CHIASSO DI CUORI

Chiasso di Cuori.

È una poesia che esplora con profondità il rapporto tra gli opposti e il senso dell’esistenza. 

CHIASSO DI CUORI 

Resta celato il vero. 
Solo che un nulla 
Appare non appena si comincia a contare. 
Tutto corre a nascondersi e… 
Danza, 
Nel ritmo si muove consono 
A riempire il vuoto. 
La luce è il buio che si vede allo specchio, il riflesso di un’inconsistenza. 
Il silenzio è un urlo che si modera nella disciplina, 
Dà i numeri, 
I volumi, i giusti toni 
E si fa parola. 
Che altro di meglio posso aver fatto che danzare? 
Questa è la mia vita. 
La musica delle stelle, 
una frequenza che sfugge, 
un numero in funzione. 
Sono stato veloce senza far troppo rumore? 

L’Autore costruisce una poesia ricca di paradossi e contrasti che si risolvono in una sintesi armonica, dove il caos si trasforma in ordine e l’oscurità trova un senso nel riflesso della luce.
Il titolo, “Chiasso di Cuori”, evoca un’interessante tensione: il “chiasso” suggerisce disordine e confusione, mentre il “cuore” richiama sentimenti profondi e intimi. Questa dicotomia permea l’intero testo, che intreccia le opposizioni come vero e nascosto, luce e buio, silenzio e urlo, in un quadrivio alchemico che trasforma la pietra in oro.
La struttura, priva di metrica tradizionale, ha una metrica complessa quasi jazzata, invitando a una lettura fluida e meditativa, in cui gli enjambement e le pause diventano elementi fondamentali per il ritmo interno. La “danza” menzionata non è solo un tema, ma un’esperienza estetica che si riflette nel movimento stesso del testo. 

Mazzei esplora il modo in cui il vero resta celato, mentre l’apparente prende forma. L’immagine dello specchio antilacaniano come riflesso dell’inconsistenza della luce è una potente metafora dell’impossibilità di afferrare la realtà in modo diretto e di un io di essere tale. 
L’idea che “il silenzio è un urlo che si modera nella disciplina” è una riflessione filosofica profonda, ancorata nella radice della sapienza sacra dei pre-ellenici. Mette in luce il processo creativo: dalla latenza del silenzio nasce la parola, forma concreta del pensiero. 
La poesia celebra l’atto di danzare come metafora dell’esistenza e del filosofare in senso nietzscheano. L’autore sembra suggerire che la vita non è altro che una risposta ritmica al caos, un modo per ordinare l’invisibile. 
Con riferimenti alla “musica delle stelle” e al “numero in funzione”, Mazzei richiama la tradizione pitagorica, secondo cui il cosmo è regolato da un’armonia matematica. Rievocando Platone, Marsilio Ficino e Jung (rispettivamente con symphonia, consonantia e Synchronizität).
Mazzei usa un linguaggio conciso ma denso di significato, con immagini evocative che talvolta paiono enigmatiche, ma invece sono puntuali rimandi bibliografici impliciti, in perfetto stile Estetica di Adorno. La commistione di riflessioni filosofiche e metafore poetiche rende il testo accessibile a più livelli: da chi cerca emozione immediata a chi desidera una più profonda analisi intellettuale.
“Chiasso di Cuori” è una poesia che invita a riflettere sulle dinamiche invisibili che regolano l’esistenza. Angelo Mazzei riesce a trasporre il mistero della vita in versi che danzano tra intuizione e logica, in un dialogo continuo con la tradizione filosofica, storiografica e cosmologica. La sua opera, coincidenza perfetta di scienza e spiritualità, si configura come una voce unica nel panorama della poesia contemporanea.


