Teoria sinergetico-panpsichistica della gravità

§1 : Una prospettiva sinergetica sulla gravità: Riconsiderazione della forza come un principio di asservimento collettivo

1.1 La Sinergetica Gravitazionale
Negli ultimi decenni, la teoria sinergetica di Haken ha fornito un quadro interessante per comprendere i fenomeni emergenti e la cooperazione nei sistemi complessi. In questo articolo, proponiamo un’innovativa teoria della gravità sinergetica che riconsidera la forza di gravità come una manifestazione di un principio di asservimento collettivo condiviso tra le particelle che costituiscono un corpo celeste. Questa prospettiva apre nuove possibilità per la comprensione dell’interazione gravitazionale e richiede una revisione del nostro attuale approccio alla gravità.

1.2: Principio di asservimento collettivo
Il principio di asservimento collettivo, proposto da Haken, suggerisce che le entità complesse, come gli organismi viventi o i sistemi sociali, emergano attraverso l’interazione e la cooperazione delle loro componenti costituenti. Questa cooperazione consente alle componenti di agire insieme come un’unica entità, sviluppando caratteristiche e comportamenti emergenti che non possono essere spiegati a livello individuale. Applicando questo principio alla gravità, proponiamo che le particelle che costituiscono un corpo celeste si uniscano in un’organizzazione sinergetica che manifesta la forza gravitazionale.

1.3: Organizzazione sinergetica e gravità
In questa teoria sinergetica della gravità, consideriamo ogni particella che compone un corpo celeste come un membro cooperativo di un’organizzazione sinergetica. Ogni particella contribuisce con la sua massa e la sua energia al campo gravitazionale complessivo. L’interazione e la cooperazione tra le particelle si traducono in un’attrazione collettiva che viene interpretata come la forza di gravità. In questo quadro, la forza di gravità emerge come un risultato della volontà collettiva delle particelle di asservirsi l’una all’altra, creando un’organizzazione sinergetica che costituisce il corpo celeste.

1.4: Implicazioni e possibili evidenze
Questa teoria sinergetica della gravità presenta alcune implicazioni interessanti. Prima di tutto, potrebbe fornire una spiegazione alternativa alla formazione dei corpi celesti, evidenziando il ruolo della cooperazione e dell’organizzazione sinergetica delle particelle. Inoltre, potrebbe offrire una prospettiva unificante per comprendere l’interazione tra la gravità e altre forze fondamentali, come l’elettromagnetismo, all’interno di un quadro sinergetico più ampio.

Per validare questa teoria, sono necessarie ulteriori indagini teoriche ed empiriche. Gli esperimenti di laboratorio potrebbero essere condotti per esplorare le interazioni tra particelle in sistemi sinergetici e studiare i fenomeni emergenti. Inoltre, le osservazioni astronomiche potrebbero essere analizzate alla luce di questa prospettiva, cercando evidenze di cooperazione e comportamenti collettivi nei corpi celesti.

1.5: Prospettive
La teoria sinergetica della gravità qui proposta offre una prospettiva innovativa che considera la forza di gravità come un principio di asservimento collettivo tra le particelle che costituiscono un corpo celeste. Questo approccio, basato sui principi della sinergetica di Haken, apre nuovi orizzonti per comprendere l’interazione gravitazionale e la formazione dei corpi celesti. Sono necessarie ulteriori ricerche teoriche ed empiriche per valutare e validare questa teoria, ma potrebbe aprire la strada a una visione unificata delle forze fondamentali e della complessità dell’universo.

§2: La gravità sinergetica e il ruolo della Mente Sacra: Un’interpretazione panpsichistica dell’interazione gravitazionale

2.1: Gravità Empedoclea
Nella prima parte di questo articolo, abbiamo esplorato la teoria sinergetica della gravità, che considera la forza di gravità come un principio di asservimento collettivo tra le particelle che compongono un corpo celeste. In questa seconda parte, ci spingiamo oltre, esplorando il concetto empedocleo di Mente Sacra e proponendo un’interpretazione panpsichistica dell’interazione gravitazionale. Questa visione suggerisce che le particelle cooperino perché eseguono l’ordine di una Mente Sacra che permea l’universo.

2.2: La Mente Sacra e l’interconnessione delle particelle
Secondo Empedocle, l’universo è pervaso da una Mente Sacra, un principio ordinatore e organizzatore che governa tutte le cose. Questa Mente Sacra è considerata come l’essenza stessa dell’universo, la fonte da cui tutto origina e a cui tutto ritorna. Nella prospettiva della gravità sinergetica, possiamo estendere il concetto di Mente Sacra alle particelle che costituiscono un corpo celeste. Ogni particella, animata da una sorta di psiche o coscienza elementare, esegue l’ordine della Mente Sacra, cooperando con le altre particelle per formare e mantenere l’organizzazione sinergetica che caratterizza il corpo celeste.

2.3: Panpsichismo e cooperazione delle particelle
Il panpsichismo, una concezione filosofica che sostiene la presenza di una forma di coscienza o esperienza elementare in tutte le entità dell’universo, può fornire una base per comprendere la cooperazione delle particelle nella gravità sinergetica. Secondo questa prospettiva, ogni particella possiede una forma di coscienza rudimentale o esperienza, consentendo a ciascuna di percepire e rispondere all’ordine della Mente Sacra. In questo quadro, la forza di gravità emerge come un’interazione cooperativa tra le coscienze elementari delle particelle, guidate dall’armonia dell’ordine universale.

