« Attianus avait vu juste : l’or vierge du respect serait trop mou sans un peu d’alliage de crainte. »
«Attiano aveva visto giusto: l’oro vergine del rispetto sarebbe troppo tenero senza una certa lega di paura.» ( Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano )
Nessuna frase descrive meglio l’essenza del potere romano – e il ruolo cruciale di Publio Acilio Attiano – di questa intuizione letteraria della Yourcenar. L’Impero non si reggeva solo sulla virtù e sulla legge, ma sulla necessaria brutalità di chi operava nell’ombra. Attiano fu esattamente questo: l’artigiano che fuse la paura necessaria per rendere solido il trono del giovane Adriano, permettendo all’Imperatore di brillare come oro puro mentre lui, il tutore, si sporcava le mani. Spesso relegato nei libri di storia al ruolo di comparsa, Attiano detenne per una breve, cruciale finestra temporale il destino del mondo nelle sue mani. Ma la sua storia non finisce tra i marmi insanguinati del Palatino; prosegue, inaspettatamente, tra il granito e la brezza dell’Isola d’Elba, dove l’uomo più potente di Roma si ritirò a vivere come un re senza corona. La parabola di Attiano inizia lontano, verosimilmente a Italica, nella Hispania Baetica (l’odierna Andalusia), culla di quella “cricca spagnola” che avrebbe dominato il II secolo. Divenuto tutore del giovane Adriano alla morte del padre nell’86 d.C., Attiano non fu solo un guardiano, ma un vero padre putativo, costruendo pazientemente la strada verso il potere supremo. Il suo capolavoro politico si compì nell’agosto del 117 d.C. a Selinus, in Cilicia, al capezzale dell’imperatore Traiano morente. Le fonti antiche sussurrano che Traiano spirò prima di aver formalmente adottato Adriano e che fu proprio Attiano, allora onnipotente Prefetto del Pretorio, in combutta con l’imperatrice Plotina, a gestire il vuoto di potere, forse celando la morte del Principe il tempo necessario per falsificare le carte dell’adozione. In quelle ore frenetiche, Attiano non salvò solo una dinastia: fabbricò un Imperatore. Tornato a Roma mentre Adriano era ancora in Oriente, Attiano applicò alla lettera la “lega della paura”. Per consolidare un trono ancora fragile, ordinò l’esecuzione sommaria dei “Quattro Consolari”, tra cui il potente generale Lusio Quieto e Avidio Nigrino, eliminando preventivamente ogni possibile rivale. Fu un atto di brutale Realpolitik che permise ad Adriano di regnare in pace, ma che segnò la fine politica del suo mentore. Adriano, giunto nell’Urbe, scaricò la colpa su Attiano per mantenere intatta la sua immagine di principe illuminato. Nel 119 d.C., Attiano fu costretto a dimettersi dalla Prefettura, ricevendo in cambio il rango senatoriale e le insegne consolari. È qui che la storiografia ufficiale tace e l’archeologia elbana prende la parola, svelando un “esilio” che assomiglia molto di più a un dominio feudale. Attiano non scomparve nel nulla, ma si trasferì nell’Arcipelago Toscano, e specificamente all’Elba, portando con sé immense ricchezze e la mentalità del costruttore. Le tracce della sua presenza sono inequivocabili e ci restituiscono l’immagine di un magnate attivo e devoto. A Portus Argo, la città romana che giace sotto l’odierna Portoferraio, il suo nome riecheggia nelle infrastrutture stesse della città. Il ritrovamento di fistulae (tubi di piombo) bollate con il suo nome nell’acquedotto sotterraneo dimostra che Attiano finanziò personalmente opere pubbliche vitali per l’approvvigionamento idrico. Questo dettaglio si salda perfettamente con le memorie storiche locali, come il manoscritto del sergente Sarri del XVIII secolo, che descrive una Portoferraio sotterranea ricca di vestigia romane imponenti: pavimenti in marmo, mosaici policromi, pareti affrescate in rosso focato e terme che nulla avevano da invidiare a quelle della capitale. Attiano si muoveva in una Fabricia viva, pulsante, forse risiedendo in una delle due grandi ville marittime che dominavano la rada: la lussuosa Villa della Linguella o la panoramica Villa delle Grotte. Ma l’Elba di Attiano non era solo otium e bagni termali. Nella parte occidentale dell’isola, tra le cave di granito di Seccheto e Cavoli, sono emersi reperti che lo collegano all’industria estrattiva. Attiano era probabilmente divenuto un “Barone del Granito”, controllando l’estrazione della preziosa pietra che serviva a monumentalizzare l’Impero. La sua presenza fisica e spirituale è attestata da una splendida ara dedicata a Hercules Sancto, rinvenuta proprio in zona ed oggi conservata al Museo della Linguella. La scelta di Ercole, eroe della forza e della fatica, non è casuale per un uomo che aveva retto il peso dell’Impero sulle sue spalle. Infine, un ultimo tassello chiude il cerchio tra l’Andalusia e l’Elba. Il relitto di Chiessi, con il suo carico di anfore provenienti dalla Baetica (Siviglia), suggerisce l’esistenza di un ponte commerciale diretto voluto proprio da Attiano. L’ex prefetto, pur signore dell’Elba, non dimenticò le sue origini, importando olio, vino e garum dalle sue tenute spagnole alla sua residenza isolana. Attiano morì dunque non come un esule sconfitto, ma come un potente signore locale, circondato dal lusso delle ville di Portoferraio e dalla maestosità delle sue cave, dopo aver donato a Roma il suo imperatore più complesso e aver pagato, con il suo silenzio, il prezzo di quell’oro vergine.
