CAPPELLA DI SAN LIBORIO

Saint Liborius’ chapel

Questa piccola cappella che sorge nella ex Piazza del Praetorium, fu fatta edificare in un momento non databile precisamente, tra il 1000 d.C. e il 1600, molto probabilmente dallo stesso Praetor dell’epoca per ringraziare il santo protettore degli ammalati de “Lo Mal della Pietra”, ovvero i calcoli renali.

Le date che leggete sono dedotte dal fatto che allo stesso ampio periodo si debbono attribuire le fondazioni delle altre opere pisane.

La Repubblica Marinara di Pisa prende possesso dell’isola intorno all’anno 1000 e fino alla fine, anzi oltre, lo mantiene. Essa cessa di esistere nel 1399 a seguito di un indebolimento dovuto alla peste del 1348 e all’indebitamento dei suoi signori, gli Appiani, che come buona uscita avranno dai Visconti di Milano la zona Elba/Piombino.

La Fortezza Pisana, 50m più avanti salendo, è aperta al pubblico per una visita panoramica dei suoi bastioni. Si puó fare un biglietto cumulativo per il Circuito Culturale del borgo, che comprende la visita del piccolo museo archeologico, qui a sinistra, nel Palazzo Praetorio, e il museo numismatico della “Zecca” al cui interno si puó scendere in una antichissima tomba interamente scavata nel granito.

San Liborio (originale Liborius, francese Liboire du Mans, in latino Vindinum Civitas Cenomanorum, quindi Cité Cénomans, Celmans, Le Mans, insediamento risalente forse al III millennio aC).


“Ma chi era San Liborio?” A Colorno in provincia di Parma c’è la sola altra chiesa italiana a lui intestata, la cappella ducale a S.L.).


Nacque in Francia nel 348dC circa e morì a soli 49 anni. Fu vescovo di Le Mans, degli Aulerci Cenomani (Celti della regione tra la Normandia e la Senna, e della Valpolicella, dove alcuni di loro si stabilirono attorno al 380aC).

Era un guaritore, esperto in erbe medicinali e chirurgia, specialista dei calcoli renali.


Nel 836dC i resti di San Liborio vennero trasferiti da Carlo Magno da Le Mans a Paderborn (oggi in Germania), da lui appena fondata, dove la Cattedrale è a lui intitolata.
Viene raffigurato coi Vangeli tra le mani e sopra delle pietruzze, essendo protettore dei malati di calcoli (lo mal della pietra).
Portano il suo nome anche un titolo cardinalizio, una cittadina del Canada, la cattedrale di Paderborn (come detto, ivi riposa), e una parrocchia cattolica rotonda del 1880 in Russia, a Krasnodar.

Queste notizie possono essere approfondite leggendo l’articolo di Brigitte Waché incluso in un volume a cura di Denéchère/Vincent che trovate anche online (Vivre et construire l’Europe, a pag.23 e segg.).

I RE DI ROMA

racconto breve (fiction)

Mamarce, o Mamerce, o Memerce, era il re di.

(qui si tratta se farlo essere re di Caere, di Vei, di Gabii o di Praeneste, decidiamo dopo)

Mamarce era etrusco, a seguito di comportamenti giudicati fortemente lesivi nei confronti della cittadinanza venne esiliato.

(qui si tratta di decidere se fu reso “uomo sacro”, e quindi dannato costretto a fuggire, oppure fatto esule)

A questo punto entra in scena un suo rivale latino per il trono di Gabii dove Mamarce ha trovato ospizio, ovviamente il rivale si chiama Evlin e siamo nell’aprile 788aC, nascono i gemelli di Mamarce, generale etrusco esiliato e la Regina Silvia, ma la morte del legittimo re Evlin per mano di Mamarce scatena la furia del figlio di questi che per vendetta giura che ucciderà i gemelli. Mamarce e Silvia si ritirano nel covo “porto franco” di Rvm assieme ai Rumax, comunità di briganti, tutti uomini. Silvia e Mamarce vengono uccisi dal figlio di Evlin che peró non trova i bambini Remul e Rumul, che saggiamente Silvia aveva affidato alla sola donna del villaggio, una sacerdotessa etrusca detta la Lupa, che soddisfaceva i bisogni di tutti i briganti.

Cosí Mamarce sarebbe in qualche modo il primo re di Roma.

(la storia va avanti con Remul che si innamora della figlia di Evlin, insieme tentano di riappacificare i rispettivi fratelli, i quali trovano si un accordo, ma non di pace, bensí di guerra. Sanciscono un patto di guerra estrema, si giurano a vicenda che uccideranno chiunque li ostacolerà nell’intento di dustruggersi a vicenda con le rispettive genie e terre, non riconoscendo i rispettivi confini, sanciti da Tinia/Giove, rivendicando ciascuno a sé l’appartenenza dei territori dell’altro.

Rumul, per farsi eleggere re organizza il villaggio con un senato e traccia le mura e le strade secondo i sacri riti. Pretende che questo gli è stato rivelato da Giove e dal padre Mamerce ormai fattosi dio (Marte).

Alla fine non gli resterà altro che popolare di donne la neonata città e radere al suolo ogni testimonianza della nobiltà latina.

A PIEDI VERSO LA CALIFORNIA

Quasi piango per un film americano

Di quel professore inglese di poesia

Che s’innamora di sua cognata scrittrice

Poi le ceneri del padre butta via

Mentre in ginocchio le propone il matrimonio.

Come sei morto male però dé

Con quella battutaccia

La paura in un ultimo sorriso

Che sfigurava la tua faccia.

Questo non è un paese per vecchi!

La bellezza se la prende tutta la terra

E il resto lascia al suo mare

Peggio di quando eravate in guerra

Che almeno c’era un ospedale.

Qui non s’ha più la forza

Di rimuginare

E togliere da ogni cosa

La dura scorza dell’abito di moda

Pesa sopra si posa

Sulle parole vuote che innova.

Dobbiamo costruire un ponte di navi

Come Caligola nel golfo di Napoli

E attraversare il canale a piedi

Sradicarci e reinnestarsi

Vèni, vedi, credi.

Non dico di arrivare ai Cavalieri

Al tavolo dei saggi

Come per Yeats Bisanzio

Ma almeno dopo Bibbona

A La California

A dipingere la vita come il Sanzio.

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Poesie didattiche ad uso delle scuole elbane:

La California di Dieter Krantz. (aprile 2020)

Monsieur Jacques et le mystère du Docteur Iega

PROLOGO:

Il due di picche e la regina di cuori.

In quel pomeriggio di marzo l’Englischer Garten era quasi deserto. Nell’aria grigia e sorda morivano i rumori rari.

“Regarde-moi, allez… j’aime la couleur de tes yeux… Comment tu t’appeles?
– Jacques.
– Jacques tout court?
– Jacques Durbec.

Sono nato nell’anno 1966, nel villaggio di Trèts, da una buona famiglia, ma non del paese; mio padre era uno del nord, che si era stabilito in un primo tempo a Gardanne. Si fece una buona posizione con il commercio, poi, ritiratosi dagli affari, andò a vivere a Trèts, villaggio da cui aveva preso in moglie mia madre, i cui genitori si chiamavano Jacques, ed erano un’ottima famiglia del paese; dal loro nome io fui chiamato Jacques Durbesson; ma, per l’abitudine che si aveva in classe mia di storpiare le parole, ora sono chiamato, anzi mi chiamo e scrivo il mio nome, Durbec, anche sull’elenco; e così mi chiamavano sempre i miei compagni: durbec – becco duro. Che quando aprivo la bocca ero molto tagliente.

“Et toi?

– Michaela Niklas. Mais on m’appelle toujours Mikla.

– Tu veux fumer?

– Merci. Plutôt ce soir…

Quella fu la prima volta che vide Mikla. Serena come un fascio ben amalgamato. Incalzante come quella sera – da non potersela togliere di mente. Preparava un risotto per se solo.

La notte era nera. Come la cattiveria delle seppie…

Talvolta uno degli insetti scompariva all’improvviso, come inghiottivo dal vuoto. Gli altri proseguivano il volo in silenzio, senza preoccuparsi del compagno.

