Sulla complessità della risposta

L’illusione dell’io disegna una rete sociale di linee rette che collegano puntini. Ad ogni fatto corrisponde un soggetto. Si mistifica la prima persona singolare, la si carica di responsabilità dirette che la trasfigurano in una maschera di colpa.

Detto questo è facile nella rivoluzione gnostica della visione del mondo assumere che quella trama era riduzionismo di comodo con lo scopo d’imbrigliare una realtà più cruda e complessa dove il caos delle sue dinamiche finisce per affrancare ciascuno non solo dalla colpevolezza ma persino dalla consistenza di una qualche soggettività.

La cancellazione dell’artificio della responsabilità diretta si rivela un altrettanto totalitario rendiconto finale che chiude ogni prospettiva di differenza in quanto non fa che ribaltare il peccato originale con lo scagionamento sistematico perseverando in un paradigma comunque senza differenze.

Probabilmente il contratto sociale e il sistema delle leggi per quanto fallaci e biforcuti continuano ad avere ragion d’essere proprio perché soli garantiscono la possibilità di distinguere. Nella distinzione si innesca il motore della dialettica, si mette la cera e si toglie la cera, è in gioco il bianco col nero, il bene col male.

Su più livelli deve muoversi il pensiero. Paradigmi anche opposti e contraddittori debbono applicarsi con on/off accendendosi a turno nel pragmatismo dell’evenienza. In questa contingenza dei saperi multistrato la necessità del loro metaparadigma ad intermittenza. Bisogna essere capaci di pensare tutto e il contrario di tutto, aspettarsi l’inatteso.

Alla Madre dei Futuri Presenti.

Ciao Madre. Ti sorprende che io ti scriva, lo so. Non ci sono scuse per la mia antipatia. Non pretendo che tu voglia perdonarmi neanche se ti avessi confessato che la mia cattiveria con te è stata solo un goffo e coatto tentativo di mettere in atto una presuntuosa terapia idrolitica.

Chi mai sono io per dare lezioni di vita a te, Madre?

Cos’altro sono se non una triste collezione d’errori e perseveranza?

Oggi è per dirti Madre, che quello che hai fatto non ha niente di banale per me, come forse potresti credere. Hai fatto una cosa divina – tu hai dato alla luce, tu demiurga.

Oggi è per dirti grazie. Grazie per aver dato l’essere al futuro. Seppur collaterale, l’evento odierno è simbolico per tutta l’umanità di una salus (salvezza/salute) dal e del Presente.

Grazie Dea.

L’Amore è senza puntini.

Forse la verità ci sfugge solo perché la cerchiamo nei modi e nei posti sbagliati. Si vede bene da come la invochiamo, dalle domande sempre infarcite di totem e tabù. Appare chiaro, sempre più chiaro. Continuiamo a fare domande viziate dalla sintassi di un freno e un acceleratore. Senza misura l’autentico singhiozza e lascia col respiro corto. Mentiamo a noi stessi – non io o te, o un altro. Mentiamo tutti tutti. Non mentiamo su una cosa, non abbiamo un solo segreto. Noi siamo bugie di carne, menzogne ambulanti. Si badi bene: non sono bugie dalle quali liberarci, sono essenziali, costitutive del nostro essere. Noi mentiamo quindi siamo. Mentirum ergo sumus.

Eppure sentiamo l’amore degli altri, quella che Newton chiamava forza di gravità. La forza dei corpi, che non è volontà di potenza tout court, piuttosto, è trasporto all’abbraccio, esistere per potersi amare.

