ANTICHI TEATRI

È pazzesco che ancora ci sia gente che va a teatro.Un teatro moderno dove fanno commedie francesi e americane, oppure dove parlano napoletano, o fiorentino. E magari un teatro antico in tutti i sensi.
Ne ho in mente uno dove si danno tragedie greche e moderne ma tutte con ambientazione in epoca sempre prima di Cristo. Lo so a cosa stai pensando, proprio ora, a ridere e urlare: “E gli etruschi!?!”.
(minuto di silenzio)
Però, se trovassimo qualcuno disposto ad imbarcarsi in un progetto del genere, a lungo termine, potrei metterci oltre alle idee il teatro vero e proprio, una sala da 40/50 posti, a Poggio, che mi sembra anche essere il numero per mantenersi un pubblico di nicchia.
Mah. Te intanto pensaci e parlane, poi il tempo farà il resto. 

Agli amici archeologi

Cari amici, anche alla lontana, torno per l’ennesima volta sulle questione dei paradigmi. Capisco che ammiccare continuamente a Kuhn, ai suoi follower e ai suoi prequeler, non è sufficiente, e non sarà mai abbastanza, per quanto mi sgoli, non servirà a farvi sentire delle voci che viaggiano fuori dalla gamma per la quale le vostre orecchie sono tarate. Ma devo attirare la vostra attenzione e contaminare il margine della vostra portata epistemologica.

Vi chiedo di studiare Kuhn, capire che cosa significhi attraversare una “rivoluzione scientifica” nel 1963 circa. Poi capire la densità del concetto di Crisi delle Scienze come formulato da Husserl alla fine degli anni ’20 del ‘900.

In seguito potremmo trovare altri vocabolari. Teorie dei contesti, giochi linguistici wittgensteiniani, stili nietzscheani, forme di vita. Insomma grumi, addensamenti, comunità di asserviti per principio di hakeniana memoria…

Ve lo chiedo perché si colmino queste voragini che danno vita a dei punti ciechi nello sguardo d’insieme sul contenuto del mio messaggio, dell’individuazione in process del nucleo del mio pensiero.

Questo perché fin dal principio tutto questo non è che una grossa lettera indirizzata agli amici archeologi, anche alla lontana, e per conoscenza agli antichi e ai posteri.

Venturi non immemor aevi. Giusto?

Natale a settembre

È settembre ma è come fosse natale.

Il vento a folate che penetrano l’ossa e quasi ti ghiacciano dentro. Ma non solo. Certo sì anche quello. Ma sei persone in casa, forestieri della mia famiglia, che dormono sotto questo tetto, mi fa venire in mente la radice, vedere in faccia viva la mia nonna.

Come fosse natale a settembre.

Guardare il manto di Zeus ingiallire, le foglie cadere, i ricci ingrossare. Guardare i pomeriggi finire sempre prima. Sentire forte dentro un sussulto di vita, molto amore, molta vita piena. Mi fa pensare alla mia radice, a nonna, all’Elba.

Un rito di passaggio, un verbo fatto carne, una cometa in cielo, i desideri.

Stanze chiuse mesi riaperte all’uso. Bagni e docce ferme dall’agosto dell’anno scorso si rimettono a pisciare. Le acque della casa scorrono, come vene, nonostante il vento ghiaccio, a circolare per la vita. La casa vive.

Come fosse un natale in Provenza di qualche decennio fa, che smuove il mouse e clicca su quella vecchia cartella gialla della mia memoria, dove non solo sta il ricordo così com’è di tanti anni fa, ma il punto exe esecutivo di quella stessa giovane e fresca energia emotiva.

A settembre, come fosse natale.

Procchio (abstract)

Il verbo al presente indicativo è

PRÓCHIME (πρόκειμαι, prókeimai), che significa “disporsi prima”, “stare davanti”, “allungarsi di fronte”, come è il caso della Punta della Guardiola a Procchio, che si trova in questa accezione in

Polibio, Storie, libro 1, cap. 48, §3.οἱ προκείμενοι τῶν στοῶν πύργοιPolibio (I, 48, 2) Dove

PROCHÍMENI (προκείμενοι) è detto di un capo, o isola, ecc., che sta in bella vista.

Interessante, seppur senza valore scientifico, notare che al modo ottativo la seconda persona singolare è

PROCHÍO (προκοῖο, prokoîo), col significato di “stacci davanti”, “fai in modo di trovartici di fronte”, “che tu ci vada”, che fantasiosamente potrebbe orientare a pensare a un’indicazione per i naviganti sulla mappa.

