Cenni di Lingue Elbane

L’Elbano di Scoglio si distingue in due categorie: orientale ed occidentale. Non va confuso con l’Elbano di Città, che è un Fiorentino di Mare. A sua volta, l’Orientale si distingue in tre ceppi: riese/cavese e capoliverese e un terzo ceppo alloctono, il Longonese. Quello Occidentale (o Marcianese in senso lato) si ramifica in Pucinco (Poggio, Procchio, Solane, Filetto), Marcianese (Marciana, Zanca, i Patresi), Pomontinco (e/o Chiessese) e Campese. Fino a 50 anni fa le differenze erano cosí grandi che si percepivano a orecchio, oggi molti giovani si sono imbastarditi nella parlata, influenzati dalla tv, gli studi alle università continentali, l’atteggiamento rinunciatario verso la propria identità locale.

Che cos’è bellezza

Black Sea – 2017 by Lunisio Scultore Etrusco

Che cos’è bellezza? Chiese Poros a Penìa. È la misura. Rispose lei abbracciata a lui dopo l’amplesso. Così nascerà Eros, il daimon dell’amore, questa emozione che cerca e che fugge, che viene e che va. Proprio come la vita. Come il moto onduoso di un mare nero, le bracciate della voga, il giorno e la notte, lo straniero sullo scoglio. L’ultimo quadro prima di lasciarci lo realizzò olio su tela 50×25 apparentemente monocromatico vicino al nero totale, grazie a questa foto ingrandita a 4200×2100 pixel, con effetto contrasto ed esposizione aumentata con la app Aviary, saturazione amplificata con la app Prisma, oggi il quadro ha “ripreso luce”, come un’anima che viaggiando negli inferi tenebrosi raggiunge finalmente il suo cerchio di luce.

BLACK SEA by Lunisio Scultore Etrusco (l’ultimo quadro)

EIN SOMMER AUF (OST) ELBA

È notizia di questi giorni la diffusione di un film tedesco per la tv interamente girato all’Elba, che porta anche nel titolo. Un’estate all’Elba è una storiella dalla trama molto leggera. Racconta di una famiglia tedesca che va in vacanza all’Elba, dove grazie alla vita in mezzo alla natura scopre di essere in crisi e di aver bisogno di altro.

Il vero protagonista del film è l’Elba. A dire il vero non tutta l’Elba, ma solo la sua parte orientale, quella ad est di Portoferraio. E non l’Elba delle spiagge e sul mare, ma la montagna, i suoi boschi e la sua natura. Fiori, alberi, rocce ed uccelli si mostrano per i veri tesori dello “scoglio”.

Nell’immaginario tedesco i taxi sono disponibili ovunque e sono delle bellissime utilitarie storiche, anche se i tassisti potrebbero essere impegnati dalla famigerata “siesta”. Difficile spiegare ai tedeschi che all’Elba quasi nessuno va a dormire nel pomeriggio. Meglio lasciarglielo credere, non distruggere i loro falsi miti.
Le mitiche Cinquecento a Taxi per le vie di Rio Marina.
La villa affittata dalla nostra famigliola è antica, immersa nel verde, con un bel giardino un po’ selvaggio.
Il cuore della vita non è sul lungomare, ma per le viuzze di un antico borgo montano.
La signora anziana che osserva il mondo dalla finestra nascosta dall’ombra delle persiane, tipico italiano.
I tavolini dei bar nel centro storico, rigorosamente in legno, e le insegne vintage che rimandano sempre agli anni ’70. I tedeschi non vogliono trovare all’ Elba la modernità e l’avanzamento della tecnica, piuttosto qui cercano riparo da essa, nell’oasi del dominio della natura.
Il film, comedetto, è interamente girato ad est, al punto che anche l’acqua di Napoleone non sgorga più dalla fonte di Poggio.
I lavatoi di Rio.
L’orologio di Cosmopoli (Portoferraio)
Albe e tramonti immersi nella natura. Paesaggi montani che si stagliano sul mare, un’unicità elbana per i tedeschi.
La visita all’antica Portoferraio e il suo centro storico.
Duomo
Le chiese sono un patrimonio culturale immenso. Agli occhi degli stranieri le chiese elbane appaiono come caratteristiche e straordinarie, anche se ai locali sembrano normali.
Teatro dei Vigilanti
La Toremar entra in porto. Mentre in genere nel film le immagini relative al porto sono da Rio Marina, e la passerella per l’imbarco è a Porto Azzurro.
L’Apino è, insieme alla Cinquecento e alla Vespa, l’altro veicolo che gli stranieri vorrebbero vedere sempre per le strade di una romantica isola italiana.
La carta dei sentieri. Una sorta di bibbia per l’Elba montana.
I panni stesi sulle vie. Altro stereotipo poetico. Al pari degli Apini. Un must.
Il mare visto dalla montagna.
L’amicizia. La signora tedesca incontra una ragazza elbana che parla perfettamente il tedesco. Un particolare importante. La terra non è fatta solo di alberi, uccelli e paesaggi, ma anche di persone, veri esseri umani. Bisogna dire che gli elbani escono fuori come persone romantiche, colte, sensibili. Un’immagine da coltivare…
L’elbano di cui s’innamora la signora tedesca somiglia in modo straordinario all’ingegnere responsabile della promozione turistica, ovviamente molto più affascinante.
I colori crepuscolari del Mediterraneo.
Le sedie di plastica non esistono nel film. Sempre e solo legno. Magari una sedia diversa dall’altra, ma sempre e solo di legno.
Lo Scoglietto.
Escursione alla Modenna del Monserrato, con dettagliata spiegazione sulle sue origini storiche catalane.
Bellissima panoramica sul Monserrato.
Escursione in bici
Birdwatching
Portoferraio vista dal cuore del film, la zona tra Bagnaia e Nisporto, dove si trovano il camping di Lorenzo e la villa dei tedeschi.
L’Elba è anche divertimento per i giovani. Non mancano le occasioni per ballare e bere una birra tra adolescenti.
La Rada durante una festa.
Il tedesco e l’elbana, non una storia d’amore comune, ma possibile nel film.
I gabbiani grandi protagonisti.
L’unico fotogramma in cui si riconosce l’Elba occidentale. Sullo sfondo imponente la sagoma del massiccio del Monte Capanne.
Le splendide rocce rosse sopra Longone.
Birdwatching tra i pini.
Un’ora e mezzo di film, per una commedia leggera, che più che alla trama mira a mostrare la bellezza dell’Elba lontano dalle solite spiagge. Solo Elba orientale, ma pur sempre Elba 😉

