Juri ha le gambe spezzate

Dimitri aveva le gambe spezzate. La neve cadeva ancora, come se non bastasse. Sua madre inerte, suo padre, troppo impegnato a spalare e sudare. Juri lo guardava come si guarda una biscia che ti sgattaiola tra i piedi. Natalia prendeva l’acqua al pozzo. Il rumore degli aerei era ormai lontano. Io, si, proprio io, gli presi la mano. Gli dissi che il tempo lo avrebbe aiutato, lo spazio gli sarebbe stato amico, e noi avremmo fatto per lui tutto quello che avremmo potuto. Eh, ma non si ripara così una vita. Una gamba, due gambe, ma una vita…

Sì, c’era tanto dolore. La distruzione, la paura, le gambe spezzate; e ora c’era anche la fame. Ma non c’era la meschineria.
La primavera non portò solo fiori e profumi, volle in cambio tutti i loro sorrisi. Le giornate erano più lunghe e più vasta si faceva la disperazione. Sempre lì, illuminata dal sole, ci ricordava che la speranza era caduta nella tenebra. Juri spaccava la legna, senza rabbia, non pensava a un uomo sotto la sua ascia. Natalia non sapeva più ridere, non sapeva più piangere. Ma quello che non potrò mai dimenticare di loro, nel bel mezzo della fine, è la dignità che li teneva in vita dritti e fieri di se stessi. Quanta gente meschina fatta di piccoli disprezzi e pillole d’odio attorno a loro! Ebbi la prova che alcune persone sono geneticamente inattaccabili da certi virus, e che il cromosoma della dignità sviluppa un potentissimo anticorpo – il rispetto. Dove ancora resiste il rispetto non vince la piccolezza. Dove l’anima è forte e pura scorrono via le meschinerie.

L’umiliazione si trova a mezza altezza. Sta tra la gola e il ventre. Mentre il senso della vita pareva indirizzato, le notti più corte e il freddo meno pungente, Natalia correva sui prati verdi e cadeva. Correva e cadeva, e noi tutti ridevamo. Si rialzava, correva e cadeva, noi ridevamo e lasciavamo che i nostri pezzi di corpo si esprimessero da soli. I nostri stomaci, le nostre gole. I nostri petti, i nostri arti. Tutto seguiva un moto circolare. Guardavamo Natalia correre con tensione e aspettativa. Poi la guardavamo cadere con allegria del ridicolo. Spogli come veri amici. Senza difese né barriere. Un raggio di sole disegnava più grande sul prato la grande quercia allo specchio. Dimitri rideva sommesso. Seduto sulla sua poltroncina a rotelle, alternava un gemito di dolore per le sue gambe al contagio delle nostre risate. Poi Ivan disse che tutti avremmo dovuto correre e cadere. Dimitri si chiuse sul suo dolore, non rise. Il contagio non avvenne, anzi si capovolse. Tutti fummo turbati. L’empatia ci abbracciò, più scuri dell’ombra della quercia. L’umiliazione spesso avviene a caso. L’umiliazione spesso nasce da parole che sono di nessuno. Si, c’è uno che le dice, ma non le dice per umiliare. Il silenzio straripa dall’insieme dei rumori, quando qualcuno viene umiliato. E quel crampo allo stomaco lo sentiamo tutti. Sono i momenti più belli del dolore. Neanche una risata sa dare quello che può il dolore se condiviso.

