ATTIANO E L’ELBA

Publius Acilius Attianus, il prefetto pretore amico e tutore di Adriano. 

Presso le cave di granito di Seccheto e Cavoli, nel comune di Campo all’isola d’Elba, furono rinvenuti cospicui e preziosi reperti attribuibili ad Attiano. Tra questi si ricorda un busto che lo raffigurava e una stele altare con la di lui dedica ad Ercole Santo. La presenza di Attiano all’Elba non era peró legata esclusivamente all’industria litica, si ha prova della sua importanza anche nella città romana di Portus Argo, l’odierna Portoferraio, dove fu trovato il bollo impresso col suo nome sui tubi di piombo dell’acquedotto sotterraneo. Purtroppo non ci è stato possibile individuare dove si trovino oggi il busto di Attiano e i tubi di piombo dell’acquedotto da lui fatto realizzare, mentre resta esposta al Museo Archeologico di Portoferraio la splendida ara dedicata ad Hercules Sancto. Mentre scriviamo, essendo il suddetto museo momentaneamente chiuso, si puó comunque godere di un’impeccabile copia nell’ingresso del municipio della stessa città. Ieri, su groviglio.news è uscito un articolo su “Elba Andalusa, Attiano e il relitto di Chiessi”, dove si paventava l’ipotesi che la nave trasportando anfore provenienti dalla Betica (Siviglia) dovesse avere qualcosa a che fare con la presenza di Attiano all’Elba.

Il legame di Attiano con Adriano non è conosciuto prima del loro artivo in Italia. Non si puó neanche dire con certezza che Attiano provenisse da Italica come Traiano e Adriano, in quanto sarebbe potuto anche essere stato un amico di famiglia conosciuto qui, magari grazie proprio al commercio di garum. 

Fu nell’autunno del 113 che, mentre l’Imperatore romano Adriano si preparava per una grande campagna militare in Oriente, Attiano sarebbe diventato una figura di notevole importanza alla sua corte e nella sua famiglia. Publius Acilius Attianus rimane una figura misteriosa e fu molto influente nell’Impero Romano. La sua biografia resta avvolta nell’ombra, ma il suo ruolo nell’ambiente dell’Imperatore Adriano è certamente stato fondamentale, e capirlo aiuterebbe anche a conoscere meglio l’epoca in questione.

Come detto, poco si sa delle origini di Attiano, sembra che provenisse da Italica, una colonia romana in Spagna, ma l’assenza di notizie sulla sua gioventù ed il suo legame viscerale con l’Elba lasciano aperte anche altre ipotesi. Ancor meno si conosce della sua carriera precedente, prima di diventare una figura prominente al servizio di Adriano. I reperti dell’isola d’Elba non sono in alcun modo databili, per cui non posdiamo neanche dire niente sul periodo da lui trascorso sull’isola, che potrebbe variare da una vita intera fino a pochi anni. La sua ascesa prepotente al potere appare legata a un evento cruciale nella vita di Adriano.

Nel 113, appunto, Adriano intraprese la Expeditio Parthica, una campagna militare nell’Oriente romano. Questo evento segnò l’inizio del suo regno, e Publius Acilius Attianus divenne una figura chiave in questo contesto. La Historia Augusta, una fonte storica controversa, registra gli amici di Adriano durante questa campagna, tra cui Attiano. La sua vicinanza all’Imperatore in questo periodo ebbe un impatto significativo sulla sua ascesa al potere.

La Historia Augusta menziona che Attiano era uno dei tutori di Adriano, un ruolo che probabilmente aveva svolto durante l’adolescenza dell’Imperatore. Questo legame personale e l’amicizia di lunga data con Adriano contribuirono alla sua crescente influenza e a conquistare la piena fiducia dell’Imperatore.

La sua carriera nella Guardia di Traiano, l’antica guardia imperiale romana, è poco conosciuta. Tuttavia, la sua posizione come uno dei prefetti pretori di Traiano è ben documentata. Nonostante la sua posizione di potere, Attiano non godette di una lunga permanenza nel regno successivo a quello di Adriano. 

Uno degli eventi più noti legati a Publius Acilius Attianus fu il suo coinvolgimento in una congiura di corte. Un affare misterioso noto come l’esecuzione dei quattro consolari. Questi quattro uomini di alto rango furono giustiziati con l’accusa di cospirazione contro Adriano. Una volta imperatore Adriano sostenne che questa decisione era stata presa contro la sua volontà e per uscirne pulito si fece ricadere la colpa su Attiano. Questo evento, avvenuto mentre Adriano era ancora assente dalla capitale, segnò un punto di rottura nella loro relazione.

Dopo l’affare dei quattro consolari giustiziati, la carriera di Attiano nell’amministrazione imperiale ebbe un crollo. Fu sostituito e sembra cge in seguito non abbia più raggiunto i vertici di potere. La sua destinazione finale e i dettagli della sua vita successiva rimangono oscuri, a parte il suo incarico come senatore, un meritato contentino e premio a una ricca e determinante carriera. 

ELBA ANDALUSA NEL 100 d. C.

Abbiamo parlato altrove in molte occasioni della residenza all’Elba di Publius Acilius Attianus, prefetto prettore e infine senatore romano, figura prominente nei destini dell’Impero e dei suoi protagonisti andalusi Traiano ed Adriano. Oggi parleremo di un’anfora da Chiessi.

