12 agosto. A Pompei scoperto il tesoro di un artista delle pietre che furono preziose.

Una serie di piccoli capolavori colorati. Una bigiotteria- diremmo oggi. E sbaglieremmo a chiamarla cosí. L’artista lavora pietre preziose, molte delle quali oggi non sono più preziose, ma un paio di millenni fa dovevano esserlo eccome.

Sembrerebbe proprio una bottega artigianale, una residenza d’artista, quella che oggi il web ha dichiarato invece essere la collezione di amuleti di una strega.

Il solito facile accanimento contro i morti, i nostri morti. Non si fa attenzione all’anima. Il nostro produttore di pietre lavorate, uomo o donna che fosse, se poniamo il caso che fosse un artista, un commerciante, o tutte e due le cose, oggi è un’anima. Per come doveva vedere le cose ai suoi tempi, oggi è un’anima ricongiunta al grande circolo, molto più potente di quanto qualunque mago o fattucchiera possa esserlo stato in vita.

Sembra ahimé tremendamente diffuso il principio di non contraddittorietà. Un innocente chiama fattucchiera un grande artista della pietra, altri innocenti diffondono la parola. Alla fine questa storia della fattucchiera cancellerá per sempre dalla memoria l’artista, e la sua anima non avrá davvero più nulla da dirci. L’ultima cordicella che la teneva attaccata al suo vecchio pianeta la potremmo aver spezzata noi con un inconsapevole mancanza di rispetto.

Questa era la storia dell’artista delle pietre che furono preziose. Che solo il nostro rispetto e l’onore della sua memoria lo terrà lieve ancora in orbita centrata sulla terra. Su di noi.

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“Lieve, è Perdersi in fondo all’Immobile”

(G. L. D. Feat. MK)

Lo spirito di S. Lorenzo e l’arte della Memoria

Lo spirito di San Lorenzo e l’arte della memoria. #Plebem 10081553-2019
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Lo Spirito di San Lorenzo è arrivato. La rappresentazione di Riccardo e i ritratti dei convenuti come sacre icone a decine hanno decorato di luce le pareti della chiesa. Quei volti macchiati a sindone sui teli appesi ad asciugare evocavano d’inchiostro il sangue. Il sangue dei nostri antenati, di quelli deportati sui “barconi” a migliaia sulle coste dell’Africa, e lì venduti come schiavi. Il sangue dei nostri plurisnonni che fuggiti sulle vette dal Maolo al Giove, da lassù vedevano distrutta per sempre la loro identità, il loro campanile. E non ultimo il sangue delle radici, l’eone omerico-junghiano, la nostra anima liquida, memoria di acqua, aria, terra e fuoco.Crollato il campanile, sono venuti giù tutti assieme gli altri campanili. Nella magia di un tetto fantasma fatto di fili, Riccardo ci ha indicato il cielo stellato sopra le nostre teste, e invitato a percepire le tracce di quella copertura crollata in un restauro immaginifico.
Marcianesi, pucinchi e marinesi, fuor di campanile, in una dimensione simbolica, riuniti in un’unica comunità.Ecco la comunità della solidarietà e dell’accoglienza. Quella stessa che quel tragico 10 agosto 1553, accolse come compaesani gli sfollati “sallaurentini de Marcina”. Accolse i suoi uomini, le madri e i figli, gli anziani e i dieci preti, come fossero tutti della stessa razza, quella di questa terra senza confini, isola di profonde e remote connessioni, luogo di passaggio obbligato.Un messaggio dalla diocesi di Massa Marittima loda le pregevoli iniziative di memoria, onore e preghiera, che hanno segnato la Giornata di San Lorenzo de Marcina. Nello stesso messaggio la Diocesi si augura di riuscire a trovare ulteriori informazioni d’archivio e se possibile almeno il nome del pievano o di un altro membro di quella comunità scomparsa 466 anni or sono.La presenza del Sindaco fa ben sperare per il futuro della pieve, per la sua messa in valore, per il suo giusto posto nella storia e nelle guide. L’augurio è che il luogo venga tenuto sempre in condizioni dignitose per essere visitato e corredato di pannelli che raccontino a tutti della sua meravigliosa storia. E che l’anno prossimo, vi si realizzino altri eventi, anche in altre giornate, magari con la presenza dei sindaci di Grassera, Latrani, Luceri, Montemarciale, San Biagio e San Benedetto di Pedemonte, Giove; simbolicamente riuniti qui a quello di San Lorenzo de Marcina, ad onorare la memoria di quelle parrocchie e quelle comunità, che rase al suolo 5 secoli fa, continueranno a vivere nella nostra memoria, come globuli del nostro sangue.