Le chiavi della moto.

Erano le cinque del mattino di una notte d’agosto dell’86. Avevamo fatto una corsa dal 64 a Poggio io e Ale. Ricordo che ci eravamo fermati in piazza, le moto sul cavalletto e i caschi al manubrio, sedutici ai tavolini esterni del bar già chiuso, a ridere di quella e quell’altra curva, di come eravamo stati veloci. L’arsura della notte in discoteca si faceva sentire. Ci salutammo, io risalii in moto, col casco attaccato al gomito per il laccetto, a percorrere le poche decine di metri che mi separavano da casa. Arrivato alla curva di Mariuccio, che chiamano così per via del mi’ babbo, improvvisai una scappata alla fonte, quella di Napoleone, a dissetarmi. Tornando verso casa, sempre col casco al braccio, sotto il cimitero incontrai la macchina dei carabinieri di Marciana Marina. Pensai in un millisecondo a duemila cose, alle centinaia di mila lire della multa senza casco, e accelerai verso casa sperando che non mi avessero riconosciuto. Svoltai per la strada del Perone e m’inguattai dietro l’angolo sulla via del Bresci, a fari e motore già spenti. Non potevano vedermi, se non fosse stato per il mio amico Fritz. Fritz era un vero bastardo, un cucciolo gigantesco mezzo maremmano e mezzo tedesco, che quando tornavo a casa mi accoglieva con sontuosi festeggiamenti, mugolando, abbaiando a squarciagola, correndo a zig zag, saltandomi addosso. Gli appuntati non poterono non notarlo. Se ne accorsero, fermarono la macchina davanti la terrazza, abbassarono il finestrino e pronunciarono con aria scolastica il mio cognome: “Mazzei!”.

Risuonava proprio come la voce del professore che mi chiamava alla cattedra per interrogarmi il giorno che non ero preparato (ovvero sempre). Mi presero i documenti e redassero il verbale per guida senza casco, ma il peggio doveva ancora venire.

Un paio di giorni dopo il mi’ babbo mi chiama con quella faccia seria che metteva su solo quando davvero l’avevo combinata grossa e mi fa: “vieni, che ci ha convocati il maresciallo Viti, mi vuole parlare di una cosa grave.”

Io pensai: quante storie per avermi beccato senza casco sotto casa! Invece, arrivati in caserma, lui sempre gentilissimo e sorridente, stavolta aveva lo sguardo cupo, dal retrogusto di… “qui si va sul penale!” Non capivo, finché non ci spiegò, che essendo la moto di grossa cilindrata, la copertura assicurativa valeva solo per conducenti d’età maggiore di 21 anni, e io ne avevo neanche diciannove.

La moto era una stupenda Yamaha 600 XT, e non era mia. Pochi mesi prima avevo chiesto a Don Franco, il nostro parroco, di vendermela, ma lui mi disse: “A che serve vendertela, i documenti sono sotto il sedile, queste sono le chiavi, fai come se fosse tua, poi vediamo…”.

Quel giorno il maresciallo chiamò Don Franco e gli disse che sulla sua scrivania c’era una denuncia penale, non so se un mandato d’arresto, ma certo un reato grave, che chiamò “incauto affido”. Ovviamente il maresciallo, che era un galantuomo, strappò tutto, limitandosi a rivolgersi al mio babbo e dirgli: “Caro Mario, facciamo finta di nulla, di’ a tuo figlio di riconsegnare a Don Franco le chiavi della moto, e a questo punto, non possiamo fare più nemmeno la multa per la guida senza casco. Stavolta gli è andata più che bene, cerchiamo di non farne succedere più, perché finché si tratta del prete chiudiamo un occhio, ma non possiamo farlo sempre. “

Oggi, 35 anni dopo, ho messo nero su bianco questo ricordo, perché ieri caro Donfri la tua anima è tornata del tutto al divino e di te qui, per chi non vede bene, resterà solo un’epigrafe al cimitero, o una piazza, se ti verrà intitolata. Ma per chi vede nei pertugi della materia buia, tu sarai sempre qui, oste della nostra casa di Dio, le pareti e l’alto soffitto di “questa” chiesa sono intrisi del tuo spirito. Qui ci hai raccolti nella vita, nell’amore e nella morte. Qui ci siamo raccolti al Signore con te, che ci hai battezzati e ci hai fatto i funerali, te che ci hai sposati tutti.