Le Anfore Saentames di Chiessi Rielaborazione da scritti di Daniela Rossi e Michelangelo Zecchini

Nelle acque di Chiessi, a soli 500 metri dalla costa, giace il relitto di una nave oneraria scoperto nell’ottobre 1967. Grazie all’operato dei subacquei del circolo Teseo Tesei di Portoferraio e ai sequestri effettuati dalla Guardia di Finanza, è stato possibile recuperare una significativa parte del carico, preservando così un tesoro di inestimabile valore storico. Questo relitto rappresenta un affascinante viaggio dalla Betica, l’attuale regione dell’Andalusia in Spagna da dove provennero nella stessa epoca Traiano, Adriano e, soprattutto, Publio Acilio Attiano. Il relitto di Chiessi offre preziose informazioni sulla produzione e il commercio delle anfore di tipo Dressel 20 a marchio “SAENTAMES”.

Sono essenzialmente Michelangelo Zecchini, Gino Brambilla e Daniela Rossi, a fornirci queste informazioni. 

Il carico recuperato dal relitto di Chiessi era composto principalmente da anfore di produzione ispanica, appartenenti a quattro forme diverse: Pélichet 46, Beltrán II B, Dressel 20 e Vindonissa 583. La forma più comune tra queste era la Pélichet 46, conosciuta anche come Beltrán II A o Dressel 38/39. Queste anfore erano utilizzate per il trasporto di garum, un difgusissimo condimento a base di pesce, come confermato dalle abbondanti tracce di spine e vertebre di pesce rinvenute all’interno di alcune di esse.

Anfore dal relitto di Chiessi 90-130d.C. conservate al Deposito di Stato (De Laugier?)
Lamine di piombo decorate

Le anfore Beltrán II B erano simili nella struttura alle Pélichet 46 e venivano anch’esse impiegate per il trasporto di garum e salse simili. Queste anfore, prodotte con argilla omogenea variante dal beige-rosato al grigio-verdastro, conservavano all’interno tracce del rivestimento di resina.

Particolare interesse suscitano le anfore di forma Dressel 20, realizzate in un’argilla grigiastra e piuttosto friabile. Una di queste anfore presenta il bollo “SAENTAMES” su un’ansa, che collega questa produzione alla regione di Hispalis, nella Betica. Questo bollo è associato a un nome personale, probabilmente quello del commerciante, ma non è ancora chiara l’origine precisa del nome “Saentames”, anche se si puó presumere ad un produttore di origine etrusca, dato il nome Saenius. Ritrovamenti simili di anfore con bolli SAEN sono stati segnalati in varie parti dell’antico mondo romano, inclusi Roma, Provenza e lungo il corso del Rodano.

Le anfore Vindonissa 583, anche conosciute come Haltern 70 Camulodunum 185, rappresentano un altro gruppo interessante. Queste anfore presentano un’imboccatura con alto labbro svasato, un ventre ovoide con puntale separato dal corpo e anse a nastro ingrossato con solcatura longitudinale. L’argilla varia dal rosato al rossastro ed è relativamente fine. La produzione di questa forma è stata datata al I secolo d.C., ed è stata probabilmente associata alla Spagna meridionale, sebbene il contenuto preciso rimanga incerto, con ipotesi che suggeriscono garum, olio o olive.

Il relitto di Chiessi offre un affascinante scorcio sul mondo antico della Betica, evidenziando l’importanza del commercio delle anfore e delle loro preziose merci nell’Impero Romano. Le anfore Saentames sono testimonianze preziose di questa attività economica e commerciale, e la presenza del bollo “SAENTAMES” su un’ansa ci fornisce un legame diretto con la regione andalusa.

A bordo furono trovati anche frammenti di ceramica da mensa, uno dei quali riportante il bollo “MOM”.

Troppo spesso abbiamo una visione ristretta del mondo antico, ma questi reperti ci aprono la mente sulla complessità delle rotte commerciali e sulle relazioni tra le diverse regioni dell’Impero Romano e in tempi ad esso anteriori, dimostrando ancora una volta quanto sia ricco di storia e cultura il mare della nostra isola. 

L’anfora Dressel 20 con bollo SÆNTAMES è esposta fuori vetrina in Sala IV presso il Museo Archeologico di Marciana. 

Citrinitas – L’ALCHIMIA DEL SOLE – The Alchemy of the Sun

Citrinitas, anche nota come xantosi, è un termine coniato dagli alchimisti per indicare la “giallezza”. È una delle quattro fasi principali dell’opera alchemica, e letteralmente si riferisce alla “trasmutazione dell’argento in oro” o all’ “ingiallimento della coscienza lunare”. Nella filosofia alchemica, la citrinitas rappresentava l’alba della “luce solare” intrinseca nell’essere di una persona e che la riflessiva “luce lunare o animica” non era più necessaria. Le altre tre fasi alchemiche erano la nigredo (oscurità), l’albedo (bianchezza) e la rubedo (rossore).

La citrinitas o ingiallimento è la fase successiva all’albedo, una fase che molti autori dopo il XV secolo tendevano a sopprimere o a comprimere nell’ultima, la rubedo. Mentre l’albedo rappresentava la luna, o il femminile, la citrinitas si riferiva al sole, o al maschile. L’unione del maschile e del femminile (le cosiddette “nozze alchemiche”) era spesso un simbolo dell’Opera. Da questa unione nasceva la prole ermafrodita del Mercurio filosofico. Questa fase finale della rubedo era il culmine della Grande Opera. Si trattava della creazione della Pietra Filosofale sotto forma di una pietra rossa trasparente. Questa Pietra, spesso rappresentata come una Fenice, si supponeva perfezionasse qualsiasi cosa, dai metalli agli esseri umani, conferendo la longevità o addirittura l’immortalità.