E in background un vento non troppo forte ma incessante e monotono che pareva fasciasse la casa con un grande nastro stridente…

Difendere se stesso era l’unico scopo della sua vita, l’unico suo diritto per far parte del clan. Sentiva il viavai delle auto lungo la Nietzschestraße, i tacchi alti delle segretarie che si affrettavano via dagli uffici, tutto il fermento e gli odori pungenti della fine di un’altra settimana.

Le cose fuori, sbattevano, e fatti cadere dal vento i loro bòtti si spegnevano vibrando sulle finestre. Qualche grido per la strada era all’ordine del giorno, ed abitando lì s’imparava alla fine a fare switch off su tutto e si cominciavano a sentire solo i rumori importanti.

Ma mentre sforbiciava i corpi delle seppie sul lavandino, dove uno a uno scivolavano gli ossi, un boato assordante fece addirittura saltare Isaac giù dal divano. Proveniva dall’appartamento accanto, quello situato ad ovest. Aveva sempre odiato quella casa, perché gli nascondeva la vista del tramonto lasciando affiorare dietro la sua sagoma soltanto la periferia di quel groviglio di nubi rosa, azzurre e viola che disegnavano ogni sera una favola diversa nel cielo sopra Monaco.

Superati i primi attimi di sgomento, Durbec, chiuse il rubinetto e aprì bene le orecchie. Sembrava un gemito, un sofferto rantolio incupito dalle pareti divisorie. Forse era meglio andare a vedere.

La porta era aperta. La luce accesa quasi in ogni stanza. In salotto, ai piedi del divano di velluto verde su cui il dottor Jägger passava le sue lunghe giornate da vecchio sfaccendato a leggere Die Zeit, immobile, un uomo accasciato, o forse già un cadavere.

Il vecchio Jägger era tanto morto quanto un topo di fogna.

Badate! Non voglio dire che io sappia alla perfezione cosa ci sia di particolarmente morto in un topo di fogna. Potrei essere più portato a ritenere che la bestia più morta dell’immaginario collettivo sia il barbagiani di campanile. Ma la saggezza sta per tradizione nelle similitudini proverbiali; e il paese andrebbe a rotoli se osassi turbarla con mano sacrilega. Permettetemi perciò di ripetere, solennemente, che Jägger era tanto morto quanto un topo di fogna – morto, ovviamente.

Per terra, accanto al corpo, bagnata, una pistola di cui si vedeva il calore attraverso i vapori che s’alzavano dalla pozza di sangue su cui poggiava; poco più in là un fascicoletto di stampe. Durbec lo scrutò più da vicino roteando il collo per favorirsi una buona prospettiva. Sulla copertina stava un titolo in grassetto dai caratteri a dimensione venti-venticinque circa: Oliver Twist Again. Più piccolo e sgrassato, sotto: remake of Twist.

In alto, spiccava in verde il nome completo dell’autore: Hans Oliver Jägger.

Durbec non sapeva ancora quale fosse il nome di quel vecchio burlone che amava lunghe conversazioni sul pianerottolo a base di politica e massimi sistemi. Ma leggerlo e capirlo fu tutt’uno. Lo aveva sempre sentito chiamare Doctor Iega nel quartiere, senza immaginare che quel “Doctor Iega” si scrivesse in realtà “Doktor Jägger”. Tra l’altro il dottore lo invitò fin dal loro primo incontro a chiamarlo Ulli – ché così voleva essere chiamato dalle persone che riteneva meritassero la sua presenza.

Durbec non immaginava affatto che qualcuno avesse dei chiari interessi ad eliminare quello che all’apparenza sembrava solo un povero vecchio chiacchierone.

Prese quei fogli spillati assieme con sé e s’allontanò in silenzio. Poi chiamò da casa la vicina del piano di sotto dicendo che aveva sentito un boato tremendo provenire dal suo appartamento, e lei gli rispose che no, non si trattava di lei, ma del Doctor Iega, chissà che avrà combinato quel vecchio birbante… e blà blà blà.

Si misero d’accordo per andare a vedere insieme. Durbec nascose i fogli sotto il tappeto e si rimise ai fornelli, fingendo di cucinare per farsi trovare in atteggiamento normale dalla signora Von Herz, che di lì a poco sarebbe entrata dall’ingresso lasciatole appositamente aperto chiedendo comunque permesso con voce alta e squillante, come suo solito.

Si avviarono insieme verso la porta dell’appartamento del Doctor Iega. Lei cominciò ad urlare, ad agitarsi e a mettersi le mani – in alternanza – tra i capelli o sulle ginocchia, chinandosi e rialzandosi a più riprese. Il tutto blaterando di dio, dei migliori, che stanno soli, della giustizia, il male, il mondo, e tutti quei bambini che vi muoiono ogni giorno.

Poi chiamarono la polizia, da casa di Durbec, o monsieur Jacques, come lo chiamava rispettosamente, non senza fare un gran bell’occhiolino al suo amore per tutto ciò che era francese, stavolta con tono dolce e caldo, la signora Von Herz, del cui nome Jacques conosceva l’ortografia per averla letta sul campanello e per l’entusiasmo che lo aveva preso quando scoprì traducendolo il senso del suo nome: Regina Von Herz – in francese Rêine de cœur, ovvero: Regina di cuore. Faceva pensare a qualcuno uscito fuori da un mazzo di carte. Se il nome segna il destino personale di ognuno, da quello c’era da aspettarsi grandi cose.

Dopo un sano infuso di vervena che la regina di cuore aveva mandato giù bollente senza emettere alcuno sgradevole rumore nell’aspirarlo, arrivò la polizia. Fece il solito sopralluogo distratto, le domande di circostanza, e finì con un altrettanto scontata messa di sigilli alla porta. Per fortuna se ne andò presto, e lo fece però lasciando in monsieur Jacques e nella signora Von Herz un senso di fine – come la sensazione che non se ne sarebbe più saputo nulla, e che mai si sarebbe fatta giustizia di quel crimine.

Non vedevo l’ora di rialzare il tappeto e tirar fuori il mio segreto, il palio vinto per aver saputo tacere, almeno una volta, nella vita, io, becco duro e tagliente da oca affamata.

Prese uno straccetto umido dal lavabo e lo strizzò ben bene. Cercò inutilmente di portare via quel sangue che si era infiltrato su tutti i fogli come inchiostro. Poi lasciò perdere e decise che faceva lo stesso.

Aprì la prima pagina. Un indice accurato riportava i titoli dei capitoli. Ventitré.

Preferì non sbirciarli, per non interrompere il graduale riempirsi delle sue curiosità. Dalla pagina successiva partiva questo testo:

Oliver Twist Again

Wieder Twist Ulli

ein schrifft bei H.O. Jägger

E sotto, stranamente in italiano, si dipanava il testo che segue:

OVE SI NARRA DEL LUOGO IN CUI MORI’ ULLI E

DELLE CIRCOSTANZE CONCERNENTI LA SUA MORTE.

Fra i vari edifici pubblici di una certa città, che per diverse ragioni sarà prudente astenersi dal menzionare, e alla quale non attribuirò nessun nome fittizio, ce n’è uno da sempre comune alla maggior parte di esse, grandi o piccole che siano: vale a dire un quartiere povero. Là morì, in un giorno e anno che non mi preoccuperò di precisare, visto che allo stato la cosa non riveste alcuna importanza per il lettore, il rappresentante del genere umano il cui nome precede l’inizio di questo capitolo.

Jacques non parlava l’italiano, a parte pizza e spaghetti, che comunque non era sicuro se fossero delle parole italiane o arabe, e naturalmente mozzarella, di cui era sicuro che si trattasse di una specialità greca, come il gorgonzola d’altronde, e l’ouzo.

