La Funzione del Filosofo: Oltre la Precisione Fattuale alla Rivelazione Fenomenologica
Il compito del filosofo, in ogni sua manifestazione, va oltre il dominio immediato dei dati empirici e delle regole procedurali. Proprio come Kuhn (1962) ha messo in discussione la natura della progressione scientifica attraverso i paradigmi, così il filosofo della storia, della scienza, della letteratura, non dovrebbe essere valutato esclusivamente sulla base delle sue competenze enciclopediche.
Il filosofo della scienza, ad esempio, non è tanto interessato alla regola specifica che un determinato scienziato potrebbe seguire, quanto alla razionalità e alla struttura che sottende tali regole. Come Feyerabend (1975) ha sottolineato, la scienza progredisce non tanto seguendo un percorso lineare di regole e procedure, quanto rompendo e rifacendo le sue stesse convenzioni. In maniera simile, Barthes (1967) ha sottolineato che il compito del critico letterario non è tanto produrre letteratura, quanto rivelare i meccanismi nascosti e le strutture di significato della letteratura stessa.
E cosa dire del filosofo della storia? Hegel (1837) ha osservato che la storia non è semplicemente una sequenza di eventi, ma una progressione dialettica. La vera essenza della storia non si trova nell’ordine cronologico o nelle date esatte, ma nel rivelare le dinamiche, la fenomenologia delle correlazioni e lo spirito degli eventi. In questo contesto, il filosofo della storia funge da interprete, colui che va oltre la semplice narrazione per rivelare le forze sottostanti che guidano e plasmano gli eventi storici.
Questo non vuol dire che la precisione e la rigorosità non siano importanti; sono fondamentali per stabilire una base solida su cui lavorare. Tuttavia, come Derrida (1967) ha notato, c’è sempre una differenza tra il testo e ciò che esso rappresenta, e la funzione del filosofo è esplorare questa differenza, mettendo in luce le tensioni e le contraddizioni che risiedono sotto la superficie.
In conclusione, a maggior ragione questo dovrebbe valere per i filosofi dell’archeologia. Non sono qui per scavare o catalogare reperti, ma per analizzare e criticare le interpretazioni e le conclusioni di chi ha scavato. Molte scoperte archeologiche possono essere interpretate in modi diversi, e troppo spesso sono presentate con un pensiero e un linguaggio internamente incoerente. Il compito del filosofo dell’archeologia è quindi rivelare queste incoerenze, e offrire nuove prospettive su ciò che il passato può dirci sul presente e sul futuro.
Biblio:
Barthes, R., La mort de l’auteur, (1967)
Derrida, J., De la grammatologie, (1967)
Feyerabend, P., Wider den Methodenzwang, (1975)
Hegel, G.W.F., Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, (1837)
Kuhn, T.S., The Structure of Scientific Revolutions, (1962)
NIETZSCHE E IL LEGAME MATERIALE Per capire di cosa stiamo parlando quando parliamo del problema “Omero” dobbiamo distinguere la “persona” dall’ “immagine”. Avere presente la differenza tra un concetto come l’opera eccetto l’uomo – da una parte, e l’uomo eccetto le sue opere – dall’altra. L’opera è un insieme di testi più o meno attribuibili e/o già attribuiti a tale “Omero”. L’uomo è un signore di cui si sa poco a parte della malattia che lo rese cieco. Della sua vita ci sono molte versioni. Che si presume sia nato a Smyrna nella Ionia, o sull’Isola di Chio lì di fronte, o sempre sulla costa più a sud a Colophon; anche se qualcuno ebbe a dire che fosse venuto da lontano, dalla Cefalonia, e da ancora più lontano, fronte Ionio, dall’isoletta di Itaca. Mentre l’illustre Eraclide Pontico (celebre viceRettore della Scuola di Atene personalmente scelto dal Maestro Platone a fargli da supplente quando il Celeberrimo doveva recarsi in Sicilia) scrisse addirittura che TESTATUR HOMERUS SE EX TYRRHENIA, era provato che Omero provenisse all’Etruria. Per definire che cosa è l’opera dobbiamo prima spiegare che cosa la rende tale. Uno dei criteri per chiamare ‘opera’ un insieme di testi è la misura della loro fama. La fama è qualcosa di diverso dalla conoscenza. La fama prevede una conoscenza mediata: quello che noi sappiamo degli uni per sentito dire da altri. Mentre solo nella conoscenza immediata noi abbiamo a che fare con gli uni senza avere a che fare con una ‘immagine’ che di loro si sono fatti gli altri. L’opera – che chiamiamo “omerica” – è quanto ci arriva dopo la mediazione della persona di “Omero” nella sua assoluta assenza umana. L’uomo – e la sua personalità, rimangono a debita distanza ontologica dal concetto che ce ne siamo fatti. Non c’è nessun legame materiale che leghi le due cose. Ma Nietzsche porta l’esempio dell’interazione tra le forze di gravità di due corpi celesti quando si avvicinano: non c’è legame materiale ma c’è comunque un legame, sia pur di un altro tipo. È sulla “visione di questo legame invisibile” che siamo invitati a far muovere il pensiero coi suoi bagagli di interrogativi. Ed è con questo viaggio tra le gravità di un uomo e della “sua” opera che apriamo il nostro orizzonte a nuovi spazi che alberghino il concetto che il Pensiero ha di se stesso dalle sue origini – nelle sue origini. Da una parte rischiamo di mitizzare, dall’altra però sta il pericolo dell’iconoclastia. Ma in ogni distruzione, vada come vada, sta un’ulteriore costruzione a rinascere dalle sue ceneri. Così sarebbe di certo qualora percorressimo la strada dei detrattori di Omero. Nel distruggere il Poeta ci ritroveremmo tra le mani – non le sue ceneri ma – un’antica tradizione orale di canti popolari, a lui, chiunque egli sia stato, di molto precedente. Alla fine, tolto di mezzo Omero e l’ingombro della sua persona, fuori dalle interferenze gravitazionali, ci ritroveremmo un orizzonte filologico del tutto nuovo ed inesplorato. In questo mondo senza testi, prefilologico, andremo in cerca di quelle forze (stavolta sì) dai legami assolutamente immateriali. E allora capiremo perché l’autore di queste righe stia tentando di infilare nello stesso testo/contesto il preomerico e il legame immateriale che la fisica quantistica chiama ENTANGLEMENT.
PARTE SECONDA: IL POPOLO E L’INDIVIDUO Nietzsche sostiene che – seppur L’ILIADE e L’ODISSEA debbano essere necessariamente state scritte ciascuna da un’unica penna – non significa che l’autore di queste opere sia Omero. Dopo aver mostrato come di certo non sia possibile che queste opere siano state scritte da una “massa popolare” ma bensì da un singolo individuo, afferma che il nome di Omero non si lega ad un piano perfetto all’origine dell’opera. “Noi crediamo che ci sia un unico grande poeta dell’ILIADE e dell’ODISSEA – MA NON CHE QUESTO POETA SIA OMERO” scrive Nietzsche in OMERO E LA FILOLOGIA CLASSICA nel 1869.
PHILOSOPHIA FACTA EST QUAE PHILOLOGIA FUIT “..che ogni attività filologica dev’essere racchiusa e circondata da una visione filosofica del mondo..” “..daß alle und jede philologische Tätigkeit umschlossen und eingehegt sein soll von einer philosophischen Weltanschauung.. “
Il passo successivo – una volta messo tutto nel grande calderone dipinto dalla nostra WELTANSCHAUUNG – sarà quello di ricercare le weltanschauung delle epoche di Omero. Epoche plurali, 1) quella di Pisistrato, 2) quella precedente, di ILIADE ed ODISSEA per la prima volta scritte in alfabeto di derivazione fenicia, 3) quella lunga di una probabile tradizione orale e infine 4) quella dei fatti ivi narrati. In una operazione che definirei “metafilologica”, ricostruire le relazioni tra gli elementi differenti tra queste quattro epoche e a questo schema adeguare una visione filosofica dell’insieme identitario delle diverse culture. Alla fine dovremmo ritrovarci tra le mani qualcosa di molto simile a quattro differenti paradigmi, dei quali ciascuno è indispensabile per capire – non tanto CHI o COSA sia stato Omero, ma l’ANIMA DEI POPOLI di quei mondi.