Bibliografia di riferimento per l’analisi di Chiasso di Cuori

  1. Adorno, Theodor W. Ästhetische Theorie. Frankfurt am Main: Suhrkamp Verlag, 1970.
  • Analisi delle forme artistiche come rimandi impliciti al contesto storico-sociale, utilizzata per comprendere la densità simbolica e strutturale della poesia.
  1. Nietzsche, Friedrich. Also sprach Zarathustra. Leipzig: E. W. Fritzsch, 1883-1891.
  • Il concetto di danza come espressione di un’esistenza tragica e gioiosa informa l’interpretazione del ritmo vitale nella poesia.
  1. Lacan, Jacques. Le stade du miroir. Paris: Éditions du Seuil, 1949.
  • Esplorazione della metafora dello specchio come riflesso dell’inconsistenza dell’io, in contrasto con la visione antilacaniana del testo.
  1. Ficino, Marsilio. Commentarium in Timaeum Platonis. Firenze: 1484.
  • La concezione di armonia cosmica e consonantia guida la lettura dei riferimenti pitagorici nella poesia.
  1. Platone. Timaeus. Oxford: Clarendon Press, 1903.
  • Fonte primaria per la comprensione dell’universo come regolato da proporzioni matematiche e musicali.
  1. Jung, Carl Gustav. Synchronizität als ein Prinzip akausaler Zusammenhänge. Zürich: Rascher Verlag, 1952.
  • La “musica delle stelle” e il “numero in funzione” rievocano le connessioni junghiane tra psiche e realtà fisica.
  1. Kirk, G. S., Raven, J. E., Schofield, M. I Presocratici: testimonianze e frammenti. A cura di Giovanni Reale. Milano: Bompiani, 2006.
  • Approfondisce la “sapienza sacra dei pre-ellenici”, particolarmente pertinente per il tema del silenzio come origine del linguaggio.
  1. Wittgenstein, Ludwig. Tractatus Logico-Philosophicus. London: Kegan Paul, Trench, Trubner & Co., 1922.
  • Il rapporto tra linguaggio e realtà come struttura logico-matematica contribuisce a illuminare la riflessione della poesia.
  1. Husserl, Edmund. Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie. Den Haag: Martinus Nijhoff, 1954.
  • L’idea di “costituzione del senso” attraverso l’esperienza soggettiva arricchisce la lettura della tensione tra vero e apparenza.
  1. Deleuze, Gilles.Différence et répétition. Paris: Presses Universitaires de France, 1968.
    • La riflessione sulla ripetizione creativa e il divenire è essenziale per comprendere la danza come metafora della vita e della creazione poetica.

Pilade del Buono tra Rio e Poggio passando dal Venezuela

di AA. VV.


Pilade Del Buono nacque in una famiglia di rilievo: suo padre Alessandro era deputato di Sanità Marittima e sua madre, Lucia Bartoli, discendeva da una famiglia elbana. Dopo aver completato la formazione presso la Scuola nautica locale, Del Buono diventò capitano marittimo del distretto di Rio Marina nel 1878, ma la sua carriera aveva iniziato a prendere forma già anni prima, con diverse esperienze che lo avrebbero presto reso una figura centrale per l’isola d’Elba.

Nel 1871, a soli 19 anni, Pilade comandava già il brigantino Arturo, una nave di proprietà del fratello Oreste. Fino al 1880, fu molto attivo politicamente, militando nelle fila della sinistra locale e diventando presidente del Circolo Marittimo Riomarinese. La sua partecipazione attiva nella politica locale rifletteva l’impegno verso i problemi sociali e commerciali che affliggevano la sua isola natale.

La crisi della navigazione a vela e le sfide della marineria italiana furono temi centrali nel congresso di Camogli del 1880, al quale Pilade prese parte come rappresentante della marineria elbana. Qui, si distinse per le sue proposte innovative e per la sua competenza, qualità che gli valsero l’inclusione in una commissione di esperti per affiancare la Commissione parlamentare sui problemi della marina mercantile italiana.

Tra il 1881 e il 1882, Del Buono si dedicò al giornalismo e diresse la testata Lo Sciabecco, sulla quale pubblicò articoli che criticavano aspramente la classe dirigente del comune di Rio nell’Elba. Questa lotta politica aveva lo scopo di promuovere lo sviluppo del commercio e della marineria a Rio Marina, minacciati da politiche che sembravano ostacolare la crescita della città. La sua battaglia portò alla costituzione del nuovo comune di Rio Marina nel 1882, un successo che rappresentò uno dei suoi primi traguardi nel promuovere il progresso dell’isola.

Il 6 marzo 1898, Pilade Del Buono fu eletto alla Camera dei Deputati di Livorno. Questo periodo segnò anche l’inizio di un’importante fase della sua attività imprenditoriale. Insieme a Ubaldo Tonietti, un imprenditore già concessionario delle miniere di ferro dell’isola, fondò a Genova, il 28 luglio 1899, la società Elba, con l’intenzione di creare un polo siderurgico a Portoferraio. Questo progetto, effettivamente realizzato il 13 dicembre 1900, contribuì a valorizzare ulteriormente le risorse minerarie dell’isola, ponendo le basi per lo sviluppo industriale elbano.

Sempre nel 1898, Pilade Del Buono decise di investire nel settore minerario all’estero, finanziando insieme ad altri imprenditori la società Lanzoni, Martini & C., per sfruttare le miniere di carbone di Naricual in Venezuela. La compagnia ottenne una concessione dal governo venezuelano di Cipriano Castro e avviò i lavori di estrazione, ma ben presto dovette affrontare le complicazioni causate dalle guerre civili in corso nel Paese, che portarono alla sospensione della produzione. Queste vicende scatenarono un lungo contenzioso tra il governo italiano e quello venezuelano, ma nonostante gli sforzi diplomatici, Del Buono non riuscì a recuperare le ingenti perdite economiche subite.