C’è una piazza, il circolo, i bar, dove ci si incontra. Ma il vero cuore del borgo e della sua comunione è qui, dove ci si raccoglie. In piazza ci si trova con gli altri, in chiesa ci si trova se stessi. Qui non c’è quel senso di caotica libertà, i brusii, il passeggio, le risate. Qui c’è molto di più e che altrove non c’è. C’è l’ordine divino, la regola comune, il raccoglimento, il silenzio e la preghiera, ma sopra tutte queste cose sempre, qui c’è la comunione, il fare Uno tutti insieme, lo stare uniti e sentirsi uniti, persino purtroppo nel dolore più grande, quando ci lascia il tessitore del nostro legame più profondo.

Dicono che “morto un papa se ne fa un altro”. Questo proprio non mi pare il caso. Questo non è un ricorso storico. Don Franco è l’Ultimo Prete. Dopo di lui è difficile immaginare che ne venga un altro a prendere il suo posto. Don Franco non ha rimpiazzi. Questo borgo e la sua comunità oggi perdono l’auriga e dovranno concimare la loro comunione più che mai se non vogliono disgregarsi per sempre e smettere di esistere come comunità, come parrocchia.

Morto Don Franco non se ne fa un altro. Dovremo scavare fino agli estremi delle nostre radici, trovare risorse che non sapevamo affatto di avere, tirar fuori tutte le virtù rimosse, e farsi ciascuno pastore per gli altri, e pensarsi agnelli per se stessi.

Pensiero in noi

Il sole era sempre troppo lontano, abbastanza da essere intuito, ma non da esser visto.L’Enfola era una piramide naturale che emergeva dal mare come l’isola di un lago, le acque piatte in certi giorni come questo. Non si è connessi se non si è veloci. Rapidi al limite dell’istantaneo, quasi attaccati, prossimi nell’essere a tutto remoti. Oramai il cielo non era più un colore disteso, ma un crogiuolo di forme in movimento. Corazzate di nubi montate intrecciate a cirri, grigie come il piombo o bianche come il latte, navigavano l’aere disegnando differenze, potenziali di senso. Un fulmine porta la luce di un lampo nella notte, e si porta via la luce dell’uomo e dei suoi cavi. Black out, lock down, post, what’s up. Locuzioni imperiali dominano le terre desolate, ma barlumi di gioia di vivere restano accesi su piccole eremitiche esistenze di campagna.Il silenzio è interrotto da canti sibilanti di volatili allegri e il vento che si alza furente a sbattacchiare i rami delle acacie uno contro l’altro. Soffiano le valli come gridolini lontani, richieste d’aiuto che arrivano incomprensibili da luoghi irraggiungibili, come a mostrare all’orecchio in uno specchio di suoni l’immensità della sua impotenza. Niente è sotto controllo, tanto che raccogliendo tutti i dati che riguardano la vita di un individuo pur sempre resterà ignota a chiunque la dimensione della sua anima. Inafferrabile la totalità conserva per sé la qualità dello spirito. A noi non resta che lasciarci vivere. Lasciarci pensare, lasciarci essere pensati. Lasciare che il pensiero pensi in noi. 

Etruschi e iperborei

vivere in Scandinavia
ETRUSCHI E IPERBOREI

La mia esperienza scandinava – nordica, dicono loro, “nordysk” – cominció con un trasferimento a Copenaghen nel 2005 dove rimasi a vivere ingegnandomi per otto mesi.
Notai subito che la mia casa, a pianterreno in Elmegade 23, aveva delle finestre enormi senza né tende né persiane. Semplicemente non c’era nulla da nascondere, perché gli scandinavi sono immuni dal nostro Senso-della-vergogna. Grazie a questa loro caratteristica non ci sono né persone vergognose a nascondersi né guardoni a sbirciarli. Questa cosa mi attrasse antropologicamente, anche se allora non conoscevo cosí bene la cultura etrusca, – la mia antica cultura perduta, – per cui non potevo fare paragoni.

La mia seconda esperienza scandinava non tardó a presentarsi sulla strada scritta del mio destino. Era il 2007 e c’innamorammo io e una bella svedese. Stavamo un po’ in Italia e un po’ in Svezia e andavamo in vacanza in Francia; la Francia affascina gli svedesi. È stato un anno e mezzo intenso e ho capito molte cose della loro visione del mondo.

L’ultima volta in Scandinavia ci sono stato con un viaggio che io stesso avevo organizzato nei dettagli con Emilia, per conto di AAE, APT, Elbafly. Facemmo delle “fiere elbane” con prodotti artigianali ed enogastronomici, a Copenaghen, Oslo e Stoccolma, per lanciare il “prodotto turistico” Elba.

