La tradizione della «Passio sancti Agapeti martyris»

Chi è stato veramente s. Agapito? Un martire di Praeneste. Tutto il resto che si presume di sapere sull’Agapito storico è il retaggio della ricca tradizione letteraria medievale, scritta in latino e parzialmente nota agli studiosi di cose prenestine ma mai sottoposta a strutturali indagini filologiche. Un simile approccio ha ridotto le Passioni di s. […]

La tradizione della «Passio sancti Agapeti martyris»

PER GLI SQUADERNATI

PER GLI SQUADERNATI (E GLI INEDITI) 

– La scrittura è una gran puttana.

Poi prese la moka e la versó in una tazza inglese, ne caddero poche gocce, ed era freddo.

– È una gran puttana in vetrina. Che se chiude le tende diventa solipsista o, nel migliore dei casi, esoterica e mistica.

– La scrittura mostra il suo corpo nudo come offesa e provocazione. Non come la voce, che non si rivela, a meno che non se ne faccia una questione della sua relativa fisiognomica. La voce puó anche arrivare dal buio, scaturire dalla tenebra senza faccia. La scrittura invece insiste, persiste, dura, e non arriva se non mostrandosi. La scrittura è impudica essenza.

– E tu cosa stai scrivendo, se ci riesci, ad essere scrittore senza essere pappone?

– Della morte non proprio. Già la morte quasi si mostra, si affaccia un attimo alla vita. La morte poi rimane, nella scia del lutto e schiume di ricordi, perché la morte è sempre altrui. Dello spirito piuttosto.

– Che parola complicata, complessa, proprio davvero ingarbugliata. Una di quelle parole che ci richiamano alla loro etimologia per chiederci di essere dimenticate. Il respiro. L’essenza impercettibile della vita. Il ritmo dell’identità, che scandisce i tempi della crescita e dell’individuazione. I tempi dell’assoluzione, nei suoi due sensi identici di ció che assolve e scioglie rendendo assolto e assoluto. Lo spirito assoluto, sciolto, slegato dalla costrizione dello scritto fenomenico. Lo spirito puro, senza puttane, il respiro immediato senza puttanate. Tutto il vero che non c’è.

– Impresentabile… 

– Già, tutto ció che non si fa mai presente, il Grande Assente. 

– Dio, il remoto, l’esotico, l’antico, il preistorico, il futuro, il fantascientifico, il distopico, l’ucronico. 

– Oppure, i divini, remoti esotici ed antichi. I divini futuri, utopici ed acronici. I sempiterni. 

– I non iscrivibili. I non iscritti. Tutti quelli che non sono soci eppure entrano. I clandestini, gli stranieri, estranei, strani ed alieni. I non etichettati. I vini buoni, ma buoni davvero, fatti a mano, o coi piedi, senza nomi. I non mai battezzati.

– Gli irriducibili.

(10.02.22)

La verità in scrittura

Tu che stai leggendo immagina. Questo testo è magico. Queste lettere che stai leggendo sono vive. Fermati, chiudi gli occhi senza perdere il segno. Ora che gli hai riaperti sappi che quella voce interiore che te li ha fatti riaprire era la mia. Non c’era scritto di riaprire gli occhi dopo circa due secondi, e anche se ci fosse stato scritto non avresti potuto leggerlo perché in quel mentre avevi gli occhi chiusi.

Allora come si spiega che io non ti sto vedendo e che pure so benissimo che ora mi stai leggendo e che hai riaperto gli occhi seppur il testo ti avesse “detto” di chiuderli?

Questo testo è vivo. Ha una voce. Una voce che ti sta parlando al di là della tua voce interiore che mentalmente legge quanto vi è scritto. Ci sono cose in questo testo che restano invisibili, scientificamente inesistenti, e che pure parlano. Parlano oltre lo scritto, e non solo. Sono proprio queste cose non dette, non scritte, le più importanti. Sono proprio tutte quelle cose che sono all’opera qui in via subliminale la funzione essenziale di questo testo.

Nel messaggio, quello che passa, non è la forma né la forma del contenuto, ma ciò che non si mostra eppure arriva dritto al punto.