Tentò una trascrizione di quel testo in un sito internet per le traduzioni, ma la funzione dall’italiano al francese non c’era, e così dovette tradurre questo incipit prima in inglese, e – copia e incolla – di nuovo dall’inglese al francese. Con questo risultato:

OÙ EST-il RELATÉ DE L’CEndroit DANS LECQuel AMARRE? ULLI et des CIRCONSTANCES CONCERNANTES SES FEMMES MORTES entre plusieurs le public de bâtiments d’une ville sûre, que pour différentes raisons sera prudent pour s’abstenir mentionnant, et à ce que je n’attribuerai aucun nom factice, le ce n ‘il est toujours de commun à la plupart d’eux, grand ou petit qui sont: il vaut la peine d’indiquer un quart faible. Ici il est mort, en jour et année que je ne ferai pas attention moi-même pour indiquer, puisqu’à l’état la chose ne couvre pas de l’importance pour le lecteur, du représentant humain de sorte dont le nom précède le commencement de ceci l’a compris.

Preparò una bella caffettiera moka, regalatagli da un amico barista che lavorava in un Espresso Point nei sotterranei della stazione dell’est. Con mezzo litro di caffè rimase sveglio tutta la notte. Cercò di decifrare in vari modi quello che sembrava a tutti gli effetti un testo in codice. Soprattutto nell’incipit, quando parlava di Ulli e delle “circostanze concernenti le sue mogli morte”. A dir poco enigmatico.

La mattina dopo, prima di andare a riposare, Jacques scese le scale nella speranza di incontrare qualcuno a cui chiedere se il Doctor Iega fosse mai stato sposato e, se si, che ne era stato delle sue mogli.

La signora Bauchmann lavava le scale. Di qui non si passa – dicevano zitti i suoi occhi di ghiaccio grigio. Si fermò con il mocio in fase di strizzatura e disse:

“Gut geschlafen?

– noch nicht – disse Jacques – ich hab den ganzen nacht gelesen…

– was haben sie so wichtig gelesen?

– wichtig? Was bedeutet es?

– important. Is it very important what you read?

– oh no… it’s just a roman.

Poi si mise a parlare del Doctor Iega e di quanto blà blà blà e blà blà blà do you know…

Jacques le chiese delle mogli. Se fosse mai stato sposato e se avesse dei figli. E lei decisa disse che no, no, mai, ci mancherebbe, figuriamoci, quello, e chi l’avrebbe mai sostenuto uno così, anche se in fondo, la signora Bauchmann, ci tenne a sottolineare che era profondamente dispiaciuta e scossa come non mai dall’accaduto.

Quindi Ulli non aveva mai avuto delle mogli, ma allora quello scritto era solo un romanzo di fantasia, non c’era niente di autobiografico in quello scritto che cominciava annunciando la morte dell’autore. Jacques si mise l’animo in pace e se ne andò a dormire.

Nel pomeriggio, al risveglio, indossò velocemente una tuta verde da ginnastica con strisce bianche sui fianchi e scese a prendere la U-bahn, la metropolitana tedesca, verso Ostbahnhof, la stazione dell’est.

Per un sabato c’era molta gente in giro. I soliti passeggiatori svelti che sembrano sempre in ritardo mischiati a qualche faccia bisunta a farsi boccali di birra nei bar dei sotterranei. Ma più avanti, vicino alla scalinata dell’uscita principale, un caffè tutto particolare dal design di gusto attuale sui cui sgabelli siedono persone dall’aria distinta e uomini d’affari.

Jacques si appropinquò al banco posandovi la mano destra. Col sorriso complice di chi rivede un amico guardò al barista e chiese in “italiano”:

“Expresso por favore!

– tu me parles en espagnol?

– no! Italianno – io palla italianno… eh!

– oui oui, un caffè per favore! Si dice: un caffè per favore! Occhèi?

Durbec lo voleva lungo, ma Italo si era sempre rifiutato di sciupare un vero caffè italiano allungandolo alla francese. Bah! Che schifo questi nazionalismi! Quando vado in Francia e mi dicono che il fegato d’oca non si spalma io mica m’intestardisco a voler fare come voglio. Così si era trovato un compromesso. Durbec chiedeva una piccola correzione alla sambuca che, col suo forte profumo d’anice, finiva per prendere due piccioni con una fava. Da una parte allungava il caffè acquietando i pregiudizi quantitativi del francesino; dall’altra cancellava il tipico sapore italiano del caffè al bar con un forte aroma di alcool e anice che riportava Jacques a casa ricordandogli il suo amato pastis: effetto saudade.

Si mise comodo sullo sgabello in pelle a sorseggiare soddisfatto la sua sambuca macchiata, aspettando quei cinque minuti magici in cui il bar, senza preavviso, si svuota, e si può finalmente avere il barista tutto per sé.

Arrivò quel momento e Jacques non se lo fece scappare:

“Tu sais… le Docteur Iega… ce vieu qui habite à côté de chez moi?

– Si. Che gli è successo? Qu’est-ce qu’il s’est passé?

– Ils l’ont tué. Morto. Finisch, kaputt… bum!

E fece con la mano il gesto della pistola che spara.

– O cazzo!

– Cazzo, oui, ça je comprend, vraiment: cazzo!

Per una volta il nostro Durbec aveva pronunciato bene l’italiano: cazzo! Non ho mai sentito uno straniero pronunciare male le parolacce.

Durbec tirò fuori il fascicolo trovato sul luogo del delitto. Fece il gesto di porgermelo, ma poi ritirò la mano e mi spiegò che erano di sangue della vittima quelle macchie scure.

Mi disse di aprirlo e con un sorriso beffardo non aspettava altro che il mio sbigottimento, che manco a dirlo arrivò puntuale. Feci una faccia soddisfatta nel vedere che si trattava di un testo scritto in italiano. Sono quei momenti in cui noi italiani ci sentiamo fieri di esserlo. Quando – per esempio – ci capita tra le mani un fascicolo insanguinato trovato accanto al corpo della vittima e di cui la polizia non è a conoscenza e per di più – udite udite! – scritto in perfetto italiano. Un romanzo in italiano. Chi l’avrebbe mai detto? Il vecchio ubriacone, che avevo visto un paio di volte sulle scale andando a trovare Jacques, scriveva in perfetto italiano.

Io e Jacques ci eravamo conosciuti prima che diventassi l’uomo dell’espresso. Entrambi stavamo a Monaco da quasi tre mesi, e ci eravamo conosciuti in un ufficio pubblico, una specie di collocamento dove finimmo per cercare un lavoro. Ma questo non importa.

Importa invece, eccome, lo stupore, dieci volte più grande, che mi prese quando lessi che cosa c’era scritto. Che raccontava della sua stessa morte, con toni sereni, e quasi a celebrarla. E qualche pagina più in là – è proprio il caso di dire cazzo! – guardate cosa scriveva!

Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualche altro, lo diranno queste pagine.

Per iniziare la mia vita proprio dalla fine, ricorderò che morii (così mi hanno informato e così credo) un venerdì, a mezzanotte.

Si notò che l’orologio appeso al muro della cucina ricominciò a girare e la televisione si fulminò, simultaneamente. Sembrava la fine di un incubo che a lungo abbiamo scambiato per la realtà e il risveglio come ritorno al tempo della vita, con i piedi per terra, mentre la mia anima aveva ormai già preso il volo.

Tenuto conto del giorno e dell’ora della mia morte, la mia vicina, e altre discrete pettegole del vicinato che s’erano vivamente interessate di me vari mesi prima che ci fosse possibilità alcuna che facessimo una personale conoscenza, dichiararono – primo – ch’ero un due di picche, destinato a portare sventura, e – secondo – che avevo la prerogativa di diventare fantasma o spirito: doni questi, l’uno e l’altro, che vanno inevitabilmente legati, com’esse credevano, a tutti gli infelici esseri dell’uno e dell’altro sesso che muoiono nella prima ora della notte del venerdì.

Non è necessario che dica altro qui sul primo punto, giacché nulla meglio della mia storia di anima scorporata potrà mostrare se questa predizione fu confermata o contraddetta dagli avvenimenti.

Pazzesco! Il vecchio Ulli era morto proprio a mezzanotte, e non ci sarebbe stato di che stupirsi se le vicine fossero veramente giunte a conclusioni dettate da credenze popolari.