La nebbia attraversava gli alberi incrociando i fumi delle fiamme. Il bosco dei nostri giochi d’infanzia, la casa della natura. Natalia una volta cadde da uno di quegli alberi, forse una quercia, o un grande leccio. Juri e Dimitri avevano costruito una piattaforma di legno con delle tavolacce e lassù tenevano nascoste due sigarette rinsecchite dall’aria e una stropicciata rivista pornografica. Il loro segreto di maschi, il sesso onanista e la droga proibita: due vecchie Marlboro. Da un cipresso vicino avevano raccolto un paniere di coccole, che tenevano appese ad un alto ramo per difendersi dal nemico. La guerra ce l’avevamo dentro senza che nessuno ce l’avesse spiegata. Morte e sesso, sesso e morte. Due sole forze governavano il nostro universo, ma tutto era reso innocuo dal nome che portava (l’universo). Gioco. Noi stavamo giocando a un gioco. Non pensavamo di stare giocando ma dentro di noi lo sapevamo. “Fatemi salire, voglio giocare anch’io!” gridava da sotto Natalia, mentre Juri e Dimitri godevano di quelle grida femminili, che mai colonna sonora più adatta avrebbero potuto trovare per le loro… ehm… letture.
Io guardavo il nostro bosco e i nostri segreti bruciare, e la mia follia crescere pasciuta in quella tragedia. Apollo e Dioniso non erano ancora nomi che conoscevo, e i quattro elementi li avrei conosciuti davvero solo a vent’anni dalla voce timida e balbuziente del professor Leszl. Eppure oggi posso dirlo, che la nebbia era l’acqua che attraversava con l’aria quelle escrescenze di terra che erano gli alberi che di lì a poco sarebbero stati abbracciati dal fuoco. E nel mio sguardo ragione e follia, dolore ed estasi, s’intrecciavano, al di là di ogni bene e di ogni male. Dimitri piangeva Apollo, la bellezza perduta, l’ordine delle cose, l’entropia. Juri invece era quasi in una gioiosa estasi, ipnotizzato, incantato da quello spettacolo, l’espressione potente della natura, le sue quattro facce.
Forse perché aveva le gambe spezzate. Cosa ne sapevamo noi di cosa vede un cuore zoppo…

Uffa la nebbia. Certe volte le colline si ammantavano di grigi cumuli di vapore e si perdeva di vista l’orizzonte. Suo padre allora si sedeva sopra un ciocco e beveva una meritata birra fresca, che sua madre gli aveva portato da casa. Qualcuno chiese a Dimitri ‘perdono’. Che arroganza! Che presunzione! Ecco che stavolta Dimitri davvero si risentì. Qualcuno che chiede perdono presume di aver fatto del male. Chi pensa di avere il potere di stabilire se qualcosa è sbagliato – pensò Dimitri – o è Dio o un megalomane. La nebbia saliva sui colli come in quella poesia italiana. La presunzione e l’arroganza tutta umana di dare un giudizio invece scendeva. Si accasava nel ventre di Dimitri, poggiando sull’umiliazione. A tutti era passata la voglia di una birra. Juri interpretando quei silenzi affermò che un cuore senza gambe va più lontano di gambe senza cuore. Abbracciò Dimitri e – rompendo la situazione con una fragorosa risata – si mise a gridare PERDONO PERDONO! Quel giorno capii che il vero Perdono è forse possibile solo grazie ad una preventiva virtù : l’astensione dal giudizio definitivo. Cercai sempre il bene nel male e il male nel bene. E la nebbia si dissolse. Nuovi orizzonti ci apparivano tersi.

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(tratto da Juri ha le gambe spezzate di A. Mazzei, 2014)

LE RESPONSABILITÀ DI CHI SA PENSARE

LA QUESTIONE DEGLI INTELLETTUALI (MANCANTI) 


