Afroetruscan I.1

Se pensiamo ai rapporti genealogici degli etruschi con l’Africa, non possiamo che estrarre dal bandolo dell’intricata matassa (cfr. La questione delle origini) il filo che con una formula possiamo scrivere ETR<TYR<PEL<EGY

Gli etruschi non erano solo italiani. La letteratura classica è ricca di riferimenti a loro come TYRRHENOI (ΤΥΡΣΗΝΟΙ, pronuncia: TÜRS(HE)INI).

Quando i Greci parlano delle loro proprie origini descrivono immigrazioni di popoli dei loro avi, come i Dori, gli Ioni e molti altri. Riconoscono però nella loro terra i Pelasgi come popolo più antico.

Perché vi ho parlato dei Pelasgi? Perché i Greci riconoscono che 1) i Pelasgi sono il popolo più antico conosciuto IN Grecia e 2) gli Etruschi, tra tutti, sono i loro più puri e diretti discendenti.

Nel libro II delle Storie intitolato agli Egizi, Erodoto racconta una gustosissima storia che vede protagonisti gli stessi Egizi ed i Pelasgi.

Ve la riportiamo di seguito per la vostra gioia 🤗

§§§

52 1) Un tempo i Pelasgi, come io stesso so avendolo udito a Dodona, compivano tutti i sacrifici e invocavano gli dei senza usare un nome personale o un appellativo: ancora non conoscevano nulla del genere. Li chiamarono “dei” (Theòi) in quanto avevano stabilito thentesl’ordine dell’universo e quindi regolavano la ripartizione di ogni cosa. 2) Molto tempo dopo appresero i nomi di tutti gli altri dei, originari dell’Egitto, tranne quelli di Dioniso che appresero molto più tardi; dopo un certo tempo interrogarono l’oracolo di Dodona a proposito di tali nomi; l’oracolo di Dodona è considerato il più antico della Grecia intera e a quell’epoca era anche l’unico. 3) Dunque i Pelasgi chiesero a Dodona se dovevano accogliere le divinità provenienti da genti barbare e l’oracolo rispose di accoglierle pure. Da allora nei loro sacrifici adoperarono gli appellativi divini. Tale uso passò più tardi dai Pelasgi ai Greci.

53 1) Da chi sia nato ciascuno degli dei, oppure se siano sempre esistiti tutti e quale aspetto avessero, non era noto fino a poco tempo fa, fino a ieri, se così si può dire. 2) Io credo che Omero ed Esiodo siano più vecchi di me di 400 anni e non oltre: e furono proprio questi poeti a fissare per i Greci la teogonia, ad assegnare i nomi agli dei, a distribuire prerogative e attività, a dare chiare indicazioni sul loro aspetto; 3) i poeti che hanno fama di essere vissuti prima di loro io li credo invece posteriori. Di quanto qui sopra esposto, le prime informazioni provengono dalle sacerdotesse di Dodona, ciò che si riferisce a Omero e a Esiodo è opinione mia.

54 1) A proposito dei due oracoli, quello greco di Dodona e quello libico di Zeus Ammone, gli Egiziani narrano una storia. I sacerdoti di Zeus Tebano mi raccontarono di due donne, due sacerdotesse, rapite da Tebe ad opera di Fenici: una di loro, come avevano appreso più tardi, era stata venduta in Libia, l’altra in Grecia; a queste donne risalirebbe la fondazione degli oracoli esistenti fra i suddetti popoli. 2) Io domandai ai sacerdoti da dove attingessero notizie così precise sugli avvenimenti ed essi mi risposero che avevano cercato a lungo quelle donne senza riuscire a trovarle; solo più tardi, aggiunsero, avevano ottenuto su di loro le informazioni a me riferite.

