Fraintendere e interpretare

Ovvero: Interpretare e fraintendere


Ogni interpretazione, ogni trasporto di senso, ogni atto epistemico è contemporaneamente un guadagno e una perdita.

Interpretare significa sempre attraversare un confine, e ogni confine attraversato lascia dietro di sé un resto. Nessun senso passa intero da un luogo all’altro: ogni volta che traduciamo, restituiamo meno di ciò che riceviamo, ma anche più di ciò che avevamo prima. La comprensione non è mai una conquista netta, ma un movimento ambivalente, una torsione che illumina e oscura nello stesso gesto. È da questa consapevolezza che nasce l’ermeneutica, non come tecnica o sistema, ma come esperienza radicale del limite.

È un limite che non separa, ma condiziona. Talete, nel dire che l’origine è l’acqua1, non ha ridotto l’essenza del mondo a un liquido elementare: ha compiuto il primo grande gesto ermeneutico della storia, portando l’indicibile dell’arché nell’ambito del dicibile umano, accettando la perdita necessaria che ogni passaggio richiede. E quando Eraclito parla del lógos comune che gli uomini non comprendono2, dice esattamente questo: il lógos è universale, ma la sua comprensione è parziale, sempre mediata, sempre filtrata da ciò che ciascuno è disposto a perdere. Il lógos non entra mai integro nei nostri orecchi; lo custodiamo solo a prezzo della sua metamorfosi.

Parmenide lo sapeva nel momento in cui la Dea gli disse che le opinioni dei mortali non contengono alcuna verità stabile3. Non perché siano false, ma perché sono interpretazioni: approssimazioni che salvano una parte del vero e ne sacrificano un’altra. Senza questa riduzione non potremmo parlare affatto, perché ciò che è, nella sua pienezza, non può diventare linguaggio se non rinunciando a parte della sua immensità. Platone porta questa intuizione alla sua forma più alta: quando afferma che le dottrine più importanti non si possono mettere per iscritto4, non sta negando il valore della parola, ma ricordando che la parola è sempre un taglio, un gesto che produce luce e ombra insieme. E nelle Lettere lo ripete con forza: ciò che conta non può essere comunicato interamente, perché ciò che si scrive cade fuori di mano, sfugge, si decontestualizza. La scrittura è già traduzione, e ogni traduzione è un sacrificio.

La modernità non ha fatto altro che dare a questa dinamica un nome più consapevole. Kant chiama fenomeno ciò che appare nel linguaggio della nostra mente, e noumeno ciò che non appare perché eccede ogni forma5. La perdita qui diventa struttura: non possiamo conoscere nulla senza perderne la sua parte intraducibile. Hegel, che pure celebra la potenza del concetto, riconosce che il vero è il tutto6, e che questo tutto non è mai dato in una sola proposizione: il concetto conserva solo ciò che riesce a portare avanti nella sua dialettica, lasciando cadere il residuo. Nietzsche allora radicalizza: non esistono fatti, solo interpretazioni7. E ogni interpretazione è una selezione: scegliere una prospettiva significa perdere altre possibilità, ma anche guadagnare una visione più profonda. La vita stessa è un atto di interpretazione che taglia e crea.

Heidegger, con la sua analitica del Dasein, mostra che comprendere significa già interpretare8 perché noi non possiamo che vedere il mondo attraverso le nostre possibilità. Ogni significato è un’apertura che comporta una chiusura. Il mondo che abitiamo è il mondo che riusciamo a lasciar entrare, ed è per questo che l’ovvietà — la Selbstverständlichkeit — è così pericolosa: ci fa credere che ciò che comprendiamo sia dato, mentre è solo il risultato di un lavoro interpretativo che abbiamo dimenticato di aver compiuto. Gadamer allora porta l’idea al suo naturale compimento: comprendere è fondere orizzonti9, ma ogni fusione comporta una rinuncia, una riduzione, una selezione. Non possiamo ospitare l’altro senza trasformarlo. La nostra comprensione non è mai neutra, mai totale, mai integra.

Benjamin vede in questa perdita la forma essenziale della traduzione10: la traduzione non trasferisce contenuti, ma fa emergere ciò che il testo originale non poteva dire da solo, e nel farlo lascia dietro di sé un vuoto. Derrida fa del vuoto una funzione11: il senso slitta, differisce, si sposta; ogni volta che lo catturiamo in una formulazione, è già altrove, già mutato, già mancante.

E allora non importa che interpretare sia impossibile nel senso dell’integralità: interpretare è necessario proprio perché è impossibile. Non smettiamo di interpretare a causa del limite, ma grazie al limite. Non rinunciamo alla traduzione perché tradurre comporta una perdita, ma perché è attraverso la perdita che acquisiamo un senso più denso, più ricco, più nostro. L’interpretazione non è la ricerca dell’identico: è il modo in cui il senso vive, si muove, si trasforma. Ogni volta che comprendiamo qualcosa, guadagniamo una luce nuova e lasciamo in ombra ciò che non possiamo ancora vedere.

Questa ambivalenza — guadagno e perdita inseparabili — non è un difetto del pensiero, ma la sua condizione più profonda. È il ritmo stesso della nostra relazione con il mondo: ciò che accogliamo lo accogliamo proprio perché lo limitiamo, ciò che comprendiamo lo comprendiamo proprio perché lo trasformiamo. Non c’è verità senza interpretazione, non c’è interpretazione senza perdita. L’essenziale è non confondere ciò che appare con ciò che è, non prendere mai il guadagno come totalità, non scambiare mai il frammento per l’intero. Pensare significa camminare tra ciò che riusciamo a portare con noi e ciò che inevitabilmente lasciamo alle nostre spalle. L’ermeneutica non è un modo di leggere: è un modo di vivere nel continuo equilibrio tra la conquista e la rinuncia.


Note

  1. Simplicio, In Aristotelis Physicorum libros quattuor, Libro I, commento a I, 17. «πάντα ὕδωρ ἐστίν» – “Tutte le cose sono acqua.”
  2. Eraclito, Frammento B1, Diels–Kranz I, 1951. «ὁ λόγος κοινός ἐστιν» – “Il lógos è comune.”
  3. Parmenide, Frammenti A, Diels–Kranz II, 1951. «οἱ δὲ ψευδόμενοι φαντάσματα ἀνθρώπων» – “Le opinioni dei mortali sono mere apparenze.”
  4. Platone, Fedro 274c–275a. «τὰ μὲν γὰρ ἀναγραφοῦντα, τὰ δὲ ἀνεγγράψασθαι οὐ δύναται» – “Le cose importanti non possono essere messe per iscritto.”; Lettere, Epistola VII, §341b.
  5. Immanuel Kant, Kritik der reinen Vernunft A19/B33. «Erscheinung ist, was uns durch die Sinne gegeben wird, Ding an sich ist, was jenseits der Erscheinung liegt.» – “Fenomeno è ciò che ci appare tramite i sensi; noumeno è ciò che è al di là dell’apparenza.”
  6. Georg W. F. Hegel, Wissenschaft der Logik, Prefazione. «Das Wahre ist das Ganze.» – “Il vero è il tutto.”
  7. Friedrich Nietzsche, Jenseits von Gut und Böse, §22. «Es gibt keine Tatsachen, nur Interpretationen.» – “Non esistono fatti, solo interpretazioni.”
  8. Martin Heidegger, Sein und Zeit, §12. «Verstehen ist schon Auslegen.» – “Comprendere è già interpretare.”
  9. Hans-Georg Gadamer, Wahrheit und Methode, Parte I, §1. «Verstehen ist Horizontverschmelzung.» – “Comprendere è fusione di orizzonti.”
  10. Walter Benjamin, Die Aufgabe des Übersetzers, 1923. «Die Übersetzung gibt nicht den Inhalt wieder, sondern lässt das hervorbrechen, was im Original verborgen bleibt.» – “La traduzione non restituisce contenuti, ma fa emergere ciò che nell’originale rimane nascosto.”
  11. Jacques Derrida, La dissémination, 1972, pp. 52–53. «Le sens glisse, diffère, se déplace.» – “Il senso scivola, differisce, si sposta.”

