Le straordinarie statue di Pontremoli

Lunigiane, liguri, sarde, etrusche… Ma da dove vengono le statue di Pontremoli in Lunigiana? La risposta forse è di una semplicità disarmante: dalla Lunigiana.

E così quelli che le hanno realizzate erano i lunigiani di quei tempi, e nessun altro. Che poi i lunigiani allora fossero più vicini ai liguri (non i liguri moderni, ma quelli del II millennio) ha a che fare con la datazione di queste opere d’arte preistoriche.

Nel sito ufficiale del Museo si legge che le statue (divise in 4 gruppi, A,B,C e D) appartengono ad un’epoca compresa tra il 3400 e il 2000 avanti Cristo (quindi precedenti la cultura ligure), tranne quelle del gruppo delle stelle iscritte, che vengono datate tra il 600 e il 500 a.C. (Late Ligurian, se il termine fosse in uso)

Le statue sono molte di più, qui ci limitiamo a mostrarvene tre, che come evincerete se avete appena un’infarinatura di storia dell’arte, sembrano appartenere ad un unico stile, una cultura, un’epoca. Eppure, quelle alla foto 1 (N44 Canossa) e alla foto 2 (N17 Moncigoli) sono state datate 3400-2000 a.C. , mentre quella alla foto 3 (N48 Bigliolo) al 600-500 a.C., oltre 2000 anni dopo.

Un motivo c’è. L’ultima statua riporta un’iscrizione incisa sul suo lato destro del petto, come è il caso di altre due state anch’esse per questa ragione datate alla stessa epoca. Potrebbe essere stati fatti un errore banale e un errore complesso.

L’errore banale

Se sulla statua c’è una scritta in un alfabeto (italico¹) datato per quel che ne sappiamo al VI secolo, ne consegue che la statua sia anch’essa dello stesso periodo. Non è così, a meno che non si siano provate tali conclusioni attraverso qualche avanzata tecnologia di rilievo che abbia dimostrato la contemporaneità (tramite radiocarbonio o altri metodi) della scultura rispetto all’iscrizione. Ad un approccio antropologico appare invece evidente che le statue appartengano tutte alla stessa epoca – e che questa epoca, per la loro forte somiglianza tecnica e stilistico-simbolica con alcune opere da altre località (soprattutto dalla Sardegna), sia quella piuttosto ampia compresa tra IV e III millennio avanti Cristo. La statua potrebbe per ipotesi essere stata vittima circa 2000 anni dopo la sua realizzazione di un improvvisato archeologo del VI secolo a.C. che vi avrebbe poi iscritto o fatto iscrivere sopra il testo. Pensare, invece, che queste statue siano state realizzate, con lo stesso stile e nella stessa area, a 2000 anni di distanza una dall’altra ci pare un’idea davvero troppo spinta.

L’errore complesso

Ad un livello di analisi ulteriore si apre la possibilità di un errore complesso. Complesso perché spiegare nello spazio di un articolo tutti i dubbi che nutriamo sul momento e il luogo in cui l’alfabeto² è passato dai fenici agli altri, e stabilire inoltre se questi altri siano stati prima i greci, o gli etruschi, oppure altri popoli minori del mondo compreso tra Egeo, Adriatico e Tirreno, non è un’impresa proponibile qui. La conclusione dell’ignoto (a chi scrive) archeologo che ha datato l’iscrizione al 600-500 a.C. è stata tratta prendendo per buone le teorie che considerano l’alfabeto essere stato trasmesso dapprima ai greci (intendendo gli ellenici) che poi attraverso un viaggio che muoveva da Euboea (la grande isola a nord-est di Atene) attraverso il Peloponneso fino ad Ischia e la Campania, dove si incontravano con gli etruschi, lo avrebbero portato verso nord e regalato ai popoli italici. Peccato che ci siano molte cose che non tornano. La prima è che la più antica iscrizione alfabetica (fenicio a parte) non proviene dalla Grecia, ma da Roma (Gabii, Osteria dell’Osa, circa 775 a.C.). La seconda è che questa antichissima iscrizione non è in greco, e neanche in etrusco, ma in una lingua italica, forse latino o sabino (la scritta è EULIN). La terza è che la prima iscrizione dichiaratamente greca non proviene neanch’essa dalla Grecia. La quarta è che questa iscrizione greca, pur provenendo dalla Campania, precederebbe la colonizzazione ellenica di qualche decennio.

