GLI ETRUSCHI in un articolo di un noto quotidiano nazionale

Il noto quotidiano promuove una serie di allegati al giornale. In un articolo del 9 ottobre 2019 presenta l’episodio degli etruschi, curato da un notissimo romanziere-storico.

Le prime righe ci lasciano abbastanza esterrefatti, se il buon giorno si vede dal mattino…

Gli Etruschi sono tra noi. Nel patrimonio genetico di uomini, paesaggi e città. Nel dna di Roma stessa, città resa grande proprio dal contatto ravvicinato con una cultura a cui deve istituzioni, rituali, concetti come «popolo», desunto forse da poplu, schiera di uomini armati, e «persona», da phersu, termine usato per indicare la maschera teatrale. Una cultura misteriosa e indecifrabile, come la sua lingua, non indoeuropea e scritta da destra verso sinistra, ma che affascina per la sua vivacità e sofisticazione.

Buonasera!

Tutto il discorso sul patrimonio genetico lascia davvero il tempo che trova. I numerosi studi sono sempre stati fatti limitatamente a pochi resti ossei e condizionati dai presupposti di ciò che volevano trovare. La genetica è una scienza nuova, ricca di novità e trasformazioni continue. La bibliografia scientifica su “Etruscan Haplogroup” (nota 1) è copiosa. È stato detto tutto e il contrario di tutto: autoctoni, alloctoni, ecc.

La prima importante parola etrusca citata è in realtà un termine sabellico (osco-umbro), POPLU. Gli unici termini etruschi simili sono PUPHLUNA, PUPLANA, PUPLUNA, per la città, e PUPILIŠ, PUPLIES, PUPLIŠ, e loro derivazioni e casi. In etrusco non esiste il grafema per la lettera “O”, fatti salvi rari casi di parole d’importazione. Sarebbe stato più accettabile suggerire una derivazione di POPULUS da PUPLI, antroponimo etrusco, traducibile con Publio prenome maschile e Publia gentilizio. Tra l’altro il latino POPULUS significa anche “saccheggio”, mentre PUBLICUS sembra più vicino all’etrusco.

Una lingua scritta da destra a sinistra. Nulla di straordinario. Il greco stesso, fino al VI secolo si è scritto anche da destra a sinistra, o misto (bustrophedon). L’alfabeto derivava insieme a quello greco dal fenicio, che pure si scriveva da destra.

note

1. Kron, Geof (2013). “Fleshing out the demography of Etruria”. In Macintosh Turfa, Jean (ed.). The Etruscan World. London; New York: Routledge. pp. 56–78.

1799 di V. Mellini

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MELLINI 1799 I FRANCESI ALL’ELBA CAP. IX-X

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CAPITOLO IX – – Gli elbani e napoletani assediano Portoferraio. Trattative di resa abortite.

§1

Prima di raccontare gli avvenimenti che stanno per svolgersi sotto Portoferraio, è utile avere un’idea di questa piazza, che a quei tempi era ritenuta, e con ragione, per un formidabile arnese da guerra. La piazza di Portoferraio, opera dell’immortale Camerini, sorge sopra un monticello a doppio vertice che chiude, dal lato di settentrione, il porto. La sua maggior lunghezza è di circa 800 metri dal bastione di S.Giuseppe, al ridotto della Pentola e non oltrepassa nella massima larghezza i metri 550 dall’Arsenale della Tonnara, alla batteria di S. Fine. La sua circonferenza, presa alla scarpa delle mura, misura circa 3100 metri. Ha la forma di un poligono irregolare prolungato da levante a ponente, coi lati del centro molto vicini fra loro.