Questa terza fase della citrinitas sembra essere difficile da assimilare per alcuni. Jung e la sua allieva, Marie-Louise von Franz, hanno incluso la citrinitas nelle loro discussioni sull’alchimia, ma hanno notato che era una quarta e ultima fase, quella della trasformazione in oro. Nella maggior parte dei casi, Jung stesso ha espresso il lavoro come composto da tre fasi. Tuttavia, la citrinitas sembra adattarsi meglio a un flusso di crescita e sviluppo, nonché di progresso mistico, come terza fase. Nella seconda fase, l’albedo, appare una luce nell’oscurità della nigredo, la luce di un’anima risvegliata, simboleggiata come una luna (il femminile) che risplende nell’oscurità. La terza fase, la citrinitas, porta alla luce del sole (il maschile), una luce che trasforma magicamente il subconscio oscuro e temibile in una coscienza preziosa. Dalla notte oscura della rubedo, alla tenue luce mattutina dell’albedo, il sole sorge nella citrinitas fino alla culminazione del giorno nella rubedo.

L’alchimia richiede che il giallo segua il bianco. Il processo è lineare ed è destinato a essere progressivo. Tuttavia, tutte le fasi includono elementi delle altre, poiché tutte le trasformazioni sono un ciclo in sé. Tentare di determinare e individuare l’esatta fase del processo raggiunta può essere difficile, date queste ciclicità entro ciclicità. Inoltre, a volte ciò che appare come progresso può sembrare regressione. L’alchimia non è uno strumento preciso come la matematica. Come strumento analitico e predittivo, assomiglia di più allo scalpello di uno scultore, uno strumento grezzo all’inizio che tende verso versioni sempre più raffinate.

Citrinitas, also referred to as xanthosis, is a term given by alchemists to “yellowness.” It is one of the four major stages of the alchemical magnum opus, and literally referred to “transmutation of silver into gold” or “yellowing of the lunar consciousness.” In alchemical philosophy, citrinitas stood for the dawning of the “solar light” inherent in one’s being, and that […]

Citrinitas – The Alchemy of the Sun

UNICORNI. La vera storia

Sigillo dalla Valle dell’Indo

L’Elasmotherium, con la sua stazza imponente e un corno di dimensioni notevoli, ha sempre attirato l’interesse sia degli scienziati che degli appassionati di storia naturale. I fossili dell’Elasmotherium stimolano ovviamente disquisizioni su una possibile correlazione tra questa creatura preistorica e il mito dell’unicorno, analogamente a come accade per altri reperti, come il sigillo dell’Unicorno da Harappa. Fase Periodo 3B di Harappa.

Il Periodo 3B di Harappa è generalmente datato tra il 2200 e il 1900 a.C., anche se le date esatte possono variare a seconda delle fonti e delle metodologie di datazione. Questo periodo è associato alla fase matura della civiltà della Valle dell’Indo, un’epoca in cui le città come Harappa e Mohenjo-Daro raggiunsero il loro apice in termini di sviluppo urbanistico, tecnologico e culturale. Durante questo periodo, la civiltà era altamente organizzata e presentava avanzati sistemi di drenaggio, architettura e artigianato, compresi i sigilli intricati, come il sigillo dell’Unicorno proveniente da Trench 37.

Nell’immaginario collettivo, il viaggio di un esploratore medievale come Marco Polo attraverso le steppe asiatiche diventa emblematico. Marco Polo, sentendo dalla gente del posto raccontare di una creatura gigante con un solo corno, trova conferme alle leggende europee sull’unicorno. Al suo ritorno in Europa, la sua storia viene accolta come una sorta di verificazione empirica delle narrazioni mitiche esistenti.

Durante il Medioevo, il fascino e il mistero che circondavano l’unicorno lo resero un argomento di grande interesse, tanto che venne associato a virtù come la purezza e la guarigione. Non sorprende quindi che le “corna di unicorno” fossero considerate oggetti di grande valore, credute capaci di neutralizzare i veleni e di avere altri poteri curativi. In questo contesto, alcuni mercanti intraprendenti videro un’opportunità di profitto.

I denti di narvalo, che in realtà sono lunghi canini a spirale che possono raggiungere lunghezze fino a 3 metri, erano spesso venduti come “vere” corna di unicorno. Questi mercanti impostori capitalizzavano sull’ignoranza e sulla credulità delle persone, vendendo i denti di narvalo a prezzi esorbitanti. Era comune che questi oggetti fossero acquistati da re, nobili e istituzioni religiose, che li conservavano come reliquie preziose o li utilizzavano in cerimonie elaborate.

L’aura di mistero che circondava le “corne di unicorno” contribuì a mantenere questa truffa in vita per molti secoli. Solo con l’avanzare delle conoscenze scientifiche e nautiche, che permisero una comprensione più accurata dei narvali e del loro habitat, si iniziò a svelare la verità dietro queste presunte corne di unicorno.

Recentemente un team di ricercatori statunitensi, canadesi e danesi ha scoperto che il lungo corno sembra aver davvero qualcosa di “magico”. Nello studio, “Sensory ability in the narwhal tooth organ system”, pubblicato su The Anatomical Record, i ricercatori hanno rivelato che il narvalo, grazie al suo lungo dente, sarebbe in grado di rilevare cambiamenti dei parametri fisici nell’ambiente. Il “corno” è infatti fittamente innervato ed i narvali sarebbero in grado di percepire le variazioni delle temperature e di salinità dell’acqua.