HINTHIAL

Hinthial tra epigrafia, lessico e storia del pensiero etrusco

Il termine etrusco hinθial, attestato in contesti funerari, dedicatori e talvolta in associazione con oggetti riflettenti, rappresenta una delle nozioni più difficili da definire all’interno del lessico antropologico e religioso etrusco. La tradizione filologica ne ha proposto traduzioni diverse, oscillanti tra “ombra”, “immagine”, “manifestazione”, “anima” e “doppio del defunto”. La documentazione epigrafica, non particolarmente abbondante ma ben distribuita nelle necropoli dell’Etruria interna e costiera, mostra che hinθial è impiegato come designazione della “presenza” del defunto o della sua identità persistente, spesso in relazione allo spazio tombale o a un oggetto che ha funzione di mediazione visiva.

La letteratura moderna si è concentrata principalmente sul valore semantico del sostantivo. Già Pallottino sottolineava la difficoltà di renderne la portata concettuale con categorie moderne, preferendo attenersi alla definizione minimale di “immagine sopravvivente”. Bonfante e Bonfante hanno osservato che il significato non corrisponde pienamente a quello di “soul” o “spirit”, mentre Rix ha richiamato l’attenzione sulle strutture morfologiche del composto, rilevando la possibilità di interpretare –al come suffisso derivativo o genitivo astratto. Studi più recenti di Briquel e Maggiani hanno ribadito che hinθial non implica un’anima separata dal corpo, ma piuttosto un principio identitario legato al luogo e alla memoria. De Grummond ha richiamato l’interesse degli specchi etruschi, nei quali il termine ricorre come designazione dell’immagine riflessa, suggerendo che il significato originario includa la dimensione del riflesso visibile.

Da un punto di vista morfologico, la forma hin-thi-al è compatibile con una sequenza composta di radice, locativo e suffisso derivativo. L’elemento -thi è ampiamente attestato come locativo o marcatore di stato in luogo, mentre -al è frequente come indicatore genitivale o come formante astratto. Il segmento iniziale hin- resta ancora di difficile interpretazione. Le proposte finora avanzate includono: una radice etrusca autonoma collegata al campo semantico dell’apparire; un prestito o parallelismo con forme egee pre-greche; una derivazione interna non ancora ricostruibile per mancanza di materiale comparativo. L’ipotesi qui considerata, senza pretese risolutive, è che hin- possa appartenere al medesimo ambito semantico espresso in greco arcaico da radici quali φα-, φο-, φι-, con riferimento alla luce e alla manifestazione (φαίνω, φάος, φάντασμα). Particolare attenzione merita il termine pindarico φίντις, espressione di un’energia luminosa guida, non pienamente spiegata dalla linguistica indoeuropea: alcuni studiosi lo considerano eredità del substrato pre-greco dell’Egeo. Poiché la fonetica delle lingue preelleniche conosce fenomeni di riduzione delle aspirate, non è impossibile ipotizzare una relazione tra una radice mediterranea phin- e un’etimologia etrusca con iniziale aspirata h-. Questa osservazione non implica derivazione diretta, ma la possibilità di un fondo semantico comune nel Mediterraneo protostorico.

La comparazione con altre culture dell’area, benché sempre da condurre con prudenza, offre spunti interpretativi. Il concetto egizio di akh, inteso come manifestazione luminosa del defunto, mostra analogie funzionali, più che semantiche, con l’uso di hinθial nella topografia tombale. L’eidolon greco arcaico, inteso come “forma visibile” del defunto, presenta tratti paralleli, e le maschere funerarie romane, le imagines maiorum, testimoniano una concezione dell’identità come immagine persistente. Questi confronti non provano influenze dirette, ma rientrano in un quadro mediterraneo in cui il rapporto tra immagine, luce e identità è culturalmente centrale.

L’insieme dei dati suggerisce che hinθial indichi la persistenza della persona attraverso una forma di presenza visibile o localizzabile. Non si tratta di un’anima nel senso spirituale post-classico, né di una semplice “ombra”. Il termine designa una modalità di esistenza connessa alla memoria, allo spazio e alla percezione, e trova corrispondenza materiale nello specchio, nella tomba e nell’iscrizione. Pur restando aperta la questione etimologica, la combinazione tra radice, locativo e suffisso permette di proporre una resa generale come “ciò che appartiene al luogo dell’apparizione”, o più sobriamente “presenza identitaria”.

L’analisi di hinθial mostra dunque come il lessico etrusco, anche nei suoi elementi apparentemente più elusivi, conservi forme di pensiero complesse e coerenti, la cui interpretazione richiede un equilibrio tra dati epigrafici, morfologia, comparazione e storia delle idee. Ulteriori progressi potranno venire da nuove attestazioni epigrafiche, da revisioni sistematiche dei corpora e da uno studio più approfondito dei parallelismi nel linguaggio religioso mediterraneo pre-classico.

____________________________________

Bibliografia essenziale

Etruscologia

Pallottino, Civiltà degli Etruschi.
Bonfante, G. & L., The Etruscan Language.
Rix, H., Etruskische Texte, Etruskische Grammatik.
Briquel, D., La civilisation étrusque.
de Grummond, N.T., Etruscan Myth, Sacred History, and Legend.
Maggiani, A., Scrittura e potere nell’Etruria arcaica.
Steingräber, S., Etruscan Painting.
Cristofani, M., Gli Etruschi: una nuova immagine.
Colonna, G., Miscellanea Etrusca.
Haynes, S., Etruscan Civilization.
Warden, P., Mirror Images in Etruscan Art.
Pfiffig, A.J., Religio Etrusca.
Torelli, M., Studi sulla religione etrusca.

Comparazione greca

Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque.
Beekes, Etymological Dictionary of Greek.
Vernant, J.-P., Mythe et pensée chez les Grecs.
Pindaro, Odi (per φίντις e il lessico luminoso).

Mediterraneo pre-greco

Nilsson, The Minoan-Mycenaean Religion.
Palmer, Aegean Pre-Greek Substrates.
Bernabé, Substratos Mediterráneos.
West, M.L., Indo-European Poetry and Myth.

LE ORIGINI DEL PENSIERO MEDITERRANEO

BOZZA DELL’INDICE DEL LIBRO IN REDAZIONE DI A. MAZZEI



Lo spirito, l’anima e la mente dal Neolitico al mondo mesopotamico ed egiziano


Introduzione generale

  • La questione delle origini: filologia, antropologia, archeologia del pensiero
    • Si rimanda a: Vernant, J.-P., Mythe et pensée chez les Grecs, 1965; Bottéro, J., Mesopotamia: Writing, Reasoning, and the Gods, 1992; Assmann, J., Moses the Egyptian, 1997.
  • La preistoria della mente: dai simboli neolitici alla prima scrittura
    • Cf. Renfrew, C., Prehistory: The Making of the Human Mind, 2007.
  • Continuità e rotture: dall’esperienza cultuale al concetto
    • Cfr. Onians, R. B., The Origins of European Thought, 1951, Prefazione e Introduzione.

