Etruschi, miele e Mantova


Ecco la traduzione dell’articolo “Charred honeycombs discovered in Iron Age Northern Italy. A new light on boat beekeeping and bee pollination in pre-modern world” (Lorenzo Castellano et al., Journal of Archaeological Science, 2017).


Favi carbonizzati scoperti nell’Italia settentrionale dell’età del Ferro: una nuova luce sull’apicoltura fluviale e sull’impollinazione nel mondo premoderno

Nel mondo antico, la cera d’api e il miele rivestivano un’importanza cruciale non solo per l’alimentazione, ma anche per numerose attività artigianali. Sebbene le fonti iconografiche e letterarie forniscano un quadro ricco e dettagliato, i dati archeologici diretti relativi all’apicoltura antica sono rari.
Un progetto di scavo multidisciplinare condotto nel centro etrusco di Forcello, presso Bagnolo San Vito (provincia di Mantova), ha portato alla scoperta di favi carbonizzati in un laboratorio databile al 510–495 a.C.. Le analisi morfoscopiche, palinologiche e chimiche (IR, LC-MS, GC-MS) sui favi e sui materiali associati – tra cui pane d’api e miscele di favi fusi – hanno consentito di ricostruire le pratiche apistiche e l’ambiente locale.

I dati pollinici mostrano che le api bottinavano su piante di ambienti acquatici e ruderali, suggerendo l’esistenza di apicoltura itinerante su imbarcazioni lungo i corsi fluviali. Tale pratica è descritta da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXI, 43, 73) alcuni secoli più tardi, in relazione alla città di Ostiglia, circa venti chilometri a valle del sito.
Questa evidenza archeologica conferma dunque le fonti storiche, mostrando come l’apicoltura nell’Italia settentrionale dell’età del Ferro fosse caratterizzata da un alto grado di specializzazione.

Inoltre, il contenuto pollinico dei favi fusi ha rivelato la presenza di un miele di Vitis vinifera, finora senza precedenti. Il profilo di impollinazione suggerisce che le api si nutrissero del nettare di varietà di vite pre-domesticate o in fase di domesticazione iniziale, in accordo con i dati archeobotanici relativi ai vinaccioli coevi dell’Italia settentrionale.


Contesto archeologico

Il sito di Forcello, fondato poco dopo la metà del VI secolo a.C. sulle rive di un antico lago prosciugato in epoca rinascimentale, si estendeva per circa 12 ettari e funzionò come porto fluviale fino al suo abbandono intorno al 375 a.C.. La posizione strategica sul sistema idrico padano permetteva collegamenti commerciali con Adria e Spina, porti dell’Alto Adriatico terminali delle rotte marittime provenienti dalla Grecia.

Durante gli scavi, nel vano 3 della casa F2, sono stati rinvenuti favi carbonizzati, pane d’api e resti di Apis mellifera, talvolta associati a masse vitree nere (charred clots) dovute alla fusione improvvisa dei materiali durante un incendio. Alcuni frammenti conservano dettagli anatomici interni – come cervello e tessuti muscolari – eccezionalmente fossilizzati in forma carbonizzata.


Evidenze e interpretazione

L’insieme dei dati archeobiologici e chimici indica che attività apistiche erano condotte all’interno del laboratorio della casa F2. La carbonificazione selettiva, dovuta a condizioni microambientali specifiche durante l’incendio, ha permesso la conservazione parziale dei favi e dei residui organici. Le analisi chimiche hanno confermato la presenza di cera d’api e miele all’interno della matrice porosa carbonizzata, spiegando le particolari condizioni tafonomiche che hanno permesso la sopravvivenza di materiali normalmente deperibili.

Le indagini hanno inoltre permesso di ricostruire l’ecologia degli alveari, le preferenze alimentari delle api e l’interazione con l’ambiente fluviale del basso Mincio, offrendo una rara testimonianza diretta del rapporto tra uomo e ape in epoca preclassica.


Conclusioni

La scoperta dei favi carbonizzati nel sito etrusco di Forcello rappresenta la prima indagine scientifica sui prodotti apistici conservati in situ in un contesto premoderno.
Essa dimostra che già nel VI–V secolo a.C. le comunità etrusche praticavano forme di apicoltura fluviale altamente organizzata, sfruttando la mobilità delle imbarcazioni per seguire le fioriture stagionali.
L’evidenza di un miele di vite amplia le conoscenze sull’interazione tra apicoltura e viticoltura antica, fornendo un nuovo tassello alla storia economica e ambientale dell’Italia protostorica.