Le tre statue iscritte riportano rispettivamente tre testi che potrebbero essere letti come MEZUNE MUNIUS (statua di Zignago; mezu nemunius per Lejeune ET Li 1.3), VEZARU APUIS (statua di Filetto; uvezaruapus per Maggiani ET Li 1.5) e VE METUVIS (statua di Bigliolo – foto 3 qui sotto; vemetuvis per Maggiani ET Li 1.6). Sono catalogate nel corpus delle iscrizioni etrusche come etrusche vel celtiche, semplicemente perché a nessuno verrebbe in mente di creare ex novo la categoria “lunigiane” e parrebbe un azzardo comunque anche solo definirle “liguri”. Resta il fatto che non sono comprensibili né comparabili ad altre etrusche o celtiche e diventa impossibile darne un’interpretazione se non offrire una serie di ipotesi assai poco probabili.

Statue stele, dette anche statue menhir, sono state trovate in Languedoc (Occitania), in Sardegna e nel Caucaso, dove tra il 3600 e il 2400 avanti Cristo David W. Anthony ha identificato l’importante cultura Yamnaya e Maria Gimbutas ha fatto esservi il fulcro della sua Teoria Kurgan. Allora i cosiddetti Liguri sarebbero arrivati dalle steppe scendendo dal Maghreb e attraversando lo stretto di Gibilterra per arrivare fino in Corsica, Sardegna e Italia, attorno al 3400-2800 avanti Cristo? E queste statue stele sarebbero il loro segno più distintivo? Chissà. Certo è che quella che chiamiamo preistoria e periodo neolitico in Europa corrisponde all’esplosione della ricchezza, l’architettura e la scrittura in Mesopotamia e in Egitto, e l’Europa non era da esse così lontana come si è portati a credere.

 


1. italico – l’insieme di tutti quei distinti popoli, con culture e lingue proprie, che abitarono l’Italia preromana, indipendenti o sotto i dominî di etruschi, greci, o celti/galli
2. alfabeto – si intende un sistema di scrittura composto di vocali e consonanti, che si avvale di 16/30 lettere. Da distinguere dai sistemi lineari, sillabici, ideografici, geroglifici, ecc.

Museo delle Statue Stele Lunigianesi

Castello del Piagnaro – Pontremoli
Tel. 0187.831439 – info@statuestele.org.

Orari di apertura:

01 Ottobre – 31 maggio
orario continuato 09.30 – 17.30 – tutti i giorni

01 giugno – 30 Settembre
orario continuato 10.00 – 18.30 – tutti i giorni

01 agosto – 31 agosto
orario continuato 10.00 – 19.30 – tutti i giorni

TRACCE

Tra l’indice e il pollice sta la penna tozza,
Come un coltello sicura.
Non s’ode più dal palazzo stridere
Il ferro di mio padre
Che faceva nel muro una traccia
E i calcinacci cadere.

Tace la pietra e immobile la polvere
Che siamo, affannati respiri
Di un vento maggiore.

Ho visto forassiti sparire
Nascoste da mestolate di cemento a schiaffo
Tra forati antichi
Come le mie radici di dove sono nato.

Tra l’indice e il pollice
Ansima ora la penna
E il mio destino traccia
Sui muri del grande respiro.

Porta la corrente ovunque
Con fili volanti e malcelati
Che la trama tessono
Dell’etterna storia.

Cementate le radici
Come le Orme progressive
Definiscono lo pneuma
Scolpito tra i silenzi.

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(liberamente ispirato da DIGGING di Seamus Heaney – di Angelo Mazzei, 2019)

