Amici

Amici. Chi sono gli amici? Sono quelle persone con le quali si è riso qualche volta insieme, con le quali si è scherzato e giocato, fatto qualche cena, a volte si potrebbe anche aver pianto, altre cantato, insieme.

Gli amici non sono necessariamente sempre lí, a nostra disposizione. Gli amici vanno e vengono, a volte spariscono, magari per una scaramuccia o un banale malinteso.

Ma gli amici non sono quelli che le persone normali che si sentono normali coltivano e conservano da tutta una vita, senza mai una tragedia, una frattura, un litigio. Gli amici, piuttosto, sono quelli coi quali si è condivisa l’intensità della vita, di una vita niente affatto normale.

Con gli amici a volte ci si comincia a disprezzare o a far finta d’ignorarsi. Ma sappiamo che nel terrore, nella guerra, nella paura concreta della tragedia di massa, sono le persone sulle quali possiamo contare.

Dispiace quando un vecchio amico, col quale per futili motivi ci si era allontanati, viene a mancare. L’amico se ne va per sempre senza averci dato la possibilità di ricucire, di riparare, di vedersi e ridere o piangere insieme un’ultima volta.

Dovremmo cercare, a un certo punto della vita, di risentire gli amici persi per strada. Di rassicurare loro con la garanzia di uno spazio dedicato nella memoria dei nostri cuori.

È già tardi oggi per dire quello che avremmo dovuto dire ieri, prima che un altro caro amico ci lasciasse. Possiamo solo affidare alle parole i nostri pensieri e le nostre emozioni sperando che le anime non si dissolvano in mille pezzi e muoiano insieme ai loro corpi.

Possiamo solo gridare la nostra immarcescibile amicizia al vento e sperare che il respiro della terra sia lo stesso spirito dei nostri morti e ci stia ad ascoltare.

Addio amico mio di cuore.

Ad A. D. 22.08.21

La faccia scura di un vaso etrusco

Il dissapore del loro incedere

Non altrimenti perfettibile

E i fari a LED dei ricchi

Annegano la vista dietro un velo di lacrime

E la verità di Locke diffrangono

L’esibizione impettita della crescita

Un’aura sovrana che deborda e impera

Avrei voluto dirti quello che ti ho taciuto

Mentre ti guardavo come Dea nubia

Faraonica far sbocciare sulla digrazia

La tua tenebra di senso e di grazia

E per me l’altalena di Michele

Un cerotto che nasconde una ferita

La mia transizione in te

Il tuo pertugio di aria e di sangue

Un sorriso con l’amica sul lago del ramo

Avrei voluto chiederti se mangi pesce o carne

Ed invitarvi entrambe con lo champagne a cena

L’ARTE MIMETICA o Del mestiere dell’imitazione


La prima regola per un buon imitatore è non dichiarare che cosa o chi si sta imitando. Per esempio, se si interpreta un camionista è assolutamente vietato anche solo pensare di dire “sono un camionista”. Devono essere gli altri a dirlo preferibilmente all’unisono, senza aiutini da parte dell’autore della performance. 
La mia imitazione migliore in assoluto fu circa cinque anni fa presso Castello Pasquini a Castiglioncello. Durante un convegno internazionale di Meccanica Quantistica uscii nella pausa nel terrazzo-cortiletto al piano a fumare una sigaretta. Chiacchierando con un fisico ungherese e uno scozzese (mi pare) esposi loro la mia personale teoria dell’anima dei quanta, e in cinque minuti c’erano una quindicina di scienziati di tutto il mondo ad ascoltarmi e farmi domande. Quando rientrammo, a fine speech mi ritrovai seduto accanto Noam Chomsky e ci mettemmo a chiacchierare di filosofia politica. Io non mentii mai, eppure fui scambiato per uno scienziato. Interpretazione da Oscar.
Una volta ho fatto il ristoratore. Un’altra il CEO di una grande azienda tedesca. Sono stato giornalista, leader attivista, esperto assemblatore e programmotare di pc, organizzatore di eventi di ogni genere, poeta, scrittore, conferenziere di storia, di filosofia e di archeologia, superprof di lingua, ideatore di festival, e tante altre cose che al momento non ricordo.
Credo di aver avuto una gran carriera e stimata professionalità. Anche se pochissimi tra il mio vasto pubblico alla fine hanno davvero capito che si trattava solo di una perfetta performance di un grande imitatore. Mai impostore.