Il giallo si addensava e i suoi risvolti m’intrigavano sempre più. Non mi sarei lasciato sfuggire per nulla al mondo quell’occasione di mettere alla prova la mia intelligenza.

Volevo capire. Sapevo che avrei potuto farlo.

Non vedevo l’ora di leggere tutto. Ci mettemmo d’accordo con Jacques per incontrarsi quella stessa sera dopo cena, a casa mia, davanti ad una bottiglia di Haut Médoc che avevo preso nel wine bar vicino a Viktualienmärkt. Lui avrebbe portato due pizze, ma con la solita scusa dell’allergia al glutine lo dissuasi. Alla fine ci accordammo per un salame bavarese e un formaggio inglese alla zucca per accompagnare il vino.

Poveri ma buongustai… questo era il destino comune che faceva di noi due amici.

Le nove. Quel fanfarone di Jacques ha detto che viene verso le nove e mezzo… mah!

Le nove e mezzo. Apro il vino? No, preferisco aspettare che sia arrivato il mio ospite e stapparlo in sua presenza. E poi, comunque, non è una bottiglia del secolo scorso.

Le nove e quaranta. Ho voglia di mettermi a leggere il seguito di Oliver Twist Again.

Nove e quarantacinque. Mi faccio una birra fresca mentre aspetto.

Cinque minuti dopo. Altra birra.

Le dieci. Il campanello! Tutto sommato è andata bene così. Mi andavano due birre…

“Salut mon vieu! Tutto a posto?

– bene… vieni, tira fuori il manoscritto insanguinato! ah ah ah!

Dissi con sarcasmo hollywoodiano giocandomela alla Robert De Niro.

Lo mise sul tavolo e cominciai a leggere, mentre lui si occupava di stappare il vino.

“Pagina dodici, senti questa! Ecoute d’abord en italien, après je vais te le traduire.

– prosit!

– prosit!

E con voce alta e impostata, partecipe delle emozioni dell’autore, recitai:

Che sia bello o brutto tempo, ogni sera verso le cinque, è mia abitudine andarmene a passeggio per il centro. Sono io quel tipo sempre solo, seduto a fantasticare sulla panchina di Bordeauxplatz. M’intrattengo con me stesso a ragionare di politica, d’amore, d’arte e di filosofia. Abbandono il mio spirito ad ogni suo libertinaggio. Lo lascio completamente libero di seguire la prima idea saggia o folle che si presenti, proprio come i nostri giovani turchi che vediamo dietro alle ragazzine lungo la Parisstraße: ora ne seguono una dall’aria svagata, viso ridente, occhio vivace, il naso all’insù, poi la lasciano per seguirne un’altra, abbordandole tutte senza impegnarsi con nessuna.

I miei pensieri sono le mie puttane.

Alzai gli occhi seri e colpiti da quella lettura. Bevvi un sorso di vino, e dopo uno schiocco della lingua sul palato gridai:

“C’est fou! C’est incroyable! Una delle cose più belle che abbia mai letto!

– ah oui? Tradui, tradui, vite!

E senza sforzo, ma felice di condividere con lui il mio entusiasmo, presi a tradurre:

Qu’il fasse bon ou mauvais temps, chaque soir aux à l’entour de cinq heures, j’ai l’habitude, comme le faisait Kant, d’aller me promener dans le centreville. C’est moi ce mec toujours seul, assis tout en revant sur le banc de Bordeauxplatz. Je me tient compagnie tout seul en discutant de polithique, amour, art et philosophie. J’abandon mon esprit à son libertinage, libertinage? ça existe en français? Je le laisse tranquillement libre de suivre la première des idée… sage ou folle… qui se presente, exactement comme nos jeunes turques que nous voyons poursuivre les jeunes filles tout le long de la Paris straße: maintenant, en ce moment, ils en poursuivent une… très joyeuse, le nez en l’air, puis, ils la laissent tomber pour en suivre une autre, en les branchant toutes sans qu’y soit rien de serieux. Mes pensées… – senti questa, questa è fantastica! – Mes pensées c’est mes putes.

PRIMO CAPITOLO:

L’ultimo gesto d’amore.

I pensieri perduti nel parco. Ai piedi della panchina un nugolo di piccioni si litigavano briciole di merendine. Jacques teneva l’Equipe sulle ginocchia fingendo di leggere, e tra un’occhiata a dritta e una a manca rollava una cicca.

Foglie danzanti rincorse dai cani. L’idea di trascorrere altri tre mesi a Monaco non lo allettava. Irrequieto, aveva già voglia di cambiare. Tra un’operazione e l’altra la sua mente lasciava spazio a qualche tiro di quella sigaretta storta.

Bambini che gridano le loro libertà. Il gomito del braccio destro appoggiato pesantemente sul bordo della panchina. Immobile con la sigaretta in mano e la testa ad oscillare verso questa per arrivare con le labbra ad abboccarla.

Accecato dal sole, strizzava gli occhi osando appena respirare. Dalla collinetta di fronte, sulla luce verde del prato si stagliava l’ombra di una sagoma insieme esile e solenne. I suoi passi insieme delicati e decisi aumentavano il ritmo. Le sue braccia caracollavano sempre di più trasformandosi in gesticolii, quasi volessero parlare a Jacques.

Finché la sua distanza non fu tale da ricoprire quella fetta di cielo occidentale la cui luce intensa sommergeva tutto. Quel corpo scorto in lontananza gli si ergeva dinnanzi, e dopo tre secondi di dilatazione quelle verdi pupille mediterranee ripresero a vedere. Era Mikla.

“Hallo! Jacques!

– Michelle?

– Oui, c’est moi… Michaela. Mikla, tu te souvient?

– Oh ouiiii!

– ça va?

– Oh oui, ça va! Et toi?

– ça va…

Mikla chiese a Jacques che cosa stesse leggendo. Le rispose che si trattava solo di uno stupido giornale sportivo. Poi allungò il braccio e le porse la sigaretta. Lei disse che a quell’ora preferiva una birra e si alzarono per andarne a bere una a Schwabing. Si allontanarono insieme parlando del più e del meno finché non venne fuori il fatto del Doctor Iega.

Sono austriaca. Sono nata a Wieselburg, un piccolo borgo a cento chilometri dalla grande Vienna. La mia famiglia è molto numerosa, tanto che in paese ci chiamavano la squadra, perchè i miei genitori avevano nove figli, che sommati a loro facevano undici, come nel calcio.

Mio padre fa l’idraulico, ma non guadagna milioni di euro come accade in altri paesi europei. Abbiamo dovuto imparare a sbrigarcela da soli molto presto. Durante le vacanze scolastiche facevo la cameriera nei bar, fin dall’età di quattordici anni. Studiavo, mi occupavo dei fratellini più piccoli, lavoravo, pulivo casa e, last but not least, cantavo – e canto tuttora – in una corale. Ho studiato etnologia all’università di Vienna, e mi trovo a Monaco per le sue stesse ragioni: stare lontano da casa, dalla famiglia, da tutto quel che ci appartiene. Quest’uomo ha qualcosa in comune con me: l’estraneità.

In effetti Jacques aveva lasciato la Francia molto giovane. Ma non fu Monaco la prima meta. Ci arrivò piuttosto attraverso un circuito contorto e pieno di deviazioni. Ma questa è tutta un’altra storia. Ciò che conta qui è che lui – come Mikla – viveva un’esistenza centrifuga.

Ci sono persone che s’installano, cercano di non perdere contatto con se stessi, fermandosi, costruendo e seminando quella che sentono essere la loro terra.

Ce ne sono altre che si muovono, cercano sempre altrove quello che hanno qui, distruggendo e raccogliendo i frutti da qualunque terra non sia la loro.

Ecco che cosa siamo noi: nomadi. Popoli senza identità che si spostano in corpi separati e che tra loro hanno in comune soltanto differenze.

Mikla non la pensava così.

Interruppe Jacques dal suo soliloquio sul senso della vita con una sola ma pesantissima parola:

“Et l’amour? N’est-on pas nous plus capables que qui que ce soit dans l’amour?