Oggi il tema principe è il comportamento impietoso dei governi di alcuni paesi europei che si sarebbero rifiutati di aiutare gli altri membri della UE che versano in condizioni peggiori. Mi rivolgo qui a tutte quelle persone di cultura e alle quali la fortuna ha offerto in dono più intelligenza che agli altri. Non diffondete sentimenti sbagliati, non ci serve a niente attizzare l’odio nei confronti di altre nazioni. Se il governo olandese o finlandese rifiutano di condividere il peso del nostro debito questo non significa che milioni di olandesi e finlandesi siano tutti insensibili e impietosi nei confronti di chi (per ora) sta peggio di loro. In logica si chiama sillogismo, e va saputo fare, basta poco a voi che avete gli strumenti, ma dovete sapere che quello che dite in proposito viene puntualmente travisato dalla maggioranza. Dovremmo rigirare la stessa osservazione su noi stessi. Penso a noi italiani e alla caccia agli untori. Prima le streghe erano i cinesi, poi i lombardi, alla fine quelli del paese vicino. Le persone come voi e noi e quelli che ci ascoltano e coi quali interagiamo dovrebbero assumersi la responsabilità di colmare questo vuoto mediatico assurdo, un deficit tutto italiano, paese al quale mancano intellettuali e filosofi che insegnino alla massa ad usare le parole nel modo migliore per imparare a parlare e quindi, retroattivamente, a pensare. Il pullulare di bufale, di odiatori, di additatori, di cacciatori di streghe, deriva essenzialmente dallo stato brado in cui versano i pensieri della gente, pensieri che si manifestano come emozioni e impulsi distruttivi. Queste emozioni vanno addomesticate, imbrigliate, pacificate. E per farlo c’è bisogno di vestirle di (giuste) parole. Non possono essere solo virologi ed epidemiologi a parlare alla gente. C’è bisogno di filosofi, pensatori ed intellettuali; persone capaci di tradurre la pancia della gente in linguaggio logico e razionale. Ci vuole dialettica e raziocinio. Il nostro compito di piccoli pensatori deve essere quello – non solo – di confortare spiegando – ma anche – di stimolare un pensiero lucido per un atteggiamento equilibrato di fronte agli eventi. Io credo che uniti possiamo farcela. La nave che affonda ha bisogno di comandanti, il compito dei quali non è tanto dare ordini quanto piuttosto tenere l’ordine, ed impedire cosí che il panico e la rabbia dominino sulle altre emozioni buone. Per questo, appunto, bisogna corredare di parole le emozioni buone della gente e corroborarle perché si impongano su quelle cattive mettendole in un angolo. La viltà e la rabbia ci isolano e mettono i membri dell’equipaggio uno contro l’altro. Compito dei capitani è far crescere tolleranza, solidarietà, compartecipazione e spirito di fratellanza. Perché siamo tutti sulla stessa barca e basta il gesto isolato di un singolo squilibrato per farla affondare.

Quanto durerà il lockdown?

Paradosso di Goh
Quanto più intense saranno le misure restrittive Tanto maggiore sarà la loro durata

Per maggiori dettagli:

http://gabgoh.github.io/COVID/index.html

https://neherlab.org/covid19/

https://www.spiegel.de/wissenschaft/medizin/corona-krise-lockdown-koennte-bis-ins-naechste-jahr-dauern-a-ea2e318b-b388-4ccc-8493-318f892381b8

Articolo dello Spiegel in italiano qui:

https://translate.yandex.com/translate?url=https%3A%2F%2Fwww.spiegel.de%2Fwissenschaft%2Fmedizin%2Fcorona-krise-lockdown-koennte-bis-ins-naechste-jahr-dauern-a-ea2e318b-b388-4ccc-8493-318f892381b8&lang=de-it

La ricetta di Dieter Krantz “contro” la pandemia in corso.

(Uomo vs Natura)

Per chi crede che il rapporto Uomo-Natura sia irriducibile; che cioé lo sia diventato attraverso un processo di evoluzione che ha provocato il distacco del primo dalla seconda; attraverso la scoperta del fuoco e del linguaggio, con l’emersione di quella qualità la filosofia del novecento ha chiamato Tecnica con l’iniziale maggiore.

Per chi crede che l’Uomo si sia effettivamente smarcato dalla Natura e ne abbia dall’esterno preso il controllo; l’epidemia è un attaccamento e non una fusione; lo “epi” è un appoggio su e non una confusione con il “deme”. Il Virus è l’Altro Assoluto che puó essere stato concepito e puó essere annientato dalla potenza divina della mente umana.

Per chi invece crede che l’Uomo, per quanto evoluto e distaccato, rimanga comunque un elemento della Natura; che Esso sia un essere naturale giammai districabile dalla volontá di una Natura alla quale appartiene indissociabilmente; che pure qualora l’Uomo appaia l’artefice del Male e della Cura, in fin dei conti il suo arbitrio non sia mai del tutto libero e la volontà che lo guida sia fuori dal suo controllo; forza della Natura e genio Divino siano non oggetti padroneggiabili bensí padroni oggettivanti, che esulano dalla volontà umana e anzi la determinano.

Il virus è stato creato dalla Natura o dall’Uomo? La domanda non è completa, se cosí formulata. Ogni domanda ben posta deve convenire con l’orizzonte delle risposte possibili quali pregiudizi assumere. Non ci sono domande esenti da pregiudizi; una mente totalmente esente da presupposti non avrebbe né modo né motivo di porre domande.