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ULISSE, CIRCE E AIAIA (Eea)
Se è vero che Omero in Odissea Libro X 195-7 dice che “(Aiaia) è un’isola incoronata dal mare aperto, di per sé bassa, e che tra il fitto bosco di lecci e la macchia coi miei occhi ho scorto in mezzo un fumo levarsi.” ΝΗ͂ΣΟΝ, ΤῊΝ ΠΈΡΙ ΠΌΝΤΟΣ ἈΠΕΊΡΙΤΟΣ ἘΣΤΕΦΆΝΩΤΑΙ: ΑΥ̓ΤῊ ΔῈ ΧΘΑΜΑΛῊ ΚΕΙ͂ΤΑΙ: ΚΑΠΝῸΝ Δ᾽ ἘΝῚ ΜΈΣΣΗΙ ἜΔΡΑΚΟΝ ὈΦΘΑΛΜΟΙ͂ΣΙ ΔΙᾺ ΔΡΥΜᾺ ΠΥΚΝᾺ ΚΑῚ ὝΛΗΝ.
È vero che definisce pure ‘bassa’, ΧΘΑΜΑΛῊ (Chthamalí), Ithaca nel libro precedente (IX, 25), che pure raggiunge l’altezza di 806 metri col suo Monte Nerito. Quindi, contrariamente a quanto s’ebbe a ipotizzare con Angela G., il sospetto che Pianosa sia la principale candidata in quanto ‘bassa’ decade, perché se Ithaca è ‘bassa’ coi suoi 800 metri potrebbe essere bassa pure l’Elba coi suoi 1000 e passa metri. Inoltre è più facile immaginare un bosco di querce/lecci sull’Elba che non su Pianosa. Da non dimenticare Apollonio Rodio che fa sbarcare all’Elba gli Argonauti in cerca di Circe, e i “meandri delle isole sacre” di Esiodo, tutti mi pare più indicativi di un’isola abbastanza grande da avere dei “meandri” ΜΥΧΏ
Esiodo frammento 390 edizione Merkelbach and West
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Anche nel Nuovo Testamento c’è un passaggio simile a quello di Omero (*1) che amo citare sul trattare bene gli estranei.
È nel §13 della Lettera agli Ebrei (50-175 d.C. ca), e dice:
1 Che l’amore fraterno per gli estranei resti saldo. 2 Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli.
Questo è un breve passaggio da un testo alquanto controverso e non definitivamente attribuito. Si tratta di un testo di Eraclide (per me Pontico, per altri Lembo) che commenta la Politica di Aristotele e fa una sorta di geografia. Nel descrivere Cefalonia, dice questa frase.
In una perfetta tesi di dottorato del 1974 Dilts scriveva che la classificazione dei manoscritti di VH e Pol. è completa (ndr: Variae Historiae di Claudio Eliano e Politiae di Eraclide) , salvo nuove scoperte. I codici V e x risalgono alla Rinascita Planudea a Bisanzio nel XIII secolo e furono portati in Italia verso la fine del Rinascimento. Il primo riferimento a VHI in Italia è nel catalogo Vaticano del 1475. Tra questa data e l’editio princeps (1545), sono derivati 21 apografi da V e x. L’edizione standard di VH è quella di Hercher del 1866, basata sui manoscritti V e a. L’edizione non soddisfa gli standard moderni. Anche il testo standard di Pol. è insoddisfacente. L’obiettivo è contribuire a testi più accurati. È necessaria una discussione ulteriore sul testimonia per un nuovo testo di VH.
Fattostà che se oggi comprate i framnenti di Eraclide Pontico nelle edizioni Wehrli ed altre, oppure le Variae Historiae di Aelianus, questo testo delle Politiae è sparito. Per leggerlo dobbiamo procurarci edizioni precedenti al 1650.
Nell’ambito storico della Toscana tra il XVI e XVIII secolo, il Principato di Piombino rappresenta una scacchiera di intricati conflitti e strategie tra le maggiori potenze europee. Questo saggio intende esaminare le dinamiche territoriali sottolineando l’importanza delle fortezze dell’Elba e la formazione dello Stato dei Presidii.
La metà del XVI secolo fu caratterizzata da un labirinto di alleanze e tensioni coinvolgendo Firenze, Spagna, Francia, Turchia e Siena. Cosimo I de’ Medici, con l’obiettivo di ampliare la sua sfera d’influenza, occupò il Principato di Piombino nel 1549. Questa mossa era parte di una più ampia strategia di controllo della Toscana, teatro di manovre di potenze europee.
L’isola d’Elba, nodo cruciale nel Mediterraneo, divenne luogo di tensioni e manovre politico-militari. Il Trattato di Londra del 1557 consolidò la predominanza fiorentina nella regione e sottolineò il ruolo cardine di Portoferraio sull’Elba. Nonostante la rinuncia al Piombino, l’Elba rimase un punto nevralgico della geopolitica toscana.
Durante l’occupazione spagnola, furono edificate strutture difensive imponenti, come Forte Focardo e Forte San Giacomo, a testimonianza della determinazione spagnola nel mantenere una solida presenza nel Mediterraneo.
Fortezza del Giogo
Parallelamente alle vicende del Principato di Piombino, la costa toscana vide l’istituzione dello Stato dei Presidii. Quest’entità, formata da un insieme di fortificazioni ordinate dal re di Spagna, includeva postazioni strategiche come Orbetello e Porto Ercole. Questi presidii erano non solo bastioni difensivi, ma simboli tangibili dell’influenza spagnola in Toscana.
Il XVIII secolo introdusse nuovi scenari. I Presidii, riconosciuti ai Borboni nel 1735, evidenziarono un riposizionamento delle alleanze politiche. Tuttavia, l’avvento della rivoluzione francese portò le forze galliche a estendere la loro presenza in Toscana, compresa l’Elba. Il Trattato di Amiens del 1802 segnò la cessione di Piombino e dei Presidii alla Francia, inaugurando un nuovo capitolo della storia regionale.
Il Principato di Piombino, le fortificazioni dell’Elba e lo Stato dei Presidii delineano l’intricata trama di alleanze, conflitti e strategie territoriali in Toscana tra il XVI e XVIII secolo. Oltre alla loro funzione difensiva, questi baluardi riflettono le ambizioni e gli equilibri di potere delle maggiori potenze europee nella regione.
Con la morte di Carlo II di Spagna nel 1700, il vecchio continente fu catapultato in un vortice di tensioni. La prospettiva che Filippo, con sangue francese nelle vene e discendente di Luigi XIV, potesse ascendere al trono di Spagna destò grande preoccupazione tra le potenze europee. La scacchiera geopolitica dell’epoca vedeva il continente diviso tra le ambizioni espansionistiche di Francia e Spagna, e la necessità degli altri stati di preservare un equilibrio di potere.
Nazioni come Inghilterra, Olanda, i molteplici principati tedeschi, il Sacro Romano Impero e l’Impero Austro-Ungarico, presi dal timore di una crescente egemonia franco-spagnola, si coalizzarono nella Grande Alleanza di Augusta. Nel 1702, questa formidabile coalizione dichiarò guerra alla Francia.
La Toscana non fu immune dai conflitti. Come riferito dal “Dizionario Geografico Fisico e Storico della Toscana” di Repetti, nel gennaio 1708, una flotta imperiale bloccò Porto Lungone dal mare, cercando contemporaneamente di assediare il Forte Focardo. Tuttavia, rinforzi giunti da Francia e Spagna permisero alla guarnigione di respingere l’assalto imperiale, infliggendo pesanti perdite. Un episodio particolarmente significativo avvenne il 9 maggio, quando la guarnigione, in una sortita ben organizzata, mise in fuga le truppe tedesche, inseguendole nella valle di Monferrato e sconfiggendole sulle pendici del monte noto da allora come “Sassi Tedeschi”.
Il generale spagnolo, ora padrone della situazione, ordinò la distruzione delle mura di numerose fortezze, tra cui quella del Giogo. Solo con il Trattato di Utrecht nel 1714, che pose fine a questi scontri e riequilibrò le potenze europee, Porto Lungone passò sotto il dominio spagnolo di Napoli.