Con questa ultima esperienza posso dire di aver completato il quadro delle mie esistenze scandinave, avendone vissuta la cultura in tre modi diversi.

Nei dieci anni successivi di buen retiro nella mia isola mi sono dedicato con sempre maggior piglio e affinata tecnica allo studio della protostoria, nella quale ho incontrato questo popolo ancora una volta, per come doveva essere tra i 5 e 3 mila anni fa.

L’archeologia mi ha parlato dell’inizio del III millennio e dello sviluppo dell’industria dell’ambra, che loro navigando i fiumi portavano dal Baltico al Mar Nero e all’Adriatico. La mitologia teogonica mi racconta di loro che attraverso il Mar Nero raggiungono l’Egeo e portano il culto di Apollo, il loro dio monoteistico delle arti – musica, poesia, medicina… – e del lume della ragione, che non faticó ad imporsi e andare “di moda” anche a sud.

Alcuni frammenti di rame del 1400-1300 a. C. trovati in Scandinavia provenivano da Ugarit (Siria) dove erano stati forgiati in lingotti a losanga con il minerale di Cipro. Non ci vuole molto ad immaginare che, in quella guerra mondiale che attorno al 1200 vide sconfitti i grandi regni che insistevano sulle terre dalla Grecia all’Iraq odierni, gli scandinavi-barra-iperborei dovettero dire la loro.

Un’altra cosa interessante della Scandinavia è la durata delle giornate. In inverno posso dire che il sole non l’ho mai visto distintamente e che l’alba era a metà mattino e il tramonto poche ore dopo. Ma psicologicamente forse più devastante è l’estate. Senza tende poi, è difficile dormire a luglio, quando è sempre giorno, e fa notte per poche ore, ma mai davvero buio.

Uno studioso indiano una volta si interrogó sul calendario etrusco. Perché i 60 giorni “dopo natale” non si nominano, e i loro due mesi non sono degni nemmeno di avere un nome? Questa storia ce la portiamo dietro ancora oggi, che il dodicesimo mese si chiama decimo – dicembre, come se i primi due non esistessero. Il nostro studioso ne evinse che questo calendario doveva essere nato in Scandinavia, dove per due mesi all’anno non sorge mai il sole. Io non sarei portato a fare l’equazione “etruschi=scandinavia”, ma certo è che potrebbero aver ottenuto l’arte di contare il tempo dai sapienti iperborei.

Questi certo dovevano avere delle conoscenze molto avanzate in vari settori, considerando la ricorrente figua del loro stereotipo di sapiente – Abaris – che appare a più riprese e in epoche lontane tra loro nella letteratura greca. Fu Abaris per esempio a prestare a Pitagora il suo “scooter a reazione” col quale dopo uno spettacolo a Taranto riuscí a farne un altro in Sicilia la sera stessa – il mito racconta che Abaris girasse il mondo a bordo del suo “vellino d’oro” andando a predicare e cantare perle di saggezza ovunque. La coscia stessa di Pitagora era d’oro, e faceva di lui un “figlio d’Apollo”, iperboreo appunto. Il fatto poi che Pitagora non fosse considerato greco dagli stessi greci lo dimostra il fatto che in alcune biografie (ne sono giunte a noi una manciata delle decine scritte da autori vari, compresi due testi scomparsi di Aristotele) è detto “figlio di un orefice di un’isola etrusca del nord”. Il buon Mnesarco aveva pure un nome, ma agli ellenocentrici (fallologocentrici, direbbe Sarah Koffman) non piace affatto sta storia che la fonte di ispirazione di Platone e inventore della parola “filosofia” e della scrittura “in corsivo” fosse di origine etrusca e/o iperborea.

Parlo di elleno-fallologocentrismo con tremenda cognizione di causa qui. Vi ho raccontato delle tende che non c’erano nella mia casa di Nørrebro. Ora vorrei tradurvi un passaggio di un’insigne studiosa austriaca, si chiama Petra Amann.

“Die Gemeinsamkeit der Frauen sei νομος;, Nacktheit nichts Anstößiges und Schamhaftigkeit in sexuellen Angelegenheiten unbekannt. Das Fehlen des (für einen Griechen normalen) Schamgefühls ist Landessitte bei den Etruskern, ihre Schamlosigkeit geht aber nicht auf bewußte Amoralität zurück, sondern stellt sich als Folg von Nicht-Wissen und fast kindlicher Unschuld dar.”

La comunità delle donne sia νομος (Legge); la nudità per nulla discutibile e la vergogna in materia sessuale sconosciuta. L’assenza della greca sensazione di vergogna è per gli etruschi costume, usanza, ma la loro spudoratezza non deriva dall’amoralità consapevole, ma si presenta come conseguenza della non conoscenza della vergogna e di una pura innocenza, quasi infantile.

1799 – assedio di Portoferraio

Estratto da
Vincenzo Mellini Ponçe de Leon, Delle memorie storiche dell’isola d’Elba, Volume V, 1799 I francesi all’Elba

CAP. IX
Pagine da 209 a 222

Pag. 209

CAPITOLO IX – – Gli elbani e napoletani assediano Portoferraio. Trattative di resa abortite.