2.4: Un universo interconnesso
Questa interpretazione panpsichistica della gravità sinergetica ci porta a considerare l’universo come un sistema interconnesso di coscienze elementari che cooperano per manifestare l’ordine e l’organizzazione che osserviamo. Le particelle non agiscono in modo isolato, ma sono in costante interazione e comunicazione attraverso l’influenza della Mente Sacra. Questa visione olistica suggerisce che ogni parte dell’universo contribuisce al tessuto della realtà in un modo significativo e intrecciato (entangled).

2.5 Il Genio Divino motore del mondo
La teoria sinergetica della gravità, quando arricchita dal concetto empedocleo di Mente Sacra e interpretata da una prospettiva panpsichistica, offre una visione affascinante dell’interazione gravitazionale. Le particelle che compongono un corpo celeste cooperano non solo attraverso le leggi fisiche, ma anche perché eseguono l’ordine di una Mente Sacra che permea l’universo. Questa visione olistica e interconnessa dell’universo apre nuove possibilità per comprendere la natura della gravità e l’armonia che pervade il tessuto stesso della realtà.

È importante sottolineare che questa prospettiva panpsichistica richiede ulteriori indagini teoriche ed empiriche per essere pienamente valutata e accettata dalla comunità scientifica. Tuttavia, esplorare tali idee filosofiche può stimolare nuove domande e approfondire la nostra comprensione dell’universo e delle interazioni fondamentali che lo governano. Il ritorno del concetto di Mente Sacra e/o Genio Divino, un’opportunità di commistione tra i nostri rinnovati bisogni spirituali, i sentimenti ambientalisti ed animalisti, e la ristrutturazione di un paradigma scientifico dominante che nell’ultimo secolo e mezzo, a parte i vantaggi tecnologici, ci ha anche portato all’esaurimento delle capacità di sostenibilità. Un mondo di plastica, petrolio e bombe atomiche, non è più possibile.

Dobbiamo ripensare il mondo e la realtà da capo.

Un nome di città dell’Età del Bronzo all’isola d’Elba

I micenei, l’Elba e l’incredibile storia del più antico toponimo di città italiana (Late Helladic III B)


I. GLI ETRUSCHI DEI CASTELLI
Se doveste immaginare l’Elba nel 566 avanti Cristo, forse dovreste pensare a degli incredibili castelli megalitici costruiti su tutte le sue vette più alte, circondati di case borghesi e capanne elittiche di operai.
E templi, certamente templi.
Nell’Elba di inizio VI secolo fino al 566 avanti Cristo assieme agli etruschi dovevano vivere anche molti fenici e greci, forse questi più distribuiti nelle località di mare. Tra queste dovevano avere – a giudicare dai ritrovamenti – una certa importanza Sant’Andrea e Cotoncello, porti “elbani” dove si parlavano molte lingue. Qui i patresai e i santandreesi antichi avevano certamente osterie per i marinai di passaggio, generi di prima necessità, mini-emporia (εμπόριη) – ovvero mercatini per scambisti (di merci, prodotti e materie prime). Qui si arrivava dopo la lunghissima traversata dalle Bocche del Rodano, passando per Capo d’Antibes, direttamente su Capo Corso e la costa nordoccidentale elbana.
Questi elbani ante litteram, non erano una razza nobile ed antica parlando di sangue. Essi erano il risultato di stranieri che – innamoratisi dell’isola sacra – avevano scelto d’impiantare qui le proprie radici.
Ma dominava su tutto il resto un’identità che vinceva su tutte le altre, qui si era isolani, elbani prima d’ogni altra origine.
Certamente i Liguri e/o i Villanoviani, chissà i Nuragici. Ma sette otto secoli prima forse Œnotri, protoliguri, Rinaldoniani, d’Ozieri, chissà.
Nel II secolo a. C. un popolo- il cui nome é tutto un programma, viene ricordato come agguerrito difensore della provincia Apuana. Erano gli Ilvates. Il nome è bello ed altisonante, si potrebbe proporre di usarlo per categorizzare la/le civiltà tipicamente elbane, che da sempre hanno abitato quest’isola.
Questa identità patria degli Ilvate potrebbe aiutarci a cercare una ragione per l’assenza di ricche necropoli etrusche sull’Elba.
All’Elba forse si doveva scegliere perlopiù se adottare a sé il locale rito funebre e la specifica sepoltura, oppure far trasportare le esequie alla propria terra d’origine, sia che si venisse da Atene, da Corinto, da Veio, da Vulci o da Cartagine.
Questo troverebbe conforto nell’episodio di 1137 anni dopo, quando Cerbonio scelse di morire nel Comune di Giove (forse tra Poggio e Marciana) lasciò detto che lo si seppellisse a Populonia.
Altrimenti morire all’Elba e riposarvi, avrebbe previsto un tipo molto particolare di sepoltura, in grotticelle di granito o addirittura interrati senza volumi d’aria.
Per fenici, greci ed etruschi, non doveva essere il massimo.
Invece i Romani, più tardi, almeno a Portus Argus (Portoferraio) e a Fabricha Ferraria (industria di fabbri) o Ferraia (senza l’ultima “erre”, non “del ferro” ma dell’ “agricoltura”), dimostrarono di non disdegnare la sepoltura in loco.
I Romani erano infatti come una cultura melting pot insulare: pieni di contaminazioni, ma ancora più fortemente identitari.
Anche oggi, si può essere nativi di Melbourne, di Stoccolma o di Edimburgo, non cambia niente, dopo aver vissuto sull’isola a lungo ci si sente tutti prepotentemente elbani.
Essere elbani è un sentimento prevaricatore, quando lo si esperisce non c’è posto per emozioni aliene che mettano in pericolo la propria ELBANITÀ.
Il paesaggio, le montagne, le vallate, che oggi ci appaiono semplicemente meravigliose, dovevano essere indiscutibilmente SACRE per gli antichi.
Che dire poi della profonda sensibilità degli Etruschi (e anche degli “Ilvates”) per questo territorio. Loro che sacralizzavano laghi, sorgenti, montagne e mari, quale altro posto avrebbero potuto considerare più SACRO di questo?
Questo forse ci offre un’ipotesi plausibile del perché il QUADRO GEOPOLITICO FEDERALE dell’Elba nel VI secolo, sia cosí eterogeneo. All’Elba non si trova prevalenza di materiali da una sola specifica città etrusca o regione delle Federazioni Etrusche. L’isola, tra roccia, terra e mare, ha restituito agli archeologi un complesso crogiuolo d’identità, irriducibili ad un unico “dominio”.
Vulci, Cerveteri, Belsedere tra Cortona e Perugia, Tuscania, Tarquinia, Volterra e Populonia, forse non tutte, ma molte delle città presenti sull’isola.
Nel Castello di Cupes (Castiglione di San Martino, presso la Villa di “Napoleone”) che ci facevano degli etruschi campani? Forse i forni per il ferro elbano presenti ad Ischia qualcosa ci possono rivelare.
La stessa storia del Volterraio ha preso una svolta senza ritorno, il toponimo già diceva tanto, la moneta di Volterra dice davvero tutto.
Che i Pisani dall’anno 1000 e rotti del medioevo abbiano RISTRUTTURATO i ruderi di alcune fortezze etrusche abbandonate ci potrebbe anche stare.
Forse non è il caso della Fortezza di Marciana, ma potrebbe esserlo stato per quelle di Poggio, San Piero, Rio e Volterraio.