1443 – L’iscrizione nella Strada alla Tomba

Lexicon Abbreviaturarum von Adriano Cappelli.
Un testo importante per decifrare le iscrizioni latine medievali.
Grazie al Cappelli il 3 agosto 2019 potei verificare che la pietra nel muro di via Appiani a Marciana, in prossimità di San Francesco, poco prima delle colonne, oggi coperta da intonaco, ma segnalatami da Lina Artieri, da una foto pubblicata su “IL MONTE CAPANNE” di Gianfranco Barsotti (1995), riportava iscritto, scolpito su granito, il numero 1443 (e non una parola, come avevo considerato inizialmente possibile).
Il numero corrisponde a una data, l’anno di fondazione di un edificio, come era solito a quei tempi scrivere sul muro.
A orientarmi verso un’interpretazione diversa, cercando in sistemi di scrittura più antichi, fu il fatto che prima del XVIII secolo la via Appiani si chiamava Strada alla Tomba e sottoterra dove si trova il muro con la pietra iscritta oggetto del mio studio c’è l’ipogeo scavato nel granito che tanto somiglia proprio a una tomba.
L’ipogeo è visitabile durante la stagione turistica, in quanto il suo accesso è inglobato nell’antica bottega di via del Giardino in cui ha sede il museo numismatico.
Un’opera straordinaria, circa un’ottantina di metri cubi di granito furono scavati (chissà da chi e a quale scopo) per estrarne almeno un paio di centinaia di tonnellate di roccia e realizzarvi cosí una sorta di dromos ipogeico a volta e due camere a formare una T.
Le ipotesi fatte sono state numerose, e coprono un arco di tempo che va del neolitico (III Millennio a. C.) fino al medioevo (XV sec. d. C.).
Resta il fatto che si tratta di un tesoro sottovalutato che meriterebbe maggior risalto a vantaggio di Marciana e del suo enorme patrimonio storico.
L’auspicio è che un giorno qualche università americana si accorga di questo posto e degli altri vicini, a partire dall’area “archeologica” della Madonna del Monte Giove.
Intanto sarebbe già una bella cosa se si riscoprisse l’iscrizione di cui parlo (1443) e la si corredasse di un pannello informativo, che riporti almeno quanto ho scritto qui sopra.

Perché studia(va)mo filosofia

Forse un giovane comincia a studiare filosofia non per lo stupore né per la meraviglia ma per lo spavento.

Non è lo stupore né la meraviglia che l’essere ingenera nell’individuo, bensí lo spavento che quest’ultimo prova di fronte a se stesso, alla propria irriducibilità all’essere, al paradosso della propria unità ontologica che è insieme il solo fondamento di ogni pensare possibile, eppure anche la propria improprietà costitutiva. Una sorta di COGITO ERGO SUM VEL ESSE dove non c’è nessun SUM senza prima un ESSE, che non è un EST ma la verbalità primordiale stessa che anticipa ogni personificazione.

Uno comincia a studiare filosofia per conciliare l’infinito con la persona, la prima singolare, ma anche tutte le altre. Cerchiamo un’ armonia impossibile se non al prezzo di una dissoluzione, la depersonificazione delle nostre modalità indicative, congiuntive e condizionali.

STATUS e FUTURUS allora non potranno mai attuarsi come determinazioni di una soggettività finita, nemmeno di tutta quanta l’umanità di vivi e morti e nascituri inclusi.

Si comincia a studiare filosofia quindi non nell’idillio di una meraviglia ma nell’angoscia spaventosa di questa irriducibile dimensione, questo inconciliabile strappo. Lo sforzo inutile di studiare per diventare intonati con la musica dell’universo ci porta sempre all’ultima di tutte le illuminazioni: la capacità di ascoltare il tutto e la differenza tra la sua voce e la nostra.

Si comincia a studiare filosofia per l’angoscia che lo spavento di fronte alla propria finitezza effimera ci provoca, si smette di studiarla nell’EPOPTEIA gioiosa della meraviglia di fronte all’eternità infinita.

Si parte da un COGITO SUM per finire nell’imprescindibile COGITARE ESSE.

Il paradosso si conclama con la nostra sparizione. Non necessariamente una morte fisica (troppo comodo) ma l’azzeramento dell’angoscia, dell’apatia, della nostalgia, e di ogni sentimento che sia proprio, che si possa ricondurre al SUM.

Non finiamo per essere insensibili, ma per provare un’emozione più grande. L’emozione infinita e impersonale di una verbalità che c’è a prescindere dal fatto che noi siamo.

Ecco che la gioia è una chiamata a raccolta di tutti i selvaggi sentimenti personali nel grande zoo dell’eudemonia.

ESSE ERGO COGITO

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In memoria di BODEI

L’IMBROGLIO DEL NULLA

Lasciati scrivere, parola che mi disorienti, mettendomi in corsa attorno al sole, a rincorrere l’irraggiungibile. Questo attingo quando io stesso lascio che il pensiero mi attraversi e mi usi per fartisi sua – parola – mio malgrado.