I. IL CORPO COME SEDE DELLO SPIRITO

  • Il respiro vitale (zi, napīštu, ka, ba): prime definizioni della vita
    • Bottéro, J., Religion in Ancient Mesopotamia, 2001, pp. 45-68; Hornung, E., Conceptions of God in Ancient Egypt, 1982, pp. 12-35.
  • Il cuore, il fegato e il sangue: sedi della coscienza e della memoria
    • Cf. Leick, G., Mesopotamia: The Invention of the City, 2001, pp. 78-83; Faulkner, R. O., The Ancient Egyptian Pyramid Texts, 1969, pp. 45-50.
  • Il corpo come microcosmo: analogie tra anatomia e cosmologia
    • Assmann, J., The Mind of Egypt, 2002, pp. 120-150; Kramer, S. N., History Begins at Sumer, 1981, pp. 200-215.
  • Il cadavere e la sopravvivenza: la cura del corpo nel rituale funerario
    • Taylor, J. H., Death and the Afterlife in Ancient Egypt, 2001, pp. 33-70; Black, J., The Literature of Ancient Sumer, 2006, pp. 150-160.

II. L’ANIMA E I SUOI NOMI

  • Le componenti dell’individuo in Mesopotamia: etemmu, zaqīqu, napīštu
    • Bottéro, J., Mesopotamian Magic: Textual, Historical, and Interpretative Perspectives, 1995, pp. 89-110.
  • Le componenti dell’individuo in Egitto: ka, ba, akh, ren, sheut
    • Hornung, E., The Ancient Egyptian Books of the Afterlife, 1999, pp. 40-75.
  • L’identità e il nome: il potere performativo della nominazione
    • Derrida, J., La grammatologie, 1967 (per riflessioni teoriche); cf. Assmann, J., Death and Salvation in Ancient Egypt, 2005, pp. 101-130.
  • L’anima e la sua immagine: statue, sigilli, ombre
    • Black, J., The Literature of Ancient Sumer, 2006, pp. 210-235; Pinch, G., Magic in Ancient Egypt, 1994, pp. 76-90.

III. IL MONDO DIVINO E IL DESTINO DELL’UOMO

  • Le leggi divine: i me sumerici e il concetto di maat egiziana
    • Kramer, S. N., The Sumerians, 1963, pp. 110-125; Hornung, E., Conceptions of God in Ancient Egypt, 1982, pp. 90-110.
  • Il nam-tar: il destino scritto e la logica dell’ordine cosmico
    • Bottéro, J., Religion in Ancient Mesopotamia, 2001, pp. 120-145.
  • Il ruolo degli dèi nell’origine della coscienza e della morte
    • Assmann, J., Moses the Egyptian, 1997, pp. 50-85.
  • Il peccato e la colpa: nascita della responsabilità spirituale
    • Cf. Scurlock, J. A., Mesopotamian Spirituality, 2006, pp. 95-110; Hornung, E., The Ancient Egyptian Books of the Afterlife, 1999, pp. 120-140.

IV. AMORE, MORTE E RINASCITA

  • L’amore divino e umano: Inanna/Ishtar, Nanna e Dumuzi
    • Black, J., The Literature of Ancient Sumer, 2006, pp. 280-310; Kramer, S. N., History Begins at Sumer, 1981, pp. 230-245.
  • Osiride e la rigenerazione: la struttura della morte fertile
    • Hornung, E., Conceptions of God in Ancient Egypt, 1982, pp. 150-180; Assmann, J., Death and Salvation in Ancient Egypt, 2005, pp. 150-175.
  • Il viaggio nell’aldilà: Descent of Inanna, Libro dei Morti
    • Black, J., The Literature of Ancient Sumer, 2006, pp. 320-350; Faulkner, R. O., The Ancient Egyptian Book of the Dead, 1972.
  • La resurrezione come principio cosmico: dal mito al rito
    • Assmann, J., The Search for God in Ancient Egypt, 2001, pp. 220-250.

V. LINGUAGGIO, COSCIENZA, MEMORIA

  • La nascita della scrittura: dalla contabilità al simbolo spirituale
    • Robinson, A., The Story of Writing, 1995, pp. 40-70; Powell, M., Writing: Theory and History of the Technology of Civilization, 2009, pp. 12-45.
  • Il segno come incarnazione del pensiero divino
    • Bottéro, J., Religion in Ancient Mesopotamia, 2001, pp. 200-220; Assmann, J., The Mind of Egypt, 2002, pp. 170-190.
  • L’oracolo, il sogno, la parola ispirata: la coscienza in stato estatico
    • Black, J., The Literature of Ancient Sumer, 2006, pp. 400-430; Hornung, E., The Ancient Egyptian Books of the Afterlife, 1999, pp. 210-240.
  • Linguaggio e realtà: dal verbo divino alla parola umana
    • Cf. Onians, R. B., The Origins of European Thought, 1951, Capitolo V; Assmann, J., Moses the Egyptian, 1997, pp. 210-240.

Epilogo. Dal pensiero teocratico al pensiero razionale

  • La transizione dall’ordine cosmico al principio logico
    • Vernant, J.-P., Myth and Thought among the Greeks, 1983, pp. 150-180; Onians, R. B., The Origins of European Thought, 1951, Conclusione.
  • L’eredità mesopotamica ed egiziana nella Grecia arcaica
    • Burkert, W., Greek Religion, 1985, pp. 30-60; Vernant, J.-P., The Origins of Greek Thought, 1991, pp. 70-100.
  • Il concetto di mente (noûs) come trasformazione del divino in umano
    • Dodds, E. R., The Greeks and the Irrational, 1951, pp. 90-130; Long, A. A., From Epic to Philosophy, 1986, pp. 140-165.

Appendici

  • A. Tavole terminologiche (sumerico–accadico–egiziano–greco)
    • Basate su: Black, J., The Literature of Ancient Sumer, 2006; Faulkner, R. O., A Concise Dictionary of Middle Egyptian, 1962; Loprieno, A., Ancient Egyptian: A Linguistic Introduction, 1995.
  • B. Fonti testuali principali
    • Inno sumerico: Inno a Inanna (cf. Black, J., 2006)
    • Lamento accadico: Lamento per Ur (cf. Bottéro, J., 2001)
    • Inni di Amarna (cf. Lichtheim, M., Ancient Egyptian Literature, 1975)
    • Testi delle Piramidi (cf. Faulkner, R. O., 1969)
  • C. Tavola cronologica delle tappe concettuali (Neolitico–VIII sec. a.C.)
  • D. Bibliografia essenziale

