IL LIBRO

Come tra guelfi e ghibellini

La poesia si stritola

Sa che vogliono entrambi sapere che cosa c’è dopo il paradiso

Sola la scrittura che sgorga da sé senza determinazioni è sacra

S’azzuffano persino i cuccioli, per gioco

Il verbo viene da sé sempre, che logos è lo stocheion.

Parola è l’origine.

È tempo di contare fino a mille prima di dire qualsiasi cosa.

“Lasciatemi andare” grida il pazzo.

“Prendetemi con voi” sussurra uno di “noi”.

Seduto in silenzio il niente tace.

Lasciamo che la poesia riprenda fiato.

Redenzione

Se non abbiamo amici. Se pensiamo o sentiamo di non avere amici. Se non abbiamo comunque abbastanza amici, almeno non tanti quanti ne vorremmo.

Quando gli amici non ci danno tutto quello che vorremmo, o quando consideriamo che essi non ci diano quanto dovuto.

Come quando il mondo là fuori ci si allontana e ci chiudiamo in noi stessi.

Lí noi sbagliamo. Lí fraintendiamo il senso della nostra vita più propria.

Noi sbagliamo. Sbagliare è un errore senza colpa. Non c’è peccato finché quell’errore non diventi sistematico, diabolico.

NEQUE FALLAX NEQUE BILINGUIS

Allora dobbiamo saper godere della chiusura per percepire l’esterno nella sua unità.

In questa Unità che si fa Totalità attraverso la nostra dissoluzione noi sappiamo riemergere alla vita come elemento di una miscela tremendamente più grande.

LUCIFER S7 E1

– Detective Decker, o dovrei chiamarti Dea!? Allora, come ci si sente ad essere la Regina dell’Universo?

– Beh, devo confessare che già mi mancano i miei casi… Un po’.

– Bene, bene Dea Decker… Tu non sei condannata a privarti di fare quello che desideri, perché vedi, io sono Dio e tu sei Dea, nulla ci vieta di governare il mondo dalla terra e lì continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. 😁

– Dici davvero Luci?

– Non è che siccome sono diventato Dio adesso mi sono messo a mentire… E sono diventato Dio grazie te Detective – e a quelle tre parolineee…

Lo zoo nel bosco

#suNetflix

C’è la serie Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, in tedescooo! Non la puoi perdere!

Io la uso come sottofondo per fare le faccende. Sento il chiacchiericcio senza prestarci attenzione, ma resto programmato sulla sintonia di Bowie, che ogni tanto parte un pezzo e allora poso la granata e mi concentro sull’ascolto, con le immagini che formano nuovi videoclip delle sue canzoni.

Il libro l’avevo letto a 12 anni. Ancora non so dire se sia giusto o sbagliato far leggere a un bimbo un libro dove imperversano violenza, liberi costumi e aghi piantati “ne li bracci” come la putenza del bagnino Mario.

Ma il paragone va oltre, quando bimbi di 6 o 7 anni s’inoltrano in un fitto bosco di montagna che #blairwitchproject scànsati! , e trovano una baracca di legno in cima a un albero, sul quale alla fine riescono a salire senza ammazzarsi tutti, per miracolo.

In cima trovano uno scaffale pieno di riviste, foto e fumetti. Ricordo alcuni titoli en passant: Le Ore, Penthouse, Lando, Vampiria, poi la mia memoria si ferma lí. Ma certo che per un bimbo di 6 anni trovarsi in un bosco stregato dalla pornografia #dontpayperview sarà pure stato uno choc, ma non ha ammazzato nessuno.
A parte me, la maggior parte di quei bambini di quel giorno oggi sono uomini in carriera, sereni e realizzati, spesso con delle bellissime famiglie, che ancora oggi ci danno la gioia di assistere all’arrivo sulla Terra di anime innocenti, ammirare la venuta alla luce dello spirito, vederli crescere mentre giorno dopo giorno passano davanti casa a bordo di un passeggino sempre più grande, poi con la bici a rotelle, infine con lo scooter impennato.

Anche se scientificamente non si puó dimostrare che l’esperienza infantile di un bosco impestato di oscenità determini esiti negativi nella crescita, – che noi bimbi con un vocabolario ristrettissimo ma efficace chiamavamo coi loro nomi volgari che per noi erano quelli veri, specificando poi per ognuno come si dovrebbe dire in società, in quell’altro  mondo macrocosmico, il termine scientifico appropriato.

L’istruzione alla deriva schizoide ci è stata data col linguaggio fin dall’infanzia. Ci è stato insegnato che esistono due mondi e che ciascuno di loro è la metafora o l’allegoria dell’altro.