Bibliografia iniziale:
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano Historia Augusta, Vita di Adriano Cassio Dione, Storia Romana, Libro LXIX Manoscritto Sarri (XVIII sec.), in Persephone Edizioni O. Pancrazzi, Ville e giardini romani all’isola d’Elba Ilaria Monti, Fabrizio Paolucci, Michelangelo Zecchini, Porto Ferraio Medicea, Scavi e Scoperte 1548-1555
Reperti archeologici: Ara dedicata a Hercules Sancto e fistulae acquarie (Museo Archeologico della Linguella, Portoferraio).
L’ara votiva rinvenuta all’Elba. Si legge chiaramente il nome “P. ACILIVS ATTIANVS” seguito dal titolo che fece tremare Roma: “PRAEF PR” (Prefetto del Pretorio). Il “padrino” tutore di Adriano dedicò quest’opera a “Ercole Santo” (HERCVLI SANCTO), divinità della forza e protettore dei condottieri. pubblicazione: CIL 11, 07248 = D 08999 = AE 1903, 00325 datazione: 98 a 138 EDCS-ID: EDCS-20800571 provincia: Etruria / Regio VII località: Elba, Isola d’ / Ilva P(ublius) Acilius Attianus praef(ectus) pr(aetorio) Herculi san cto d(edit) d(edicavit) materiale: lapis
Nota dell’autore: questo scritto è il primo contributo all’interno del “Progetto Mnemolitica” inteso a stimolare la ricerca archeologica e la valorizzazione dei monumenti megalitici dell’Isola d’Elba e oltre…
Molti di voi certamente sapranno, almeno per sentito dire, dei Sassi Ritti, noto sito megalitico alle porte di San Piero, o dei due giganteschi megaliti gemelli che fanno la guardia sulla sommità del Monte Cocchero, dall’altra parte del Monumento fra Lacona e Marina di Campo, ma… questi esempi sono, per usare una metafora abusata ma sempre efficace, solo la punta di un iceberg!
Chi sono io per un’ affermazione del genere? Posso definirmi un cultore della preistoria, geografo e fotografo, camminatore curioso per i sentieri dell’Elba e non solo e che di fronte a certe meraviglie non resta indifferente ma cerca di capire, di trovare spiegazioni anche perché, e qui cito Maurizio Harari che ha colto nel segno ” … è troppo, troppo divertente arzigogolare soluzioni agli enigmi” !!!
Ebbene vi parlerò qui solo di due casi fra gli innumerevoli UFO archeologici di puro granito incontrati nelle mie passeggiate elbane sulle pendici del Capanne. In entrambe le occasioni il mio mentore, il mio Virgilio è stato un carissimo amico che a differenza di me è elbano da generazioni, da generazioni di scalpellini del granito, particolare importante! Profondo conoscitore ed estimatore del territorio dell’isola fin nei suoi anfratti più reconditi come pure della sua storia affascinante e ricca di sorprese, ovvero delle sue, nostre radici. Conto di continuare i nostri giri con lui finché ci reggono le gambe!