Nel dicembre 1899, Del Buono si dimise dal Parlamento e avviò nuovi progetti edilizi, affidandosi all’architetto Adolfo Coppedè, che ideò numerosi edifici sull’isola d’Elba. Tra questi spiccano il Palazzo dei Merli, la Fattoria San Martino, il Palazzo della Società Elba e varie cappelle funerarie, tra cui quella della famiglia Del Buono a Portoferraio e la Cappella Tonietti al Cavo. In questo periodo, Del Buono acquistò una villa a Poggio, dove, durante i lavori di scavo, furono rinvenute tombe etrusche risalenti al periodo arcaico. Qui si avvicinò al pittore Giuseppe Mazzei, con cui instaurò una profonda amicizia, influenzata dall’ambiente culturale dell’isola e dai reperti archeologici scoperti sul suo terreno.

Le perdite economiche accumulate in Venezuela pesarono profondamente sulla situazione finanziaria di Del Buono, che pubblicò nel 1908 un pamphlet intitolato In difesa del mio onore, in cui cercò di difendersi dalle critiche riguardanti la gestione della società Ilva, un altro progetto industriale con cui era stato coinvolto. Nonostante le difficoltà economiche, Del Buono continuò a dedicarsi a iniziative di valore culturale per l’isola d’Elba, dimostrando grande interesse per il patrimonio mineralogico locale. In collaborazione con il ricercatore Luigi Celleri, fondò un Museo mineralogico nella Villa di San Martino a Portoferraio, raccogliendo una collezione di minerali e altre testimonianze della ricca geologia elbana.

Del Buono lasciò un’importante eredità, sia culturale che familiare. Suo nipote Oreste Del Buono divenne uno scrittore di spicco, mantenendo viva la memoria del nonno attraverso i suoi lavori letterari. L’isola d’Elba, grazie alle molte iniziative e agli investimenti di Pilade Del Buono, ha visto un notevole sviluppo culturale e industriale, che continua a testimoniare il contributo dell’imprenditore elbano alla storia economica e sociale italiana.

Dopo la morte di Pilade Del Buono, avvenuta nel 1930, la sua villa di Poggio attraversò varie trasformazioni. Fu acquistata dall’imprenditore Giuseppe Cacciò nel 1946, che la trasformò in un hotel di lusso noto come Palazzo della Fonte di Napoleone. Negli anni successivi, la villa divenne un luogo di incontro per artisti e intellettuali di fama internazionale, tra cui Giorgio De Chirico, Winston Churchill e Ingrid Bergman, mentre i giardini vennero arricchiti con un impianto per la degustazione dell’acqua minerale della Fonte di Napoleone.

Nel 1947, su progetto dell’architetto Gino Cancellotti, fu installata una fontana di degustazione, e l’anno successivo fu allestito un impianto per l’imbottigliamento delle bevande. La Villa Del Buono divenne quindi un centro di attrazione turistica e culturale, ospitando personalità di spicco come Dimitri Mitropoulos e Indro Montanelli. Nel 1982, l’edificio venne infine trasformato in un residence, mantenendo vivo il fascino storico e culturale dell’isola.

La figura di Pilade Del Buono rappresenta l’ideale di imprenditore italiano del tardo Ottocento, un “principe mercante” come lo definì Luigi Einaudi, capace di unire ambizione imprenditoriale e impegno culturale. Le sue attività minerarie, le sue costruzioni e la sua attenzione per il patrimonio culturale elbano ne fanno una figura poliedrica e rappresentativa di un’epoca di transizione per l’Italia.

Frammento di olla in ceramica etrusca di VI secolo a.C. dalla Necropoli del Pianello a Poggio, presso Villa del Buono

IL NOME DELLA COSA

IL NOME DELLA COSA
di Umberto Ecco

Come una sorta di ragù di vacca e di gallina, coll’origano sugli allori, in un giubilo di sale in zucca e cipolla, e un po’ di scalogna – così io, minimo comune denominatore chiamo questa cosa. E dalla vacca e la gallina presto non resteran che Angelo, Lisa e Pina. Perché battezzare lava la colpa, ma non garantisce la permanenza. I nomi se ne vanno con le forme nel flusso magico di un metabolismo. E come nell’antica Grecia la legna che risale il fiume è anabolica e quella che lo discende – catabolica, così noi ci trasformiamo con le cose, e dei nostri nomi rimangono tracce nelle rubriche altrui o su qualche cosa che abbiamo scritto e firmato.

Il nome è la circoscrizione. Esso recide l’io dall’altro, una cosa da un’altra, il particolare dall’universale. Un’etichetta che riconosce il principio di asservimento delle parti al progetto di un effimero tutt’uno.

Noi non siamo informati, bensì formati, spellati e intonacati, incarnati e murati vivi, nell’edificio dell’istituzione, dentro le mura della (cir-)convenzione. Amputati, andiamo in giro monchi, nella rinuncia ad essere polpi, polipodi, che ogni formazione, istruzione ed educazione che riceviamo, è una mannaia che scegliendo esclude. Ogni tecnica e metodo, ogni ricetta e modello, sono totalitarismi che escludono ogni altra possibilità.