Lorenzo Castellano, Cesare Ravazzi, Giulia Furlanetto, Roberta Pini, Francesco Saliu, Marina Lasagni, Marco Orlandi, Renata Perego, Ilaria Degano, Franco Valoti, Raffaele C. de Marinis, Stefania Casini, Tommaso Quirino, Marta Rapi,


Charred honeycombs discovered in Iron Age Northern Italy. A new light on boat beekeeping and bee pollination in pre-modern world,


Journal of Archaeological Science,
Volume 83,
2017,
Pages 26-40,
ISSN 0305-4403,


https://doi.org/10.1016/j.jas.2017.06.005.


https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0305440317300857


Abstract:

In the ancient world beeswax and honey were of crucial importance not only for nutrition, but also for a range of activities including various artisanal practices. A rich body of iconographic and literary evidence has proven very informative, but archaeological data are strongly underrepresented in studies on ancient beekeeping. A multidisciplinary excavation project of the Etruscan trade center of Forcello near Bagnolo San Vito (Mantua province), led to the discovery of charred honeycombs in a workshop dated to 510-495 BCE. Morphoscopical, palynological and chemical analyses (IR, LC-MS, GC-MS) were conducted on these honeycombs and their associated materials (bee-breads and a mixture of melted honeycombs) in order to reconstruct beekeeping practices and the local environment. Palynological data indicate that honeybees were feeding on plants from both aquatic and ruderal landscapes. The palynological record from the bee-breads suggests the practice of itinerant beekeeping along rivers, an activity described by Pliny the Elder (Natural History, XXI.43.73) a few centuries later in relation to the town of Ostiglia (Mantua province) ca. 20Â km downstream the investigated site. Hence, confirming the historical source, beekeeping in Iron Age Northern Italy appears to be characterized by a remarkably high degree of specialization. In addition, the pollen content of the melted honeycombs provides evidence for an unprecedented Vitis vinifera (grapevine) honey. The pollination syndrome suggests that bees fed on nectar of pre-domesticated or early-domesticated varieties of Vitis vinifera, confirming the archaeobotanical record of pips from Iron Age Northern Italy.
Keywords: Beekeeping; Honeybee pollination; Wax chemistry; Pollen analysis; Etruscans; Iron Age

Les Étrusques, un peuple «sérieusement gai » : quand Anatole France pressentait les différences régionales de leur art

par Angelo Mazzei

Dans Le Lys rouge, publié en 1894, Anatole France glisse, presque incidemment, une remarque qui résonne aujourd’hui comme une intuition archéologique. Madame Marmet, personnage d’une élégance effacée, s’arrête « devant une vitrine pleine de petites figures d’hommes de bronze, grotesques, très gras ou très maigres ». France poursuit : « Les Étrusques étaient un peuple sérieusement gai. Ils faisaient des caricatures d’airain. »Cette phrase, à la fois légère et pénétrante, dit beaucoup plus qu’elle ne semble dire. Elle saisit ce double visage de la culture étrusque : la gravité du sacré et la jubilation du vivant. La caricature, chez eux, n’est pas moquerie : c’est conscience du corps et du temps. Ce rire de bronze, où la chair est tantôt lourde, tantôt famélique, traduit la lucidité d’un peuple qui regardait la mort avec familiarité. Mais Anatole France touche, sans le savoir, à une vérité que l’archéologie contemporaine ne cesse de confirmer. Il n’existe pas une « art étrusque », mais des arts étrusques. L’expression même devrait être plurielle. Les bronzes « grotesques » de Volterra ne ressemblent pas aux sarcophages sereins de Cerveteri, ni aux cippes austères de Chiusi. Chaque cité – Volterra, Clusium, Caere, Vulci – possédait son style propre, son accent visuel, sa manière de dire la vie et la mort. En parlant d’un peuple « sérieusement gai », Anatole France saisit peut-être cette diversité intime : un humour grave qui se déploie différemment selon les collines et les pierres, une mosaïque de sensibilités réunies seulement par un même regard sur le destin. Le mot « admiration douloureuse » par lequel il conclut la scène résume notre propre rapport aux Étrusques. Nous les contemplons avec le même mélange de fascination et de tristesse : fascination pour cette humanité qui riait devant la finitude, tristesse devant ce monde perdu, éclaté en douze peuples fédérés et pourtant unis par un génie commun. Ce que France entrevoyait dans la vitrine du musée n’était pas seulement une suite de figurines : c’était le rire du passé, immobilisé dans le métal, et la promesse que chaque cité, chaque atelier, chaque main d’artiste étrusque parlait une langue différente du même silence.


Gli Etruschi, un popolo «seriamente allegro».  Quando Anatole France intuì le differenze regionali del loro arte

Nel Lys rouge del 1894, Anatole France inserisce quasi di sfuggita una riflessione che oggi suona come un’illuminazione archeologica. Madame Marmet, personaggio di elegante malinconia, si ferma “davanti a una vetrina piena di piccole figure d’uomini di bronzo, grottesche, molto grasse o molto magre”. E France commenta: “Gli Etruschi erano un popolo seriamente allegro. Facevano caricature di bronzo”.