Ma la Fortezza del Giogo, protagonista di tali eventi, aveva radici che affondavano molto più indietro nel tempo. Ristrutturata da Jacopo III Appiano d’Aragona nel 1459, la sua vera origine rimane avvolta nel mistero. Leggende narrano che potesse essere stata un antico tempio, successivamente trasformato in un baluardo difensivo. Alcuni storici la collocano nel VII secolo, mentre altri ipotizzano origini etrusche o addirittura dell’età del bronzo. Una menzione storica del 1553 descrive un assalto da parte della flotta turca di Dragut alla fortezza. La Fortezza del Giogo, purtroppo, cadde in rovina, prima per mano dello stesso governatore spagnolo de Pinel e, in seguito, per l’abbandono e la negligenza delle generazioni successive.
di Angelo Mazzei (Custode del Museo Archeologico di Marciana)
Spunti di riflessione per appassionati di etruscologia e storia dell’Elba.
Nuragici tra Elba e Populonia LE FABBRICHE DI BRONZO La nota 39 e il Mirabilibus della scuola aristotelica. INTRODUZIONE (seguirà post CAP. 1)
di A. M.
Prima di cominciare a parlare premetto che darò per scontato molte cose che pretendono una buona conoscenza della protostoria dell’isola d’Elba, di Populonia, della Corsica e della Sardegna. Quattro argomenti che difficilmente si trovano collegati in maniera approfondita in un solo autore. Per riuscire nell’impresa, ho cercato di ridurre al massimo la bibliografia essenziale, riferendomi esplicitamente a due soli testi, in modo da rendervi possibile leggerli entrambi.
Per il testo della Bartoloni, mi limiterò qui a riportare alcuni passaggi che reputo importanti. Su tutti la nota a piè di pagina numero 39. La nota 39 di Gilda Bartoloni ci parla chiaramente di una Populonia a metà tra il villanoviano e l’ilvatico (lei parla di nuragico, ma noi sappiamo bene dell’architettura ellittica delle capanne litiche del bronzo finale e della tipica sepoltura “all’elbana”, cioé a fossa con ghiaie di mare, in secoli nei quali in Italia si praticava l’incinerazione in urne e a partire dal VIII-VII secolo si passò alle tombe a camera.
La scoperta delle tombe a camera villanoviane di Populonia diede lo Spunto per un repentino vivace dibattito. Sul tentativo di collegarle con le tombe a forno italiche dell’età del bronzo, o con le capanne a cupola conica, o ancora agli ossuari a forma di capanna prevalse la connessione con il mondo egeo. Molti studiosi ponendo la cronologia di queste tombe al passaggio tra il periodo villanoviano e orientalizzante, le utilizzarono come ulteriore prova dell’origine orientale degli Etruschi. Più recentemente il riferimento all’ambiente miceneo viene ripreso da Giacomo Caputo (1974), a proposito delle tombe a pseudocupola del medio val d’Arno ribadendo il ruolo dei Micenei In Occidente tracciato da Giovanni Pugliese Carratelli con la definizione di ano stanziamento miceneo a Pisa (1958, p. 219). Ad un collegamento con i monumenti nuragici, del resto già effettuato negli studi ottocenteschi a proposito della Tanella di Pitagora, accenna Massimo Pallottino già nelle prime edizioni di Etruscologia (1947): [6] «Si potrebbe», dice, «anche esaminare se la costruzione a pscudocupola, tipica dell Etruria marittima settentrionale non sia da considerare in rapporto ai nuraghi sardi», ipotesi ribadita nel 1972, (PALLOTTINO 1974, p. 72) a proposito delle tholoi del Valdarno, affermando che: «È probabile e storicamente ragionevole che le risorse minerarie della zona abbiano attirato sin dall’età del bronzo elementi propri del Mediterraneo orientale favorendo forse la loro conservazione fino alle culture degli albori dei tempi storici nel senso di “centro di sviluppo industriale” a suo tempo luminosamente indicato da Hawkes per Populonia. Ma non si può neppure del tutto trascurare la questione degli stretti rapporti intercorsi tra queste zone e la Sardegna nuragica fondamentalmente caratterizzata dalle strutture a tholos». All’ambiente sardo fa riferimento anche Luciano Laurenti (1958, p. 208) per le costruzioni a cupola etrusche, datate un po’ troppo in basso, cioè tra la metà del VII e quello del Vl secolo a.C., e considerate tentativi maldestri e frutto di una tecnica appresa affrettatamente, non diffusa e non sentita. Lo studioso ritiene «che non si possano ricollegare con la grande esperienza egea; penso invece che la tecnica sia stata insegnata in Etruria da qualche muratore della Sardegna, dove l’arte di costruire volte e cupola a filari aggettanti ebbe un ultimo meraviglioso rigoglio» gli stretti rapporti tra Sardegna nuragica e Etruria mineraria villanoviana (BARTOLONI, DELPINO 1975; GRAS 1978; LO SCHIAVO 1981; LO SCHIAVO, RIDGWAY 1987; BARTOLONI 1991; 1997), messi in luce nell’ultimo ventennio hanno dato maggior impulso, a questo, collegamento (COLONNA 1976, p. 5, 1986, pp. 389-390, da ultimo NASO 1996, pp. 84-85, n. 44).
Per il testo di Zecchini, l’accento va sulle Asce Villanoviane della Gneccarina, che chi ha frequentato il museo nel quale lavoro, conosce bene, e chi non lo ha fatto può venire a vederle e sentirne la storia. La mia idea è stata da subito chiara: un possessore è colui che possiede una o due asce, spesso neanche uguali tra loro; un produttore è uno che ne ha almeno quattro o cinque pressoché identiche tra loro – come nel caso delle nostre. Non sono poi io a dire che le asce, dopo aver cercato per mari e per monti in libri in svariate lingue e su svariate epoche, non assomigliano in maniera lampante alle asce di nessun altro luogo. Cosa che fece dire a Carancini nel suo testo sulle asce in Italia pubblicato nei Prähistorische Bronzefunde, che si trattava di ASCE DI TIPO ELBA.
Questa ricerca s’incrocia con la questione del famoso Bronzetto d’Offerente trovato dal signor Agarini nella zona di Latrani ed esposto al MANN di Napoli.
Nuragici tra Elba e Populonia IL RAME E IL BRONZO da un accurato studio di Chiarantini
Scrive CHIARANTINI 2018: (gli asterischi sono le mie note, A. M.) Il già menzionato De mirabilibus auscultationibus di Pseudo-Aristotele, afferma che: “In Etruria ci è detto essere su un’isola di nome Aethaleia*, una miniera dove nei tempi antichi si scavava il rame, dalla quale si dice che fossero realizzati tutti i loro vasi di rame; che poi potrebbe non essere stato più trovato: ma, trascorso un lungo periodo**, dalla stessa miniera è stato prodotto il ferro***, che gli Etruschi, che abitano la città di Populonia, usano ai nostri giorni” (Sal. Arist., Mir, 93,). Anche se il significato e l’interpretazione di questo testo sono state l’oggetto di un acceso dibattito (vedi Corretti e Benvenuti, 2001) e le presenti dichiarazioni devono essere valutate in modo critico, si può ammettere che l’anonimo scrittore, o la sua fonte, ha ricordato dell’esistenza, sull’isola di “antiche” miniere di rame, probabilmente in anticipo sullo sviluppo urbano di Populonia, cioè, prima della fine VIII, metà VII secolo a.C. (Corretti 2004a, 2004b)****. Anche se uno dei primi depositi ricchi di rame dell’Isola d’Elba, il sito sepolcrale di Grotta San Giuseppe a Rio Marina, risale al tardo Eneolitico (fine III millennio a.C.-inizio II millennio a. C.: Grifoni Cremonesi, 2001)***** molti altri (es. San Martino, Pomonte, Santa Lucia, Colle Reciso, Cima del Monte, ecc.) hanno una cronologia più giovane (IX-VII sec a. C. ). La vicinanza ad alcune proiezioni di rame (Fig. 3a) alcuni di questi siti possono suggerire che in quel periodo potrebbe aver avuto luogo uno sfruttamento dei minerali di rame elbano (ad esempio, FBA-EIA). D’altra parte, a Santa Lucia scorie di rame sono state descritte da Simonin (1858); purtroppo, non si sono conservate fino ad oggi e non sono disponibili per lo studio. Inoltre, uno stampo (per la fusione di rame/bronzo?) è stato recentemente segnalato da Colle Reciso (Acconcia e Milletti, 2015).
