IL SUCCESSO VUOTO

L’IMPERO DEL NULLA

Cerchiamo il limite che separa la fantasia dalla realtà. Abbiamo zummato cosí tanto da “questo” lato che la fantasia si è ridotta ad universo anarchico. Vale tutto e il contrario di tutto. Leggiamo libri di fantasia, guardiamo film di fantasia, sembrerebbe piacerci davvero la fantasia.Ma non è cosí. Tutto questo mondo spazzatura di fiction scritte o in tv, studiate per fare quattrini e per distrarre la gente dalle cose importanti. Ecco il punto. Abbiamo ridotto la fantasia a una distrazione, la realtà materialista e utilitaria a sola cosa che conta.Ci hanno insegnato a distinguere il serio (materiale) dal faceto (fantastico). Ci siamo materializzati e allontanati dal mondo della fantasia.
Abbiamo perduto quel mondo senza materia, ridotto a una specie di sostanza psicotropa per la nostra distrazione. Perdendo quel mondo, abbiamo perso anche i mostri, i fantasmi, gli spiriti. Abbiamo rinunciato allo Spirito, perduto il senso del fantastico e del divino, come di cose che contano davvero. Cose importanti. Cose alle quali dedicarsi principalmente, ed usare il lavoro e il denaro solo come mezzi per arrivare a questo, piuttosto che l’attuale contrario.Senza spirito. Senza pensiero. Le nostre menti sono rimaste vuote. Le occupano indifferenziatamente i rifiuti prodotti dal “mainstream”. Il non pensiero Diffuso, dove “cosa fa un politico, l’ultimo modello di telefonino, la macchina più grossa” sono tutto quello che ci distrae da ciò che è davvero importante.È un mondo di calcolo utilitario (e stressante) che ogni tanto si concede una pausa nella quale non pensare a niente.Persino la cultura, gli antichi saperi, le filosofie orientali, oramai sono “mainstream”. Prodotti in vendita. Prodotti che non offrono l’illuminazione dello spirito, la paradisiaca dimensione del pensiero. No. Offrono svago, relax, distrazione, o peggio ancora, SUCCESSO.È il successo del vuoto.________________________
nella foto due immagini di affreschi dalle tombe etrusche di Sarteano – cortesia di amici fb

Omero tifava Troia

VΘVZE ARI AXLE

Uthuze ari Achle.

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Non sono un autore. Tutto quel che scrivo me lo dettano i Divini. È la loro storia. La Storia è la Loro.

Vi narrerò del più forte tra i nemici, il pel… …asgico ΑΧΙΛΛΈΑΣ che passò agli Achei dopo che perdemmo Larisa e del re dell’isola d’Ithaca, il grande ΟΔΥΣΣΈΩΣ, onore a lui e alla sua memoria. VΘVZE, lo chiamavamo nella nostra lingua quando era un TUΘΙNEŠ in terra pelasgica.

Sono venuto da ΠΎΡΓΟΣ dove mi occupavo di metalli che arrivavano dal ΛΙΜΉΝ ΑΙΘΑΛΙΔΕΣ ΑΡΓΟΟ. Sulla rotta

-ΑΙWAIA

-ΒΕΡΑΧΕΛΛΟΝ

-AIWATO.

Da ÆVÆA ad ÆÆTA.

Mi chiamo VΜΕR. Per la Grande Guerra mi sono trasferito a Ithaca, Cefallonia, che avevamo perdute nella guerra con gli Achei. Tentammo di spostarci poi a difendere Larisa ma era già troppo tardi e con quelli di Larisa che imbarcammo nella Pelasgiotide, puntammo la nostra Atene sempre amica nonostante i muri e le donne. Infine scegliemmo con quelli da Creta di cercare scampo a WILUSA e asserragliarci sperando che presto si sarebbe usciti da questa crisi. Speravamo che da NAUCRATI e da HATTUSA ricominciassero i carri e i cargo. Almeno il grano forse avrebbe fermato questa follia. Invece sappiamo com’è andata a finire…

VMER non è il mio vero nome, e neanche Omero o Homer, come si dirà tra trentadue secoli.