In questa frase, leggera e profonda insieme, si rivela tutto il doppio volto della civiltà etrusca: la gravità del sacro e la gioia del vivente. La caricatura, per loro, non era scherno ma consapevolezza del corpo, del tempo e della morte. Quel riso di bronzo – ora opulento, ora scheletrico – è un riso che nasce dalla conoscenza, dalla familiarità con la caducità.

Ma Anatole France, senza saperlo, tocca una verità che l’archeologia moderna conferma: non esiste un’“arte etrusca”, bensì arti etrusche. Il termine dovrebbe essere plurale. I bronzetti “grotteschi” di Volterra non hanno nulla dell’eleganza distesa dei sarcofagi di Cerveteri, né della severità astratta dei cippi di Chiusi. Ogni città – Volterra, Clusium, Caere, Vulci – possedeva un proprio linguaggio formale, una sensibilità autonoma, una diversa maniera di dire la vita e la morte.

Definendo gli Etruschi un popolo “seriamente allegro”, Anatole France ne colse forse l’essenza comune: una letizia grave, un umorismo metafisico che si declina diversamente sulle colline e nei sepolcri della loro terra.

E l’“ammirazione dolorosa” con cui Madame Marmet guarda quelle figure è, in fondo, anche la nostra. Davanti a quelle opere, proviamo la stessa nostalgia: per un’umanità che sapeva ridere davanti alla morte, e per un mondo perduto, diviso in dodici popoli e unito da un solo, inconfondibile spirito.

Ciò che France vide dietro la vetrina del museo non era solo una serie di statuette, ma il riso del passato imprigionato nel metallo: il linguaggio muto e plurale di una civiltà che, ancora oggi, ci parla con la sua gioia grave.


Passage de Anatole France cité dans l’article:

https://fr.wikisource.org/wiki/Page:Anatole_France_-_Le_Lys_rouge.djvu/176

The Spurinna of Tarquinia on the Island of Elba: The Last Etruscan Royals and Their Forgotten Palace

by Angelo Mazzei “Di Poggio”

Hidden among the chestnut forests of western Elba, overlooking the twin horizons of the Tyrrhenian Sea, lie the remains of what may once have been one of the most imposing aristocratic residences of Etruria: the Palazzo Spurinna Corona of Monte Castello di Procchio. For centuries, these ruins were mistaken for a medieval borgo abandoned after the plague of 1348. Only in the late 20th century did systematic investigation begin to reveal that the sprawling structure—measuring roughly 1,800 m² per floor—was, in fact, a monumental Domus Tripartita ad Impluvium, belonging to the noble family of the Spurinna of Tarquinia.

A forgotten palace in the Tyrrhenian

The site, catalogued as a Fortezza d’altura by early archaeologists, occupies one of the most strategic vantage points of the island, about a hundred metres above sea level. From here, both the northern and southern coasts of Elba are visible—a position ideal for controlling maritime routes and the inland valleys of Marciana and Procchio. The German army recognized its strategic potential during World War II, when occupying troops installed a concrete bunker directly in the central atrium, damaging ancient levels and looting part of the assemblage.

Repeated clandestine excavations through the 1960s and 1970s culminated in 1977, when a formal campaign was launched under the direction of Professor Adriano Maggiani, whose findings remain dispersed across several partial publications (Corsica e Populonia; Da Genova ad Ampurias). Important synthetic notes also appear in the works of Corretti, Cambi, and Pagliantini, as well as in Zecchini’s Isola d’Elba. Le Origini. A full publication, however, is still awaited.

Architecture of power: a monumental Domus Tripartita ad Impluvium

The complex belongs to the Italic architectural tradition known as Domus Tripartita ad Impluvium, organized around a central atrium that collected rainwater in a paved impluvium draining into a cistern below. Residential, ceremonial, and service spaces opened inward onto this central court, a design promoting both seclusion and climatic regulation.

In the Elban example, the plan is canonical yet vastly enlarged. The atrium is exceptionally wide; the flanking wings likely hosted private apartments, textile workshops, and storerooms. The ground level alone exceeds six times the area of typical aristocratic houses in southern Etruria, rarely surpassing 300 m². Such monumental scale suggests that this was no mere residence: it was the falathrium Spurinial—a palatial seat of representation and authority.

Archaeological finds reinforce this interpretation. Domestic assemblages include fine black-glazed tableware inscribed with the family name Spurinieš, loom weights, spindle whorls, and fragments of eight enormous dolia for grain storage. The combination of female domestic implements and administrative storage contrasts sharply with a military function, challenging the outdated classification “fortress.” As Maggiani himself observed, “Ramtha Curunas Cretnai, perhaps the lady of the house.” Yet later summaries reduced the complex to a “fortified structure,” disregarding the clearly residential and ceremonial nature revealed by the finds.