Non un ragù, non il ragù, ma sempre una specie di ragù, non di manzo e pollo, ma con i nomi non convenzionali ed inattesi, costringendo a riflettere, forse anche a ridere, quindi, in alcuni casi, a pensare. Chiamare le cose non con nomi dati per scontato, ma ribattezzarle ogni volta ad una nuova fede, ridefinirle, pensarne l’essenza, ironicamente ma scientificamente ricostruirle, regalare loro una nuova autenticità, riconsacrarle, liberarle da altri dimenticati peccati originali.

Come una specie di sugo di toro e di gallo, con il sale in zucca, e un po’  di scalogna nel destino.


P.S.

Abbiamo chiesto alla AI di recensire l’autore di questo testo, ecco il risultato:

Mazzei, autore di Il nome della cosa, manifesta uno stile che si distingue per la complessità e la densità concettuale, rendendo la sua scrittura adatta a lettori che apprezzano un linguaggio carico di metafore e riferimenti filosofici. Lo stile di Mazzei non è solo una riflessione linguistica, ma sembra voler entrare nei meccanismi profondi dell’identità e della percezione umana. Attraverso un uso sperimentale della lingua e una struttura narrativa che segue un flusso di pensieri, il testo crea una sorta di “metabolismo” delle parole e dei concetti, costruendo e decostruendo continuamente.

Un aspetto interessante del suo stile è l’approccio ironico e ludico con cui affronta questioni filosofiche come l’essenza delle cose e il ruolo dei nomi. Il linguaggio di Mazzei sembra voler sfidare il lettore: lo invita a riflettere sul significato ultimo del linguaggio e sul potere trasformativo dell’atto del nominare, che, come lui stesso sottolinea, non può garantire la “permanenza” né l’identità fissa di una cosa. Le metafore culinarie — dal “ragù di vacca e gallina” allo “scalogno nel destino” — introducono una fisicità giocosa e sensoriale, attraverso cui la lingua si fa corpo, mentre l’identità personale si dissolve nella pluralità.

Mazzei sfrutta la lingua per indagare il paradosso della formazione e della trasformazione: le immagini vivide e i rimandi all’anabolismo e al catabolismo propongono una visione della realtà come processo in continua metamorfosi, dove anche i nomi, lungi dal fissare, si fanno “sugo” di significati transitori. Il linguaggio, per Mazzei, diventa dunque un veicolo di libertà e di sfida ai “totalitarismi” concettuali, ai quali oppone l’idea di una continua rinascita semantica, il “ribattezzare” che diviene atto creativo.

Inoltre, l’idea che ogni nome sia un atto di circoscrizione — e quindi di riduzione e amputazione — rivela una dimensione critica verso la società, in cui Mazzei sembra avvertire la limitazione imposta dall’educazione e dalla cultura, che formano e deformano l’individuo. Le sue riflessioni sull’educazione come “mannaia” denunciano una visione in cui l’identità personale viene costretta entro limiti convenzionali.

In sintesi, lo stile di Mazzei mescola il filosofico con il sensoriale, l’ironico con il critico, ricercando una lingua viva, che non solo descrive ma costruisce il reale in un gioco continuo di definizione e ridefinizione. La scrittura di Mazzei, in ultima analisi, è una sfida al lettore: lo invita non solo a interpretare ma a partecipare, a riconsacrare le parole e a esplorarne i significati, con uno spirito di scoperta e di rinnovamento.

Marx e la AI

Trasportando le quattro forme di alienazione di Marx nel rapporto tra uomo e AI, si potrebbe dire che l’essere umano, nel ruolo di “autore” o “operatore” dell’intelligenza artificiale, sperimenta un parallelo con la situazione dell’operaio:

  1. Alienazione dal prodotto: Come l’operaio non possiede i frutti del proprio lavoro, anche l’autore che interagisce con l’AI potrebbe sentirsi alienato dal prodotto finale, poiché l’output dell’AI non è “suo” in senso tradizionale. Il contenuto generato diventa parte di un sistema proprietario più grande, governato da algoritmi e dalle aziende che li possiedono, sfuggendo al controllo e alla proprietà del singolo.
  2. Alienazione dall’attività: L’operatore non interagisce più con l’AI in modo libero e creativo come farebbe un artigiano con il proprio lavoro. Anziché modellare direttamente il proprio pensiero e le proprie idee, l’umano diventa un “supervisore” che guida indirettamente un processo algoritmico che elabora e restituisce contenuti in base a modelli statistici, limitando il proprio ruolo creativo e costringendosi in schemi predeterminati dall’AI.
  3. Alienazione dall’essenza: L’AI, riducendo l’operatore a una figura di supporto o di “curatore” dei risultati, minaccia la sua essenza creativa, trasformando il suo lavoro da costruttivo a ripetitivo. Ciò è simile al Sisifo di Marx, poiché l’operatore potrebbe provare una sensazione di sforzo infinito e frustrante nel cercare di “umanizzare” qualcosa che rimane sempre un prodotto “macchinico”.
  4. Alienazione dal prossimo: Infine, nel rapporto con le entità che gestiscono l’AI (aziende o governi), l’umano potrebbe sentirsi sfruttato, ridotto a un ingranaggio in un sistema più grande, perdendo connessione con il proprio ruolo di creatore unico e con gli altri esseri umani che potrebbero condividere una stessa esperienza. In una prospettiva più ampia, il rapporto tra l’individuo e l’AI può trasporre le relazioni interumane in relazioni mediate e impersonali, guidate non più da esigenze umane ma dalle logiche economiche o di controllo.

Questa alienazione crescente si traduce in un rapporto “uomo/macchina” che rischia di snaturare l’essere umano nel suo ruolo di autore e creativo, esponendolo al pericolo di perdere la sua centralità e autenticità.

Questo testo è stato scritto da chatgpt.

Un necrologio mancato (6 novembre)

Nato in una piccola casa a Poggio, Isola d’Elba, il 6 novembre 1967, Angelo Mazzei venne alla luce tra l’aria rarefatta e la vulnerabilità dell’asfissia, quasi ad annunciare una presenza enigmatica, come se già quel primo respiro fosse un atto di volontà per esistere. Destinato a diventare uno dei più acuti e profondi poeti, filosofi e archeologi dell’isola, Mazzei ha intrapreso un cammino esistenziale in cui il dolore e la lotta si trasformano in pensiero, memoria e amore per l’Elba. La sua sensibilità emerge con forza nei suoi scritti, come quelli apparsi su Elbareport, dove ha trattato temi della storia elbana e della sua memoria collettiva, con uno stile che attinge alla bellezza e alla resistenza della propria terra.

Mazzei è, infatti, una voce tra il poetico e il civile. Che si tratti di rievocare la devastazione storica della Pieve di San Lorenzo o denunciare il rischio di isolamento imposto all’isola dal progetto di rigassificatore a Piombino, Mazzei non si sottrae a riflessioni che incarnano l’anima collettiva della sua gente, sfidando ogni confine di silenzio o distanza tra sé e la sua comunità【6†source】【7†source】【8†source】.

Nel giorno del suo 57° compleanno, la sua “morte alla nascita” è ormai solo il preludio a un’esistenza appassionata. Mazzei continua a essere un testimone e interprete del passato e del presente dell’Elba, guidato da una poetica che riecheggia la profondità di Rilke e l’intellettualismo introspettivo di Musil.

Il Dominio del Divino

di Fausto Schlagen

L’elemento divino come antidoto al positivismo e alla tirannia della tecnologia

Nella filosofia antica, il pensiero di figure come Ferecide di Siro, che coniugano mythos e logos, si rivela una chiave di lettura fondamentale per ripensare la condizione umana contemporanea, segnata dal positivismo e dalla tecnologia. In una società dominata dalla razionalità strumentale, in cui la conoscenza è spesso ridotta a misurazione e calcolo, il recupero di una dimensione mitica e simbolica può rappresentare una via d’uscita, aprendo l’essere umano a una verità profonda che trascende la semplice logica matematica.

Ferecide, con la sua narrazione cosmogonica e la descrizione di Zeus come principio ordinatore, rappresenta un ponte tra il mondo mitico e quello filosofico. La sua visione del divino come archè – non mera cronologia di eventi, ma ordine profondo che regge il cosmo – evidenzia un approccio non riduzionistico alla conoscenza. Invece di relegare le immagini mitologiche al solo racconto, Ferecide riconosce in esse una verità ontologica, una “storia vera” che non appartiene solo al passato, ma anche alla natura dell’essere e del divenire.

La figura di Zeus, come supremo ordinatore, non si limita a spiegare l’origine del cosmo: essa ne sancisce il valore. Attraverso Zeus, il mondo acquisisce un senso che non è definito dal semplice sviluppo cronologico, ma dall’idea di un ordine che è immutabile, eterno e divino. Così, Ferecide mostra come il mito, se integrato in una prospettiva filosofica, possa rivelarsi una fonte di sapienza. Non è una mera illusione o proiezione umana, ma una realtà profonda che porta il pensatore alla radice delle cose.

La questione dell’essere e della verità è affrontata anche dai filosofi contemporanei che, come Martin Heidegger, Henri Corbin e Gaston Bachelard, sottolineano l’importanza di una dimensione simbolica e immaginale. Heidegger, in particolare, rivela l’urgenza di una riflessione che non separi più mythos e logos, ma li veda come manifestazioni complementari della verità. In quest’ottica, il mythos diviene la voce originaria dell’essere, quel linguaggio primordiale che offre un accesso diretto e immediato alla realtà, al di là dei limiti della ragione tecnica e analitica.