Dopo la distruzione di Troia ho vagato in cerca di pace con i soli due compagni che mi sostenevano nel deambulare. Data la mia cecità. Ho imparato il greco un po’ all’accademia di ΑΓΥΛΛΑ, Cerveteri. Lí si potevano prendere lezioni di questa lingua “moderna” per noi, che serviva molto nei commerci e nei viaggi.

Ero cieco da dieci anni. Anzi undici, se contiamo la durata della malattia. Avevo affinato di molto l’orecchio e la rapidità e precisione di dettatura al mio scriba. Che però, gli unici che si riusciva a trovare nella nostra lingua erano lontani, in altre città, in altre isole. Oramai tutti noi ΤΥΡΡΕΝΟΙ eravamo dispersi dalle nostre regioni sull’Egeo. Ma tornare in Italia era pericolosissimo. Viaggiare, per un cieco poi, impossibile.

Trovai un ottimo scriba che non conosceva il tirrenico, per cui portammo tutto in versi. Qualche parola in dorico, in attico, in ionico, quando non veniva la rima. Ci inventammo praticamente una nuova lingua che riuniva tutti i loro dialetti e che tutti loro capivano e potevano almeno cantare; e impararne le parole.

Non sono l’autore. Anch’io componevo sotto dettatura.

A farmi “scrivere” (dettando) furono i Divini.

Cantami o Diva…

La Crisi della Scienza nel Dominio della Tecnica (update 2019)

Forse ci troviamo nel bel mezzo di un paradigm shift epocale. Un modo di vedere le cose si sostituirà a quello che lo ha preceduto. Il sapere istituzionale si comporta come il surfista che corre dentro a un tubo. La cultura sa che c’è un dopo, ma non sa se uscirà dal tunnel in piedi sull’onda o se piuttosto non finirà ingoiata e sbattacchiata su e giù nei gorghi. Alcune discipline specialistiche uniscono le forze in un abbraccio interdisciplinare. Settori e metodi di studio nuovi ne emergono, dando vita a un nuovo gioco linguistico nel paronama scientifico, ancora troppo eterogeneo per essere individuato. Allora ogni scienziato avrà preso atto della contingenza delle proprie conoscenze e tutti quanti si ritroveranno in un’unica regione necessaria: quella del sapere che si sa da sempre. Questo in un certo senso è il grande salto tra un’epoca e l’altra, un periodo che – proprio come in un oggetto frattale – può essere un attimo, un giorno, un secolo, un millennio, a secondo del grado di risoluzione col quale ci predisponiamo ad osservare la realtà. Nella stessa geometria il grado di risoluzione cambia la realtà. Se noi infatti intendessimo misurare il perimetro costiero di un’isola, otterremmo misure diverse in base al grado di risoluzione che scegliamo. Prendiamo l’Elba. Si dice che le sue coste misurino 147km circa, ma se per misurarle ci avvalessimo di 100 chiodi e uno spago lunghissimo e li piantassimo alla desta costante distanza uno dall’altro forse otterremmo un valore più basso, mentre se usassimo un miliardo di chiodi ci servirebbe uno spago lungo migliaia di chilometri. Immaginate di voler essere ancora più precisi ed usare un righello microscopico per misurare tutto il contorno di ogni singola roccia, non vi si potrebbe certo accusare di non scientificità se con quel metodo otteneste una misura delle coste dell’Elba pari a miliardi di chilometri.

Se l’avessimo misurata 12000 anni fa, nel passaggio dall’olocene all’antropocene, avremmo forse incluso anche l’isola di Pianosa, in quanto il livello del mare era più basso di circa un centinaio di metri e le due isole ne formavano una sola. E l’elbano e il pianosino di allora avevano un’identità comune. Pianosa è una sorta di isola del tesoro paleontologico, geologico, archeologico che offre testimonianze straordinarie di culture che lì hanno lasciato tracce, a partire dall’epigravettiano attraverso i millenni. Ci sono labirinti lunghissimi sottoterra che formano una rete che copre tutta l’isola. Grotte, tombe, cunicoli, usati come abitazioni, cimiteri, cantine, da uomini della pietra, della ceramica, dei metalli. Luogo ideale per un inter-ateneo tra università anche straniere per studiare la meraviglia della storia dell’uomo e della natura.