* nelle mie traslitterazioni troverete sempre Aithalia, senza le “e”, superfluo spiegarne le ragioni.
** un periodo di secoli, dato che Aristotele (o un suo allievo) parla dal 350 av. Cr. circa, riferendosi al passaggio tra età del bronzo ed età del ferro ante litteram, tra X e VII secolo circa. Personalmente mi pare possibile che la federazione dei Dodici Popoli si sia formata proprio per stabilire delle regole sullo sfruttamento del metallo dell’Elba, “oro nero” di quei tempi, che logicamente doveva essere “spartito” tra tutti i membri dell’Unione Economica Etrusca, un po’ come gli odierni fondi europei, se mi è consentita la battuta. L’Elba (e forse Populonia stessa) avrebbero fatto parte di un Distretto Federale (una teoria per ora tutta mia, purtroppo, in attesa che se ne persuada qualche archeologo, etruscologo e/o “ilvatologo”).
*** Ne ho parlato in maniera approfondita altrove in un saggio “La Grotta di Aristotele”. Si tratta della Grotta del Rame (cfr. località Ginepro, Miniere di Calamita).
**** Corretti tende ad abbassare di molto l’inizio dell’età del ferro in Italia. Per come la penso, vedo l’intenso sviluppo economico e sociale di Populonia come successivo alla scoperta e lo sfruttamento del ferro. Cosí come la crescita culturale esplosiva della civiltà etrusca a inizio VIII secolo secondo me implica un boom economico che la preceda di qualche decennio, boom che a sua volta considero strettamente legato al ferro e alla rivoluzione agro-industriale che mette in atto con le fabbriche di strumenti agricoli, che fino ad allora erano realizzati in materiali più pesanti o più fragili. Non credo plausibili nemmeno le ipotesi che il ferro sia stato sfruttato prima da miniere non elbane e solo molto tempo dopo dall’Elba.
***** Come attestato anche dalle ossidiane delle tombe degli scheletri (cfr. S. Ducci) l’Elba risulta al centro settentrionale delle rotte mediterranee già almeno dal 1800 a. C. Peccato, che- come ricorda Pagliantini in Aithale, n. 204 pag. 133, lo studio di Chiarantini e altri sul rame della grotta di San Giuseppe a Rio non sia stato pubblicato, in quanto gli isotopi di piombo (206, 208, ecc. che si usano come indicatori comparati per stabilire approssimativamente la provenienza del rame) erano praticamente assenti; peccato.
Nuragici tra Elba e Populonia I GUERRIERI Due considerazioni di Lo Schiavo e Bartoloni da interpretare
Ci sono due passaggi sulle tombe “villanoviane” dell’area populoniese (antecedenti la fondazione della città etrusca unita, pertinenti alle aree sepolcrali di San Cerbone, Poggio delle Granate, P. del Telegrafo, P. del Molino) che prendendoli per buoni e mettendoli assieme ci offrono degli sviluppi ermeneutici con vari scenari ipotetici.
Uno, quando la Lo Schiavo, in riferimento a Fedeli (1983 pag. 86) dice di non essere d’accordo con chi ritiene il rito incineratorio un indicatore di anteriorità (2011, nota 43). Quindi, la cremazione e la sepoltura dei cadaveri, coesistono per un certo periodo, e puó essere che quest’ultimo rito possa essere in alcuni casi anteriore al primo.
Due, quando Bartoloni dice che la cremazione prevale nel caso che il defunto sia un guerriero. Affermazione empirica che non si deve esaurire pensando che riguardasse la classe dei guerrieri (ci sono anche bambini cremati, per esempio), ma mi fa pensare piuttosto che guerrieri siano un gruppo sempre in movimento, distinto, forse anche per etnia, dagli inumati (a loro volta distinti in sepolti a fossa e sepolti a camera).
Si potrebbe pensare ad alcune cose, – che se questo testo che scrivo fosse in ambito accademico andrebbero taciute, come si è tenuti a fare con le intuizioni non deducibili direttamente da alcun dato che le corrobori – ma essendo al momento solo un post sui social, ci si puó dissociare per un momento dal primo comandamento di ogni buon accademico delle antichità, l’ovidiano GRAVIS EST CULPA TACENDA LOQUI, è una grossa colpa parlare di quel che si dovrebbe tacere.
Fatta questa debita premessa, vorrei ricordare per l’ennesima volta il più grande uomo di cultura italiano dei tempi di Sant’Agostino, che era Mauro Servio Onorato (che non possedeva navi né giornali).
Servio (per gli amici) è famoso per essere stato il portentoso grammatico che redasse le opere complete di Virgilio corredate di ampie ed approfondite note, dette “commentari”. Riguardo ai passaggi su Populonia, Servio riporta con estrema chiarezza tutte le notizie storiche in suo possesso sulle origini della città.
QUIDAM DICUNT – POST XII POPULOS IN ETRURIA CONSTITUTOS – Secondo alcuni – dopo che si erano costituiti (la confederazione dei) dodici popoli/stati in Etruria – POPULONIAM POPULUM EX INSULA CORSICA IN ITALIAM VENISSE ET CONDIDISSE Venne in Italia un popolo dall’isola di Corsica e fondó Populonia
(poi Servio riporta ALTRE versioni, come se fossero alternative, invece possono essere compatibili e complementari a questa prima)
ALII POPULONIAM VOLATERRANUM COLONIAM TRADUNT Altri riportano Populonia colonia di Volterra. Potrebbe benissimo essere che la zona dei villaggi corsi (ed elbani) di Populonia sia stata conquistata (con guerrieri) dai Volterrani, che quindi hanno fondato la vera e propria città etrusca, e che per un lungo periodo abbiano convissuto tra loro, prima di imporre il dominio etrusco.
ALII DICUNT VOLATERRANOS CORSIS ERIPUISSE POPULONIAM Altri dicono che i volterrani strapparono Populonia ai corsi (ed elbani).
Ne emerge che Populonia fu dapprima fondata da un popolo che veniva dalle isole e poi conquistata da Volterra, quando già la federazione etrusca era stata costituita. Rimane da capire se in effetti le culture delle isole (sarda/corsa/elbana) siano state determinanti nella crescita della civiltà etrusca e in che modo.
La questione delle sepolture, al di là delle mie elucubrazioni, andrebbe studiata ed approfondita, oltre che in un confronto con gli archeologi francesi dalla Corsica, con l’intrapresa di una serie di campagne di scavo all’isola d’Elba per l’età del bronzo, soprattutto mirando a XI-VIII secolo.
Le ipotesi nuragizzanti su Vetulonia di G. Camporeale furono forse troppo estreme, è vero, ma estreme sono pure quelle in auge che puntualmente rinunciano a uno studio approfondito bilaterale su GLI ETRUSCHI E LE ISOLE da un lato, e GLI ISOLANI E L’ETRURIA, usando l’inesplorata (inescavata) Elba come trait-d’union.
Ancora dal Museo di Rio ISOLA DEL BRONZO
Superate le prime deliziose vetrine interamente dedicate all’eneolitico (Grotta di San Giuseppe, post precedente) entriamo in epoca successiva e in siti geograficamente più distanti da Rio. Siamo perlopiù a Cima del Monte, sopra il Volterraio, e a Colle Reciso. Queste collezioni integrano quelle che potete ammirare in sala 1 al nostro museo (Marciana) provenienti dalla zona del Monte Giove e dintorni e Valle Gneccarina.
Gli elbani dell’età del bronzo vivevano soprattutto sulle cime dei monti, almeno a giudicare dalle testimonianze archeologiche. Nei dintorni del Monte Capanne, reperti in bronzo importanti provengono dalle valli sopra Chiessi e Pomonte, ceramiche, pesi da telaio e vaghi d’ambra dalla Madonna del Monte e dintorni, come detto. Nella stessa epoca a parte tracce da San Piero e dal Calamita, i due siti più ricchi sembrano essere Cima del Monte e Colle Reciso, appunto. Molti oggetti scavati dal Professor Foresi negli anni ’60 dell’ 800 furono da lui non meglio localizzati come provenienti da un ripostiglio a San Martino, a seguito dell’aratura di un campo da parte di un contadino locale. Ai contadini non è mai convenuto un granché fare scoperte archeologiche, perché i loro nomi non vengono praticamente mai riportati. Nessuno vuole sapere il nome del contadino di San Martino, del carbonaio di Chiessi o del pastore di Poggio. Se invece era un signore, anche se non archeologo, allora il suo nome veniva fatto eccome.