L’amore… già, l’amore. E come non averci pensato prima? Che fine avevano fatto i tuoi buoni sentimenti latini? Eh Jacques? Avevi fatto cilecca anche stavolta? O forse c’era ancora modo di recuperare… chissà!? Magari trovando le parole giuste… proprio ora… ora che ti sta chiedendo che fine ha fatto l’amore… che ne è dell’amore in tutta questa storia della vita nomade… del tuo… di amore… che ne è?

“C’est de ça que j’allai parler. Ecoute ma théorie.

Con aria accademica Jacques partorì la sua idea di amore intonandola ai cenni di approvazione o dissenso che gli pareva di poter leggere negli sguardi di lei.

L’amore è nemico della paura. Ma si sa, senza nemico non possiamo vincere le nostre battaglie. La morte è la sola fine della guerra della vita. Questi tre elementi si aggomitolano l’un l’altro: amore, paura e morte. Come una matassa di sentimenti essi roteano nello spazio dei nostri atteggiamenti davanti al mondo. Districarli è impossibile, se non al prezzo di vederli precipitare nel vuoto. Il nulla – la vita senza una di queste tre forze simboliche sarebbe nulla.

L’amore è perdente se si schiera contro entrambi, per vincere deve averne perlomeno una dalla sua parte. Accettare o la morte o la paura. Questa è la condizione dell’amore – come per il Doctor Iega…

Mikla sembrava molto interessata a quella storia fantastica. Non capiva ancora dove finiva la descrizione della realtà e dove cominciavano invece le fantasie di Jacques. Per questo aveva manifestato il desiderio di incontrarmi. Voleva un riscontro, e a meno che non fossimo pazzi entrambi lo avrebbe avuto.

La incuriosiva anche il fatto che ero italiano e mi chiamavo Italo, e pensava che forse anche il peso del proprio nome può influire sul sentiero che prende il nostro destino. Che buffo! Pensava. Un italiano che si chiama Italo.

Chissà per quale balzano motivo non paia altrettanto stravagante il chiamarsi Germano, Franco, Svevo o Barbara.

Uscirono dallo kneiper della Augustiner, un luogo di culto per gli amanti della birra. La stazione metro U7 era a pochi passi. Neanche il tempo di ghiacciarsi i piedi sotto quella leggera ma filante brezza del nord che già ebbero imboccato il sottopasso verso i binari.

Pochi minuti dopo…

“Ostbahnhof! Nächste halt: Ostbahnhof!

Gridava una voce registrata dagli altoparlanti del vagone in cui sedevano Jacques e Mikla.

Di lì a poco, senza saperlo, avrei incontrato lei. Mikla. (lunga pausa)

Mikla. Lacrime di vino sulle mie gote pelose. Tempesta di frutta.

Mostarda di lampi e tuoni a sinfonia.

Mikla. Porca miseriaccia cane…

sia dato mai l’evento dell’essere siffatta cosa?

Treni bloccati muoiono sui binari.

Nonluoghi che sono cimiteri di fughe.

Scioperano le stelle e piovono dell’oceano tutte le onde,

muro di lava salto trafitto, sangue bollente:

mi rialzo e cado.

Mikla. Nonselopoterimmaginabile.

Nessuna cosa ad uno scrittore, dopo il titolo del suo libro, è più necessaria d’una buona protàsi, o inizio che dir si voglia. Anche un adagio, prezioso stillato di scienza popolare, ammonisce che “chi ben comincia è a metà dell’opera”; il che per altro non si prenderà per vero, se non ammettendo che si possa tirare avanti a furia di sciocchezze, pur di aver fatto una bella comparsa dal principio. Facciamoci vivaci alle mosse, come cavalli di un palio; per tutto il resto del cammino è lecito abbioccarsi; l’essenziale sta nello svegliarsi, da bravi piloti, in prossimità dell’atterraggio, e, con la schiena dritta e le mani strinte ad impugnare la cloche, accendere il cielo di rumore.

Questo sosteneva Anton Giulio Barrili, grande scrittore della seconda metà dell’ottocento i cui libri campeggiavano, apparentemente in caos, sul tavolo da fumo nel salotto del Dottor Iega.

Jacques stava narrando alcuni episodi della sua conoscenza di Tio Ulli a Luis Izquierdo, che intanto svogliava i libri italiani di suo zio e ne spazzava via la polvere con forti soffiate – Jacques ne tossiva eppure lui non smetteva.

Luisito, piccolo Luisito. L’unico pezzo di carne al mondo con cui ancora Ulli condividesse qualche codice genetico.

Il Doctor Iega era morto da quattro giorni quando Luis arrivò da Firenze, distrutto dalla nottata in treno. Era stato informato da Silvia al telefono alle otto di sera e subito partito col treno di mezzanotte per Monaco di Baviera.

Il mio nome è Luis Izquierdo, ma tutti mi chiamano Luisito. Nacqui a Barcellona in quello che fu l’inverno più caldo dello scorso millennio. Non piovve per 13 mesi, l’aria era più secca d’un vecchio pezzo di pane, mio padre si licenziò per seguire da vicino la gravidanza di mia madre. Lui era di Toledo, ma i suoi nonni venivano dal sudamerica, Caracas, Venezuela. Mamma era tedesca, fu abbagliata dagli occhi neri di Pedro in un candido meriggio di mezza estate degli anni cinquanta. Era venuta per una vacanza al sole e finì per rimanerci tutta una vita. S’innamorò di lui sulla piccola spiaggia di Ibiza dove passeggiavano nelle notti di luna gli insonni di quel piccolo villaggio. Il mare saliva in gocce di vento fino a bagnare le gote dei passanti. La luna aveva un sorriso che riempiva di sole la notte buia. Pedro guardò Annika cercando le parole per parlarle di un’altra donna con cui si vedeva a Barcellona durante l’inverno. A nulla servì trovarle che già si dissero tutto con un lacerante silenzio. Annika avrebbe dovuto ripartire per Lüneburg la mattina dopo. Non partì più. Se non un anno più tardi, con Pedro, per Valencia. Dopo tre anni, aspettando me, si trasferirono per sempre a Barcellona. Ma Ibiza rimase per anni la loro seconda casa.

“This evening i’ll go in a german pub having an Augustiner beer. Would you come?

– Yes, i know a nice place called Klenze 17, they have nice german salads and your dream beer – Augustiner.

– I don’t speak any german… i hope someone speaks spanish or italian…

– Everyone speaks english in Munich…

– I know… but… i don’t like it so much. Latin languages are much warmer.

Jacques mi chiamò sul cellulare verso le cinque. Quella sera di un mercoledì di fredde strade ci saremmo incontrati tutti al Klenze, uno kneiper dove ci trovavamo abitualmente il venerdì. Forse sarebbe venuta anche Mikla.

Jacques e Luis bevvero un tè verde al gelsomino che veniva da una prestigiosa erboristeria di Hannover – roba giapponese di prima qualità.

Intanto la loro curiosità per i libri di Barrili cresceva insieme alla loro simpatia. Simpatia – modulazione comune delle frequenze passionali – amicizia. Certe volte bastano pochi minuti a far nascere una vera amicizia; altre non basta una vita. Si appassionarono insieme a quella lettura, a quel tè, e alla splendida musica che Luis aveva portato dall’Italia – un CD fai da te in cui aveva raccolto brani scelti degli autori italiani che più amava.

À Panam! À Panam! Gregnards et grenadiers sont fous de moi…

Una canzone in francese cantata da un italiano riscaldava davvero quella stanza gelida di morte e la profondità di quella voce colla sua band riempivano il vuoto vitale rompendo l’elaborazione del loro lutto comune.

Durbec già conosceva i Litfiba e Piero Pelù, per i loro mitici anni ottanta. Ma quella canzone che sentiva per la prima volta, in quella stanza erosa dal freddo di una mancanza e dalle tracce di una letale violenza, lo ammaliava.

Trasportati dai fumi di quel tè e delle loro sigarette sprofondarono nella lettura di Oliver Twist Again:

Io. Pronome personale e poi cos’altro?

Un giro su se stesso…

Una piroetta. La traccia che ricancella i suoi contorni.

Io. Come un’ondata di mare frizzante sulle sabbie

lunghe d’una spiaggia catalana.