  1. POPULONIA
    (racconto di Isidoro Falchi)
    Valentino Nizzo, dopo aver stabilito che le più arcaiche tombe di Populonia dimostrabili con certezza appartengono a un quadro cronologico posteriore al 650 aC, conclude che “mentre nell’Etruria meridionale (laziale) si affermava il modello delle tombe a tamburo (UNO STILE), nell’area di Populonia erano utilizzati SIMULTANEAMENTE DIVERSI TIPI architettonici [… a causa di] DIFFERENTI TECNICHE COSTRUTTIVE come pure a DIVERSE COMPONENTI SOCIALI.
    (cfr. ROMUALDI, Appunti sull’architettura funeraria a Populonia nell’Orientalizzante, pagg. 47-60)
    Si trova in Paola Puma (2014):
    “Nonostante i pesanti danni causati dalle escavazioni eseguite con mezzi meccanici per l’asportazione delle scorie ferrose, la necropoli si rivela costituita da un numero elevato di strutture, ancora oggi in corso di scavo, che vanno dal VII secolo a.C. al III secolo a.C.”
    e poi
    “Se il limite anteriore di utilizzo sepolcrale sistematico dell’area è abbastanza concordemente stabilito nell’inizio della fase Orientalizzante (collocabile alla fine dell’VIII secolo a.C.), la presenza di tumuli dalle dimensioni rilevanti si addensa a partire dal secondo quarto del VII ed è collegata al macroscopico sviluppo del ceto aristocratico Orientalizzante.”
    Cfr. Daniele Maras, in GEDGAA, su EX INSULA CORSICA in Servio. Servio non dice “città fondata dagli etruschi”, ma al contrario “città fondata dai popoli dalla Corsica”.

3. ISCRIZIONI IN LATINO DA PORTO ARGO (CIL)

Con molta licenza vado a tradurre poeticamente un’iscrizione romana trovata a Portoferraio e riportata nel CIL.

§§§

Di quel che fu cosí effimero,
a Giove Ottimo Massimo,
giusto il tempo di una forma,
che per sempre sarà felice.

§§§

Il Corpus Inscriptionum Latinarum riporta quanto segue:

2615 litteris partim erosis in tabula marmorea di quadro perfetto della larghezza di un braccio. Era in una stanza sotto la cisterna di piazza D’Arme in Porto Ferrajo.

EX HIS MOX-IVP OM
SIQVD TEMPVS PER[…]
[…]E FIIX NEC NON ISTA
FVERIT SEMPER FELIX

in Lombardi memorie p. 183. Non attigi. Fortasse subest fraus*.

*Quando non vi era testimonianza diretta, secondo i dettami della lezione del Mommsen, l’iscrizione era immediatamente tacciata di falso (FRAUS=FRODE).

4. LA REGINA (DI) ARGO. Sulla Regina Alba credo che l’aspetto leggendario e le numerose gonfiature nel processo di mitopoiesi, di creazione di una storia mitica, come sempre avviene quando ci si raccontano le cose in piazza o al bar, ci abbia portati a racchiuderci nella comfort zone del nostro positivismo ateo novecentesco, impedendoci di cogliere nelle trame del racconto la stratificazione del vero. Invece la Orlanda Pancrazzi, emerita professoressa dell’Università di Pisa, già negli anni ’80 sosteneva “che molte delle fantasie di Celeteuso Goto, (pseudonimo dell’autore più citato dagli scrittori di storia elbana del ‘700) si sono rivelate aventi un fondo di verità a seguito di ricerche e scavi archeologici.