La topa del nostro microcosmo era occulta, settaria, parte di un vocabolario mathematico. Essa era il nucleo della propria immagine riflessa nella parete interna della sua sfera orbitale; guardando in direzione del continente, dello straniero, dell’istituzione, del signore, della scuola, – l’immagine della topa si mostrava sempre deformata da una maschera d’obbligo. Essa era lassù vagina, più in là vulva, più su genitale femminile, – ma per quei bambini tutte queste facce erano solo mimesi della loro verità segreta e indicibile: topa.

Non c’era niente di scurrile e violento in quel linguaggio se non la costruzione di un’identità di gruppo, un’etnia, dei ragazzi che sentivano di appartenere a uno stesso principio, uno stesso valore. Bimbi che esperivano la totalità della coappartenenza, lo spirito di fratellanza occulta.

La topa era come per gli adepti eleusini il sacro, e tutti gli oggetti, i simboli, le immagini di essa, erano elementi sacri, oggetti di culto. Nella pornografia fruita in comunità quei bimbi non facevano altro che ripetere senza saperlo antichissimi riti ereditati da una tradizione che si perde nella notte dei tempi. Un costume pedagogico che vestendo i panni dell’antropologo culturale non stenterei a definire Rito di Lemno e Samothracia (amo conservare il richiamo alla lettera theta originaria).

Non si tratta più qui di determinare un aspetto eventualmente patologico, – neppure ci mettessimo nei panni di uno psichiatra. Si tratta di ricostruire se stessi evitando di demonizzare le nostre esperienze e cercare di definire come trauma quello che è parte della vita.

Non demonizzare ed esorcizzare poi le emozioni che proviamo raccontando queste storie che certe tribù non esiterebbero a vivere come tabù. Ma amare i demoni che ci abitano, tenerne di conto e portarne memoria, spiegarli dalle ombre che ci era stato insegnato a posarvi per proteggerli dalla luce.

Agamben tra errore ed esattezza

Si parte dall’idea che noi siamo quello che facciamo e che facciamo qualcosa piuttosto che nulla in quanto lo vogliamo.

Noi esigiamo. La filosofia è la questione dell’esigenza, il metterla in questione e l’esigenza stessa.

Inoltre, noi siamo piuttosto che non esserci. Così la questione dell’esigenza porta in gioco la questione dell’essere, ciò che esige non siamo noi, ma l’esigente che ci precede e ci fa esatti.

Ove non fossimo per come (ci) si esige non saremmo esatti ma sbagliati, incompleti, approssimativi. Quegli stessi errori, incompletezze ed approssimazioni che esulano dall’esigenza ed appartengono all’eventualità della possibilità e della contingenza. La necessità (ci) sfugge, resta solo la tensione tra esigenza ed esattezza, contornata dall’involuto e dall’errato.

Esigere, da ex agere, è l’andare in cerca di un corpo, il suo venire alla luce a fare qualcosa, innanzitutto, essere se stesso. Esigere è il venir fuori con l’essere dal nulla e/o dall’altro rispetto a questo – mondo.

Esigere è nascita alla vita, estrazione dallo spirito, identità individuale, individuazione processata, garbuglio, annodamento, trama.

Se Leibniz definisce l’esistenza come esigenza dell’essenza e Nietzsche la vita come volontà della potenza, in che senso PREOMERICO noi vogliamo e possiamo definire l’anima come progetto dello spirito e la mente come programma delle idee?

Come Tommaso: “se non si può dire della corsa ch’essa corra, così non si può dire dell’esistenza che essa esista.” Existiturientia, la qualità di ciò che sta per esistere e in quanto ancora non esiste non può neanche stare per. Ciò che verrà fuori, che non essendo ancora venuto fuori non si può ancora dire né che sia né che venga.

Dio, o il divino, comunque lo si chiami, è la radice estrema dell’esigenza e/o dell’esattezza. Il divino, sostrato delle esistenze. Così Leibniz.

Nel rammemorare invece, facciamo esperienza di ciò che non esiste più. L’esistito esperito nel ricordo si trasforma da fatto concluso in incompiuto. Così Benjamin.

La memoria è modo dell’esigenza. Non è il soggetto umano ad esercitarla e padroneggiarla, ma essa a servirsi di lui per farsi rivivere continuamente. La mente sembra proprio esistere, ma la memoria è il suo fondo, la sua essenza esigente che ne fa un’esatta esistenza.

L’esigenza è quindi come la giustizia una categoria ontologica – scrive Agamben. Essa infatti è struttura, e non parte, dell’esistenza, ne è la scaturigine, la ragion d’essere.