Laggiù mi trovo. Aggrappato a te con le braccia allungate come quello dei Fantastici Quattro. Non mi strappo perché i miei piedi non poggiano su nulla – e in esso sguazzano. Se ne sente solo l’odore ma non li si riesce a vedere.

Intanto la luna piena esercita la sua forza. Su di me ancor più grave spinge il fardello di una geoempatia che mi piega le spalle, mi corruga la pelle. C’è chi dice vecchio. Questo sei. La conseguenza di te stesso, un imbroglio di nulla.

La mia trama assente è un’ombra totale che si distingue per il suo differire dalle cose che le stanno a destra, a sinistra, davanti e dietro. Non il punto nero vediamo, ma la rosea pelle attorno che riflette il fuoco dei soli – astrali, astratti.

Pensare – inteso proprio come il Denken im das wir gelagen wenn wir denken, und dass wir verstehen können nur als eine Droge. Anche detto così, in un tedesco approssimativo, per rimarcare la distanza tra i miei piedi e le parole che scrivo.

Sospesi nel vuoto, attratti al centro. Io che preferisco la terra al mare. Io che non so volare.

Nietzsche – Per la questione della comprensibilità

Sulla Scienza della Comunicazione (Nietzsche)

l'arte dei pazzi

Quando si scrive, non si vuole soltanto essere compresi, ma senza dubbio anche non essere compresi. Non è ancora affatto un’obiezione contro un libro, se una persona qualsiasi lo trova incomprensibile: forse proprio questo era nell’intenzione del suo ballerino-nuvoleautore – egli non voleva essere compreso da «una persona qualsiasi».
Ogni nobiltà di spirito e di gusto si sceglie anche i suoi ascoltatori, quando vuole parteciparsi: scegliendo, traccia al tempo stesso i suoi confini nei riguardi degli «altri». Tutte le leggi più sottili di uno stile hanno qui la loro origine: tengono a un tempo lontani, creano distanza, interdicono «l’accesso», la comprensione, come si è detto – mentre aprono le orecchie di coloro che di orecchio ci sono affini.

E sia detto fra noi, per quanto personalmente mi riguarda, non voglio che la mia ignoranza e la vivacità del mio temperamento abbiano a impedirmi d’essere comprensibile per voi, amici miei:…

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La Castagna di Poggio

I castagneti di Poggio e Marciana hanno una lunga vita e una storia antica. Di certo il loro grande impianto è da collegare al XVI secolo, con il Rinascimento Elbano.

In quel periodo, a seguito dell’intervento dei Medici, l’isola d’Elba poté finalmente rialzare la testa dopo due secoli bui. Grazie anche alle castagne dei castagneti piantati dai fiorentini, gli elbani uscirono da sette generazioni di miseria, malattia e violenza.

Eppure vivono ancora oggi alberi molto più vecchi. Uno dal tronco più largo di due metri di diametro si trova a ridosso delle Mura della Fortezza Pisana, dalle dimensioni ci azzardiamo a scommettere che deve avere tra i seicento e i mille anni di età. Apparterebbe dunque all’epoca pisana, nel periodo compreso circa tra il 1000 e il 1400.

L’ultima domenica d’ottobre anche quest’anno a Poggio c’è la Castagnata, una festa antica, abbandonata e poi ripresa da una quarantina d’anni grazie ai ragazzi e alle ragazze del Circolo Amici di Poggio.

Potrebbe trovarsi interessante leggere un breve estratto dallo studio di Pintor (Pisa, fine ‘800) sui documenti che riguardano l’Elba provenienti dagli archivi della Repubblica Marinara di Pisa. Ve lo riproponiamo:

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Ma il malessere economico doveva sembrare tanto più grave là dove, come nell’isola d’Elba, la straordinaria ricchezza del suolo ed il fiorire di una industria molto proficua avrebbero dovuto riflettersi in una relativa agiatezza degli abitanti, che contribuivano con la loro opera, del resto compensata, a renderla più vantaggiosa. Anzi, gli isolani di queste benemerenze avevano coscienza e le richiamavano in proprio favore; ma non sempre forse le riconosceva e le compensava adeguatamente la repubblica. Anche gli abitanti di Castiglione della Pescaja, dove essa esercitava un’altra industria ugualmente produttiva, quella del sale, nel 1332 si lamentavano di essere stati costretti, per adempiere i loro obblighi verso l’amministrazione pisana, a vendere persino i corredi delle loro spose, cioè i letti, i materassi, gli stessi ornamenti muliebri e per evitare il pericolo di una nuova esosa imposta, che li avrebbe obbligati ad abbandonare la loro terra (la minaccia era, come si vede sempre la medesima), si dichiaravano pronti a prestare la loro opera nella ricostruzione delle mura del paese, che le piogge torrenziali avevano distrutto, lasciando cosl il territorio affatto aperto ai nemici. […] per l’isola d’Elba i tesori racchiusi nel suolo ridondavano in gran parte a vantaggio del comune di Pisa, e, fra i privati, dei negozianti che al commercio minerario attendevano con molto profitto. Sugli abitanti, impiegati per la maggior parte nei lavori di scavazione del ferro ricadevano i mali non lievi derivanti dalla sterilità del suolo, dalla malsanità dell’aria, dalle pubbliche gravezze e dai frèquenti assalti dei nemici. Il suolo di natura essenzialmente granitica e calcarea, non poteva certo essere fertile: gli abitanti del castello di Montemarciale, sempre a fine di ottenere più larghe concessioni, facevano notare agli Anziani come in tutta l’isola fosse l’unica fortezza abitata e come, nonostante le concessioni, non si trovasse nessuno che vi si volesse stabilire se non vi fosse costretto da qualche ragione, tanto era infelice il paese per il clima e per il suolo. E nel 1377, gli abitanti di Poggio e Marciana chiedevano parimenti certe esenzioni, facendo notare come vivessero in luogo silvestre e sterile. Malgrado queste sfavorevoli condizioni naturali, una parte degli isolani attendeva all’agricoltura, mentre gli altri, (ed erano i più numerosi) erano dediti alla lavorazione del ferro e solo pochi, almeno per quanto è dato dedurre dai documenti, esercitavano, come sarebbe da aspettarsi, professioni marinaresche. Quanto ai lavori agricoli, gli abitanti di Capoliveri nel 1359 si scusavano di non poter esercitare la sorveglianza necessaria sugli sbanditi esistenti nel territorio del comune, adducendo le occupazioni campestri; le sole che fornissero ad essi i mezzi di sussistenza: et homines ipsius terre sunt laborantes ac etiam pauperes et egentes et tamquam laborantes terre vadunt ad laborandum vineas et alia rusticana servitia faciendum et multotiens quidem nullus remanet in dicta terra.