Nel corso dei secoli, lo sviluppo delle ricerche archeologiche e paleontologiche aggiunge nuove sfaccettature al dibattito. Ad esempio, mentre i fossili dell’Elasmotherium venivano scoperti, gli archeologi continuavano a indagare reperti come il sigillo dell’Unicorno di Harappa, che potrebbe fornire ulteriori indizi sull’origine di questi miti.

Gli studiosi iniziano a considerare seriamente la possibilità che il mito dell’unicorno sia un riflesso distorto di realtà biologiche e archeologiche, come l’Elasmotherium o i sigilli della Valle dell’Indo. In questo contesto, l’Elasmotherium assume un ruolo di collegamento tra la ricerca scientifica e la mitologia, servendo come un esempio vivente di come realtà storiche e leggende possano intrecciarsi in un dialogo costante e affascinante.

Thutmose “a” Marciana

Un’iscrizione poco conosciuta, ma affascinante, fatta su commissione del faraone Thutmose IV documenta la scoperta da parte del Re di una cote (masso, enorme pietra). Il significato di questa famosa cote non risiede nel suo essere di materiale od aspetto raro, ci dice l’iscrizione, ma perché “Sua Maestà ha trovato questa pietra a forma di Aquila divina“. Che un re egiziano dovesse dare così tanta importanza ad una semplice roccia semplicemente per la sua forma è un fatto molto istruttivo,- dice Richard H. Wilkinson- perché mostra come l’antico egiziano fosse attento alle forme degli oggetti e all’importanza simbolica che la dimensione della forma poteva avere.

Il Masso dell’Aquila è una formazione rocciosa che si staglia sul crinale della ramificazione del Monte Giove verso settentrione, presso Marciana, all’isola d’Elba. Il megalite di granito ha l’aspetto di un rapace ad ali piegate, con tanto di becco. La sua forma e le sue dimensioni notevoli ne devono aver fatto per forza di cose uno ierotopo già nella fase preistorica dei primi insediamenti. I ritrovamenti archeologici degli anni ’60 consistono di ceramiche sacre e di uso quotidiano, in parte conservate presso il Museo Civico Archeologico di Marciana. L’ area urbana preistorica si dovette estendere come un triangolo rettangolo il cui vertice meridionale insisteva sulla vetta del M. Giove (930m), diramandosi su due crinali. Il primo che scende a mare in direzione N-NE, vede Monte Catino, Madonna del Monte, Masso dell’Aquila, verso l’Omo Masso (a 1,2km in linea d’ aria) poi giù verso Pizzenni e Maciarello fino alla spiaggia delle Acque della Madonna. Il secondo, in direzione O-NO verso Serraventosa, scende fino a Patresi. Un terzo crinale va dal Giove verso sud creando un ponte verso la catena montuosa propria del Capanne, che ad ovest si prolunga in un tridente che sfocia su a Colle d’Orano, in mezzo al Semaforo e Punta Nera, giù sui monti di Chiessi e Pomonte.

Certo, da qualche parte nel Mediterraneo, ci sarà pure un altro megalite a forma di aquila, quello che fu avvistato dal Faraone Thutmose, e che non sia lo stesso masso della Madonna del Monte Giove, sul quale andava poi persino Napoleone.

Cesare, Spurinna e Vulcatius. Tra etnocentrismo e aruspicina

Prefazione

L’articolo affronta la cruciale questione del pericolo di un’interpretazione etnocentrica della storia e della cultura. Utilizzando l’esempio della figura di Cesare e dell’aruspuce Spurinna, egli illustra come le versioni tradizionali della storia possano minimizzare o distorcere il valore e il significato di culture non dominanti, in questo caso quella etrusca. L’autore sottolinea come le traduzioni e le interpretazioni superficiali possano contribuire a perpetuare pregiudizi culturali e stereotipi, facendo perdere la complessità e la ricchezza delle tradizioni più marginali. Evidenzia anche come la comprensione delle sfumature culturali possa essere fondamentale per un’interpretazione più accurata e completa di eventi storici.


SPURINNA, VULCATIUS E I PARADIGMI

di Angelo Mazzei

Il paradigma violenta la realtà. La piega ad un etnocentrismo che non guarda in faccia a nessuno, cancellando culture intere con tutti i loro antichi saperi. Non c’è posto per niente di simile al vero in una visione condizionata esclusivamente dalla trama di protagonisti già determinati.

Cesare, la mattina del 15 marzo del 44 a.C. uscí di casa salutando Calpurnia per recarsi al Teatro di Pompeo, dove in quel periodo si era temporaneamente spostato il senato. Arrivando incontró Spurinna, che gli aveva predetto di stare attento alle idi di marzo, che sarebbe stato un giorno pericoloso. Cesare quella mattina scherní Spurinna dicendogli che le idi erano arrivate e che non gli era successo nulla, ma Spurinna replicó che erano sí arrivate, ma non erano ancora finite. Questo racconto ci è stato tramandato da Svetonio e da Plutarco. In ogni caso è di importanza cruciale, nell’interpretarlo, sapere che Spurinna era un aruspice etrusco, che portava un sapere misterico e segreto di tradizione secolare, che questa scienza sacra si chiamava Etrusca Disciplina, e che Roma ne era pervasa e sui suoi libri si basava. Nelle traduzioni in altre lingue di questo passaggio e nei suoi riassunti troviamo “smoothsayer” o altri equivalenti di “veggente” o “indovino”, che rimandano a un immaginario fuorviante, fatto di ciarlatani e impostori, che non rende giustizia di quella che doveva essere la scienza aruspicina.

Il paradigma e i suoi modelli aiutano a capire, ma bisogna fare molta attenzione ad avere una visione aperta, multietnica, interessata ad approfondire le implicazioni eterogenee, che spesso possono rivelarsi fondamentali per capire a fondo un fatto storico.