Alba certo è oltre che “capitale” dei latini, termine latino che sta per ‘Bianca’, che potrebbe essere la latinizzazione del greco Argo, “capitale” dei popoli argivi, dell’età del bronzo, erroneamente detti “greci” o “micenei”. Argo, tra l’altro, termine greco che sta per ‘bianco’. Ricordo che in epoca in cui l’Elba non era ancora sotto Roma (280 a. C. circa) era appena uscita la versione delle Argonautiche di Apollonio, da Alessandria d’Egitto, dove si trovavano tutti i libri di storia e letteratura nella grande biblioteca. Apollonio da Rodi faceva sbarcare i nostri eroi a (LIMEN ARGOO) ΛΙΜΉΝ ΑΡΓΌΟ, “limēn” che puó essere letto sia come ‘Confine’, estrema frontiera dell’impero dei regni argivi, sia come ‘Capo’ (Capobianco è ancora oggi il nome di una splendida punta facilmente riconoscibile dai naviganti antichi) oppure come ‘Porto’, Porto Bianco o Porto di Argo, per la nave Argo, oppure di Argo per la città o per la nazione argiva.

5. IL MANOSCRITTO DEL CAPITANO SARRI DEL ‘700. Coresi del Bruno e Sarri, che per primi tra XVII e XVIII secolo ne scrivono, raccontano di diversi cimiteri, aree di sepoltura delle cui tombe purtroppo è andato quasi tutto perduto, di certo restano almeno le trascrizioni di alcune lapidi da sepolture presso piazza della Repubblica e presso il Ponticello. Ma i nostri ci parlano anche di aree residenziali fin sotto i luoghi dove poi sarebbero sorti Forte Falcone e Forte Stella. Di marmi e splendidi muri e pavimenti, dell’altare e di un tempio circa all’inizio di via dell’Amore, e di altri ritrovamenti. Non dimentichiamoci che anche di recente la squadra del professor Franco Cambi dell’Università di Siena ha scavato e trovato nell’area tra San Giovanni e Le Grotte.

I lavori di rifondazione della città con Cosimo bisogna dedurre che non rispettarono minimamente la memoria di questa città anteriore, costruirono sulle sue rovine ricoprendo il tutto ? Una cosa che sappiamo ma non dovremmo stancarci di dire è che l’Elba ha vissuto ricorsivamente dei momenti di gloria grazie a uomini o donne molto potenti che se ne sono presi particolarmente cura.

6. ATTIANO L’ANDALUSO PADRINO DI ADRIANO E LE DUE PORTOFERRAIO. Questo è stato il caso, oltre che di Napoleone, di Cosimo, ma come dimenticare il prestigioso numero 2 dell’Impero Romano sotto Adriano, l’uomo che lo aveva cresciuto e che poi fece in modo che fosse proprio lui e nessun altro a succedere a Traiano come Augusto. Publio Acilio Attiano deve aver reso la Portoferraio dell’epoca certamente grandiosa, a giudicare dai marmi e i graniti scolpiti e dall’acquedotto. Attiano aveva fatto incidere il suo nome sulla pietra e persino sui tubi di piombo che correvano sotto la città, o forse sarebbe meglio dire, le due città: la città commerciale, amministrativa, dell’autorità portuale e della navigazione da diporto, Portus Argus della Tavola Peutingeriana, una sorta di atlante geografico dei Romani. E l’altra città, più borgata, campagnia, industria metallurgica, che doveva estendersi al di qua del Ponticello, fino al Capannone, al Norman’s Club, ad ovest e fino alle Grotte ad est, quella che in latino, nella migliore delle mie ipotesi, doveva chiamarsi Fabrica Ferraria. I due nomi, seguendo la stessa ipotesi, avvalorata anche dalla tradizione pressoché orale o trascrizione di leggende popolari, si sarebbero separati e tramandati su due canali diversi. Fabrica si sarebbe trasformato in latino medievale scritto in Fabricha, come in diverse ricorrenze indirette, e nel volgare parlato in Fabricia. Ferraria invece avrebbe perso una erre nel processo – diciamo cosí – d’italianizzazione, trasformandosi in Ferraia e in forme subalterne al maschile Ferraio, e Ferrato, come alle Grotte, o Ferraje, come in marcianese nel secolo scorso. Gli archeologi hanno individuato diversi siti interessanti di epoche etrusca e antecedenti, in tutto quello che dal 1557, alla restituzione del resto dell’Elba agli Appiani, era il territorio dei Medici, dello stato del Ducato di Etruria, MAGNUS DUX ETRURIAE, cosí si legge in una lapide della città riferito al Granduca di Toscana.

7. IL PASSO DELLE ARGONAUTICHE RODIANE IV.645-658

E ne passaron d’albe, pria che in lidi
Dal mar mosso da un’idea d’Hera
Giungessero, impavidi attraversando
Le terre dei Celti e dei Ligusti illesi,
Quantunque la Divina di nebbie
Fittissime le ricoprisse e costoro
Navigando il fiume giù dalla bocca
Di mezzo, finiron dai figli di Zeus
Costeggiando le Stochadi in salvo,
Dove di lor sull’isole è sacro culto e
Altari agli Argonauti s’eressero,
E navi da Zeus, anche le venture,
Non solo le che lor soccorsero.
Così, lasciate le Stochadi ad oriente
Approdarono all’Elba°, Aethalia dove
Si detersero i corpi, sudati dalla fatica,
Raschiandosi la pelle con le ghiaie°°,
Ed ora le ghiaie son color della di lor pelle,
E trovansi sparpagliate sulla spiaggia°°°,
E le loro masse* di ferro e gli strumenti**
Mossi dal genio divino***, e il porto^
È d’Argo^^, enfatico eponimo^^^.