AITHALIA VS ALALIA (parte 2)

Le ceramiche del Museo di Marciana parlano chiaro. Attorno all’anno 1000 avanti Cristo una cultura commerciale ed artistica abita tanto le vette delle montagne elbane quanto la regione del fiume Po. Sí, certo, stiamo parlando proprio della cosiddetta cultura “villanoviana” in perfetto stile “Grotta di San Giovanni” a Bologna.

Non stiamo necessariamente parlando di un unico popolo, certo sappiamo che – genti egee e dei dintorni eurasiatici, pochi secoli prima bazzicarono tanto l’Arcipelago Toscano quanto le foci del Po; ma questo non implica che si definiscano tutti indistintamente “greci”.

Sulla parola “greco” bisognerebbe aprire una lunga parentesi. Qui ricorderemo soltanto che essa viene dal latino graecus che a sua volta viene dall’etrusco CREICE. E poi brevemente accenniamo al fatto che la lingua etrusca non può essere più giovane di quella greca classica. Piuttosto coeva, se non addirittura antecedente, – perlomeno in terra egea, – al cosiddetto miceneo o lineare b.

Questo indizio ci deve far prendere in considerazione due ipotesi:

Ipotesi di Libeccio.

L’ipotesi scherzosamente definita di Libeccio, prevede che i Liguri, e nel loro piccolo i Corsi, e nel loro ancora più piccolo gli Elbani (Ilvates?) si siano spostati in direzione NE.

Ipotesi di Grecale.

L’ipotesi prevede che i popoli del Po siano scesi verso SO.

Comunque siano andate le cose restano al momento inconfutate le tesi che i Castelli Patrizi di Procchio, San Martino e Volterraio (?) siano stati fondati o “migliorati” dopo il 540 a. C. a seguito di un parziale o totale spopolamento delle vette del massiccio del Capanne, del costone che attraversa Colle Reciso e di quello di Cima del Monte.

Gli Elbani e chi stava all’Elba probabilmente traslocarono dai 400 metri sopra il mare in zone dai 400 metri in giù.

La stessa “arcaica” necropoli di Poggio (sotto il Palazzo dove nacque Oreste del Buono) sembra attestare attraverso una coppa ionica B2-3 (recuperata da Adembri e studiata da Maggiani) il suo incipit nella stessa seconda metà del VI secolo a. C.

Non ci pare azzardato accostare questi elementi antropologici a quelli archeologici e studiarli con il confronto anche della letteratura classica.

Gli storici antichi parlano poco della Battaglia di Alalia. E quando ne parlano non descrivono i luoghi depredati o attaccati dai foceensi prima del 540 a. C. E neanche parlano in verità di un periodo di tempo, ma solo si soffermano sull’episodio dello scontro navale.

Ma non ci si scanna a quella maniera. I famosi sensi di colpa dei ceretani dopo Alalia divennero internazionali. Erano talmente affranti dall’aver trucidato tutta quella gente che i propri templi non bastarono a saziare la loro sete di perdono. Ci volle Delphi e chissà quanti doni, oltre a dei meeting di atletica annuali dedicati alla memoria di quei morti (nemici per un giorno).

Certo che se ci avvalessimo di un po’ di buona psicologia, potremmo facilmente capire che chi prova un senso di colpa collettivo cosí forte di certo non ha ucciso per divertimento. La provocazione deve essere stata altrettanto forte. Se non sapete già tutto di Alalia consigliamo di leggere Michel Gras, che in un delizioso saggio elenca tutte le citazioni di storici greci, copti, latini, tra i quali uno ricorda i comportamenti due volte violenti dei foceensi.

Prima, nel 600 a. C. circa, quando sbarcarono alle Bocche del Rodano e fondarono una città in mezzo ai fenici (che allontanarono, certo non con le buone maniere) e a celti, etruschi e liguri che in quelle zone commerciavano e su di esse avevano sancito un Patto Internazionale. Poi, l’altra fondazione, quella di Alalia, sul Canale di Corsica e d’Elba, proprio in faccia a Pianosa e Scoglio d’Africa, come a voler campare di facile pirateria attaccando navi e borghi.