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Consta di tre forti principali che, spiegandosi a ventaglio, vanno decrescendo sino al livello del mare; e sono il Falcone, la Stella e la Torre del Martello. Il primo di questi constituisce il formidabile fronte di difesa dalla parte di terra e il secondo e il terzo quello dal lato del mare. Il forte, eretto sulla prominenza maggiore (alta m. 79 sul livello del mare), posta a settentrione del porto, chiamato il Falcone, forse dal nome antico che aveva il poggio, è formato da quattro recinti di batterie, concatenate e poste in comunicazione fra loro da spaziosi cammini coperti, facilissimi a chiudersi con materiale, che hanno per nucleo un maschio che resta nella cima più alta del colle. Questo è di figura quadrilatera con un lato bastionato. Ha la porta con albertesca e con cancellata esterna: casematte, cisterne e tutto l’occorrente necessario ad una lunga difesa. Il primo recinto, a mezzodì, è formato dal bastione del Cannone; a ponente da quello dell’ Imperatrice, e a tramontana da quello dell’Imperatore che sorge sopra rupi scoscese e inaccessibili. Il secondo comincia, a maestro, dall’angolo saliente del bastione dell’Imperatore e finisce, a mezzogiorno, col bastione del Veneziano. Sulla piattaforma poi di questo sorge un Cavaliere che batte per terra il terreno ondulato circostante al fronte di attacco, e per mare tutto il porto e le sue spiaggie. Il terzo recinto ha principio, a tramontana, dalla batteria e cavaliere di S. Fine, termina, a mezzogiorno, al bastione della Cornacchia superiore e comprende cinque bastioni che comunicano fra loro a mezzo di comodi cammini coperti. La batteria di S. Fine è coordinata a battere di fronte la spianata e la sponda del fosso del Ponticello, e di fianco, la campagna adiacente, ad impedire l’approdo di qualunque bastimento lungo tutta la spiaggia delle Ghiaje e a difendere l’approccio delle batterie delle Fornaci. Queste sono situate nel fosso secco di S. Fine, spazzano tutta la spianata e l’accesso del fosso del Ponticello, e incrociano i fuochi colla controguardia situata sotto il bastione della Cornacchia superiore, destinato a difendere la bocca della Darsena. Il quarto recinto finalmente ha principio sotto la batteria di S. Fine e termina al bastione del Cornacchina, destinato anch’esso alla difesa della Darsena. Questo recinto che chiude la Piazza dalla parte di terra, comprende il ridotto della Pentola, il forte del Ponticello e altre opere che difendono l’antica porta della città. Principali poi fra le opere che costituiscono il fronte di difesa dal lato del mare, sono il Forte Stella e quello della Linguella. Il primo sorge, a metri 48 sul livello del mare, sopra una collinetta a oriente del Falcone, ma più basso di esso e a greco del paese che ne è dominato. I suoi baloardi sono disposti a raggiera e comprendono in tutto cinque angoli irregolari, per lo che fu chiamato Stella. Dal lato del mare s’inalza sopra roccie asprissime e del tutto inaccessibili; da quello di terra il suo accesso è ditèso da cancellate, porte e contro porte; ed è distinto in tre sezioni, delle quali la prima comprende il Forte propriamente detto; la seconda il fianco destro che guarda le sortite dalla fortezza da cotesto lato; e la terza il fianco sinistro, che difende la cortina che conduce al bastione dei Molini. Il forte della Linguella è formato dalla solida Torre ottangolare detta del Martello, che può riguardarsi come il Cavaliere dei bastioni di S. Teresa e di S. Francesco che la fiancheggiano; il primo dei quali difende l’entrata della Darsena ed il secondo guarda il golfo da levante a libeccio: batteria molto interessante non solo per la sicurezza della Darsena, quanto ancora perchè ha un campo vastissimo nel defilamento del golfo. Esso per sirocco e per libeccio è bagnato dal mare del golfo, per maestro da quello della Darsena e per greco è diviso dal resto della Piazza da un largo e profondo fosso in cui s’insinuano le acque della darsena e sul quale sono gettati due ponti levatoi, che la pongono in comunicazione colla panchina della darsena stessa e col bastione superiore di S. Carlo.

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Questi tre forti sono collegati fra loro da altre opere di fortificazione. Così un cammino di ronda, il bastione radente e cortina dei Molini, riuniscono la costa di tramontana e congiungono la Stella al Falcone: i due bastioni di S. Giuseppe e di S. Carlo chiudono lo spazio fra la Stella e la Linguellla e difendono l’entrata del Porto e un cammino di ronda; e il ridotto di Porta a Mare e la freccia del Gallo, ricongiungono la Linguella al Cornacchina e difendono colla fucilata l’interno della darsena. Il bastione dei Molini domina l’imboccatura del golfo coi suoi fuochi d’infilata ed è uno dei punti più importanti della Piazza, ed il Radente che lo completa ha un estesissimo dominio sul mare, incrociando i suoi fuochi col bastione suddetto e col Forte Stella. Il bastione di S. Carlo, colla sua artiglieria, spazza tutta la Linguellla e guarda il porto e la sua imboccatura. È difeso a libeccio da un fosso largo e profondo che è, come ho già detto, inondato dalle acque della Darsena e sotto di esso, nella grossezza del muro, è praticata una porta con ponte levatojo, che pone in comunicazione il forte della Linguella coll’interno della Piazza; ai lati della quale sono due stanzoni a volta reale che al bisogno possono servire da caserme o da magazzini. Ma la chiave della difesa dal lato del mare, è il bastione di S.Giuseppe, spalleggiato alla sua sinistra da un solido cavaliere casamattato, che sporgendo il suo fianco sinistro verso il golfo, co’ suoi fuochi radenti e d’infilata, ne fulmina l’entratura. Detto bastione, con quello di S. Carlo e di S. Teresa, forma una tela impenetrabile di fuochi all’ingresso del golfo, coadiuvato dal Forte Stella, abbenchè troppo elevato, e dall’imponente bastione e radente dei Molini. Il Ridotto di Porta a Mare è poca cosa e la sua piattaforma, attesa la debolezza della volta che la sostiene, non può essere armata che da piccoli pezzi e perciò di poco o niuno effetto.