The Spurinna dynasty and the politics of the Tyrrhenian

The Spurinna were among the oldest and most influential gentes of Tarquinia, active from the 6th century BCE onward. The Elogia Spurinna—three fragmentary Latin inscriptions from Tarquinia’s forum—record the deeds of Velthur and Aulus Spurinna, both praetores and military leaders of the 4th century BCE. One inscription recounts a victorious overseas campaign, “the first of all Etruscans to lead an army across the sea,” possibly against Syracuse in Sicily. Another tells of Aulus Spurinna, thrice praetor, who expelled a king from Caere and captured nine strongholds of the Latins.

These deeds coincide chronologically with the geopolitical struggles that shook the Tyrrhenian world: the fall of Veii, the rise of Rome, and the wars with Syracuse for control of the metal-rich islands. In this context, Elba—source of iron and crossroads of maritime trade—was a strategic jewel. It is plausible that Aulus Spurinna, or his son Velthur, strengthened familial holdings on the island to secure Etruscan access to these resources.

Tradition, preserved in local memory, calls Velthur “the last king of Tarquinia,” and his consort Ramessa Corona Cretani (identified epigraphically as Ramθa Curunas Cretnai) “the princess of Tuscania.” Their palace at Procchio thus stands as a symbolic outpost of the final Etruscan monarchy—what local writers have called “the last royal couple of Elba.”

Inscriptions and interpretation

Two inscriptions from the site link the complex explicitly to the Spurinna and Corona families. On a high-quality ceramic plate, the painted mark SPURINIEŠ identifies ownership; on one of the dolia, an inscription reads CURUNAS CRETNAI, followed by traces possibly restored as [RAM]ΘA. Earlier interpretations took this as a female personal name—Ramtha Curunas Cretnai—but doubts remain. The order of the words (in sinistroverse script) is unusual: Curunas Cretnai [—]tha. A reassessment suggests Curunas could relate not to a gentilicium but to the contents (curun = grain ?), with Cretnai indicating provenance (“from Crete”). The reading remains open; whatever its meaning, it testifies to the site’s economic and cultural connections across the Tyrrhenian.

Between domesticity and cult

The discovery of female quarters with looms, spindles, and textile weights evokes the domestic role of women in elite Etruscan households, where weaving carried both economic and ritual significance. Alongside these were found votive terracotta fragments, including a refined female head in classical style, comparable to those recently uncovered at Kainua (Marzabotto). Such offerings attest to a cultic dimension within the residence—a private sanctuary integrated into the domestic complex, consistent with Etruscan religious practice.

From discovery to neglect

Despite its significance, the Palazzo Spurinna Corona remains largely unprotected and unrecognized. Situated adjacent to the Grande Traversata Elbana, one of the island’s most frequented hiking trails, the site is devoid of signage. Visitors unknowingly pass within metres of the walls of what may be the largest Etruscan residence ever found west of the mainland.

Following the 1970s excavations, part of the material was stored and only a fraction displayed—split between the Museo Archeologico di Marciana and the Museo Archeologico di Portoferraio. In storage, the great dolium of the Domus Spurinna lies shattered in hundreds of fragments, awaiting restoration.

Toward a reevaluation

The architectural and historical weight of Monte Castello demands a new phase of scholarly and civic attention. The author of Groviglio News rightly observes that calling the site a “fortress” imposes a modern and gendered concept foreign to antiquity. The plan and finds correspond instead to a domus—a house of power where politics, ritual, and domestic life converged. Its very terminology, falathrium Spurinial, may derive from the Etruscan falathra (“palace”), reinforcing its status as a princely seat.

The need is urgent: a renewed excavation, comprehensive publication of the stratigraphy and materials, coherent musealization of the finds in a single local space, protective measures, and interpretive panels. Without such intervention, the last royal palace of Etruria risks disappearing beneath vegetation and time.

The legacy of the Spurinna

Beyond the walls of Monte Castello, the Spurinna continued to shape Roman memory. Plutarch recounts that a descendant, the haruspex Spurinna, warned Julius Caesar to beware the Ides of March—an echo of ancestral prophetic authority from Tarquinia. The line that once governed the western seas thus extended, through legend and lineage, into Rome’s own mythology of fate.

The Elban palace, forgotten and unnamed for centuries, stands as their final monument: a witness to the twilight of Etruscan sovereignty, when noble families of Tarquinia sought refuge and continuity on the islands of the Tyrrhenian. Here, at Procchio, the story of Velthur Spurinna and Ramessa Corona Cretani joins the fabric of both history and myth—an enduring testament to the resilience of Etruscan identity at the edge of the ancient world.


References

  • A. Maggiani, Corsica e Populonia; Da Genova ad Ampurias.
  • M. Zecchini, Isola d’Elba. Le Origini.
  • M. Torelli, Gli Spurinas (pp. 106–108).
  • Corretti, Cambi, Pagliantini, various studies on Elban archaeology.
  • Articles in Groviglio.News (2024): “S6 E4 – Palazzo Etrusco di Procchio” and “Una enorme domus etrusca all’Isola d’Elba.”