Lo stesso schema lo si potrebbe applicare anche a tutti gli altri ambiti della ricerca, in quanto in ogni osservazione – più o meno consapevolmente – noi adottiamo un grado di risoluzione che condiziona ogni risultato. A questo fattore va poi aggiunta la componente neurolinguistica. Ovvero il fatto che chi cerca, per esempio, oro, abbia inevitabilmente più possibilità di trovare oro di quanto oro troverà chi invece sta cercando argento. La storia è stata scritta e riscritta tutta quanta in questo modo. Non esiste un metodo privo di gradi di risoluzione, privo di predispozione a una determinata scoperta, privo di categorie convenzionali che subito dopo l’uso iniziale assumono l’aspetto di schemi fossilizzati, pregiudizi in automatico. Detto questo, appare chiaro come certe scoperte invece di scatenare giubilo finiscono per essere prese come scocciature o imbarazzanti testimonianze. Una mezza “scocciatura” nel panorama della preistoria d’Italia per esempio la rappresentano le civiltà preromane, recluse in paragrafetti che i ragazzi a scuola quando li studiano non sottolineano nemmeno. Quanto poco sappiamo dei Sanniti, dei Sabini, dei Veneti e dei Reti. Quanti voltafaccia “storici” si sono consumati di fronte alla “imbarazzante” grandiosità della cultura nuragica. In micenologia si finge che il mondo tra il XVI e il XII secolo avanti Cristo, per un abitante di Creta o del Peloponneso fosse chiuso in un “Lago” Egeo, lo dimostrano la maggioranza delle geolocalizzazioni dei toponimi, nomi di luoghi che gli studiosi piazzano sempre su una piccola mappa nella comfort zone del geograficamente “greco”. Non ci stiamo affatto azzardando a dire che sbagliano. Vogliamo solo ricordare come abbiano assunto l’Egeo a “grado di risoluzione”; fatto che facilita il lavoro ma preclude altri orizzonti interpretativi. Ne emerge una storia in cui le civiltà sembrano emergere dal nulla e risprofondare nel nulla di un deserto culturale che le circonda. Anche la scienza ha le sue responsabilità, essa deve tirarsi fuori dall’ingolfatura causata da un’esasperazione del concetto di specializzazione e settore di competenza, aprire le porte ai visitatori, che tanto i soli segreti che le sono rimasti da custodire sono quelli legati ai diritti d’autore e ai premi di pubblicazione. Non sarà certo il coraggio di incrociarsi con altri saperi a mandare in rovina gli studiosi di ciascuna materia. La rovina, nella quale ha già messo un piede viene dal suo essere condizionata ed orientata da un principio che non ha niente di sacro né divino: i quattrini.