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La Freccia, finalmente, del Gallo, è formata da una muraglia bugnata, con merli per la moschetteria, e con panchina a comodo dei fucilieri. Avvi un corpo di guardia, con cancello che ne chiude l’ingresso, il quale è coperto da una piattaforma dal recinto merlato, alla estremità della quale si eleva un casotto su cui posa un Gallo di metallo dorato che dà nome al luogo; e sopra la volta della scala che mette alla piattaforma, è praticato un vacuo capace di due o tre barili di polvere pel servizio di due cannoncini di bronzo destinati a chiamare all’obbedienza i bastimenti ancorati in rada. Come ho già detto, due porte danno accesso alla piazza, una dal lato di mare e l’altra dal lato di terra; accesso reso difficile dal lato di terra dal fosso largo e profondo del Ponticello che fa della medesima una penisola. La posizione quindi di Portoferraio, sopra, un suolo aspro e scosceso, difesa da barriere insormontabili, irte di scogli, che ne vietavano l’accesso per due lati e circondata dal mare per il resto; era, in quei tempi, una delle più favoreggiate dalla natura per difendersi efficacemente da un nemico aggressore. Prescindendo dai difetti che detta Piazza presentava nel fronte di difesa tanto dal lato di terra, che da quello di mare, alcuni per natura dei luoghi e altri per difetto di arte, che qui non accade indicare; essa aveva lo svantaggio gravissimo di non cuoprire sufficientemente i caseggiati dell’intiera città che si stendono, ad anfiteatro, dal Forte Falcone al Forte Stella e, formando una gra- dinata, scendono sino alla Darsena; i quali se erano al co- perto delle palle nemiche dai lati di ponente e di tramontana, non lo erano egualmente da quelli di levante e di mezzogiorno: di mancare di acqua potabile di sorgente e di scarseggiare di cisterne per la popolazione; non che di essere circondata, alla distanza di meno di cinque chilometri, da poggi, vantaggiosamente situati, dai quali poteva essere battuta in breccia con cannoni di grosso calibro. Infatti molte opere di essa erano dominate dalle colline di S. Rocco (m. 45 sul livello del mare); di S. Giovanbatista (m. 59); 1 di Consumella (m. 72), e delle Grotte (m. 50): tutte poi lo erano da Monte Albero (m. 117), dalla Punta Pina (m. 90) e da quella della Falconaja (m. 118). Molte polveriere corredavano, a quel tempo, Portoferraio e le principali erano quelle poste sul pendìo orientale del Falcone. Eravi una sala da artifizii; un arsenale vastissimo; spaziosi quartieri e caserme alla Stella, al Falcone, alla Topa e sulla spianata del Ponticello, da alloggiare un tremila uomini; un ospedale; numerose cisterne, ad uso esclusivo del presidio e moltissimi magazzini per munizioni da guerra e da bocca. Centosessantuna bocche da fuoco in bronzo e in ferro; un numero proporzionato di proiettili pieni e vuoti; una quantità di spingarde e di moschetti di riserva; armi da punta e da taglio; molta pol- vere da guerra; cartuccie da fanteria cariche a palla e a pallettoni; scatole a mitraglia; spolette cariche per bombe; artifizi di diversa specie; nitri e solfi per fuochi di artifizio; piombo, ferro, cordami e sacchi a terra; arnesi da guastatori e da minatori; pietre fuocaje per fucili; affusti di corredo e ricambio; piattaforme per cannoni e mortari; legnami, carri-matti, meccanismi per montare e smontare pezzi; vetture diverse; macinelle a mano per la molitura dei cereali; ed altri utensili e minuti oggetti in gran copia, ne completavano l’armamento e il corredo. E questa era la Fortezza, resa formidabile dalla natura e dall’arte, guarnita da prodi soldatesche e abitata da animosi cittadini, che il De Gregorio si accingeva ad investire con pochi soldati, con poche artiglierie, con pochi guerriglieri e senza il soccorso di nessun bastimento da guerra. Quale audacia!

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§ 2. Ma il De Gregorio, reso animoso dai successi favorevoli sino allora ottenuti, non frappose indugio alcuno a mettere in esecuzione il piano di guerra contro Portoferraio stabilito dal Consiglio. Dietro suo ordine, nel giorno stesso (27 maggio), a cominciare il blocco dalla parte di terra, una quantità di elbani, protetti da un distaccamento di soldati napoletani, si portò nel territorio portoferraiese e dopo averne occupato le posizioni di maggior importanza; frale quali il Forte del Volterrajo, poco guardato dai francesi che venne preso senza resistenza, coll’ajuto e direzione di alcuni riesi; diedero mano a devastarlo da cima a fondo. E questo atto vandalico, se fu una sodisfazione dovuta ai capoliveresi e ai longonesi per i danni da essi sofferti, ai quali avevano preso larga parte i volontari portoferraiesi; fu per altro uno sbaglio gravissimo, e ne vedremo in seguito le conseguenze; giacchè i portoferraiesi, anche quelli avversi ai francesi e fedeli al governo granducale; vedendo, dalle loro finestre e dalle mura, andare a fuoco e a fiamma le loro proprietà, concepirono un odio mortale contro i devastatori, che li costrinse a gettarsi, più per istinto della propria conservazione che per simpatia, nelle braccia dei francesi, dai quali soltanto potevano essere ristorati o vendicati dei danni che pativano. Oltre di che, a impedire le comunicazioni della Piazza dal lato del mare, diè mano ad armare in guerra parecchi bastimenti elbani e li destinò ad incrociare nel canale di Piombino e nel golfo di Portoferraio, per toglierle ogni comunicazione col continente. Gli equipaggi erano scarsi? Ed egli li rinforzò con giovani presi a Longone e a Capoliveri; i magazzini di Longone non potevano fornire i viveri? Ed egli ordinò alle ciurme di pigliarli ovunque fosse lor capitato. Questi lupi di mare, messi in balìa di se stessi, non rispettarono, duole il dirlo, nè amici nè nemici e più che ad altri diedero la preferenza ai proprietari riesi, ai quali tolsero vino, bestiame e frutta dalle case e campagne che avevano in prossimità delle coste. Dopo di ciò, il De Gregorio, considerando che ristrette le operazioni militari al solo blocco, non era quasi sperabile di far cadere Portoferraio, divisò di bombardare la città all’oggetto di costringerne gli abitanti alla resa. Quindi, senza perder tempo, costrinse il caporale e sotto caporale e cinquanta operai della Miniera di Rio a trasportare, nella notte (28-29 maggio), artiglierie e munizioni alle Grotte, sito, designato dal consiglio di guerra per l’impianto di un fortino per battere di colà Portoferraio, che non distava da quella piazza più di 1250, metri. Costruitavi, sotto la direzione degli uffiziali d’artiglieria, una bene intesa batteria; venne armata subito di due grossi cannoni da assedio e di quattro mortari e munita di palle, bombe, polvere e altri aggeggi militari, valendosi di tutte le bestie da soma dei riesi. Gli elbani frattanto scorrazzavano da padroni nel piano di Portoferraio e la loro audacia giunse a tale che si spinsero perfino sotto le opere avanzate di quella Piazza. Il Montserrat, sdegnato di tanta baldanza, mandò (28 maggio) a cacciarli 150 uomini, tra soldati e guardie nazionali, con un obusiere. Dopo alcune ore di combattimento, questi, accerchiati da un fuoco continuo di moschetteria, furono costretti a rientrare in Portoferraio, non senza danno. Gli elbani ebbero un morto nella persona di un córso emi- grato, di cui s’ignorava il nome, e due feriti. Anche questo piccolo scacco contribuì ad accrescere il malessere della cittadinanza; già abbastanza allarmata dai preparativi di bombardamento dei napoletani e dalla difficoltà di comunicare colle campagne circostanti, infestate alle scorrerie degli insorti; temendo tutti e specialmente la plebaglia e il contadiname rifugiato in città, se risparmiati dai proiettili nemici, di morire di fame. La municipalità (29 maggio), a calmare la classe degli abbienti, fè spargere che era imminente l’arrivo di un buon nerbo di truppe francesi; e a provvedere alla sussistenza di quella povera, ordinò il restauro di tutte le macinelle a mano, che si trovavano in città; invitò i contadini e i braccianti a impiegarsi nella macinazione del grano per conto del comune, offrendo loro la mercede di L. 4, a sacco; esortò i macchiaiuoli a portarsi lungo la costiera, cioè ai Pisciatoi e ai Màngani, a provvedere le legna per i forni e per i cittadini, promettendo di farli scortare da un numero sufficiente di soldati; e invitò il Montserrat, trovandosi il forno comunale sprovvisto di farine, a fare dispensare al presidio biscotto, anzichè pane. Fortuna volle che in quel giorno avesse luogo la prima mattanza de’ tonni, che riuscì abbondantissima; e ne potessero essere distribuite al pubblico libbre 5000, al mite prezzo di L. 6.8, la libbra.