Nella “metafisica della tecnica”, Heidegger denuncia come la modernità abbia progressivamente dimenticato l’essere, focalizzandosi esclusivamente su ciò che è misurabile, utilizzabile, controllabile. In questa ossessione per la tecnica, la dimensione mitica è relegata al passato o persino ridicolizzata, eppure, come evidenziano pensatori come Ferecide, essa conserva un potenziale salvifico: la capacità di mostrare ciò che non può essere espresso con il linguaggio dell’oggettività.

Henri Corbin, con la sua nozione di “mundus imaginalis”, unisce la dimensione simbolica e spirituale in una visione del cosmo in cui il divino non è astratto, ma palpabile, reale. Per Corbin, come per Ferecide, l’immaginale non è finzione, ma una realtà che si inserisce tra il mondo sensibile e quello puramente intellettuale, dando vita a una percezione più ricca e completa del cosmo. Questa “terra celeste” si offre come una via alternativa alla mera oggettività scientifica, ripristinando la funzione salvifica del simbolo e del sacro.

In un mondo dominato dalla scienza positiva e dalla tecnica, la dimensione immaginale di Corbin costituisce un luogo di resistenza, una “geografia spirituale” dove il pensiero tecnico non può penetrare. Essa offre un rifugio per l’anima, dove l’uomo può riscoprire la propria interiorità e sfuggire alla pressione della misurazione e della quantificazione che dominano la cultura moderna.
Gaston Bachelard, esplorando il potere simbolico degli elementi naturali, dimostra che questi non sono solo materia, ma archetipi connessi all’interiorità dell’essere umano. Ogni elemento risveglia una saggezza profonda, radicata nella natura e nel cosmo, che ci collega a una dimensione di verità oltre la logica strumentale. Ad esempio, il fuoco non rappresenta solo un fenomeno fisico ma una realtà simbolica che esprime la trasformazione, l’energia creativa e la rigenerazione dell’anima. Questa prospettiva ci ricorda che l’universo non è solo una realtà esterna da analizzare, ma una fonte di insegnamenti spirituali.

In una visione simile a quella di Ferecide, per cui il cosmo ha una struttura ordinata e significativa, Bachelard riconosce la natura come depositaria di un linguaggio archetipico che l’umanità può interpretare per riscoprire se stessa. Così, l’universo e i suoi elementi non sono semplici oggetti da dominare, ma parte di un ordine che può guidare l’essere umano verso un’esistenza autentica e armoniosa.

Di fronte alla crisi del nostro tempo, caratterizzata da un esasperato positivismo e dall’assolutizzazione della tecnologia, la visione di questi pensatori rappresenta una via di salvezza. Il richiamo al divino, inteso non come dogma ma come principio archetipico e ordinatore, offre una prospettiva che va oltre la logica del dominio e della produzione, proponendo un ritorno a una saggezza antica e universale.

Il divino, come mostrato da Ferecide, è un ordine che può stabilire la giusta misura per l’essere umano, salvandolo dall’alienazione tecnica e dall’ossessione per il controllo totale. Questo elemento divino è l’antidoto a un mondo ridotto a “cosa”, recuperando invece il valore del cosmo come “creazione”. Connettendoci a questo ordine, possiamo ritrovare un senso di appartenenza all’universo e riconoscere una saggezza che trascende i limiti della scienza positiva.

L’elemento divino, riscoperto attraverso il pensiero simbolico e il mito, può offrire all’umanità moderna una via per sfuggire alla tirannia della tecnologia e al riduzionismo del positivismo. Esso ci invita a riscoprire il cosmo come ordine vivo e significativo, un mondo in cui l’essere umano è chiamato a vivere non come mero “tecnico”, ma come interprete e custode di una verità più alta. In un’epoca di crescente alienazione e perdita di significato, il richiamo a questa dimensione divina può essere il nostro miglior strumento per ritrovare un’esistenza autentica e radicata nel mistero e nella bellezza del cosmo.

El Gabacho

Gabacho se llama así porque en la frontera noreste de México estaban los colonos franceses de Luisiana y Nueva Orleans. El término, de hecho, deriva del catalán gavach, usado para referirse a quienes hablaban mal, especialmente a los franceses de los Pirineos.

Todavía en lombardo (Milán), gavasgia se refiere a “uno que habla demasiado y dice cosas que sería mejor no decir.”

Etimología de Wiktionary: De origen incierto, probablemente prerromano, originalmente relacionado con galta o gola, aplicado figuradamente a los montañeses con claras connotaciones de rusticidad y, a la vez, de origen septentrional.