Tetraktys dembow

TETRAKTYS
 Los cuervos se ríen como mirlos y sus picos son lo único que vale oro. Se cierra como una rosa blanca en el húmedo otoño anémico de los meses sin nombre, Recoge con fuerza inadecuada para que su cuerpo no caiga en pétalos secos amarillentos por el viento. Esclavo de la trinidad desciende y disuelve lo que había trascendido y recogido. Se descompone y se rompe para recomponer y restaurar la forma. Ahora es una flor sin vida seca sobre la piedra itifálica rocosa por si acaso. Nueve veces la serpiente aniquila distancias acurrucadas sobre sí misma, Ahora la cola sube y la única vida que se mueve y se convierte en fenómeno en sus ojos permanece. Siervo de la trinidad rompe la cadena de la existencia efímera y se vuelve absolutamente libre. Cómo siembra juntos aquí y en otros lugares, antes y después, fuera de temporada, un centro disperso y un multiverso único. Once puertas indistintas todas entrada a un cuarto mundo, la otra del padre del hijo y del espíritu, el no dorado. La rosa metalúrgica es todo y nada, ahora aparece el vacío y la plenitud le da cabida, sin tiempo. Los cuervos se ríen como mirlos y sus picos son lo único que vale oro.
 (11.25.21)

Tecnica, Tecnologia, Digitale

METAFORE DEL DOMINIO

L’orologio degli organi mi butta giù dal letto alle quattro. Stranamente. Da qualche giorno ormai sono di nuovo vittima di sveglie fuori orario. Togliete il connotato negativo che risiede nei vostri presupposti. Leggete come virtù “vittima” e “fuori”, non come vizi, come attribuiti ai quali scampare e dai quali tenere lontano tutto ciò che si ama. La vittima in senso buono può essere quella della formula fare-la-vittima, dove la condizione è fonte di guadagno, oppure, essere l’attore protagonista di una serie di film con l’invito sceneggiato allo spettatore a parteggiare per lui – la vittima. Fuori orario; fuori dalla norma dell’ora alla quale ci si dovrebbe svegliare, fuori fuori, farest than border line, contro la norma, – che nel groviglio dei vostri pregiudizi acquisiti e convenuti si staglia come scheletro, struttura portante, essenza di ogni cosa dalla quale “vogliamo” stare lontani, lo spazio aperto della paura, la “nostra” entropia di libera identità. Qui invece, fuori orario fuori tempo, con il bizzarro fascino per la sregolatezza che ci salva dall’annegare di un’aquila che ci trae dalle acque infilzandoci nelle spalle i suoi artigli fino all’attaccatura delle unghie (negli anni venti si diceva invece inoculandoci). Fuori bene, fuori pericolo.

Immagina che tu sia dentro un vocabolario la cui copertina rigida ti vietasse l’accesso a un sacco di parole che ancora non conosci, ancora non ti appartengono. Funzione più o meno così essere-fuori di contro ad essere-dentro se stessi, essere-in sé, chiusi in un vocabolario. Di qui – dentro e fuor di metafora – la necessità di conoscere le lingue, fare conoscenza con le lingue.

Ora immagina che tra le tue parole ci sia “diavolo” – negli anni venti da cercare con Google o con Bing – ma non ci sia (ancora) “dio”. Quindi immagina che il tuo primo incontro con la parola “dio” avvenga per estensione in un discorso riguardo a (‘l) diavolo. A quel punto comparirà nell’appendice d’aggiornamento alla lettera D- la parola Dio, s. m. Nemico del Diavolo, che forse però è un angelo, o forse è proprio Zeus Iovis Tinia nella versione invernale (credo mi sia scappata una battuta di spirito: infernale). Zeus Üpsisto (ὔψιστος) il più lontano dalla relatività geocentripeta della sfera celeste.

(CONTINUA DOMANI)

ANTICHI TEATRI

È pazzesco che ancora ci sia gente che va a teatro.Un teatro moderno dove fanno commedie francesi e americane, oppure dove parlano napoletano, o fiorentino. E magari un teatro antico in tutti i sensi.
Ne ho in mente uno dove si danno tragedie greche e moderne ma tutte con ambientazione in epoca sempre prima di Cristo. Lo so a cosa stai pensando, proprio ora, a ridere e urlare: “E gli etruschi!?!”.
(minuto di silenzio)
Però, se trovassimo qualcuno disposto ad imbarcarsi in un progetto del genere, a lungo termine, potrei metterci oltre alle idee il teatro vero e proprio, una sala da 40/50 posti, a Poggio, che mi sembra anche essere il numero per mantenersi un pubblico di nicchia.
Mah. Te intanto pensaci e parlane, poi il tempo farà il resto. 