Ora fai un respiro profondo. Ti prego, prendimi sul serio: FA’ UN RESPIRO PROFONDO. Ora continua fare un respiro profondo per ogni volta che il tuo cuore batte. Aiutati mettendo la mano sinistra sul tuo petto e cerca di percepire distintamente il tuo cuore batte. Ad ogni tre battiti che starai contando sotto voce inspira e dopo altri tre espira. Se non ti riesce sul petto sentiti il polso. Fallo contando fino a ventisette e poi continua a leggere il prossimo paragrafo.

Ventotto. Ventinove. Trenta. Inspira. Trentuno. Trentadue. Trentatre. Espira.

La verità in scrittura.

Involuzione al futuro: 𝐿𝑒𝑖 𝑙𝑜 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒

Il sesso si faceva senza gerarchie. Nella fusione armonica tra classi e razze.

Un mito racconta di come una Nobil Donna fosse disposta anche a dare il corpo e togliersi la vita pur di salvare la sua COLF.

Domestico stesso era un concetto che si esprimeva con lo stesso termine che si usava per indicare un membro della famiglia- uno di famiglia.

Esterofili ed ospitali al massimo, gli Etruschi condividevano mensa, musica e giaciglio coi loro ospiti e coi loro servi.

Gli etruschi erano tutti half-gay – mezzi finocchi, come si dice dalle nostre parti. Il fatto che tutti lo fossero comportava certamente l’inutilità e l’inesistenza stessa del concetto.

Non serviva loro un acronimo L G B T Q I A A+ in quanto la normalità era queer.

Dopo Bocca di Rosa – nella scala evolutiva – c’è la Donna Etrusca. Lei lo faceva per educazione.

Sulla complessità della risposta

L’illusione dell’io disegna una rete sociale di linee rette che collegano puntini. Ad ogni fatto corrisponde un soggetto. Si mistifica la prima persona singolare, la si carica di responsabilità dirette che la trasfigurano in una maschera di colpa.

Detto questo è facile nella rivoluzione gnostica della visione del mondo assumere che quella trama era riduzionismo di comodo con lo scopo d’imbrigliare una realtà più cruda e complessa dove il caos delle sue dinamiche finisce per affrancare ciascuno non solo dalla colpevolezza ma persino dalla consistenza di una qualche soggettività.

La cancellazione dell’artificio della responsabilità diretta si rivela un altrettanto totalitario rendiconto finale che chiude ogni prospettiva di differenza in quanto non fa che ribaltare il peccato originale con lo scagionamento sistematico perseverando in un paradigma comunque senza differenze.

Probabilmente il contratto sociale e il sistema delle leggi per quanto fallaci e biforcuti continuano ad avere ragion d’essere proprio perché soli garantiscono la possibilità di distinguere. Nella distinzione si innesca il motore della dialettica, si mette la cera e si toglie la cera, è in gioco il bianco col nero, il bene col male.

Su più livelli deve muoversi il pensiero. Paradigmi anche opposti e contraddittori debbono applicarsi con on/off accendendosi a turno nel pragmatismo dell’evenienza. In questa contingenza dei saperi multistrato la necessità del loro metaparadigma ad intermittenza. Bisogna essere capaci di pensare tutto e il contrario di tutto, aspettarsi l’inatteso.

Alla Madre dei Futuri Presenti.

Ciao Madre. Ti sorprende che io ti scriva, lo so. Non ci sono scuse per la mia antipatia. Non pretendo che tu voglia perdonarmi neanche se ti avessi confessato che la mia cattiveria con te è stata solo un goffo e coatto tentativo di mettere in atto una presuntuosa terapia idrolitica.

Chi mai sono io per dare lezioni di vita a te, Madre?

Cos’altro sono se non una triste collezione d’errori e perseveranza?

Oggi è per dirti Madre, che quello che hai fatto non ha niente di banale per me, come forse potresti credere. Hai fatto una cosa divina – tu hai dato alla luce, tu demiurga.

Oggi è per dirti grazie. Grazie per aver dato l’essere al futuro. Seppur collaterale, l’evento odierno è simbolico per tutta l’umanità di una salus (salvezza/salute) dal e del Presente.

Grazie Dea.

L’Amore è senza puntini.

Forse la verità ci sfugge solo perché la cerchiamo nei modi e nei posti sbagliati. Si vede bene da come la invochiamo, dalle domande sempre infarcite di totem e tabù. Appare chiaro, sempre più chiaro. Continuiamo a fare domande viziate dalla sintassi di un freno e un acceleratore. Senza misura l’autentico singhiozza e lascia col respiro corto. Mentiamo a noi stessi – non io o te, o un altro. Mentiamo tutti tutti. Non mentiamo su una cosa, non abbiamo un solo segreto. Noi siamo bugie di carne, menzogne ambulanti. Si badi bene: non sono bugie dalle quali liberarci, sono essenziali, costitutive del nostro essere. Noi mentiamo quindi siamo. Mentirum ergo sumus.

