La Castagna di Poggio

I castagneti di Poggio e Marciana hanno una lunga vita e una storia antica. Di certo il loro grande impianto è da collegare al XVI secolo, con il Rinascimento Elbano.

In quel periodo, a seguito dell’intervento dei Medici, l’isola d’Elba poté finalmente rialzare la testa dopo due secoli bui. Grazie anche alle castagne dei castagneti piantati dai fiorentini, gli elbani uscirono da sette generazioni di miseria, malattia e violenza.

Eppure vivono ancora oggi alberi molto più vecchi. Uno dal tronco più largo di due metri di diametro si trova a ridosso delle Mura della Fortezza Pisana, dalle dimensioni ci azzardiamo a scommettere che deve avere tra i seicento e i mille anni di età. Apparterebbe dunque all’epoca pisana, nel periodo compreso circa tra il 1000 e il 1400.

L’ultima domenica d’ottobre anche quest’anno a Poggio c’è la Castagnata, una festa antica, abbandonata e poi ripresa da una quarantina d’anni grazie ai ragazzi e alle ragazze del Circolo Amici di Poggio.

Potrebbe trovarsi interessante leggere un breve estratto dallo studio di Pintor (Pisa, fine ‘800) sui documenti che riguardano l’Elba provenienti dagli archivi della Repubblica Marinara di Pisa. Ve lo riproponiamo:

~~~

Ma il malessere economico doveva sembrare tanto più grave là dove, come nell’isola d’Elba, la straordinaria ricchezza del suolo ed il fiorire di una industria molto proficua avrebbero dovuto riflettersi in una relativa agiatezza degli abitanti, che contribuivano con la loro opera, del resto compensata, a renderla più vantaggiosa. Anzi, gli isolani di queste benemerenze avevano coscienza e le richiamavano in proprio favore; ma non sempre forse le riconosceva e le compensava adeguatamente la repubblica. Anche gli abitanti di Castiglione della Pescaja, dove essa esercitava un’altra industria ugualmente produttiva, quella del sale, nel 1332 si lamentavano di essere stati costretti, per adempiere i loro obblighi verso l’amministrazione pisana, a vendere persino i corredi delle loro spose, cioè i letti, i materassi, gli stessi ornamenti muliebri e per evitare il pericolo di una nuova esosa imposta, che li avrebbe obbligati ad abbandonare la loro terra (la minaccia era, come si vede sempre la medesima), si dichiaravano pronti a prestare la loro opera nella ricostruzione delle mura del paese, che le piogge torrenziali avevano distrutto, lasciando cosl il territorio affatto aperto ai nemici. […] per l’isola d’Elba i tesori racchiusi nel suolo ridondavano in gran parte a vantaggio del comune di Pisa, e, fra i privati, dei negozianti che al commercio minerario attendevano con molto profitto. Sugli abitanti, impiegati per la maggior parte nei lavori di scavazione del ferro ricadevano i mali non lievi derivanti dalla sterilità del suolo, dalla malsanità dell’aria, dalle pubbliche gravezze e dai frèquenti assalti dei nemici. Il suolo di natura essenzialmente granitica e calcarea, non poteva certo essere fertile: gli abitanti del castello di Montemarciale, sempre a fine di ottenere più larghe concessioni, facevano notare agli Anziani come in tutta l’isola fosse l’unica fortezza abitata e come, nonostante le concessioni, non si trovasse nessuno che vi si volesse stabilire se non vi fosse costretto da qualche ragione, tanto era infelice il paese per il clima e per il suolo. E nel 1377, gli abitanti di Poggio e Marciana chiedevano parimenti certe esenzioni, facendo notare come vivessero in luogo silvestre e sterile. Malgrado queste sfavorevoli condizioni naturali, una parte degli isolani attendeva all’agricoltura, mentre gli altri, (ed erano i più numerosi) erano dediti alla lavorazione del ferro e solo pochi, almeno per quanto è dato dedurre dai documenti, esercitavano, come sarebbe da aspettarsi, professioni marinaresche. Quanto ai lavori agricoli, gli abitanti di Capoliveri nel 1359 si scusavano di non poter esercitare la sorveglianza necessaria sugli sbanditi esistenti nel territorio del comune, adducendo le occupazioni campestri; le sole che fornissero ad essi i mezzi di sussistenza: et homines ipsius terre sunt laborantes ac etiam pauperes et egentes et tamquam laborantes terre vadunt ad laborandum vineas et alia rusticana servitia faciendum et multotiens quidem nullus remanet in dicta terra.

Ad ogni modo i prodotti del suolo e per la quantità e per i generi di cultura, non sopperivano ai bisogni della popolazione, che del resto, come vedremo, era assai scarsa. Perciò fu una delle maggiori cure dell’amministrazione pisana il provvedere perchè gli abitanti dell’isola, e specialmente quei cittadini di Pisa che vi risiedevano per ragioni d’ufficio, non mancassero del necessario. In quest’intento gli Anziani adottarono nei diversi tempi disposizioni pure diverse: infatti o incaricarono i propri ufficiali e specialmente il doganiere, di vendere ad un prezzo determinato, tanto ai soldati di guarnigione nel l’isola quanto ai privati, il grano che essi stessi, od altri impiegati appositi, importavano dal continente, o ne lasciarono l’iniziativa ai privati, direttamente interessati nella lavorazione delle miniere o fattisi provveditori a scopo di lucro, o finalmente, riconoscevano ai comuni il diritto di provvedersi del grano medesimo per gli abitanti e a questi singolarmente per le loro famiglie. Male più grave della sterilità del suolo e della conseguente mancanza di viveri era l’insalubrità dell’aria, cui è certamente da attribuire, almeno in parte, la scarsezza della popolazione dell’isola durante il sec. XIV. Una prova di non buone condizioni climatiche, s’ha da trovare nelle continue licenze che il governo della repubblica doveva concedere, per ragioni di malattia, ai suoi impiegati; i quali mostravano forse anche una certa riluttanza ad andarvi. Il soggiorno nell’isola non riusciva gradito nemmeno ai confinati, che, secondo una consuetudine molto antica, la quale offrì materia alla tradizione, vi eran mandati dal comune di Pisa. Uno di questi, nel 1331, giustificava la sua supplica di ottenere una più mite destinazione, facendo osservare agli Anziani che, infermo da lungo tempo di febbri, nell’isola mancava di medico e de aliis necessariis ad medicinas, e, per questa ragione, impetrava di essere trasferito, anche con certe restrizioni, a Firenze. Queste deplorevoli condizioni sanitarie si aggravarono per la pestilenza che v’infierí nel 1348 e che ebbe conseguenze assai gravi anche sullo stato economico dell’isola. Il primo documento in ordine di tempo, che ce ne serbi memoria è dell’anno 1350: con esso i fabbricherii, che, come vedremo, attendevano alla trasformazione e alla lavorazione del minerale greggio, si scusavano di aver mancato negli ultimi due anni agli impegni contratti per essere autorizzati a esercitare quell’industria, appunto a cagione della pestilenza, che, determinando una grande mortalità fra i lavoranti, aveva costretto ad interrompere i lavori. Essi si riferivano dunque al 1349 ed alla famosa peste che afflisse in quell’anno l’Italia e di cui ci lasciarono lugubre ricordo il Villani, il Petrarca ed il Boccaccio. Il terribile contagio, che è tradizione diminuisse di ben due volte la popolazione di Pisa, si propagò con violenza, come in tutta la Toscana, anche nell’Elba e, colla morte, vi portò la miseria, di cui i pochi abitanti superstiti mai più si rialzarono. Già vedemmo come, nello stesso anno 1348, i comunisti di Rio e Grassula, forse con una esagerazione giustificata dalla circostanza, scrivessero agli Anziani che per la pestilenza, quasi tutti eran morti: ancora cinque anni dopo si sentivano gli effetti del gran dissesto economico che la peste vi aveva arrecato, e gli stessi comuni esponevano l’ impossibilità di soddisfare i loro obblighi verso Pisa, perchè, propter mortalitatem patitam, si era verificata una gran diminuzione nei lavoranti ed eran cresciute naturalmente le pretese dei pochi superstiti. Ma non basta: dopo altri otto anni (ne eran passati tredici, dàcchè la malattia vi aveva infierito),se ne deploravano ancora le conseguenze in certi Ordinamenti mandati in vigore nel 1361, i quali anzi offrono a questo riguardo un’importante notizia: la popolazione dell’isola, che prima del contagio era di 1500 anime, era allora ridotta a sole 500. Questi dati volgono a dare un’idea della violenza del morbo, da cui anche l’ordine pubblico fu turbato. Quando dunque gli amministratori dei comuni elbani si lagnavano delle soverchie pretese dei lavoranti, non adducevano una speciosa scusa per riuscire nel loro intento. Anzi, queste pretesa avevano avuto delle manifestazioni rumorose per parte degli operai delle miniere, non alieni, per quanto ci è dato comprendere, dagli scioperi in massa. Infatti essi, che nel 1319, per un piccolo ritardo intervenuto nella distribuzione delle paghe, avevano interrotto i lavori, nel 1350, poco dopo la pestilenza, erano venuti ad aperta ribellione e si erano rifiutati di estrarre il minerale: Cavatores ipsius vene nullo modo intendunt de ea cavare et quando doanerius dicit cavatoribus diete vene quod intendant ad cavandum de ea, inde derident. I Savii, ai quali il priore degli Anziani riferiva questi fatti, ben lontani dal consigliare la violenza, additavano, come più opportuni ed efficaci, i mezzi conciliativi e proponevano di chiamare i migliori tra i lavoranti a Pisa e di sentire le loro ragioni, prima di prendere qualunque provvedimento. Come si vede, le disposizioni del governo non erano sfavorevoli ai reclamanti. Del resto, anche nel 1362 gli Anziani colla deliberazione che abbiamo ricordato in principio, riconoscevano essi stessi lo stato economico non molto lieto dei comuni dell’isola, derivandolo da un raffronto molto eloquente tra il numero degli abitanti di ciascuno di essi ed i pubblici oneri loro, rispettivamente assegnati: pesi veramente molto gravi e sproporzionati alla popolazione assai scarsa.