L’oggetto più impressionante è una fibula gigante, le sue dimensioni sono davvero incredibili. Il reperto visto sui libri in foto non rendeva giustizia, vederlo da vivo mi ha fatto letteralmente sobbalzare. Un conto è leggere su un testo “fibula in bronzo dimensioni 16,5cm” e un altro è vederne la grandezza spropositata coi propri occhi. A cosa sarà mai potuto servire uno spillone cosí? Sarebbe la tipica domanda ingenua del visitatore sprovveduto, alla cui tenerezza a volte capita che neanche gli esperti sappiano rispondere. Ci sono pennati, asce e altri frammenti, tutti lí quasi a testimoniare la stracitata frase di Aristotele o di un prof del suo Liceo che “tutti gli oggetti in bronzo dei tirreni (etruschi/italici) erano realizzati con rame dell’Elba”. E pochi metri più in là eccola scritta anche sul pannello didascalico informativo proprio sopra il fibulone. Con la giovane e sapiente guida (tesina sulla Val Camonica rupestre e tesi magistrale sui dipinti secenteschi raffiguranti Eraclito e Democrito) non si rischia di perdersi, se non nel suo sguardo a metà tra il dark punk di Lydia Lunch e la Uma di Kill Bill 2. La collezione di bronzi del museo archeologico di Rio è davvero straordinaria, anche se il museo meriterebbe più visite ma la segnaletica nel paese e sulla circonvallazione è praticamente assente, il Sindaco dovrebbe porre rimedio. Trovo assurdo che ci siano più visitatori ai musei di Napoleone o dei minerali che in questo affascinante viaggio nella storia e nella preistoria ricchissima di questa sbalorditiva isola. Un pezzo di arenaria usato come forma fusoria (stampo da fusione) del rame trovato da Foresi nel 1860 circa a Colle Reciso, mi intriga, ma non ne faccio un post esclusivo, perché per Acconcia è un sí, per Corretti è un falso (vorrei chiedere ad Alessandro perché mai uno dovrebbe peritarsi a falsificare un reperto del genere per di più frammentario), Zecchini dice che è moderno, XIX secolo, Pagliantini invece sembra essere più prudente nello sbilanciarsi. Si dice che oggetti romboidali come nello stampino non esistano in epoca protostorica, semmai ci sono punte di freccia simili in epoca medievale, oppure poteva servire a fare aculei di inferriate e cancelli in bronzo. Chissà. Resta il fatto che sono riuscito a scrivere un post lunghissimo senza dire essenzialmente niente; giusto per non ripetermi rispetto a molti altri post ed articoli già scritti analizzando abbondamente la questione e tutta la sua bibliografia. Molti li trovate scorrendo i post qui sotto, alcuni con hashtag #nuragicielbapopulonia altri senza.
Andate a visitare il Museo di Rio, soprattutto se siete elbani. Essere isolani non vuol dire essere tagliati fuori dalla cultura, dover volare bassi e non sapere le cose. Più che mai quando le cose da vedere e da sapere sono la nostra radice più profonda; quello che ci nutre e ci tiene in piedi.
Nuragici tra Elba e Populonia IL RAME DELLA GROTTA pochissime parole e 1 foto
Grotta del Rame (Capoliveri)
Dice Antonio Miglioli che quelli in foto sono “i due campioni di Rame nativo da Grotta del Rame, Capo Calamita (Elba) che ho in collezione. Acquisiti nell’agosto del 1974. Il cristallo di sinistra misura 5,5cm, quello di destra 11cm.”
LA MONTAGNA DI CAMPO
Un nucleo musteriano alle Piane al Canale; si tratta di un sasso lavorato e affilato per trasformarlo in uno strumento tagliente; sembra lavorato con la tecnica in uso tra 100mila e 30mila anni fa. Periodo nel quale l’Elba è stata a tratti alterni isola e penisola; questo deve aver procurato dei flussi migratorii che raggiungevano l’Elba via terra per poi rimanere isolati per diverse migliaia di anni; questo sempre che sia corretta la teoria accettata senza batter ciglio dalla comunità scientifica, secondo la quale l’uomo non sapeva navigare durante il paleolitico. L’Elba torna ad essere un’isola circa 10mila anni fa, e si renderà subito importante punto di riferimento, grazie alle sue insenature, per i primi navigatori del neolitico in cerca di porti sicuri. La più antica prova indiretta di navigazione risale a circa 12mila anni fa, gli archeologi hanno scoperto in una grotta del Peloponneso degli strumenti litici in ossidiana provenienti dall’isola di Milos. Mentre è di circa 8000/4000 anni fa un carico di ossidiana scoperto nei fondali di Capri, certamente di una nave neolitica. All’Elba dovettero trovare ricovero dai mari in tempesta questi primi navigatori mediterranei noti, che commerciavano- o quantomeno trasportavano – l’ossidiana da Lipari (Eolie), da Palmarola (Pontine) e dal Monte Arci (Sardegna), per destini remoti e centri di smistamento, nel sud della Francia, in Catalogna, verso il nord Italia e persino fino a Malta. La dottoressa Gori nel 1924 scriveva nel suo “L’età della pietra all’Elba” che dalla non meglio specificata “Campo” provenivano dei ritrovamenti dell’età della pietra, una lama di tipo gravettiano, un raschiatoio, un disco e un grattatoio. Dobbiamo ricordare che ovunque in questa zona sono stati ritrovati oggetti che testimoniano la presenza dell’uomo in tempi preistorici. La bellezza e la particolare conformazione di alcune strutture megalitiche – naturali o manufatte che siano – dovette esercitare un’attrazione irresistibile per l’uomo già colto e dotato di linguaggio articolato, ma ancora impegnato nello stare al mondo con sacrale rispetto del pianeta e della terra, con un particolare rapporto con la pietra, protagonista assoluta dello sviluppo arcaico di una intelligenza tecnica. Emblematico il sito immediatamente a sud della Pieve di San Giovanni in Campo, un agglomerato di coti tonde, grossi megaliti dal diametro di circa 2-3 metri. Tra questi, non in situ, un emisfero con faccia piatta smussata ad ottagono e centro con una conca di circa 15cm con canalina di scolo, secondo Zecchini una macina di epoca etrusca, secondo altri medievale, ma indatabile attraverso analisi archeometriche, se non per comparazione empirica, per questo ci si dovrebbe mettere alla capillare ricerca da immagini archeologiche da tutto il Mediterraneo di manufatti simili, nulla vieta che ne risulti qualcosa di neo- o paleo- litico. Numerosi i ritrovamenti “antediluviani” anche a sud e a nord, nello specifico, in tutta l’area che va dalle Piane al Canale a Pietra Murata, per arrivare fino alle tombe di Campo alle Sughere e Pomonte, e di là, su alle Solane e a Spartaia e Procchio. Qui intorno Zecchini ricorda due asce di selce beige, sei punte di freccia, e soprattutto un’ascia piccone in pietra verde decorata da cavità a goccia sulle due facce. Nel periodo etrusco, a partire dal X-IX secolo, l’abitato di Campo sembrerebbe concentrarsi prevalentemente sulla collina di San Mamiliano, ma la demografia si presenta sparsa ovunque. Inoltre, in tutta questa detta Montagna di Campo tra i molti ritrovamenti dei primi secoli etruschi una sorta di tomba a botte, che gli archeologi chiamano “a ziro”, (tipo quella famosa di San Giovanni a Bologna, che presenta similitudini stilistiche e materiali dei reperti con quelli del Monte Giove esibiti al museo di Marciana). Molti oggetti importanti anche a Campo, dei bronzi, tra cui una spada, una punta di lancia, un puntale e due fibule, preziose spille. Si configura una fascia omogenea, quasi un insediamento enorme sul massiccio del Monte Capanne, insistente soprattutto nella fascia tra i 400 e i 500 metri sul livello del mare, almeno fino alla Guerra contro gli invasori Ioni, storicamente ricordata per l’episodio della Battaglia di Alalia (cfr: contra Aithalia). Non dobbiamo cedere alla semplificazione di definire questo periodo “etrusco” tout-court, dato che le tipicità sono tante, esprimono dei legami intensi dell’isola d’Elba con località geograficamente lontane, come Massalia (Marsiglia), Felzna (Bologna), Aleria (e Sardegna), Ischia, Lipari, Egeo nord-orientale. L’Elba ne emerge come un pit-stop delle rotte sarde, micenee, fenice, etrusche e greche.