Tra le altre cose, nello stesso anno, un altro aruspice, Vulcatius, morí folgorato sulla pubblica piazza, dopo aver rivelato un segreto indicibile, e cioé, che dopo la morte di Cesare si era entrati nel decimo secolo.

È importante capire la portata di questo ingresso nel decimo saeculum etrusco, che significa l’ultimo secolo prima dell’estinzione della lingua e della civiltà etrusca, nei suoi scienziati sacerdoti perfettamente consapevole della propria fine.

WSJR VSIL

Quando Sir Arthur Evans a Creta si trovó davanti le tavolette dell’Età del Bronzo, con splendide ed illeggibili iscrizioni in quei caratteri cosí originali, capí immediatamente di aver scoperto il sistema di scrittura di una grandiosa civiltà. Se il nostro avesse voluto attenersi alla storia che ci é stata tramandata, avrebbe dovuto affermare che si trattava della scrittura dei Pelasgi. Questo lo dico perché seppur sia vero che non sappiamo con certezza quali popoli abitassero Creta al tempo del Lineare A, sappiamo che un paio di secoli dopo l’isola ha una popolazione ‘multietnonima’. Secondo Omero infatti lí convivono Eteocretesi, Ioni, Achei, Dori e Pelasgi. Di questi ultimi sappiamo che erano “barbari” – che non vuol dire affatto “arretrati” ma piuttosto solo “che parlavano una lingua incomprensibile agli Ellenici”, – e che erano “famosi” – e questo aggettivo non è messo lí a caso. Anche se traduce un termine diverso da quello di “celeberrimi” usato da Esiodo per i Tirreni, sottende comuque una stessa forte “ammirazione” da parte degli autori greci nei confronti dei Pelasgi in genere e di quelli tra loro che erano Tirreni.
I Pelasgi erano considerati se non come autoctoni della Grecia, quantomeno i suoi più antichi abitanti tra quelli conosciuti dagli storici greci.
Probabilmente la loro diffusione nelle diverse zone del Mediterraneo era legata soprattutto a quella loro componente “talassocratica”, i signori della navigazione, che i greci identificavano con i Tirreni, etnonimo che include gli Etruschi propriamente detti, ma che ha un senso spesso molto più lato, tanto da far pensare che Tirreni potesse essere in alcuni casi sinonimo di Italici, in altri casi di Navigatori Pelasgi, in altri ancora forse anche di ‘Sardi’ e ‘Siculi’, esperti commercianti di ossidiana e marinai già dal V millennio avanti Cristo. Il fatto che i greci a volte confondessero tra loro questi antichi popoli di “celeberrimi e famosi barbari” potrebbe far pensare che sia dovuto a un accomunamento semplificativo di quelle genti che già abitavano quelle terre (Italia, Grecia, Creta, Anatolia, ecc.) dove loro giunsero ad ondate nel corso dei secoli, forse tra XXIII e XIII secolo circa.

Evans certamente sapeva che solo un popolo “famoso” poteva essere stato l’inventore di quello splendido sistema di scrittura. Peró quella scrittura si trova quasi esclusivamente a Creta, mentre dei Pelasgi sappiamo che erano stanziati in molte altre regioni della Grecia e non solo. Poco importa qui, per quanto ci proponiamo di scoprire qui, se in origine i Pelasgi siano arrivati nell’Egeo dall’Egitto, o istruiti nell’Epiro da immigrati sacerdoti egizi che li iniziarono ai loro misteri. Oppure se i Pelasgi si fossero ‘originati’ a Creta, in Tessaglia, in Arcadia, o addirittura in Italia. Se ci lasciassimo condurre nella ricerca da un paradigma che sostiene che l’origine di un’etnia complessa abbia una datazione e delle coordinate precise, noi abbandoneremmo l’epistemologia in favore della mitopoiesi. Dobbiamo cercare di mantenerci analiticamente lucidi e tenere a mente consapevolmente, quante e quali categorie strumentali e linguistiche usiamo per avanzare nella conoscenza, e in che misura queste compromettano la verità dei fatti storici come avvennero in sé e per sé.

ὁ μεγάλως ἀγρεύων ὡς·
πότνια Γῆ, Ζαγρεῦ τε θεῶν πανυπέρτατε πάντων
ὁ τὴν Ἀλκμαιωνίδα γράψας ἔφη

Il più grande cacciatore, potente come Gea, o Zagreo, elevatissimo sopra gli Dèi, come disse per iscritto uno degli Alcmenidi.

(The Etymologicum Gudianum s.v. Zagreus
(2.578 de Stefani) = Cod. Barocc. 50 ap. Cramer, Anecd. Oxon. 2.443)

Questo si dice di Zagreo prima della propagazione dei Misteri e dell’Orfismo in Italia ad opera di Pitagora. In seguito diventerà un dio morto, del quale il cuore soltanto viene salvato, per dar vita a Dioniso. Il nome Zagreo non sarebbe altro che Za- forte -agreo cacciatore. Non da sottovalutare la similitudine tra “za” e il primo nome di Zeus riportato da Ferecide: Zas. Interessante, seppur non pertinente, notare l’assonanza di uno dei figli di Circe col termine per “predatore/cacciatore” dalla radice αγρ-, nella Teogonia esiodea, Αγριον, fratello di Latino.