~~~

Questo testo è stato copiato dal dattiloscritto disponibile online sulla preziosissima biblioteca “wikielba” di mucchioselvaggio.org

Seguono foto della Castagnata di dieci anni fa.

______________

tutte le foto sono state prese in prestito dal sito mucchioselvaggio.org

Dominio e Sottomissione

Tutta quanta l’accozzaglia di rappresentazioni e di concetti che abbiamo avuto finora, LE CATENE DEL MONDO, si sono inabissate e disciolte come le immagini dei sogni al risveglio

[Hegel, 1806]

LA CONGESTIONE

I nostri buoni vecchi sani princípi… Come zombie escono da sottoterra e con faccia di bimbo ci rivelano chi siamo. Chi siamo sempre stati.
Ma cosa succede quando i loro spiriti si aggirano come dèmoni fatti di venti sibilanti e nebbie oscure?
È la congestione.
Non abbiamo metabolizzato la negazione dei nostri buoni sani vecchi princípi; essi ancor giacciono indistintamente tra loro e dalla terra sepolti.
Il mio buon vecchio sano professore di Storia della Filosofia, già autore di decine di testi corposi, sforna oggi un altro lavoro. C’è da scommettere che sarà un ennesimo capolavoro.
Lui è Remo Bodei, shardana pisano d’adozione, il libro parla della “Technik” parafrasando Heidegger. Di come le macchine prendano il posto dell’uomo e ciò nonostante l’uomo non sfugga alla servitù dialettica dei suoi hegeliani padroni.
Già quando Hegel stava scrivendo la Fen. d. Spir. ci si trova in un’epoca in cui un mondo si dissolve per dar vita a un altro, o quantomeno, questa è la percezione che ne hanno gli intellettuali particolarmente illuminati, come lo era su tutti Hegel.
Il mondo a venire (avvenire) non è mai ancora venuto, ma sempre un fantasma che non prende corpo e il cui nome, Domani, se diventa Oggi ne fa un Presente.
La percezione del mondo è sempre quella di un “informità ontologica”, mai completamente formato, ma nel di cui processo si colgono i segni premonitori di qualcosa che ancora non è. E invece la MACCHINA sta lí, astuta, come un virgiliano Mezenzio, Essa è sempre presente, sempre più presente, sempre più il Presente antiteista – strafottendosene dell’ “a venire”, del “mondo che ancora non è”, del mondo che non è, dell’ “aldilà”, della divinità. Non le serve nemmeno più la Divinazione, in quanto essa è un Oggi talmente diffuso da coprire ogni prospettiva e debordare dal proprio orizzonte. Essa non ha né Ieri né Domani.