Cancellare e ridisegnare all’infinito la stessa forma sempre diversa.

Io. Reiterazione impossibile.

Il mio viaggio a Barcellona del settantanove ebbe la forza di ridarmi la vita.

Annika sedeva raccolte le ginocchia in un abbraccio sulla battigia; guardava il mare come chi si sfama della propria impazienza.

Quella frenesia con cui l’acqua aggredisce i granelli e le ghiaie fino a farli gridare. Lancinante un urlo si ripete per sempre portando il tempo con sé.

Ma quando voltavamo le spalle per fare ritorno quella musica si faceva distante – distanza dal tempo. Un senso di fine si riprendeva la gioia delle nostre anime e ci sentivamo di nuovo addosso il buio dell’essere mortali.

Le lunghe chiacchiere con mia sorella su quella spiaggia di polvere avevano, dapprima, infangato il mio spirito, per poi lasciarmi la coscienza pulita come non mai. Capire la nostra mortalità essenziale e la propria inconsistenza personale tra le righe di quegli sguardi intensi che quella donna – mia sorella – regalava all’universo, come chi s’inchina alla superiorità di ciò ch’è eterno.

Lei. Pronome impersonale, universale, eternale – eternel, come dicono così bene i francesi.

Lei. L’espropriata di sé. La libertà dei luoghi e la proprietà negata.

Una danza sudamericana dove la gioia sa ancora piangere.

Lei. Ferma. Senza tempo. Perché non le serve più averne uno.

La parola scritta che non volerà mai via – nero lapillo.

Ogni pagina aveva i suoi giusti toni. Ogni riga un libro di fantasie. Forse, nella tragedia di quella mezzanotte di un venerdì, si era liberato alla verità del mondo dei vivi lo spirito di un grande scrittore. E noi, Jacques ed io, lo avevamo scoperto.

“Another beer – please!

– Luis! Try to say: noch ein bier – bitte!

– Una cerveza màs – por favòr!

– Okay! I’ll say: encore une bière s’il vous plait!

– In italian is much more easy, and without any lost time…

e proseguii rivolto a Jacques:

“… comment tu dis en anglais formalisme?

e Jacques rivolto a Luis:

“He says that in Italy everything is much better… bloody bastard!

e Luis rivolto a me:

“Hai ragione fratello! Dino!? Fammi un Crodino!!!

E scoppiammo tutti e due in una risata che ci costò cara. Infatti, dovemmo spiegare a Durbec lo humour della pubblicità del Crodino nonché il valore della “maleducazione italiana” rispetto ai “formalismi francesi” – senza voler dire che la prima sia meglio dei secondi, ma rivendicandone la parità d’efficacia.

Dopo il quarto boccale, oscurati dall’assenza di Mikla, i nostri spiriti si confondevano con quelli dell’alcool, e anche se avessimo voluto pensare col ventre – come alcuni asceti d’orientale memoria – il fermento della birra fresca avrebbe comunque prevalso. Eravamo ubriachi, cotti a puntino.

“Non hai paura che qualcuno ti possa uccidere?

guardando me,

– …fear that someone can kill you…

rivolto a Jacques.

Con l’aria un po’ sbigottita di chi viene svegliato di soprassalto:

“Ma che ti viene in mente? A quest’ora… ubriachi… parlare della morte…

– ti spiego, poi lo tradurrai in francese a Jacques, ma è una cosa che non posso raccontare in inglese. Dunque:

Mio zio Ulli veniva a trovarci a Barcellona ad ogni mese di maggio. Noi non eravamo ancora partiti per Ibiza perché io avevo la scuola, lui non voleva andare in ferie a pentecoste con gli altri bavaresi per il terrore di trovarli ovunque – e non avendo figli CON CUI PARTIRE poteva permetterselo. E da ultimo – una delle ragioni che lo spingevano a venire in maggio piuttosto che in un altro momento era il suo amore per il Giappone.

– il suo amore per il Giappone??? E che c’entra – scusa – il Giappone con Barcellona?

Giusto. Sai che in Giappone è molto importante la fioritura, così come per noi lo è la primavera. Ma mentre in occidente la passione per questa stagione si limita a qualche riga di poesia, per la cultura NIPPONICA la stagione della fioritura è così importante da essere celebrata da molti con un viaggio dal sud al nord del paese per seguire la spazialità del suo tempo – voglio dire – a sud gli alberi sono in fiore già prima che a nord, e spostandosi con loro un bravo osservatore può permettersi di dilatare il tempo della fioritura e goderselo di più. Noi, occidentali, possiamo farlo solo individualmente, mentre per loro questo spirito poetico è un fatto culturale – e si sa quanto siano importanti i rituali nella loro vita quotidiana…

“E Barcellona?

Il sud! Il prolungamento della grazia che la primavera ci regala!

Zio Ulli non sarebbe mai andato nell’emisfero sud del pianeta solo per potersi garantire una doppia primavera. Sosteneva che se le stagioni sono fatte così è nocivo alla salute voler forzare la natura delle cose con un artifizio.

“Artificio… è meglio dire: artificio. Scusa se ti correggo, ma parli talmente bene che al di là dell’interessantissima storia sembri un libro stampato. Comunque, artifizio è corretto. E’ solo che non si usa più, perlomeno parlando.

Grazie… dicevo?

Che Zio Ulli non sarebbe mai andato in Australia… ehm… per raddoppiarsi le primavere…

Si. Venire a Barcellona per lui era un’uscita dal suo mondo tedesco, un tuffo nel sole di Spagna…

Contento lui… Per quanto mi riguarda – io adoro le patate lesse, la buona birra, i viurstel bianchi e, soprattutto, le giornate di pioggia in cui non si sente il rumore del nulla!

Zio Ulli invece amava tutto. Per lui tutto era buono e giusto: la pioggia quando doveva bagnare, il sole per riscaldare, il vento per cambiare aria. E cambiare aria era quello che faceva quando veniva giù. Mai in aereo. Perché l’aereo è un artificio spaziale. Ti porta da un posto all’altro privandoti dell’esperienza di tutto quel che sta nel mezzo. Viaggiava in qualunque modo, purchè si potesse guardare fuori dal finestrino e ogni tanto fermarsi per gustare i profumi di quei luoghi. Lui diceva che bisogna continuare a vivere la distanza – almeno la prima volta. Sosteneva che l’aereo è comodo, e lo si deve usare, per questioni di tempo e fatica, ma mai la prima volta che si va in un posto, e addirittura, anche se non fosse la prima volta che, per esempio, si va a Strasburgo, mai andarci in aereo se è la prima volta che ci si arriva, per esempio, da Mosca.

Che tipo… Un pazzo!

Di più, di più… molto di più di un pazzo. Zio Ulli era LA PAZZIA STESSA…

Comunque… ti ho chiesto se tu non avessi mai avuto paura che qualcuno volesse o potesse ucciderti perché questa stessa domanda me l’aveva fatta Zio una volta… sulla spiaggia di Costa do toro [1] , quando avevo dodic’anni.

Si, ma…

Credo che per poter capire l’enigma di questo omicidio profetizzato dai suoi stessi scritti bisogna calarsi nei meandri della sua personalità, condividere per un attimo la sua visione del mondo, insomma… bisogna sapere tutto di lui.

E tu che cosa gli rispondesti?

Gli risposi che non lo sapevo… che avrei dovuto pensarci… che non capivo perché mi stesse facendo quella strana domanda. E poi, lo guardai dritto in quei suoi occhi neri e così poco tedeschi e gli chiesi se LUI AVESSE MAI AVUTO QUELLA PAURA. Effetto catapulta. Lo facciamo tutti di fronte a una domanda che – mettendoci in crisi – ci fa immediatamente ritenere che chi ce la fa sia inequivocabilmente afflitto da quella stessa MALATTIA. In questo caso: la paura di morire – tanatofobia.

E lui? Ora sono davvero curioso e ho capito perché hai pensato che fosse importante. Bravo! Ma dimmi: e lui? Che cosa ti disse?