Uomo o Natura, poco importa se non stabiliamo già d’emblée il nostro solido pregiudizio ad assioma. Se credessimo in un Uomo padrone assoluto della Tecnica allora ci porremmo delle domande fondate su questo principio e a garanzia di esso. Sarebbero valide tutte le domande e tutte le risposte che prevedano la salvaguardia di una logica la cui trama si sviluppa con incroci che ripetono la forma dell’assioma iniziale, escludendo ogni ragionamento che ci facesse correre il rischio di un campo di risposte fuori dalla verità del dualismo principale, costringendoci a cambiare il nostro pregiudizio fondante ed assumerne a vero l’altro, quello dell’Uomo inestricabile dalla Natura e ridotto ad essa e alla di essa volontà.

In questo caso saremmo costretti a rimettere in discussione noi stessi. L’Uomo dovrebbe distruggere l’immagine che di sé si é costruito e tornare a una visione del mondo ancestrale. Se costretto ad ammettere la sconfitta nella battaglia contro la natura l’Uomo dovrebbe assumere di essere stato contronatura e chiedere in un certo qual senso perdono ad altri da sé.

Ma attenzione. Tornare ad una visione del mondo ancestrale non significa negare tutto quello che abbiamo esperito da allora fino ad oggi. E qui entra in gioco la coppia Hegel+Heidegger. Si tratterebbe di un ritorno del figliol prodigo, parabola che conserva e fa tesoro, che torna in sé con la consapevolezza di sé fuori di sé, con tutta la scienza della propria follia.

Superamento che conserva, per Hegel, la contraddizione della propria storia, che nega la storia ricordandola, che la sorpassa tenendola con sé.

Pensiero rammemorante. Per Heidegger il ritorno al punto di partenza non significa la monodimensione del punto, ma mantiene la spazialità del tempo che nel Ritorno si tiene a Mente. Tornare è un riportare alla memoria, ritenere, tenere a mente, mantenere il contatto tra la mente e lo spirito remoto. Connessione arcaica.

Allora ecco che non ci serve chiederci se il virus sia stato creato dall’Uomo o dai Divini. Quando il nostro pregiudizio è chiaro ci è chiara allira l’inconsistenza della domanda. Non ci sono risposte mancanti, ma solo domande mal poste, pregiudizi obsoleti.

Ecco che cosa muove tutti quegli strani soggetti che invitano a seguire strade mistiche e cogliere dei messaggi importanti nelle trame di questo pandemico Male. Essi non fanno altro, in maniera mistica e misteriosa, che indicare la strada da seguire. Il Mistico e il Mistero non sono il luogo dove essi vogliono farci andare, ma il mezzo che essi credono migliore per potervici trasportare.

L’Uomo deve chiudere il cerchio, che non significa finire, ma stabilire una connessione ancestrale, prendere contatto con la propria origine, mettere in comunicazione la propria mente con lo spirito più remoto.

Solo questo.

AL TEMPO DEGLI DEI

Ho tradotto dal greco, con molta fatica, questo brano. L’ho estrapolato da un racconto più lungo, che avrei voluto riproporre per intero, ma che alla fine ho desistito dal completare.