§ 3

Il De Gregorio, preparato il tutto per l’attacco, mandò (29 maggio), prima di cominciare il fuoco, due parlamentari a Portoferraio, incaricati l’uno di presentare al comandante francese l’intimazione per la resa immediata della Piazza, e l’altro di consegnare alla municipalità una lettera, colla quale esortava i portoferraiesi a rendersi al re delle Due Sicilie. Il Montserrat ricusò nettamente, in modo scortese per non dire villano, la resa, con una lettera nella quale diceva non essere solito di trattare negozi di guerra e resa di piazze con forzati, caprai o zappaterra; e della quale fu portata copia, nel giorno dopo, al governatore Sardi dal capo anziano di Marciana, reduce dal campo, ad eccitare di più l’odio di quella popolazione contro i francesi. La municipalità, disse al parlamentario che avrebbe risposto a suo tempo. Il De Gregorio, deluso nella concepita speranza di avere subito e senza colpo ferire Portoferraio, cominciò nella notte, (29-30 maggio) verso le ore 11, a bombardarlo furiosamente. I cittadini sorpresi nelle prime ore del sonno dal grandinare delle palle e dallo scoppio dei proiettili nemici, uscirono esterrefatti e frettolosi dalle loro abitazioni e cercarono uno scampo nei sotterranei e nelle casematte. Il bombardamento continuò così, senza interruzione, sino al mattino: e sarebbe durato ancora, se la municipalità non avesse deliberato di mandare dei parlamentari agli assedianti.

§ 4

Essa adunatasi, sotto la presidenza del Lambardi, nelle prime ore del giorno, si affrettò a rispondere (30 maggio) al De Gregorio in modo risentito e poco conveniente al caso, che il di lui invito a rendersi al re delle Due Sicilie, non poteva essere accettato dai portoferraiesi, perchè non erano mai stati sudditi di quel re: che essi, invasa Toscana dai francesi, avevano dovuto riceverli per non riescire ribelli al proprio principe che nel lasciarli ordinò di accettare quel governo che riserbava loro la divina provvidenza: che gli elbani, che egli asseriva di governare, erano piombati sulle campagne dei portoferraiesi, le devastavano e le incendiavano, non con altro diritto o altra legge che quella dell’assassinio: che egli dicesse chi, del popolo portoferraiese si era armato, chi aveva devastato il territorio longonese e chi aveva preso parte ai fatti perpetrati dalle truppe francesi in Capoliveri: che egli, che nulla di tutto questo poteva rimproverare ai portoferraiesi, eppure osava batterne le mura, rovinarne le case e far prigioni coloro che, senza immischiarsi nelle cose di guerra, accudivano alle loro campagne: che se i francesi, facevano la guerra ai napoletani e agli elbani, non erano i portoferraiesi che la guerreggiavano; mentre il territorio invaso, le case coloniche bruciate, e le abitazioni rovinate dai proiettili appartenevano ad essi: che egli, se lo soffrisse pure in pace, violava il gius delle genti e calpestava il diritto della guerra, che non poteva in modo alcuno esercitare contro di essi: che se egli aveva il diritto di difendersi da chi l’offendeva; essi, per le ragioni esposte, non dovevano essere offesi da lui: e che rientrasse in se stesso, ritornasse ai principi di giustizia e richiamasse al dovere le sue genti che erano guidate soltanto dalla rapina; che così facendo, sarebbe stato certo di ritrovare nei portoferraiesi considerazione e rispetto. Questa risposta trapelata nel pubblico, commosse la cittadinanza. Quella parte di essa che aborriva il dominio straniero, conosciute le proposte della resa, non essendo disposta a subìre le conseguenze disastrose di un assedio ad utile esclusivo del partito giacobino, cominciò ad assembrarsi e a tumultuare dinanzi al palazzo municipale, chiedendo la resa immediata. La municipalità che non aveva ancora inviato, la lettera avventata già scritta, al De Gregorio; rientrata un poco in se stessa, glie ne scrisse un’altra in termini più sommessi e più ragionevoli, e manifestandogli con una ingenuità veramente preadamitica che una parte della popolazione era disposta a entrare in trattative per la resa, gli chiese, se aborriva dal sangue e voleva contribuire al benessere dell’ Isola, il tempo di sei giorni almeno per raccogliere la volontà generale. Dette lettere, non comprendiamo con quale avvedutezza, vennero spedite al Governatore di Longone a mezzo del municipalista capitano Pietro Traditi e dell’ufficiale fran- cese Rochette.