Disse che no. Sapeva che un giorno sarebbe successo, ma questo non gli faceva paura. “Perché – disse – SARA’ COMUNQUE L’ULTIMO GESTO D’AMORE”. Poi il vento si levò prepotente quasi a volerci scacciare, ci tirava la sabbia negli occhi e fischiava sempre più forte fino a coprire le nostre voci. Gridammo finché potemmo. Poi cedemmo al vento e tornammo a casa. Lontano da quel salmastro e dalla voce del mare i nostri spiriti s’acquetarono e non fummo assolutamente più in grado di proseguire quella discussione.

Sarà comunque l’ultimo gesto d’amore… Che cosa avrà voluto dire?

Traducilo a Jacques. Forse lui – il francese – ci capisce qualcosa…

http://web.archive.org/web/20060209045616/www.angelomazzei.it/doctoriega.htm

Juri ha le gambe spezzate

Dimitri aveva le gambe spezzate. La neve cadeva ancora, come se non bastasse. Sua madre inerte, suo padre, troppo impegnato a spalare e sudare. Juri lo guardava come si guarda una biscia che ti sgattaiola tra i piedi. Natalia prendeva l’acqua al pozzo. Il rumore degli aerei era ormai lontano. Io, si, proprio io, gli presi la mano. Gli dissi che il tempo lo avrebbe aiutato, lo spazio gli sarebbe stato amico, e noi avremmo fatto per lui tutto quello che avremmo potuto. Eh, ma non si ripara così una vita. Una gamba, due gambe, ma una vita…

Sì, c’era tanto dolore. La distruzione, la paura, le gambe spezzate; e ora c’era anche la fame. Ma non c’era la meschineria.
La primavera non portò solo fiori e profumi, volle in cambio tutti i loro sorrisi. Le giornate erano più lunghe e più vasta si faceva la disperazione. Sempre lì, illuminata dal sole, ci ricordava che la speranza era caduta nella tenebra. Juri spaccava la legna, senza rabbia, non pensava a un uomo sotto la sua ascia. Natalia non sapeva più ridere, non sapeva più piangere. Ma quello che non potrò mai dimenticare di loro, nel bel mezzo della fine, è la dignità che li teneva in vita dritti e fieri di se stessi. Quanta gente meschina fatta di piccoli disprezzi e pillole d’odio attorno a loro! Ebbi la prova che alcune persone sono geneticamente inattaccabili da certi virus, e che il cromosoma della dignità sviluppa un potentissimo anticorpo – il rispetto. Dove ancora resiste il rispetto non vince la piccolezza. Dove l’anima è forte e pura scorrono via le meschinerie.

L’umiliazione si trova a mezza altezza. Sta tra la gola e il ventre. Mentre il senso della vita pareva indirizzato, le notti più corte e il freddo meno pungente, Natalia correva sui prati verdi e cadeva. Correva e cadeva, e noi tutti ridevamo. Si rialzava, correva e cadeva, noi ridevamo e lasciavamo che i nostri pezzi di corpo si esprimessero da soli. I nostri stomaci, le nostre gole. I nostri petti, i nostri arti. Tutto seguiva un moto circolare. Guardavamo Natalia correre con tensione e aspettativa. Poi la guardavamo cadere con allegria del ridicolo. Spogli come veri amici. Senza difese né barriere. Un raggio di sole disegnava più grande sul prato la grande quercia allo specchio. Dimitri rideva sommesso. Seduto sulla sua poltroncina a rotelle, alternava un gemito di dolore per le sue gambe al contagio delle nostre risate. Poi Ivan disse che tutti avremmo dovuto correre e cadere. Dimitri si chiuse sul suo dolore, non rise. Il contagio non avvenne, anzi si capovolse. Tutti fummo turbati. L’empatia ci abbracciò, più scuri dell’ombra della quercia. L’umiliazione spesso avviene a caso. L’umiliazione spesso nasce da parole che sono di nessuno. Si, c’è uno che le dice, ma non le dice per umiliare. Il silenzio straripa dall’insieme dei rumori, quando qualcuno viene umiliato. E quel crampo allo stomaco lo sentiamo tutti. Sono i momenti più belli del dolore. Neanche una risata sa dare quello che può il dolore se condiviso.

La nebbia attraversava gli alberi incrociando i fumi delle fiamme. Il bosco dei nostri giochi d’infanzia, la casa della natura. Natalia una volta cadde da uno di quegli alberi, forse una quercia, o un grande leccio. Juri e Dimitri avevano costruito una piattaforma di legno con delle tavolacce e lassù tenevano nascoste due sigarette rinsecchite dall’aria e una stropicciata rivista pornografica. Il loro segreto di maschi, il sesso onanista e la droga proibita: due vecchie Marlboro. Da un cipresso vicino avevano raccolto un paniere di coccole, che tenevano appese ad un alto ramo per difendersi dal nemico. La guerra ce l’avevamo dentro senza che nessuno ce l’avesse spiegata. Morte e sesso, sesso e morte. Due sole forze governavano il nostro universo, ma tutto era reso innocuo dal nome che portava (l’universo). Gioco. Noi stavamo giocando a un gioco. Non pensavamo di stare giocando ma dentro di noi lo sapevamo. “Fatemi salire, voglio giocare anch’io!” gridava da sotto Natalia, mentre Juri e Dimitri godevano di quelle grida femminili, che mai colonna sonora più adatta avrebbero potuto trovare per le loro… ehm… letture.
Io guardavo il nostro bosco e i nostri segreti bruciare, e la mia follia crescere pasciuta in quella tragedia. Apollo e Dioniso non erano ancora nomi che conoscevo, e i quattro elementi li avrei conosciuti davvero solo a vent’anni dalla voce timida e balbuziente del professor Leszl. Eppure oggi posso dirlo, che la nebbia era l’acqua che attraversava con l’aria quelle escrescenze di terra che erano gli alberi che di lì a poco sarebbero stati abbracciati dal fuoco. E nel mio sguardo ragione e follia, dolore ed estasi, s’intrecciavano, al di là di ogni bene e di ogni male. Dimitri piangeva Apollo, la bellezza perduta, l’ordine delle cose, l’entropia. Juri invece era quasi in una gioiosa estasi, ipnotizzato, incantato da quello spettacolo, l’espressione potente della natura, le sue quattro facce.
Forse perché aveva le gambe spezzate. Cosa ne sapevamo noi di cosa vede un cuore zoppo…

Uffa la nebbia. Certe volte le colline si ammantavano di grigi cumuli di vapore e si perdeva di vista l’orizzonte. Suo padre allora si sedeva sopra un ciocco e beveva una meritata birra fresca, che sua madre gli aveva portato da casa. Qualcuno chiese a Dimitri ‘perdono’. Che arroganza! Che presunzione! Ecco che stavolta Dimitri davvero si risentì. Qualcuno che chiede perdono presume di aver fatto del male. Chi pensa di avere il potere di stabilire se qualcosa è sbagliato – pensò Dimitri – o è Dio o un megalomane. La nebbia saliva sui colli come in quella poesia italiana. La presunzione e l’arroganza tutta umana di dare un giudizio invece scendeva. Si accasava nel ventre di Dimitri, poggiando sull’umiliazione. A tutti era passata la voglia di una birra. Juri interpretando quei silenzi affermò che un cuore senza gambe va più lontano di gambe senza cuore. Abbracciò Dimitri e – rompendo la situazione con una fragorosa risata – si mise a gridare PERDONO PERDONO! Quel giorno capii che il vero Perdono è forse possibile solo grazie ad una preventiva virtù : l’astensione dal giudizio definitivo. Cercai sempre il bene nel male e il male nel bene. E la nebbia si dissolse. Nuovi orizzonti ci apparivano tersi.