Un Piede nella Leggenda

Percorsi di mediazione tra Sapienza Antica e Scienza Moderna

Esiodo racconta che gli italici furono governati dai fratelli Agrio e Latino delle isole sacre. Essi abitavano le isole dei Liguri e avevano uno zio che era tornato a vivere e regnare nel Caucaso. Siamo agli inizi del II Millennio, parliamo di quattromila anni fa. L’epoca degli scheletri della tomba di Pianosa e di quelli nella grotta di San Giuseppe a Rio. Un archeologo faceva notare che nell’arcipelago toscano i rinaldoniani andrebbero chiamati forse ‘rinaldonoidi’, così come i liguri che giunti dalle isole fonarono Populonia e forse Falesia (Piombino), che non potendo non associare Ilva con Ilvates, prendiamo per buono che fosse il nome che gli italici davano agli elbani, mentre i micenei li chiamavano Aitarowe o Aidzalìdi. E che dire dei Pelasgi, un popolo che non trova posto nel paradigma dissacrante della storiografia contemporanea, che li relega alla “leggenda”. Eppure, sono nell’Iliade, a Creta, sui Dardanelli, in Tessaglia, nella Grecia continentale, forse a Larisa. E prima erano stati in Argolide, dove poi entrarono gli achei, ad Argo e Micene. E sono nell’Odissea secondo lo storico Jean Bérard. Le mostruosità e le divinità che costellano il viaggio di Ulisse non sarebbero che allegorie di questo popolo così spaventoso eppure così vicino al divino. I Pelasgi. Durante i lavori di realizzazione della allora strada forestale del Monte Perone, sul versante settentrionale, furono trovati dei cocci di vasi in ceramica che rimandano a quella stessa epoca. E ritrovamenti pre-etruschi ve ne sono in tutta l’isola sopra i 400 metri, e il loro stile è molto simile a quello delle zone del Po.E Ellanicodi Mitilene dell’isola di Lesbo (circa 430aC) afferma che prima di essere chiamati Etruschi i Tirreni erano chiamati Pelasgi, e quando si stabilirono in Italia, ricevettero questo nome. La sua versione è ripresa da Forone che aggiunge una genealogia: “Frastore era figlio del Re Pelasgo, e Menippe, la figlia di Peneio. Suo figlio era Amintore, il figlio di Amintore era Teutamìde e il figlio di Teutamìde era Nanade. Quando quest’ultimo fu re, i Pelasgi furono costretti a lasciare il loro paese dagli Elleni e, abbandonando le loro navi sul fiume di Spina nel Golfo Ionio, ovvero sul delta del Po, conquistarono la città di Kroton all’interno (tra Emilia, Romagna e Veneto); partendo da lì fondarono la nazione che ora è chiamata Etruria (scrive Dionigi Alicarnasso nelle Antichità Romane. Tra i borghi di Poggio e di Marciana sta il Crino delle Puntate e dei Casalini, secolare sacro confine tra Poggio e Marciana. Dalla finestra del Museo di Marciana attraverso le sbarre si vede il profilo occidentale di questo borgo incantato. Poggio. La sua vetta è segnata dalla chiesa di San Niccolò, poi San Defendente fuori le mura, nel mezzo, e alla stessa distanza scendendo c’è Palazzo della famiglia Del Buono. Oggi è diviso in appartamenti di diverse proprietà. Era un glorioso hotel 5 stelle dove passò le vacanze Greta Garbo. Già prima, durante la seconda guerra mondiale, a causa dei bombardamenti di Portoferraio vi fu allestito un ospedale per accogliere i feriti dalla città. E sempre in quelle stanze nel 1930 nacque Orestino. Era il nomignolo di Oreste del Buono, un grande intellettuale italiano, direttore di importanti quotidiani e fondatore della rivista Linus. Proprio in quel punto dove fu costruito il Palazzo, l’onorevole Pilade Del Buono nel 1898 scoprì delle tombe etrusche. Erano in corso i lavori di sbancamento per spianare la collinetta del Catro e porre la prima pietra per la costruzione del Palazzo di famiglia. E dopo che i Del Buono furono falliti, sul finire degli anni ’20, anche quei reperti etruschi finirono all’asta. Era ferragosto del 1931, a Firenze. Dove ancora oggi sono conservati i reperti scampati all’asta. Tra questi una coppa ionica del sesto secolo avanti Cristo che appartiene ai tempi in cui a Roma regnavano i Tarquini. Offre una datazione di Poggio precedente alla Repubblica Romana. La cosa non deve stupire, affatto. Forse ancora più antiche di Poggio sono Marciana, Sant’Ilario, San Piero e Rio. A Marciana sul retro del Museo Numismatico della Zecca scende una galleria scavata a picconate nel durissimo granito. Si dice siano stati asportati 80 metri cubi, pari a circa 200 tonnellate di roccia. Un’impresa senza pari, per cui solo una fede cieca nello scopo può far trovare le risorse necessarie – roba d’altri tempi. Sempre

Sempre Bérard:“È chiaro che la leggenda, lontana dall’essere pura finzione, ancora una volta si presenta come forma primitiva della storia”.