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[ questo brano è stato estratto dal libro di Vincenzo Mellini Ponçe de Léòn, DELLE MEMORIE STORICHE ELBANE, vol. 5, 1799 i Francesi all’Elba, fuori stampa]

Non DEL Tutto

Nichts von Allem
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Heute wollte ich vom Nichts sprechen. Vom Nichts, das existiert und nicht existiert. Das uns retten kann vom schrecklichen Beliebigen. Vom verdammten Alles, das uns verfolgt. Das Alles, das uns aufspürt und findet. Das die Askese stört, von uns, die geflüchtet sind, auf die Inseln, in die Wälder, auf die Gipfel der heiligen Berge.

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Versione tedesca a cura di Annika Tepelmann

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VERSIONE ITALIANA:

Oggi volevo parlare del nulla. Di quella cosa non-cosa che esiste non-esiste, e che pure ci salva da questo orribile qualunque, qualsiasi, ovunque. Il maledetto tutto che ci insegue. Il tutto che ci trova, che ci scova. Il dannato tutto che turba la dimensione ascetica, di noi rifugiati sulle isole, nei boschi, in cima a sacre montagne.

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(A. M. D. P. 26.09.2019)

La Conchiglia e il Camaleonte

“[…] Durante la guardia di notte, certi cinici vecchi marinai vi si calano e raggomitolano dentro per farvi un sonnellino. Quando si è dietro a strofinarle, uno per marmitta, a fianco a fianco, molte comunicazioni confidenziali vengono scambiate al disopra degli orli di ferro. È anche un luogo per le profonde meditazioni matematiche. Fu nella marmitta di sinistra del «Pequod», mentre la steatite mi girava intorno solerte, che per la prima volta mi colpì il fatto notevole che, in geometria, tutti i corpi che scivolano giù per il cicloide, ad esempio la mia steatite, da qualunque punto discendano impiegano sempre lo stesso tempo.”

Cosí Melville descrive la raffineria della nave baleniera. Cosa c’entra con la geometria delle curve trascendentali? E cosa c’entra con la geometria in quanto trascendenza? E infine, cosa c’entrano la Conchiglia e il Camaleonte?

La morte.

La morte è quello spiacevole evento a causa del quale non si riesce a finire l’ultimo libro che stavamo leggendo.

Morire senza aver mai guardato il Trono di Spade, Amici di Maria de Filippi, o senza aver letto Moby Dick (a parte le poche righe di geometria sopra citate).

Cosí morí Leonard Zelig. Senza rinnegare la sua prima grande menzogna, quella raccontata al liceo ai compagni che parlavano di Moby Dick, che lui, che non lo aveva letto, dovette fingere, non solo di averlo letto eccome, ma che gli era pure piaciuto un sacco.

Questo capolavoro di Woody Allen è stato totalmente frainteso da tutti i critici cinematografici. Tutti vedono in questo film una lezione anticonformista. Ma non mi pare proprio che lo sia. Secondo me questa storia non parla di conformismo, ma di amore incondizionato.

Campeggiava sulle pareti del Dipartimento di Filosofia trent’anni or sono una strana poesia.

Titolo: Il gioco della verità. Verso unico: Io sono uguale a te.

Poco più sotto un altro foglio A4 riportava un testo di R. D. Laing che diceva:

“Stanno giocando a un gioco. Loro non sanno che stanno giocando a un gioco”.

“Loro” sono i compagni di liceo di Zelig. Il gioco al quale inconsapevolmente giocano è quello della verità. Leonard assume il gioco ad esistenza, come essenza di vita e unico filo conduttore. Il Self junghiano svanisce per trasformarsi in Absolute Other. L’Altro Assoluto.

Io sono uguale a te, il mio ego è il tuo. In termini marxisti si realizza una sorta di comunismo ontologico.

Paradossalmente però, Zelig non perde la sua identità in questo gioco dell’essere l’altro. Perché ne esce come un eroe. Il conformismo, ovvero la patologia che nel 2007 la psicologa Conchiglia definí in qualche modo come sindrome di Zelig, non c’entra con Zelig.

Zelig non è conformista. Primo perché lui non imita l’altro, lui è l’altro. Poi, perché il conformista seleziona pezzi da fare propri e ritagliarsi una propria definita microscopica ma salda identità; mentre Zelig è olistico, lui raccoglie democraticamente l’universo in sé, senza selezionare, senza scegliere. Non esclude, ma tutto include. Non c’è pregiudizio, che invece è uno dei vizi più evidenti nel conformismo.

Il Camaleonte della Conchiglia non trascende mai.

È una bestia dell’immanenza.

Il conformista impersonifica il materialismo, il suo spirito è azzerato. Zelig invece è pura trascendenza, egli diventa l’altro proprio come Zeus diventava altro. Lo diventava perché lo era già in potenza. Zelig è potenza assoluta.