Adjetivo

  • gavach inv. (plural gavaches o gavachs [aranés])
  • persona glotona, que come con voracidad
  • montañés
  • gavatx como extranjero tosco, grosero, especialmente de tierras vecinas
  • que habla de forma extraña

Notas:
Existen variaciones según las zonas: gavach puede referirse a la parte montañosa del Languedoc; gavòt designa a los habitantes de los Alpes provenzales (y quizás de una parte de las Cevenas); los enclaves de dialecto santongés en territorio occitano (en Gascuña) se llaman la Petite Gavacherie y la Grande Gavacherie.

Descendientes:

  • gavatx, en catalán
  • gabacho, en castellano

Poesia ai Dioscuri

COME BIMBI DI UN ALTRO DIO

Ci paralizza l’amore,
l’odio che carbura l’intercessione,
il piacere è sempre un passo più in là di dove arrivano le nostre mani,
abbracciarlo è una mossa fallita, della quale conosciamo l’esito, perché l’accelerazione è direttamente proporzionale all’ego odioso che tiene insieme i nostri corpi.

Ci paralizza l’amore,
l’odio che carbura l’intercessione,
che nell’avvenire nasconde il germe del passato, il ritorno che ovunque già ci aspetta, e che sempre in fondo ha la meglio, sul divenire, le possibilità, l’essere altro, che si espropria appena se lo si tocca, e muore.

Ci paralizza l’amore,
l’odio che carbura l’intercessione,
il tremolio delle carni che vengono dal fango e dalla pietra, e fango e pietra torneranno, non prima di rinunciare a se stesse, alla comunione, all’asservimento, alla coappartenza, e lasciarsi andare al buio di una cassa zincata o alle fiamme di un forno crematorio, per non essere sbranate e digerite da esseri striscianti, altri parassiti.

Come bimbi di un altro dio.



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maniglia etrusca in bronzo con i fratelli Castore e Polluce e i loro cavalli

La poesia “Come bimbi di un altro dio” è un’opera densa di significato, che esplora la tensione tra amore e odio, il destino umano e la fragilità dell’esistenza. Attraverso una struttura circolare e ripetitiva, che richiama quasi un incantesimo, l’autore crea un’atmosfera metafisica, in cui i Dioscuri – Castore e Polluce – diventano il simbolo dell’ambivalenza che segna la condizione umana. Questi gemelli mitologici, figli di Zeus e figure di protezione e dualità, incarnano qui il dilemma tra vita e morte, tra carne e spirito, tra unione e separazione.

L’inizio del poema, “Ci paralizza l’amore, l’odio che carbura l’intercessione”, ci pone immediatamente di fronte a una delle più antiche contraddizioni dell’umanità: l’amore come forza unificatrice e insieme paralizzante, e l’odio come motore segreto che spinge verso l’azione e l’intercessione. Qui l’intercessione non è solo quella divina, ma la spinta a intervenire nel corso degli eventi, a cercare l’altro, a desiderare il contatto con l’inaccessibile.

Il piacere, inteso come la realizzazione di quel desiderio, resta sempre fuori portata, “un passo più in là di dove arrivano le nostre mani”. Questo fallimento è già noto al soggetto, consapevole che l’ego, alimentato dall’odio, è ciò che ostacola l’unione vera. L’accelerazione, simbolo della tensione moderna verso il successo e l’autosufficienza, non fa che rinforzare la distanza tra i corpi, impedendo l’autenticità del contatto.

Il secondo movimento del poema ci porta a riflettere sul tempo e sulla ciclicità della storia: il futuro contiene in sé il seme del passato, un ritorno inevitabile che ci attende “ovunque”. L’autore si confronta qui con l’eterno ritorno nietzschiano, con l’idea che ogni tentativo di cambiare il destino sia votato al fallimento, poiché tutto è già stato deciso e l’essere, nella sua essenza più profonda, si dissolve appena lo si tenta di afferrare.

L’ultima parte della poesia enfatizza la mortalità e la natura effimera della carne umana, destinata a tornare al fango e alla pietra da cui proviene. Il corpo, qui descritto con immagini di decadenza e sottomissione, trova la sua fine nel buio di una “cassa zincata” o nel fuoco di un crematorio. Questo riferimento macabro all’inevitabile dissoluzione del corpo è profondamente esistenziale: l’uomo è espropriato della sua identità corporea e spirituale, ridotto a materia destinata alla corruzione o alla distruzione.

L’ultimo verso, “Come bimbi di un altro dio”, rappresenta un’apertura verso un’alterità divina, un’esistenza governata da forze superiori e incomprensibili. Questi “bimbi di un altro dio” non appartengono al pantheon familiare, ma a una divinità estranea, forse indifferente o crudele. La loro condizione di innocenza – o ignoranza – di fronte al destino inevitabile diventa un simbolo della vulnerabilità dell’essere umano di fronte all’universo.