(5) (PDF) Il libro delle doti di Marciana nell’Elba (1575-1622)

https://www.researchgate.net/publication/321302693_Il_libro_delle_doti_di_Marciana_nell’Elba_1575-1622

Ringrazio Carlo e Patrizia che hanno fatto un gran lavoro per recuperare il LIBRO DELLE DOTI di Marciana.
Da questo si capiscono molte cose:
1) la conferma che i confini di Poggio andavano da Capo al Piano a Seccione, raccontati con particolari su vigne e nomi di proprietari
2) una robusta migrazione dalla Liguria nel 1600, e si scoprono squisitezze tipo che i Marchiani venivano da Camogli
3) il mio dubbio se i Mazzei fossero venuti intorno al 1550, per il fermento migratorio dalla Toscana a seguito della fondazione di Cosmopoli, oppure se avessero preso il patronimico al momento dell’obbligo di legge del cognome (dopo il concilio del 1564 per cui i parroci dovevano tenere il registro delle nascite) trasformando “figlio Di Matteo” in “Matthæi” forse, poi “Mazzei”. Vedrete che ci sono Caio, Giomo, Domenico, e altri Di Matteo fino al 1600 circa, poi spariscono e compaiono i Mazzei.

Buona lettura

Dal Museo di Marciana

IL MISTERO DELLA CERAMICA IMPRESSA
DEL NEOLITICO

Le giornate da addetto al museo con mansioni di apertura, biglietteria e pulizie, possono essere gradevolissime, credetemi.
Oggi ho con me pochi libri cartacei, ma il tablet con altri ebook, il quaderno degli appunti e il cellulare in tethering. È un pomeriggio di stanca. Studio in multitasking la cultura Ozieri, il nome (forse) etrusco di una città spagnola, la geografia di Claudio Ptolemeo e saggi di varia natura. Non ci sono visite, tutto tace, forse perché il sabato c’è il cambio, come dicono gli albergatori.
Faccio un piccolo giro d’ispezione. Piccole verifiche, controllare insetti, polvere, soprattutto i faretti delle vetrine, che ogni settimana se ne fulmina uno. Dev’esserci un problema nell’impianto. Guardo disilluso quella toppa di cemento sulla parete che non è mai stata riverniciata, e una specie di presa di corrente senza coperchio.
Poi mi fermo ad osservare le pietruzze del paleolitico (?) e accanto il vuoto angosciante di una preziosa ceramica che non ricordo se è sparita da quando lavoro qui o se già mancava. Chissà dov’è. Non mi è dato sapere. In fondo a tutte le gerarchie, il bigliettaio del museo non può farci niente. Egli non ha nemmeno le chiavi per aprire le vetrine e pulire. Per sua fortuna, non è responsabile di nulla che manchi o che sia polveroso. Il bigliettaio deve solo fare i biglietti e tacere.
Il numero 5 del ripiano 1 della vetrina 1 in sala 1 è scomparso. Forse è al sicuro altrove. A chi glielo domanda, il bigliettaio risponde “non lo so”.
Questi giorni in genere sono bellissimi. Mi gratifica tanto spiegare ogni reperto ai visitatori, in inglese, in francese, in tedesco e a volte persino in italiano. Le loro facce attente mi ricordano quelle dei miei studenti d’italiano alla scuola di Pontevecchio a Firenze. La loro gioia è perfettamente percepibile. Dopo mezz’ora di chiacchiere mi capita di chiedere scusa per essermi prolungato troppo. E spesso mi sento dire: “Io ci starei le ore qui ad ascoltarla, Direttore”. Mi affretto subito a rettificare “Ma quale direttore, io sono solo il ticketman”. Mi sorridono e intanto pensano che li sto prendendo in giro.
Le soddisfazioni maggiori però me le danno qyelli che arrivano già molto preparati, sull’Elba e sulle Antichità in genere. L’altro giorno ho insegnato a memoria a una sedicenne tedesca la formula di santificazione di Cerbonius Affricanus in latino, dato che stava andando a fare un campus a Frascati al Vivarium Novum. Oppure ho spiegato la differenza tra le emme e le enne nella grafia etrusca settentrionale e meridionale. La gente “da museo” si entusiasma a vedere uno che a mente scrive cose in etrusco, in greco o in latino. Sono felici, lo vedo, e me lo dicono. Questo è quello che conta davvero. La “passione”. Più di ogni preparazione, persino un immensa cultura senza passione non passa. Ai visitatori del mio museo piace la mia teatralità. E io, da buon uomo di spettacolo, senza alcuna vergogna, offro lezioni di lingue vive e morte, di storie archeoligiche, epiche e mitoligiche, come un prof universitario. E non sono nemmeno laureato. Ma sono felice qui.I ❤️ MUARMAR