In lui si nasconde il segreto dell’identità totale. Il punto in cui si raccoglie tutto il molteplice e si azzera la differenza.

L’Uno pitagorico, platonico.

Come il punto più basso di un emisferoide concavo dove tutto giunge tutto insieme senza distinguere da che parte venga e da quanto lontano.

Nello stesso tempo qui si azzera ogni distanza.

Curva Tautocrona
Cicloide (o sezione 2d di un emisferoide)
Costruzione di un cicloide

La Questione delle Slide

La Questione della Tecnica è un concetto assai complesso formulato dal filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976). Non è un’idea che possiamo risolvere con un bignamino, come si diceva ai miei tempi, o leggendo un piccolo saggio di Vattimo o Galimberti, che scrupolosamente ce la spiegano in poche ore. Per farvi capire che cosa intendesse H. con tecnica, cercherò qui di non spiegarvelo affatto, bensì, come mio solito metodologico, parlerò tenendo la questione in background.

Per non parlare della tecnica parlerò della memoria. La memoria può essere certamente anche squisitamente e completamente tecnica, come nel caso di un data storage, ma la memoria in origine è solo ed esclusivamente una funzione della psiche. Uso la parola psiche per sfuggire alla trappola di un’altra delicatissima millenaria questione, evitando di pronunciare qui la parola anima (soul) a discapito della parola mente (mind).

La rovina della memoria è la citazione. La citazione ha la stessa dinamica strutturale di un rigurgito. Nella citazione la sostanza riesce da dove è entrata, completamente trasfigurata, essa non si è lasciata acquisire. Quando la memoria non metabolizza la sostanza dell’ingerito finisce per espellerla integralmente, ma deturpata dalla propria contaminazione. La citazione non conserva la forma originaria del suo detto, risulta sempre un masticaticcio commisto ai succhi gastrici di chi la fa.

Ovviamente, c’è citazione e citazione. La differenza si può riassumere in maniera esemplare distinguendo le citazioni a pappagallo dalle citazioni par cœur – a mente, col cuore. Le prime sono quelle memorizzate con l’ausilio di una tecnica, le seconde invece sono quelle acquisite con tutto lo spirito del loro mondo originario. Sarebbe interessante aprire una parentesi sugli akousmata e i mathemata nella didattica pitagorica, ma questo lo lasciamo per dopo.

Nel Fedro di Platone, il Faraone fa notare a Thoth (Theutes), che la scrittura da lui appena inventata provocherà l’effetto collaterale di minare le capacità mnemoniche di chi ne farà uso. È facile capire che potendo prendere appunti non si è più costretti a far lavorare quella facoltà della psiche che chiamiamo memoria. Forse questo è accaduto davvero, parallelamente ai vantaggi che indubitabilmente la scrittura ha portato, non da ultimo attraverso l’ultima rivoluzione telematica (digitale).

Per i docenti e conferenzieri di ogni tempo è stato possibile raddoppiare l’efficacia della parola avvalendosi di una lavagna e un semplice gessetto. Oggi questo supporto è stato quasi del tutto soppiantato dalle slide e i proiettori. L’impressione però è che non ci sia alcuna consapevolezza degli effetti che queste tecnologie hanno sui relatori e sul loro pubblico. Innanzitutto la luce ipnotizza catturando tutta l’attenzione.

Chi parla non deve sforzarsi un granché per ripetere un discorso spesso imparato a pappagallo e comunque preconfezionato e indirizzato indipendentemente da ogni interazione col pubblico. Poi, la voce, la luce naturale, l’incrocio degli sguardi, sono tutti aspetti che escono avviliti dal loro passare quasi in secondo piano rispetto alla slide, la vera protagonista. Il relatore non fa più un discorso principale, ma le sue parole diventano pure e semplici didascalie a delle immagini ammalianti. Tutto questo per estremo, nel peggiore dei casi, sia chiaro.

Tutto questo per dire a tutti i relatori dei risultati delle loro ricerche, che: bisogna prendere coscienza delle slide, usarle e non farsi usare, rimanere protagonisti, con la voce, la psiche e la sua umana memoria, sempre al centro, sopra ogni slide. Altrimenti si finisce come uno spot pubblicitario invitava a non fare, riassunti da una triste sentenza: stupefattori con effetti speciali.

Socrate, citazione in inglese, free use, da slideshare.net

Mappa Ittiti con tutte le info

La pagina dei monumenti Ittiti è un progetto di biblioteca digitale creato appositamente per fornire informazioni visive su monumenti ed iscrizioni degli Ittiti, il primo Stato Maggiore stabilito in Anatolia ed i regni Ittiti tardi, che sono la continuazione di questa cultura.

I monumenti e le iscrizioni elencati sono suddivisi in due gruppi, appartenenti ai periodi Ittiti e Ittiti tardi. Siete pregati di tenere presente che ci possono essere ancora dei siti mancanti sulla lista, e ci può essere una mancanza di informazioni e immagini su alcune pagine. Non esitate a presentare eventuali commenti e informazioni a Tayfun Bilgin (tayfun@bilgin.com)

https://www.hittitemonuments.com/index.htm

Spada di Maiorca 1200 a. C.

Un team di archeologi che lavorano Talayot del Serral de ses Abelles, sito archeologico nel comune di Puigpunyent a Maiorca situato nella regione spagnola orientale delle Isole Baleari, ha scoperto una spada di bronzo risalente al 1200 aC.