55 1) Questo è quanto seppi dai sacerdoti di Tebe. La versione delle indovine di Dodona è differente: secondo loro due colombe nere volarono via da Tebe d’Egitto e giunsero l’una in Libia, l’altra a Dodona. 2) Quest’ultima, appollaiata su di una quercia, con voce umana avrebbe proclamato che si doveva fondare in quel luogo un oracolo di Zeus; la gente di Dodona, ritenendo di origine divina un simile annuncio, si comportò di conseguenza. 3) La colomba direttasi in Libia, narrano, avrebbe ordinato ai Libici di fondare l’oracolo di Ammone, che è anch’esso di Zeus. Questo mi raccontarono le sacerdotesse di Dodona, che si chiamavano Promenia, la più anziana, Timarete, la seconda, e Nicandre, la più giovane; e con la loro versione concordano anche gli altri abitanti di Dodona addetti al santuario. La mia opinione al riguardo è la seguente.

56 1) Se veramente i Fenici rapirono le sacerdotesse e le vendettero, l’una in Libia e la seconda in Grecia, io credo che quest’ultima fu venduta nel paese dei Tesproti, nell’attuale Grecia, che allora si chiamava Pelasgia; 2) lì visse come schiava, poi, sotto una quercia cresciuta spontaneamente, fondò un santuario di Zeus; era logico che lei, già sacerdotessa di Zeus a Tebe, volesse perpetuarne il ricordo anche là dov’era giunta. Più avanti, quando imparò la lingua greca, diede inizio alle attività dell’oracolo. 3) Fu lei a raccontare di una sua sorella venduta in Libia dagli stessi Fenici che avevano venduto lei.57 1) A mio avviso i Dodonesi hanno chiamato colombe le due donne perché erano barbare e perciò a loro sembravano emettere suoni simili al canto degli uccelli, 2) e aggiungono che la colomba prese a parlare con favella umana col passare del tempo, cioè quando la donna cominciò a esprimersi in maniera comprensibile: finché si serviva di un idioma barbaro sembrava a tutti che emettesse una specie di verso da uccello; come avrebbe potuto una colomba parlare con voce umana? Descrivendo poi la colomba come nera di colore, indicano che la donna proveniva dall’Egitto. Guarda caso l’arte mantica praticata a Tebe d’Egitto e quella praticata a Dodona sono assai simili fra loro. E anche la divinazione mediante l’esame delle vittime sacrificate proviene dall’Egitto.58 1) Gli Egiziani sono stati i primi al mondo a istituire feste collettive, processioni e cortei religiosi; i Greci hanno imparato da loro e ne abbiamo una prova: le solennità egiziane risultano celebrate da molto tempo, quelle greche hanno avuto inizio di recente.

59 1) Le feste collettive gli Egiziani non le celebrano una sola volta all’anno, ma in continuazione: la principale, e seguita con maggiore partecipazione, è dedicata ad Artemide, nella città di Bubasti; la seconda ha luogo a Busiride ed è dedicata a Iside; 2) in questa città, situata in Egitto nel bel mezzo del Delta, si trova un grandissimo santuario di Iside, la dea che in greco si chiama Demetra. 3) La terza festa è per Atena, nella città di Sais, la quarta a Eliopoli, per il dio Elio, la quinta a Buto in onore di Leto; la sesta è dedicata ad Ares e ha luogo nella città di Papremi.

69 after Before Present

LIBRO DI LINO DI ZAGABRIA, scoperto in Egitto, avvolgeva una donna dai capelli forse chiari, mummificata alla maniera egizia, seppur sotto i “greci” ptolomei. Scritto forse nella provincia di Siena verso la fine (300-250 aC).

Questo testo risulta databile intorno al 290-230 anche da test al radiocarbonio. A questo proposito vorrei lasciare un attimo da parte l’etruscologia e spendere due parole nude e crude sulla cosiddetta “scienza ufficiale” contemporanea. Vi racconto un piccolo aneddoto.