Scrive Bodei altrove a proposito di Hegel:
“[…] alla conclusione del suo corso di storia della filosofia all’università di Jena, il 18 settembre 1806, Hegel disse ai suoi studenti:
<Tutta quanta l’accozzaglia di rappresentazioni e di concetti che abbiamo avuto finora, LE CATENE DEL MONDO, si sono inabissate e disciolte come le immagini dei sogni al risveglio>. “

Machiavelli su Tito Livio

[…] (nel far qualunque cosa) né Principe, né Repubblica, né Capitano, né Cittadino, che agli esempi degli antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca non tanto dalla debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il Mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto a molte provincie e città cristiane, quanto dal non avere vera cognizione delle istorie, per non trarne , leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in se. Donde nasce che infiniti, che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà delli accidenti che in esse si contengono senza pensare altrimente d’imitarle, giudicando la imitazione non solo difficile, ma impossibile; come se il cielo, il sole, gli elementi , gli uomini fossero variati di moto, di ordine e di potenza, da quello ch’egli erano anticamente. Volendo pertanto trarre gli uomini di questo errore, ho giudicato necessario scrivere sopra tutti quelli libri di Tito Livio che dalla malignità de’ tempi non ci sono stati interrotti, quello che io secondo le antiche e moderne cose giudicherò esser necessario per maggiore intelligenza d’essi, acciocché coloro che questi miei discorsi leggeranno possino trarne quella utilità, per la quale si debbe ricercare la cognizione della Istoria. E benché questa impresa sia difficile nondimeno aiutato da coloro che mi hanno, ad entrare sotto a questo peso, confortato, credo portarlo in modo che ad un altro resterà breve cammino a condurlo al luogo destinato.

______________________________

tratto dai:

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Volume 1

di Niccolo Machiavelli

Anno MDXXXI

GLI ETRUSCHI in un articolo di un noto quotidiano nazionale

Il noto quotidiano promuove una serie di allegati al giornale. In un articolo del 9 ottobre 2019 presenta l’episodio degli etruschi, curato da un notissimo romanziere-storico.

Le prime righe ci lasciano abbastanza esterrefatti, se il buon giorno si vede dal mattino…

Gli Etruschi sono tra noi. Nel patrimonio genetico di uomini, paesaggi e città. Nel dna di Roma stessa, città resa grande proprio dal contatto ravvicinato con una cultura a cui deve istituzioni, rituali, concetti come «popolo», desunto forse da poplu, schiera di uomini armati, e «persona», da phersu, termine usato per indicare la maschera teatrale. Una cultura misteriosa e indecifrabile, come la sua lingua, non indoeuropea e scritta da destra verso sinistra, ma che affascina per la sua vivacità e sofisticazione.

Buonasera!

Tutto il discorso sul patrimonio genetico lascia davvero il tempo che trova. I numerosi studi sono sempre stati fatti limitatamente a pochi resti ossei e condizionati dai presupposti di ciò che volevano trovare. La genetica è una scienza nuova, ricca di novità e trasformazioni continue. La bibliografia scientifica su “Etruscan Haplogroup” (nota 1) è copiosa. È stato detto tutto e il contrario di tutto: autoctoni, alloctoni, ecc.

La prima importante parola etrusca citata è in realtà un termine sabellico (osco-umbro), POPLU. Gli unici termini etruschi simili sono PUPHLUNA, PUPLANA, PUPLUNA, per la città, e PUPILIŠ, PUPLIES, PUPLIŠ, e loro derivazioni e casi. In etrusco non esiste il grafema per la lettera “O”, fatti salvi rari casi di parole d’importazione. Sarebbe stato più accettabile suggerire una derivazione di POPULUS da PUPLI, antroponimo etrusco, traducibile con Publio prenome maschile e Publia gentilizio. Tra l’altro il latino POPULUS significa anche “saccheggio”, mentre PUBLICUS sembra più vicino all’etrusco.

Una lingua scritta da destra a sinistra. Nulla di straordinario. Il greco stesso, fino al VI secolo si è scritto anche da destra a sinistra, o misto (bustrophedon). L’alfabeto derivava insieme a quello greco dal fenicio, che pure si scriveva da destra.

note

1. Kron, Geof (2013). “Fleshing out the demography of Etruria”. In Macintosh Turfa, Jean (ed.). The Etruscan World. London; New York: Routledge. pp. 56–78.

1799 di V. Mellini

Pag. 209-222

MELLINI 1799 I FRANCESI ALL’ELBA CAP. IX-X

Pag. 209

CAPITOLO IX – – Gli elbani e napoletani assediano Portoferraio. Trattative di resa abortite.

§1

Prima di raccontare gli avvenimenti che stanno per svolgersi sotto Portoferraio, è utile avere un’idea di questa piazza, che a quei tempi era ritenuta, e con ragione, per un formidabile arnese da guerra. La piazza di Portoferraio, opera dell’immortale Camerini, sorge sopra un monticello a doppio vertice che chiude, dal lato di settentrione, il porto. La sua maggior lunghezza è di circa 800 metri dal bastione di S.Giuseppe, al ridotto della Pentola e non oltrepassa nella massima larghezza i metri 550 dall’Arsenale della Tonnara, alla batteria di S. Fine. La sua circonferenza, presa alla scarpa delle mura, misura circa 3100 metri. Ha la forma di un poligono irregolare prolungato da levante a ponente, coi lati del centro molto vicini fra loro.