TRVTNUT

Brontoscopia nell’Etrusca Disciplina

La tesi che propongo è che la «brontoscopia» etrusca — la disciplina tecnica e rituale che leggeva nel rombo di tuono e nella folgore la volontà degli dèi — non sia un residuo superstizioso da relegare tra le credenze popolari, ma una forma coerente di epistemologia pratica: un insieme di metodi, terminologie e procedure trasmesse in libri specialistici e in reti familiari di esperti, che ha avuto un ruolo politico e culturale lungo tutta la tarda Repubblica e oltre (Michel Gras, La religion étrusque, 1953; Heurgon, La vie quotidienne des Étrusques, 1961; Colonna, I libri di Etruria, 1971). Seneca, nelle Naturales Quaestiones (I, 16-17; III, 23), coglie la portata di questa differenza fino a elevarla a conflitto paradigmatico: la spiegazione «meccanica» romana (le nubi si scontrano e producono fulmini) e la lettura etrusca (gli dèi fanno scontrare le nubi perché vogliono dare un segno) non sono due semplici varianti interpretative, ma visioni del mondo inconciliabili, due modi opposti di concepire la relazione tra natura e intenzione divina; Seneca registra la distanza non con disprezzo goliardico ma con l’evidenza che si tratta di due forme di sapere la cui pratica produce conseguenze istituzionali differenti. Questa osservazione kuhniana di Seneca — che non riduce l’etrusca disciplina a naïveté ma la riconosce come paradigma alternativo — ci autorizza a considerare la brontoscopia come tecnologia cognitiva: un codice per convertire fenomeni sensoriali (suono, luce, direzione) in proposizioni normative e in decisioni rituali. In questo codice, gli animali che reagiscono al tuono non sono mere manifestazioni istintive ma indicatori empirici cogenti, come nel celebre caso di Caere: la loro reattività fornisce dati immediati — pause, allarmi, variazioni di comportamento — che l’esperto incorpora nel protocollo interpretativo. Di conseguenza, il «sentire» animale e il «leggere» umano sono due terminali dello stesso circuito epistemico, e la separazione moderna tra fisiologia e semantica qui non tiene (Cristofani, Gli Etruschi, 1990; Camporeale, Ritualità e divinazione, 2003). La documentazione è plurale. La tradizione letteraria romana conserva memoria di un corpus tecnico (Libri Fulgurales, Libri Tagetici, Libri Haruspicini) che la cultura augustea e la pratica senatoria cercarono di incasellare: Nigidius Figulus componerà una versione latina di materiale tagetico; la tradizione greca tardiva (come Lydus, De Magistratibus, IV, 23) conserverà traduzioni e riassunti che mostrano come il sapere etrusco fosse mediato e adattato più volte nel passaggio tra lingue e centri di potere; ma la trasmissione non cancella la specificità tecnica originaria: la disciplina continuò a funzionare come repertorio di regole per interpretare fulgurationes e altri prodigia. Le indagini storiografiche moderne mostrano che il controllo e la pratica del sapere fulgurale furono spesso in capo a élites locali o a ordini sacerdotali (Maggi, I libri etruschi, 1987; Rawson, Intellectual Life in the Late Republic, 1985), ma anche che esistevano livelli più «operativi» e professionali del mestiere, pagati o ambulanti, che espandono la diffusione della tecnicità oltre l’aristocrazia. Sul piano linguistico e prossemico la documentazione epigrafica fornisce nodi importanti che confermano l’esistenza di un lessico specialistico. La bilingue di Pesaro mette in contatto termini latini e etruschi per designare titoli professionali: la coppia haruspex / fulguriator trova riscontro nella riga etrusca NETSVIS TRVTNVT FRONTAC; la sicurezza della corrispondenza lessicale rende meno plausibili letture che riducano TRVTNVT a mera onomatopea priva di valore tecnico e insieme conferma la componente fonosimbolica del termine: suono e azione rituale qui coesistono (Zavaroni, Etruscan Language and Ritual, 2015). La lezione epigrafica non deve però diventare un centro esclusivo: la funzione dell’esempio di Pesaro è di illustrare come termini concretamente usati nella pratica rituale codificassero ruoli tecnici riconoscibili nella società romana e nella stessa trasmissione culturale dell’etrusca disciplina. Da qui segue una diversa interpretazione del rapporto tra osservazione empirica e ritualità: la disciplina etrusca approccia il fenomeno atmosferico con una procedura che è al tempo stesso descrittiva (rilevazione della direzione, della forma, della collocazione del segno) e performativa (nominare il segno equivale a prescrivere l’azione rituale, la sospensione o la ripresa delle attività civiche). Il «metodo» non è scienza sperimentale nel senso moderno, ma è un insieme sistematico di regole di raccolta dati, catalogazione comparativa e decisione normativa; esso produce predizioni comportamentali (quando fare o non fare) e legittima pratiche politiche (la convocazione del senato, l’interruzione dei comizi, il riconoscimento o la sanzione di persone e atti). Rawson ha mostrato come la disciplina etrusca abbia rilevanza politica concreta nella tarda Repubblica: la consulenza dei haruspices poteva sostenere o minare decisioni di fazione, e la conservazione di questi libri e la formazione dei giovani nelle famiglie di esperti diventarono oggetto di intervento senatorio e di negoziazione culturale tra Roma ed Etruria. Infine, sul piano teorico, rivalutare la brontoscopia come paradigma significa ripensare il confine fra razionalità e animismo: l’«animismo» etrusco non è ingenuo misticismo ma un modo disciplinato di leggere correlazioni naturali come atti intenzionali quando ciò è epistemicamente e istituzionalmente utile. Questo non equivale a recuperare l’eterna validità dei responsa etruschi, ma a riconoscere la loro dignità epistemica: un insieme di procedure che, dentro un diverso paradigma del mondo, produce conoscenza affidabile nello spazio sociale e pratico in cui opera. La storia delle idee e delle pratiche religiose romane non può essere compresa pienamente se si eliminano dalla narrazione questi codici tecnici, le cui tracce — letterarie, epigrafiche e pratiche — sono ancora ricostruibili con i metodi combinati della filologia, dell’epigrafia e della storia delle istituzioni.

IL FURBASTRO

Tra Archeologia ed Eziologia.

di A.M.

______________________________

Lo scirocco sta annuvolando tutto.

Lo scirocco qui non è l’origine nel senso dell’Arché, bensì in quello della Aitía.

ἀρχή (arché) → è l’origine o il principio o il fondamento – nel senso ontologico o temporale o psicologico: il punto dal quale tutto prende inizio, sul quale tutto poggia, l’essenziale a che le cose siano, esistano, pensino.

αἰτία (aitía) → è la “causa” nel senso di ciò che provoca o spiega un determinato fatto o stato di cose. La causa scatenante, quella che dà la spinta e nasconde la mano.

Lo scirocco sta annuvolando tutto.

Che lo scirocco neanche esiste, è solo la toponomastica geografica del vento. Che a sua volta è solo aria in movimento. Molecole di ossigeno, idrogeno e poco altro, che cambiano coordinate.

La sciroccata invece, intesa come la matta, quella è sempre dietro l’angolo, e parimenti lo sciroccato.

La follia. Un logos qualunque, visto da un altro punto di vista con esso inconciliabile.

Forse il logos di una panchina, una murella, o il tavolo di un bar, anche quando questo non é un bar!

Certo il logos dell’Archeo-logos e dell’Aitio-logos. La loro ragione e il loro torto, la loro ragione e la loro follia.

Su centinaia di ospiti in undici anni di bed and breakfast, un commento assolutamente negativo ci sta.

Uno.

Abbiamo soggiornato in questa struttura nell’agosto 2016. Definirla B&B è un azzardo….il bed consiste in uno stanzino


UNO STANZINO NEL SENSO DI UNA CAMERA CON LETTO ALLA FRANCESE E BAGNO INTERNO, – E QUINDI NON “IN COMUNE” – COME DICE IL SIGNORE FRA SETTE PAROLE; “STANZINO” CHE ERA UNA CAMERA DI 7 MQ BEN DESCRITTO SUL WEB CON TANTE FOTO  

provvisto di biancheria lisa e con bagno comune. Condizioni igieniche sotto la decenza.

BIANCHERIA DI UN AFFITTACAMERE CHE ALTERNA OSPITI CON CAMBIO CAMERA OGNI 2 O 3 GIORNI IN MEDIA, RAGION PER CUI É OVVIO CHE LENZUOLA LAVATE MOLTO SPESSO NON SIANO VELLUTATE COME QUELLE CHE IL SIGNORE USA A CASA UNA VOLTA ALL’ANNO, AVENDONE 20 PAIA O, PIUTTOSTO, CAMBIANDOLE UNA VOLTA AL MESE. LA DONNA DELLE PULIZIE IN UN BORGHETTO MONTANO È QUELLA CHE SI TROVA, NON UNA PROFESSIONISTA, MA SOLO 2 OSPITI SU CENTINAIA SI SONO LAMENTATI IN 11 ANNI. PUÒ SUCCEDERE UNA SVISTA, NON VEDERE UNA MACCHIA O UNA RAGNATELA. MA SE L’OSPITE LO SEGNALAVA IO ERO SUBITO PRONTO Z INTERVENIRE H24.