Erodoto conferma l’influenza dei Pelasgi sull’Attica, facendo riferimento a alcuni rituali religiosi importati sia dagli Egizi che dai Pelasgi e poi trasmessi da questi ultimi alle generazioni successive degli Elleni. Questo può essere corroborato dalla teoria di Strabone secondo cui i Pelasgi potrebbero avere radici egiziane. Erodoto specifica anche che gli Ateniesi erano già Elleni quando alcuni coloni Pelasgi raggiunsero l’Attica, e sembra che questi nuovi colonizzatori si siano semplicemente uniti alla popolazione elleno-pelasgica già presente.

Erodoto riporta anche l’episodio in cui i Pelasgi furono scacciati dall’Attica dagli Ateniesi. Inserisce questo evento quando spiega la conquista di Lemno da parte di Milziade – un’invasione che gli Ateniesi giustificano come una vendetta contro i Pelasgi. In realtà, questo episodio è tratto dalla Periegesi Ges di Ecateo di Mileto ed è interessante notare che questo passaggio rappresenta anche un primo esempio di disputa storiografica tra i due antichi storici e geografi su ciò che è eticamente “giusto” o “ingiusto”:

“Milziade, figlio di Cimone Coalemo, aveva così preso possesso di Lemno: dopo che i Pelasgi erano stati cacciati dall’Attica dagli Ateniesi, sia in modo giusto o ingiusto – perché su questo non posso dire altro se non ciò che viene riportato, e cioè: Ecateo, figlio di Egesandro, disse nella sua storia che era stato fatto ingiustamente; perché disse che quando gli Ateniesi videro la terra che si estendeva sotto l’Imetto, che avevano loro stessi dato per abitare come pagamento per il muro costruito intorno all’Acropoli in tempi passati, quando gli Ateniesi, dico, videro che questa terra era migliorata grazie alla coltivazione, che prima era cattiva e senza valore, furono colti da gelosia e desiderio di possedere la terra e così li cacciarono, senza addurre alcun altro pretesto; ma secondo il racconto degli Ateniesi stessi li cacciarono giustamente; perché i Pelasgi, stabilitisi sotto l’Imetto, fecero di ciò un punto di partenza e commisero ingiustizie contro di loro come segue: le figlie e i figli degli Ateniesi andavano sempre a prendere l’acqua alla sorgente di Enneacruno; perché in quel momento né loro né gli altri Greci avevano ancora servi domestici; e quando queste ragazze arrivavano, i Pelasgi, con malizia e disprezzo per gli Ateniesi, le aggredivano; e ciò non bastava loro, ma alla fine furono sorpresi nell’atto di tramare un attacco alla città: e i narratori dicono che dimostrarono di essere uomini migliori dei Pelasgi, poiché quando avrebbero potuto uccidere i Pelasgi, che erano stati sorpresi a tramare contro di loro, non scelsero di farlo, ma solo ordinarono loro di partire dalla terra; e così, partiti dalla terra, i Pelasgi presero possesso di diverse località più antiche e specialmente di Lemno. La prima storia è quella riportata da Ecateo, mentre la seconda è quella raccontata dagli Ateniesi”.

WSJR. Osiride è una delle principali divinità del pantheon egizio, noto principalmente per il suo ruolo di dio degli Inferi.  Secondo la mitologia egizia, Osiride era il figlio maggiore nato da Geb, il dio della Terra, e Nut, la dea dei cieli.  Tra i suoi fratelli minori c’erano Seth, il dio del caos e della guerra, e Iside, la dea della guarigione e della rinascita.  Iside e Osiride alla fine si sposarono e divennero la prima regina e faraone d’Egitto.  Insieme, hanno avuto un figlio di nome Horus, un altro dio ben noto nel pantheon.

Questa statua di Osiride è stata realizzata nel periodo tardo dell’antico Egitto.


La prima rappresentazione di Osiride trovata dagli storici risale al 2300 a.E.V.  Inizialmente era adorato da piccoli gruppi di persone.  Tuttavia, divenne famoso per la sua comune definizione di sovrano dell’aldilà, e i suoi adoratori gli attribuirono l’inondazione annuale del Nilo.  Osiride era anche considerato il dio di:

Fertilità.
Agricoltura.
Risurrezione.
Vegetazione.
Giudizio dell’aldilà

Nella connessione tra Dioniso/Baccho e il sole, e tra Osiride padre di Horus, e le raffigurazioni di tutti questi come bambini divini e poi come vecchi barbuti, interessa molto il passo di Macrobio a proposito di Liber:

Macrobio: <<Quindi non vi è alcun dubbio che il sole e il padre Libero sono la stessa divinità … nelle statue il padre Libero è raffigurato ora come fanciullo, ora come giovane; inoltre con la barba e anche da vecchio … Queste differenze di età si riferiscono al sole, perché al solstizio d’inverno sembra appena un fanciullo, e con tale aspetto gli Egiziani lo fanno uscire in un giorno determinato dal sacro recesso del santuario; allora infatti, nel giorno più breve, sembra piccolo e appena nato. In seguito, allungandosi i giorni, nell’equinozio di primavera acquista forze come un adolescente ed è raffigurato con l’a spetto di un giovane. Quindi, al solstizio d’estate, quando raggiunge il massimo incremento, la sua piena maturità è rappresentata dalla barba. Poi, nel periodo in cui i giorni si accorciano, il dio viene rappresentato sotto un quarto aspetto, simile a vecchio.»

Il solstizio d’inverno può capitare tra il 20 e il 23 dicembre. Il rito egiziano che fa uscire, secondo Macrobio, il divino bambino fuori dal santuario, cade in perfetto sincrono col natale cristiano. Una divinità solare bambina nasce con il solstizio d’inverno, il dato astronomico attraversa le religioni e si afferma come rito transculturale.