Pag. 210

Consta di tre forti principali che, spiegandosi a ventaglio, vanno decrescendo sino al livello del mare; e sono il Falcone, la Stella e la Torre del Martello. Il primo di questi constituisce il formidabile fronte di difesa dalla parte di terra e il secondo e il terzo quello dal lato del mare. Il forte, eretto sulla prominenza maggiore (alta m. 79 sul livello del mare), posta a settentrione del porto, chiamato il Falcone, forse dal nome antico che aveva il poggio, è formato da quattro recinti di batterie, concatenate e poste in comunicazione fra loro da spaziosi cammini coperti, facilissimi a chiudersi con materiale, che hanno per nucleo un maschio che resta nella cima più alta del colle. Questo è di figura quadrilatera con un lato bastionato. Ha la porta con albertesca e con cancellata esterna: casematte, cisterne e tutto l’occorrente necessario ad una lunga difesa. Il primo recinto, a mezzodì, è formato dal bastione del Cannone; a ponente da quello dell’ Imperatrice, e a tramontana da quello dell’Imperatore che sorge sopra rupi scoscese e inaccessibili. Il secondo comincia, a maestro, dall’angolo saliente del bastione dell’Imperatore e finisce, a mezzogiorno, col bastione del Veneziano. Sulla piattaforma poi di questo sorge un Cavaliere che batte per terra il terreno ondulato circostante al fronte di attacco, e per mare tutto il porto e le sue spiaggie. Il terzo recinto ha principio, a tramontana, dalla batteria e cavaliere di S. Fine, termina, a mezzogiorno, al bastione della Cornacchia superiore e comprende cinque bastioni che comunicano fra loro a mezzo di comodi cammini coperti. La batteria di S. Fine è coordinata a battere di fronte la spianata e la sponda del fosso del Ponticello, e di fianco, la campagna adiacente, ad impedire l’approdo di qualunque bastimento lungo tutta la spiaggia delle Ghiaje e a difendere l’approccio delle batterie delle Fornaci. Queste sono situate nel fosso secco di S. Fine, spazzano tutta la spianata e l’accesso del fosso del Ponticello, e incrociano i fuochi colla controguardia situata sotto il bastione della Cornacchia superiore, destinato a difendere la bocca della Darsena. Il quarto recinto finalmente ha principio sotto la batteria di S. Fine e termina al bastione del Cornacchina, destinato anch’esso alla difesa della Darsena. Questo recinto che chiude la Piazza dalla parte di terra, comprende il ridotto della Pentola, il forte del Ponticello e altre opere che difendono l’antica porta della città. Principali poi fra le opere che costituiscono il fronte di difesa dal lato del mare, sono il Forte Stella e quello della Linguella. Il primo sorge, a metri 48 sul livello del mare, sopra una collinetta a oriente del Falcone, ma più basso di esso e a greco del paese che ne è dominato. I suoi baloardi sono disposti a raggiera e comprendono in tutto cinque angoli irregolari, per lo che fu chiamato Stella. Dal lato del mare s’inalza sopra roccie asprissime e del tutto inaccessibili; da quello di terra il suo accesso è ditèso da cancellate, porte e contro porte; ed è distinto in tre sezioni, delle quali la prima comprende il Forte propriamente detto; la seconda il fianco destro che guarda le sortite dalla fortezza da cotesto lato; e la terza il fianco sinistro, che difende la cortina che conduce al bastione dei Molini. Il forte della Linguella è formato dalla solida Torre ottangolare detta del Martello, che può riguardarsi come il Cavaliere dei bastioni di S. Teresa e di S. Francesco che la fiancheggiano; il primo dei quali difende l’entrata della Darsena ed il secondo guarda il golfo da levante a libeccio: batteria molto interessante non solo per la sicurezza della Darsena, quanto ancora perchè ha un campo vastissimo nel defilamento del golfo. Esso per sirocco e per libeccio è bagnato dal mare del golfo, per maestro da quello della Darsena e per greco è diviso dal resto della Piazza da un largo e profondo fosso in cui s’insinuano le acque della darsena e sul quale sono gettati due ponti levatoi, che la pongono in comunicazione colla panchina della darsena stessa e col bastione superiore di S. Carlo.

Pag. 212

Questi tre forti sono collegati fra loro da altre opere di fortificazione. Così un cammino di ronda, il bastione radente e cortina dei Molini, riuniscono la costa di tramontana e congiungono la Stella al Falcone: i due bastioni di S. Giuseppe e di S. Carlo chiudono lo spazio fra la Stella e la Linguellla e difendono l’entrata del Porto e un cammino di ronda; e il ridotto di Porta a Mare e la freccia del Gallo, ricongiungono la Linguella al Cornacchina e difendono colla fucilata l’interno della darsena. Il bastione dei Molini domina l’imboccatura del golfo coi suoi fuochi d’infilata ed è uno dei punti più importanti della Piazza, ed il Radente che lo completa ha un estesissimo dominio sul mare, incrociando i suoi fuochi col bastione suddetto e col Forte Stella. Il bastione di S. Carlo, colla sua artiglieria, spazza tutta la Linguellla e guarda il porto e la sua imboccatura. È difeso a libeccio da un fosso largo e profondo che è, come ho già detto, inondato dalle acque della Darsena e sotto di esso, nella grossezza del muro, è praticata una porta con ponte levatojo, che pone in comunicazione il forte della Linguella coll’interno della Piazza; ai lati della quale sono due stanzoni a volta reale che al bisogno possono servire da caserme o da magazzini. Ma la chiave della difesa dal lato del mare, è il bastione di S.Giuseppe, spalleggiato alla sua sinistra da un solido cavaliere casamattato, che sporgendo il suo fianco sinistro verso il golfo, co’ suoi fuochi radenti e d’infilata, ne fulmina l’entratura. Detto bastione, con quello di S. Carlo e di S. Teresa, forma una tela impenetrabile di fuochi all’ingresso del golfo, coadiuvato dal Forte Stella, abbenchè troppo elevato, e dall’imponente bastione e radente dei Molini. Il Ridotto di Porta a Mare è poca cosa e la sua piattaforma, attesa la debolezza della volta che la sostiene, non può essere armata che da piccoli pezzi e perciò di poco o niuno effetto.