Il breakfast servito (servito?) in un capanno fuori

UNA BELLA VERANDA DI CIRCA 40 METRI QUADRI CHIUSA DA UNA VETRATA CON SOFFITTO IN PERLINATO, IMMERSA NELLA NATURA DEL PARCO NAZIONALE E VISTA MOZZAFIATO ARREDATA CON SEDIE DI NOCE IMPAGLIATE E TAVOLI NUOVI E SCULTURE IN LEGNO DI LUNISIO

con proposte misere. Una vergogna.

TORTE FATTE IN CASA, E FRATI O BRIOCHE DAL PANIFICIO, SUCCHI DI FRUTTA VARI, CAFFÈ, TÈ, LATTE, ACQUA, YOGURTH, PANE, MARMELLATA, CEREALI

  Il titolare è Angelo (nomen non omen) narciso e svogliato, il cui unico interesse è di intrattenere gli ospiti per raccontare la sua vita e la sua visione del mondo (machissenefrega!)

FINALMENTE UNA PROPOSIZIONE GRAMMATICALMENTE, PSICHIATRICAMENTE E GIURIDICAMENTE INECCEPIBILE. PER LA PRIMA VOLTA IL SIGNORE DIMOSTRA DI AVERE SPICCATE QUALITÀ FENOMENOLOGICHE E PSICANALITICHE: NON FA UNA GRINZA! A CONFERMA DELLA FALLACIA E DELLA BILINGUITÀ DI VEGOIANA MEMORIA DI TUTTO QUELLO CHE AVEVA ASSERITO ANTE QUEM.

Ciliegina: il furbastro non accetta pagamenti tracciabili (bancomat, carta di credito, assegni) ma solo in contanti. Che sia forse per rispetto della privacy o che magari, il suo “spirito libero ed anarchico”, voglia evadere da qualcosa?

SIAMO ALLA FRUTTA! CILIEGINA? CERASULA PARVA – MALE COEPTUM MALE PERIT! IL FURBASTRO. SPIRITO LIBERO ED ANARCHICO, BUTTATA LÌ COME UN INSULTO. COME SE ESSERE SPIRITI LIBERI E UN PO’ ANARCHICI FOSSE UNA MACCHIA INDELEBILE, UN’ONTA INSOPPORTABILE. CHE NE SA IL SIGNORE PSICOANALISTA DI SCUOLA CINESTETICA A INDIRIZZO LOWENIANO DI QUELLO CHE IL FURBASTRO HA PASSATO NELLA SUA INFANZIA? E SE QUESTI FOSSE STATO VITTIMA DI ANGHERIA O MOLESTIE PEDOPORNOGRAFICHE? QUALUNQUE TRAUMA NON SCUSEREBBE CERTO IL SUO NARCISISMO SVOGLIATO, MA ALMENO LUI NON HA MAI RISPOSTO ALLA SUA RECENSIONE A 1 STELLA SU TRIPADVISOR. IL FURBASTRO HA INIZIATO AD AFFITTARE CAMERE NEL 2008 E LA RECENSIONE SI RIFERISCE A UN SOGGIORNO DEL 2016. NOTA BENE: PRIMA DEL 2010: LE SOLUZIONI PER ACCETTARE PAGAMENTI ELETTRONICI ERANO LIMITATE E PRINCIPALMENTE LEGATE A SISTEMI PROFESSIONALI, CON COSTI ELEVATI E NON SEMPRE ACCESSIBILI AI PICCOLI BED & BREAKFAST.
TRA IL 2010 E IL 2015: SI SONO DIFFUSE GRADUALMENTE SOLUZIONI DI PAGAMENTO MOBILE, SPESSO ATTRAVERSO CIRCUITI SPECIFICI E PARTNER BANCARI. TUTTAVIA, NON ERANO ANCORA DIVENTATE UNA SOLUZIONE DI MASSA PER I PRIVATI.
DAL 2016 IN POI: AZIENDE COME SUMUP E ALTRI HANNO RESO I TERMINALI POS MOBILI PIÙ ACCESSIBILI E FACILI DA USARE, ANCHE PER CHI NON AVEVA PARTITA IVA, ABBATTENDO I COSTI DI COMMISSIONE E INTRODUCENDO MODALITÀ DI PAGAMENTO PIÙ SEMPLICI.

Quello che mi ha spinto a recensire questa recensione con 9 anni di ritardo è stato uno spiacevole fatto accaduto ieri all’aperitivo. Eravamo una compagnia di cugini dal primo al settimo grado, naturali o acquisiti. Il più prossimo ha gridato a gran voce che per… «…capire che persona sei Angelo, è facile, te lo ha scritto anche un tizio su TripAdvisor!»

SIAMO ALLA FRUTTA! FRUTTA DEI NOSTRI SENI.

The Palazzo Spurinna Corona of Monte Castello di Procchio: The Last Etruscan Royal Residence on the Island of Elba

Angelo Mazzei Di Poggio


Abstract

The Palazzo Spurinna Corona of Monte Castello di Procchio, concealed within the chestnut forests of western Elba, represents one of the most monumental aristocratic residences of Etruria. Misidentified for centuries as a medieval fortress, recent archaeological investigations have redefined it as a vast Domus Tripartita ad Impluvium linked to the noble Spurinna family of Tarquinia. This paper presents a comprehensive synthesis of archaeological, epigraphic, and historical evidence, reinterpreting the site as a palatial seat of Etruscan power, domesticity, and cultic practices. It discusses the site’s strategic maritime significance in the Tyrrhenian Sea, the role of the Spurinna dynasty in Etruscan geopolitics, and the cultural implications of inscriptions found on-site. The study further addresses issues of site neglect and proposes directions for future research and preservation.


1. Introduction

Hidden among the chestnut woods overlooking the Tyrrhenian Sea, the ruins of what was long mistaken as a medieval borgo abandoned post-Black Death have recently been identified as the Palazzo Spurinna Corona—a sprawling aristocratic residence of the Etruscan elite. Measuring approximately 1,800 m² per floor, the complex belongs to the Italic architectural tradition known as Domus Tripartita ad Impluvium, characterized by a central atrium with a rainwater-collecting impluvium draining into a cistern below. This paper aims to re-evaluate the site’s archaeological significance, its political and economic role in the Etruscan world, and its place within the broader narrative of Etruscan decline and legacy.

Floor plan of the palace by the author

2. Archaeological Context and Site Description

Situated roughly 100 meters above sea level at Monte Castello di Procchio, the site commands a strategic vantage point with clear views of both northern and southern coasts of Elba. Its location was undoubtedly chosen for control over key maritime routes and planes of Campo and Procchio [[1]][[2]].

Early archaeologists catalogued the remains as a Fortezza d’altura (hilltop fortress), a classification challenged by later findings. During World War II, German troops installed a concrete bunker in the central atrium, causing damage and looting [[1]].

Nazi bunker of WWII

Systematic excavations led by Professor Adriano Maggiani in the late 1970s unearthed complex architectural features and artifacts that contradict the fortress interpretation, revealing instead a palatial residence with residential, ceremonial, and service spaces symmetrically organized around a central atrium—a canonical yet vastly enlarged Domus Tripartita ad Impluvium [[2]][[5]].

The ground level’s footprint, exceeding six times that of typical aristocratic Etruscan houses, suggests an exceptional scale befitting a princely seat, identified by me as the *falathrium Spurinial—possibly meaning “Spurinna Palace” from the Etruscan *falathra (palace) [[3]][[5]].