Note:

° Αίθαλίην, Aithalia.
°° ψηφίσιν, piccola ghiaia.
°°° αίγιαλοίο, spiaggia.

  • σόλοι, massa o grumo (schiumolo?) di ferro usato come peso per essere lanciato, alternativamente al disco, δίσκος.
    ** τεύχεα, strumenti e accessori per la guerra, armi, armature; nelle tragedie anche una barca o una vasca da bagno; in rari casi anche vaso o anfora o tazza, insomma qualsiasi cosa “a forma di conca”.
    *** θέσκελα, strumenti mossi da un dio, θεός+κέλλω, cose meravigliose.
    ^ λιμήν, porto, riparo dal mare, rifugio; in certi casi anche col senso di àgorà o di grembo materno.
    ^^ Αργώος, della nave Αργώ Argô, da non confondere con Άργος, nome della città capoluogo degli argivi, oppure per estensione come in seguito per Roma, non la città ma tutto l’impero dei re delle città del Peloponneso in Età “micenea”, ma anche forse come sinonimo di “impero”, visto che anche per la parte settentrionale della Grecia il cui capoluogo forse era Larisa, Omero parla di Argo pelasgica. Senso che si adfice all’etimo di luminoso e splendente.
    In Roma Imperiale, quattro secoli dopo che Apollonio ha composto le Argonautiche ad Alessandria, la città ancora porta il nome di Portus Argus. Notare che in altre trascrizioni del manoscritto si legge anche Αργοο.
    ^^^ έπωνυμίην πεφάτισται, chiamato così dal loro nome.

8. L’ATLANTE DI ROMA IMPERIALE. ANGO PORTVS PORT. LONG. IN NAXO INSVLA
Cosí, per errori di scribi e trascrizioni da carte più antiche ARGO (dalla rodiana memoria LIMHEN ARGOO λιμήν αργοο) diventó nella Tabula Peutingeriana ANGO e ILVA viene riportata come NAXO, evidente richiamo a Naxos.
Diventa l’ennesimo caso di toponimo ellenicista attribuito all’isola, insieme ad AITAREIA (lineare b, cfr. mio omonimo articolo sul web) ΑΙTHALIA, e il serviano ITHACA (cfr. miei artt. e post).
Il Portus Longus è chiaramente l’insenatura del Golfo di Mola, che poteva arrivare fino alla stazione di servizio dove c’è InCoop; data soprattutto l’esistenza di un borgo tardo etrusco in zona, come si evince dalla necropoli di Buraccio, e strategico era senz’altro il promontorio che collega i piani di Mola e dell’Acquabona, ponte tra i due mari. Non solo Monte Fabbrello. E tutta quell’area doveva essere fortemente abitata fino alla valle di San Martino. È quella che secondo me, distinta dal porto coi suoi “uffici”, della vecchia Portoferraio (leggi Argo Porto) potrebbe rispondere a diverse questioni toponomastiche ed essersi chiamata compatibilmente con la latinistica Fabricha Ferraria (poi Fabricha nel medioevo divenuta quasi completamente campagna mitizzata in Fabricia, e Ferraria, prima mutata in Ferraja/Ferrajae e poi in Ferraio).

Sulla Regina Alba credo che l’aspetto leggendario e le numerose gonfiature favoriscono la creazione di una storia mitica, come avviene quando ci si raccontano le cose in piazza o al bar. E ciò impdisce di cogliere nelle trame del racconto la stratificazione della verità storica. Invece la Orlanda Pancrazzi, esimia e compianta professoressa dell’Università di Pisa, già negli anni ’80 sosteneva “che molte delle fantasie di Celeteuso Goto, pseudonimo dell’ autore più citato dagli scrittori di storia elbana del ‘700, si sono rivelate vicine al vero, grazie a ricerche e scavi archeologici del’ 900. Alba certo è, oltre che “capitale” dei latini, termine latino che sta per Bianca, così come Argo è “capitale” dei greci dell’età del bronzo, altro che termine greco che sta per bianco. In epoca in cui l’Elba non era ancora sotto Roma, a inizio terzo secolo avanti Cristo, era uscita la versione delle Argonautiche di Apollonio Rodio da Alessandria d’Egitto, che faceva sbarcare glii nostri eroi a Limen Argoo, toponimo che può essere letto come “Confine” , come “Capo” (Bianco) o “Porto”, e, Bianco, o infine come Porto “di Argo” per la nave o infine “di Argo” per la città.