I talayots (anche talaiot) sono megaliti dell’età del bronzo sulle isole di Minorca e Maiorca che fanno parte della cultura Talaiot che esisté nelle Baleari tra il 1000 a.C. e il 600 a.C. e usavano i talaiot come edifici per il culto pubblico, secondo gli esperti.

I capo archeologi Jaume Deyà Miró e Pablo Galera Pérez hanno definito la scoperta “una grande sorpresa” e hanno aggiunto che è stata la prima spada storica trovata nel sito.

Si ritiene che l’arma sia stata forgiata intorno al 1200 a.C. e poi sepolta come offerta quando il monumento smise di essere usato durante il decadimento della civiltà talaiotica dopo il 600 a.C. Si presume che la spada appartenesse a una famiglia aristocratica della cultura talaiotica, ma Deya ha detto che stanno ancora studiando il manufatto.

Deya ha detto:

“Questa è la prima spada trovata nel sito archeologico e ora saremo in grado di studiarne l’origine e il valore simbolico.”

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articolo tradotto dall’inglese: https://archaeologynewsnetwork.blogspot.com/2019/09/3200-year-old-bronze-sword-discovered.html?m=1#LyzxIFp4o0mh87ay.97

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Le Fatiche d’Ercole

Nell’estate del ’96 vendetti la mia Polo rossa col tettuccio apribile. Mi servivano un sacco di soldi per un ambizioso progetto che avevo in mente. Scrivere un romanzo sull’Australia mischiando Le Vie dei Canti di Chatwin con Donne di Bukowski.

Era un periodo particolare della mia vita. Erano quegli anni, tra il ’95 e il’ 98 in cui ebbi le mie sole esperienze con certe sostanze, dalle quali confesso che feci un po’ di fatica ad uscirne fuori. Non fu tanto difficile smettere, quanto ricominciare a vivere bene nei lunghi mesi bui che ne seguirono. Non mi pento di averlo fatto. Anche se riconosco che il gioco non valse la candela.

Per scrivere dell’Australia dovevo partire, andarci, svernarci. Non è scientificamente corretto parlare di svernamento, dato che quando qui è inverno lí è estate.

Qantas da Roma, scalo a Bangkok e a Cairns, poi arrivo a Brisbane. Lí ad aspettarci mio cugino Antonio al quale avevo portato una sorpresina dall’Elba: sua mamma.

Ma dell’Australia e le sue aussie rules parlerò altrove. Qui è dell’estate precedente che voglio raccontare. Di quando, venduta la mia VW prendevo a prestito la Regata Weekend di mio padre, la stessa auto con la quale Gió Pomodoro scorrazzava per le strade dell’isola l’estate precedente.

Mio padre – il Mi’ Babbo – amava molto la musica popolare, i canti anarchici, i cantautori “ironici”. Aveva poche cassette per lo stereo in macchina. Tra queste quell’estate una di Celentano, una compilation di grunge fatta da me, e una consumatissima dagli ascolti, che a memoria non ricordavo come s’intitolasse, per cui sono dovuto andare a cercare nel web.

Era Come un Cartone Animato di Faletti. C’erano diverse canzoni esilaranti, ma forse quella che mi piaceva di più era Le Fatiche d’Ercole, che sapevo a memoria e cantavo guidando a squarciagola.

Sembrerà incredibile, ma oggi non si riesce ad ascoltare. Non l’ho trovata né su YouTube né su Spotify. Sembra sia una specie di esclusiva di Amazon Music, ennesimo servizio a pagamento, al quale non mi abbono per principi miei che non vi sto a spiegare.

Ancora più incredibilmente, non sono riuscito a trovare neanche il testo. Ho cercato dappertutto senza successo. Eppure non sono proprio quello che si dice un novellino del web. Boh ? Avrò cercato male.

Le fatiche d’Ercole, le fatiche d’Ercole, lui le ha fatte e solo lo sa. Questo è tutto quello che ricordo. Ercole avrà avuto forse trent’anni. Boh ?

Venticinque ne sono passati dall’uscita di quel disco. Ercole avrà avuto trent’anni, ora avrebbe più o meno la mia età. E Giorgio Faletti, invece, qualcuno di più.

Ma la sua memoria è viva. In questi giorni l’ho sentito nominare da Giannino, un famoso pianobar, e al Film Festival dei corti. E tra gente che lo aveva conosciuto ed amato, come mio padre – il Mi’ Babbo, che non c’è più, ed io, che pure passo più tempo nell’aldilà che qui.

Senza poter più nemmeno riascoltare quella canzone, che ogni tanto ancora oggi mi sorprendo intento a canticchiare. Le fatiche d’Ercole lui le ha fatte e solo lo sa.