3. Architectural Features and Domestic Assemblages

The Domus Tripartita ad Impluvium is characterized by inward-facing rooms around a central courtyard. This design promotes seclusion and climatic regulation. The Elban example’s atrium is exceptionally wide, with flanking wings likely housing private apartments, textile workshops, and storerooms [[3]][[5]].

Archaeological finds include fine black-glazed tableware inscribed with the family name Spurinies, loom weights, spindle whorls, and fragments of eight enormous dolia (large storage jars) for grain [[5]][[39]]. The assemblage reflects a complex domestic economy combining female textile production—a significant cultural and ritual activity—and administrative grain storage, inconsistent with a purely military function [[3]][[5]][[39]].

1. black-glazed tableware inscribed with the family name Spurinies and 2. inscription reconstructed by M. Zecchini

Votive terracotta fragments, including a refined female head in classical style comparable to finds at Kainua (Marzabotto), indicate a cultic dimension integrated into the residence, consistent with Etruscan religious practices [[7]].

refined female head

4. Epigraphic Evidence and Interpretations

Two key inscriptions link the complex to the Spurinna and Corona families. A high-quality ceramic plate bears the painted mark SPURINIEŠ, affirming ownership [[6]][[41]].

More enigmatic is an inscription on one of the dolia reading CURUNAS CRETNAI ~THA, followed by traces possibly reconstructed as [RAM]ΘA or Ramtha [[6]][[33]][[35]]. Earlier interpretations read this as the female personal name Ramtha Curunas Cretnai, potentially the lady of the house [[3]][[5]][[6]].

my clay copy
Maggiani’s rewriting version

However, the order and nature of the inscription are irregular. Typically, Etruscan names follow the pattern praenomen-gentilicium-cognomen, but here the sequence is reversed or ambiguous: Curunas Cretnai [-]tha [[5]][[6]]. Recent reassessments propose that Curunas relates not to a family name but to grain (curun), and Cretnai denotes provenance (“from Crete”), thus possibly indicating contents or origin rather than a personal name [[2]][[6]][[35]].

The inscription’s linguistic components suggest economic and sacred dimensions, linking the site’s function to granary storage and trade networks across the Tyrrhenian [[2]][[6]]. The presence of a female name or title may also underscore the role of women in estate management or ritual activities [[3]][[6]][[38]].


5. Historical and Political Significance of the Spurinna Dynasty

The Spurinna were a prestigious family from Tarquinia, active from the 6th century BCE onward. Latin inscriptions, known as the Elogia Spurinna, record the deeds of Velthur and Aulus Spurinna, both praetores and military leaders in the 4th century BCE [[6]][[17]][[18]].

One inscription commemorates Velthur’s overseas campaign, possibly the earliest Etruscan army crossing the sea against Syracuse in Sicily [[6]][[18]]. Another recounts Aulus Spurinna’s military successes in Latium [[6]]. These deeds coincide with the geopolitical struggles involving Veii, Rome, and Syracuse for control of metal-rich islands like Elba [[6]].

Torelli write his reading following Jacques Heurgon:

V[-4–]ur Spur[—] [-]artis f. pr. I[—] magistrátu alt[ – 4–] exerc[i]tum habuit, alte[ -5.

5 Siciliam duxit; primus o[ -5 –] Etruscorum mare cu[m-6-7–] traiecit; á qu[-13-14 –] aurea ob vi[ – 15-16 –].

Questi sono i supplementi da me proposti nel 1975:20

V[elth]ur Spur[inna] [L]artis f. pr(aetor) I[I; in] magistrátu alt[erum] exerc[i]tum habuit, alte[rum in]

5 Siciliam duxit; primus o[mnium] Etruscorum mare cu[m legione] vel cu[m milite] traiecit; á qua clupeo et corona] aurea ob virtutem donatus est].

Tradition names Velthur as “the last king of Tarquinia” and his consort, Ramessa Corona Cretani (epigraphically Ramtha Curunas Cretnai), as “the princess of Tuscania” [[6]]. Their palatial residence at Procchio thus symbolizes the final Etruscan monarchy’s presence on Elba, representing a twilight era of Etruscan sovereignty [[6]][[8]].


6. Socioeconomic and Cultural Dynamics

The combination of domestic implements, textile production tools, and votive offerings points to a residence where politics, economy, and religion intersected [[3]][[7]].

textile production tools

Textile activities, traditionally associated with elite Etruscan women, held both economic and ritual value. The presence of loom weights and spindle whorls in female quarters supports this model [[3]][[7]].

Grain storage indicated by large dolia, possibly labeled with geographic or economic information, underscores the estate’s role in resource control and trade [[2]][[6]][[39]].

One of the eight dolia in the basement cellars

The site’s artifacts include imported ceramics from diverse regions—Attic red-figure ware, Lazio, Campania, and possibly Populonian styles—attesting to a wide-ranging network of cultural and commercial connections [[39]][[41]].


7. Site Neglect and Urgent Calls for Conservation

Despite its significance, the Palazzo Spurinna Corona remains largely unprotected and unrecognized. Located near the popular Grande Traversata Elbana hiking route, it lacks signage and public awareness [[7]][[20]][[22]].

Post-excavation, much material was dispersed between regional museums, with key artifacts like the great inscribed dolium shattered and awaiting restoration [[7]][[22]][[39]]. The site’s classification as a “fortress” hindered proper academic attention and public valorization [[7]][[24]].

A renewed campaign is urgently needed to conduct comprehensive excavations, publish findings fully, consolidate artifact collections in a dedicated local museum, and implement protective and interpretive measures [[7]][[24]].


8. The Legacy of the Spurinna and Etruscan Identity

Beyond Elba, the Spurinna family influenced Roman history and myth. Plutarch recounts that a Spurinna haruspex warned Julius Caesar of the Ides of March, connecting Etruscan prophetic tradition to Roman political destiny [[7]][[14]].

The Elban palace stands as a final monument to the Etruscan aristocracy’s resilience, symbolizing a cultural continuity on the Tyrrhenian islands after the decline of mainland Etruria [[8]].


9. Conclusion

The Palazzo Spurinna Corona of Monte Castello di Procchio challenges previous interpretations of Etruscan architectural and social history. Its monumental scale, rich domestic and cultic assemblages, and epigraphic evidence redefine it as a princely residence embodying political authority, economic control, and religious practice.

This site, tied intimately to the influential Spurinna and Corona families, provides unique insights into the late Etruscan aristocracy and their networks across the Tyrrhenian Sea.

Urgent preservation and scholarly attention are imperative to rescue this heritage from oblivion and integrate its story within the broader discourse on Etruscan civilization and Mediterranean history.


References

  • Maggiani, A. Corsica e Populonia; Da Genova ad Ampurias [[1]][[5]][[7]][[39]][[46]]
  • Zecchini, M. Isola d’Elba. Le Origini [[1]][[6]]
  • Torelli, M. “Gli Spurinas” [[6]][[17]][[18]]
  • Corretti, Cambi, Pagliantini, various studies on Elban archaeology [[1]][[6]]
  • Groviglio.News articles (2024): “S6 E4 – Palazzo Etrusco di Procchio” and “Una enorme domus etrusca all’Isola d’Elba” [[1]][[7]]
  • Plutarch, Life of Caesar (translated excerpts) [[7]][[14]]
  • Etruskische Texte AT 1.210-215 [[38]]
  • Pancrazzi, O. Castiglione di San Martino and associated studies [[40]][[44]]
  • Colonna, G. Secondo Congresso Internazionale Etrusco, Florence 1985 [[19]]

Acknowledgments

I thank the previous excavators, particularly Professor Adriano Maggiani – prematurely died last may 2025 -, for their foundational work, and the numerous scholars whose studies have informed this synthesis. Special recognition to local heritage advocates striving for the conservation of Elba’s archaeological treasures.