Nuove da un museo

(Sinceramente non so dirvi se questa storia sia vera per tutti o solo per me, ma vado avanti)

C’era un Comandante di una nave che mentre la sua imbarcazione rischiava di affondare oramai al punto critico di un moto rollante, in quell’eccesso di rollio si mise a beccheggiare e vaneggiare di come sarebbe stato il viaggio di ritorno.

Un jet privato è atterrato in India provenienza Pakistan. Sono scesi Alessandro Magno e un tale Poro, e mi pare che quello a testa bassa con gli occhiali scuri fosse Jimi Hendrix, ma mi potrei sbagliare.

Voi fate domande di storia sull’essenza e l’esistenza, sull’identità e la provenienza. Domande che sembrano pertinenti a un museo archeologico ma che sono completamente sballate.

Esse si sballano lasciandosi trasportare dal rollio di confusi pensieri flottanti su di un abisso senza fondo, il cui fondamento deve essere necessariamente la “cronologia”.

IL LIBRO

Come tra guelfi e ghibellini

La poesia si stritola

Sa che vogliono entrambi sapere che cosa c’è dopo il paradiso

Sola la scrittura che sgorga da sé senza determinazioni è sacra

S’azzuffano persino i cuccioli, per gioco

Il verbo viene da sé sempre, che logos è lo stocheion.

Parola è l’origine.

È tempo di contare fino a mille prima di dire qualsiasi cosa.

“Lasciatemi andare” grida il pazzo.

“Prendetemi con voi” sussurra uno di “noi”.

Seduto in silenzio il niente tace.

Lasciamo che la poesia riprenda fiato.

Redenzione

Se non abbiamo amici. Se pensiamo o sentiamo di non avere amici. Se non abbiamo comunque abbastanza amici, almeno non tanti quanti ne vorremmo.

Quando gli amici non ci danno tutto quello che vorremmo, o quando consideriamo che essi non ci diano quanto dovuto.

Come quando il mondo là fuori ci si allontana e ci chiudiamo in noi stessi.

Lí noi sbagliamo. Lí fraintendiamo il senso della nostra vita più propria.

Noi sbagliamo. Sbagliare è un errore senza colpa. Non c’è peccato finché quell’errore non diventi sistematico, diabolico.

NEQUE FALLAX NEQUE BILINGUIS

Allora dobbiamo saper godere della chiusura per percepire l’esterno nella sua unità.

In questa Unità che si fa Totalità attraverso la nostra dissoluzione noi sappiamo riemergere alla vita come elemento di una miscela tremendamente più grande.

LUCIFER S7 E1

– Detective Decker, o dovrei chiamarti Dea!? Allora, come ci si sente ad essere la Regina dell’Universo?

– Beh, devo confessare che già mi mancano i miei casi… Un po’.

– Bene, bene Dea Decker… Tu non sei condannata a privarti di fare quello che desideri, perché vedi, io sono Dio e tu sei Dea, nulla ci vieta di governare il mondo dalla terra e lì continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. 😁

– Dici davvero Luci?

– Non è che siccome sono diventato Dio adesso mi sono messo a mentire… E sono diventato Dio grazie te Detective – e a quelle tre parolineee…

Lo zoo nel bosco

#suNetflix

C’è la serie Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, in tedescooo! Non la puoi perdere!

Io la uso come sottofondo per fare le faccende. Sento il chiacchiericcio senza prestarci attenzione, ma resto programmato sulla sintonia di Bowie, che ogni tanto parte un pezzo e allora poso la granata e mi concentro sull’ascolto, con le immagini che formano nuovi videoclip delle sue canzoni.