Non vogliamo certo perdonare i ceretani per quelle nefandezze. Ma li perdoniamo per la cura con la quale hanno chiesto perdono e soprattutto conservato memoria e riservato onore, al loro nemico di sempre.

AITHALIA VS ALALIA (Parte 1)

La Battaglia di Alalia del 540aC circa, fu una sorta di guerra mondiale ante litteram. Forse il conflitto più sconvolgente per gli equilibri geopolitici di tutto il Mediterraneo.

Sappiamo che i (greci anatolici) foceensi dopo aver fondato una città colonia sulla costa orientale della Corsica, razziavano villaggi etruschi e fenici. Questo fece perdere il controllo del canale di Corsica e costrinse fenici ed etruschi alleati a una dichiarazione di guerra.

La “città del Giove”, – grosso insediamento che copriva la zona montana dell’Elba occidentale sin almeno dall’età del bronzo,- presenta agli archeologi una chiara decrescita demografica, se non addirittura un abbandono improvviso proprio verso la seconda metà del VI secolo.

Questa mia teoria, che racconto ai visitatori del museo, è ben più di un’ipotesi. Essa risulta corroborata dal discorso fatto di recente anche da veri archeologi, che hanno a grandi linee abbracciato questa tesi.

In questo periodo pare scoppiata ovunque la Alalia-mania. Oggi un articolo su un sito regionale molto interessante.

Capirete come ci si sente nel vedere una mappa che rappresenta il Mediterraneo dell’epoca, in un bell’articolo dal titolo “La Battaglia di Alalia”, dove l’Elba non è neanche disegnata.

Il ruolo dell’Elba deve essere stato fondamentale, sia per l’importantissima funzione di snodo stradale del mare tra nord e sud del mondo, sia per il ferro, che proprio allora conosceva il suo pieno splendore.

Anche a proposito del ferro, bisogna chiarire che il ferro dell’Elba veniva trasportato in mezzo mondo, e che forse furono Pythecusa (Ischia), Pyrgi, Gravisca, Vada (Cecina) e Pisa, le destinazioni più gettonate fino al V secolo.

L’Elba risulta chiaramente essere stata un territorio federale, certo non una provincia della sola Volterra o Populonia, come si è banalmente creduto in passato.

Le rotte ed il ferro non potevano essere un affare di una sola città. Se non proprio federale nell’insieme, l’isola era come è attestato popolata da nobiltà dal nord al sud dell’Etruria, i suoi legami con tutto il mondo etrusco (e greco e fenicio), dall’Etruria Padana a quella Campana e forse Narbonense*, sono evidenziati da ceramiche, iscrizioni e relitti, testimoni ininterrotti dall’epoca della distruzione di Hattusa, Ugarit, Micene e Troia, fino al tramonto del III secolo.

Cupeš da Castiglion di San Martino è un campano, si sospetta un’origine da Cuma, o forse da Ischia.

Le ceramiche delle vette del Capanne e di Colle Reciso sono protoetrusco padane.

Nei dintorni del Monte Giove reperti forse da Cerveteri e certamente da Vulci (pittore delle code intrecciate).

Il castello dei Corona e Spurinna, a Procchio, chiaramente tarquiniese.

La moneta volterrana, guarda caso dalla zona del Volterraio.

La famiglia dei Larth Petruš sepolti dietro Portus Longus (oggi Porto Azzurro e/o Marina di Capoliveri), provenienti da Belsedere, tra Murlo, Cortona e Perugia.

Un’isola fulcro delle rotte intercontinentali tra Asia, Africa ed Europa. Una fonte di ferro inesauribile. Il cuore nevralgico dell’Etruria Marina.

Gemella di Lemno, per forma geografica simile, per Efesto, per il soprannome di “Schioppettante e Fumosa”, per la centralità nelle navigazioni antiche.

Diamo il posto giusto alle cose. La storia non può essere scritta solo dove c’è ricchezza, potere e politica. Chi ama davvero la storia, ama la sua VERITÀ.

