Oltre il Paradigma Lineare: L’Anatolia Sudorientale e la Riscrittura del Neolitico

di Angelo Mazzei | Gennaio 2026

Abstract
Le recenti scoperte nel Sud-est dell’Anatolia stanno forzando una revisione radicale della cronologia della civiltà umana. L’evidenza di una metallurgia incipiente e di una gestione complessa delle risorse vegetali già nell’8800 a.C. suggerisce che la transizione neolitica non fu un’invenzione localizzata, ma una risposta adattiva a catastrofi idrogeologiche globali.


Il Diluvio come Motore dell’Innovazione
Molti studiosi (come lo scomparso archeologo marino sardo Marcello Ottonelli o ricercatori focalizzati sull’allagamento del bacino del Mar Nero) vedono in questi eventi geologici la radice storica dei miti di Noè, Utnapishtim o Deucalione. Lo spostamento verso l’alto — l’altopiano anatolico come rifugio — non sarebbe stata una scelta estetica o casuale, ma una migrazione di sopravvivenza.
Mentre il Mediterraneo si riempiva d’acqua e il “Grande Verde” (Ouadj-Our) sommergeva le piattaforme costiere del Pleistocene, le popolazioni umane abbandonavano territori che oggi giacciono sotto decine di metri di sedimenti marini. In questo scenario, le comunità che identifichiamo nel Neolitico Pre-Ceramico B (PPNB) non “diventano” improvvisamente tecnologicamente avanzate; esse portano con sé un bagaglio di conoscenze che semplicemente trova nuova espressione in terre prima inospitali o coperte dai ghiacci.


Il Crollo dei Paradigmi: Metallurgia e Domesticazione
Si scopre oggi che l’uomo lavorava i metalli già 11.000 anni fa, e i nostri paradigmi evolutivi “vanno a gambe all’aria”. Continuiamo a utilizzare l’etichetta di “cacciatore-raccoglitore”, ma i dati provenienti da siti come Çayönü e Nevalı Çori rivelano una realtà diversa:

  • Metallurgia Precoce: La manipolazione del rame nativo ben prima dell’Età del Bronzo canonica sfida la distinzione netta tra stadi tecnologici.
  • Proto-Agricoltura: La domesticazione delle piante appare come un processo millenario già in atto, segno che 4.000 anni prima dei Sumeri, lungo l’alta valle del Tigri e del Nilo, l’umanità stava già attuando una rivoluzione biotecnologica.
    Non è che l’uomo sia “diventato” agricoltore o metallurgo improvvisamente; è più probabile che gli archeologi abbiano finalmente intercettato le tracce di una continuità culturale precedentemente sommersa o invisibile.

    Una Visione Vichiana della Storia
    Come sosteneva Giambattista Vico secoli prima che Thomas Kuhn teorizzasse i mutamenti di paradigma: la storia non è una linea retta. Le scoperte odierne ci spingono a decostruire l’ottimismo darwiniano applicato alle scienze sociali. Attraverso la lente di Esiodo, comprendiamo che non siamo necessariamente “migliori” o più intelligenti dei nostri plurisavoli. La complessità architettonica e simbolica di Göbekli Tepe suggerisce che la sofisticazione sociale ha preceduto la stanzialità agricola, ribaltando il dogma che voleva il surplus alimentare come precursore della cultura monumentale.

    Una scienza preistorica
    La strada per comprendere i nostri antenati è ancora lunga. Il PPNB anatolico non è l’inizio di una linea, ma un “ricorso” o una fioritura di una sapienza antica, forgiata nel trauma di un pianeta che cambiava assetto idrogeologico. Siamo chiamati a riconoscere che la nostra cronologia è figlia di ciò che il mare ha risparmiato, e che la civiltà, proprio come il mito di Noè suggerisce, è spesso un atto di resilienza su nuove e sconosciute sponde.
    Desideri che approfondisca un aspetto specifico di questo articolo, come ad esempio i dati geologici sull’innalzamento del Mediterraneo o i dettagli tecnici della lavorazione del rame a Çayönü?

    ANALISI ELEMENTALE DEI REPERTI IN RAME DEL NEOLITICO PRE-CERAMICO B PROVENIENTI DA GRE FILLA

    Di Üftade Muşkara e Mahmut Aydın

    Traduzione di “Elemental Analysis of Pre-Pottery Neolithic B Copper Finds from Gre Filla” (2022)



    ABSTRACT
    Ventotto manufatti a base di rame, inclusi grumi non lavorati, ornamenti e strumenti, recuperati dai livelli del Neolitico Pre-Ceramico B (PPNB) di Gre Filla (Anatolia sud-orientale), sono stati analizzati con uno spettrometro portatile a fluorescenza a raggi X (pXRF) per comprendere la fattibilità dello strumento nell’identificare il tipo di minerali di rame disponibili nell’insediamento. L’analisi di massa di otto grumi è stata ulteriormente eseguita tramite spettroscopia di emissione atomica al plasma accoppiato induttivamente (ICP-AES) e spettrometria di massa al plasma accoppiato induttivamente (ICP-MS). I risultati hanno rivelato differenze importanti tra i due approcci. Secondo la composizione elementale ottenuta dall’analisi di massa, i grumi sono risultati essere malachite. La presenza di grumi suggerisce che la fabbricazione degli oggetti avvenisse nel sito. Le asce a scalpello, di cui una con manico in osso, rappresentano i primi esempi di asce metalliche, sebbene riflettano una tecnologia di produzione litica rispetto alle asce di epoche successive. Un confronto con gli insediamenti contemporanei di Çayönü, Aşıklı e Tel Halula riflette il modello della metallurgia del rame nella regione all’inizio della pirotecnologia.