PRIMA DI HERMES

Le cose peggiorarono a seguito del terrorismo biologico. Il fratello di tua nonna perse il lavoro. Per qualche mese guidò pullman vuoti, poi l’azienda di trasporti venne privatizzata e l’anno dopo fallì e chiuse. Non si scoprì mai chi avesse rilasciato quel virus preso dai pipistrelli e modificato nei laboratori di biologia militare. Tua bisnonna diceva che la colpa non poteva essere dei pipistrelli, ma spesso discutevano in maniera così accesa che un vecchio che passava dalla strada poté sentire parola per parola lei prendersela coi russi e i cinesi e lui con gli americani e gli inglesi. La conversazione finiva con lui che alzava a tutto volume la musica, coprendo i Sisters of Mercy che cantavano Empire Down con un rabbioso o sarcastico “E allora Batman?”. Lei si chiudeva in bagno e tentava di annegarsi addormentandosi nell’acqua bollente, ma puntualmente si svegliava alla prima sorsata. La gente non prese subito coscienza di quello che stava accadendo, anche se alcune sparute voci già ammonivano che non sarebbe bastato sconfiggere il virus, che avrebbe fatto più morti la crisi che ne sarebbe seguita. Il fratello di tua nonna cominciò a sentire la fame. Milioni di persone al mondo, come lui. L’occidente divenne una terra di povertà come il resto del pianeta. I criminali attaccavano i supermercati presidiati da squadre di militari pagati dalle grandi corporation. Furono costruite migliaia di ospedali psichiatrici. In realtà erano delle prigioni con trattamenti farmacologici obbligatori e ogni sorta di sperimentazione. La carne umana non valeva più niente. L’anima l’avevano perduta da tempo. La popolazione della terra passò da dieci miliardi a settecento milioni in meno di cinque anni. Poi atterrò Hermes, e iniziò il nuovo mondo. Ricominciammo a scrivere sulla pietra, perché era una cosa che l’uomo non faceva più da secoli. E anche i templi agli Dei che ora vedi, mica c’erano. La gente non credeva più in niente. Leggevano solo libri di finzione, o addirittura li guardavano su uno specchio che chiamavano schermo. Si erano completamente distaccati dalla realtà dello spirito. I riti e le cerimonie religiose venivano svolte da piccole comunità di monoteisti inconsapevoli. Ritenevano l’amore talmente scandaloso che vietarono di farlo vedere in pubblico, mentre le immagini dell’odio, della morte e della violenza erano all’ordine del giorno. Sui loro specchi elettronici potevi vedere un uomo sparare in testa a un altro, mentre era vietato far vedere quello stesso uomo nudo. Alcuni sparuti individui illuminati sapevano che era la fine dell’antropocene, ma non venivano ascoltati da nessuno, o peggio presi per matti visionari. Era un mondo completamente fasullo, basato sul doppio gioco, la gente agiva in un modo sempre diverso dalla verità del proprio scopo. Pensa che la moneta era la cosa più importante. Dopo la moneta veniva il successo. Erano davvero strani, materialisti. Non credevano nella verità dello spirito, che non solo ignoravano, ma addirittura arrivavano a negare con tutte le loro forze. Tutti vittime di questo sentimento ignobile, persino quelli del mono-dio. Pare che le donne mettessero in vetrina i loro corpi, ma non per venderli davvero, ma per finta, solo per farsi guardare, e misuravano il loro successo con una cosa buffissima che chiamavano “i mi piace”. Ma l’assurdità più grande era che venivano governati da uomini che in realtà non avevano né la virtù né la forza di decidere, ma a loro volta venivano indirizzati nelle loro scelte da comandi supremi. Comandi che non arrivavano da qualche nobile re, né da qualche essere divino, bensì da un’entità fittizia che chiamavano “poteri forti”. Bruciavano ogni risorsa della terra. Stavano quasi per uccidere il pianeta, e non si fermarono neanche quando lo videro agonizzante. Non si è mai scoperto il responsabile di quell’attacco biologico che diede il via alla fine di quell’epoca. Almeno non chi fosse l’umano così illuminato da capire che era il momento. Qualcuno ha pensato a Gates, un produttore di specchi. Altri hanno pensato a Page e Brin, produttori di riflessi. Fatto sta che anche quel genio in fondo era solo uno strumento nelle mani degli Dei. Il resto è storia.

 

Di nuovo sulla Risacca

Avere la virtù di vivere conformemente. Più o meno cosí riportano i manuali e i libri di testo nelle nostre scuole alla voce aretê (άρετή).

Ma vita e conformismo finiscono in questo modo per ridursi al “nostro” modo di vivere e di intendere l’essere conformi.

Aretê è invece la virtù dello homologoumenôs zein. Essere animati (ζειν) dallo stesso paradigma di pensiero (λόγος).

Per i greci essere animati significa prima di tutto essere spiriti incarnati, anime che prendono corpo, elementi divini nella dimensione terrena.

Essere animati, ovvero essere viventi; che in greco non si dice in maniera additiva ma, per sottrazione, essere mortali. Coloro che sono vivi si definiscono i mortali, in contrapposizione ai morti e ai mai stati vivi, che sono dunque immortali, o divini.

