mediterranei – un’economia integrata con 60-80 milioni di sudditi, moneta unica, strade/mare.
Alessandria-Puteoli: ~2.000 km marittimi, 8-10 giorni medi (venti Etesie), più veloce di Londra-Roma moderna (2.500 km, 3 ore aereo ma supply chain 1-2 settimane).[2] Nel I sec., Egitto forniva 1/6 calorie romane; oggi, ritardi Suez/Panama (es. 2021 Ever Given) allungano rotte – l’antico Nilo era “porta accanto” per logistica imperiale.
Seneca ritratto evoca il pensatore cosmopolita dei traffici nilotici. Seneca, Epistulae Morales, 77.3.
Lettera 77 a Lucillo
Oggi sono comparse improvvisamente le navi alessandrine, che di solito precedono la flotta e ne preannunciano l’arrivo: si chiamano “navi staffetta”. In Campania le vedono arrivare volentieri: tutta la popolazione di Pozzuoli si accalca sul molo e anche in mezzo a tante navi riconosce quelle alessandrine dal tipo di vele: solo a esse è consentito spiegare la vela di gabbia che tutte le navi alzano in alto mare. 2 Non c’è niente che favorisca la velocità della nave quanto la parte alta della velatura; è da qui che la nave riceve la spinta maggiore. Perciò quando il vento cresce ed è più forte del dovuto, l’antenna viene abbassata: in basso il soffio ha meno forza. Quando arrivano in prossimità di Capri e del promontorio da cui Pallade su una cima tempestosa guarda dall’alto, le altre navi devono ridurre la velatura: la vela di gabbia è il segno distintivo delle navi alessandrine. 3 Mentre tutti si precipitavano alla spiaggia, ho tratto un enorme piacere dalla mia pigrizia: dovevo ricevere lettere dai miei amministratori e non mi affrettavo per conoscere la situazione dei miei affari laggiù e che notizie mi portassero: già da tempo per me non ci sono né perdite né guadagni. Avrei dovuto pensarla così anche se non fossi vecchio e quindi ancor più adesso: per quanto poco io abbia, sono provviste superiori al cammino che mi rimane, soprattutto perché ho imboccato una via che non è necessario percorrere fino in fondo. 4 Un viaggio è incompiuto se ci si ferma a mezza strada o prima del punto stabilito; la vita non è incompiuta, se è virtuosa. Dovunque la concludi, se la concludi bene, è completa. Spesso poi bisogna farla finita con coraggio per cause che non sono tra le più importanti: del resto non sono importantissimi neppure i motivi che ci tengono in vita. 5 Tullio Marcellino, che tu conoscevi molto bene, un ragazzo tranquillo e invecchiato di colpo, colpito da una malattia non inguaribile, ma lunga e fastidiosa e che esigeva molte cure, cominciò a pensare al suicidio. Riunì intorno a sé numerosi amici. Ognuno, o perché era vile, gli consigliava quello che avrebbe fatto egli stesso, o perché era compiacente e adulatore, gli dava il consiglio che supponeva a lui più gradito. 6 Uno stoico mio amico, una personalità fuori dal comune e, per lodarlo con parole degne di lui, un individuo forte e coraggioso, gli rivolse, a mio parere, le parole più opportune: “Mio caro Marcellino, non tormentarti,” gli disse, “come se dovessi prendere una decisione fondamentale; vivere non è poi una gran cosa: tutti i tuoi schiavi, tutte le bestie vivono: l’importante è morire con dignità, saggezza e coraggio. Pensa da quanto tempo fai sempre le stesse cose: mangi, dormi, fai l’amore. È un circolo vizioso. Desiderare la morte non è solo un segno di saggezza o di coraggio o di infelicità, ma anche di nausea.” 7 Marcellino non aveva bisogno di uno che lo convincesse, ma di uno che lo aiutasse. I servi si rifiutavano di obbedire. Lo stoico intanto li tranquillizzò e mostrò che la servitù si sarebbe trovata in pericolo se fossero nati dubbi sul suicidio del padrone; del resto non era un atto esemplare tanto uccidere il padrone, quanto impedirgli di uccidersi. 8 Allo stesso Marcellino ricordò poi, che sarebbe stato un bel gesto offrire alla fine della vita qualcosa alle persone che per tutta la vita lo avevano servito, come, finita la cena, si dividono gli avanzi tra gli schiavi presenti. Marcellino era generoso e liberale, disposto a dare anche del suo; distribuì così piccole somme tra i servi che piangevano e per giunta cercò di consolarli. 9 Non ebbe bisogno di un’arma o di una morte cruenta: non mangiò per tre giorni e comandò che nella stanza da letto mettessero una tenda. Poi fu portata una tinozza: vi giacque a lungo e a poco a poco mentre versavano l’acqua calda, gli vennero meno le forze, come diceva, non senza un suo piacere, il piacere tipico di quel lieve dissolversi ben noto a me che certe volte perdo i sensi. 10 Mi sono dilungato in una narrazione che certo non ti è sgradita; ti renderai ora conto che la morte del tuo amico è stata facile e priva di sofferenza. È vero che si è dato volontariamente la morte, ma se ne è andato dolcemente, quasi scivolando dalla vita. Non ti avrò certo raccontato questo inutilmente; è spesso la necessità a esigere modelli del genere. Molte volte dovremmo morire e non vogliamo, oppure moriamo e non vogliamo. 