    1. INTRODUZIONE
      L’emergere della metallurgia basata sul rame in Anatolia durante il periodo neolitico è stato ampiamente studiato negli ultimi decenni. Le prime prove dell’uso del rame in Anatolia risalgono alla fine del nono millennio. Non sorprende che gli insediamenti neolitici anatolici, dove le risorse di rame erano relativamente abbondanti, presentino le prime attività metallurgiche. Le analisi chimiche possono rivelare informazioni sulla produzione e sulla provenienza degli oggetti. La tecnologia per produrre rame tramite ricottura o fusione è osservabile mediante metallografia, ma data la rarità dei reperti non è sempre possibile eseguire analisi distruttive.
      L’inizio della pirotecnologia (Periodo II) nello sviluppo della metallurgia può essere descritto come l’applicazione della ricottura al metallo sotto forma di malachite o rame nativo. Studi su oggetti provenienti da siti come Çayönü o Çatalhöyük indicano che il rame nativo veniva riscaldato fino a poche centinaia di gradi Celsius e poi modellato tramite martellatura. Questa fase è descritta come una fase di sperimentazione precedente alle vere attività metallurgiche.
    2. MATERIALI E METODI
      2.1 Il sito archeologico e i reperti metallici
      Gre Filla, nel distretto di Kocaköy (Diyarbakır), è oggetto di scavi dal 2018. Gli scavi hanno rivelato un insediamento occupato dal Neolitico Pre-Ceramico (PPN) al Neolitico Ceramico (PN). I manufatti metallici (grumi, ornamenti, strumenti) sono stati rinvenuti durante la stagione di scavo 2020. Grumi di rame per un peso totale di 139,48 g sono stati scoperti nei depositi di macerie della Struttura 8 (una struttura sotterranea ovale), insieme a ossa animali, ossidiana e strumenti in selce. I dati indicano che la struttura è stata riutilizzata per un lungo periodo tra l’8349 e il 7599 cal. a.C..
      Tra i reperti principali figurano:
    • Asce a scalpello: due rinvenute nell’Edificio rettangolare 2, una delle quali incastrata in un manico d’osso ben conservato.
    • Ami da pesca e altre asce: rinvenuti presso l’Edificio 5.
    • Ornamenti: un pendente ovale, un labret auricolare, una lamina ripiegata e una perlina in rame.
      2.2 Metodi analitici
      L’analisi elementale è stata condotta con un EDXRF portatile (Olympus Innov-X Delta). Per l’analisi di massa (ICP-MS e ICP-OES), i campioni in polvere sono stati prelevati dal nucleo dei grumi grezzi tramite trapano a punta diamantata, scartando la patina superficiale per evitare contaminazioni.
    1. RISULTATI E DISCUSSIONE
      La composizione elementale superficiale indica un rame ad alta purezza con ferro (Fe), silicio (Si) e fosforo (P) come impurità principali. Elementi in tracce come Hg, As, Ag, Zn e Pb sono risultati al di sotto del limite di rilevamento dello strumento pXRF. La concentrazione media di rame per i grumi non lavorati è stata del 96,4%. Per le asce e gli altri oggetti, la media del rame è stata del 97,8%. La concentrazione di ferro variava significativamente dallo 0,32% al 9,36% nei grumi grezzi.

    L’Eterno Ritorno di Porto Argo:

    L’Elba al Centro del Mondo, da Giasone a Cosimo I e Napoleone


    di Angelo Mazzei


    Per comprendere l’Isola d’Elba non basta osservarne le coste: bisogna ascoltare il respiro della storia attraverso la filosofia di Giambattista Vico. Siamo di fronte a corsi e ricorsi storici, onde temporali che si infrangono, si ritirano e ritornano con potenza millenaria. Quello che vi raccontiamo non è solo la storia di un porto, ma di un asse geopolitico che unisce il Tirreno al Mar Nero, e di come un Granduca del Rinascimento abbia saputo riannodare i fili di un passato glorioso.


    Il Filo Rosso: Dall’Elba alla Colchide
    Esiste una “rotta del mito” che attraversa i millenni. L’Elba non è un’isola isolata, ma l’estremo occidentale di un filo che porta fino all’odierna Georgia. È la rotta degli Argonauti: da Aithalìa (l’Elba dai fumi scintillanti delle fornaci) alla Colchide di Giasone e del messaggero Aithalides (nomen omen). È una connessione sancita dai grandi commentatori antichi: Servio Onorato, annotando Virgilio, ci ricorda che c’era chi identificava l’Elba addirittura con la patria di Ulisse: Ilvam Ithacam dicta volunt.
    E ancora, il mito ci sussurra che Dardano, fondatore della città di Dardana sullo stretto dei Dardanelli, fosse un eroe di queste terre. L’Elba, dunque, era già nel mito una madre di civiltà, un nodo strategico capace di proiettare influenza fino alle porte dell’Asia.


    Il ricorso Antico: La Difesa dell’Etruria
    Questa centralità non era solo leggenda. Nel VI e V secolo a.C., l’Elba era il cuore industriale e strategico dell’Etruria. Quando le minacce arrivarono da Oriente (gli Ioni di Focea) e da Sud (i Corinzi di Siracusa), l’intera federazione etrusca, guidata da condottieri come Lars e Velthur Spurinna, si mobilitò per difendere l’isola.
    Il porto naturale dell’odierna Portoferraio era talmente celebre che Apollonio di Rodi, scrivendo dalla lontana Alessandria d’Egitto nel 280 a.C., lo cantò come Argoo Limen (Porto Argo). Una grandezza confermata secoli dopo dai romani, che nelle sue piane stabilirono – in eredità dagli etruschi – Fabricia (residuo mitico della storica Fabricha Ferraria), centro nevralgico del ferro e del potere.


    L’Oscuramento Medievale: Granito, Vino e Paura
    Poi, il ciclo si interruppe. Nel Medioevo, la Repubblica di Pisa, pur dominando il Tirreno nell’XI secolo, non seppe o non volle cogliere l’eredità di Porto Argo. Ignorando le rovine della mitica Fabricia, i pisani lasciarono che il porto naturale più sicuro del Mediterraneo rimanesse inerte.
    Stretti tra la minaccia dei Saraceni provenienti dall’Iberia e la feroce rivalità con Genova, i dominatori medievali restarono arroccati sulle alture nei borghi montani: Marciana, Poggio, San Piero e Sant’Ilario in Campo, Montemarsale, Grassera, Rio, Capoliveri e Pedemonte. L’Elba si trasformò: da centro del mondo a isola di sopravvivenza, fatta di “granito, vino, duro lavoro e fame”, terra di esilio per criminali mandati al confino, con le spalle voltate al mare per terrore delle incursioni.


    Il Ricorso Storico: Cosimo I ri-fonda il Mito
    Il “ricorso” vichiano, il ritorno della grandezza, avviene a metà del XVI secolo. Cosimo I de’ Medici non si limita a costruire: egli ri-fonda. La sua Cosmopoli non nasce sul nulla, ma sorge consapevolmente sulle rovine di Porto Argo.
    Cosimo, che portò il titolo di Magnus Dux Etruriae (e non di semplice Duca di Toscana), comprese ciò che Pisa aveva dimenticato: per essere una potenza, bisogna dominare il mare, non nascondersi sulle montagne.


    L’Arsenale delle Galeazze: La Macchina da Guerra
    Qui si inserisce l’importante lavoro di ricerca di Marcello Camici, che in una trilogia di articoli ha ricostruito la storia dell’edificio simbolo di questa rinascita: l’Arsenale delle Galeazze.


    Parte 1: La Visione (1548-1561): Cosimo vuole emulare Venezia. Non gli bastano le mura; vuole una flotta. Le “Galeazze” erano la risposta tecnologica ai nuovi pericoli dell’Egeo (Turchi e Barbareschi): navi possenti, capaci di affrontare il mare aperto e la guerra d’artiglieria.


    Parte 2:  L’Ingegneria (1561-1575): Camici documenta la costruzione dell’Arsenale tra la Porta di Mare e il Bastione del Maggiore. I dettagli tecnici rivelano l’urgenza bellica: i grandi “stanzoni” avevano muraglie frontali sottili, progettate per essere abbattute rapidamente al momento del varo e subito ricostruite. Cosmopoli non era un rifugio statico, ma una fabbrica di guerra attiva.


    Parte 3: L’Eredità: Oggi, quegli spazi hanno cambiato funzione, diventando mercati o magazzini, talvolta segnati dal tempo. Ma le loro pietre sono ancora lì a testimoniare il momento in cui l’Elba tornò a guardare negli occhi le potenze continentali.