§1

Prima di raccontare gli avvenimenti che stanno per svolgersi sotto Portoferraio, è utile avere un’idea di questa piazza, che a quei tempi era ritenuta, e con ragione, per un formidabile arnese da guerra. La piazza di Portoferraio, opera dell’immortale Camerini, sorge sopra un monticello a doppio vertice che chiude, dal lato di settentrione, il porto. La sua maggior lunghezza è di circa 800 metri dal bastione di S.Giuseppe, al ridotto della Pentola e non oltrepassa nella massima larghezza i metri 550 dall’Arsenale della Tonnara, alla batteria di S. Fine. La sua circonferenza, presa alla scarpa delle mura, misura circa 3100 metri. Ha la forma di un poligono irregolare prolungato da levante a ponente, coi lati del centro molto vicini fra loro.

Pag. 210

Consta di tre forti principali che, spiegandosi a ventaglio, vanno decrescendo sino al livello del mare; e sono il Falcone, la Stella e la Torre del Martello. Il primo di questi constituisce il formidabile fronte di difesa dalla parte di terra e il secondo e il terzo quello dal lato del mare. Il forte, eretto sulla prominenza maggiore (alta m. 79 sul livello del mare), posta a settentrione del porto, chiamato il Falcone, forse dal nome antico che aveva il poggio, è formato da quattro recinti di batterie, concatenate e poste in comunicazione fra loro da spaziosi cammini coperti, facilissimi a chiudersi con materiale, che hanno per nucleo un maschio che resta nella cima più alta del colle. Questo è di figura quadrilatera con un lato bastionato. Ha la porta con albertesca e con cancellata esterna: casematte, cisterne e tutto l’occorrente necessario ad una lunga difesa. Il primo recinto, a mezzodì, è formato dal bastione del Cannone; a ponente da quello dell’ Imperatrice, e a tramontana da quello dell’Imperatore che sorge sopra rupi scoscese e inaccessibili. Il secondo comincia, a maestro, dall’angolo saliente del bastione dell’Imperatore e finisce, a mezzogiorno, col bastione del Veneziano. Sulla piattaforma poi di questo sorge un Cavaliere che batte per terra il terreno ondulato circostante al fronte di attacco, e per mare tutto il porto e le sue spiaggie. Il terzo recinto ha principio, a tramontana, dalla batteria e cavaliere di S. Fine, termina, a mezzogiorno, al bastione della Cornacchia superiore e comprende cinque bastioni che comunicano fra loro a mezzo di comodi cammini coperti. La batteria di S. Fine è coordinata a battere di fronte la spianata e la sponda del fosso del Ponticello, e di fianco, la campagna adiacente, ad impedire l’approdo di qualunque bastimento lungo tutta la spiaggia delle Ghiaje e a difendere l’approccio delle batterie delle Fornaci. Queste sono situate nel fosso secco di S. Fine, spazzano tutta la spianata e l’accesso del fosso del Ponticello, e incrociano i fuochi colla controguardia situata sotto il bastione della Cornacchia superiore, destinato a difendere la bocca della Darsena. Il quarto recinto finalmente ha principio sotto la batteria di S. Fine e termina al bastione del Cornacchina, destinato anch’esso alla difesa della Darsena. Questo recinto che chiude la Piazza dalla parte di terra, comprende il ridotto della Pentola, il forte del Ponticello e altre opere che difendono l’antica porta della città. Principali poi fra le opere che costituiscono il fronte di difesa dal lato del mare, sono il Forte Stella e quello della Linguella. Il primo sorge, a metri 48 sul livello del mare, sopra una collinetta a oriente del Falcone, ma più basso di esso e a greco del paese che ne è dominato. I suoi baloardi sono disposti a raggiera e comprendono in tutto cinque angoli irregolari, per lo che fu chiamato Stella. Dal lato del mare s’inalza sopra roccie asprissime e del tutto inaccessibili; da quello di terra il suo accesso è ditèso da cancellate, porte e contro porte; ed è distinto in tre sezioni, delle quali la prima comprende il Forte propriamente detto; la seconda il fianco destro che guarda le sortite dalla fortezza da cotesto lato; e la terza il fianco sinistro, che difende la cortina che conduce al bastione dei Molini. Il forte della Linguella è formato dalla solida Torre ottangolare detta del Martello, che può riguardarsi come il Cavaliere dei bastioni di S. Teresa e di S. Francesco che la fiancheggiano; il primo dei quali difende l’entrata della Darsena ed il secondo guarda il golfo da levante a libeccio: batteria molto interessante non solo per la sicurezza della Darsena, quanto ancora perchè ha un campo vastissimo nel defilamento del golfo. Esso per sirocco e per libeccio è bagnato dal mare del golfo, per maestro da quello della Darsena e per greco è diviso dal resto della Piazza da un largo e profondo fosso in cui s’insinuano le acque della darsena e sul quale sono gettati due ponti levatoi, che la pongono in comunicazione colla panchina della darsena stessa e col bastione superiore di S. Carlo.