Pag. 213

La Freccia, finalmente, del Gallo, è formata da una muraglia bugnata, con merli per la moschetteria, e con panchina a comodo dei fucilieri. Avvi un corpo di guardia, con cancello che ne chiude l’ingresso, il quale è coperto da una piattaforma dal recinto merlato, alla estremità della quale si eleva un casotto su cui posa un Gallo di metallo dorato che dà nome al luogo; e sopra la volta della scala che mette alla piattaforma, è praticato un vacuo capace di due o tre barili di polvere pel servizio di due cannoncini di bronzo destinati a chiamare all’obbedienza i bastimenti ancorati in rada. Come ho già detto, due porte danno accesso alla piazza, una dal lato di mare e l’altra dal lato di terra; accesso reso difficile dal lato di terra dal fosso largo e profondo del Ponticello che fa della medesima una penisola. La posizione quindi di Portoferraio, sopra, un suolo aspro e scosceso, difesa da barriere insormontabili, irte di scogli, che ne vietavano l’accesso per due lati e circondata dal mare per il resto; era, in quei tempi, una delle più favoreggiate dalla natura per difendersi efficacemente da un nemico aggressore. Prescindendo dai difetti che detta Piazza presentava nel fronte di difesa tanto dal lato di terra, che da quello di mare, alcuni per natura dei luoghi e altri per difetto di arte, che qui non accade indicare; essa aveva lo svantaggio gravissimo di non cuoprire sufficientemente i caseggiati dell’intiera città che si stendono, ad anfiteatro, dal Forte Falcone al Forte Stella e, formando una gra- dinata, scendono sino alla Darsena; i quali se erano al co- perto delle palle nemiche dai lati di ponente e di tramontana, non lo erano egualmente da quelli di levante e di mezzogiorno: di mancare di acqua potabile di sorgente e di scarseggiare di cisterne per la popolazione; non che di essere circondata, alla distanza di meno di cinque chilometri, da poggi, vantaggiosamente situati, dai quali poteva essere battuta in breccia con cannoni di grosso calibro. Infatti molte opere di essa erano dominate dalle colline di S. Rocco (m. 45 sul livello del mare); di S. Giovanbatista (m. 59); 1 di Consumella (m. 72), e delle Grotte (m. 50): tutte poi lo erano da Monte Albero (m. 117), dalla Punta Pina (m. 90) e da quella della Falconaja (m. 118). Molte polveriere corredavano, a quel tempo, Portoferraio e le principali erano quelle poste sul pendìo orientale del Falcone. Eravi una sala da artifizii; un arsenale vastissimo; spaziosi quartieri e caserme alla Stella, al Falcone, alla Topa e sulla spianata del Ponticello, da alloggiare un tremila uomini; un ospedale; numerose cisterne, ad uso esclusivo del presidio e moltissimi magazzini per munizioni da guerra e da bocca. Centosessantuna bocche da fuoco in bronzo e in ferro; un numero proporzionato di proiettili pieni e vuoti; una quantità di spingarde e di moschetti di riserva; armi da punta e da taglio; molta pol- vere da guerra; cartuccie da fanteria cariche a palla e a pallettoni; scatole a mitraglia; spolette cariche per bombe; artifizi di diversa specie; nitri e solfi per fuochi di artifizio; piombo, ferro, cordami e sacchi a terra; arnesi da guastatori e da minatori; pietre fuocaje per fucili; affusti di corredo e ricambio; piattaforme per cannoni e mortari; legnami, carri-matti, meccanismi per montare e smontare pezzi; vetture diverse; macinelle a mano per la molitura dei cereali; ed altri utensili e minuti oggetti in gran copia, ne completavano l’armamento e il corredo. E questa era la Fortezza, resa formidabile dalla natura e dall’arte, guarnita da prodi soldatesche e abitata da animosi cittadini, che il De Gregorio si accingeva ad investire con pochi soldati, con poche artiglierie, con pochi guerriglieri e senza il soccorso di nessun bastimento da guerra. Quale audacia!