Sub Limen

LA VERITÀ SI NASCONDE DIETRO UNA SUPERCAZZOLA

ovvero

Le Scienze degli Antichi come risposta ai paradossi della Fisica Quantistica.

Dietro l’apparenza, nella subcazzola, sta la circumambulazione del sé. Tutto quello che non possiamo comprendere si manifesta come supercazzola, è il limite della finitezza umana. Jung ne parla a lungo. Il pensiero è potente, a lunga distanza, senza telepatie di sorta, ma in assoluta simultaneità, avviene che un input possa ingenerare un output a tempo zero in uno spazio infinito. É l’uno, il Pensiero Autentico, quello che usa le singolarità per mostrare un aspetto del suo Tutt’uno. Entanglement.

La sua hypokemeinon è il grammatos (l’elemento simbolico, che parla e attraverso il segno, nella ragione, ad altro rimanda).
Il web è fatto di grammatologia.
Simula la velocità del Logòs (>infinito) che è simultaneità bergsoniana indipendente dalla categoria spaziotempo.
Il web di per sé va velocissimo, anche se non raggiunge la simultaneità, il suo effetto sulla coscienza è quasi uguale. Il web viene “percepito” come simultaneo, riproducendo la forma dello “spirito (Geist)”, anche se non lo è totalmente.
Può essere d’aiuto a restaurare la Rete del Pensiero Puro, ricollegando i frammenti spezzati e tra loro remoti. Il web non azzera completamente lo spaziotempo, ma lo rende impercettibile.

Grazie al web potremmo recuperare la “spiritualità” del pensiero e sottrarre cosí anche il concetto di Mind alle neuroscienze positiviste del materialismo assoluto costruite tutte sul vizio capitale della modernità che ha creduto di rispondere alla crisi del monoteismo con un ateismo fondamentalista. Questo andava bene come paradigma negativo (cfr. Hegel) che va superato (Augehobene) in un completamento della rivoluzione scientifica (cfr. T. Kuhn) che l’occidente globalizzato esperisce.
Aspettando un paradigma “di sintesi” – personalmente, umilmente,- cerco nei paradigmi pre-romani elementi teoretici che possano essere d’aiuto alla scienza d’oggi a tirarsi fuori dall’abisso nel quale sta precipitando, grazie a una sorta di codino di Barone (cfr. Watzlawick). Paradossalmente andando a pescare nelle conoscenze perdute e le scienze dimenticate gli strumenti per darsi delle risposte salvifiche.
Per questo studio i saperi del Bronzo Antico, dichiarando la mia contingente finitezza nell’assunzione consapevole della geolocalizzazione della mia radice. Sono in Italia, su un’isola del Tirreno, nei suoi monti, all’interno. Da qui muovo le mie ricerche.