La virtù sta quindi nell’essere mortali animati dallo stesso modo di pensare. E fin qui ancora sembra un appiattimento. Da questa virtù, in tal modo, resterebbero fuori le menti brillanti e geniali, e non solo i pazzi e gli idioti.

Ma questo stesso modo di pensare non è un’opzione tra le tante tra le quali scegliere. È piuttosto il solo modo di pensare, quell’unico modo di pensare per davvero, che si distingue da tutti gli altri modi che si autoconsiderano pensieri ma in verità non hanno la dignità per questa definizione.

Il lógos (λόγος) infatti non è una modalità tra le tante possibili, ma è la sola modalità autentica, quella che se conosciuta avvicina all’immortalità. Pensare non è una cosa da tutti alla quale ci si trova omologati, ma un obbiettivo, un télos (τέλος).

Pensare è mettersi a distanza da se stessi (cfr. Kant citato da Arendt) e dall’essere viventi, nel pensare la vita come tappa di un eterno viaggio celeste. La vita come pit stop dell’anima in circuito (ψυχοδρομα), stazione del pellegrinaggio dello spirito.

Vivere confermemente agli altri significa vivere nello stesso spirito. E non c’è, in ultima istanza, uno spirito da scegliere tra tante modalità. Non ci sono modalità spirituali; c’è da scegliere se 1) vivere la vita come se fosse tutta quanta la verità che abbiamo, versus 2) vivere nella consapevolezza che la condizione carnale, il corpo fisico, passa, mentre l’anima resta.

La fisicità è una forma transitoria. L’anima prende corpo (effimero) nel concepimento e l’anima molla il corpo nella morte.

Essere crudeli per ragioni materiali legate alla nostra condizione fisica non ha alcun senso. Non c’è niente di buono nel positivismo. La plastica, il motore meccanico, l’elettronica, ci porteranno qualcosa in dono che ci servirà anche quando non saremo più qui ? La risposta va ribaltata una seconda volta. Dobbiamo imparare a pensare e riportare le nostre scoperte a funzionare come strumenti per migliorare le condizioni dello spirito; e non diventarne schiavi.

Questa è la mia lettera di oggi. I greci e Heidegger sembrano qui cosí vicini a voi, al sapere che avete trovato in India. È il mio modo per dirvi con parole occidentali che anche nelle nostre radici europee il pensiero autentico c’è già da sempre. Lo spirito purtroppo a volte s’inviluppa e finisce nascosto nelle pieghe delle sue stesse onde. Il lógos non si mostra, ma c’è, nella risacca, e come un surfista a un certo punto sorte fuori.

Q

uesto è il pensiero di mezzo, che ho creato per me e per voi. Il pensiero della risacca, cosí l’ho chiamato. Dove per andare avanti bisogna muoversi di lato. Dove tra noi e il cielo soverchia l’oceano con tutta la sua forza. Dove il tempo passa come l’onda, tornando su se stesso. Dove quel che conta rimane nascosto.

________2020.03.10 ©AMDP

Evento annullato

LA PRINCIPESSA DEL CASALE

Anche a Piombino si è fermato il tempo. Le persone non invecchiano più. Respirano piano. Il loro metabolismo è fortemente rallentato. Si esce poco a fare la spesa.

Dalla finestra Piombino è una strisciolina che si staglia dritta sulla linea dell’orizzonte. Anche l’orizzonte non passa più. Eppure si vedono le navi, chissà quanta gente che viene e che va.

Piombino dalla finestra

Piombino è la fine della storia. Quando la principessa si sveglia, o viene liberata. È la fine del mondo che separa tutto quello che succede in terra dal mare. Una sintesi celeste. Infedele alla linea, la città si mischia al sale del mare, i vapori nell’aria, la polvere della terra.

Ogni giorno si alza e la prima cosa che crede di vedere è Piombino. Il ponte sull’altro mondo. Ma lui non guarda Piombino, guarda se si vede Piombino. Se si vedono le due torri dietro il riflesso del mare del golfo.

Il mondo è rimandato a settembre, come lui quella volta in latino. Sí, è incredibile oggi anche solo tentare di immaginarlo. E non c’è niente di più complesso da immaginare della realtà. Il mondo è posticipato, con un parolone lui la chiama ΕΠΟΧΉ, ma è solo una pausa assoluta. Il mondo si è messo in stand-by. Non c’è nessuno che pensa a quanto inquinamento in meno possa portare il mondo che si è fermato.