VSIL etrusco, a nostro parere è la traslitterazione dall’egizio in etrusco fi WSJR, tipica la rotacizzazione inversa da R a L, passando dall’età del bronzo a quella del ferro, e dai sillabogrammi e geroglifici alle lettere alfabetiche. La connessione col sole e l’aura solare o sfera sulle loro teste nelle raffigurazioni delle due divinità le rendono ancora più vicine. Ovviamente funzioni e virtù non sono esattamente le stesse, ma poco sappiamo davvero a livello di narrativa mitologica etrusca per avere un’idea più precisa su chi fosse davvero VSIL, di solito fatyo cortispondere sbrigativamente a Helios greco.

Scritti sugli scacchi

Gioca all’inizio come fosse un libro, la parte centrale come tu fossi un mago, e il finale come una macchina.

[Rudolph Spielmann]


2 aprile 2020

Dice Hannah Arendt che quando noi siamo soli in realtà possiamo non esserlo se riusciamo ad imbastire un discorso nel pensiero, un dialogo con se stessi.
Quando siamo soli abbiamo un’opportunità unica, che è quella di sdoppiarsi (riflettere è proprio uno sdoppiamento, come nello specchio uno si fa doppio). Nella riflessione noi attuiamo la schizofrenia come virtù; operiamo con lo stesso schema della scissione dell’io, ma lo facciamo senza patologia.

Oggi, su Philosophie Magazine, riportavano proprio quel testo della filosofa tedesca e americana di adozione, dove parla della solutudine come opportunità.

Come è ovvio tutti i temi che riguardano la quarantena o il confinamento, sono stati trattati dai grandi pensatori del passato. In generale è più facile trovare idee adeguate a questo momento in Lucrezio o Seneca, che non in qualcosa di scritto oggi.

Ecco cosa ci danno quelli che Eco chiamava i Classici, ci danno l’eventualità di uno sdoppiamento egotico, una riflessione maieutica, un confronto tra sé e il mondo e tra sé e sé.

Con questo non vogliamo dire che bisogna dedicarsi a leggere Sofocle ed Erodoto ed ignorare tutto quello che c’è di troppo autoreferente nel presente.

Leggiamo anzi con attenzione i post e i messaggi dei nostri amici e contatti. Leggiamo riviste di cronaca e scientifiche, italiane e straniere. Lo sdoppiamento infatti per funzionare ha bisogno che con un occhio si legga il prossimo e con l’altro il remoto; con uno il passato e con l’altro il presente.

Yseult Rontard scrive che questo periodo le ha dato la possibilità di osservare più attentamente il proprio ombelico. Ha scoperto che oggi lo vede con occhi diversi. La bellezza dell’ombelico non è più un sentimento narcisistico, ma la presa d’atto della propria finitudine. L’ombelico ci determina in quanto traccia della nostra origine. Ci unisce come un marchio comune a tutta l’umanità. Infine, come un tappo, ci segnala la nostra apertura chiusa, il nostro limite spaziale. La finitezza umana.

Un altro aspetto molto interessante della quarantena è il confronto con l’eremo e il suo asceta. Questo raccogliersi in isolamento ci porta a chiedercene il significato più nobile. La reclusione in solitudine ci puó aiutare a considerarci come asceti e vedere la nostra casa come un eremo.

Potremmo comiciare col farci delle domande:
Chi erano gli eremiti e perché lo facevano? Che gusto c’è a stare da soli? La vita ascetica è ancora praticabile, e soprattutto, auspicabile ?

Se il modo di vivere a distanza senza contatti finirà presto o tardi o “mai” non possiamo dirlo. Possiamo dire peró che un ottimista dovrebbe riflettere su questa pagina di diario.

In certi casi (come il nostro) interpretare la solitudine come un’opportunità invece che come una disgrazia é l’escamotage migliore per superare questa drammatica transizione epocale.

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Oggi un giovane amico mi ha raccontato di aver sognato che giocava a scacchi col Papa. Su Youtube manco a farlo a posta c’è il Settimo Sigillo di Ingmar Bergmann in versione originale svedese coi sottotitoli in inglese. É stata la mia attività di sport estremo di oggi guardarlo tutto. In quei momenti ho pensato che mi avrebbe fatto comodo essere rimasto amico con la mia ex svedese che insegna Epidemiologia all’università di Stoccolma.

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Un mio vecchio amico oggi ha postato una bella citazione di Wittgenstein sulla parola paragonata a un pezzo degli scacchi. Mi ha ricordato che Wittgenstein adorava gli scacchi e li usava frequentemente come metafora nelle sue ricerche sul linguaggio.
Avvalendomi del supporto della ricerca per parola sono andato a ricercare “scacchi” nei suoi testi e ho trovato alcune ricorrenze che riporto di seguito:

1} Quando uno mostra a qualcuno il re e dice: “Questo è il re”, questo non gli dice nulla sull’uso di questo pezzo, a meno che non conosca già le regole del gioco fino a quest’ultimo dato: la forma del re. Si può immaginare che abbia imparato le regole del gioco senza che gli sia mai stato mostrato il pezzo vero e proprio.

2} Parole e pezzi degli scacchi sono analoghi; saper usare una parola è come saper muovere un pezzo degli scacchi

3} Confronta come la parola “falso” entra in modo diverso nel gioco dove al bambino viene insegnato a gridare “rosso” quando appare il rosso e il gioco in cui deve indovinare il tempo, supponendo ora che usiamo la parola “falso” nelle seguenti circostanze: quando grida “verde” quando appare qualcosa di rosso e quando fa un’ipotesi sbagliata sul tempo. Nel primo caso il bambino non si è impadronito del gioco, ha violato le regole; nel secondo ha sbagliato. I due casi sono come giocare a scacchi violando le regole o giocare per perdere

4} Conoscere l’uso di un segno non è un certo stato che dura un certo tempo. (Se diciamo che saper giocare a scacchi è un certo stato d’animo, dobbiamo dire che è uno stato ipotetico.)