Agli amici archeologi

Cari amici, anche alla lontana, torno per l’ennesima volta sulle questione dei paradigmi. Capisco che ammiccare continuamente a Kuhn, ai suoi follower e ai suoi prequeler, non è sufficiente, e non sarà mai abbastanza, per quanto mi sgoli, non servirà a farvi sentire delle voci che viaggiano fuori dalla gamma per la quale le vostre orecchie sono tarate. Ma devo attirare la vostra attenzione e contaminare il margine della vostra portata epistemologica.

Vi chiedo di studiare Kuhn, capire che cosa significhi attraversare una “rivoluzione scientifica” nel 1963 circa. Poi capire la densità del concetto di Crisi delle Scienze come formulato da Husserl alla fine degli anni ’20 del ‘900.

In seguito potremmo trovare altri vocabolari. Teorie dei contesti, giochi linguistici wittgensteiniani, stili nietzscheani, forme di vita. Insomma grumi, addensamenti, comunità di asserviti per principio di hakeniana memoria…

Ve lo chiedo perché si colmino queste voragini che danno vita a dei punti ciechi nello sguardo d’insieme sul contenuto del mio messaggio, dell’individuazione in process del nucleo del mio pensiero.

Questo perché fin dal principio tutto questo non è che una grossa lettera indirizzata agli amici archeologi, anche alla lontana, e per conoscenza agli antichi e ai posteri.

Venturi non immemor aevi. Giusto?

Natale a settembre

È settembre ma è come fosse natale.

Il vento a folate che penetrano l’ossa e quasi ti ghiacciano dentro. Ma non solo. Certo sì anche quello. Ma sei persone in casa, forestieri della mia famiglia, che dormono sotto questo tetto, mi fa venire in mente la radice, vedere in faccia viva la mia nonna.

Come fosse natale a settembre.

Guardare il manto di Zeus ingiallire, le foglie cadere, i ricci ingrossare. Guardare i pomeriggi finire sempre prima. Sentire forte dentro un sussulto di vita, molto amore, molta vita piena. Mi fa pensare alla mia radice, a nonna, all’Elba.

Un rito di passaggio, un verbo fatto carne, una cometa in cielo, i desideri.

Stanze chiuse mesi riaperte all’uso. Bagni e docce ferme dall’agosto dell’anno scorso si rimettono a pisciare. Le acque della casa scorrono, come vene, nonostante il vento ghiaccio, a circolare per la vita. La casa vive.

Come fosse un natale in Provenza di qualche decennio fa, che smuove il mouse e clicca su quella vecchia cartella gialla della mia memoria, dove non solo sta il ricordo così com’è di tanti anni fa, ma il punto exe esecutivo di quella stessa giovane e fresca energia emotiva.

A settembre, come fosse natale.

Procchio (abstract)

Il verbo al presente indicativo è

PRÓCHIME (πρόκειμαι, prókeimai), che significa “disporsi prima”, “stare davanti”, “allungarsi di fronte”, come è il caso della Punta della Guardiola a Procchio, che si trova in questa accezione in

Polibio, Storie, libro 1, cap. 48, §3.οἱ προκείμενοι τῶν στοῶν πύργοιPolibio (I, 48, 2) Dove

PROCHÍMENI (προκείμενοι) è detto di un capo, o isola, ecc., che sta in bella vista.

Interessante, seppur senza valore scientifico, notare che al modo ottativo la seconda persona singolare è

PROCHÍO (προκοῖο, prokoîo), col significato di “stacci davanti”, “fai in modo di trovartici di fronte”, “che tu ci vada”, che fantasiosamente potrebbe orientare a pensare a un’indicazione per i naviganti sulla mappa.