    Chiunque visiti oggi Portoferraio non sta camminando solo in una cittadina portuale italiana. Sta calpestando il palcoscenico di una storia ciclica. Dall’oro della Colchide al ferro degli Etruschi, fino ai cannoni dei Medici e dei Francesi, questo luogo è la dimostrazione che la geografia è destino. Cosimo I, riallacciando il filo spezzato nel Medioevo, restituì all’Elba il suo ruolo di protagonista: non più scoglio di esilio, ma prua d’Europa puntata verso Oriente.

    L’Arte Etrusca

    Bronzetto di San Mamiliano
    (Campo nell’Elba)

    Bronzetto di Latrani a “I Monumenti”
    (Isola d’Elba) – Esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

    Oltre la mimesi: riconsiderare l’autonomia e l’ontologia dell’arte etrusca

    Il presente contributo intende decostruire il paradigma storiografico dominante che interpreta l’arte etrusca come un fenomeno essenzialmente derivativo e subordinato ai modelli ellenici, proponendo invece una lettura che ne riconosca l’autonomia formale, concettuale e ontologica. Attraverso l’analisi congiunta delle evidenze stilistiche, delle strutture sociali e del sistema religioso, si sostiene l’esistenza di una vera e propria “maniera etrusca”, non riducibile a semplice imitazione, ma espressione coerente di una civiltà dotata di radici profonde e di una visione del mondo distinta. Tale prospettiva implica non solo una revisione delle cronologie e dei flussi di influenza nel Mediterraneo antico, ma anche una riflessione filosofica sul senso stesso della storia come strumento di comprensione della condizione umana. La manualistica corrente e larga parte della letteratura accademica continuano a reiterare una visione unidirezionale dei rapporti culturali nel Mediterraneo, secondo la quale la produzione artistica etrusca, così come l’adozione dell’alfabeto, sarebbe il risultato di un processo di ricezione passiva dei modelli greci. Questa impostazione, figlia di un filellenismo di ascendenza winckelmanniana, presuppone implicitamente l’incapacità delle genti d’Etruria di elaborare forme autonome di espressione artistica e simbolica. Tuttavia, una lettura più attenta della storiografia, come quella proposta da Maurizio Harari nel riesame della tradizione vasariana, mostra come tale schema sia tutt’altro che inevitabile. Pur restando Vasari ancorato alle categorie del suo tempo, nel suo pensiero è già possibile rintracciare il riconoscimento, seppur embrionale, di una specificità formale etrusca, di una “maniera” distinta che possiede una propria dignità estetica. Questo dato, spesso trascurato, anticipa l’esigenza odierna di affrancare l’arte etrusca dalla presunta servitù stilistica nei confronti della Grecia. L’ipotesi imitativa, del resto, si rivela insostenibile di fronte all’evidenza materiale. L’arte etrusca si presenta come un sistema pluralistico, caratterizzato da una marcata eterogeneità stilistica che resiste a qualsiasi tentativo di riduzione monolitica. La cosiddetta Ombra della Sera di Volterra, con la sua esasperata verticalità e l’astrazione quasi metafisica della figura umana, si colloca agli antipodi dell’equilibrio ponderato e della proporzione canonica del classicismo greco. I canopi di Chiusi e le teste provenienti da Chianciano rivelano una concezione della ritrattistica fondata sull’espressionismo e sulla marcata individualizzazione fisiognomica, spesso legata allo status sociale o familiare, piuttosto che sull’idealizzazione tipica dell’arte ellenica. Analogamente, le statue acroteriali arcaiche di Poggio Civitate a Murlo, tra cui la figura convenzionalmente nota come “Cowboy”, mostrano influenze orientalizzanti rielaborate in una chiave locale originale, funzionale alla rappresentazione di un potere aristocratico autoctono e simbolicamente codificato. Tali esempi, lungi dall’essere anomalie, attestano l’esistenza di linguaggi artistici complessi e diversificati, sviluppatisi in un territorio vastissimo che non coincide con la moderna e riduttiva nozione di “Toscana”, ma si estendeva dall’Etruria padana fino alla Campania e alla Tuscia laziale, secondo un’unità culturale che precede e supera le frammentazioni storiche successive. La comprensione di questa produzione artistica richiede, inevitabilmente, l’analisi del substrato sociale, tecnico e religioso che la generò. La società etrusca appare infatti troppo articolata per poter essere spiegata come una semplice importazione culturale avvenuta nel corso del X secolo a.C. La posizione della donna, ad esempio, significativamente più visibile e riconosciuta rispetto al mondo greco, tanto da suscitare scandalo negli autori ellenici come Teopompo, trova riscontro in una produzione figurativa che celebra la coppia, la famiglia e la continuità genealogica in forme del tutto estranee alla polis greca. Parallelamente, le competenze ingegneristiche e urbanistiche, in particolare nel campo dell’idraulica e delle opere di fortificazione, dalla gestione delle acque nella pianura padana ai complessi sistemi urbani, rivelano un sapere tecnico che può essere definito “assiroide” per struttura e antichità, ma che va inteso come autoctono o comunque parallelo, e non subordinato, a quello greco. A ciò si aggiunge la complessità dell’Etrusca Disciplina, un sistema religioso rigidamente codificato nelle pratiche augurali e aruspicine, che presuppone un rapporto con il divino fondato sulla lettura dei segni e sull’ordine cosmico, profondamente diverso sia dal razionalismo olimpico sia dalla successiva teologia romana. Questi elementi impongono una revisione radicale delle cronologie e dei modelli interpretativi tradizionali. La scoperta e lo studio di testimonianze come l’iscrizione di Osteria dell’Osa, nell’area di Gabii, una delle più antiche attestazioni alfabetiche dell’Occidente, mettono seriamente in discussione la linearità del modello di trasmissione culturale che vede la Grecia come unico polo originario e l’Etruria come semplice recettore. In modo analogo, la Stele di Lemno e le affinità linguistiche tirreniche aprono nuovamente il dibattito sulle origini egeo-anatoliche degli Etruschi, suggerendo che essi fossero parte integrante di una rete mediterranea arcaica, stratificata e pre-greca, la cui complessità non può essere spiegata attraverso il solo paradigma della colonizzazione ellenica. Riconoscere l’autonomia della civiltà etrusca non costituisce, in definitiva, un esercizio puramente erudito. In un contesto contemporaneo segnato da crisi sistemiche e da una diffusa perdita di senso, la storia riacquista una funzione che può essere definita, senza enfasi retorica, terapeutica. Comprendere che una civiltà così avanzata sul piano tecnico, simbolico e spirituale non sia nata dal nulla né per mera imitazione significa imparare a interrogare la profondità delle cause storiche e culturali. Lo studio del passato diviene così uno strumento per lo sviluppo dell’anima, un mezzo per affrontare la realtà della condizione umana attraverso la conoscenza, intesa come unico autentico antidoto contro il male, ben oltre ogni forma di superstizione o scaramanzia.

    Una bibliografia di riferimento per approfondimenti ( Brendel, Pallottino, Colonna, Macintosh Turfa, Naso, Torelli, Jannot, fino ai contributi più specifici di Bietti Sestieri, Harari e Wallace ) offre le basi agli interessati a questa rilettura critica e costituisce il punto di partenza necessario per una riconsiderazione complessiva dell’Etruria come civiltà autonoma, pienamente inserita nella storia del Mediterraneo antico e non relegabile ai margini come semplice epigona della Grecia.