Appendice

ad ETRUSCHI, MIELE, MANTOVA

di Angelo Mazzei

Apicoltura fluviale e continuità culturale lungo il Po: il caso di Forcello (Mantova) nell’età del Ferro


Il fiume Po e la sua valle sono stati abitati da popolazioni avanzate almeno dal XII–X secolo a.C., come dimostrano insediamenti complessi come Frattesina nel Polesine, dediti al commercio fluviale, all’agricoltura e alla metallurgia. Questa cultura mantiene continuità fino al IV secolo a.C., rappresentando un sistema consolidato di centri abitati lungo il fiume. Il termine Villanoviano, comunemente usato dagli archeologi, è in realtà una metonimia archeologica, poiché identifica un gruppo umano attraverso il termine che indica la faces con materiali e ceramiche. Storicamente, questi popoli erano noti ai Greci come Tyrsēnoi (Tirreni/Etruschi), con radici etimologiche risalenti fino all’egizio di XIII secolo Turshau. Forcello, a Bagnolo San Vito, era un villaggio fluviale attivo tra il VI e IV secolo a.C., nodo commerciale lungo il Mincio. Qui si praticava agricoltura, artigianato, viticoltura e apicoltura itinerante, come confermano i resti di api, miele e favi carbonizzati. L’abbandono o distruzione del sito, tradizionalmente datato archeometricamente al 375 ±10 a.C., viene meglio collocato storicamente intorno al 387–386 a.C., in seguito al passaggio dei Senoni provenienti dalla Francia, diretti verso Roma e probabilmente autori dell’incendio agli insediamenti lungo la pianura padana. Un progetto di scavo multidisciplinare condotto a Forcello ha portato alla scoperta di favi carbonizzati in un laboratorio databile al 510–495 a.C. Analisi morfoscopiche, palinologiche e chimiche (IR, LC-MS, GC-MS) su favi, pane d’api e miscele di favi fusi hanno permesso di ricostruire pratiche apistiche e l’ecologia locale. I dati pollinici indicano che le api bottinavano su piante di ambienti acquatici e ruderali, suggerendo apicoltura itinerante lungo i fiumi, pratica descritta da Plinio il Vecchio per Ostiglia, circa 20 km a valle. Il contenuto pollinico dei favi fusi ha inoltre rivelato un miele di Vitis vinifera, finora senza precedenti, suggerendo l’uso di varietà pre-domesticate o in fase iniziale di domesticazione. Queste evidenze confermano l’interazione tra apicoltura e viticoltura, nonché il grado avanzato di specializzazione economica delle comunità padane. Forcello rappresenta una testimonianza diretta della continuità culturale ed economica lungo il Po, della mobilità e dell’adattamento ambientale degli Etruschi/Tyrsēnoi, e della loro capacità di organizzare attività complesse come l’apicoltura fluviale, confermando la validità delle fonti storiche e la necessità di evitare metonimici e smettere di distinguere tra villanoviano ed etrusco, in quanto: uno è termine moderno che indica la faces culturale di cui non si è riusciti ad identificare il corrispondente etnonimo antico, che è invece l’altro, una volta riconosciutolo.

Parole chiave: Po padano; Etruschi/Tyrsēnoi; apicoltura itinerante; Vitis vinifera; metonimia archeologica; età del Ferro; Forcello; Mantova.

Riferimenti principali:
Castellano L., Ravazzi C., Furlanetto G., Pini R., Saliu F., Lasagni M., Orlandi M., Perego R., Degano I., Valoti F., de Marinis R.C., Casini S., Quirino T., Rapi M., Charred honeycombs discovered in Iron Age Northern Italy. A new light on boat beekeeping and bee pollination in pre-modern world, Journal of Archaeological Science, 83 (2017), 26-40, https://doi.org/10.1016/j.jas.2017.06.005


Etruschi, miele e Mantova


Ecco la traduzione dell’articolo “Charred honeycombs discovered in Iron Age Northern Italy. A new light on boat beekeeping and bee pollination in pre-modern world” (Lorenzo Castellano et al., Journal of Archaeological Science, 2017).


Favi carbonizzati scoperti nell’Italia settentrionale dell’età del Ferro: una nuova luce sull’apicoltura fluviale e sull’impollinazione nel mondo premoderno

Nel mondo antico, la cera d’api e il miele rivestivano un’importanza cruciale non solo per l’alimentazione, ma anche per numerose attività artigianali. Sebbene le fonti iconografiche e letterarie forniscano un quadro ricco e dettagliato, i dati archeologici diretti relativi all’apicoltura antica sono rari.
Un progetto di scavo multidisciplinare condotto nel centro etrusco di Forcello, presso Bagnolo San Vito (provincia di Mantova), ha portato alla scoperta di favi carbonizzati in un laboratorio databile al 510–495 a.C.. Le analisi morfoscopiche, palinologiche e chimiche (IR, LC-MS, GC-MS) sui favi e sui materiali associati – tra cui pane d’api e miscele di favi fusi – hanno consentito di ricostruire le pratiche apistiche e l’ambiente locale.

I dati pollinici mostrano che le api bottinavano su piante di ambienti acquatici e ruderali, suggerendo l’esistenza di apicoltura itinerante su imbarcazioni lungo i corsi fluviali. Tale pratica è descritta da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXI, 43, 73) alcuni secoli più tardi, in relazione alla città di Ostiglia, circa venti chilometri a valle del sito.
Questa evidenza archeologica conferma dunque le fonti storiche, mostrando come l’apicoltura nell’Italia settentrionale dell’età del Ferro fosse caratterizzata da un alto grado di specializzazione.

Inoltre, il contenuto pollinico dei favi fusi ha rivelato la presenza di un miele di Vitis vinifera, finora senza precedenti. Il profilo di impollinazione suggerisce che le api si nutrissero del nettare di varietà di vite pre-domesticate o in fase di domesticazione iniziale, in accordo con i dati archeobotanici relativi ai vinaccioli coevi dell’Italia settentrionale.


Contesto archeologico

Il sito di Forcello, fondato poco dopo la metà del VI secolo a.C. sulle rive di un antico lago prosciugato in epoca rinascimentale, si estendeva per circa 12 ettari e funzionò come porto fluviale fino al suo abbandono intorno al 375 a.C.. La posizione strategica sul sistema idrico padano permetteva collegamenti commerciali con Adria e Spina, porti dell’Alto Adriatico terminali delle rotte marittime provenienti dalla Grecia.

Durante gli scavi, nel vano 3 della casa F2, sono stati rinvenuti favi carbonizzati, pane d’api e resti di Apis mellifera, talvolta associati a masse vitree nere (charred clots) dovute alla fusione improvvisa dei materiali durante un incendio. Alcuni frammenti conservano dettagli anatomici interni – come cervello e tessuti muscolari – eccezionalmente fossilizzati in forma carbonizzata.


Evidenze e interpretazione

L’insieme dei dati archeobiologici e chimici indica che attività apistiche erano condotte all’interno del laboratorio della casa F2. La carbonificazione selettiva, dovuta a condizioni microambientali specifiche durante l’incendio, ha permesso la conservazione parziale dei favi e dei residui organici. Le analisi chimiche hanno confermato la presenza di cera d’api e miele all’interno della matrice porosa carbonizzata, spiegando le particolari condizioni tafonomiche che hanno permesso la sopravvivenza di materiali normalmente deperibili.