Page 215

§ 2. Ma il De Gregorio, reso animoso dai successi favorevoli sino allora ottenuti, non frappose indugio alcuno a mettere in esecuzione il piano di guerra contro Portoferraio stabilito dal Consiglio. Dietro suo ordine, nel giorno stesso (27 maggio), a cominciare il blocco dalla parte di terra, una quantità di elbani, protetti da un distaccamento di soldati napoletani, si portò nel territorio portoferraiese e dopo averne occupato le posizioni di maggior importanza; frale quali il Forte del Volterrajo, poco guardato dai francesi che venne preso senza resistenza, coll’ajuto e direzione di alcuni riesi; diedero mano a devastarlo da cima a fondo. E questo atto vandalico, se fu una sodisfazione dovuta ai capoliveresi e ai longonesi per i danni da essi sofferti, ai quali avevano preso larga parte i volontari portoferraiesi; fu per altro uno sbaglio gravissimo, e ne vedremo in seguito le conseguenze; giacchè i portoferraiesi, anche quelli avversi ai francesi e fedeli al governo granducale; vedendo, dalle loro finestre e dalle mura, andare a fuoco e a fiamma le loro proprietà, concepirono un odio mortale contro i devastatori, che li costrinse a gettarsi, più per istinto della propria conservazione che per simpatia, nelle braccia dei francesi, dai quali soltanto potevano essere ristorati o vendicati dei danni che pativano. Oltre di che, a impedire le comunicazioni della Piazza dal lato del mare, diè mano ad armare in guerra parecchi bastimenti elbani e li destinò ad incrociare nel canale di Piombino e nel golfo di Portoferraio, per toglierle ogni comunicazione col continente. Gli equipaggi erano scarsi? Ed egli li rinforzò con giovani presi a Longone e a Capoliveri; i magazzini di Longone non potevano fornire i viveri? Ed egli ordinò alle ciurme di pigliarli ovunque fosse lor capitato. Questi lupi di mare, messi in balìa di se stessi, non rispettarono, duole il dirlo, nè amici nè nemici e più che ad altri diedero la preferenza ai proprietari riesi, ai quali tolsero vino, bestiame e frutta dalle case e campagne che avevano in prossimità delle coste. Dopo di ciò, il De Gregorio, considerando che ristrette le operazioni militari al solo blocco, non era quasi sperabile di far cadere Portoferraio, divisò di bombardare la città all’oggetto di costringerne gli abitanti alla resa. Quindi, senza perder tempo, costrinse il caporale e sotto caporale e cinquanta operai della Miniera di Rio a trasportare, nella notte (28-29 maggio), artiglierie e munizioni alle Grotte, sito, designato dal consiglio di guerra per l’impianto di un fortino per battere di colà Portoferraio, che non distava da quella piazza più di 1250, metri. Costruitavi, sotto la direzione degli uffiziali d’artiglieria, una bene intesa batteria; venne armata subito di due grossi cannoni da assedio e di quattro mortari e munita di palle, bombe, polvere e altri aggeggi militari, valendosi di tutte le bestie da soma dei riesi. Gli elbani frattanto scorrazzavano da padroni nel piano di Portoferraio e la loro audacia giunse a tale che si spinsero perfino sotto le opere avanzate di quella Piazza. Il Montserrat, sdegnato di tanta baldanza, mandò (28 maggio) a cacciarli 150 uomini, tra soldati e guardie nazionali, con un obusiere. Dopo alcune ore di combattimento, questi, accerchiati da un fuoco continuo di moschetteria, furono costretti a rientrare in Portoferraio, non senza danno. Gli elbani ebbero un morto nella persona di un córso emi- grato, di cui s’ignorava il nome, e due feriti. Anche questo piccolo scacco contribuì ad accrescere il malessere della cittadinanza; già abbastanza allarmata dai preparativi di bombardamento dei napoletani e dalla difficoltà di comunicare colle campagne circostanti, infestate alle scorrerie degli insorti; temendo tutti e specialmente la plebaglia e il contadiname rifugiato in città, se risparmiati dai proiettili nemici, di morire di fame. La municipalità (29 maggio), a calmare la classe degli abbienti, fè spargere che era imminente l’arrivo di un buon nerbo di truppe francesi; e a provvedere alla sussistenza di quella povera, ordinò il restauro di tutte le macinelle a mano, che si trovavano in città; invitò i contadini e i braccianti a impiegarsi nella macinazione del grano per conto del comune, offrendo loro la mercede di L. 4, a sacco; esortò i macchiaiuoli a portarsi lungo la costiera, cioè ai Pisciatoi e ai Màngani, a provvedere le legna per i forni e per i cittadini, promettendo di farli scortare da un numero sufficiente di soldati; e invitò il Montserrat, trovandosi il forno comunale sprovvisto di farine, a fare dispensare al presidio biscotto, anzichè pane. Fortuna volle che in quel giorno avesse luogo la prima mattanza de’ tonni, che riuscì abbondantissima; e ne potessero essere distribuite al pubblico libbre 5000, al mite prezzo di L. 6.8, la libbra.

§ 3

Il De Gregorio, preparato il tutto per l’attacco, mandò (29 maggio), prima di cominciare il fuoco, due parlamentari a Portoferraio, incaricati l’uno di presentare al comandante francese l’intimazione per la resa immediata della Piazza, e l’altro di consegnare alla municipalità una lettera, colla quale esortava i portoferraiesi a rendersi al re delle Due Sicilie. Il Montserrat ricusò nettamente, in modo scortese per non dire villano, la resa, con una lettera nella quale diceva non essere solito di trattare negozi di guerra e resa di piazze con forzati, caprai o zappaterra; e della quale fu portata copia, nel giorno dopo, al governatore Sardi dal capo anziano di Marciana, reduce dal campo, ad eccitare di più l’odio di quella popolazione contro i francesi. La municipalità, disse al parlamentario che avrebbe risposto a suo tempo. Il De Gregorio, deluso nella concepita speranza di avere subito e senza colpo ferire Portoferraio, cominciò nella notte, (29-30 maggio) verso le ore 11, a bombardarlo furiosamente. I cittadini sorpresi nelle prime ore del sonno dal grandinare delle palle e dallo scoppio dei proiettili nemici, uscirono esterrefatti e frettolosi dalle loro abitazioni e cercarono uno scampo nei sotterranei e nelle casematte. Il bombardamento continuò così, senza interruzione, sino al mattino: e sarebbe durato ancora, se la municipalità non avesse deliberato di mandare dei parlamentari agli assedianti.