Barconi di ITALIANI venduti come schiavi in AFRICA

Gli elbani sui barconi. Storia di donne, uomini e bambini, catturati con la forza e venduti come schiavi in Africa.
Siamo abituati a pagine di Storia che raccontano le gesta di popoli stranieri e dei loro condottieri che per secoli hanno combattuto all’Elba per l’Elba. Sono pochi i dominatori che siano riusciti ad avere il governo assoluto e totale dell’isola. Forse i Liguri e prima di loro i Rinaldoniani. Ma non i Greci, i Fenici, né i Siracusani. Per quanto riguarda il periodo etrusco la situazione é più complessa. L’Archeologia ci offre due possibili scenari. Il primo, di un’isola controllata dalla Federazione Etrusca (Mechl Rasnele o Rasna). Il secondo, di un’isola divisa in tanti territori appartenenti a ciascuno od alcuni dei singoli stati etruschi, oppure direttamente ad alcune delle loro più elevate famiglie.
Solo sotto Roma gli elbani sono finalmente governati da una “voce unica”, cosa che peraltro non significa necessariamente che le cose dovessero andare per tutti meglio. Ma certo è che dai Vandali ai Goti, dai Longobardi ai Saraceni, almeno fino all’arrivo dei Pisani all’Elba deve esserci stato il solito turbinio di guerriglie e battaglie navali, rifugio di personalità politiche e religiose, che di volta in volta trovavano qui riparo dalle continentali loro terre perdute.
Ma già dalla Guerra tra Genova e Pisa nel 1284, per gli elbani e la loro isola cominciarono 271 anni disgraziati, segnati dalla tremenda Peste del 1348 che ridusse la popolazione da 1500 a sole 500 anime (cfr. P.Ferruzzi, Iovis Giove). Altre epidemie dovettero svilupparsi nei lustri seguenti la peste, e soprattutto fame e miseria. Ma gli elbani anche da questo seppero risollevarsi, rimboccandosi le maniche ogni volta per ricominciare.
Il XV secolo fu segnato dalla fine dei Signori di Pisa, ridotti a signorucoli di Elba e Piombino. Privi di una flotta navale come dio comanda non poterono offrire un degno controllo dei mari. Pirati d’ogni genere, imperversavano nei mari elbani, ma ancora il peggio doveva arrivare.
Era il 1530 quando cominciarono gli attacchi più cruenti da parte delle flotte navali turche guidate dai loro spregiudicati ammiragli, i Reis Barbarossa e Dracut. Alleati dei francesi, facevano il loro gioco aiutandoli a stabilire un controllo sul Mar Tirreno. I francesi intendevano soprattutto strappare la Corsica ai genovesi, mentre l’interesse dei turchi era essenzialmente quello di razziare carne umana.
Centinaia di Elbani furono catturati a Grassera (o Grassula) poi rasa al suolo, e la stessa fine fecero molti altri paesi elbani. I turchi prediligevano le isole, perché i suoi abitanti non hanno vie di fuga, e questo gli consentiva di farne prigionieri in gran numero, cosa molto difficile sulla costa tirrenica, i cui abitanti potevano disperdersi nell’entroterra.
Non ci si può trattenere dalle lacrime a leggere una di quelle strazianti lettere dei familiari che dall’Elba chiedevano di poter riacquistare lo schiavo deportato in Africa. Ma molto spesso l’iter burocratico da seguire per poter pagare la dovuta cauzione e riscattare il proprio caro non andava a buon fine. Così potrebbe pure essere che geneticamente parlando, gli eredi degli “ilvates”, siano oggi di più in Africa che all’Elba. A questo fenomeno si assiste nel ‘900 con gli emigrati elbani all’estero i cui discendenti oggi sono di molte volte superiori per numero ai residenti all’Elba, appena 32 mila circa.
Le ceramiche del XIII secolo conservate al Museo di Marciana furono scoperte da Silvestre Ferruzzi qualche anno fa, in quelli che lui ha reputato, forse a ragione, essere i siti corrispondenti agli scomparsi borghi medievali di Pedemonte e Monte Marsale. Andarono cancellati per sempre anche Latrani e Luceri, per non parlare dell’affascinantissimo borgo degli asceti narrato così bene da Marcello Camici, San Giovanni in Campo. Per gli abitanti di Poggio e Marciana, come non ricordare Giove, misterioso paese scomparso dai documenti nel 1364. Infine, come ogni 10 agosto d’ora in avanti, una bella giornata all’insegna della memoria rinfrescata si celebra presso le rovine del borgo raso al suolo da Reis Turgut (Dragut) nel giorno della festa del suo patrono o ieronimico, San Lorenzo de Marcina.
Oltre alle ceramiche “pisane”, che potrebbero essere state prodotte a Montelupo Fiorentino secondo alcuni di quelle parti, ci sono degli stupendi lastroni (embrici) di ardesia che coprivano i tetti.
In quegli anni l’esistenza stessa di un popolo elbano fu messa duramente alla prova. Ogni volta si è sfiorato lo spopolamento definitivo, come invece purtroppo dovette accadere a Pianosa. Una massiccia dose di rimpinguamento demografico intercorrerà solo a seguito delle immigrazioni di toscani e fiorentini, con le grandi opere dei Medici, e poi grazie all’immigrazione di molti liguri legati al commercio del vino fiorente coi lidi di Chiavari, Rapallo e Santa Margherita.
Da lì si stabilirono a Poggio di Marciana per esempio i Marchiani, mentre altri cognomi, come Pavolini/Paolini e Anselmi nacquero proprio sul campo, dai parroci che dopo il 1564 si ritrovarono costretti a registrate le nascite avvalendosi di un vero cognome che garantisse una maggiore struttura genealogica e quindi più visibilità della radice. Conoscibilità, nobilitas, la chiamavano i latini.
Ma prima di questa piccolissima nobiltà regalata loro dal Concilio di Trento, su cosa avrebbe potuto basarsi il sentimento di fierezza di appartenere all’isola proprio degli elbani? Elbani non si nasce, si diventa. Essere elbani è un sentimento fondato sull’amore che si prova per questo scoglio. Uno scoglio alto più di un chilometro. Sul quale gli stranieri, i non elbani, sbarcano e a volte perdono il lume della ragione. Essi lasciavano le dorate agiatezze della Colchide dell’oro a fiumi, lasciavano i sontuosi palazzi di Tarquinia e Tuscania, lasciavano Pisa, lasciavano Firenze, lasciavano Parigi e l’Impero alle loro spalle. In quel momento essi divenivano immediatamente nient’altro che elbani. Nella radice, nello spirito.