1) Su una scoscesa della Valle d’inferno fra coti di granito fessurate e macchie di lentisco, di mirto e spinose varie, fuori da ogni sentiero, sta lì adagiato da tempo immemore un monolite a sezione quadrata affusolato sulla cima rivolta verso valle, quasi in bilico sull’affioramento granitico ma da esso ben distinto staccato e spezzato evidentemente in due tronconi: quello a monte è come radicato sulla terra scura che ne nasconde la base. Uno spigolo superiore del monolite smussato per un lungo tratto, come da un colpo di pialla di un gigante! “Non può essere naturale” mi dice il mio accompagnatore “lo hanno visto dei vecchi scalpellini che ho portato fin qua… È cavato e lavorato!” Come dargli torto! Lo misuriamo: sezione quadrata di 1.25 x 1.25m alla base e al centro poi rastremato verso la cima. Spezzato in due tronconi quello apicale più a valle lungo ben 6.75m l’altro a monte con la base ancora interrata e coperta da altre pietre di almeno 4.50! quindi sommando arriviamo alla bellezza di 11.25m con un peso stimato intorno alle 35 ton !!!
Il fatto che si trovi su un pendio piuttosto accentuato senza segni di terrazzamenti ed insieme ad altri megaliti che hanno tutta l’aria di essere, come il nostro, altri menhir ci fa pensare di essere capitati nel mezzo di una cava preistorica di menhir che poi erano portati da qualche altra parte per erigerli. Però il fatto che sia spezzato in due con i pezzi abbastanza distanti (circa 4m) parrebbe dovuto ad una caduta sul posto… Il menhir più alto, delle centinaia che troviamo in Sardegna, quello di Monte Corru Tundo, non arriva ai 6m ed è ancora in piedi! Quello più alto in Europa sta in Bretagna il Menhir de Kerloas, in granito, 9.5m fuori terra più 2m circa di interrato, siamo quindi sulle medesime dimensioni, e lo stesso in granito, del nostro!
I Menhir… Monoliti colonnari di varia foggia e dimensioni eretti a segnalare luoghi sacri, sepolture, riferimento di luoghi, forse confini e financo calendari solari. Enigmatica espressione di genti antichissime a partire da almeno 11.000 anni fa alla fine dell’ultima glaciazione quando i nostri antenati, prima ancora della nascita dei primi villaggi di agricoltori erano dei cacciatori – raccoglitori seminomadi. A testimonianza lo straordinario sito di Gobekli Tepe con menhir T scolpiti con figure di animali, alti 5.5m, pesanti tonnellate e datati, i più antichi, intorno al 9500 a.C.
2) Sempre con il mio amico, questa volta su un sentiero poco battuto a monte di Seccheto, conteso dalla macchia che non si arrende mai… questa è la vita vegetale! Ad un certo punto ci troviamo davanti ad un lastrone appuntito e spezzato proprio in mezzo al sentiero, una sorta di gigantesca punta di freccia granitica! Osservando bene i margini arriviamo alla conclusione che quello dritto è troppo regolare per essere una frattura naturale e a conferma si vedono sullo spessore chiari segni di lavorazione. Passiamo poi ad osservare lo stacco del frammento triangolare alla base e notiamo subito una stretta fessura rettangolare sul bordo di stacco di circa 30cm. Taglio poi non portato a termine!
Forse abbiamo trovato “la pistola fumante” che avvalora l’ipotesi che certi megaliti appuntiti, e ne abbiamo visti tanti, siano davvero menhir !!! Nelle due foto che vedete di questo colosso incompiuto di ben 4m si capisce bene il processo di lavorazione:
1) Partivano da una cote granitica sfogliata naturalmente da processi erosivi, quindi lastroni di vario spessore staccati già dal substrato e con dei margini arrotondati dall’erosione. 2) Affettavano un margine con un taglio dritto staccando il pezzo dal lastrone. 3) rifinivano il menhir con un altro taglio parallelo al primo ed era fatta, la punta se la trovavano già…
Concludo con un sentito appello agli archeologi: venite all’Isola d’Elba per aiutarci a comprendere queste incredibili pagine della storia del genere umano !