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(tratto da Juri ha le gambe spezzate di A. Mazzei, 2014)

LE RESPONSABILITÀ DI CHI SA PENSARE

LA QUESTIONE DEGLI INTELLETTUALI (MANCANTI) 


Oggi il tema principe è il comportamento impietoso dei governi di alcuni paesi europei che si sarebbero rifiutati di aiutare gli altri membri della UE che versano in condizioni peggiori. Mi rivolgo qui a tutte quelle persone di cultura e alle quali la fortuna ha offerto in dono più intelligenza che agli altri. Non diffondete sentimenti sbagliati, non ci serve a niente attizzare l’odio nei confronti di altre nazioni. Se il governo olandese o finlandese rifiutano di condividere il peso del nostro debito questo non significa che milioni di olandesi e finlandesi siano tutti insensibili e impietosi nei confronti di chi (per ora) sta peggio di loro. In logica si chiama sillogismo, e va saputo fare, basta poco a voi che avete gli strumenti, ma dovete sapere che quello che dite in proposito viene puntualmente travisato dalla maggioranza. Dovremmo rigirare la stessa osservazione su noi stessi. Penso a noi italiani e alla caccia agli untori. Prima le streghe erano i cinesi, poi i lombardi, alla fine quelli del paese vicino. Le persone come voi e noi e quelli che ci ascoltano e coi quali interagiamo dovrebbero assumersi la responsabilità di colmare questo vuoto mediatico assurdo, un deficit tutto italiano, paese al quale mancano intellettuali e filosofi che insegnino alla massa ad usare le parole nel modo migliore per imparare a parlare e quindi, retroattivamente, a pensare. Il pullulare di bufale, di odiatori, di additatori, di cacciatori di streghe, deriva essenzialmente dallo stato brado in cui versano i pensieri della gente, pensieri che si manifestano come emozioni e impulsi distruttivi. Queste emozioni vanno addomesticate, imbrigliate, pacificate. E per farlo c’è bisogno di vestirle di (giuste) parole. Non possono essere solo virologi ed epidemiologi a parlare alla gente. C’è bisogno di filosofi, pensatori ed intellettuali; persone capaci di tradurre la pancia della gente in linguaggio logico e razionale. Ci vuole dialettica e raziocinio. Il nostro compito di piccoli pensatori deve essere quello – non solo – di confortare spiegando – ma anche – di stimolare un pensiero lucido per un atteggiamento equilibrato di fronte agli eventi. Io credo che uniti possiamo farcela. La nave che affonda ha bisogno di comandanti, il compito dei quali non è tanto dare ordini quanto piuttosto tenere l’ordine, ed impedire cosí che il panico e la rabbia dominino sulle altre emozioni buone. Per questo, appunto, bisogna corredare di parole le emozioni buone della gente e corroborarle perché si impongano su quelle cattive mettendole in un angolo. La viltà e la rabbia ci isolano e mettono i membri dell’equipaggio uno contro l’altro. Compito dei capitani è far crescere tolleranza, solidarietà, compartecipazione e spirito di fratellanza. Perché siamo tutti sulla stessa barca e basta il gesto isolato di un singolo squilibrato per farla affondare.

Quanto durerà il lockdown?

Paradosso di Goh
Quanto più intense saranno le misure restrittive Tanto maggiore sarà la loro durata

Per maggiori dettagli:

http://gabgoh.github.io/COVID/index.html

https://neherlab.org/covid19/

https://www.spiegel.de/wissenschaft/medizin/corona-krise-lockdown-koennte-bis-ins-naechste-jahr-dauern-a-ea2e318b-b388-4ccc-8493-318f892381b8

Articolo dello Spiegel in italiano qui:

https://translate.yandex.com/translate?url=https%3A%2F%2Fwww.spiegel.de%2Fwissenschaft%2Fmedizin%2Fcorona-krise-lockdown-koennte-bis-ins-naechste-jahr-dauern-a-ea2e318b-b388-4ccc-8493-318f892381b8&lang=de-it

La ricetta di Dieter Krantz “contro” la pandemia in corso.

(Uomo vs Natura)

Per chi crede che il rapporto Uomo-Natura sia irriducibile; che cioé lo sia diventato attraverso un processo di evoluzione che ha provocato il distacco del primo dalla seconda; attraverso la scoperta del fuoco e del linguaggio, con l’emersione di quella qualità la filosofia del novecento ha chiamato Tecnica con l’iniziale maggiore.

Per chi crede che l’Uomo si sia effettivamente smarcato dalla Natura e ne abbia dall’esterno preso il controllo; l’epidemia è un attaccamento e non una fusione; lo “epi” è un appoggio su e non una confusione con il “deme”. Il Virus è l’Altro Assoluto che puó essere stato concepito e puó essere annientato dalla potenza divina della mente umana.

Per chi invece crede che l’Uomo, per quanto evoluto e distaccato, rimanga comunque un elemento della Natura; che Esso sia un essere naturale giammai districabile dalla volontá di una Natura alla quale appartiene indissociabilmente; che pure qualora l’Uomo appaia l’artefice del Male e della Cura, in fin dei conti il suo arbitrio non sia mai del tutto libero e la volontà che lo guida sia fuori dal suo controllo; forza della Natura e genio Divino siano non oggetti padroneggiabili bensí padroni oggettivanti, che esulano dalla volontà umana e anzi la determinano.

Il virus è stato creato dalla Natura o dall’Uomo? La domanda non è completa, se cosí formulata. Ogni domanda ben posta deve convenire con l’orizzonte delle risposte possibili quali pregiudizi assumere. Non ci sono domande esenti da pregiudizi; una mente totalmente esente da presupposti non avrebbe né modo né motivo di porre domande.

Uomo o Natura, poco importa se non stabiliamo già d’emblée il nostro solido pregiudizio ad assioma. Se credessimo in un Uomo padrone assoluto della Tecnica allora ci porremmo delle domande fondate su questo principio e a garanzia di esso. Sarebbero valide tutte le domande e tutte le risposte che prevedano la salvaguardia di una logica la cui trama si sviluppa con incroci che ripetono la forma dell’assioma iniziale, escludendo ogni ragionamento che ci facesse correre il rischio di un campo di risposte fuori dalla verità del dualismo principale, costringendoci a cambiare il nostro pregiudizio fondante ed assumerne a vero l’altro, quello dell’Uomo inestricabile dalla Natura e ridotto ad essa e alla di essa volontà.

In questo caso saremmo costretti a rimettere in discussione noi stessi. L’Uomo dovrebbe distruggere l’immagine che di sé si é costruito e tornare a una visione del mondo ancestrale. Se costretto ad ammettere la sconfitta nella battaglia contro la natura l’Uomo dovrebbe assumere di essere stato contronatura e chiedere in un certo qual senso perdono ad altri da sé.

Ma attenzione. Tornare ad una visione del mondo ancestrale non significa negare tutto quello che abbiamo esperito da allora fino ad oggi. E qui entra in gioco la coppia Hegel+Heidegger. Si tratterebbe di un ritorno del figliol prodigo, parabola che conserva e fa tesoro, che torna in sé con la consapevolezza di sé fuori di sé, con tutta la scienza della propria follia.

Superamento che conserva, per Hegel, la contraddizione della propria storia, che nega la storia ricordandola, che la sorpassa tenendola con sé.

Pensiero rammemorante. Per Heidegger il ritorno al punto di partenza non significa la monodimensione del punto, ma mantiene la spazialità del tempo che nel Ritorno si tiene a Mente. Tornare è un riportare alla memoria, ritenere, tenere a mente, mantenere il contatto tra la mente e lo spirito remoto. Connessione arcaica.

Allora ecco che non ci serve chiederci se il virus sia stato creato dall’Uomo o dai Divini. Quando il nostro pregiudizio è chiaro ci è chiara allira l’inconsistenza della domanda. Non ci sono risposte mancanti, ma solo domande mal poste, pregiudizi obsoleti.

Ecco che cosa muove tutti quegli strani soggetti che invitano a seguire strade mistiche e cogliere dei messaggi importanti nelle trame di questo pandemico Male. Essi non fanno altro, in maniera mistica e misteriosa, che indicare la strada da seguire. Il Mistico e il Mistero non sono il luogo dove essi vogliono farci andare, ma il mezzo che essi credono migliore per potervici trasportare.

L’Uomo deve chiudere il cerchio, che non significa finire, ma stabilire una connessione ancestrale, prendere contatto con la propria origine, mettere in comunicazione la propria mente con lo spirito più remoto.

Solo questo.