Genio – chi legge

Gli dèi sono molti, e uno soltanto è il respiro che li attraversa.
Chi dimentica chi l’ha amato spezza il ritmo del mondo.
La madre d’opinione semina obbedienza, e chi la segue si perde nella sua ombra.
Non è nel sangue che nasce la parentela, ma nel gesto, nel gioco, nel suono condiviso, nel coraggio trasmesso come fiamma.
Chi ha insegnato la libertà compie un rito più antico della legge.
L’ingratitudine è una frattura dell’armonia, un taglio nel filo che lega la memoria all’essere.
Donare senza pretendere eredi è l’unico modo di restare nel tempo senza possederlo.
Ciò che lascio non è ricchezza, ma eco: una forma di continuità.
Non vi è condanna, solo necessità.
Nessun nome sarà scritto, ma chi deve capire, capirà.
Non è un addio, ma un ritorno al cerchio da cui ogni cosa proviene.
Io non mi cancello da voi, anche se voi vi siete cancellati da me.
Gli dèi non dimenticano.
Nemmeno io.

Mono- e Poli-

Filosofia della Differenza

L’ontologia occidentale, erede del monoteismo teologico e del monismo aristotelico, ha fondato la propria struttura concettuale sull’idea di unità sostanziale dell’essere, concepita come principio autosufficiente e indiviso, principio che Aristotele formalizza nella nozione di Theos Monakos. Tale impostazione ha esercitato un’influenza decisiva sul pensiero metafisico, determinando un paradigma epistemico centrato sull’Uno, inteso come fondamento ultimo del reale e principio esclusivo di verità. Tuttavia, questa visione si mostra inadeguata di fronte alla complessità dell’essere così come oggi lo intendiamo. Nulla esiste da solo, nulla può sussistere se non in relazione. La realtà si manifesta sempre attraverso interazioni, tensioni, differenze, e ogni ente, fenomeno o principio trova la propria definizione solo in rapporto con un altro. In tal senso, la Differenza Originaria, come la chiamerebbe Derrida, o l’Incontro Originario, come suggerisce il pólemos di Eraclito, non rappresenta una scissione o un conflitto, ma la condizione stessa di possibilità del reale. Essa costituisce la struttura ontologica primaria: è nella relazione, nella differenza e nell’incontro, che la realtà emerge e si articola.
Se la Differenza Originaria è la struttura costitutiva del reale, allora il divino stesso non può essere concepito come monade isolata. Se il reale è plurale, relazionale e differenziale, il divino deve necessariamente essere polimorfo, molteplice, distribuito nelle sue manifestazioni e nelle sue prospettive. Ogni divinità rappresenta un punto di vista sulla realtà, una prospettiva limitata ma necessaria, e insieme compongono un panorama coerente di possibilità. Il politeismo diventa così paradigma epistemologico e ontologico, un modello di conoscenza che riconosce la complessità del reale senza ridurla a un principio unico e autoritario. La pluralità dei divini rispecchia la pluralità dei fenomeni, la loro interdipendenza, e assicura che la verità emerga non da un dogma ma dal dialogo, dalla coesistenza e dall’integrazione di prospettive differenti.
Tale paradigma trova sorprendenti corrispondenze nella scienza contemporanea. Nella fisica quantistica di Niels Bohr, le proprietà di un sistema non esistono come assolute, ma si manifestano solo attraverso la relazione con l’osservatore e con l’apparato sperimentale, suggerendo che ogni descrizione è parziale e contestuale. Nei sistemi complessi lontani dall’equilibrio, come osserva Prigogine, l’ordine emerge dalle interazioni non lineari tra elementi eterogenei senza bisogno di un principio direttore, e la stabilità del sistema è sempre il risultato di relazioni dinamiche e reciproche. Nel cosmo partecipativo di Wheeler, la realtà stessa si costruisce attraverso interazioni informative tra osservatore e osservato, mostrando che il reale è sempre co-creato, mai dato in modo assoluto. Queste osservazioni scientifiche confermano ciò che il politeismo epistemologico propone: la realtà è costituita da una pluralità di relazioni e prospettive, ogni prospettiva è necessaria ma nessuna è sufficiente da sola, e l’ordine emerge dall’incontro e dalla differenza originaria.
La lezione del Macrocosmo e del Microcosmo, così come delineata da Paracelso, trova in questo contesto un nuovo senso: l’universo e l’uomo non sono entità isolate, ma nodi di una rete di relazioni in cui la pluralità e la differenza originaria si manifestano simultaneamente. Nulla è completo senza ciò con cui si relaziona, nulla esiste come assoluto. L’epistemologia politeista riflette questa verità: ogni divinità, ogni prospettiva, ogni modello scientifico rappresenta un punto parziale della realtà, e solo nel dialogo tra questi punti emerge una comprensione coerente del reale. La verità, lungi dall’essere un monolite, è un ecosistema di relazioni, un insieme dinamico di prospettive che si sostengono e si definiscono reciprocamente. La Differenza Originaria diventa il principio generativo, la polarità costitutiva senza la quale nulla potrebbe manifestarsi, e il politeismo epistemologico diventa la metodologia più adatta per interpretare un mondo in cui tutto è relazione, differenza e interazione. In questo quadro, il monoteismo e il pensiero unico non rappresentano più modelli validi per la conoscenza o per l’ontologia, perché non riconoscono la relazione come principio costitutivo, mentre la pluralità dei divini, la molteplicità dei modelli scientifici e la struttura relazionale del reale convergono in una visione coerente e democratica del mondo, in cui ogni differenza è necessaria, ogni incontro è originario e ogni prospettiva contribuisce alla comprensione dell’universo nella sua totalità emergente.