Come si sviluppava questa città romana nella Portoferraio di allora?
Coresi del Bruno e Sarri, che per primi tra XVII e XVIII secolo ne scrivono, raccontano di diversi cimiteri, aree di sepoltura delle cui tombe purtroppo è andato quasi tutto perduto, di certo restano almeno le trascrizioni di alcune lapidi da sepolture presso piazza della Repubblica e presso il Ponticello. Ma i nostri ci parlano anche di aree residenziali fin sotto i luoghi dove poi sarebbero sorti Forte Falcone e Forte Stella. Questo ci dà la dimensione della città invitandoci a parlarne. Di marmi e splendidi muri e pavimenti, dell’altare e di un tempio circa all’inizio di via dell’Amore, e di altri ritrovamenti. Non dimentichiamoci che anche di recente il team la squadra del professor Franco Cambi dell’Università di Siena ha scavato e trovato nell’area tra San Giovanni e Le Grotte, una fattoria romana con vari grandi dolia che contenevano il vino”.

Ma allora si può dire che con Cosimo non fu rispettata la città romana di un tempo più remoto e le fortificazioni ricoprirono tutto ?
Una cosa che sappiamo ma non dovremmo stancarci di dire è che l’Elba ha vissuto momenti di gloria ricorrente grazie a uomini o donne molto potenti, che se ne sono presi particolarmente cura. Questo è stato il caso, oltre che di Napoleone, di Cosimo, ma come dimenticare Ilil prestigioso numero 2 dell’Impero Romano sotto Adriano, l’uomo che lo aveva cresciuto e che poi fece in modo che fosse proprio lui e nessun altro a succedere a Traiano, come Augusto. Publio Acilio Attiano deve aver reso la Portoferraio dell’epoca (prima del 117 a. C.) certamente grandiosa, a giudicare dai marmi e i graniti scolpiti e dall’acquedotto. Attiano aveva fatto incidere il suo nome sulla pietra e persino sui tubi di piombo che correvano sotto la città, o forse sarebbe meglio dire, le due città: la città commerciale, amministrativa, dell’autorità portuale e della navigazione da diporto, Portus Argus della Tavola Peutingeriana (atlante geografico dei Romani). E l’altra città, più borgata, campagna, industria metallurgica, che doveva estendersi al di qua del Ponticello, fino a sotto il Capannone, al bivio per la Biodola, ad ovest e fino alla Villa delle Grotte ed oltre ad est, che in latino, nella migliore delle ipotesi, doveva chiamarsi Fabricha Ferraria.
I due nomi, seguendo la stessa ipotesi, avvalorata anche dalla tradizione pressoché orale o trascrizione di leggende popolari, si sarebbero separati e tramandati su due canali diversi. Fabrica si sarebbe trasformato in latino medievale scritto in Fabricha, come in diverse ricorrenze indirette, e nel volgare parlato in Fabricia. Ferraria invece avrebbe perso una erre nel processo – diciamo cosí – d’italianizzazione, trasformandosi in Ferraia e in forme subalterne al maschile Ferraio, e Ferrato, come alle Grotte, o Ferraje, come in marcianese nel secolo scorso. Gli archeologi hanno individuato diversi siti interessanti di epoche etrusca e antecedenti, in tutto quello che dal 1557, alla restituzione del resto dell’Elba agli Appiani, era il territorio dei Medici, dello stato del Ducato di Etruria, MAGNUS DUX ETRURIAE, così si legge in una lapide della città, riferito al Granduca di Toscana.

Appendice I a “Nave di Procchio”

LUCIUS CLAUDIUS MODESTUS

Se G. W. Bowersock avesse ragione sul fatto che essendo stato L. C. Modestus governatore della provincia romana di Arabia Petraea tra la fine del 166 e il 169 circa, non potrebbe essere lo stesso Modestus che dall’iscrizione CIL IX 1574 viene identificato come console insieme a Tuscus nel 152. Essendo Tuscus estrapolato per intuizione da [–]sco cos. potrebbe anche trattarsi di un Novius [Pri]scus. Bowersock sembra non potersi sbagliare, cosí Eck e Alföldy ritengono il primo Modestus poter essere stato l’omonimo padre del secondo. Altri Modestus della gente Quirina li troviamo in Tunisia, ma non mi sembra di poter affermare che vi fossero prima dell’anno 200. Restano comunque aperte le ipotesi alternative a quella da me proposta, ovvero che sia Lucius Claudius Modestus del Tempio di Rawafa in Arabia lo stesso dell’iscrizione frammentaria [-]dest[-] trovata a bordo della Nave di Procchio.

Ma l’ipotesi di Giuseppe Camodeca giocherebbe a favore di un altro ramo di Modestus, quelli di Cirta e Cuicul in Algeria.


Quindi l’anno di CIL IX 1574 va cercato, a mio avviso con buona probabilità, fra gli ultimi del II secolo e i primi del III. In questo periodo cadono, ad esempio, i consolati suffetti di Ti.Manilius Fuscus, cos.suff. 196 ca., di Q.Aiacius Modestus Crescentianus, cos.suff. 200/1 ca. 1 5) (o 206 ca.), e anche di altri possibili; ma proposte di identificazione di singoli consoli, per quel che si è detto, sono troppo aleatorie. Merita perciò un discorso a parte la coppia di suffetti [-]io Fusco Ti.Cl. M[-], nota a AE 1964,71, databile verso gli ultimi anni del II secolo, sia, o meno, il primo dei due da identificare con Ti.Manilius Fuscus, cos. suff. 196 ca. Sarebbe infatti lecito integrare per il secondo console Ti.Cl. Mfodestus], ipotizzando un figlio del legato d’Arabia, poiché i senatori Claudii Modesti sono generalmente ritenuti imparentati con Ti.Claudius Modestus, pontifex a Cuicul, padre di L.Claudius Ti.f.Quir.Honoratus, decurione di Cirta e Cuicul, equo publ(ico) exornat(us) ab imp. Antonino Aug.Pio, poco prima del 160 (CIL VIII 20144 + AE 1964,225). Ma, anche se in tal modo si riempirebbe perfettamente la lacuna di CIL IX 1574, resta un ostacolo a mio avviso insormontabile, almeno in mancanza di più precise informazioni: difatti i consoli di AE 1964,71, per le cerimonie arvaliche in onore della Dea Dia che vi sono menzionate, dovevano essere in carica nella seconda meta di maggio, e sarebbe assai poco verosimile supporre che essi fossero ancora in funzione ad agosto.”