In quell’oggi si vede Piombino. Il sole non ha fatto salire i vapori del mattino. Oggi la linea è chiara, c’è un mare, un cielo e una città nel mezzo.

La principessa non sorride mai. Non mangia mele e va a ballare in una normale discoteca. Non c’è nessuna mezzanotte, nessuno alla ricerca della scarpa perduta.

Ogni giorno è una favola nuova. E oggi é la notte delle streghe imbalsamate. Il tempo non passa più. Tutti fermi. Uno, due, tre, stella!

Oggi che si vede Piombino il desiderio di uscire dal suo castello ha ripreso vita. Il re è stanco. A che serve essere re se il tuo regno confina con la strada… Questo solo lui lo sa.

Il mondo si è fermato a Piombino. Una nave bianca lascia una scia increspata sul mare piatto e intenso. Blu come il destino. Il tempo si è fermato. Evento cancellato.

Si gira nella tomba Martin, il suo vecchio professore. L’Evento è cancellato. Ereignis ist aufgehoben.

La principessa del casale non si vede dal suo qui. Il suo ora è vuoto, gli pare di non esserci più. È il Danichtsein.

Ereignis ist aufgehoben.

Dell’Armonia Ancestrale

I nativi d’America non hanno una marcata distinzione tra individuo e gruppo, né tra corpo e spirito.

Le loro pratiche uniscono la danza, il canto e le erbe.

I loro riti mirano a ricostituire il legame armonico tra l’uno e il tutto, e tra la materia e lo spirito.

Essi non guariscono la persona malata come se questa fosse un soggetto distinto e separato dal resto. Il rito coinvolge tutta la società, le persone che vivono insieme. Tutti cantano, danzano e consumano le erbe mediche.

Medicina e magia non sono due discipline. Per i nativi d’America non esistono in quanto distinte. Esiste un’unica disciplina, nella quale si tratta l’individuo e il gruppo insieme, il corpo e l’anima insieme. La base della loro scienza è l’armonia.

Questa loro verità ci rimanda all’Occidente precristiano. A quel mondo in cui musica, poesia, vino, erbe e riti, agivano insieme come rifornimento di energie vitali tanto per il singolo quanto per la città.

§§§

Oggi, affrontare la malattia, non puó più essere un’azione unilaterale rivolta dall’autorità sanitaria al singolo. La cura, oggi, per come è strutturata, non funziona. Ci si deve chiedere perché, e per farlo non c’è niente di meglio che cominciare da uno studio comparato di tutte le scienze mediche remote, le discipline in uso nel non qui ed ora.

Ci si accorge presto come queste separazioni irriducibili – tra corpo e anima, materia e spirito, medicina e magia, scienza e religione, e soprattutto tra uno e molteplice, individuo e società, – siano dei deficit di sintesi dialettica.

Non stiamo parlando di quella dialettica hegeliana dei suoi interpreti moderni. Stiamo parlando al contrario di una dialettica dove la sintesi non è soli il prodotto di una posizione risolta attraverso la propria negazione, ma anche l’origine di ció che si pone e si nega. Una dialettica circolare, o anacronica.

Il divino (da non confondere con Dio, ma inteso in senso pre-/post- monoteistico) si mostra attraverso questa dinamica senza capo né coda, senza precedenza di uova o galline.

Il divino né magico né medico, né religioso né scientifico. Il divino vero e proprio, in sé e per sé già da sempre e per sempre al tempo stesso fuori di sé e per il resto da sé.

Ci si dovrebbe rimettere all’evidenza di una verità più antica e più remota. Una verità che si è manifestata sotto forme diverse, ma sempre la stessa verità di una stessa armonia di fondo. Una coesione universale che vige tanto nei nativi panamericani, quanto negli antichi occidentali e orientali. Un sapere perduto, che è stato negato, in nome di un positivismo dimentico di ogni sintesi archetipica.

#Zusammengehörigkeit #ΣΦΑΙΡΟΣ #EtruscaDisciplina

Il pesce gorano e il cielo dell’Australia

Un istante delle ore meridiane di un giorno di fine novembre di ventiquattro anni fa.