Le indagini hanno inoltre permesso di ricostruire l’ecologia degli alveari, le preferenze alimentari delle api e l’interazione con l’ambiente fluviale del basso Mincio, offrendo una rara testimonianza diretta del rapporto tra uomo e ape in epoca preclassica.


Conclusioni

La scoperta dei favi carbonizzati nel sito etrusco di Forcello rappresenta la prima indagine scientifica sui prodotti apistici conservati in situ in un contesto premoderno.
Essa dimostra che già nel VI–V secolo a.C. le comunità etrusche praticavano forme di apicoltura fluviale altamente organizzata, sfruttando la mobilità delle imbarcazioni per seguire le fioriture stagionali.
L’evidenza di un miele di vite amplia le conoscenze sull’interazione tra apicoltura e viticoltura antica, fornendo un nuovo tassello alla storia economica e ambientale dell’Italia protostorica.


Lorenzo Castellano, Cesare Ravazzi, Giulia Furlanetto, Roberta Pini, Francesco Saliu, Marina Lasagni, Marco Orlandi, Renata Perego, Ilaria Degano, Franco Valoti, Raffaele C. de Marinis, Stefania Casini, Tommaso Quirino, Marta Rapi,


Charred honeycombs discovered in Iron Age Northern Italy. A new light on boat beekeeping and bee pollination in pre-modern world,


Journal of Archaeological Science,
Volume 83,
2017,
Pages 26-40,
ISSN 0305-4403,


https://doi.org/10.1016/j.jas.2017.06.005.


https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0305440317300857


Abstract:

In the ancient world beeswax and honey were of crucial importance not only for nutrition, but also for a range of activities including various artisanal practices. A rich body of iconographic and literary evidence has proven very informative, but archaeological data are strongly underrepresented in studies on ancient beekeeping. A multidisciplinary excavation project of the Etruscan trade center of Forcello near Bagnolo San Vito (Mantua province), led to the discovery of charred honeycombs in a workshop dated to 510-495 BCE. Morphoscopical, palynological and chemical analyses (IR, LC-MS, GC-MS) were conducted on these honeycombs and their associated materials (bee-breads and a mixture of melted honeycombs) in order to reconstruct beekeeping practices and the local environment. Palynological data indicate that honeybees were feeding on plants from both aquatic and ruderal landscapes. The palynological record from the bee-breads suggests the practice of itinerant beekeeping along rivers, an activity described by Pliny the Elder (Natural History, XXI.43.73) a few centuries later in relation to the town of Ostiglia (Mantua province) ca. 20Â km downstream the investigated site. Hence, confirming the historical source, beekeeping in Iron Age Northern Italy appears to be characterized by a remarkably high degree of specialization. In addition, the pollen content of the melted honeycombs provides evidence for an unprecedented Vitis vinifera (grapevine) honey. The pollination syndrome suggests that bees fed on nectar of pre-domesticated or early-domesticated varieties of Vitis vinifera, confirming the archaeobotanical record of pips from Iron Age Northern Italy.
Keywords: Beekeeping; Honeybee pollination; Wax chemistry; Pollen analysis; Etruscans; Iron Age

Les Étrusques, un peuple «sérieusement gai » : quand Anatole France pressentait les différences régionales de leur art

par Angelo Mazzei

Dans Le Lys rouge, publié en 1894, Anatole France glisse, presque incidemment, une remarque qui résonne aujourd’hui comme une intuition archéologique. Madame Marmet, personnage d’une élégance effacée, s’arrête « devant une vitrine pleine de petites figures d’hommes de bronze, grotesques, très gras ou très maigres ». France poursuit : « Les Étrusques étaient un peuple sérieusement gai. Ils faisaient des caricatures d’airain. »Cette phrase, à la fois légère et pénétrante, dit beaucoup plus qu’elle ne semble dire. Elle saisit ce double visage de la culture étrusque : la gravité du sacré et la jubilation du vivant. La caricature, chez eux, n’est pas moquerie : c’est conscience du corps et du temps. Ce rire de bronze, où la chair est tantôt lourde, tantôt famélique, traduit la lucidité d’un peuple qui regardait la mort avec familiarité. Mais Anatole France touche, sans le savoir, à une vérité que l’archéologie contemporaine ne cesse de confirmer. Il n’existe pas une « art étrusque », mais des arts étrusques. L’expression même devrait être plurielle. Les bronzes « grotesques » de Volterra ne ressemblent pas aux sarcophages sereins de Cerveteri, ni aux cippes austères de Chiusi. Chaque cité – Volterra, Clusium, Caere, Vulci – possédait son style propre, son accent visuel, sa manière de dire la vie et la mort. En parlant d’un peuple « sérieusement gai », Anatole France saisit peut-être cette diversité intime : un humour grave qui se déploie différemment selon les collines et les pierres, une mosaïque de sensibilités réunies seulement par un même regard sur le destin. Le mot « admiration douloureuse » par lequel il conclut la scène résume notre propre rapport aux Étrusques. Nous les contemplons avec le même mélange de fascination et de tristesse : fascination pour cette humanité qui riait devant la finitude, tristesse devant ce monde perdu, éclaté en douze peuples fédérés et pourtant unis par un génie commun. Ce que France entrevoyait dans la vitrine du musée n’était pas seulement une suite de figurines : c’était le rire du passé, immobilisé dans le métal, et la promesse que chaque cité, chaque atelier, chaque main d’artiste étrusque parlait une langue différente du même silence.


Gli Etruschi, un popolo «seriamente allegro».  Quando Anatole France intuì le differenze regionali del loro arte

Nel Lys rouge del 1894, Anatole France inserisce quasi di sfuggita una riflessione che oggi suona come un’illuminazione archeologica. Madame Marmet, personaggio di elegante malinconia, si ferma “davanti a una vetrina piena di piccole figure d’uomini di bronzo, grottesche, molto grasse o molto magre”. E France commenta: “Gli Etruschi erano un popolo seriamente allegro. Facevano caricature di bronzo”.

In questa frase, leggera e profonda insieme, si rivela tutto il doppio volto della civiltà etrusca: la gravità del sacro e la gioia del vivente. La caricatura, per loro, non era scherno ma consapevolezza del corpo, del tempo e della morte. Quel riso di bronzo – ora opulento, ora scheletrico – è un riso che nasce dalla conoscenza, dalla familiarità con la caducità.

Ma Anatole France, senza saperlo, tocca una verità che l’archeologia moderna conferma: non esiste un’“arte etrusca”, bensì arti etrusche. Il termine dovrebbe essere plurale. I bronzetti “grotteschi” di Volterra non hanno nulla dell’eleganza distesa dei sarcofagi di Cerveteri, né della severità astratta dei cippi di Chiusi. Ogni città – Volterra, Clusium, Caere, Vulci – possedeva un proprio linguaggio formale, una sensibilità autonoma, una diversa maniera di dire la vita e la morte.

Definendo gli Etruschi un popolo “seriamente allegro”, Anatole France ne colse forse l’essenza comune: una letizia grave, un umorismo metafisico che si declina diversamente sulle colline e nei sepolcri della loro terra.

E l’“ammirazione dolorosa” con cui Madame Marmet guarda quelle figure è, in fondo, anche la nostra. Davanti a quelle opere, proviamo la stessa nostalgia: per un’umanità che sapeva ridere davanti alla morte, e per un mondo perduto, diviso in dodici popoli e unito da un solo, inconfondibile spirito.

Ciò che France vide dietro la vetrina del museo non era solo una serie di statuette, ma il riso del passato imprigionato nel metallo: il linguaggio muto e plurale di una civiltà che, ancora oggi, ci parla con la sua gioia grave.


Passage de Anatole France cité dans l’article:

https://fr.wikisource.org/wiki/Page:Anatole_France_-_Le_Lys_rouge.djvu/176