Giuseppe Camodeca,
Le coppie consolari di CIL IX 1574 in
Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik (1983)

Ruwwafa/Rawwafa/Rawafa Temple 161dC

CIL – VOL VI – PARS IV – 2086 a pag. 548

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Le gambe non sono perfette ma lunghe ed abbastanza belle e snelle da portare degnamente indosso attillati fuseau neri. Il viso rotondo e la carnagione fresca come una rosa ingiustamente camuffati da un paio d’occhiali. Il capello nero corvino liscio e giustamente lungo, appena raccolto. Un piumino rosso aderente che permette di decifrare la trigonometria della silhouette. Passo lento ma determinato, fiero con moderazione. Lancia uno sguardo a me che mi mantengo sempre a qualche metro. Prima all’ingresso. Poi nei reparti. Infine al parcheggio. Mi osserva. Vecchio pelato basso e barbuto con l’aria da clochard. Eppure mi osserva. Vorrei ma non posso. Vorrei ma demordo. Scendo dall’auto e mi metto a leggere delle label psicologiche sul New York Times. Rientro in macchina, mi rollo una sigaretta, parto. Pieno di rimpianto.

L’America dei Greci

Scrive Aelianus nelle Variae Historiae, libro 3, capitolo XVIII “Del discorso tra Mida il Frigio e Sileno; e le incredibili relazioni di Mida.” che:

Teopompo racconta un discorso tra Mida il Frigio e Sileno. Questo Sileno era figlio di una Ninfa, inferiore per natura agli Dei unici, superiore agli Uomini e alla Morte. Tra l’altro Sileno disse a Mida che l’Europa, l’Asia e Africk erano isole circondate dall’Oceano: che c’era un solo continente, che era al di là di questo mondo, e che quanto a grandezza era smisurato: che in esso erano allevati, inoltre altre grandissime creature, uomini due volte più grandi di quelli di qui, che vivevano il doppio della nostra età: che ci sono molte grandi città e modi di vivere peculiari; e che hanno leggi del tutto diverse da quelle che vigono tra noi: che ci sono due città molto più grandi delle altre, che non hanno niente di simile l’una con l’altra; una chiamata Machimia, “Guerriera”, e l’altra Eusebia, “Santa”: dove il popolo pio vive in pace, ricco di risorse, e raccoglie i frutti della terra senza aratri né buoi, senza bisogno di aratura o semina. Vivono, come detto, liberi da malattie, e muoiono ridendo e con grande piacere: sono così giusti, che gli Dei molte volte si degnano di conversare con loro.
Gli abitanti della città Machimia invece sono molto bellicosi, armati e combattono continuamente: sottomettono i loro vicini e questa città predomina su molte. Gli Abitanti non sono meno di duecento mila: a volte muoiono di malattia, ma questo accade molto raramente, perché più comunemente vengono uccisi nelle guerre da pietre o da legni, perché sono invulnerabili al ferro. Hanno una grande quantità di oro e argento, tanto che l’oro ha meno valore del ferro da loro rispetto a noi. Disse (Teopompo) che una volta progettarono un viaggio verso queste nostre isole, e navigarono sull’Oceano, essendo in numero di un milione di uomini, finché giunsero agli Iperborei (Scandinavi e Baltici); ma comprendendo che erano gli uomini più felici tra noi, ci disprezzavano come persone che conducevano una vita meschina e senza gloria, e quindi pensavano che non valesse la pena andare oltre. Aggiunse (T.) ciò che è ancora più meraviglioso, che vi sono uomini che vivono in mezzo a loro chiamati Meropei, che abitano molte grandi città; e che all’estremità del loro Paese c’è un luogo chiamato Anostus, (che significa: luogo dal quale non si torna indietro) che assomiglia a un Golfo; non è né molto chiaro né molto scuro, l’aria essendo scura mescolata con una specie di rosso: che ci sono due fiumi in questo luogo, uno del piacere, l’altro del dolore; e che lungo ogni fiume crescono alberi della grandezza di un platano. Quelli che crescono presso il fiume del dolore portano frutti di questa natura; se uno li mangia, trascorrerà il resto della sua vita in lacrime e dolore, e così morirà. Gli altri alberi che crescono presso il fiume del piacere producono frutti di natura contraria, perché chi li assaggerà sarà alleviato da tutti i suoi precedenti desideri: se ha amato qualcosa, lo dimenticherà del tutto; e in breve tempo ringiovanirà e rivivrà i suoi anni precedenti: abbandonerà la vecchiaia e tornerà al massimo delle sue forze, diventando prima un giovane, poi un bambino, infine un infante, e così via fino a morire. Questo, se qualcuno pensa che il chíano (Teopompo di Chio) meriti credito, potrebbe crederci. A me appare un egregia storia romanzata, in questo come in altri casi.