Non è nemmeno una categoria logica, in quanto non è conseguenza della ragione, ma ragione della ragione stessa. Essa non muove a partire dal Logos, ma con esso e in esso si fonda e lo fonda.

Viene da ripensare alla melodia semantica dello élan vital di Bergson quando si ascolta in Agamben il mormorio della sua esigenza. Uso qui la musica non come semplice metafora, bensì nel più lampante dei sensi pitagorici, come matematica topologica del rapporto tra ciò che immaginiamo e il suo significato remoto, la sua cosa in sé dello spirito; rapporto che si dà nell’essere stesso, trasformazione dell’esigente in esatto, dell’esigenza in esattezza, dello spirito in anima/corpo/individuo, del molteplice dell’uno in uno del molteplice, nel miracolo dell’evento dell’esistenza, enslaving principle hakeniano.

Riguardo a Spinoza, la cupiditas diventa sinonimo del conatus, in modo che Agamben di sfuggita possa buttar lì una verità archetipica: “il desiderio non appartiene al soggetto, ma all’essere.”

Non c’è nessun io, nessun soggetto dell’azione che non sia il verbo stesso. Ci viene in soccorso Wittgenstein, col quale adottando la tecnica di pensiero e le strutture logiche, possiamo di nuovo riflettere sulla nostra sentenza: “Non c’è nessun io, nessun soggetto dell’azione che non sia il verbo stesso.”

In principio è dunque il verbo. Il verbo solo, l’accadere delle cose. Soltanto in seguito, – sottoposto ad una procedura di razionalizzazione deterministica – appaiono i soggetti, le prime persone, le seconde e le terze. Ecco che Heidegger ribalta la storia della metafisica moderna imputando a Cartesio la deficenza di un incipit ignorato. Cartesio parte infatti nel vuoto dell’epochè (il suo “mondo messo in stand by“) con la frase “cogito ergo sum“, una ridicola dimostrazione di forza che gli costerà persino lo sberleffo di una sublime poesia borgèssiana.

Cogito ergo sum. Niente affatto. In principio è inspiegato il verbo da solo, senza persona, il sum ritorna all’autenticità del suo esse. Il verbo nella sua forma fondamentale, essere, non dispiegato resta potenza di un atto mancato, esigenza di un approvvigionamento. Nel suo dispiegare se stesso l’essere dona forma all’ente, e nell’ente dona vita all’esserci. La vita esatta, approvvigionata, soddisfatta, ripiena. La vita dello spirito nel corpo.

Cenni di Lingue Elbane

L’Elbano di Scoglio si distingue in due categorie: orientale ed occidentale. Non va confuso con l’Elbano di Città, che è un Fiorentino di Mare. A sua volta, l’Orientale si distingue in tre ceppi: riese/cavese e capoliverese e un terzo ceppo alloctono, il Longonese. Quello Occidentale (o Marcianese in senso lato) si ramifica in Pucinco (Poggio, Procchio, Solane, Filetto), Marcianese (Marciana, Zanca, i Patresi), Pomontinco (e/o Chiessese) e Campese. Fino a 50 anni fa le differenze erano cosí grandi che si percepivano a orecchio, oggi molti giovani si sono imbastarditi nella parlata, influenzati dalla tv, gli studi alle università continentali, l’atteggiamento rinunciatario verso la propria identità locale.

Che cos’è bellezza

Black Sea – 2017 by Lunisio Scultore Etrusco

Che cos’è bellezza? Chiese Poros a Penìa. È la misura. Rispose lei abbracciata a lui dopo l’amplesso. Così nascerà Eros, il daimon dell’amore, questa emozione che cerca e che fugge, che viene e che va. Proprio come la vita. Come il moto onduoso di un mare nero, le bracciate della voga, il giorno e la notte, lo straniero sullo scoglio. L’ultimo quadro prima di lasciarci lo realizzò olio su tela 50×25 apparentemente monocromatico vicino al nero totale, grazie a questa foto ingrandita a 4200×2100 pixel, con effetto contrasto ed esposizione aumentata con la app Aviary, saturazione amplificata con la app Prisma, oggi il quadro ha “ripreso luce”, come un’anima che viaggiando negli inferi tenebrosi raggiunge finalmente il suo cerchio di luce.

BLACK SEA by Lunisio Scultore Etrusco (l’ultimo quadro)

EIN SOMMER AUF (OST) ELBA

È notizia di questi giorni la diffusione di un film tedesco per la tv interamente girato all’Elba, che porta anche nel titolo. Un’estate all’Elba è una storiella dalla trama molto leggera. Racconta di una famiglia tedesca che va in vacanza all’Elba, dove grazie alla vita in mezzo alla natura scopre di essere in crisi e di aver bisogno di altro.