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Paolo Nannini alias “Opaxir” Castiglione della Pescaia, 12 gennaio 2026
Introduzione Inizio dell’insegnamento composto da un uomo di Tjaru, di nome Dua-Kheti, per suo figlio Pepi. Avvenne mentre navigavano verso sud, verso la Residenza reale, per iscrivere il ragazzo alla Scuola di Scrittura insieme ai figli dei grandi funzionari. Egli gli disse: «Ho visto uomini percossi brutalmente: per questo devi dedicare il tuo cuore ai libri. Ho visto colui che è costretto al lavoro manuale: guarda, non c’è nulla che superi la scrittura. I libri sono come una barca nell’acqua (o come un compagno leale). Leggi tu stesso alla fine del “Libro della Kemit”, troverai questa frase: “Lo scriba, qualunque sia il suo posto a Corte, non soffrirà mai la fame”. Lo scriba realizza i desideri degli altri anche quando non è ancora ricco. Non vedo nessun’altra professione di cui si possa dire lo stesso. Per questo voglio farti amare i libri più di tua madre e voglio che la loro bellezza entri nel tuo viso. È la più grande di tutte le professioni, non ce n’è un’altra simile sulla terra. Lo scriba ha appena iniziato a crescere, è ancora un bambino, eppure la gente già lo saluta con rispetto. Viene inviato in missione e, prima ancora di tornare, indossa già abiti di lino come un adulto.
Il Fabbro e l’Orafo Non ho mai visto uno scultore inviato in missione diplomatica, né un orafo spedito come messaggero. Ma ho visto il fabbro al lavoro davanti alla bocca della sua fornace: ha le dita rugose come la pelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce marce.
L’Artigiano delle perle (Gioielliere) Il gioielliere usa trapani su pietre durissime. Quando ha finito di incastonare gli occhi degli amuleti, le sue braccia sono distrutte dalla fatica. Siede accovacciato fino al tramonto con le ginocchia e la schiena piegate in due per il dolore.
Il Barbiere Il barbiere rade fino a notte fonda. Per mangiare deve spostarsi continuamente, andando di strada in strada a cercare clienti, lavorando sempre di gomito. Si spacca le braccia solo per riempirsi la pancia, come le api che mangiano solo secondo la loro fatica.
Il Tagliatore di canne Il tagliatore di canne deve andare a nord, nelle paludi. Quando ha esaurito la forza delle sue braccia, le zanzare lo hanno ormai massacrato e i moscerini lo hanno finito: il suo corpo è spezzato.
Il Vasaio Il piccolo vasaio è già “sotto terra” (sporco di fango) ancora prima di morire. È più imbrattato di argilla dei maiali. I suoi vestiti sono rigidi di fango, la testa è coperta di stracci e l’aria che respira gli brucia il naso perché viene dritta dalla fornace. Pesta l’argilla con i piedi finché non si è macinato le gambe; entra nelle case degli altri solo per imbrattarne i recinti.
Il Muratore Lascia che ti racconti com’è essere un muratore: è un gusto amaro. Deve stare sempre fuori, esposto al vento, lavorando in perizoma. La sua “veste” è solo una corda che gli segna la schiena. Le sue braccia sono distrutte dal lavoro pesante e sporche di fango. Mangia il pane con le dita, anche se ha potuto lavarsele solo una volta in tutto il giorno.
Il Falegname Per il falegname armato di scalpello la vita è miserabile. Deve coprire il tetto di una stanza (dieci cubiti per sei) e ci mette un mese a posare le assi. Tutto il lavoro è finito, ma la paga che riceve non basta nemmeno a sfamare i suoi figli.
Il Giardiniere Il giardiniere porta il giogo sulle spalle e le sue ossa invecchiano precocemente; ha una grossa cisti sul collo che trasuda pus. Passa la mattina ad annaffiare i porri e la sera immerso nel fango. Dopo una giornata di lavoro la pancia gli fa male. Riposa come se fosse morto; invecchia più in fretta di qualsiasi altro mestiere.
Il Contadino Il contadino si lamenta in eterno, la sua voce stridula supera quella degli uccelli (cornacchie). Ha le dita trasformate in piaghe per il troppo carico. Si veste di stracci. La sua salute si spezza lavorando sulle nuove terre bonificate; la malattia è la sua unica ricompensa. E quando deve prestare il lavoro obbligatorio per lo Stato, gli toccano sempre i compiti peggiori o dimenticati dagli altri. Se mai riesce a tornare a casa, è in miseria totale, troppo stanco persino per camminare.
Il Tessitore Il tessitore dentro la fabbrica sta peggio di una donna (partoriente): sta rannicchiato con le ginocchia premute contro lo stomaco, senza poter respirare aria fresca. Se spreca anche solo un attimo del giorno senza tessere, viene frustato con cinquanta colpi. Deve pagare una bustarella al portiere solo per vedere la luce del sole.