Angelo era appena uscito da casa di suo cugino Antonio. Il cielo era tremendamente azzurro e con grossi nuvoloni bianchi abbaglianti per la luce del sole che densamente riflettevano.

Guardó in alto e poi il cielo lontano in giro completo sopra tutto l’orizzonte. Non aveva mai visto un cielo cosí grande. Nel Queensland tutto era afflitto dall’enormità, perfino le formiche.

L’enormità è quando la stessa identica cosa si manifesta in maniera smisurata rispetto al canone che per essa avevamo stabilito.

Di fronte all’evento della sproporzione Angelo provó tutta l’intensità della umana condizione di finitezza nell’esperienza di uno stato emotivo ancestrale. La meraviglia lo riempí di sé.

Delicate sono le dinamiche delle emozioni. Delicata la gestione delle loro transazioni. Tutto è cosí complesso che certi fenomeni superano il bordo della comfort zone straripando fuori dalla sicurezza. Paradossalmente sono proprio le regole scritte per salvarci le responsabili delle nostre inondazioni emotive.

Il canone è l’unica risorsa che abbiamo di fronte al mondo. Esso è la rete epistemologica grazie alla quale esistiamo. La nostra stessa essenza, non si riduce mai a pura ontologia ma implica già da sempre questo vincolo cognitivo.

Angelo poteva solo darsi delle regole sulle quali costruire la propria visione del mondo. Eppure quelle stesse regole fondamentali sarebbero dovute essere costitutivamente flessibili al punto di saper rinunciare a se stesse quando la fenomenologia non corrisponde loro. Un cielo troppo grande per essere vero.

Angelo capí che la virtù non stava nella robustezza delle proprie regole ma piuttosto nella capacità di sapervi rinunciare continuamente. La realtà le eccede sempre di nuovo. Serve una prima regola: le regole sono eccezionali, le eccezioni sono regolari.

Come difendersi dall’effluvio che ci sovrasta se la meraviglia è troppa per la forza delle nostre emozioni?

Angelo imparó la rinuncia preventiva. A volte bisogna saper rimunciare alle emozioni, quando queste sono visibilmente troppo grandi per l’ingegneria gestionale della nostra persona.

Cosí, quando la ragazza per la quale ci si è presi u a cotta sta passando sotto casa, invece di correrle incontro per dichiararle la propria passione, ci si chiude in silenzio dentro casa abbassando il volume della radio, o alzandolo a palla, che poi è la stessa cosa.

Atherina Boyeri (Latterino)

Un gorano. Il gorano è il pesce latterino (Atherina) in gergo marinaresco elbano (fig. 1). Con il termine si indica anche nel gergo locale una persona priva di sentimenti, uno chiuso-in o centrato-su se stesso, che in fondo in fondo non gliene frega niente di nessuno, non si prende cura delle amicizie.

In certi casi il “gorano” potrebbe essere peró un soggetto opposto, ovvero una persona ipersensensibile, troppo esposta agli effetti collaterali delle emozioni forti. Cosí, per la cultura popolare, apparirebbero come tutt’uno due personalità estremamente in opposizione. Da un lato quello che è totalmente privo di sentimenti, quindi con una sfera emotiva inferiore a quella del tuo animale domestico. Dall’altro lato quello cosí ipersensibile da essere costretto a chiudere le porte dell’anima perché essa non venga devastata dalla superficialità, l’ignoranza, la maleducazione e la mancanza di rispetto. Agli occhi del “enantiogorano”, o nel cuore dell’iperemotivo, che dir vogliate, le persone comuni e la norma emotiva della maggioranza, comparate al suo proprio canone, appaiono come deficitarie e pericolose.

Gorano. Vocabolario Marinaresco Elbano di M. Cortelazzo

Angelo non è un gorano. Ha solo criteri diversi di conoscere e giudicare il mondo. Non è un insensibile, ma uno talmente sensibile ed empatico che a volte scappa da chi gli manifesta affetto/disprezzo, perché l’emozione potrebbe essergli letale.

Non s’era mai visto un cielo cosí grande. Pensó tra sé e sé in quel meriggio australe di ventiquattro anni or sono.