ENNE ANNI FA (ovvero: ma che c* vuol dire BP)

Se vi appassionaste di scienze dell’antichità vi trovereste spesso a che fare con una smisurata saggistica in lingua inglese. Voluminosi volumi e innumerevoli scholar papers (articoli scientifici/accademici), e negli studi sulle datazioni con varie innovative tecnologie (radiocarbon, dendrochronology, haplo-groups, e chi più ne ha più ne metta) vi troverete a che fare con un’assurdità allucinante che in italiano si tradurrebbe con “enne anni fa” e in inglese si scrive (numero di anni)BP, dove “BP” sta per Before Present.
Da questo acronimo si possono evincere due cose: la prima è che si chiamano scientifici dei testi che sono stati scritti senza un domani; la seconda è che un errore che diventa convenzione comunemente adottata si trascina con sé irrimediabilmente condannando all’effimero l’intero paradigma di tutta un’epoca.
Un assurdo errore sintomo di un’assoluta mancanza di basi logiche e matematiche per chiunque voglia pretendersi essere proprio uno “scienziato della misurazione del tempo”.
Per rimediare a questo irrimediabile sfondone cronometrologico, cosa si è pensato di fare quando ormai era troppo tardi?
Di fissare che il Presente si è fermato per la cronometrologia all’anno 1950dC. Così, se in uno studio del 1960, per esempio, c’è scritto 2000BP, e in uno studio sullo stesso soggetto ma compiuto nel 2020 c’è scritto 2000BP, entrambi significano 50aC. Questo vuol dire che se tra 1000 anni uno dovesse scrivere un testo scientifico sulla datazione di un reperto archeologico risalente al bombardamento americano del 1943 in cui andò distrutta buona parte dei reperti sumeri di un museo di Berlino, tra 1000 anni, nel 3019dC, scriverà che questo nefasto evento dovette accadere nell’anno 7BP, seven before present. Per fortuna nel frattempo la CICLICA CATASTROFE DELL’OBLIO ci avrà colpiti ancora una volta, e di tutta questa “carta straccia” magari non rimmarrà più nulla.

Chi siamo?

Jaspers pone le visioni del mondo dell’epoca assiale (Achsenzeit) come cardini tra due mondi, omette di riconoscere che la nascita di nuovi paradigmi di pensiero è da sempre il frutto di un dialogo rammemorante con un passato perduto. Omero è sintomatico di questo. Il primo testimone della tradizione scritta occidentale, nonché inventore della letteratura europea, racconta il passato con storie mitopoietiche, ingrandisce la portata degli eventi e la grandezza degli uomini che ne sono protagonisti, quindi Omero, nel suo rinascimento antico, assai probabilmente compie un’operazione di recupero, un rammemorare simile a quello che nel rinascimento moderno dovettero compiere artisti e pensatori. I pittori grotteschi che ripropongono affreschi simili a quelli visti sulle volte della Domus Aurea, i filosofi che ricercano il pensiero pitagorico, ecc.
Credo che dovremmo disporci alla storia come antidarwiniani, nel senso che ad ogni epoca segue un’altra epoca meno evoluta, come credevano gli stessi etruschi, i nuovi uomini sono peggiori dei loro avi, e quando li vedi proliferare quello è il segno evidente che la nostra civiltà è alla fine e una nuova la sta per rimpiazzare. Anche gli egizi pensavano che la storia dell’umanità andasse per cicli. Essi vedevano le connessioni planetarie ed astrali e vi abbinavano dei lassi di tempo alle leggi dei quali rispondeva anche lo sviluppo delle civiltà sulla terra. Si parla di megacicli di circa 22mila anni, a loro volta divisi in cicli più brevi. Gli etruschi ereditarono la stessa visione. Per loro c’erano cicli di circa 3600 anni suddivisi in sottocicli di circa 900 anni. Di se stessi riconoscevano non solo l’inizio (950-900 a.C.) ma anche la fine, sapendone la durata.
Vulcatius, un sapiente della etrusca disciplina, lo annuncia nel 44 a.C. pubblicamente. Dopo un’eclissi e l’omicidio di Cesare, rivela a tutti che si sta entrando nel decimo “secolo”, e l’aver rivelato questo sapere occulto gli costerà la vita. In effetti aveva ragione, di lì a poco la lingua etrusca scomparirà e gli etruschi diventeranno romani, è la fine di una scienza/religione che lascerà il posto ad un mondo schizoide, diviso per 2000 anni tra un positivismo tecnico e un sistema di credenze separati da un abisso e schiavi di un diffuso livellamento verso il basso degli stati di coscienza. Il riavvicinamento all’Oriente e agli Antichi non è un fenomeno solo dei nostri tempi, basti vedere Hegel e Schopenhauer, oppure Jung e Jaspers, per avere chiaro che molti intellettuali illuminati hanno colto già in passato l’impellenza necessaria di una conoscenza approfondita delle nostre radici.
La risposta a “da dove veniamo” è una terapia che risponde insieme al “dove andiamo”.