Il Mercante Il mercante viaggia verso terre straniere dopo aver lasciato i beni ai suoi figli, vivendo nel terrore dei leoni e dei banditi asiatici. Si sente al sicuro solo quando è tornato in Egitto. La sua casa è una tenda di stoffa, non ha mattoni, e non conosce alcun piacere.
Il Lavandaio Il lavandaio lava i panni sulla riva, vicino ai coccodrilli. “Padre sta andando nell’acqua del canale”, dice ai suoi figli (come fosse un addio). È forse un mestiere da invidiare? Il suo cibo è mescolato alla sporcizia, non c’è un solo membro del suo corpo che sia pulito. Deve maneggiare i panni delle donne durante il ciclo mestruale. Piangi per lui: passa la giornata con la pietra per pulire in mano e gli urlano: “Ehi tu, bacinella sporca, vieni qui, ci sono ancora le frange da lavare!”.
L’Uccellatore (Cacciatore di uccelli) L’uccellatore è il più infelice di tutti. La sua fatica è sul fiume, in mezzo ai coccodrilli. Quando deve pagare le tasse è disperato. Non gli si può nemmeno dire “attento, c’è un coccodrillo”, perché la paura lo ha già accecato. Se esce vivo dall’acqua, è un miracolo di Dio.
INVECE Lo Scriba Guarda, non c’è professione priva di un capo, eccetto lo scriba: LUI è il capo. Se sai scrivere, per te sarà meglio di tutte le professioni che ti ho mostrato. Vuoi essere colui che protegge il lavoratore o quel povero disgraziato del lavoratore? Guarda, la fatica di questo viaggio verso la Residenza reale lo faccio per amore tuo. Un solo giorno a scuola ti sarà più utile di un’eternità di fatica sulle montagne. È la via più veloce, te lo sto mostrando. O vuoi che ti svegli ogni mattina a bastonate?
Consigli finali sul comportamento Ti dirò un’altra cosa: non essere invadente. Se entri in casa di un signore e lui si sta occupando di un altro, siediti con la mano sulla bocca (in silenzio). Non chiedere nulla, ma rispondi solo quando interrogato. Non dire bugie contro tua madre: questo è un crimine grave per i funzionari. Se hai mangiato pane e bevuto due giare di birra, accontentati: non c’è bisogno di riempirsi la pancia all’infinito. Guarda, ho posto te sulla via della vita. Ringrazia il Signore per tuo padre e tua madre. Ecco, ho esposto tutto davanti a te e ai figli dei tuoi figli.»
Nota Archeologica e Storica L’opera nota come Insegnamento di Dua-Kheti o “Satira dei Mestieri” affonda le sue radici filologiche nel Medio Regno, specificamente durante la XII Dinastia, tra il XX e il XIX secolo a.C. Questo periodo storico, caratterizzato da una forte centralizzazione statale, vide la genesi del testo probabilmente come strumento di propaganda di corte, tanto che la tradizione lo attribuisce allo stesso autore dell’Insegnamento di Amenemhat I. Tuttavia, il testo non ci è giunto in originale, ma attraverso la massiccia opera di copiatura avvenuta secoli dopo. La sua popolarità esplose infatti durante il Nuovo Regno, in epoca Ramesside, quando divenne il pilastro della Kemit, il curriculum scolastico standard per gli apprendisti. Le fonti più complete oggi disponibili sono il Papiro Sallier II e il Papiro Anastasi VII, conservati al British Museum, che permettono di ricostruire l’opera collazionando le migliaia di frammenti ed esercizi scolastici sopravvissuti. Esiste peraltro una profonda ironia archeologica legata ai luoghi di ritrovamento. La maggior parte di questi frammenti, vergati su ostraca di calcare o ceramica, proviene da Deir el-Medina, il villaggio che ospitava gli artigiani costruttori delle tombe reali. Ci troviamo di fronte al paradosso di figli di scalpellini, pittori e carpentieri che imparavano a leggere e scrivere copiando un testo che ridicolizzava ferocemente il lavoro dei loro padri. Mentre il genitore tornava esausto dalla Valle dei Re, descritto nel testo come “puzzolente più delle uova di pesce”, il figlio scriveva sul coccio che l’unica via nobile era quella dello scriba, definendolo l’unico uomo al mondo privo di un padrone.