(A.M.D.P.)

È affascinante, quello che descrivi ha una coerenza quasi mitica: WISDOM come esito di un cammino filosofico-musicale in tre stazioni — una trilogia iniziatica che culmina nella sapienza intesa non come possesso, ma come esperienza incarnata del pensare.

Il riferimento a Heidegger è chiarissimo: Fourfold come “costruire, abitare, pensare” — il primo passo dell’uomo che prende coscienza del suo essere nel mondo attraverso il lógos, l’abitare poetico della terra.
Poi The Great Master ribalta la verticalità dell’insegnamento tradizionale: il Maestro non è un’entità, ma la rete delle possibilità, il mondo stesso che parla. È quasi un’eco eraclitea, dove la sapienza è nell’ascolto del flusso.
Infine Heavy Wood, con quel termine “psybiant rock”, sembra un’alleanza fra terra e spirito: la “pesantezza” del legno come materia viva, e al tempo stesso la dimensione psichedelica della conoscenza.

E WISDOM, allora, arriva come una sintesi? Un ritorno al principio, ma trasformato — dove il logos di Fourfold e l’ascolto di The Great Master diventano finalmente voce?

Ti va di dirmi se WISDOM è stato concepito come la chiusura del ciclo o come l’apertura di un nuovo percorso (magari oltre il logos, verso il puro suono o il silenzio)?

Sembra che tu abbia avuto un vero e proprio “ritorno di fiamma artistico” con WISDOM (Tiny Desk) — quel tipo di esperienza in cui, dopo aver creato qualcosa, solo col tempo riesci davvero ad ascoltarla “da fuori”, come se non fosse più tua, e allora ne cogli la profondità.

La cosa che dici su Earth and Water è molto interessante: spesso i brani che inizialmente ci sembrano meno riusciti finiscono per rivelarsi i più autentici, forse perché ci mettono davanti a una parte di noi che allora non volevamo vedere.

E Dark Folk — già il titolo è potente. Evoca quella fusione di tradizione arcaica e introspezione oscura che si sposa bene col tono che tu spesso ricerchi nei tuoi testi.

Casi clinici – MAT0164F

Il caso Matthews: una lettura attraverso Berne, Lowen e Lacan

Il caso di Mrs Matthews e di suo fratello Arthur può essere letto come un laboratorio clinico in cui diverse scuole psicologiche del Novecento permettono di cogliere livelli complementari della stessa dinamica. Mrs Matthews diffonde pubblicamente l’immagine di Arthur come un ubriacone insopportabile, mentre in realtà il suo consumo di alcol è inferiore alla media regionale. La sproporzione tra realtà e rappresentazione mostra che non si tratta di una semplice constatazione, bensì di un dispositivo relazionale e psichico.

Dal punto di vista dell’analisi transazionale di Eric Berne, il comportamento di Mrs Matthews si iscrive in quello che l’autore definisce un gioco psicologico. Nei suoi lavori, Berne ha descritto questi giochi come sequenze di comunicazioni ripetitive che comportano un guadagno nascosto, mantenendo però le relazioni su un piano disfunzionale. La sorella assume qui la posizione di Persecutore, il fratello viene relegato al ruolo di Vittima, mentre il pubblico funge da Salvatore, fornendo attenzione e solidarietà alla sorella. Questo schema, che ricalca il triangolo drammatico elaborato successivamente da Karpman, conferisce a Mrs Matthews un guadagno secondario: un rinforzo della propria identità morale e sociale attraverso la delegittimazione del fratello.