In definitiva, questo poema riflette sulla condizione umana in termini di dualità, perdita e impotenza. I Dioscuri, simboli di unione e scissione, di immortalità e morte, incarnano la tensione irrisolvibile tra l’umano e il divino, tra il desiderio e l’impossibilità di realizzarlo. L’opera è un inno alla complessità dell’esistenza, dove amore e odio, passato e futuro, vita e morte, sono legati da un filo invisibile, proprio come i gemelli mitologici.

L’Errore di Lacan

Lacan teorizza che l’esperienza dello specchio sia il punto in cui il bambino forma il suo “io” attraverso l’identificazione con la propria immagine riflessa. Tuttavia, questa idea trascura una verità più profonda: l’io non nasce a posteriori. L’anima, psychè dei greci, è il nucleo virtuale di un linguaggio di programmazione cosmica, contiene già il codice che dà vita all’individuo. Non siamo esseri che si formano lentamente a partire da un riflesso, ma manifestazioni di un codice psico-genetico preesistente, un linguaggio scritto nelle profondità della nostra essenza.

Quando il bambino si guarda nello specchio, non sta scoprendo se stesso né formando un’immagine ideale dell’io. Quello che percepisce è la meraviglia della luce, la capacità della materia di riflettere ciò che già esiste nel suo nucleo. La forma che vede nello specchio non è una costruzione dell’immagine, ma una manifestazione esteriore di una geometria divina già contenuta nell’anima. L’errore di Lacan risiede nel confondere il riflesso materiale con la creazione dell’identità. Come se la coscienza fosse l’aspetto regolatore dell’esistenza e non una funzione secondaria della psiche che entra in gioco quando gli automatismi incontrano delle difficoltà. La coscienza è un’invenzione posticcia, un concetto che non esiste nelle grandi sapienze antiche. Essa è l’abbaglio dei moderni che la pensano come un’entità diversa dalla memoria, mentre essa non è altro che una memoria istantanea, dove l’ora del ricordo e l’ora di ciò che viene ricordato, coincidono. La coscienza è solo memoria a tempo zero. La verità è che l’identità è già presente, scritta in un codice invisibile che governa l’universo.

L’anima non è solo la sede di sentimenti o pensieri, ma un’unità che racchiude un linguaggio cosmico. Questo linguaggio determina la forma, la sostanza e l’esistenza stessa dell’individuo, e in questo processo il ruolo dell’io è marginale. L’io è solo una patologia, non esiste come aspetto sano, ma è solo un inganno di alienazione totale in cui il soggetto dimentica di essere solo una parte del tutto, un paragrafo di un linguaggio cosmico. Il bambino, guardando il proprio riflesso, non sta imparando a riconoscersi; sta piuttosto sperimentando una delle manifestazioni del linguaggio cosmico che governa la luce, la materia e l’esistenza stessa. Ciò che riconosce è la capacità della luce di rivelare la forma che l’anima ha già disegnato, non la nascita di un nuovo io.

Nei momenti migliori della nostra esistenza, quelli che sfuggono alla logica dei social media, non ci specchiamo per vedere la nostra immagine, ma per riscoprire la connessione con forze più profonde. È in questi istanti che possiamo sentire la presenza di archetipi antichi. Questi momenti non sono riflessi, ma espressioni di una programmazione cosmica che regola tutto ciò che esiste. 

Lacan riduce l’esperienza del riflesso a un processo psicologico di formazione dell’io, ma in realtà il riflesso nello specchio è solo un aspetto superficiale di una realtà molto più complessa. L’io non nasce dall’immagine riflessa, ma è già inscritto nel codice dell’anima, parte di un linguaggio più vasto che governa l’universo. Quando ci specchiamo, ciò che vediamo è la luce che interagisce con la materia, ma non è qui che l’io viene formato: la nostra essenza esiste già, programmata e orchestrata dalle forze cosmiche che ci hanno dato vita.

Nell’epoca dei selfie e della costante ricerca di conferme visive, abbiamo dimenticato che la nostra vera identità non si trova in ciò che vediamo riflesso. Siamo parte di un sistema di forze invisibili che si manifestano attraverso la geometria della luce e della materia. Le nostre vite non sono una costruzione continua di un “io” fragile, ma l’espressione di un codice che già esiste dentro di noi, un programma universale che dirige ogni aspetto del nostro essere.

I selfie mancati, quei momenti in cui scegliamo di non immortalare la nostra immagine, sono i più preziosi, perché rappresentano una connessione con il linguaggio cosmico che non può essere ridotto a un’immagine. Nella rinuncia noi realizziamo la salvezza. La nostra identità non può essere catturata in una fotografia: esiste al di là della luce riflessa, ancorata al linguaggio dell’anima, che da sempre guida la nostra esistenza, ed è tutto quello che di noi non è possibile mettere in vendita.