IL SUCCESSO VUOTO

L’IMPERO DEL NULLA

Cerchiamo il limite che separa la fantasia dalla realtà. Abbiamo zummato cosí tanto da “questo” lato che la fantasia si è ridotta ad universo anarchico. Vale tutto e il contrario di tutto. Leggiamo libri di fantasia, guardiamo film di fantasia, sembrerebbe piacerci davvero la fantasia.Ma non è cosí. Tutto questo mondo spazzatura di fiction scritte o in tv, studiate per fare quattrini e per distrarre la gente dalle cose importanti. Ecco il punto. Abbiamo ridotto la fantasia a una distrazione, la realtà materialista e utilitaria a sola cosa che conta.Ci hanno insegnato a distinguere il serio (materiale) dal faceto (fantastico). Ci siamo materializzati e allontanati dal mondo della fantasia.
Abbiamo perduto quel mondo senza materia, ridotto a una specie di sostanza psicotropa per la nostra distrazione. Perdendo quel mondo, abbiamo perso anche i mostri, i fantasmi, gli spiriti. Abbiamo rinunciato allo Spirito, perduto il senso del fantastico e del divino, come di cose che contano davvero. Cose importanti. Cose alle quali dedicarsi principalmente, ed usare il lavoro e il denaro solo come mezzi per arrivare a questo, piuttosto che l’attuale contrario.Senza spirito. Senza pensiero. Le nostre menti sono rimaste vuote. Le occupano indifferenziatamente i rifiuti prodotti dal “mainstream”. Il non pensiero Diffuso, dove “cosa fa un politico, l’ultimo modello di telefonino, la macchina più grossa” sono tutto quello che ci distrae da ciò che è davvero importante.È un mondo di calcolo utilitario (e stressante) che ogni tanto si concede una pausa nella quale non pensare a niente.Persino la cultura, gli antichi saperi, le filosofie orientali, oramai sono “mainstream”. Prodotti in vendita. Prodotti che non offrono l’illuminazione dello spirito, la paradisiaca dimensione del pensiero. No. Offrono svago, relax, distrazione, o peggio ancora, SUCCESSO.È il successo del vuoto.________________________
nella foto due immagini di affreschi dalle tombe etrusche di Sarteano – cortesia di amici fb

Omero tifava Troia

VΘVZE ARI AXLE

Uthuze ari Achle.

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Non sono un autore. Tutto quel che scrivo me lo dettano i Divini. È la loro storia. La Storia è la Loro.

Vi narrerò del più forte tra i nemici, il pel… …asgico ΑΧΙΛΛΈΑΣ che passò agli Achei dopo che perdemmo Larisa e del re dell’isola d’Ithaca, il grande ΟΔΥΣΣΈΩΣ, onore a lui e alla sua memoria. VΘVZE, lo chiamavamo nella nostra lingua quando era un TUΘΙNEŠ in terra pelasgica.

Sono venuto da ΠΎΡΓΟΣ dove mi occupavo di metalli che arrivavano dal ΛΙΜΉΝ ΑΙΘΑΛΙΔΕΣ ΑΡΓΟΟ. Sulla rotta

-ΑΙWAIA

-ΒΕΡΑΧΕΛΛΟΝ

-AIWATO.

Da ÆVÆA ad ÆÆTA.

Mi chiamo VΜΕR. Per la Grande Guerra mi sono trasferito a Ithaca, Cefallonia, che avevamo perdute nella guerra con gli Achei. Tentammo di spostarci poi a difendere Larisa ma era già troppo tardi e con quelli di Larisa che imbarcammo nella Pelasgiotide, puntammo la nostra Atene sempre amica nonostante i muri e le donne. Infine scegliemmo con quelli da Creta di cercare scampo a WILUSA e asserragliarci sperando che presto si sarebbe usciti da questa crisi. Speravamo che da NAUCRATI e da HATTUSA ricominciassero i carri e i cargo. Almeno il grano forse avrebbe fermato questa follia. Invece sappiamo com’è andata a finire…

VMER non è il mio vero nome, e neanche Omero o Homer, come si dirà tra trentadue secoli.

Dopo la distruzione di Troia ho vagato in cerca di pace con i soli due compagni che mi sostenevano nel deambulare. Data la mia cecità. Ho imparato il greco un po’ all’accademia di ΑΓΥΛΛΑ, Cerveteri. Lí si potevano prendere lezioni di questa lingua “moderna” per noi, che serviva molto nei commerci e nei viaggi.