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Questi tre forti sono collegati fra loro da altre opere di fortificazione. Così un cammino di ronda, il bastione radente e cortina dei Molini, riuniscono la costa di tramontana e congiungono la Stella al Falcone: i due bastioni di S. Giuseppe e di S. Carlo chiudono lo spazio fra la Stella e la Linguellla e difendono l’entrata del Porto e un cammino di ronda; e il ridotto di Porta a Mare e la freccia del Gallo, ricongiungono la Linguella al Cornacchina e difendono colla fucilata l’interno della darsena. Il bastione dei Molini domina l’imboccatura del golfo coi suoi fuochi d’infilata ed è uno dei punti più importanti della Piazza, ed il Radente che lo completa ha un estesissimo dominio sul mare, incrociando i suoi fuochi col bastione suddetto e col Forte Stella. Il bastione di S. Carlo, colla sua artiglieria, spazza tutta la Linguellla e guarda il porto e la sua imboccatura. È difeso a libeccio da un fosso largo e profondo che è, come ho già detto, inondato dalle acque della Darsena e sotto di esso, nella grossezza del muro, è praticata una porta con ponte levatojo, che pone in comunicazione il forte della Linguella coll’interno della Piazza; ai lati della quale sono due stanzoni a volta reale che al bisogno possono servire da caserme o da magazzini. Ma la chiave della difesa dal lato del mare, è il bastione di S.Giuseppe, spalleggiato alla sua sinistra da un solido cavaliere casamattato, che sporgendo il suo fianco sinistro verso il golfo, co’ suoi fuochi radenti e d’infilata, ne fulmina l’entratura. Detto bastione, con quello di S. Carlo e di S. Teresa, forma una tela impenetrabile di fuochi all’ingresso del golfo, coadiuvato dal Forte Stella, abbenchè troppo elevato, e dall’imponente bastione e radente dei Molini. Il Ridotto di Porta a Mare è poca cosa e la sua piattaforma, attesa la debolezza della volta che la sostiene, non può essere armata che da piccoli pezzi e perciò di poco o niuno effetto.

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La Freccia, finalmente, del Gallo, è formata da una muraglia bugnata, con merli per la moschetteria, e con panchina a comodo dei fucilieri. Avvi un corpo di guardia, con cancello che ne chiude l’ingresso, il quale è coperto da una piattaforma dal recinto merlato, alla estremità della quale si eleva un casotto su cui posa un Gallo di metallo dorato che dà nome al luogo; e sopra la volta della scala che mette alla piattaforma, è praticato un vacuo capace di due o tre barili di polvere pel servizio di due cannoncini di bronzo destinati a chiamare all’obbedienza i bastimenti ancorati in rada. Come ho già detto, due porte danno accesso alla piazza, una dal lato di mare e l’altra dal lato di terra; accesso reso difficile dal lato di terra dal fosso largo e profondo del Ponticello che fa della medesima una penisola. La posizione quindi di Portoferraio, sopra, un suolo aspro e scosceso, difesa da barriere insormontabili, irte di scogli, che ne vietavano l’accesso per due lati e circondata dal mare per il resto; era, in quei tempi, una delle più favoreggiate dalla natura per difendersi efficacemente da un nemico aggressore. Prescindendo dai difetti che detta Piazza presentava nel fronte di difesa tanto dal lato di terra, che da quello di mare, alcuni per natura dei luoghi e altri per difetto di arte, che qui non accade indicare; essa aveva lo svantaggio gravissimo di non cuoprire sufficientemente i caseggiati dell’intiera città che si stendono, ad anfiteatro, dal Forte Falcone al Forte Stella e, formando una gra- dinata, scendono sino alla Darsena; i quali se erano al co- perto delle palle nemiche dai lati di ponente e di tramontana, non lo erano egualmente da quelli di levante e di mezzogiorno: di mancare di acqua potabile di sorgente e di scarseggiare di cisterne per la popolazione; non che di essere circondata, alla distanza di meno di cinque chilometri, da poggi, vantaggiosamente situati, dai quali poteva essere battuta in breccia con cannoni di grosso calibro. Infatti molte opere di essa erano dominate dalle colline di S. Rocco (m. 45 sul livello del mare); di S. Giovanbatista (m. 59); 1 di Consumella (m. 72), e delle Grotte (m. 50): tutte poi lo erano da Monte Albero (m. 117), dalla Punta Pina (m. 90) e da quella della Falconaja (m. 118). Molte polveriere corredavano, a quel tempo, Portoferraio e le principali erano quelle poste sul pendìo orientale del Falcone. Eravi una sala da artifizii; un arsenale vastissimo; spaziosi quartieri e caserme alla Stella, al Falcone, alla Topa e sulla spianata del Ponticello, da alloggiare un tremila uomini; un ospedale; numerose cisterne, ad uso esclusivo del presidio e moltissimi magazzini per munizioni da guerra e da bocca. Centosessantuna bocche da fuoco in bronzo e in ferro; un numero proporzionato di proiettili pieni e vuoti; una quantità di spingarde e di moschetti di riserva; armi da punta e da taglio; molta pol- vere da guerra; cartuccie da fanteria cariche a palla e a pallettoni; scatole a mitraglia; spolette cariche per bombe; artifizi di diversa specie; nitri e solfi per fuochi di artifizio; piombo, ferro, cordami e sacchi a terra; arnesi da guastatori e da minatori; pietre fuocaje per fucili; affusti di corredo e ricambio; piattaforme per cannoni e mortari; legnami, carri-matti, meccanismi per montare e smontare pezzi; vetture diverse; macinelle a mano per la molitura dei cereali; ed altri utensili e minuti oggetti in gran copia, ne completavano l’armamento e il corredo. E questa era la Fortezza, resa formidabile dalla natura e dall’arte, guarnita da prodi soldatesche e abitata da animosi cittadini, che il De Gregorio si accingeva ad investire con pochi soldati, con poche artiglierie, con pochi guerriglieri e senza il soccorso di nessun bastimento da guerra. Quale audacia!