Nuragici tra Elba e Populonia TANTI RITI DIVERSI Ancora Gilda Bartoloni specifica come nel IX secolo si praticassero molti tipi di sepolture a Populonia.
Questo dato mi pare ulteriormente indicativo di come in un’epoca in cui il resto d’Italia segue un particolare rito funebre, Populonia sembra attestare una compresenza di popoli. Qui infatti si ha un melting pot di sepolture, di molti tipi diversi. Dice la Bartoloni che:
“nelle necropoli di Populonia sono testimoniati contemporaneamente (almeno dalla seconda metà del IX secolo a.C.) l’uso del rito dell’incinerazione in vasi biconici (1a) e ovoidi (1b) e in urna a capanna (1c), deposti entro pozzi (2) più o meno semplici o all’interno di tombe a camera (3), e quello inumatorio (4) in tombe a fossa (4a) e a camera (4b).
Asce di bronzo ad alette ASCE TIPO ELBA Asce di Valle Gneccarina
Presso il Museo Archeologico di Marciana si possono vedere quattro delle asce che furono trovate quasi un secolo fa sopra Chiessi, nel versante sud occidentale del Capanne.
Cercando su facebook #nuragicielbapopulonia troverete alcune informazioni aggiuntive. Sono state studiate da M. Zecchini e A. M. Bietti Sestieri, e compaiono con la denominazione TIPO ELBA nel volume dei Prähistorische Bronzefunde curato da G. L. Carancini, che scrive: Con questo tipo inizia la serie delle asce ad alette prive di setto di divisione tra immanicatura e lama, di cui è possibile distinguere due gruppi: A) Asce prive di occhiello laterale (tipi Elba, Aquileia, Treviso, con spalla brevissima, Bortoloni, ad alette foliate, Talamona, Valle di Non, Dobbiaco, Mazzone, Aldeno, Lagundo, Talasch, Solagna, Ricovero, Toscanella, San Francesco, e i nn. 3554-3556, 3623, 3624, 3644-3654). B) Asce con occhiello laterale (tipi Este, con spalla breve, Bortoloni, Albiano, Padova, Ponso, Franchini, e i nn. 3702-3705). A loro volta, le asce appartenenti ad entrambe i gruppi sono ordinate in base allo sviluppo della spalla, dai tipi con spalla accennata a quelli con spalla assai larga. Il TIPO ELBA presenta l’immanicatura tozza, a lati lievemente convergenti verso il basso, distinta dalla lama mediante risega; lieve gradino – in alcuni esemplari – tra manico e lama; lama più stretta dell’immanicatura, di forma subtrapezoidale slanciata, a margini concavi, at verso il basso, distins. manicatura,di forma subtrapezoidale slanciata, a margini concavi lievemente rientranti, e fortemente divaricati presso il taglio, poco arcuato. In veduta laterale, alette molto larghe, di forma da lanceolata a foliata; spigolo mediano per tutta la lunghezza della lama. In sezione, alette da diritte a lievemente rientranti.
3534. 𝐈𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐝’𝐄𝐥𝐛𝐚, Valle Gneccarina, Prov. Livorno, Toscana. – Ripostiglio di sole asce sotto un lastrone di arenaria, nella pozza di fusione, alla profondità di 30/40cm.- Materiali associati: le asce nn. 3536-3538; e altra identica rimasta di proprietà della famiglia dello scopritore.
Esposte al MuArMar, in Sala 1, Vetrina 2, Ripiano 2
Prähistorischen Bronzefunden, disegno di Carancini
Nuragici tra Elba e Populonia I BRONZI DI POPULONIA Il ripostiglio di Falda della Guardiola
In un saggio scritto a quattro mani da Milletti (esperto di etruscologia populoniese) e da Lo Schiavo (luminare della civiltà nuragica) si legge che:
“Secondo I’elenco dei materiali pubblicato da A. Minto nel 1926 (tra i quali anche le asce in fig. 1), poi ripresentato nella monografia su Populonia del 1943, il ripostiglio di Falda della Guardiola sarebbe costituito da… parte di una spada a lamina rettilinea… quattro accette con lama trapezoidale a margini retilinei… un’accetta con lama a margini rientranti… una fibula di bronzo con l’arco ingrossato a cuscinetto romboidale… una lucerna a navicella»”
Nella fig. 2 vediamo invece le asce della Valle Gneccarina (Marciana, Elba) chiaramente prodotte in serie e ancora in possesso del suo forgiatore, a differenza di quelle della Guardiola di Populonia che appaiono come esemplari in possesso di utenti finali.
Milletti e Lo Schiavo poi dicono che c’è una controversa fibula (cfr. ancora Bartoloni), probabilmente finita in mezzo a quei bronzi al museo di Firenze dopo gli sconvolgimenti causati dall’alluvione del 1966, che altrimenti sarebbe determinante per una datazione del ripostiglio chiuso verso la fine del VIII secolo.
Significativa è la presenza insieme alle asce della Guardiola di una barca (navicella, dicono gli autori) tipicamente nuragica (fig. 3) studiata da Filigheddu nel 1994. Rimando ad un articolo reperibile online scritto da Anna Depalmas sulle cd “navicelle nuragiche”, un caratteristico manufatto che non ha analogie importanti in Grecia, Creta, Anatolia e Medio Oriente, ma rimanda ad una tipica usanza dell’Antico Egitto, a beneficio dei negazionisti di un legame Egitto-Sardegna, che come vediamo si spinge sulla rotta elbana fino a Populonia e Vetulonia.
ELBA E SARDEGNA: TOMBE MEGALITICHE E CONNESSIONI CULTURALI NEL NEOLITICO DEL MEDITERRANEO NORD-OCCIDENTALE
Introduzione: Il primo quarto del IV millennio a.C. emerge come un ‘periodo assiale’ (proto o ur-Achsenzeit) nella storia del Mediterraneo nord-occidentale, con l’isola d’Elba e la Sardegna che giocano un ruolo centrale in questo panorama dinamico. La presenza di tombe megalitiche simili nelle due regioni suggerisce non solo interazioni culturali ma anche possibili implicazioni geopolitiche ed economiche.
Il Fenomeno Megalitico nel Mediterraneo Occidentale: Il megalitismo, sviluppatosi tra il V e il IV millennio a.C., è testimone della connettività tra le culture del Mediterraneo occidentale. Queste strutture, che spaziano dai menhir come Perrdas Fittas (Sardegna) e Sassi Ritti (Elba) alle tombe a corridoio, segnalano un’evoluzione culturale e rituale comune tra diverse regioni, riflettendo possibili reti di scambio e interazione.
Piane alla Sughera e Li Muri: Le analogie strutturali e rituali tra le tombe di Piane alla Sughera all’Elba e Li Muri in Gallura, Sardegna, non sono casuali. Queste somiglianze suggeriscono che queste regioni potrebbero non solo condividere una tradizione funeraria, ma anche interazioni economiche e sociali.
L’Elba nel Contesto Megalitico: La presenza di una cultura megalitica sull’Elba suggerisce che l’isola non fosse meramente un punto di passaggio, ma un attore attivo nella rete di scambi del Mediterraneo occidentale. La sua posizione geografica potrebbe averla resa una sorta di crocevia culturale e commerciale tra la Sardegna, la Corsica e le regioni continentali del Mediterraneo occidentale.
Un auspicio: La similarità tra le strutture funerarie megalitiche dell’Elba e della Sardegna sottolinea l’importanza di queste regioni nel contesto più ampio del Mediterraneo nord-occidentale durante il Neolitico. La loro interconnessione potrebbe riflettere reti commerciali, movimenti di popolazioni e possibili alleanze geopolitiche, offrendo una nuova lente attraverso la quale esaminare l’evoluzione culturale, economica e politica della regione. Un auspicio, che ricercatori ed università si impegnino a studiare questi tesori di memoria, e che l’Elba non resti dimenticata e i suoi siti in stato di abbandono.