Il vero protagonista del film è l’Elba. A dire il vero non tutta l’Elba, ma solo la sua parte orientale, quella ad est di Portoferraio. E non l’Elba delle spiagge e sul mare, ma la montagna, i suoi boschi e la sua natura. Fiori, alberi, rocce ed uccelli si mostrano per i veri tesori dello “scoglio”.

Nell’immaginario tedesco i taxi sono disponibili ovunque e sono delle bellissime utilitarie storiche, anche se i tassisti potrebbero essere impegnati dalla famigerata “siesta”. Difficile spiegare ai tedeschi che all’Elba quasi nessuno va a dormire nel pomeriggio. Meglio lasciarglielo credere, non distruggere i loro falsi miti.
Le mitiche Cinquecento a Taxi per le vie di Rio Marina.
La villa affittata dalla nostra famigliola è antica, immersa nel verde, con un bel giardino un po’ selvaggio.
Il cuore della vita non è sul lungomare, ma per le viuzze di un antico borgo montano.
La signora anziana che osserva il mondo dalla finestra nascosta dall’ombra delle persiane, tipico italiano.
I tavolini dei bar nel centro storico, rigorosamente in legno, e le insegne vintage che rimandano sempre agli anni ’70. I tedeschi non vogliono trovare all’ Elba la modernità e l’avanzamento della tecnica, piuttosto qui cercano riparo da essa, nell’oasi del dominio della natura.
Il film, comedetto, è interamente girato ad est, al punto che anche l’acqua di Napoleone non sgorga più dalla fonte di Poggio.
I lavatoi di Rio.
L’orologio di Cosmopoli (Portoferraio)
Albe e tramonti immersi nella natura. Paesaggi montani che si stagliano sul mare, un’unicità elbana per i tedeschi.
La visita all’antica Portoferraio e il suo centro storico.
Duomo
Le chiese sono un patrimonio culturale immenso. Agli occhi degli stranieri le chiese elbane appaiono come caratteristiche e straordinarie, anche se ai locali sembrano normali.
Teatro dei Vigilanti
La Toremar entra in porto. Mentre in genere nel film le immagini relative al porto sono da Rio Marina, e la passerella per l’imbarco è a Porto Azzurro.
L’Apino è, insieme alla Cinquecento e alla Vespa, l’altro veicolo che gli stranieri vorrebbero vedere sempre per le strade di una romantica isola italiana.
La carta dei sentieri. Una sorta di bibbia per l’Elba montana.
I panni stesi sulle vie. Altro stereotipo poetico. Al pari degli Apini. Un must.
Il mare visto dalla montagna.
L’amicizia. La signora tedesca incontra una ragazza elbana che parla perfettamente il tedesco. Un particolare importante. La terra non è fatta solo di alberi, uccelli e paesaggi, ma anche di persone, veri esseri umani. Bisogna dire che gli elbani escono fuori come persone romantiche, colte, sensibili. Un’immagine da coltivare…
L’elbano di cui s’innamora la signora tedesca somiglia in modo straordinario all’ingegnere responsabile della promozione turistica, ovviamente molto più affascinante.
I colori crepuscolari del Mediterraneo.
Le sedie di plastica non esistono nel film. Sempre e solo legno. Magari una sedia diversa dall’altra, ma sempre e solo di legno.
Lo Scoglietto.
Escursione alla Modenna del Monserrato, con dettagliata spiegazione sulle sue origini storiche catalane.
Bellissima panoramica sul Monserrato.
Escursione in bici
Birdwatching
Portoferraio vista dal cuore del film, la zona tra Bagnaia e Nisporto, dove si trovano il camping di Lorenzo e la villa dei tedeschi.
L’Elba è anche divertimento per i giovani. Non mancano le occasioni per ballare e bere una birra tra adolescenti.
La Rada durante una festa.
Il tedesco e l’elbana, non una storia d’amore comune, ma possibile nel film.
I gabbiani grandi protagonisti.
L’unico fotogramma in cui si riconosce l’Elba occidentale. Sullo sfondo imponente la sagoma del massiccio del Monte Capanne.
Le splendide rocce rosse sopra Longone.
Birdwatching tra i pini.
Un’ora e mezzo di film, per una commedia leggera, che più che alla trama mira a mostrare la bellezza dell’Elba lontano dalle solite spiagge. Solo Elba orientale, ma pur sempre Elba 😉