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§ 2. Ma il De Gregorio, reso animoso dai successi favorevoli sino allora ottenuti, non frappose indugio alcuno a mettere in esecuzione il piano di guerra contro Portoferraio stabilito dal Consiglio. Dietro suo ordine, nel giorno stesso (27 maggio), a cominciare il blocco dalla parte di terra, una quantità di elbani, protetti da un distaccamento di soldati napoletani, si portò nel territorio portoferraiese e dopo averne occupato le posizioni di maggior importanza; frale quali il Forte del Volterrajo, poco guardato dai francesi che venne preso senza resistenza, coll’ajuto e direzione di alcuni riesi; diedero mano a devastarlo da cima a fondo. E questo atto vandalico, se fu una sodisfazione dovuta ai capoliveresi e ai longonesi per i danni da essi sofferti, ai quali avevano preso larga parte i volontari portoferraiesi; fu per altro uno sbaglio gravissimo, e ne vedremo in seguito le conseguenze; giacchè i portoferraiesi, anche quelli avversi ai francesi e fedeli al governo granducale; vedendo, dalle loro finestre e dalle mura, andare a fuoco e a fiamma le loro proprietà, concepirono un odio mortale contro i devastatori, che li costrinse a gettarsi, più per istinto della propria conservazione che per simpatia, nelle braccia dei francesi, dai quali soltanto potevano essere ristorati o vendicati dei danni che pativano. Oltre di che, a impedire le comunicazioni della Piazza dal lato del mare, diè mano ad armare in guerra parecchi bastimenti elbani e li destinò ad incrociare nel canale di Piombino e nel golfo di Portoferraio, per toglierle ogni comunicazione col continente. Gli equipaggi erano scarsi? Ed egli li rinforzò con giovani presi a Longone e a Capoliveri; i magazzini di Longone non potevano fornire i viveri? Ed egli ordinò alle ciurme di pigliarli ovunque fosse lor capitato. Questi lupi di mare, messi in balìa di se stessi, non rispettarono, duole il dirlo, nè amici nè nemici e più che ad altri diedero la preferenza ai proprietari riesi, ai quali tolsero vino, bestiame e frutta dalle case e campagne che avevano in prossimità delle coste. Dopo di ciò, il De Gregorio, considerando che ristrette le operazioni militari al solo blocco, non era quasi sperabile di far cadere Portoferraio, divisò di bombardare la città all’oggetto di costringerne gli abitanti alla resa. Quindi, senza perder tempo, costrinse il caporale e sotto caporale e cinquanta operai della Miniera di Rio a trasportare, nella notte (28-29 maggio), artiglierie e munizioni alle Grotte, sito, designato dal consiglio di guerra per l’impianto di un fortino per battere di colà Portoferraio, che non distava da quella piazza più di 1250, metri. Costruitavi, sotto la direzione degli uffiziali d’artiglieria, una bene intesa batteria; venne armata subito di due grossi cannoni da assedio e di quattro mortari e munita di palle, bombe, polvere e altri aggeggi militari, valendosi di tutte le bestie da soma dei riesi. Gli elbani frattanto scorrazzavano da padroni nel piano di Portoferraio e la loro audacia giunse a tale che si spinsero perfino sotto le opere avanzate di quella Piazza. Il Montserrat, sdegnato di tanta baldanza, mandò (28 maggio) a cacciarli 150 uomini, tra soldati e guardie nazionali, con un obusiere. Dopo alcune ore di combattimento, questi, accerchiati da un fuoco continuo di moschetteria, furono costretti a rientrare in Portoferraio, non senza danno. Gli elbani ebbero un morto nella persona di un córso emi- grato, di cui s’ignorava il nome, e due feriti. Anche questo piccolo scacco contribuì ad accrescere il malessere della cittadinanza; già abbastanza allarmata dai preparativi di bombardamento dei napoletani e dalla difficoltà di comunicare colle campagne circostanti, infestate alle scorrerie degli insorti; temendo tutti e specialmente la plebaglia e il contadiname rifugiato in città, se risparmiati dai proiettili nemici, di morire di fame. La municipalità (29 maggio), a calmare la classe degli abbienti, fè spargere che era imminente l’arrivo di un buon nerbo di truppe francesi; e a provvedere alla sussistenza di quella povera, ordinò il restauro di tutte le macinelle a mano, che si trovavano in città; invitò i contadini e i braccianti a impiegarsi nella macinazione del grano per conto del comune, offrendo loro la mercede di L. 4, a sacco; esortò i macchiaiuoli a portarsi lungo la costiera, cioè ai Pisciatoi e ai Màngani, a provvedere le legna per i forni e per i cittadini, promettendo di farli scortare da un numero sufficiente di soldati; e invitò il Montserrat, trovandosi il forno comunale sprovvisto di farine, a fare dispensare al presidio biscotto, anzichè pane. Fortuna volle che in quel giorno avesse luogo la prima mattanza de’ tonni, che riuscì abbondantissima; e ne potessero essere distribuite al pubblico libbre 5000, al mite prezzo di L. 6.8, la libbra.