Racconto Breve (esercizio di letteratura filosofica)

CONVERSAZIONI SULLA MEMORIA DELLE MADEILEINES.

Altri avrebbero usato parole come frati, bomboloni, rimpianto, nostalgia.
Tu mi hai messo sul piatto una madeleine da patissier Arnac, mentre accanto alle sigarette stava un libro di Proust che non ho mai più letto, Du côté de chez Swann, o quello in italiano, Dalla parte di Swann, che ogni volta mi arrabbiavo un po’, quanto avrei voluto da grande fare il traduttore di titoli stranieri… Pensavo che sarebbe stato molto meglio tradurre con “Dalle parti di Swann” perché è un po’ questo in quella mia Provenza il senso di quello “chez”.

E anche se non ho mai letto la Ricerca del Tempo Perduto, in questi 40 anni in sottofondo la mia vita è stata scandita dalla portata di quel titolo.
C’è chi la chiamerebbe “peso semantico”, da buon positivista radicale ateo, ma questa è una categoria dalla quale mi sono sempre più messo a debita distanza.
In questo periodo cerco di frequentare gente coerentemente psicosomatici, che abbiano fatto la scoperta, dopo approfonditi studi del pensiero scientifico che l’agognato affrancamento dall’istanza deterministica ‘800 style ancora andava ulteriorizzato.
Portato un passo avanti, nel baratro dell’enantiodromia watzlawkiano-eraclitea del Barone di Münchhausen, dove il pensiero compie un’ Aufhebung totale, “un triplo carpiato con trampolino alto”, e lo spirito hegeliano si cappotta. Non il suo contrario, ma l’opposto di se stesso dianzi.

Il tempo perduto, cioè perduto non nel senso che avremmo potuto passarlo meglio, ma perduto nel senso di dimenticato.
Certe cose si dimenticano. Avrei detto prima del tonfo. Oggi invece sono convinto che nulla si possa dimenticare – cancellare dalla mente. Se si fa un analisi approfondita da una ditta specializzata si può farsi fare una copia e te la mandano per corriere su supporto di memoria solida, basta ricopiarsi tutti i dati recuperati.
Poi accade che il testo slitta, percuote la sintassi, si dissocia, si disintegra, ma lo fa per gioco, nella massima confidenza, come apertura, abbraccio, memoria, par cœur, dalle parti di Proust, senza mai averlo letto.

FINE CAPITOLO:

Buonanotte Tatzu, come ti scrivevo io in quel fine inverno del mille e novecentonovanta.

Angelo dell’Elba de Tempi

La Cultura scissa

La società sembra divisa in due fazioni. Da una parte quelli che lottano perché l’IGNORANZA abbia gli stessi diritti della CULTURA, dall’altra i paladini della CULTURA TOTALE, che vorrebbero che l’IGNORANZA sparisse con tutti i suoi seguaci.

Fino a qui tutto chiaro.

Ma la cultura è per sua natura sempre scissa in sé. Al suo interno vi sono infatti le differenze. Cultura è la differenza per antonomasia.

Sotto un certo aspetto essa è divisa in due tra la fazione di quelli che in coerenza amano la DIFFERENZA a prescindere, da una parte, e quelli che odiano l’IGNORANZA (in palese contraddizione col fatto che – in quanto colti – dovrebbero amare sempre la DIFFERENZA; chiamiamo questo fenomeno il Paradosso del Buonista.