Ero cieco da dieci anni. Anzi undici, se contiamo la durata della malattia. Avevo affinato di molto l’orecchio e la rapidità e precisione di dettatura al mio scriba. Che però, gli unici che si riusciva a trovare nella nostra lingua erano lontani, in altre città, in altre isole. Oramai tutti noi ΤΥΡΡΕΝΟΙ eravamo dispersi dalle nostre regioni sull’Egeo. Ma tornare in Italia era pericolosissimo. Viaggiare, per un cieco poi, impossibile.

Trovai un ottimo scriba che non conosceva il tirrenico, per cui portammo tutto in versi. Qualche parola in dorico, in attico, in ionico, quando non veniva la rima. Ci inventammo praticamente una nuova lingua che riuniva tutti i loro dialetti e che tutti loro capivano e potevano almeno cantare; e impararne le parole.

Non sono l’autore. Anch’io componevo sotto dettatura.

A farmi “scrivere” (dettando) furono i Divini.

Cantami o Diva…

La Crisi della Scienza nel Dominio della Tecnica (update 2019)

Forse ci troviamo nel bel mezzo di un paradigm shift epocale. Un modo di vedere le cose si sostituirà a quello che lo ha preceduto. Il sapere istituzionale si comporta come il surfista che corre dentro a un tubo. La cultura sa che c’è un dopo, ma non sa se uscirà dal tunnel in piedi sull’onda o se piuttosto non finirà ingoiata e sbattacchiata su e giù nei gorghi. Alcune discipline specialistiche uniscono le forze in un abbraccio interdisciplinare. Settori e metodi di studio nuovi ne emergono, dando vita a un nuovo gioco linguistico nel paronama scientifico, ancora troppo eterogeneo per essere individuato. Allora ogni scienziato avrà preso atto della contingenza delle proprie conoscenze e tutti quanti si ritroveranno in un’unica regione necessaria: quella del sapere che si sa da sempre. Questo in un certo senso è il grande salto tra un’epoca e l’altra, un periodo che – proprio come in un oggetto frattale – può essere un attimo, un giorno, un secolo, un millennio, a secondo del grado di risoluzione col quale ci predisponiamo ad osservare la realtà. Nella stessa geometria il grado di risoluzione cambia la realtà. Se noi infatti intendessimo misurare il perimetro costiero di un’isola, otterremmo misure diverse in base al grado di risoluzione che scegliamo. Prendiamo l’Elba. Si dice che le sue coste misurino 147km circa, ma se per misurarle ci avvalessimo di 100 chiodi e uno spago lunghissimo e li piantassimo alla desta costante distanza uno dall’altro forse otterremmo un valore più basso, mentre se usassimo un miliardo di chiodi ci servirebbe uno spago lungo migliaia di chilometri. Immaginate di voler essere ancora più precisi ed usare un righello microscopico per misurare tutto il contorno di ogni singola roccia, non vi si potrebbe certo accusare di non scientificità se con quel metodo otteneste una misura delle coste dell’Elba pari a miliardi di chilometri.

Se l’avessimo misurata 12000 anni fa, nel passaggio dall’olocene all’antropocene, avremmo forse incluso anche l’isola di Pianosa, in quanto il livello del mare era più basso di circa un centinaio di metri e le due isole ne formavano una sola. E l’elbano e il pianosino di allora avevano un’identità comune. Pianosa è una sorta di isola del tesoro paleontologico, geologico, archeologico che offre testimonianze straordinarie di culture che lì hanno lasciato tracce, a partire dall’epigravettiano attraverso i millenni. Ci sono labirinti lunghissimi sottoterra che formano una rete che copre tutta l’isola. Grotte, tombe, cunicoli, usati come abitazioni, cimiteri, cantine, da uomini della pietra, della ceramica, dei metalli. Luogo ideale per un inter-ateneo tra università anche straniere per studiare la meraviglia della storia dell’uomo e della natura.