    L’Italia nel mondo – nel passaggio dall’Età del Bronzo a quella del Ferro

    Sardegna, Tirreni ed Etruria: una continuità mediterranea


    L’analisi della distribuzione del rame nel Mediterraneo dell’età del Bronzo mostra con sempre maggiore chiarezza come la Sardegna non fosse una periferia marginale, bensì uno dei nodi strutturali delle grandi reti di scambio che collegavano il Levante all’Europa continentale. Questo dato, oggi sostenuto da solide evidenze archeometriche e contestuali, rafforza l’ipotesi dell’identificazione dei Nuragici con gli Sherden, uno dei gruppi meglio documentati dei cosiddetti “Popoli del Mare”, attivi non solo come guerrieri ma come veri e propri attori della talassocrazia mediterranea.
    Già a partire dal XIV secolo a.C., gli studi sulla provenienza isotopica del rame hanno dimostrato che una parte consistente del metallo circolante in Europa centrale – fino all’area alpina e alla Svizzera – proveniva dai grandi giacimenti ciprioti. Come hanno messo in luce, tra gli altri, Gale, Stos-Gale e Knapp, tale flusso non può essere interpretato come episodico o casuale: esso presupponeva un controllo stabile delle rotte marittime e dei nodi di redistribuzione, gestito da potenze navali capaci di garantire continuità, sicurezza e intermediazione (Gale – Stos-Gale 1982; Knapp 1996).

    In questo quadro, la Sardegna emerge come un punto di accumulo e smistamento di primaria importanza. I lavori fondamentali di Fulvia Lo Schiavo, in continuità con quelli di Sabatini, hanno documentato come l’isola rappresenti l’area con la più alta concentrazione di lingotti oxhide ciprioti rinvenuti al di fuori di Cipro. Si tratta di un dato difficilmente spiegabile se non riconoscendo ai Nuragici un ruolo attivo nella gestione del commercio metallifero, ben lontano dall’immagine di una società isolata o passivamente inserita nelle dinamiche mediterranee (Lo Schiavo 1998; Sabatini 2016).

    A rafforzare ulteriormente questo scenario intervengono le evidenze “in uscita”: la presenza di ceramica nuragica e di elementi materiali sardi in contesti orientali come Pyla-Kokkinokremos a Cipro e Ugarit nel Levante. In questi siti, la compresenza di tracce riconducibili agli Sherden – attestati anche dalle fonti egizie – e materiali di tradizione nuragica suggerisce una sovrapposizione non casuale tra i due gruppi. I “guardiani” sardi dell’isola di Cipro, attestati nei testi e nelle iconografie del Nuovo Regno, appaiono così sempre più plausibilmente come gli stessi navigatori nuragici che controllavano, armati e organizzati, la rotta dei metalli verso l’Occidente (Karageorghis 2002; Liverani 2011).

    Questa rete non si interrompe con il collasso dei palazzi micenei, ma evolve e si ristruttura nella Prima Età del Ferro, trovando nella facies villanoviana una nuova configurazione culturale e geopolitica. La fase villanoviana non va dunque interpretata come una frattura, bensì come l’espressione rinnovata di un sistema di lunga durata che collega il Mediterraneo orientale all’Europa continentale e padana.
    In linea con una visione ormai condivisa da larga parte della storiografia archeologica, la cultura villanoviana rappresenta la fase formativa della civiltà etrusca, non una realtà distinta. Essa coincide con l’affermazione di una potenza tirrenica capace di operare su scala internazionale, mantenendo contatti strutturati con l’Egeo, il Levante e l’Europa centrale. In questo sistema, l’isola di Lemno svolgeva un ruolo di caposaldo orientale, come dimostrano la Stele di Lemno e le evidenti affinità linguistiche e culturali con l’etrusco, da tempo al centro del dibattito scientifico (Bonfante – Bonfante 2002; Wallace 2008).

    Parallelamente, l’espansione etrusca verso nord non si arrestava all’attuale Toscana. Le ricerche sull’Etruria Padana – ben sintetizzate nei lavori di Colonna e Naso – mostrano come le comunità etrusche fossero pienamente radicate nella Pianura Padana, in un sistema che coinvolgeva genti umbre, campane e padane all’interno di una koinè culturale condivisa. Questa “Grande Etruria” controllava i valichi alpini e fungeva da intermediaria privilegiata per il convogliamento verso nord sia dei metalli tirrenici sia dei beni di lusso di provenienza orientale (Colonna 1986; Naso 2015).

    Come sottolinea Alessandro Naso, l’artigianato villanoviano ed etrusco – dalle armi ai servizi da banchetto, dagli ornamenti ai simboli di potere – costituiva un vero e proprio linguaggio del prestigio, riconoscibile e condiviso dalle élite europee. Attraverso questi oggetti si costruiva una rete di relazioni che metteva in comunicazione i principi dell’Europa continentale con quelli del Mediterraneo, in una dinamica che anticipa di secoli le grandi rotte commerciali storiche (Naso 2017).
    Al centro di questo sistema pulsante si collocava l’isola d’Elba, l’antica Aithalía, la cui importanza strategica e mineraria è celebrata tanto dall’archeologia quanto dalle fonti classiche. Un passaggio particolarmente significativo è conservato nel De Mirabilibus Auscultationes, opera pseudo-aristotelica, dove al paragrafo 93 si racconta come sull’isola un tempo si estraesse rame e come, una volta esaurito, fosse emersa la straordinaria ricchezza in ferro. Questo testo, spesso citato ma raramente valorizzato nel suo pieno significato storico, certifica due aspetti fondamentali.
    Da un lato, conferma la natura polimetallica dell’Elba, rendendola un nodo essenziale già nelle fasi più arcaiche, in piena connessione con la grande rotta del rame cipriota mediata dalla Sardegna. Dall’altro, attribuisce esplicitamente l’isola ai Tirreni, sancendo il controllo stabile delle risorse strategiche da parte di quella stessa entità etrusca che, molti secoli dopo, Cosimo I de’ Medici rivendicherà come antica nazione autoctona della Tuscia (Pseudo-Aristotele, De mir. ausc., 93; Camporeale 2004).

    Componendo questi tasselli emerge con forza l’immagine di una continuità geopolitica di lunga durata: dai navigatori nuragici/Sherden che gestiscono il rame cipriota, alla rete villanoviana ed etrusca che controlla nodi chiave come l’Elba e avamposti orientali come Lemno. Prima ancora che la geografia politica moderna frammentasse questo spazio, esisteva un sistema unitario che collegava il Levante alle Alpi, attraversando quella Tuscia che storicamente comprendeva non solo l’Etruria tirrenica, ma anche il Lazio settentrionale e l’Etruria padana. Una civiltà del mare e dei metalli, capace di pensarsi e agire su scala mediterranea ed europea molto prima della nascita degli Stati storici.