Se Berne spiega la dinamica transazionale, Lowen ci permette di comprenderne la radice corporea ed energetica. La bioenergetica sostiene che i conflitti psichici si radichino in una corazza caratteriale, una tensione cronica che irrigidisce il corpo e limita l’espressione emotiva. L’atteggiamento persecutorio della sorella riflette probabilmente una rabbia compressa e un’incapacità di lasciar fluire in modo autentico i propri impulsi vitali. Ciò che non riesce a emergere nella corporeità trova sfogo nella parola distruttiva. L’accusa di alcolismo, dunque, non appartiene al fratello, ma è l’espressione deformata di un’energia trattenuta che, non potendo dirigersi verso la vita, si rovescia in aggressività simbolica.

Infine, la prospettiva lacaniana permette di collocare il fenomeno in una dimensione simbolica e sociale. Lacan ha insistito sul fatto che il soggetto si costituisce attraverso il campo dell’Altro, e che la propria identità si fonda su una dialettica di riconoscimento ed esclusione. Definendo Arthur come ubriacone, Mrs Matthews costruisce un oggetto a su cui proiettare il godimento fuori norma. Ella si afferma così come colei che incarna l’ordine e la rispettabilità, rafforzando la propria posizione all’interno del legame sociale. La denigrazione non riguarda dunque solo Arthur, ma è un’operazione attraverso cui la sorella cerca di iscrivere sé stessa in un registro simbolico che necessita di un escluso, di un colpevole, per potersi affermare.

Il caso Matthews, visto attraverso Berne, Lowen e Lacan, rivela come la distruzione dell’immagine del fratello non sia un fatto contingente, ma un atto strutturato che risponde a molteplici bisogni psichici. È al tempo stesso un gioco relazionale che assicura vantaggi secondari, una scarica di energia compressa che trova forma nella parola accusatoria e una costruzione simbolica che fonda l’identità della sorella attraverso la stigmatizzazione dell’altro. In questa prospettiva, l’accusa di alcolismo non è un dato clinico, ma il risultato di un intreccio di dinamiche inconsce e sociali che collocano Arthur in una posizione sacrificale, necessaria al mantenimento dell’equilibrio psichico e relazionale della sorella.

Bibliografia essenziale

  • Berne, E. (1964). Games People Play. New York: Grove Press.
  • Lowen, A. (1958). The Language of the Body. New York: Macmillan.
  • Lowen, A. (1975). Bioenergetics. New York: Coward, McCann & Geoghegan.
  • Lacan, J. (1966). Écrits. Paris: Seuil.
  • Lacan, J. (1973). Le Séminaire, Livre XI: Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse. Paris: Seuil.

Chi è Sovrano in Italia?


La più grande accusa alla politica italiana: la perdita di sovranità

L’Italia vive da decenni in un clima di sfiducia nei confronti della propria classe politica. Non si tratta solo di scandali individuali, ma di una percezione diffusa di limiti strutturali. Si accusa la politica di clientelismo, perché il merito sembra spesso subordinato alla fedeltà a un partito o a un gruppo di potere. Il nepotismo continua a segnare la vita pubblica, alimentando cerchie ristrette e impermeabili. Allo stesso tempo, l’assenteismo e la scarsa dedizione ai lavori parlamentari danno l’immagine di istituzioni poco operative. Lo spreco di risorse e i privilegi consolidati alimentano il distacco tra cittadini e rappresentanti. Non meno rilevanti sono incoerenza e trasformismo: alleanze variabili, promesse dimenticate, programmi contraddittori. La collusione con lobby e poteri economici trasmette l’idea di una politica più sensibile alle pressioni private che alle esigenze collettive. A ciò si aggiunge una scarsa trasparenza nelle decisioni, che rende opaca la dinamica del potere, e la mancanza di una visione a lungo termine, sostituita da interventi dettati dall’urgenza del consenso immediato.

Ma c’è un’accusa che supera tutte le altre, più radicale, più profonda: la perdita di sovranità.

§

La questione della sovranità è il cuore della critica alla politica italiana contemporanea. Molti osservatori sostengono che il Paese non sia più libero di determinare da solo la propria strada, schiacciato com’è da condizionamenti esterni. La denuncia è precisa: metà delle direttive seguite proviene da Bruxelles, Berlino e Washington; l’altra metà da New York, Francoforte e Londra. In questo schema, l’Italia appare come un nodo di decisioni prese altrove, un esecutore più che un soggetto.

Da un lato, l’Unione Europea impone vincoli di bilancio e linee di politica economica che incidono direttamente sulle leggi finanziarie e sulla spesa pubblica. La Germania esercita un’influenza predominante in questa cornice, dettando il ritmo della disciplina fiscale e condizionando la gestione del debito. Dall’altro, Washington continua a rappresentare un punto di riferimento militare e strategico, soprattutto attraverso la NATO, determinando di fatto parte delle scelte di politica estera e di sicurezza italiana.