Lo stesso schema lo si potrebbe applicare anche a tutti gli altri ambiti della ricerca, in quanto in ogni osservazione – più o meno consapevolmente – noi adottiamo un grado di risoluzione che condiziona ogni risultato. A questo fattore va poi aggiunta la componente neurolinguistica. Ovvero il fatto che chi cerca, per esempio, oro, abbia inevitabilmente più possibilità di trovare oro di quanto oro troverà chi invece sta cercando argento. La storia è stata scritta e riscritta tutta quanta in questo modo. Non esiste un metodo privo di gradi di risoluzione, privo di predispozione a una determinata scoperta, privo di categorie convenzionali che subito dopo l’uso iniziale assumono l’aspetto di schemi fossilizzati, pregiudizi in automatico. Detto questo, appare chiaro come certe scoperte invece di scatenare giubilo finiscono per essere prese come scocciature o imbarazzanti testimonianze. Una mezza “scocciatura” nel panorama della preistoria d’Italia per esempio la rappresentano le civiltà preromane, recluse in paragrafetti che i ragazzi a scuola quando li studiano non sottolineano nemmeno. Quanto poco sappiamo dei Sanniti, dei Sabini, dei Veneti e dei Reti. Quanti voltafaccia “storici” si sono consumati di fronte alla “imbarazzante” grandiosità della cultura nuragica. In micenologia si finge che il mondo tra il XVI e il XII secolo avanti Cristo, per un abitante di Creta o del Peloponneso fosse chiuso in un “Lago” Egeo, lo dimostrano la maggioranza delle geolocalizzazioni dei toponimi, nomi di luoghi che gli studiosi piazzano sempre su una piccola mappa nella comfort zone del geograficamente “greco”. Non ci stiamo affatto azzardando a dire che sbagliano. Vogliamo solo ricordare come abbiano assunto l’Egeo a “grado di risoluzione”; fatto che facilita il lavoro ma preclude altri orizzonti interpretativi. Ne emerge una storia in cui le civiltà sembrano emergere dal nulla e risprofondare nel nulla di un deserto culturale che le circonda. Anche la scienza ha le sue responsabilità, essa deve tirarsi fuori dall’ingolfatura causata da un’esasperazione del concetto di specializzazione e settore di competenza, aprire le porte ai visitatori, che tanto i soli segreti che le sono rimasti da custodire sono quelli legati ai diritti d’autore e ai premi di pubblicazione. Non sarà certo il coraggio di incrociarsi con altri saperi a mandare in rovina gli studiosi di ciascuna materia. La rovina, nella quale ha già messo un piede viene dal suo essere condizionata ed orientata da un principio che non ha niente di sacro né divino: i quattrini.