Un compagno di cella

CHE COS’È L’AMOR

Quando uno è arrabbiato dice cose che spesso non pensa.
È una reazione spontanea,
è nell’indole di ogni uomo.
Quando uno è arrabbiato cerca le frasi che possono il più possibile ferire la persona alla quale sono dirette. In realtà, a conti fatti, a litigio terminato, sta più male la persona che ha ricevuto
quelle frecce avvelenate
o colui che le ha scagliate?

Lucio Anneo Seneca

Socrate, in cella, il giorno prima della sua esecuzione, si circonda degli amici migliori per raccontare loro – e soprattutto a se stesso – che non ha per nulla paura di morire. Uno non deve avere paura di nulla se ha la fede; la fede in se stesso e nella giustizia divina, che a volte fatalmente non coincide con quella umana.

Chiacchierando con gli amici, Socrate racconta che non si deve aver paura di morire, ché la morte è come uscire di prigione. L’anima eterna viene condannata alla vita terrena e incatenata alla natura attraverso l’abito di un corpo, da indossare fino all’ultimo respiro.

Anche nel filosofo dark-punk Sant’Agostino questa dimensione di prigionia e di colpa si rivela essere la sostanza della vita. Dopo una vita di decadenza e perversione Agostino si redime folgorato dalla fede e nel suo racconto questa chiarezza illuminata ci viene dalla sua scoperta radicale del peccato originale. Noi uomini nasciamo colpevoli.

Nei Seminari sull’Etica della Psicanalisi del 1960 Lacan rilegge con i suoi studenti alcuni concetti chiave di Freud alla luce di un loro sviluppo ulteriore e con la dovuta attenzione al rapporto diretto e profondo che rimanda tutto alle Tragedie Greche.

La colpa viene qui considerata come strutturale, ovvero: essenzialmente costitutiva e sostanziale all’essere umano. Il ruolo del senso di colpa agisce sempre in sottofondo sulla scena delle relazioni umane. Ecco che in Sofocle, nell’ultimo capitolo (sequel, ma scritto per primo) della saga di Edipo – alla quale come sappiamo Freud attinse a man bassa – si delinea la figura di Antigone, figlia di Giocasta, che dopo aver assistito allo scontro armato dei suoi due fratelli schierati uno contro l’altro per la difesa e la conquista della città cara a Dioniso, pretende di seppellire il “traditore” Polinice contro l’ordinanza del sovrano Creonte suo zio, seguendo quella che secondo lei è legge divina. Creonte invece vuole che il cadavere venga divorato dagli uccelli. Scoperta Antigone a gettare terra sul corpo morto del fratello, il re la fa inchiudere in una grotta. Ma Tiresia, con tono oracolare, dice al suo re di temere le feroci erinni come giudizio divino per aver agito contro le leggi degli dèi. Così Creonte fa liberare Antigone, ma quando le guardie entrano nella grotta la trovano appesa a una corda morta. Lei si era già impiccata, il figlio di Creonte che ne era innamorato si suicida, la madre di lui muore di dolore e lo stesso re non desidera altro anche lui se non morire.

Capirete perché Lacan ritenesse che Antigone, forse ancor più di Edipo, avrebbe meritato un ampio posto tra i miti greci riadattati alla psicanalisi. Certamente amore fraterno, amore per un uomo, amore per il divino, fede nella sua giustizia, morte come liberazione, catena di dolori e sensi di colpa, sono tutte cose che caratterizzano la tragedia sofoclea. Più di ogni altra cosa il sentirsi responsabili di non essere stati in grado di difendere e far valere la giustizia necessaria ed originaria. Una giustizia eterna, che precede la nostra nascita in terra, nascita/colpa, e che permane anche dopo la nostra apparizione effimera alla fine di ogni pena. La giustizia divina, Dike, alla quale 70 anni prima di Sofocle, arriva innanzi Parmenide a bordo di un carro dalle ruote stridenti, sulla soglia tra i mondi, nè al di quà né al di là della vita. La morte come liberazione dalla colpa innata.

In tutto questo non si può fare a meno di parlare di catharsis. Catarsi che in Freud è sul piatto già da subito, dagli inizi con Breuer, come la scarica d’un’emozione rimasta in sospeso.

[continua: sull’amore]

Svegliarsi poeti

In un piccolo anfratto del mio spirito poeteggio, e qualcuno nell’Italia del nord se n’è accorto.

Grazie di cuore alla Bottega del Barbieri e al Grande Sandro Sardella, buon compagno di poesia e resistenze.

§

“Angelo Mazzei di Poggio ..
viso dal sorriso complice .. voce da attore consumato .. piacevole guida per scoprire storie e Storia dell’Elba (e non solo!?) .. con Mark Lipman Edoardo Olmi e Angela Galli prezioso nella buona riuscita del festival .. uomo di filosofia e di scienza di “stampo rinascimentale” scrive e .. il suo recitare è scolpire la parola .. insegue le sue venature le ascolta declamando nell’oggi desolato poesia come dolore di indomabile resistenza .. una manciata di versi cattura vite coagulate in una musicalità ora incantata .. ora lacerante .. un vento nero fa sfrigolare parole che tremano che confuse respirano in un cuore acceso gentile oltre “lavocedelpadrone” .. per spezzare l’ossessione del sognare sconfitto .. oltre la nuda menzogna neoliberista”

(S. Sardella)

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-poesia-senza-filtro-di-angelo-mazzei/