5} Potrei dire che gli scacchi non sarebbero mai stati inventati a parte la scacchiera, le figure, ecc. e forse a parte il collegamento con le truppe in battaglia. Nessuno si sarebbe sognato di inventare il gioco come si gioca con carta e matita, attraverso la descrizione delle mosse, senza tavola e pezzi. Tuttavia il gioco potrebbe essere giocato in entrambi i modi. È lo stesso con la matematica

6} Parole e pezzi degli scacchi sono analoghi; saper usare una parola è come saper muovere un pezzo degli scacchi. Ora come entrano le regole nel gioco? Qual è la differenza tra giocare e spostare i pezzi senza meta? Non nego che ci sia una differenza, ma voglio dire che sapere come deve essere usato un pezzo non è uno stato d’animo particolare che va avanti mentre il gioco va avanti. Il significato di una parola deve essere definito dalle regole per il suo utilizzo, non dal sentimento che si attribuisce alle parole.

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“SCACCHI” EGIZI

L’altro giorno cercavo notizie sul significato archetipico della scacchiera. Alcuni amici sardi ne discutevano a proposito di motivi dipinti su ceramiche di III e II millennio. Ho notato che sia in Italia che all’estero ci sono moltissimi autori che hanno scritto voluminosi testi su storia degli scacchi e simbologia della scacchiera. Tutti, almeno quelli che ho potuto sfogliare e leggiucchiare qua e là, rimandano all’India, all’esercito schierato, al numero 64, alle varie etimologie persiane ed arabe (SCHACH MAT per esempio).

Lo spirito, – ovvero il pensiero del mondo che mi attraversa ed usa la mia mente per tradursi in linguaggio ed entrare nel mondo dei numeri e delle parole, così come fa con la vostra – mi ha fatto aprire il secondo volume dell’enciclopedia dell’antico Egitto che si apre con la lettera “G” alla voce “Games” e…

Magia, ecco la “scacchiera” egizia, il gioco del Senet. Qui in una foto del reperto esposto al Metropolitan Museum, con la parte in legno ricostruita, trovato in una tomba di Abydos, epoca di Thutmose (XVIII Dinastia, XIV-XIII secolo circa), in vista il gioco a 30 caselle, sotto quello a 20. Nell’altra foto invece la Faraona (la chiamano regina loro) Nefertari, mentre gioca.

ancora sulla

FILOSOFIA DELL’ARCHEOLOGIA

La Funzione del Filosofo: Oltre la Precisione Fattuale alla Rivelazione Fenomenologica

Il compito del filosofo, in ogni sua manifestazione, va oltre il dominio immediato dei dati empirici e delle regole procedurali. Proprio come Kuhn (1962) ha messo in discussione la natura della progressione scientifica attraverso i paradigmi, così il filosofo della storia, della scienza, della letteratura, non dovrebbe essere valutato esclusivamente sulla base delle sue competenze enciclopediche.

Il filosofo della scienza, ad esempio, non è tanto interessato alla regola specifica che un determinato scienziato potrebbe seguire, quanto alla razionalità e alla struttura che sottende tali regole. Come Feyerabend (1975) ha sottolineato, la scienza progredisce non tanto seguendo un percorso lineare di regole e procedure, quanto rompendo e rifacendo le sue stesse convenzioni. In maniera simile, Barthes (1967) ha sottolineato che il compito del critico letterario non è tanto produrre letteratura, quanto rivelare i meccanismi nascosti e le strutture di significato della letteratura stessa.

E cosa dire del filosofo della storia? Hegel (1837) ha osservato che la storia non è semplicemente una sequenza di eventi, ma una progressione dialettica. La vera essenza della storia non si trova nell’ordine cronologico o nelle date esatte, ma nel rivelare le dinamiche, la fenomenologia delle correlazioni e lo spirito degli eventi. In questo contesto, il filosofo della storia funge da interprete, colui che va oltre la semplice narrazione per rivelare le forze sottostanti che guidano e plasmano gli eventi storici.

Questo non vuol dire che la precisione e la rigorosità non siano importanti; sono fondamentali per stabilire una base solida su cui lavorare. Tuttavia, come Derrida (1967) ha notato, c’è sempre una differenza tra il testo e ciò che esso rappresenta, e la funzione del filosofo è esplorare questa differenza, mettendo in luce le tensioni e le contraddizioni che risiedono sotto la superficie.

In conclusione, a maggior ragione questo dovrebbe valere per i filosofi dell’archeologia. Non sono qui per scavare o catalogare reperti, ma per analizzare e criticare le interpretazioni e le conclusioni di chi ha scavato. Molte scoperte archeologiche possono essere interpretate in modi diversi, e troppo spesso sono presentate con un pensiero e un linguaggio internamente incoerente. Il compito del filosofo dell’archeologia è quindi rivelare queste incoerenze, e offrire nuove prospettive su ciò che il passato può dirci sul presente e sul futuro.

Biblio:

  • Barthes, R., La mort de l’auteur, (1967)
  • Derrida, J., De la grammatologie, (1967)
  • Feyerabend, P., Wider den Methodenzwang, (1975)
  • Hegel, G.W.F., Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, (1837)
  • Kuhn, T.S., The Structure of Scientific Revolutions, (1962)