Un Piede nella Leggenda

Percorsi di mediazione tra Sapienza Antica e Scienza Moderna

Esiodo racconta che gli italici furono governati dai fratelli Agrio e Latino delle isole sacre. Essi abitavano le isole dei Liguri e avevano uno zio che era tornato a vivere e regnare nel Caucaso. Siamo agli inizi del II Millennio, parliamo di quattromila anni fa. L’epoca degli scheletri della tomba di Pianosa e di quelli nella grotta di San Giuseppe a Rio. Un archeologo faceva notare che nell’arcipelago toscano i rinaldoniani andrebbero chiamati forse ‘rinaldonoidi’, così come i liguri che giunti dalle isole fonarono Populonia e forse Falesia (Piombino), che non potendo non associare Ilva con Ilvates, prendiamo per buono che fosse il nome che gli italici davano agli elbani, mentre i micenei li chiamavano Aitarowe o Aidzalìdi. E che dire dei Pelasgi, un popolo che non trova posto nel paradigma dissacrante della storiografia contemporanea, che li relega alla “leggenda”. Eppure, sono nell’Iliade, a Creta, sui Dardanelli, in Tessaglia, nella Grecia continentale, forse a Larisa. E prima erano stati in Argolide, dove poi entrarono gli achei, ad Argo e Micene. E sono nell’Odissea secondo lo storico Jean Bérard. Le mostruosità e le divinità che costellano il viaggio di Ulisse non sarebbero che allegorie di questo popolo così spaventoso eppure così vicino al divino. I Pelasgi. Durante i lavori di realizzazione della allora strada forestale del Monte Perone, sul versante settentrionale, furono trovati dei cocci di vasi in ceramica che rimandano a quella stessa epoca. E ritrovamenti pre-etruschi ve ne sono in tutta l’isola sopra i 400 metri, e il loro stile è molto simile a quello delle zone del Po.E Ellanicodi Mitilene dell’isola di Lesbo (circa 430aC) afferma che prima di essere chiamati Etruschi i Tirreni erano chiamati Pelasgi, e quando si stabilirono in Italia, ricevettero questo nome. La sua versione è ripresa da Forone che aggiunge una genealogia: “Frastore era figlio del Re Pelasgo, e Menippe, la figlia di Peneio. Suo figlio era Amintore, il figlio di Amintore era Teutamìde e il figlio di Teutamìde era Nanade. Quando quest’ultimo fu re, i Pelasgi furono costretti a lasciare il loro paese dagli Elleni e, abbandonando le loro navi sul fiume di Spina nel Golfo Ionio, ovvero sul delta del Po, conquistarono la città di Kroton all’interno (tra Emilia, Romagna e Veneto); partendo da lì fondarono la nazione che ora è chiamata Etruria (scrive Dionigi Alicarnasso nelle Antichità Romane. Tra i borghi di Poggio e di Marciana sta il Crino delle Puntate e dei Casalini, secolare sacro confine tra Poggio e Marciana. Dalla finestra del Museo di Marciana attraverso le sbarre si vede il profilo occidentale di questo borgo incantato. Poggio. La sua vetta è segnata dalla chiesa di San Niccolò, poi San Defendente fuori le mura, nel mezzo, e alla stessa distanza scendendo c’è Palazzo della famiglia Del Buono. Oggi è diviso in appartamenti di diverse proprietà. Era un glorioso hotel 5 stelle dove passò le vacanze Greta Garbo. Già prima, durante la seconda guerra mondiale, a causa dei bombardamenti di Portoferraio vi fu allestito un ospedale per accogliere i feriti dalla città. E sempre in quelle stanze nel 1930 nacque Orestino. Era il nomignolo di Oreste del Buono, un grande intellettuale italiano, direttore di importanti quotidiani e fondatore della rivista Linus. Proprio in quel punto dove fu costruito il Palazzo, l’onorevole Pilade Del Buono nel 1898 scoprì delle tombe etrusche. Erano in corso i lavori di sbancamento per spianare la collinetta del Catro e porre la prima pietra per la costruzione del Palazzo di famiglia. E dopo che i Del Buono furono falliti, sul finire degli anni ’20, anche quei reperti etruschi finirono all’asta. Era ferragosto del 1931, a Firenze. Dove ancora oggi sono conservati i reperti scampati all’asta. Tra questi una coppa ionica del sesto secolo avanti Cristo che appartiene ai tempi in cui a Roma regnavano i Tarquini. Offre una datazione di Poggio precedente alla Repubblica Romana. La cosa non deve stupire, affatto. Forse ancora più antiche di Poggio sono Marciana, Sant’Ilario, San Piero e Rio. A Marciana sul retro del Museo Numismatico della Zecca scende una galleria scavata a picconate nel durissimo granito. Si dice siano stati asportati 80 metri cubi, pari a circa 200 tonnellate di roccia. Un’impresa senza pari, per cui solo una fede cieca nello scopo può far trovare le risorse necessarie – roba d’altri tempi. Sempre

Sempre Bérard:“È chiaro che la leggenda, lontana dall’essere pura finzione, ancora una volta si presenta come forma primitiva della storia”.

(5) (PDF) Il libro delle doti di Marciana nell’Elba (1575-1622)

https://www.researchgate.net/publication/321302693_Il_libro_delle_doti_di_Marciana_nell’Elba_1575-1622

Ringrazio Carlo e Patrizia che hanno fatto un gran lavoro per recuperare il LIBRO DELLE DOTI di Marciana.
Da questo si capiscono molte cose:
1) la conferma che i confini di Poggio andavano da Capo al Piano a Seccione, raccontati con particolari su vigne e nomi di proprietari
2) una robusta migrazione dalla Liguria nel 1600, e si scoprono squisitezze tipo che i Marchiani venivano da Camogli
3) il mio dubbio se i Mazzei fossero venuti intorno al 1550, per il fermento migratorio dalla Toscana a seguito della fondazione di Cosmopoli, oppure se avessero preso il patronimico al momento dell’obbligo di legge del cognome (dopo il concilio del 1564 per cui i parroci dovevano tenere il registro delle nascite) trasformando “figlio Di Matteo” in “Matthæi” forse, poi “Mazzei”. Vedrete che ci sono Caio, Giomo, Domenico, e altri Di Matteo fino al 1600 circa, poi spariscono e compaiono i Mazzei.

Buona lettura