§ 3

Il De Gregorio, preparato il tutto per l’attacco, mandò (29 maggio), prima di cominciare il fuoco, due parlamentari a Portoferraio, incaricati l’uno di presentare al comandante francese l’intimazione per la resa immediata della Piazza, e l’altro di consegnare alla municipalità una lettera, colla quale esortava i portoferraiesi a rendersi al re delle Due Sicilie. Il Montserrat ricusò nettamente, in modo scortese per non dire villano, la resa, con una lettera nella quale diceva non essere solito di trattare negozi di guerra e resa di piazze con forzati, caprai o zappaterra; e della quale fu portata copia, nel giorno dopo, al governatore Sardi dal capo anziano di Marciana, reduce dal campo, ad eccitare di più l’odio di quella popolazione contro i francesi. La municipalità, disse al parlamentario che avrebbe risposto a suo tempo. Il De Gregorio, deluso nella concepita speranza di avere subito e senza colpo ferire Portoferraio, cominciò nella notte, (29-30 maggio) verso le ore 11, a bombardarlo furiosamente. I cittadini sorpresi nelle prime ore del sonno dal grandinare delle palle e dallo scoppio dei proiettili nemici, uscirono esterrefatti e frettolosi dalle loro abitazioni e cercarono uno scampo nei sotterranei e nelle casematte. Il bombardamento continuò così, senza interruzione, sino al mattino: e sarebbe durato ancora, se la municipalità non avesse deliberato di mandare dei parlamentari agli assedianti.

§ 4

Essa adunatasi, sotto la presidenza del Lambardi, nelle prime ore del giorno, si affrettò a rispondere (30 maggio) al De Gregorio in modo risentito e poco conveniente al caso, che il di lui invito a rendersi al re delle Due Sicilie, non poteva essere accettato dai portoferraiesi, perchè non erano mai stati sudditi di quel re: che essi, invasa Toscana dai francesi, avevano dovuto riceverli per non riescire ribelli al proprio principe che nel lasciarli ordinò di accettare quel governo che riserbava loro la divina provvidenza: che gli elbani, che egli asseriva di governare, erano piombati sulle campagne dei portoferraiesi, le devastavano e le incendiavano, non con altro diritto o altra legge che quella dell’assassinio: che egli dicesse chi, del popolo portoferraiese si era armato, chi aveva devastato il territorio longonese e chi aveva preso parte ai fatti perpetrati dalle truppe francesi in Capoliveri: che egli, che nulla di tutto questo poteva rimproverare ai portoferraiesi, eppure osava batterne le mura, rovinarne le case e far prigioni coloro che, senza immischiarsi nelle cose di guerra, accudivano alle loro campagne: che se i francesi, facevano la guerra ai napoletani e agli elbani, non erano i portoferraiesi che la guerreggiavano; mentre il territorio invaso, le case coloniche bruciate, e le abitazioni rovinate dai proiettili appartenevano ad essi: che egli, se lo soffrisse pure in pace, violava il gius delle genti e calpestava il diritto della guerra, che non poteva in modo alcuno esercitare contro di essi: che se egli aveva il diritto di difendersi da chi l’offendeva; essi, per le ragioni esposte, non dovevano essere offesi da lui: e che rientrasse in se stesso, ritornasse ai principi di giustizia e richiamasse al dovere le sue genti che erano guidate soltanto dalla rapina; che così facendo, sarebbe stato certo di ritrovare nei portoferraiesi considerazione e rispetto. Questa risposta trapelata nel pubblico, commosse la cittadinanza. Quella parte di essa che aborriva il dominio straniero, conosciute le proposte della resa, non essendo disposta a subìre le conseguenze disastrose di un assedio ad utile esclusivo del partito giacobino, cominciò ad assembrarsi e a tumultuare dinanzi al palazzo municipale, chiedendo la resa immediata. La municipalità che non aveva ancora inviato, la lettera avventata già scritta, al De Gregorio; rientrata un poco in se stessa, glie ne scrisse un’altra in termini più sommessi e più ragionevoli, e manifestandogli con una ingenuità veramente preadamitica che una parte della popolazione era disposta a entrare in trattative per la resa, gli chiese, se aborriva dal sangue e voleva contribuire al benessere dell’ Isola, il tempo di sei giorni almeno per raccogliere la volontà generale. Dette lettere, non comprendiamo con quale avvedutezza, vennero spedite al Governatore di Longone a mezzo del municipalista capitano Pietro Traditi e dell’ufficiale francese Rochette.

(CONTINUA)