    Il Ragazzo del ’99

    La vera storia di Salvatore Marsala (Sutera 1899-1974 Trets) – Cavaliere di Vittorio Veneto 🏅


    C’era in Salvatore Marsala quella rettitudine antica, dura come la roccia di Sutera dove aveva visto la luce nell’ultimo scampolo dell’Ottocento. Un “Ragazzo del ’99”, di quelli che la patria l’avevano fatta con la pelle sul Piave e che, tornati a casa, avevano creduto che lo Stato fosse una cosa seria, una questione di legge e di onore. Divenne ufficiale della Regia Guardia, e forse fu proprio lì, tra i marmi anarchici di Carrara, che capì che l’ordine non è sempre giustizia.
    Quando il fascismo si prese l’Italia, Salvatore si chiamò fuori. Non per viltà, ma per quella specie di allergia fisica che gli uomini di pensiero provano verso i pagliacci violenti. Nel 1923, mentre altri indossavano la camicia nera per convenienza, lui si toglieva la divisa. Si racconta che a Tolone, in una notte senza luna, si tuffò in mare da una nave, clandestino. Nuotò verso la Francia come si nuota fuori da un incubo. Lì rimase dieci anni, esule prima che la parola andasse di moda, aspettando che l’aria in Sicilia tornasse respirabile.
    Tornò negli anni Trenta, silenzioso e indurito, per prendere in moglie una Calì, donna di terra e di sostanza. Si ritirarono a Serradifalco, in una fattoria che odorava di mosto, di olio e di mandorle amare. Lì, tra i cavalli e la terra grassa, Salvatore recitava a memoria la Divina Commedia. I braccianti lo ascoltavano senza capire, vedendo in quel padrone che declamava terzine agli ulivi non un eccentrico, ma un profeta disarmato. Conosceva l’Inferno a memoria, Salvatore; non sapeva che l’avrebbe presto visto salire dalla terra.
    Il luglio del 1943 non portò la liberazione, ma il fuoco. Le bombe degli Alleati, quelle che dovevano salvare il mondo, cancellarono in un pomeriggio la fattoria, i muri, la fatica di una vita. Rimasero solo la polvere e i cinque figli.
    E allora l’uomo che era stato Cavaliere e proprietario, che aveva comandato uomini e recitato Dante, fece la scelta più terribile e necessaria. Prese la famiglia e tornò in quella Francia che l’aveva accolto da giovane, non più come fuggiasco, ma come carne da lavoro. A Trets, in Provenza, il signor Marsala scese nel sottosuolo. Divenne minatore a Meyreuil. Lui, l’ufficiale, a spaccare carbone per dare pane ai figli.
    Laggiù, nel buio dove non esistono gradi né medaglie, la morte provò a prenderselo. Un carrello di carbone lo colpì in pieno volto, fracassandogli le ossa, portandogli via un occhio. Lo credettero morto. Lo stesero sul marmo freddo dell’obitorio, un lenzuolo sul viso, pratica chiusa. Ma la fibra del ’99 non è fatta per morire a comando. Tre giorni dopo, nel silenzio dei cadaveri, Salvatore si alzò. Si svegliò nel gelo, mezzo dissanguato, orbo, e chiamò aiuto. Era risorto, come un Cristo operaio, perché aveva ancora cose da fare. C’erano i figli da sistemare.
    Costruì un piccolo regno a Trets, un quartiere tutto per loro, perché la famiglia doveva restare unita come le dita di un pugno.
    Le figlie cambiarono nome, come si cambia pelle per sopravvivere. La maggiore, Giuseppa, divenne Josephine; ma il sangue chiama, e in una vacanza del ’58 l’Italia se la riprese, facendola innamorare e riportandola indietro, chiudendo un cerchio. Francesca divenne Françoise, radice nuova in terra francese, madre di figli che non avrebbero conosciuto la zolfara. I maschi sposarono donne del posto, restando lì, all’ombra di quel padre indistruttibile.
    Ma la tragedia, quella vera, quella che Sciascia avrebbe annusato nell’aria come zolfo bruciato, arrivò nel 1956. Angelo, il più piccolo, il prediletto forse, cadde con la fronte spaccata da una fucilata. “Incidente di caccia”, scrissero i gendarmi sui verbali, con quella fretta burocratica di chi non vuole guai tra immigrati. Ma in casa Marsala, tra i muri costruiti da Salvatore, si sospettava un’altra verità. Si mormorava di una famiglia di altri italiani, di rivalità oscure, di quelle storie che iniziano con uno sguardo sbagliato e finiscono col sangue. Forse fu un’esecuzione, non un incidente. E Salvatore, l’uomo che aveva sfidato il fascismo, il mare, le bombe e la miniera, dovette ingoiare il dolore più grande: sopravvivere a suo figlio, sapendo che per certa giustizia non c’è tribunale.
    Salvatore Marsala morì nel suo letto a metà degli anni Settanta, con un occhio solo che aveva visto abbastanza per due vite. Non era più l’ufficiale, non era più il minatore. Era, semplicemente, un uomo che aveva attraversato il secolo a testa alta, senza mai piegarla, se non per schivare — e poi sconfiggere — la morte stessa.

    A dx Salvatore Giovane.
    A sx Carmela Calì col marito già anziani

    PVBLIVS ACILIVS ATTIANVS

    Attiano, l’uomo ombra tra Roma e l’Elba

    Di Angelo Mazzei

    « Attianus avait vu juste : l’or vierge du respect serait trop mou sans un peu d’alliage de crainte. »

    «Attiano aveva visto giusto: l’oro vergine del rispetto sarebbe troppo tenero senza una certa lega di paura.»
    ( Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano )

    Nessuna frase descrive meglio l’essenza del potere romano – e il ruolo cruciale di Publio Acilio Attiano – di questa intuizione letteraria della Yourcenar. L’Impero non si reggeva solo sulla virtù e sulla legge, ma sulla necessaria brutalità di chi operava nell’ombra. Attiano fu esattamente questo: l’artigiano che fuse la paura necessaria per rendere solido il trono del giovane Adriano, permettendo all’Imperatore di brillare come oro puro mentre lui, il tutore, si sporcava le mani.
    Spesso relegato nei libri di storia al ruolo di comparsa, Attiano detenne per una breve, cruciale finestra temporale il destino del mondo nelle sue mani. Ma la sua storia non finisce tra i marmi insanguinati del Palatino; prosegue, inaspettatamente, tra il granito e la brezza dell’Isola d’Elba, dove l’uomo più potente di Roma si ritirò a vivere come un re senza corona.
    La parabola di Attiano inizia lontano, verosimilmente a Italica, nella Hispania Baetica (l’odierna Andalusia), culla di quella “cricca spagnola” che avrebbe dominato il II secolo. Divenuto tutore del giovane Adriano alla morte del padre nell’86 d.C., Attiano non fu solo un guardiano, ma un vero padre putativo, costruendo pazientemente la strada verso il potere supremo. Il suo capolavoro politico si compì nell’agosto del 117 d.C. a Selinus, in Cilicia, al capezzale dell’imperatore Traiano morente. Le fonti antiche sussurrano che Traiano spirò prima di aver formalmente adottato Adriano e che fu proprio Attiano, allora onnipotente Prefetto del Pretorio, in combutta con l’imperatrice Plotina, a gestire il vuoto di potere, forse celando la morte del Principe il tempo necessario per falsificare le carte dell’adozione. In quelle ore frenetiche, Attiano non salvò solo una dinastia: fabbricò un Imperatore.
    Tornato a Roma mentre Adriano era ancora in Oriente, Attiano applicò alla lettera la “lega della paura”. Per consolidare un trono ancora fragile, ordinò l’esecuzione sommaria dei “Quattro Consolari”, tra cui il potente generale Lusio Quieto e Avidio Nigrino, eliminando preventivamente ogni possibile rivale. Fu un atto di brutale Realpolitik che permise ad Adriano di regnare in pace, ma che segnò la fine politica del suo mentore. Adriano, giunto nell’Urbe, scaricò la colpa su Attiano per mantenere intatta la sua immagine di principe illuminato. Nel 119 d.C., Attiano fu costretto a dimettersi dalla Prefettura, ricevendo in cambio il rango senatoriale e le insegne consolari.
    È qui che la storiografia ufficiale tace e l’archeologia elbana prende la parola, svelando un “esilio” che assomiglia molto di più a un dominio feudale. Attiano non scomparve nel nulla, ma si trasferì nell’Arcipelago Toscano, e specificamente all’Elba, portando con sé immense ricchezze e la mentalità del costruttore. Le tracce della sua presenza sono inequivocabili e ci restituiscono l’immagine di un magnate attivo e devoto.
    A Portus Argo, la città romana che giace sotto l’odierna Portoferraio, il suo nome riecheggia nelle infrastrutture stesse della città. Il ritrovamento di fistulae (tubi di piombo) bollate con il suo nome nell’acquedotto sotterraneo dimostra che Attiano finanziò personalmente opere pubbliche vitali per l’approvvigionamento idrico. Questo dettaglio si salda perfettamente con le memorie storiche locali, come il manoscritto del sergente Sarri del XVIII secolo, che descrive una Portoferraio sotterranea ricca di vestigia romane imponenti: pavimenti in marmo, mosaici policromi, pareti affrescate in rosso focato e terme che nulla avevano da invidiare a quelle della capitale. Attiano si muoveva in una Fabricia viva, pulsante, forse risiedendo in una delle due grandi ville marittime che dominavano la rada: la lussuosa Villa della Linguella o la panoramica Villa delle Grotte.
    Ma l’Elba di Attiano non era solo otium e bagni termali. Nella parte occidentale dell’isola, tra le cave di granito di Seccheto e Cavoli, sono emersi reperti che lo collegano all’industria estrattiva. Attiano era probabilmente divenuto un “Barone del Granito”, controllando l’estrazione della preziosa pietra che serviva a monumentalizzare l’Impero. La sua presenza fisica e spirituale è attestata da una splendida ara dedicata a Hercules Sancto, rinvenuta proprio in zona ed oggi conservata al Museo della Linguella. La scelta di Ercole, eroe della forza e della fatica, non è casuale per un uomo che aveva retto il peso dell’Impero sulle sue spalle.
    Infine, un ultimo tassello chiude il cerchio tra l’Andalusia e l’Elba. Il relitto di Chiessi, con il suo carico di anfore provenienti dalla Baetica (Siviglia), suggerisce l’esistenza di un ponte commerciale diretto voluto proprio da Attiano. L’ex prefetto, pur signore dell’Elba, non dimenticò le sue origini, importando olio, vino e garum dalle sue tenute spagnole alla sua residenza isolana. Attiano morì dunque non come un esule sconfitto, ma come un potente signore locale, circondato dal lusso delle ville di Portoferraio e dalla maestosità delle sue cave, dopo aver donato a Roma il suo imperatore più complesso e aver pagato, con il suo silenzio, il prezzo di quell’oro vergine.

    Bibliografia iniziale:

    Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano
    Historia Augusta, Vita di Adriano
    Cassio Dione, Storia Romana, Libro LXIX
    Manoscritto Sarri (XVIII sec.), in Persephone Edizioni
    O. Pancrazzi, Ville e giardini romani all’isola d’Elba
    Ilaria Monti, Fabrizio Paolucci, Michelangelo Zecchini, Porto Ferraio Medicea, Scavi e Scoperte 1548-1555

    Reperti archeologici: Ara dedicata a Hercules Sancto e fistulae acquarie (Museo Archeologico della Linguella, Portoferraio).

    L’ara votiva rinvenuta all’Elba. Si legge chiaramente il nome “P. ACILIVS ATTIANVS” seguito dal titolo che fece tremare Roma: “PRAEF PR” (Prefetto del Pretorio). Il “padrino” tutore di Adriano dedicò quest’opera a “Ercole Santo” (HERCVLI SANCTO), divinità della forza e protettore dei condottieri.
    pubblicazione: CIL 11, 07248 = D 08999 = AE 1903, 00325
    datazione: 98 a 138        
    EDCS-ID: EDCS-20800571
    provincia: Etruria / Regio VII        
    località: Elba, Isola d’ / Ilva
    P(ublius) Acilius
    Attianus
    praef(ectus) pr(aetorio)
    Herculi san
    cto d(edit) d(edicavit)
    materiale: lapis

    Elba, isola dei menhir

    di Paolo Nannini alias “Opaxir”

    Nota dell’autore: questo scritto è il primo contributo all’interno del “Progetto Mnemolitica” inteso a stimolare la ricerca archeologica e la valorizzazione dei monumenti megalitici dell’Isola d’Elba e oltre…

    Molti di voi certamente sapranno, almeno per sentito dire, dei Sassi Ritti, noto sito megalitico alle porte di San Piero, o dei due giganteschi megaliti gemelli che fanno la guardia sulla sommità del Monte Cocchero, dall’altra parte  del Monumento fra Lacona e Marina di Campo, ma… questi esempi sono, per usare una metafora abusata ma sempre efficace, solo la punta di un iceberg!

    Chi sono io per un’ affermazione del genere? Posso definirmi un cultore della preistoria, geografo e fotografo, camminatore curioso per i sentieri dell’Elba e non solo e che di fronte a certe meraviglie non resta indifferente ma cerca di capire, di trovare spiegazioni anche perché, e qui cito Maurizio Harari che ha colto nel segno ” … è troppo, troppo divertente arzigogolare soluzioni agli enigmi” !!!

    Ebbene vi parlerò qui solo di due casi fra gli innumerevoli UFO archeologici di puro granito incontrati nelle mie passeggiate elbane sulle pendici del Capanne. In entrambe le occasioni il mio mentore, il mio Virgilio è stato un carissimo amico che a differenza di me è elbano da generazioni, da generazioni di scalpellini del granito, particolare importante! Profondo  conoscitore ed estimatore del territorio  dell’isola fin nei suoi anfratti più reconditi come pure della sua storia affascinante e ricca di sorprese, ovvero delle sue, nostre radici. Conto di continuare i nostri giri con lui finché ci reggono le gambe!

    1) Su una scoscesa della Valle d’inferno fra coti di granito fessurate e macchie di lentisco, di mirto e spinose varie, fuori da ogni sentiero, sta lì adagiato da tempo immemore un monolite a sezione quadrata affusolato sulla cima rivolta verso valle, quasi in bilico sull’affioramento granitico ma da esso ben distinto staccato e spezzato evidentemente in due tronconi: quello a monte è come radicato sulla terra scura che ne nasconde la base. Uno spigolo superiore del monolite smussato per un lungo tratto, come da un colpo di pialla di un gigante! “Non può essere naturale” mi dice il mio accompagnatore “lo hanno visto dei vecchi scalpellini che ho portato fin qua… È cavato e lavorato!” Come dargli torto! Lo misuriamo:  sezione quadrata di 1.25 x 1.25m alla base e al centro poi rastremato verso la cima. Spezzato in due tronconi quello apicale più a valle lungo ben 6.75m l’altro a monte con la base ancora interrata e coperta da altre pietre di almeno 4.50! quindi sommando arriviamo alla bellezza di 11.25m con un peso stimato intorno alle 35 ton !!!