Ad ogni modo i prodotti del suolo e per la quantità e per i generi di cultura, non sopperivano ai bisogni della popolazione, che del resto, come vedremo, era assai scarsa. Perciò fu una delle maggiori cure dell’amministrazione pisana il provvedere perchè gli abitanti dell’isola, e specialmente quei cittadini di Pisa che vi risiedevano per ragioni d’ufficio, non mancassero del necessario. In quest’intento gli Anziani adottarono nei diversi tempi disposizioni pure diverse: infatti o incaricarono i propri ufficiali e specialmente il doganiere, di vendere ad un prezzo determinato, tanto ai soldati di guarnigione nel l’isola quanto ai privati, il grano che essi stessi, od altri impiegati appositi, importavano dal continente, o ne lasciarono l’iniziativa ai privati, direttamente interessati nella lavorazione delle miniere o fattisi provveditori a scopo di lucro, o finalmente, riconoscevano ai comuni il diritto di provvedersi del grano medesimo per gli abitanti e a questi singolarmente per le loro famiglie. Male più grave della sterilità del suolo e della conseguente mancanza di viveri era l’insalubrità dell’aria, cui è certamente da attribuire, almeno in parte, la scarsezza della popolazione dell’isola durante il sec. XIV. Una prova di non buone condizioni climatiche, s’ha da trovare nelle continue licenze che il governo della repubblica doveva concedere, per ragioni di malattia, ai suoi impiegati; i quali mostravano forse anche una certa riluttanza ad andarvi. Il soggiorno nell’isola non riusciva gradito nemmeno ai confinati, che, secondo una consuetudine molto antica, la quale offrì materia alla tradizione, vi eran mandati dal comune di Pisa. Uno di questi, nel 1331, giustificava la sua supplica di ottenere una più mite destinazione, facendo osservare agli Anziani che, infermo da lungo tempo di febbri, nell’isola mancava di medico e de aliis necessariis ad medicinas, e, per questa ragione, impetrava di essere trasferito, anche con certe restrizioni, a Firenze. Queste deplorevoli condizioni sanitarie si aggravarono per la pestilenza che v’infierí nel 1348 e che ebbe conseguenze assai gravi anche sullo stato economico dell’isola. Il primo documento in ordine di tempo, che ce ne serbi memoria è dell’anno 1350: con esso i fabbricherii, che, come vedremo, attendevano alla trasformazione e alla lavorazione del minerale greggio, si scusavano di aver mancato negli ultimi due anni agli impegni contratti per essere autorizzati a esercitare quell’industria, appunto a cagione della pestilenza, che, determinando una grande mortalità fra i lavoranti, aveva costretto ad interrompere i lavori. Essi si riferivano dunque al 1349 ed alla famosa peste che afflisse in quell’anno l’Italia e di cui ci lasciarono lugubre ricordo il Villani, il Petrarca ed il Boccaccio. Il terribile contagio, che è tradizione diminuisse di ben due volte la popolazione di Pisa, si propagò con violenza, come in tutta la Toscana, anche nell’Elba e, colla morte, vi portò la miseria, di cui i pochi abitanti superstiti mai più si rialzarono. Già vedemmo come, nello stesso anno 1348, i comunisti di Rio e Grassula, forse con una esagerazione giustificata dalla circostanza, scrivessero agli Anziani che per la pestilenza, quasi tutti eran morti: ancora cinque anni dopo si sentivano gli effetti del gran dissesto economico che la peste vi aveva arrecato, e gli stessi comuni esponevano l’ impossibilità di soddisfare i loro obblighi verso Pisa, perchè, propter mortalitatem patitam, si era verificata una gran diminuzione nei lavoranti ed eran cresciute naturalmente le pretese dei pochi superstiti. Ma non basta: dopo altri otto anni (ne eran passati tredici, dàcchè la malattia vi aveva infierito),se ne deploravano ancora le conseguenze in certi Ordinamenti mandati in vigore nel 1361, i quali anzi offrono a questo riguardo un’importante notizia: la popolazione dell’isola, che prima del contagio era di 1500 anime, era allora ridotta a sole 500. Questi dati volgono a dare un’idea della violenza del morbo, da cui anche l’ordine pubblico fu turbato. Quando dunque gli amministratori dei comuni elbani si lagnavano delle soverchie pretese dei lavoranti, non adducevano una speciosa scusa per riuscire nel loro intento. Anzi, queste pretesa avevano avuto delle manifestazioni rumorose per parte degli operai delle miniere, non alieni, per quanto ci è dato comprendere, dagli scioperi in massa. Infatti essi, che nel 1319, per un piccolo ritardo intervenuto nella distribuzione delle paghe, avevano interrotto i lavori, nel 1350, poco dopo la pestilenza, erano venuti ad aperta ribellione e si erano rifiutati di estrarre il minerale: Cavatores ipsius vene nullo modo intendunt de ea cavare et quando doanerius dicit cavatoribus diete vene quod intendant ad cavandum de ea, inde derident. I Savii, ai quali il priore degli Anziani riferiva questi fatti, ben lontani dal consigliare la violenza, additavano, come più opportuni ed efficaci, i mezzi conciliativi e proponevano di chiamare i migliori tra i lavoranti a Pisa e di sentire le loro ragioni, prima di prendere qualunque provvedimento. Come si vede, le disposizioni del governo non erano sfavorevoli ai reclamanti. Del resto, anche nel 1362 gli Anziani colla deliberazione che abbiamo ricordato in principio, riconoscevano essi stessi lo stato economico non molto lieto dei comuni dell’isola, derivandolo da un raffronto molto eloquente tra il numero degli abitanti di ciascuno di essi ed i pubblici oneri loro, rispettivamente assegnati: pesi veramente molto gravi e sproporzionati alla popolazione assai scarsa.

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Questo testo è stato copiato dal dattiloscritto disponibile online sulla preziosissima biblioteca “wikielba” di mucchioselvaggio.org

Seguono foto della Castagnata di dieci anni fa.

