RAI e accessibilità linguistica: perché il digitale terrestre non offre audio e sottotitoli multipli come Netflix.
Nonostante ricavi da canone e pubblicità per 2,85 miliardi nel 2024, il servizio pubblico italiano fatica a implementare opzioni multilingue sul digitale terrestre, limitando l’accesso a migranti e minoranze linguistiche. Il bilancio consolidato del gruppo RAI per il 2024 evidenzia ricavi per circa 2,85 miliardi di euro, con il canone che rappresenta la quota principale e la pubblicità circa un terzo del totale. Eppure, nonostante risorse significative, il servizio pubblico italiano sembra arrancare quando si tratta di accessibilità linguistica. Oggi piattaforme di streaming come Netflix, Disney+ e Prime Video offrono audio e sottotitoli in più lingue, permettendo di seguire i contenuti non solo nella lingua originale, ma anche in italiano, inglese, spagnolo, francese o altre lingue più diffuse tra i propri utenti. Sul digitale terrestre, invece, il pubblico italiano è ancora vincolato principalmente all’audio in italiano e a un limitato supporto per i sottotitoli, spesso solo per i non udenti. Questo limite ha conseguenze concrete. L’Italia, nel 2025, ospita oltre 5 milioni di residenti stranieri, con lingue principali come rumeno, arabo, inglese e spagnolo, oltre a minoranze storiche che parlano greco, albanese, francese e tedesco. Per questi cittadini, seguire i programmi della televisione pubblica diventa complicato, mentre piattaforme private garantiscono già un’esperienza multilingue completa. Un aspetto di particolare rilievo è l’utilizzo della televisione come veicolo pedagogico per l’insegnamento della lingua italiana. La presenza di sottotitoli in tutte queste lingue non serve solo a seguire i contenuti, ma permette a chi sta imparando l’italiano di comprendere meglio le parole e le espressioni, facilitando l’acquisizione linguistica e culturale in un contesto quotidiano e pratico. Il ritardo tecnologico non è solo una questione tecnica. La trasmissione digitale terrestre utilizza standard e infrastrutture pensate per il broadcasting lineare, dove la gestione di più tracce audio o sottotitoli richiede aggiornamenti dei multiplexer, maggiore banda e investimenti in middleware e decoder compatibili. Inoltre, la RAI deve confrontarsi con normative europee e vincoli legati al servizio pubblico, che spesso rallentano l’adozione di standard avanzati, già presenti da anni nello streaming. Secondo alcuni esperti, l’implementazione di audio e sottotitoli multilingue sul digitale terrestre sarebbe tecnologicamente possibile: molti decoder moderni supportano già lo standard MPEG-4 e DVB-TTML, che consente più tracce audio e sottotitoli selezionabili. La sfida principale resta l’aggiornamento dei contenuti e la standardizzazione dei flussi, operazione costosa su larga scala. Per la RAI, offrire questa funzionalità significherebbe non solo aumentare l’accessibilità per migranti e minoranze linguistiche, ma anche consolidare il suo ruolo di servizio pubblico inclusivo in un paese sempre più multiculturale. Nel confronto con i giganti dello streaming, il rischio è di apparire arretrata nonostante ricavi miliardari, perdendo una parte significativa di pubblico giovane e straniero. La domanda è quindi aperta: riuscirà la RAI a colmare questo gap e portare sul digitale terrestre un’esperienza multilingue paragonabile a Netflix, valorizzando al contempo la televisione come strumento educativo per l’apprendimento dell’italiano, o il servizio pubblico resterà ancorato a un modello pensato per un’Italia linguistica ormai superata?