Un’altra importante divisione che passa grandemente inosservata è tra quelli che credono nella CULTURA prima di tutto, e quelli che la sfruttano per la loro priorità: POTERE/DENARO.

Questi ultimi sono difficili da distinguere, in quanto agli occhi di tutti sono i paladini istituzionali della cultura. Ma tra essi si celano talvolta quelli che in nome del proprio tornaconto sarebbero disposti a sostenere che Napoleone è rimasto all’Elba o che Populonia era una delle Dodici città-stato.

Essi, essendo mossi da tal principio, studiano, ricercano, spesso rubano idee altrui, per una lauta ricompensa.

Il loro premio può presentarsi in varie forme: intascare fior di quattrini per un finanziamento pubblico delle loro edizioni; prendere contributi da privati per privilegiare ricerche pseudoscientifiche orientate a valorizzare un prodotto commerciale; imbuonirsi altri politici e potenti che li convochino ogni volta che c’è da mettersi in bella vista o arraffare denaro; ecc.

In Italia, nello specifico, la CULTURA è da 70 anni politicizzata in modo da essere un’esclusiva di forze sedicenti di sinistra. Forse proprio queste divisioni interne alla CULTURA, tra buonisti paradossali vs b. coerenti, tra studiosi appassionati vs s. avidi, ha fatto sì che la cosiddetta sinistra non abbia mai trovato l’unità necessaria per muovere la cultura in questo paese.

Così l’Italia è sprofondata nell’INCOLTO, un marasma di PURI IGNORANTI, COLTI CONTRADDITTORI e COLTI PROSTITUENTISI.

Buon risveglio Patria ❤️

Scholar Companion

breve introduzione a un (‘companion’ in inglese) manuale/guida/compendio/criptografico deontologico/istruzioni per l’uso/normativa/statuto/ecc – del Futuro Ricercatore. Una sorta di Salvatore Aranzulla specifico per gli “scienziati”.

Innanzitutto, le nuove tecnologie offrono delle possibilità boomerang. Le loro offerte sono gratuite, ma non si può scegliere di non accettarle. Lo studioso, non solo può, ma deve sfruttarne tutte le risorse a lui possibili, e formarsi continuamente per migliorare le proprie capacità di esplorazione del numerico. Egli deve avidamente impossessarsi delle conoscenze telematiche. Deve essere, oltre che un esperto nel proprio campo anche un esperto nella scienza telematica.

Non propriamente la IT, information technology, ma una vera teleologia superfilosofica. Corredare di un vocabolario adeguato le immagini informi del grado di consapevolezza col quale egli stesso naviga.
Non navigare a vista ma mappare le coordinate per tracciare rotti convenienti da seguire.

Deve inoltre sciacquarsi in Arno di ogni barlume di spirito aziendale. Non pensare mai ai guadagni contingenti ma mettere al primo posto la verità necessaria della cosa.

Come primo test da superare, chi ambisce ad essere o diventare uno scienziato, deve capire un testo come questo. Questa stessa breve introduzione al “manuale” di futura pubblicazione al quale si collega.

Capire
TANTI DIALETTI

La lingua italiana esiste come qualcosa di omogeneo? Prima di continuare a leggere oltre andate su Treccani e leggete la voce “omogeneo”. Lasciate aperta la pagina Treccani e paragonate le voci con i testi corrispondenti ad “omogeneo” in Wiki, Academia.edu, Researchgate, Googlescholar. Poi cercatelo su google abbinandogli di volta in volta i termini “etimo”, “biologia”, “teoria dei sistemi”, “filosofia”, e altri che riteniate opportuni a fornire risultati eterogenei. Ripetete la stessa operazione oltre all’italiano, almeno in inglese, francese, tedesco, spagnolo, latino e greco antico. Preparatevi ad essere bravi abbastanza da saper cercare in ebraico, arabo, cinese, e nei testi antichissimi in etrusco, nei geroglifici, nei cuneiformi.