PRESOCRATICI SENZA FILTRO

L’hanno trovato proprio lì dove sta seduta lei. Pare che l’abbia cacciata dal museo perché lei dopo due ore che parlavano di etruschi ed elbani è tornata, si è seduta, e gli ha chiesto di raccontarle della nave romana, sì, la nave di tacca.

Quando sono entrati aveva il capo chino stretto tra le mani e i gomiti appoggiati sulle cosce. Stava in silenzio da principio, ma poi si è alzato di scatto e ha cominciato a gridare aiuto.

Tiratemi fuori! Tiratemi fuori di qui! Sono rimasto intrappolato nella macchina del tempo! Fatemi uscire, vi prego! Portatemi via da questa modernità!

Poi ha blaterato qualcosa su Alberti, Coresi e Lambardi, ha guardato la signora del piano di sotto che era salita in vestaglia e pantofole ad offrire il suo aiuto, si ferma e le dice: “ma lei è Orlanda Pancrazzi, tale e quale!

Oranda Pancrazzi aveva detto che in fondo in fondo molte delle fantasie di Celeteuso Goto dopo secoli di scoperte archeologiche si erano rivelate fondate, seppur delle sue fantastiche città ammantate d’epica e di mito oggi non restavano che ruderi di castelli etruschi di fine VI secolo.

Datemi dei presocratici! Non ho chiesto tanto. Datemi dei presocratici senza filtro. Nudi e crudi, potenti così come sono senza essere stati smorzati da traduzioni in lingue banalmente vive. Dei presocratici nature, senza passarli attraverso la macchina dialettica tritatutto del naturalista Hegel ®Girmi.

Vorrei solo un po’ di presocratici belli freschi. Appena pescati, prima che l’aria li soffochi e puzzo si facciano i profumi dell’anima. Non chiedo testi sumeri. Non ho mica detto il libro dei morti egizi! Solo un pacchetto di presocratici… Senza filtro!

Apparatocrazia

Ci avvaliamo di apparati che garantiscano le nostre vite. Apparati concettuali, apparati giuridici, apparati tecnologici.

Abbiamo eretto attorno a noi pareti di apparati. Ora non abbiamo neanche più una vita da proteggere, perché la nostra vita è vincolata ed inclusa nel mega-apparato dell’insieme dei suoi apparati.

Ma fermiamoci a pensare più attentamente a cosa sono questi apparati ed alla misura della loro consistenza ontologica. Non si tratta qui di decidere del loro grado di realtà; qui non c’entra nulla la realtà. Piuttosto dovremmo meditare sulla loro efficacia, proprio perché siamo da questo stesso paradigma manipolati ed indotti a pensare che le nostre stesse vite valgano in funzione della quantità di efficacia che le nostre azioni sanno sprigionare.

Oltre all’efficacia, carburanti del sistema degli apparati sono la concretezza e la sicurezza. La sicurezza è quella cosa di cui abbiamo già parlato in altri termini; la salvaguardia della vita. La concretezza è invece la riduzione del tempo al presente, in cui una visione del mondo torcicollata riesce a guardarsi indietro o al futuro a fatica, con pene insopportabili per le vertebre cervicali e patemi delle orbite degli occhi.

Essere anarchici oggi non ha più senso. L’anarchia di fine ‘800 muoveva i suoi passi ed assestava i suoi colpi in nome di diritti e battaglie che sottostavano ad un sistema di apparati completamente diverso rispetto a quello degli anni’ 20 del XXI secolo.

Neanche pensare di ribaltare e distruggere l’apparato degli apparati porterebbe oggi – per ragioni strutturalmente simili a quelle del non poter più essere anarchici – ad una via d’uscita.

L’asilo. Anche l’asilo, l’esilio e l’auto-esilio non possono più completarsi in quanto ad efficacia. La fuga stessa è un vocabolo che presto neanche Treccani e la Crusca riporteranno più.

Quindi bisogna battersi per diritti diversi, con battaglie ed armi diverse. O forse non combattere affatto, ma semplicemente resistere immobili. E ancora combattere solo interiormente, o al massimo nel mondo dello spirito aperto, nelle parole, con le parole.

L’astrazione contro la concretezza, il tempo che da attimo fugace perfettamente presente si trasforma in corpo esteso dalla preistoria al post-destino. L’amore per tutte le cose, gli esseri, i linguaggi, le visioni del mondo più eterogenee e le più semplici in armonia, il pensiero che si offre, contro l’efficacia, l’utilitarismo, il materialismo, il pensiero che fa i conti.