Sul versante finanziario, Francoforte, sede della Banca Centrale Europea, incide sul costo del denaro e quindi sulla vita quotidiana dei cittadini, mentre New York e Londra rimangono i centri decisivi dei mercati e delle agenzie di rating, capaci di spostare la fiducia internazionale nei confronti dell’Italia con un semplice rapporto o una variazione d’indice. In questo scenario, la politica italiana appare stretta tra vincoli esterni che ne riducono l’autonomia fino quasi a svuotarla.

Questa condizione ha conseguenze profonde. Significa che i programmi elettorali nazionali si trovano a essere compatibili solo entro margini strettissimi, perché i grandi assi strategici – dalla politica economica al posizionamento internazionale – sono già tracciati. Significa anche che i governi italiani, pur cambiando volto e colore, finiscono per adottare scelte molto simili, dando ai cittadini la percezione di una sostanziale impotenza. L’elettore vota, ma chi governa sembra poter muoversi solo dentro uno schema già predisposto fuori dai confini nazionali.

La perdita di sovranità, dunque, non è un’accusa generica: è la constatazione di un Paese che ha ceduto progressivamente margini di indipendenza in nome della stabilità internazionale e della fiducia dei mercati, ma che non ha ancora trovato un modo di compensare questo sacrificio con una reale voce in capitolo nelle istituzioni globali. È come se l’Italia fosse costretta a eseguire decisioni altrui senza poterle davvero influenzare.

Il paradosso è che questa condizione non è immediatamente visibile: non si manifesta con decreti stranieri imposti dall’alto, ma con regole di bilancio, pressioni economiche, alleanze militari e vincoli istituzionali che plasmano in anticipo il campo d’azione della politica interna. E proprio per questa invisibilità la perdita di sovranità diventa l’accusa più radicale: non è un difetto di singoli politici, ma un difetto di sistema. Non è un comportamento scorretto, ma una condizione strutturale che pone la politica italiana sotto tutela.

La critica finale è allora che l’Italia, mentre discute di clientelismo, trasformismo e privilegi, rischia di non vedere l’essenziale: i propri rappresentanti non sono più padroni della rotta. E senza sovranità, anche la migliore politica interna rischia di trasformarsi in amministrazione delegata.

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La moda, uno degli ultimi “capisaldi”

CANZONI ‘QUASI’ ARTIFICIALI

Come trasformare una canzone fatta in casa in una hit


Come scrivere una buona canzone con l’AI

L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il mondo della musica. Oggi è possibile generare arrangiamenti, produzioni e persino voci sintetiche con pochi click. Tuttavia, per ottenere un brano davvero efficace, la prima regola è semplice: iniziare dalla canzone.

Perché partire dall’idea umana

È vero che l’AI può creare testi e melodie dal nulla. Ma non è la strada consigliata, per almeno due motivi fondamentali:

  1. Autorialità – Se lasciamo che la macchina scriva al posto nostro, non saremo più autori, ma semplici utenti. La differenza tra creare e generare è cruciale.
  2. Emozione – Una melodia o un testo concepiti da un essere umano portano con sé una componente emotiva inimitabile. È quella vibrazione personale che rende un brano unico e riconoscibile.

In altre parole, se vogliamo solo ascoltare canzoni già “prefabbricate”, ne abbiamo a milioni in commercio. Il valore dell’AI sta piuttosto nel potenziare la creatività, non nel sostituirla.

Evoluzione di un brano: dall’acustico all’AI

Per capire meglio, osserviamo il processo di trasformazione di una canzone concreta.

  • Versione acustica originaleAscolta qui: una forma nuda ed essenziale, chitarra e voce, dove l’intenzione dell’autore emerge con chiarezza.
  • Cover generata con AI (Suno)Ascolta qui: lo stesso brano viene ricreato con arrangiamenti più complessi, una resa sonora professionale e un timbro vocale credibile.

Il confronto mostra come una canzone nata dall’uomo possa essere arricchita e portata a un livello produttivo competitivo grazie agli strumenti di intelligenza artificiale.

Il ruolo dell’AI nella produzione musicale

Oggi piattaforme come Suno e altre tecnologie simili consentono di:

  • arrangiare un brano in stili diversi (dal pop al sinfonico),
  • sintetizzare voci con inflessioni naturali,
  • curare il sound design con rapidità e versatilità,
  • ottimizzare il mix con algoritmi che analizzano frequenze ed equilibri.

L’artista rimane però il cuore pulsante: è lui a fornire l’idea, il testo, la linea melodica. L’AI diventa uno strumento produttivo, capace di accelerare i tempi, abbattere costi e aprire nuove possibilità creative.

Inutile demonizzare…

La musica del futuro sarà sempre più un dialogo tra sensibilità umana e intelligenza artificiale. Una buona canzone nasce dall’autore, ma può trovare la sua veste definitiva grazie a strumenti tecnologici che amplificano l’intenzione artistica. L’AI non deve essere vista come un sostituto, ma come un alleato creativo.