    Il fatto che si trovi su un pendio piuttosto accentuato senza segni di terrazzamenti ed insieme ad altri megaliti che hanno tutta l’aria di essere, come il nostro, altri menhir ci fa pensare di essere capitati nel mezzo di una cava preistorica di menhir che poi erano portati da qualche altra parte per erigerli. Però il fatto che sia spezzato in due con i pezzi abbastanza distanti (circa 4m) parrebbe dovuto ad una caduta sul posto… Il menhir più alto, delle centinaia che troviamo in Sardegna, quello di Monte Corru Tundo, non arriva ai 6m ed è ancora in piedi! Quello più alto in Europa sta in Bretagna il Menhir de Kerloas, in granito, 9.5m fuori terra più 2m circa di interrato, siamo quindi sulle medesime dimensioni, e lo stesso in granito, del nostro!

    I Menhir… Monoliti colonnari di varia foggia e dimensioni eretti a segnalare luoghi sacri, sepolture, riferimento di luoghi, forse confini e financo calendari solari. Enigmatica espressione di genti antichissime a partire da almeno 11.000 anni fa alla fine dell’ultima glaciazione quando i nostri antenati, prima ancora della nascita dei primi villaggi di agricoltori erano dei cacciatori – raccoglitori seminomadi. A testimonianza lo straordinario sito di Gobekli Tepe con menhir  T scolpiti con figure di animali, alti 5.5m, pesanti tonnellate e datati, i più antichi, intorno al 9500 a.C.

    2) Sempre con il mio amico, questa volta su un sentiero poco battuto a monte di Seccheto, conteso dalla macchia che non si arrende mai… questa è la vita vegetale! Ad un certo punto ci troviamo davanti ad un lastrone appuntito e spezzato proprio in mezzo al sentiero, una sorta di gigantesca punta di freccia granitica! Osservando bene i margini arriviamo alla conclusione che quello dritto è troppo regolare per essere una frattura naturale e a conferma si vedono sullo spessore chiari segni di lavorazione. Passiamo poi ad osservare lo stacco del frammento triangolare alla base e notiamo subito una stretta fessura rettangolare sul bordo di stacco di circa 30cm. Taglio poi non portato a termine!

    Forse abbiamo trovato “la pistola fumante” che avvalora l’ipotesi che certi megaliti appuntiti, e ne abbiamo visti tanti, siano davvero menhir !!! Nelle due foto che vedete di questo colosso incompiuto di ben 4m si capisce bene il processo di lavorazione:

    1) Partivano da una cote granitica sfogliata naturalmente da processi erosivi, quindi lastroni di vario spessore staccati già dal substrato e con dei margini arrotondati dall’erosione. 2) Affettavano un margine con un taglio dritto staccando il pezzo dal lastrone. 3) rifinivano il menhir con un altro taglio parallelo al primo ed era fatta, la punta se la trovavano già…

    Concludo con un sentito appello agli archeologi: venite all’Isola d’Elba per aiutarci a comprendere queste incredibili pagine della storia del genere umano !

     

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    Paolo Nannini alias “Opaxir”
    Castiglione della Pescaia, 12 gennaio 2026

    opaxir@gmail.com
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    https://www.flickr.com/groups/14927630@N21/pool/
    https://beniculturali.academia.edu/PAOLONANNINI

    La Satira dei Mestieri (L’Insegnamento di Dua-Kheti)


    Introduzione
    Inizio dell’insegnamento composto da un uomo di Tjaru, di nome Dua-Kheti, per suo figlio Pepi. Avvenne mentre navigavano verso sud, verso la Residenza reale, per iscrivere il ragazzo alla Scuola di Scrittura insieme ai figli dei grandi funzionari.
    Egli gli disse:
    «Ho visto uomini percossi brutalmente: per questo devi dedicare il tuo cuore ai libri. Ho visto colui che è costretto al lavoro manuale: guarda, non c’è nulla che superi la scrittura. I libri sono come una barca nell’acqua (o come un compagno leale).
    Leggi tu stesso alla fine del “Libro della Kemit”, troverai questa frase: “Lo scriba, qualunque sia il suo posto a Corte, non soffrirà mai la fame”.
    Lo scriba realizza i desideri degli altri anche quando non è ancora ricco. Non vedo nessun’altra professione di cui si possa dire lo stesso. Per questo voglio farti amare i libri più di tua madre e voglio che la loro bellezza entri nel tuo viso. È la più grande di tutte le professioni, non ce n’è un’altra simile sulla terra. Lo scriba ha appena iniziato a crescere, è ancora un bambino, eppure la gente già lo saluta con rispetto. Viene inviato in missione e, prima ancora di tornare, indossa già abiti di lino come un adulto.


    Il Fabbro e l’Orafo
    Non ho mai visto uno scultore inviato in missione diplomatica, né un orafo spedito come messaggero. Ma ho visto il fabbro al lavoro davanti alla bocca della sua fornace: ha le dita rugose come la pelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce marce.


    L’Artigiano delle perle (Gioielliere)
    Il gioielliere usa trapani su pietre durissime. Quando ha finito di incastonare gli occhi degli amuleti, le sue braccia sono distrutte dalla fatica. Siede accovacciato fino al tramonto con le ginocchia e la schiena piegate in due per il dolore.


    Il Barbiere
    Il barbiere rade fino a notte fonda. Per mangiare deve spostarsi continuamente, andando di strada in strada a cercare clienti, lavorando sempre di gomito. Si spacca le braccia solo per riempirsi la pancia, come le api che mangiano solo secondo la loro fatica.


    Il Tagliatore di canne
    Il tagliatore di canne deve andare a nord, nelle paludi. Quando ha esaurito la forza delle sue braccia, le zanzare lo hanno ormai massacrato e i moscerini lo hanno finito: il suo corpo è spezzato.


    Il Vasaio
    Il piccolo vasaio è già “sotto terra” (sporco di fango) ancora prima di morire. È più imbrattato di argilla dei maiali. I suoi vestiti sono rigidi di fango, la testa è coperta di stracci e l’aria che respira gli brucia il naso perché viene dritta dalla fornace. Pesta l’argilla con i piedi finché non si è macinato le gambe; entra nelle case degli altri solo per imbrattarne i recinti.


    Il Muratore
    Lascia che ti racconti com’è essere un muratore: è un gusto amaro. Deve stare sempre fuori, esposto al vento, lavorando in perizoma. La sua “veste” è solo una corda che gli segna la schiena. Le sue braccia sono distrutte dal lavoro pesante e sporche di fango. Mangia il pane con le dita, anche se ha potuto lavarsele solo una volta in tutto il giorno.


    Il Falegname
    Per il falegname armato di scalpello la vita è miserabile. Deve coprire il tetto di una stanza (dieci cubiti per sei) e ci mette un mese a posare le assi. Tutto il lavoro è finito, ma la paga che riceve non basta nemmeno a sfamare i suoi figli.