11 Nessuno è tanto ignorante da non sapere che un giorno o l’altro dovrà morire; eppure, quando si avvicina l’ora, tergiversa, trema, supplica. Secondo te non sarebbe completamente stupido uno che piangesse per non essere vissuto mille anni prima? Altrettanto stupido è uno che piange perché non sarà vivo fra mille anni. È proprio la stessa cosa: in passato non c’eri, non ci sarai in futuro; futuro e passato non ci appartengono. 12 Sei stato scaraventato in questo punto del tempo: allungalo pure; fin dove ti riuscirà di allungarlo? Cosa piangi a fare? Cos’è che vuoi? Fatica sprecata. Non sperare che per le tue preghiere mutino i disegni divini. Sono stati sanciti, sono immutabili, li governa una potente ed eterna necessità: andrai là dove vanno tutti gli esseri. Cos’è che ti sembra nuovo? Tu sei nato sotto questa legge; così è stato per tuo padre, tua madre, i tuoi avi, per tutte le generazioni passate e sarà così per quelle future. Una successione ineluttabile, che nessuna forza può infrangere, vincola e trascina ogni cosa. 13 Che folla di uomini destinati a morire verrà dopo di te, che folla si accompagna a te! Saresti più forte, penso, se insieme a te morissero molte migliaia di individui: eppure, nel preciso momento in cui tu esiti a morire, molte migliaia di uomini e di animali in maniere diverse esalano l’ultimo respiro. Ma non pensavi che prima o poi saresti arrivato alla meta del tuo cammino? Ogni viaggio ha una sua fine. 14 Tu credi che ora mi rifarò a esempi di grandi uomini? No, parlerò di ragazzi. È famoso quel ragazzo spartano ancora imberbe che, fatto prigioniero, gridava nel suo dialetto dorico: “Non sarò schiavo mai”; e mantenne fede alle sue parole: quando gli ordinarono il primo lavoro umiliante e servile, (portare un vaso da notte), si fracassò la testa sbattendola contro la parete. 15 La libertà è così vicina: e c’è chi vive schiavo? Preferiresti che tuo figlio morisse così, o che diventasse vecchio nell’inerzia? Perché dunque turbarti, se anche un fanciullo può morire con coraggio? Metti caso che tu non voglia seguire il destino comune: sarai costretto. Riduci in tuo dominio ciò che dipende da altri. Non imiterai il coraggio di un fanciullo per affermare: “No, non sarò un servo”? Infelice, sei schiavo degli uomini, delle cose, della vita; anche la vita, se manca il coraggio di morire, è una schiavitù. 16 Hai davvero buoni motivi per aspettare? Anche i piaceri, che ti bloccano e ti trattengono, li hai esauriti: non ce n’è nessuno nuovo per te; nessuno che non ti disgusti ormai per la troppa sazietà. Conosci il sapore del vino puro, del vino col miele, non c’è differenza se per la tua vescica ne passano cento o mille anfore: sei solo un filtro. Conosci benissimo il gusto delle ostriche e delle triglie: la tua mollezza non ti ha lasciato nulla di ignoto da godere per gli anni a venire. Eppure sono queste le cose da cui ti stacchi a malincuore. 17 C’è dell’altro che ti dispiace se ti viene strappato? Gli amici? Ma sai essere un vero amico? La patria? Ne fai conto tanto da ritardare la cena? Il sole? Ma se potessi, lo spegneresti! C’è qualche tua azione degna della luce? Confessalo: dalla morte non ti trattengono la politica o gli affari o l’amore per la natura: tu lasci malvolentieri un mercato di viveri, in cui non hai lasciato nessun prodotto. 18 Hai paura della morte: eppure come la disprezzi per una mangiata di funghi! Vuoi vivere: ma ne sei capace? Hai paura della morte: perché? Questa esistenza non è morte? Mentre Gaio Cesare passava per la via Latina, uno dei prigionieri, un vecchio con la barba lunga fino al petto, lo supplicò: “Fammi uccidere!” Gli rispose: “Perché, adesso tu vivi?” Ecco la risposta da dare a quegli individui per i quali la morte sarebbe un rimedio: “Hai paura di morire, perché adesso vivi?” 19 “Ma,” può rispondere, “io voglio vivere, compio tante nobili azioni; non ho intenzione di venir meno ai doveri dell’esistenza, doveri che adempio con probità e zelo.” Perché? Ignori che uno dei doveri della vita è anche morire? Tu non trascuri nessun obbligo; non hai un numero definito di doveri da compiere. 20 Ogni vita è breve; se guardi alla natura delle cose, è breve anche l’esistenza di Nestore e di Sattia, che ha voluto scritto sulla sua tomba di essere vissuta novantanove anni. Vedi: c’è chi si vanta di una lunga vecchiaia; chi l’avrebbe potuta sopportare se fosse arrivata a cent’anni? La vita è come un dramma; non conta quanto è lunga, ma se viene rappresentata bene. Non importa dove finisci. Finisci dove vuoi, basta che tu chiuda bene. Stammi bene.