Eppure sentiamo l’amore degli altri, quella che Newton chiamava forza di gravità. La forza dei corpi, che non è volontà di potenza tout court, piuttosto, è trasporto all’abbraccio, esistere per potersi amare.

Tetraktys dembow

TETRAKTYS
 Los cuervos se ríen como mirlos y sus picos son lo único que vale oro. Se cierra como una rosa blanca en el húmedo otoño anémico de los meses sin nombre, Recoge con fuerza inadecuada para que su cuerpo no caiga en pétalos secos amarillentos por el viento. Esclavo de la trinidad desciende y disuelve lo que había trascendido y recogido. Se descompone y se rompe para recomponer y restaurar la forma. Ahora es una flor sin vida seca sobre la piedra itifálica rocosa por si acaso. Nueve veces la serpiente aniquila distancias acurrucadas sobre sí misma, Ahora la cola sube y la única vida que se mueve y se convierte en fenómeno en sus ojos permanece. Siervo de la trinidad rompe la cadena de la existencia efímera y se vuelve absolutamente libre. Cómo siembra juntos aquí y en otros lugares, antes y después, fuera de temporada, un centro disperso y un multiverso único. Once puertas indistintas todas entrada a un cuarto mundo, la otra del padre del hijo y del espíritu, el no dorado. La rosa metalúrgica es todo y nada, ahora aparece el vacío y la plenitud le da cabida, sin tiempo. Los cuervos se ríen como mirlos y sus picos son lo único que vale oro.
 (11.25.21)

Tecnica, Tecnologia, Digitale

METAFORE DEL DOMINIO

L’orologio degli organi mi butta giù dal letto alle quattro. Stranamente. Da qualche giorno ormai sono di nuovo vittima di sveglie fuori orario. Togliete il connotato negativo che risiede nei vostri presupposti. Leggete come virtù “vittima” e “fuori”, non come vizi, come attribuiti ai quali scampare e dai quali tenere lontano tutto ciò che si ama. La vittima in senso buono può essere quella della formula fare-la-vittima, dove la condizione è fonte di guadagno, oppure, essere l’attore protagonista di una serie di film con l’invito sceneggiato allo spettatore a parteggiare per lui – la vittima. Fuori orario; fuori dalla norma dell’ora alla quale ci si dovrebbe svegliare, fuori fuori, farest than border line, contro la norma, – che nel groviglio dei vostri pregiudizi acquisiti e convenuti si staglia come scheletro, struttura portante, essenza di ogni cosa dalla quale “vogliamo” stare lontani, lo spazio aperto della paura, la “nostra” entropia di libera identità. Qui invece, fuori orario fuori tempo, con il bizzarro fascino per la sregolatezza che ci salva dall’annegare di un’aquila che ci trae dalle acque infilzandoci nelle spalle i suoi artigli fino all’attaccatura delle unghie (negli anni venti si diceva invece inoculandoci). Fuori bene, fuori pericolo.

Immagina che tu sia dentro un vocabolario la cui copertina rigida ti vietasse l’accesso a un sacco di parole che ancora non conosci, ancora non ti appartengono. Funzione più o meno così essere-fuori di contro ad essere-dentro se stessi, essere-in sé, chiusi in un vocabolario. Di qui – dentro e fuor di metafora – la necessità di conoscere le lingue, fare conoscenza con le lingue.

Ora immagina che tra le tue parole ci sia “diavolo” – negli anni venti da cercare con Google o con Bing – ma non ci sia (ancora) “dio”. Quindi immagina che il tuo primo incontro con la parola “dio” avvenga per estensione in un discorso riguardo a (‘l) diavolo. A quel punto comparirà nell’appendice d’aggiornamento alla lettera D- la parola Dio, s. m. Nemico del Diavolo, che forse però è un angelo, o forse è proprio Zeus Iovis Tinia nella versione invernale (credo mi sia scappata una battuta di spirito: infernale). Zeus Üpsisto (ὔψιστος) il più lontano dalla relatività geocentripeta della sfera celeste.

(CONTINUA DOMANI)