Egizi ed Etruschi

Egizi ed Etruschi. Due popoli molto più vicini di quanto si pensi. Quando ci insegnano la storia a scuola ci sembra che gli egizi e gli etruschi fossero geograficamente e cronologicamente a una distanza incolmabile. Sembra che fino all’arrivo dei re greci d’Egitto e degli imperatori romani quel mondo non fosse in contatto coi nostri avi “occidentali”.
Niente di più falso. I re dei mari – gli etruschi come li chiamavano i greci – andavano e venivano dall’Egitto. Prove? La più classica sono gli scarabei trovati soprattutto a Vulci. Ma indizi tanti. La rete commerciale che andava dalle zone dell’avorio nell’Africa centrale fino alla odierna Gran Bretagna dello stagno per il bronzo (cfr. “the submerged forest paleosols of Cornwall” di C. N. French), fino ai fiumi del mar Baltico dove si raccoglieva l’ambra. Gli etruschi si erano ben dislocati con la centralità della penisola italica, le colonie o città emporio attestate, sulle coste della Linguadoca, in Corsica e Sardegna, nel mar Egeo e sui Dardanelli (via dell’oro dalla Georgia).
Inoltre, in epoche in cui noi moderni non chiamiamo etruschi quei popoli che si muovevano nelle stesse regioni, c’è una vasta letteratura antica sui Tirreni, che i greci collocano non tra i “barbari tout-court” ma tra i discendenti dei pelasgi che, a dire degli stessi greci classici, erano uno dei popoli più antichi di quelli che abitavano la Grecia e l’Egeo. Omero, e altri tra i primi testimoni “scritti”, li collocano in varie zone della Grecia, fino almeno a Dodona, dove si trovava il primo tempio oracolare del “nostro mondo”, un tempio che era un bosco di querce sacre, legato a Zeus, – a dire di Omero, Zeus prima di essere dio dei greci era stato dio dei pelasgi – tempio “fondato” sull’influenza egizia, come racconta il mito della colomba arrivata in volo da laggiù.
Per non parlare della storia pre-ellenica ed -etrusca. Ai tempi già prima dei “grandi viaggi” degli argonauti, secondo i testi egizi dell’epoca, esistevano nell’area mediterranea popoli dai nomi etimologicamente interpretabili come T*R*SH e P*L*SH*T, ovvero tursha/teresh e paleshit/peleshet, che oltre ad una assonanza con Türse(noi) e Pelas(goi), rivestono un ruolo importante anche nella geopolitica dal XIV al XII secolo avanti Cristo. In quell’epoca di crisi gli egizi dovettero tenere a bada queste genti devastate dalla fame, lo facevano con i loro inesauribili granai, come attestano anche scambi epistolari intercorsi tra le diplomazie egizie e ittite. Ma la disperazione portò questi popoli a confederarsi per attaccare militarmente i grandi poli economici di quei tempi. Così dichiararono guerra ad Egitto e Impero Ittita. L’Egitto respinse gli attacchi, Wilusa (Ilo, Troia) cedette, e più in là l’Impero Ittita finì per sgretolarsi.
Per il mondo occidentale si aprì uno scenario medievale e un paio di secoli di vero buio.
Da questo buio emersero i fenici, gli etruschi e i “greci”, ovvero gli elleni (greci colonizzati dai dori).
E come non ricordare la sontuosa tomba a sepoltura egizia dell’illustre T*R*SH chiamato AN*N?
Una sepoltura antecedente la Grande Guerra. E mille anni dopo invece altrettanto singolare la sepoltura sempre in Egitto di una signora (pare fosse adirrittura bionda) mummificata con le pagine di lino di un libro etrusco.
Insomma una lunga affascinante storia davvero.
Io ve la racconto così al volo su Facebook, ma potete trovare i documenti necessari ad approfondire e vedrete che non c’è niente di campato in aria.

Angelo Mazzei