Bibliografia:
Léa, V., Pellissier, M., Gratuze, B., Boucetta, S., & Lepère, C. (2017). Renouvellement des données sur la diffusion de l’obsidienne sarde en contexte chasséen. Archeologia e Preistoria Mediterranea, 45, 231-245.
Puglisi, S. (1942). Villaggi sotto roccia e sepolcri megalitici della Gallura. Bollettino di Paletnologia Italiana, V-VI, 123-141.
Scarre, C. (2018). Monuments and Landscape in Atlantic Europe: Perception and Society During the Neolithic and Early Bronze Age. Routledge.
Tilley, C. (1996). The Power of Rocks: Topography and Monument Construction on Bodmin Moor. World Archaeology, 28(2), 161-176.
Bradley, R. (1998). The Significance of Monuments: On the Shaping of Human Experience in Neolithic and Bronze Age Europe. Routledge.
Elba Island: Where Archaeology Meets Diplomacy By groviglio.news For The New York Times
MARCIANA, Elba Island — In a sunlit room surrounded by artifacts that whisper tales from eons ago, an unexpected rendezvous unfolded today. This was not just any gathering, but a confluence of history and diplomacy at the Museo Civico Archeologico di Marciana.
Dedicace on the Guestbook
Shawn Crowley, the Ambassador ad interim of the United States in Rome, and his wife, were hosted by Angelo Mazzei, the dedicated museum keeper with a penchant for storytelling. The subject? The captivating history of Elba Island, from its Paleolithic hunters to its pivotal role in the Neolithic era as a harbor haven.
But this was no mere tour. As they delved into discussions about obsidian trades from Lipari and Sardinia and the significance of Elba’s location, it became evident that the meeting was about more than just sharing knowledge. It was about forging a future rooted in the past.
Elba’s unique position in history, as highlighted by Mazzei, makes it a critical point of interest for scholars of the Bronze Age and Etruscan civilization. The island has played witness to countless maritime routes and trading pathways. It has seen civilizations rise and fall, and its shores have welcomed explorers, traders, and settlers alike.
Recognizing the potential for further exploration and academic collaboration, Mazzei extended an invitation to Crowley: to rally the support of American universities with a keen interest in the Bronze Age and Etruscan culture. It was a call to merge modern research capabilities with age-old stories, to bring to light more of Elba’s untold tales.
Crowley’s enthusiasm was palpable. For the ambassador, this wasn’t just a history lesson; it was an opportunity. An opportunity for scholars from both sides of the Atlantic to come together and uncover the myriad secrets that Elba still holds.
This meeting, in the midst of ancient relics and tales of bygone eras, has the potential to spark a new chapter for Elba. With the might of American academia and the rich history curated by experts like Mazzei, the future looks promising for uncovering more of the island’s historical wonders.
While it’s early days, today’s encounter at the Museo Civico Archeologico di Marciana signifies hope. Hope that the past can guide the future, that diplomacy can pave the way for discovery, and that Elba’s stories will continue to be told for generations to come.
Elbano è l’etnonimo attribuito agli abitanti dell’isola d’Elba. Esiste peró anche come nome proprio di persona nella versione maschile, mentre al femminile si usa generalmente Elba. Lo stesso accadeva con il nome latino dell’isola, che veniva usato in entrambi i generi, per Ilvo ed Ilva. Nell’antichità questa usanza è pure attestata in uso nella lingua greca antica. Se l’Elba infatti si chiamava Æthalia (ΑΙΘΑΛΗ, ΑΙΘΑΛΕΙΑ), c’erano i suoi abitanti, che si chiamavano Æthalites (ΑΙΘΑΛΙΤΕΣ, ΑΙΘΑΛΙΔΕΣ). Lo stesso termine si usava anche come nome proprio. Di seguito riporto alcuni importanti frammenti storici per chi volesse approfondire la questione. Ricordo solo che Pitagora, figlio di Mnesarco, nato in un’isola dei Tirreni (Etruschi) scelse come sua prima vita nel ciclo delle metempsicosi quella del “figlio” di TVRMS (Ermes, Mercurio, Thoth), un tale Æthalide, al quale il Dio aveva donato la memoria che si conserva nel ciclo delle rinascite.
Ecco la traduzione in italiano del testo di Stephanus di Bisanzio:
“Aithale, un’isola dei Tirreni, secondo Ecateo, si trova in Europa. Sembra che sia stata così chiamata perché ha del ferro, che ha la proprietà di produrre fuliggine (aithale) quando viene lavorato. Filisto nel quinto libro della sua ‘Storia Siciliana’ la chiama Aithaleia, così come fanno Erodiano e Oros. Polibio nel suo trentaquattresimo libro dice che Lemnos era chiamata Aithaleia; da qui venne Glauco, uno di coloro che scoprì la saldatura del ferro; perché ce n’erano due. Uno era di Samo, che dedicò anche una statua molto famosa a Delfi, secondo Erodoto; l’altro era di Lemno, un rinomato statuario. Forse la città fu chiamata così a causa dei crateri che si dice siano emessi da Efesto. Infatti, si dice che questi siano lì. L’etnonimo derivato da Aithaleia è Aithaleites, come Zeleites, e da Aithale è Aithalites, come Sinopites, Ioppites. Il termine Aithalites può significare Chio; così si diceva di Chio. E i cittadini sono chiamati Aithaleis.”
Aethale, insula Tyrrhenorum. Hecataeus Europae. Videtur vero sic vocata fuisse eo quod ferrum habeat, quod in Αἰθάλῃ (id est, in fuligine) conficiatur.
Ferecide racconta a proposito del personaggio (delle Argonautiche e della memoria sempiterna, prima incarnazione delle sei vite di Pitagora) che:
Aethale, insula Tyrrhenorum, apud Hecataeum in Europa. Videtur autem ita a ferro appellata, quod in favilla (αἰθάλῃ) conficitur. Philistus vero Sicularum rerum libra quinto eam Aethaliam vocat, ut et Herodianus et Orus.
Questo lungo frammento di Timeo allarga il discorso, confermando quanto dice Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche:
Non pauci, tum veterum, tum etiam recentium, inter quos et Timaeus est, scriptorum perhibent, Argonautas post vellus abreptum, cognito ostium Ponti ab Aeeta navibus praeoccupatum esse, mirificum et memoria dignum facinus edidisse. Tanaim enim ingressos ad fontes ejus adscensisse, navique per aliquod terra intervallum protracta, per aliud flumen in Oceanum sese effundens ad mare devenisse, et tum a borea versus occasum ita cursum flexisse, ut a sinistra continentem haberent, et tandem juxta Gades in mare nostrum inveherentur. Adid probandum his utuntur argumentis: primo quod Celtae Oceani accolae inter deos maxime Dioscuros venerentur; apud quos a priscis inde temporibus traditum, ex Oceano deos hosce quondam ad ipsos delatos esse. Tum quod in regionibus Oceano propinquis, non paucae ab Argonautis et Dioscuris appellationes adhuc sint reliquae. Porro quod continens intra Gades manifesta horum reditus signa ostendat. In Tyrrheniae enim transitu, ad insulam, quae Aethalia dicitur, advectos pulcherrimum ibi omnium, qui in illis regionibus exstant, portum Argoum de navi sua nuncupasse: quod nomen ad hanc quoque tempestatem duret. Quod ad eum quoque modum in Etruria portum octingentis a Roma stadiis, Telamonem nominarint. Quod denique ad Formias in Italia portui nomen Aeetae, qui nunc Caieta est, indiderint. His addunt, procellarum vi ad Syrtes abreptos, a Tritone, Libyae tunc rege, quae natura maris esset, et qua ratione periculum effugerent, illos didicisse. Ob quod aeneum ei tripodem donarint, qui priscis inscriptus literis non ita pridem apud Euhesperitas superstes fuerit.Cf. Pseudo—Aristot. De mir. auscult. c. 113, qui multa ex Timaeo in sua transtulit, et Strabo V, p. 342.
394 5, 1° AGOSTO 1549, BASTIANO CAMAPANA A COSIMO I
Zanobi Mazzei è arrivato fa il cassiere in fortezza.
394 157, 14 AGOSTO 1549, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I
Zanobi Mazzei farà lo scrittoio.
394 A 1261, 31 OTTOBRE 1549, ELBA, ZANOBI A COSIMO I
Ringrazia Cosimo per che lo ha riconosciuto per tenere le scritture promette di servirlo fedelmente.