    Il Giardiniere
    Il giardiniere porta il giogo sulle spalle e le sue ossa invecchiano precocemente; ha una grossa cisti sul collo che trasuda pus. Passa la mattina ad annaffiare i porri e la sera immerso nel fango. Dopo una giornata di lavoro la pancia gli fa male. Riposa come se fosse morto; invecchia più in fretta di qualsiasi altro mestiere.


    Il Contadino
    Il contadino si lamenta in eterno, la sua voce stridula supera quella degli uccelli (cornacchie). Ha le dita trasformate in piaghe per il troppo carico. Si veste di stracci. La sua salute si spezza lavorando sulle nuove terre bonificate; la malattia è la sua unica ricompensa. E quando deve prestare il lavoro obbligatorio per lo Stato, gli toccano sempre i compiti peggiori o dimenticati dagli altri. Se mai riesce a tornare a casa, è in miseria totale, troppo stanco persino per camminare.


    Il Tessitore
    Il tessitore dentro la fabbrica sta peggio di una donna (partoriente): sta rannicchiato con le ginocchia premute contro lo stomaco, senza poter respirare aria fresca. Se spreca anche solo un attimo del giorno senza tessere, viene frustato con cinquanta colpi. Deve pagare una bustarella al portiere solo per vedere la luce del sole.


    Il Mercante
    Il mercante viaggia verso terre straniere dopo aver lasciato i beni ai suoi figli, vivendo nel terrore dei leoni e dei banditi asiatici. Si sente al sicuro solo quando è tornato in Egitto. La sua casa è una tenda di stoffa, non ha mattoni, e non conosce alcun piacere.


    Il Lavandaio
    Il lavandaio lava i panni sulla riva, vicino ai coccodrilli. “Padre sta andando nell’acqua del canale”, dice ai suoi figli (come fosse un addio). È forse un mestiere da invidiare? Il suo cibo è mescolato alla sporcizia, non c’è un solo membro del suo corpo che sia pulito. Deve maneggiare i panni delle donne durante il ciclo mestruale. Piangi per lui: passa la giornata con la pietra per pulire in mano e gli urlano: “Ehi tu, bacinella sporca, vieni qui, ci sono ancora le frange da lavare!”.


    L’Uccellatore (Cacciatore di uccelli)
    L’uccellatore è il più infelice di tutti. La sua fatica è sul fiume, in mezzo ai coccodrilli. Quando deve pagare le tasse è disperato. Non gli si può nemmeno dire “attento, c’è un coccodrillo”, perché la paura lo ha già accecato. Se esce vivo dall’acqua, è un miracolo di Dio.


    INVECE Lo Scriba
    Guarda, non c’è professione priva di un capo, eccetto lo scriba: LUI è il capo.
    Se sai scrivere, per te sarà meglio di tutte le professioni che ti ho mostrato. Vuoi essere colui che protegge il lavoratore o quel povero disgraziato del lavoratore?
    Guarda, la fatica di questo viaggio verso la Residenza reale lo faccio per amore tuo. Un solo giorno a scuola ti sarà più utile di un’eternità di fatica sulle montagne.
    È la via più veloce, te lo sto mostrando. O vuoi che ti svegli ogni mattina a bastonate?


    Consigli finali sul comportamento
    Ti dirò un’altra cosa: non essere invadente. Se entri in casa di un signore e lui si sta occupando di un altro, siediti con la mano sulla bocca (in silenzio). Non chiedere nulla, ma rispondi solo quando interrogato.
    Non dire bugie contro tua madre: questo è un crimine grave per i funzionari.
    Se hai mangiato pane e bevuto due giare di birra, accontentati: non c’è bisogno di riempirsi la pancia all’infinito.
    Guarda, ho posto te sulla via della vita. Ringrazia il Signore per tuo padre e tua madre.
    Ecco, ho esposto tutto davanti a te e ai figli dei tuoi figli.»


    Nota Archeologica e Storica
    L’opera nota come Insegnamento di Dua-Kheti o “Satira dei Mestieri” affonda le sue radici filologiche nel Medio Regno, specificamente durante la XII Dinastia, tra il XX e il XIX secolo a.C. Questo periodo storico, caratterizzato da una forte centralizzazione statale, vide la genesi del testo probabilmente come strumento di propaganda di corte, tanto che la tradizione lo attribuisce allo stesso autore dell’Insegnamento di Amenemhat I. Tuttavia, il testo non ci è giunto in originale, ma attraverso la massiccia opera di copiatura avvenuta secoli dopo. La sua popolarità esplose infatti durante il Nuovo Regno, in epoca Ramesside, quando divenne il pilastro della Kemit, il curriculum scolastico standard per gli apprendisti. Le fonti più complete oggi disponibili sono il Papiro Sallier II e il Papiro Anastasi VII, conservati al British Museum, che permettono di ricostruire l’opera collazionando le migliaia di frammenti ed esercizi scolastici sopravvissuti.
    Esiste peraltro una profonda ironia archeologica legata ai luoghi di ritrovamento. La maggior parte di questi frammenti, vergati su ostraca di calcare o ceramica, proviene da Deir el-Medina, il villaggio che ospitava gli artigiani costruttori delle tombe reali. Ci troviamo di fronte al paradosso di figli di scalpellini, pittori e carpentieri che imparavano a leggere e scrivere copiando un testo che ridicolizzava ferocemente il lavoro dei loro padri. Mentre il genitore tornava esausto dalla Valle dei Re, descritto nel testo come “puzzolente più delle uova di pesce”, il figlio scriveva sul coccio che l’unica via nobile era quella dello scriba, definendolo l’unico uomo al mondo privo di un padrone.


    Nota Filosofica e Letteraria
    Spostando l’analisi sul piano speculativo, il testo di Dua-Kheti rappresenta l’antitesi perfetta al mito di Theuth raccontato da Platone nel Fedro. Se Socrate condanna la scrittura definendola un farmaco che atrofizza la memoria e allontana l’anima dalla verità viva, l’egizio Dua-Kheti celebra la scrittura come una super-presenza. Per lui la realtà fisica del corpo che suda e fatica è transitoria e vile, mentre solo il testo scritto garantisce una vera esistenza. La scrittura qui non è copia sbiadita della realtà, ma uno strumento di potere che eleva lo scriba al di sopra della materia bruta.
    Questa dinamica anticipa in modo sorprendente le riflessioni di Jacques Derrida ne La Farmacia di Platone. La “Satira dei Mestieri” utilizza la scrittura come una forma di violenza differita che classifica, ordina e degrada i corpi dei lavoratori manuali per istituire la gerarchia del Logos burocratico. Lo scriba compie l’operazione logocentrica suprema ponendosi come l’unico soggetto capace di sfuggire alla dialettica servo-padrone, uscendo dal sistema produttivo fisico per diventarne l’ordinatore astratto.
    Infine, uno scettico raffinato come Anatole France avrebbe probabilmente colto in questo papiro la vanità e l’amarezza della hybris intellettuale. Dua-Kheti promette al figlio l’immortalità e vesti di lino pulite, ma lo fa irridendo proprio coloro che tessono quel lino e innalzano i muri che proteggono i suoi rotoli di papiro. La cultura dello scriba si rivela così non come amore per il sapere, ma come una fuga dalla sofferenza materiale costruita a spese di chi, in quella sofferenza, è costretto a rimanere.

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