La domesticazione della bestia. Ammaestrare il demone interiore che più ci terrorizza. Riequilibrare il nostro stato emotivo in una forma illuminata distanziata dalle paure. Il distanziamento dalla paura. Una presa di posizione coraggiosa contro ogni ingerenza degli apparati nello spazio di libertà delle nostre vite.

(A. M. 23.08.21)

Amici

Amici. Chi sono gli amici? Sono quelle persone con le quali si è riso qualche volta insieme, con le quali si è scherzato e giocato, fatto qualche cena, a volte si potrebbe anche aver pianto, altre cantato, insieme.

Gli amici non sono necessariamente sempre lí, a nostra disposizione. Gli amici vanno e vengono, a volte spariscono, magari per una scaramuccia o un banale malinteso.

Ma gli amici non sono quelli che le persone normali che si sentono normali coltivano e conservano da tutta una vita, senza mai una tragedia, una frattura, un litigio. Gli amici, piuttosto, sono quelli coi quali si è condivisa l’intensità della vita, di una vita niente affatto normale.

Con gli amici a volte ci si comincia a disprezzare o a far finta d’ignorarsi. Ma sappiamo che nel terrore, nella guerra, nella paura concreta della tragedia di massa, sono le persone sulle quali possiamo contare.

Dispiace quando un vecchio amico, col quale per futili motivi ci si era allontanati, viene a mancare. L’amico se ne va per sempre senza averci dato la possibilità di ricucire, di riparare, di vedersi e ridere o piangere insieme un’ultima volta.

Dovremmo cercare, a un certo punto della vita, di risentire gli amici persi per strada. Di rassicurare loro con la garanzia di uno spazio dedicato nella memoria dei nostri cuori.

È già tardi oggi per dire quello che avremmo dovuto dire ieri, prima che un altro caro amico ci lasciasse. Possiamo solo affidare alle parole i nostri pensieri e le nostre emozioni sperando che le anime non si dissolvano in mille pezzi e muoiano insieme ai loro corpi.

Possiamo solo gridare la nostra immarcescibile amicizia al vento e sperare che il respiro della terra sia lo stesso spirito dei nostri morti e ci stia ad ascoltare.

Addio amico mio di cuore.

Ad A. D. 22.08.21

La faccia scura di un vaso etrusco

Il dissapore del loro incedere

Non altrimenti perfettibile

E i fari a LED dei ricchi

Annegano la vista dietro un velo di lacrime

E la verità di Locke diffrangono

L’esibizione impettita della crescita

Un’aura sovrana che deborda e impera

Avrei voluto dirti quello che ti ho taciuto

Mentre ti guardavo come Dea nubia

Faraonica far sbocciare sulla digrazia

La tua tenebra di senso e di grazia

E per me l’altalena di Michele

Un cerotto che nasconde una ferita

La mia transizione in te

Il tuo pertugio di aria e di sangue

Un sorriso con l’amica sul lago del ramo

Avrei voluto chiederti se mangi pesce o carne

Ed invitarvi entrambe con lo champagne a cena

L’ARTE MIMETICA o Del mestiere dell’imitazione


La prima regola per un buon imitatore è non dichiarare che cosa o chi si sta imitando. Per esempio, se si interpreta un camionista è assolutamente vietato anche solo pensare di dire “sono un camionista”. Devono essere gli altri a dirlo preferibilmente all’unisono, senza aiutini da parte dell’autore della performance. 
La mia imitazione migliore in assoluto fu circa cinque anni fa presso Castello Pasquini a Castiglioncello. Durante un convegno internazionale di Meccanica Quantistica uscii nella pausa nel terrazzo-cortiletto al piano a fumare una sigaretta. Chiacchierando con un fisico ungherese e uno scozzese (mi pare) esposi loro la mia personale teoria dell’anima dei quanta, e in cinque minuti c’erano una quindicina di scienziati di tutto il mondo ad ascoltarmi e farmi domande. Quando rientrammo, a fine speech mi ritrovai seduto accanto Noam Chomsky e ci mettemmo a chiacchierare di filosofia politica. Io non mentii mai, eppure fui scambiato per uno scienziato. Interpretazione da Oscar.
Una volta ho fatto il ristoratore. Un’altra il CEO di una grande azienda tedesca. Sono stato giornalista, leader attivista, esperto assemblatore e programmotare di pc, organizzatore di eventi di ogni genere, poeta, scrittore, conferenziere di storia, di filosofia e di archeologia, superprof di lingua, ideatore di festival, e tante altre cose che al momento non ricordo.
Credo di aver avuto una gran carriera e stimata professionalità. Anche se pochissimi tra il mio vasto pubblico alla fine hanno davvero capito che si trattava solo di una perfetta performance di un grande imitatore. Mai impostore.