§ 4

Essa adunatasi, sotto la presidenza del Lambardi, nelle prime ore del giorno, si affrettò a rispondere (30 maggio) al De Gregorio in modo risentito e poco conveniente al caso, che il di lui invito a rendersi al re delle Due Sicilie, non poteva essere accettato dai portoferraiesi, perchè non erano mai stati sudditi di quel re: che essi, invasa Toscana dai francesi, avevano dovuto riceverli per non riescire ribelli al proprio principe che nel lasciarli ordinò di accettare quel governo che riserbava loro la divina provvidenza: che gli elbani, che egli asseriva di governare, erano piombati sulle campagne dei portoferraiesi, le devastavano e le incendiavano, non con altro diritto o altra legge che quella dell’assassinio: che egli dicesse chi, del popolo portoferraiese si era armato, chi aveva devastato il territorio longonese e chi aveva preso parte ai fatti perpetrati dalle truppe francesi in Capoliveri: che egli, che nulla di tutto questo poteva rimproverare ai portoferraiesi, eppure osava batterne le mura, rovinarne le case e far prigioni coloro che, senza immischiarsi nelle cose di guerra, accudivano alle loro campagne: che se i francesi, facevano la guerra ai napoletani e agli elbani, non erano i portoferraiesi che la guerreggiavano; mentre il territorio invaso, le case coloniche bruciate, e le abitazioni rovinate dai proiettili appartenevano ad essi: che egli, se lo soffrisse pure in pace, violava il gius delle genti e calpestava il diritto della guerra, che non poteva in modo alcuno esercitare contro di essi: che se egli aveva il diritto di difendersi da chi l’offendeva; essi, per le ragioni esposte, non dovevano essere offesi da lui: e che rientrasse in se stesso, ritornasse ai principi di giustizia e richiamasse al dovere le sue genti che erano guidate soltanto dalla rapina; che così facendo, sarebbe stato certo di ritrovare nei portoferraiesi considerazione e rispetto. Questa risposta trapelata nel pubblico, commosse la cittadinanza. Quella parte di essa che aborriva il dominio straniero, conosciute le proposte della resa, non essendo disposta a subìre le conseguenze disastrose di un assedio ad utile esclusivo del partito giacobino, cominciò ad assembrarsi e a tumultuare dinanzi al palazzo municipale, chiedendo la resa immediata. La municipalità che non aveva ancora inviato, la lettera avventata già scritta, al De Gregorio; rientrata un poco in se stessa, glie ne scrisse un’altra in termini più sommessi e più ragionevoli, e manifestandogli con una ingenuità veramente preadamitica che una parte della popolazione era disposta a entrare in trattative per la resa, gli chiese, se aborriva dal sangue e voleva contribuire al benessere dell’ Isola, il tempo di sei giorni almeno per raccogliere la volontà generale. Dette lettere, non comprendiamo con quale avvedutezza, vennero spedite al Governatore di Longone a mezzo del municipalista capitano Pietro Traditi e dell’ufficiale fran- cese Rochette.

_______________________

[ questo brano è stato estratto dal libro di Vincenzo Mellini Ponçe de Léòn, DELLE MEMORIE STORICHE ELBANE, vol. 5, 1799 i Francesi all’Elba, fuori stampa]

Non DEL Tutto

Nichts von Allem
__________________

Heute wollte ich vom Nichts sprechen. Vom Nichts, das existiert und nicht existiert. Das uns retten kann vom schrecklichen Beliebigen. Vom verdammten Alles, das uns verfolgt. Das Alles, das uns aufspürt und findet. Das die Askese stört, von uns, die geflüchtet sind, auf die Inseln, in die Wälder, auf die Gipfel der heiligen Berge.

_____________________

Versione tedesca a cura di Annika Tepelmann

_______________________

VERSIONE ITALIANA:

Oggi volevo parlare del nulla. Di quella cosa non-cosa che esiste non-esiste, e che pure ci salva da questo orribile qualunque, qualsiasi, ovunque. Il maledetto tutto che ci insegue. Il tutto che ci trova, che ci scova. Il dannato tutto che turba la dimensione ascetica, di noi rifugiati sulle isole, nei boschi, in cima a sacre montagne.

_______________________

(A. M. D. P. 26.09.2019)

La Conchiglia e il Camaleonte

“[…] Durante la guardia di notte, certi cinici vecchi marinai vi si calano e raggomitolano dentro per farvi un sonnellino. Quando si è dietro a strofinarle, uno per marmitta, a fianco a fianco, molte comunicazioni confidenziali vengono scambiate al disopra degli orli di ferro. È anche un luogo per le profonde meditazioni matematiche. Fu nella marmitta di sinistra del «Pequod», mentre la steatite mi girava intorno solerte, che per la prima volta mi colpì il fatto notevole che, in geometria, tutti i corpi che scivolano giù per il cicloide, ad esempio la mia steatite, da qualunque punto discendano impiegano sempre lo stesso tempo.”

Cosí Melville descrive la raffineria della nave baleniera. Cosa c’entra con la geometria delle curve trascendentali? E cosa c’entra con la geometria in quanto trascendenza? E infine, cosa c’entrano la Conchiglia e il Camaleonte?

La morte.

La morte è quello spiacevole evento a causa del quale non si riesce a finire l’ultimo libro che stavamo leggendo.

Morire senza aver mai guardato il Trono di Spade, Amici di Maria de Filippi, o senza aver letto Moby Dick (a parte le poche righe di geometria sopra citate).

Cosí morí Leonard Zelig. Senza rinnegare la sua prima grande menzogna, quella raccontata al liceo ai compagni che parlavano di Moby Dick, che lui, che non lo aveva letto, dovette fingere, non solo di averlo letto eccome, ma che gli era pure piaciuto un sacco.

Questo capolavoro di Woody Allen è stato totalmente frainteso da tutti i critici cinematografici. Tutti vedono in questo film una lezione anticonformista. Ma non mi pare proprio che lo sia. Secondo me questa storia non parla di conformismo, ma di amore incondizionato.

Campeggiava sulle pareti del Dipartimento di Filosofia trent’anni or sono una strana poesia.

Titolo: Il gioco della verità. Verso unico: Io sono uguale a te.

Poco più sotto un altro foglio A4 riportava un testo di R. D. Laing che diceva:

“Stanno giocando a un gioco. Loro non sanno che stanno giocando a un gioco”.

“Loro” sono i compagni di liceo di Zelig. Il gioco al quale inconsapevolmente giocano è quello della verità. Leonard assume il gioco ad esistenza, come essenza di vita e unico filo conduttore. Il Self junghiano svanisce per trasformarsi in Absolute Other. L’Altro Assoluto.

Io sono uguale a te, il mio ego è il tuo. In termini marxisti si realizza una sorta di comunismo ontologico.

Paradossalmente però, Zelig non perde la sua identità in questo gioco dell’essere l’altro. Perché ne esce come un eroe. Il conformismo, ovvero la patologia che nel 2007 la psicologa Conchiglia definí in qualche modo come sindrome di Zelig, non c’entra con Zelig.