Il libro l’avevo letto a 12 anni. Ancora non so dire se sia giusto o sbagliato far leggere a un bimbo un libro dove imperversano violenza, liberi costumi e aghi piantati “ne li bracci” come la putenza del bagnino Mario.

Ma il paragone va oltre, quando bimbi di 6 o 7 anni s’inoltrano in un fitto bosco di montagna che #blairwitchproject scànsati! , e trovano una baracca di legno in cima a un albero, sul quale alla fine riescono a salire senza ammazzarsi tutti, per miracolo.

In cima trovano uno scaffale pieno di riviste, foto e fumetti. Ricordo alcuni titoli en passant: Le Ore, Penthouse, Lando, Vampiria, poi la mia memoria si ferma lí. Ma certo che per un bimbo di 6 anni trovarsi in un bosco stregato dalla pornografia #dontpayperview sarà pure stato uno choc, ma non ha ammazzato nessuno.
A parte me, la maggior parte di quei bambini di quel giorno oggi sono uomini in carriera, sereni e realizzati, spesso con delle bellissime famiglie, che ancora oggi ci danno la gioia di assistere all’arrivo sulla Terra di anime innocenti, ammirare la venuta alla luce dello spirito, vederli crescere mentre giorno dopo giorno passano davanti casa a bordo di un passeggino sempre più grande, poi con la bici a rotelle, infine con lo scooter impennato.

Anche se scientificamente non si puó dimostrare che l’esperienza infantile di un bosco impestato di oscenità determini esiti negativi nella crescita, – che noi bimbi con un vocabolario ristrettissimo ma efficace chiamavamo coi loro nomi volgari che per noi erano quelli veri, specificando poi per ognuno come si dovrebbe dire in società, in quell’altro  mondo macrocosmico, il termine scientifico appropriato.

L’istruzione alla deriva schizoide ci è stata data col linguaggio fin dall’infanzia. Ci è stato insegnato che esistono due mondi e che ciascuno di loro è la metafora o l’allegoria dell’altro.

La topa del nostro microcosmo era occulta, settaria, parte di un vocabolario mathematico. Essa era il nucleo della propria immagine riflessa nella parete interna della sua sfera orbitale; guardando in direzione del continente, dello straniero, dell’istituzione, del signore, della scuola, – l’immagine della topa si mostrava sempre deformata da una maschera d’obbligo. Essa era lassù vagina, più in là vulva, più su genitale femminile, – ma per quei bambini tutte queste facce erano solo mimesi della loro verità segreta e indicibile: topa.

Non c’era niente di scurrile e violento in quel linguaggio se non la costruzione di un’identità di gruppo, un’etnia, dei ragazzi che sentivano di appartenere a uno stesso principio, uno stesso valore. Bimbi che esperivano la totalità della coappartenenza, lo spirito di fratellanza occulta.

La topa era come per gli adepti eleusini il sacro, e tutti gli oggetti, i simboli, le immagini di essa, erano elementi sacri, oggetti di culto. Nella pornografia fruita in comunità quei bimbi non facevano altro che ripetere senza saperlo antichissimi riti ereditati da una tradizione che si perde nella notte dei tempi. Un costume pedagogico che vestendo i panni dell’antropologo culturale non stenterei a definire Rito di Lemno e Samothracia (amo conservare il richiamo alla lettera theta originaria).

Non si tratta più qui di determinare un aspetto eventualmente patologico, – neppure ci mettessimo nei panni di uno psichiatra. Si tratta di ricostruire se stessi evitando di demonizzare le nostre esperienze e cercare di definire come trauma quello che è parte della vita.

Non demonizzare ed esorcizzare poi le emozioni che proviamo raccontando queste storie che certe tribù non esiterebbero a vivere come tabù. Ma amare i demoni che ci abitano, tenerne di conto e portarne memoria, spiegarli dalle ombre che ci era stato insegnato a posarvi per proteggerli dalla luce.