397A 967-68, 19 GIUGNO 1550, ELBA, ZANOBI E GIOVANNI CAMERINI A COSIMO I
Scrive Camerini sui pagatori e sui denari che Zanobi dà per gli operai.
398 63, 6 LUGLIO 1550, BASTIANO D’AREZZO DE LA STELLA A COSIMO
Bastiano Campana aveva dato ai capoliveresi molti archibusi e finimenti e son tornati a chiederne al signor Otto il quale fece intendere a Zanobi Mazzei che li compiacesse, avendone pochi gliene ha dati 10.
398 81-82, 11 LUGLIO 1550, ELBA, ZANOBI A COSIMO I
Deve pagare delle guardie che Otto da Montauto vuol mettere al Capo della Vite e all’Enfola, e deve fare altri pagamenti fra polvere, biscotto, aceto. Ha dato alla comunità di Capoliveri polvere e dieci archibugi sempre seguendo gli ordini di Otto. Acqua delle due cisterne delle fortezze è buona. Chiede altri 200 o 300 scudi per finire le opere.
398 369-71, 6 AGOSTO 1550, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Chiede soldi per eseguire ordini di Camerini. Soldi per le munizioni. Non vorrebbe partire di lì e desidera come buon servitore saldare questi scritti. Di nuovo la prego mi facci forza di fare di sollecito a questa scritta per Mazzeo di Raffaello Mazzei mio fratello.
398 373, 6 AGOSTO 1550, CAMERINI A COSIMO I
Problemi di Zanobi Mazzei con le monete bandite. Zanobi vorrebbe restare ancora un mese come provveditore poi arriverebbe Bastiano Campana.
398 459, 11 AGOSTO 1550, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I
Il camerlengo deve dare denari per l’Elba perché dice Zanobi che ne patiscono assai.
398 530, 20 AGOSTO 1550, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Forniture in base agli ordini del signor Otto, cotte di mattoni del fornaciaio, ordini del Camerino.
399 524, 10 OTTOBRE 1550, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Ha mandato a Pisa a Bastiano un bilancio con le note delle munizioni e palle. Cisterna piena.
400 562, 13 DICEMBRE 1550, ELBA, ZANOBI A COSIMO I
Approvvigionamento munizioni. Il fratello Mazzeo si trova in Firenze se lo rivolesse in servizio di v. ecc…
400 778, 30 DICEMBRE 1550, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I
Abbiamo preso grano da Campiglia da Lo Casale e Zanobi Mazzei lo manda tutti i giorni a macinare a Marciana per farne farine.
401 710, 19 MARZO 1550 (QUINDI 1551), PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Rassetta la cisterna secondo l’ordine del Camerino. Chieste le munizioni a Bastiano Campana.
402 182-183, 6 APRILE 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Lavori alla cisterna, rendiconto di come ha speso vari scudi. Il grano si fa macinare a Marciana, rendiconto dei lavori alle fortezze.
402 338, 18 APRILE 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Ha ricevuto 1000 scudi e ne terrà conto. Macina farina a Rio.
402 393-394, 22 APRILE 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Macina farine. Elenco di quanto ha bisogno al mese di farine, di polvere, il governatore di Piombino gli ha chiesto 10 migliaia di mattoni per la torre di Palmaiola ma gli ha risposto che ce n’erano pochi e servivano a Portoferraio, ma poi glieli ha richiesti il Camerino e gli sono stati dati.
402 426, 442, 23 APRILE 1551, ELBA, ZANOBI A COSIMO I
Rendiconto per il vitto della Stella.
402 A 616, 7 MAGGIO 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI E GIOVANNI CAMERINI A COSIMO I
Giustifica i soldi destinati alla Stella. Farina e munizioni.
402 A 816-18, 16 MAGGIO 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Provvisioni di farina, munizioni, grano.
402 A 868-69, 18 MAGGIO 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Munizioni. Manda un bombardiere al forno di Campiglia per le 200 palle e la colubrina nuova, e venuta questa è stata messa alla Stella. È arrivato Bastiano Campana.
413 271-272, 15 GENNAIO 1552 (1553) PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Forniture alle fortezze e alle galere. Cisterne, farine.
414 A 840, 21 MARZO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Le galere conducono legna per le fornaci di calcina, fa una cotta di mattoni, si comincia a murare la cisterna. Mandano da Piombino la farina.
414 131, 30 APRILE 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A BASTIANO CAMPANA
414 140, 2 APRILE 1553, RIO NELL’ELBA BASTIANO CAMPANA A ZANOBI
414 141, 2 APRILE 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
414 325, 13 APRILE 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
415 523-24, 9 LUGLIO 1553, FERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Le farine di Piombino cominciano a riscaldare, inizia a far mal pane per cui farà biscotto. Il fattore del signor Otto, Giovanni Francesco Landi, vuole entrare dentro Portoferraio ma lo sconsiglia per i diverbi avuti con un soldato. Fa venire da Marciana il legname e le frasche per coprire gli alloggi per le famiglie elbane che si sono rifugiate in Portoferraio. Campana e Camerino gli ordinano di far spianare una cotta o due di lavoro quadro per fare la cisterna da basso.
415 528-29, 10 LUGLIO 1553, ZANOBI A COSIMO I
Le farine ribollono, legname da Marciana per gli alloggiamenti. Ritorna sul caso del fattore di Otto da Montaguto.
415 676, 19 LUGLIO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Non possono levare legnami da Pomonte perché furono viste delle galere. Forniture munizioni, pane farina.
415 819, 24 LUGLIO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Ha dato le chiavi della stanza del colonnello dalla parte di verso il porto al generale delle galere, ora gli chiede anche le chiavi di quelle verso il mare, ma ci deve mettere il medico. Senza la licenza del Duca non dà le case a quelli delle galere e poi non gli danno neanche gli schiavi per lavorare e non riesce ad andare avanti.
416 63 3 AGOSTO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Polvere per le galere, gabbioni, ha ordinato castagnoli da Marciana, furono fatti 80 o 90 gabbioni due anni fa e ora ce ne sono 67 a forza di spostarli qualcuno si è rotto e due contadini ne hanno bruciati tre ma li hanno ripagati, non li ha messi sotto la conserva perché le stanze sono umide.
416 463, 22 AGOSTO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
Racconto dell’attacco turco di 15 giorni prima
Oggi fa 15 giorni arivò qui l’armata di dragut allungone et de lì proprio venne fra l’ottoni e san giovanni turchi in terra a scaramuzzar con le galere di quella et l’altro giorno doppo abbrugiarno capoliveri et rio et missen in terra di là del falcone fantarie dove stetton tutto il giorno et la sera al tardi ritornorno in canale dal capo della vite donde uscirno la mattina a buon hora et parti quattro giorni ritornorno in detto luogo stando tutto il giorno in terra et a dua hore di notte ritornorno al cavo tenendo ogni notte tre galeotte in guardia et nel venire qua presono Pianosa con assai anime et Marciana et Campo con abrugiar la maggior parte delle case loro togliendo loro ciò che si trovavano a tanto che li poveri huomini sonno tutti sbigottiti et non sanno come farsi a viver et più habitar le stanze loro per certo guaste
I turchi hanno guasto tutto il giardino che non ne è restato se non il terreno
Nella torre di marciana c’erano due pezzi e li hanno presi per difetto del castellano che viste quattro fuste se ne uscì fuori; al giovo li fecero tutti schiavi meno tro o quattro,
416 A 634, 31 AGOSTO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I
I guastatori dopo 15 giorni di lavoro a Piombino erano stracchi. Il fattore di Otto ha 70 sacca di grano da vendere.
416 A 796, 8 SETTEMBRE 1553, PORTOFERRAIO, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I
Appena finito di rassettare le vettovaglie e dopo aver informato Agnolo Guicciardini che ancora non è arrivato a Piombino andrà dal Duca. Non ha capito se il commissario Guicciardini ha da stare qui o a Piombino. Non vede l’ora che venga qualcuno a mettere ordine perché Zanobi Mazzei ha fatto molto disordine non facendo le riviste delle munizioni. Arrivati 60 marraioli da Pistoia e li ha messi a far pietre fuor dalla porta dove vicino al mare faranno una nuova fornace visto che le vecchie sono tutte ruinate.