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tutte le foto sono state prese in prestito dal sito mucchioselvaggio.org

Dominio e Sottomissione

Tutta quanta l’accozzaglia di rappresentazioni e di concetti che abbiamo avuto finora, LE CATENE DEL MONDO, si sono inabissate e disciolte come le immagini dei sogni al risveglio

[Hegel, 1806]

LA CONGESTIONE

I nostri buoni vecchi sani princípi… Come zombie escono da sottoterra e con faccia di bimbo ci rivelano chi siamo. Chi siamo sempre stati.
Ma cosa succede quando i loro spiriti si aggirano come dèmoni fatti di venti sibilanti e nebbie oscure?
È la congestione.
Non abbiamo metabolizzato la negazione dei nostri buoni sani vecchi princípi; essi ancor giacciono indistintamente tra loro e dalla terra sepolti.
Il mio buon vecchio sano professore di Storia della Filosofia, già autore di decine di testi corposi, sforna oggi un altro lavoro. C’è da scommettere che sarà un ennesimo capolavoro.
Lui è Remo Bodei, shardana pisano d’adozione, il libro parla della “Technik” parafrasando Heidegger. Di come le macchine prendano il posto dell’uomo e ciò nonostante l’uomo non sfugga alla servitù dialettica dei suoi hegeliani padroni.
Già quando Hegel stava scrivendo la Fen. d. Spir. ci si trova in un’epoca in cui un mondo si dissolve per dar vita a un altro, o quantomeno, questa è la percezione che ne hanno gli intellettuali particolarmente illuminati, come lo era su tutti Hegel.
Il mondo a venire (avvenire) non è mai ancora venuto, ma sempre un fantasma che non prende corpo e il cui nome, Domani, se diventa Oggi ne fa un Presente.
La percezione del mondo è sempre quella di un “informità ontologica”, mai completamente formato, ma nel di cui processo si colgono i segni premonitori di qualcosa che ancora non è. E invece la MACCHINA sta lí, astuta, come un virgiliano Mezenzio, Essa è sempre presente, sempre più presente, sempre più il Presente antiteista – strafottendosene dell’ “a venire”, del “mondo che ancora non è”, del mondo che non è, dell’ “aldilà”, della divinità. Non le serve nemmeno più la Divinazione, in quanto essa è un Oggi talmente diffuso da coprire ogni prospettiva e debordare dal proprio orizzonte. Essa non ha né Ieri né Domani.

Scrive Bodei altrove a proposito di Hegel:
“[…] alla conclusione del suo corso di storia della filosofia all’università di Jena, il 18 settembre 1806, Hegel disse ai suoi studenti:
<Tutta quanta l’accozzaglia di rappresentazioni e di concetti che abbiamo avuto finora, LE CATENE DEL MONDO, si sono inabissate e disciolte come le immagini dei sogni al risveglio>. “

Machiavelli su Tito Livio

[…] (nel far qualunque cosa) né Principe, né Repubblica, né Capitano, né Cittadino, che agli esempi degli antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca non tanto dalla debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il Mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto a molte provincie e città cristiane, quanto dal non avere vera cognizione delle istorie, per non trarne , leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in se. Donde nasce che infiniti, che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà delli accidenti che in esse si contengono senza pensare altrimente d’imitarle, giudicando la imitazione non solo difficile, ma impossibile; come se il cielo, il sole, gli elementi , gli uomini fossero variati di moto, di ordine e di potenza, da quello ch’egli erano anticamente. Volendo pertanto trarre gli uomini di questo errore, ho giudicato necessario scrivere sopra tutti quelli libri di Tito Livio che dalla malignità de’ tempi non ci sono stati interrotti, quello che io secondo le antiche e moderne cose giudicherò esser necessario per maggiore intelligenza d’essi, acciocché coloro che questi miei discorsi leggeranno possino trarne quella utilità, per la quale si debbe ricercare la cognizione della Istoria. E benché questa impresa sia difficile nondimeno aiutato da coloro che mi hanno, ad entrare sotto a questo peso, confortato, credo portarlo in modo che ad un altro resterà breve cammino a condurlo al luogo destinato.

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tratto dai:

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Volume 1

di Niccolo Machiavelli

Anno MDXXXI