Imparare a pensare

Was heißt Denken?
(è un testo del 1968)

UNA SORTA DI REVIEW

Cosa significa pensare? Cosa chiama a pensare? Cosa richiama il pensare?
Il pensare come significato, azione indicata, segno fatto.
Il pensare come significante, che fa segno, indica l’azione.
Una voce da lontano che invita a pensare, una voce che non è la nostra. Essa invoca il pensare in noi. Una voce che ci invita a farci da parte per lasciarsi attraversare dal pensare.
Una voce inaudita, fatta di silenzio, è la voce del pensare stesso, che sentiamo dirci “lasciami passare”.
Rinunciare a se stessi in termini di interessi personali e mettersi al servizio del pensare meditativo. Abbandonare i ragionamenti da calcolatori e lasciare che a comandare la ragione e le nostre ragioni sia piuttosto una grande ragione che non ci appartiene, una ragione della quale non possiamo appropriarci, in quanto è essa a possedere noi. Non una logica alla quale obbedire, ma la madre di tutte le possibili logiche, e delle possibili matematiche e geometrie, che questo stesso pensare che ci precede, anteriore a ciascuna mente, inesauribilmente modella e di se stesso a piccole dosi ci pervade.
Senza calcoli nostri, pensare significa lasciarsi pensare, per un calcolo ed un fine che ignoriamo, ma che riconosciamo superiore in quanto anteriore e posteriore ad ogni nostra contingente ed effimera affermazione su di esso.
Pensare. Non da soli, come se ne fossimo i soggetti agenti e responsabili. Bensì pensare liberi, affrancati, asserviti per principio alle sinergetiche di un Logos che ci sovrasta. Ci anticipa. Ci sopravvive.
Pensare è divino, immortale.
Calcolare è animale (Zoòn), mortale, effimero.
In questo senso “soltanto una divinità (l’elemento divino) ci può salvare”.

Insulti alla Memoria

Un aneddoto sullo studioso “pazzo” Benveniste e le sue “folli” teorie sulla memoria dell’acqua.

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Solo chi ha un’anima la salverà.

Benveniste tenne una conferenza sulla sua ricerca all’Istituto Pasteur di Parigi. Durante il suo discorso, citò la teoria dei due fisici italiani che prevede che le molecole d’acqua possano organizzarsi in ‘domini coerenti’ contenenti milioni di molecole. Questa organizzazione di livello superiore delle molecole d’acqua potrebbe fornire la base fisica per la capacità apparente dell’acqua di “ricordare” il precedente contatto con altre molecole. Benveniste sembrava andare oltre ciò che il suo pubblico poteva sopportare quando menzionò nuovi esperimenti che suggerivano la possibilità di trasmettere informazioni chimiche senza alcun trasferimento delle molecole corrispondenti, esperimenti che gli costarono la messa al rogo, non come Giordano Bruno, ma un rogo mediatico. A quel punto ci fu uno sfogo da parte di uno degli scienziati. Più tardi, mi (Michel Schiff che parla) sono detto che quest’uomo era un nipote di Jean Perrin, il fisico francese che ebbe un ruolo strumentale all’inizio di questo secolo (XX) nel rendere la teoria atomica un ché di rispettabile in Francia. L’uomo credeva forse di dover difendere la memoria di suo nonno da un attacco contro la teoria atomica? Qualunque siano state le sue motivazioni, gridò:

tu sei pazzo e tu pensi che noi siamo scemi. Abbiamo già avuto gli n-raggi e i raggi mitogenici!”

Questo tipo di insulto viola uno dei più forti tabù scientifici, che è che, in linea di principio, tutti gli attacchi personali sono vietati tra gli accademici. Anche nelle loro dispute più violente, gli scienziati dovrebbero astenersi da tali attacchi personali e mi aspettavo che il pubblico reagisse a questa violazione dell’etichetta accademica. In realtà, non lo hanno fatto; probabilmente sono stati sollevati che qualcuno dicesse pubblicamente ciò che molti di loro pensavano privatamente. Conservando la sua compostezza, Benveniste rispose che era venuto a scambiare argomenti scientifici, non insulti. Aggiunse che la psichiatria era una specialità medica, e quindi informò il suo avversario che sarebbe potuto essere citato in giudizio per “pratica illegale di medicina”.

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(art. 1992, tr. it. A. Mazzei)