Zelig non è conformista. Primo perché lui non imita l’altro, lui è l’altro. Poi, perché il conformista seleziona pezzi da fare propri e ritagliarsi una propria definita microscopica ma salda identità; mentre Zelig è olistico, lui raccoglie democraticamente l’universo in sé, senza selezionare, senza scegliere. Non esclude, ma tutto include. Non c’è pregiudizio, che invece è uno dei vizi più evidenti nel conformismo.

Il Camaleonte della Conchiglia non trascende mai.

È una bestia dell’immanenza.

Il conformista impersonifica il materialismo, il suo spirito è azzerato. Zelig invece è pura trascendenza, egli diventa l’altro proprio come Zeus diventava altro. Lo diventava perché lo era già in potenza. Zelig è potenza assoluta.

In lui si nasconde il segreto dell’identità totale. Il punto in cui si raccoglie tutto il molteplice e si azzera la differenza.

L’Uno pitagorico, platonico.

Come il punto più basso di un emisferoide concavo dove tutto giunge tutto insieme senza distinguere da che parte venga e da quanto lontano.

Nello stesso tempo qui si azzera ogni distanza.

Curva Tautocrona
Cicloide (o sezione 2d di un emisferoide)
Costruzione di un cicloide

La Questione delle Slide

La Questione della Tecnica è un concetto assai complesso formulato dal filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976). Non è un’idea che possiamo risolvere con un bignamino, come si diceva ai miei tempi, o leggendo un piccolo saggio di Vattimo o Galimberti, che scrupolosamente ce la spiegano in poche ore. Per farvi capire che cosa intendesse H. con tecnica, cercherò qui di non spiegarvelo affatto, bensì, come mio solito metodologico, parlerò tenendo la questione in background.

Per non parlare della tecnica parlerò della memoria. La memoria può essere certamente anche squisitamente e completamente tecnica, come nel caso di un data storage, ma la memoria in origine è solo ed esclusivamente una funzione della psiche. Uso la parola psiche per sfuggire alla trappola di un’altra delicatissima millenaria questione, evitando di pronunciare qui la parola anima (soul) a discapito della parola mente (mind).

La rovina della memoria è la citazione. La citazione ha la stessa dinamica strutturale di un rigurgito. Nella citazione la sostanza riesce da dove è entrata, completamente trasfigurata, essa non si è lasciata acquisire. Quando la memoria non metabolizza la sostanza dell’ingerito finisce per espellerla integralmente, ma deturpata dalla propria contaminazione. La citazione non conserva la forma originaria del suo detto, risulta sempre un masticaticcio commisto ai succhi gastrici di chi la fa.

Ovviamente, c’è citazione e citazione. La differenza si può riassumere in maniera esemplare distinguendo le citazioni a pappagallo dalle citazioni par cœur – a mente, col cuore. Le prime sono quelle memorizzate con l’ausilio di una tecnica, le seconde invece sono quelle acquisite con tutto lo spirito del loro mondo originario. Sarebbe interessante aprire una parentesi sugli akousmata e i mathemata nella didattica pitagorica, ma questo lo lasciamo per dopo.

Nel Fedro di Platone, il Faraone fa notare a Thoth (Theutes), che la scrittura da lui appena inventata provocherà l’effetto collaterale di minare le capacità mnemoniche di chi ne farà uso. È facile capire che potendo prendere appunti non si è più costretti a far lavorare quella facoltà della psiche che chiamiamo memoria. Forse questo è accaduto davvero, parallelamente ai vantaggi che indubitabilmente la scrittura ha portato, non da ultimo attraverso l’ultima rivoluzione telematica (digitale).

Per i docenti e conferenzieri di ogni tempo è stato possibile raddoppiare l’efficacia della parola avvalendosi di una lavagna e un semplice gessetto. Oggi questo supporto è stato quasi del tutto soppiantato dalle slide e i proiettori. L’impressione però è che non ci sia alcuna consapevolezza degli effetti che queste tecnologie hanno sui relatori e sul loro pubblico. Innanzitutto la luce ipnotizza catturando tutta l’attenzione.

Chi parla non deve sforzarsi un granché per ripetere un discorso spesso imparato a pappagallo e comunque preconfezionato e indirizzato indipendentemente da ogni interazione col pubblico. Poi, la voce, la luce naturale, l’incrocio degli sguardi, sono tutti aspetti che escono avviliti dal loro passare quasi in secondo piano rispetto alla slide, la vera protagonista. Il relatore non fa più un discorso principale, ma le sue parole diventano pure e semplici didascalie a delle immagini ammalianti. Tutto questo per estremo, nel peggiore dei casi, sia chiaro.

Tutto questo per dire a tutti i relatori dei risultati delle loro ricerche, che: bisogna prendere coscienza delle slide, usarle e non farsi usare, rimanere protagonisti, con la voce, la psiche e la sua umana memoria, sempre al centro, sopra ogni slide. Altrimenti si finisce come uno spot pubblicitario invitava a non fare, riassunti da una triste sentenza: stupefattori con effetti speciali.

Socrate, citazione in inglese, free use, da slideshare.net

Mappa Ittiti con tutte le info

La pagina dei monumenti Ittiti è un progetto di biblioteca digitale creato appositamente per fornire informazioni visive su monumenti ed iscrizioni degli Ittiti, il primo Stato Maggiore stabilito in Anatolia ed i regni Ittiti tardi, che sono la continuazione di questa cultura.

I monumenti e le iscrizioni elencati sono suddivisi in due gruppi, appartenenti ai periodi Ittiti e Ittiti tardi. Siete pregati di tenere presente che ci possono essere ancora dei siti mancanti sulla lista, e ci può essere una mancanza di informazioni e immagini su alcune pagine. Non esitate a presentare eventuali commenti e informazioni a Tayfun Bilgin (tayfun@bilgin.com)

https://www.hittitemonuments.com/index.htm