Nota Filosofica e Letteraria Spostando l’analisi sul piano speculativo, il testo di Dua-Kheti rappresenta l’antitesi perfetta al mito di Theuth raccontato da Platone nel Fedro. Se Socrate condanna la scrittura definendola un farmaco che atrofizza la memoria e allontana l’anima dalla verità viva, l’egizio Dua-Kheti celebra la scrittura come una super-presenza. Per lui la realtà fisica del corpo che suda e fatica è transitoria e vile, mentre solo il testo scritto garantisce una vera esistenza. La scrittura qui non è copia sbiadita della realtà, ma uno strumento di potere che eleva lo scriba al di sopra della materia bruta. Questa dinamica anticipa in modo sorprendente le riflessioni di Jacques Derrida ne La Farmacia di Platone. La “Satira dei Mestieri” utilizza la scrittura come una forma di violenza differita che classifica, ordina e degrada i corpi dei lavoratori manuali per istituire la gerarchia del Logos burocratico. Lo scriba compie l’operazione logocentrica suprema ponendosi come l’unico soggetto capace di sfuggire alla dialettica servo-padrone, uscendo dal sistema produttivo fisico per diventarne l’ordinatore astratto. Infine, uno scettico raffinato come Anatole France avrebbe probabilmente colto in questo papiro la vanità e l’amarezza della hybris intellettuale. Dua-Kheti promette al figlio l’immortalità e vesti di lino pulite, ma lo fa irridendo proprio coloro che tessono quel lino e innalzano i muri che proteggono i suoi rotoli di papiro. La cultura dello scriba si rivela così non come amore per il sapere, ma come una fuga dalla sofferenza materiale costruita a spese di chi, in quella sofferenza, è costretto a rimanere.
Sciuto, C., Andrieu, V. & Rochette, P. Material journeys: unravelling itineraries of granite shafts in medieval Pisa. Archaeol Anthropol Sci17, 215 (2025).https://doi.org/10.1007/s12520-025-02319-y
Questo studio fornisce il primo quadro sistematico sulla provenienza dei fusti di granito impiegati nell’architettura monumentale di Pisa, basato su un ampio corpus di dati raccolti attraverso metodi non invasivi. L’analisi combinata di osservazione visiva, suscettività magnetica e, in casi selezionati, fluorescenza a raggi X portatile ha permesso di identificare con affidabilità le principali aree di estrazione dei graniti e di ricostruirne le dinamiche di circolazione.
I risultati evidenziano il ruolo predominante delle cave dell’isola d’Elba nell’XI secolo, in particolare nei grandi cantieri ecclesiastici, confermando l’importanza delle risorse lapidee locali nel periodo di massima espansione edilizia della città. La presenza significativa di graniti anatolici indica tuttavia anche un intenso ricorso agli ‘spolia’, probabilmente legato ai contatti militari e commerciali di Pisa nel Mediterraneo orientale.
Nel corso del tempo, le strategie di approvvigionamento si modificano sensibilmente. A partire dal XII secolo si osserva una maggiore diversificazione delle provenienze, mentre in età tardomedievale e moderna aumenta l’uso di graniti sardi e corsi, a scapito di quelli elbani. Questi cambiamenti riflettono l’evoluzione delle reti politiche, economiche e commerciali della città, nonché la trasformazione dei modelli costruttivi e delle pratiche di riuso dei materiali.
Nel complesso, lo studio dimostra come l’analisi integrata delle caratteristiche litologiche e delle cronologie edilizie possa offrire nuovi strumenti per comprendere la storia urbana e monumentale di Pisa, inserendola in un contesto mediterraneo più ampio di circolazione delle pietre, delle tecniche e delle idee.
Per questo studio sono stati analizzati oltre 200 fusti (Fig. 1). I monumenti esaminati comprendono 13 chiese, un battistero, un campanile (la torre pendente), due palazzi medievali, nonché i portici di una strada del centro cittadino.
Il rilievo dei monumenti è stato condotto in modo sistematico, ad eccezione della chiesa di San Zeno, che è rimasta inaccessibile dall’inizio del progetto (2021) a causa di lavori di restauro. Come mostrato nella Tabella 1, la maggior parte degli edifici analizzati è attestata nell’XI secolo, con un solo edificio attribuito a una fase precedente. Un gruppo di edifici è datato al XII secolo, un palazzo al XIV secolo e i portici stradali alla fine del XVI secolo. La cronologia indicata nella tabella è approssimativa e fa riferimento alle attestazioni più antiche degli edifici, sulla base della bibliografia citata sul Medioevo pisano. La costruzione degli edifici religiosi non può essere attribuita a un arco temporale ristretto e interventi di restauro possono essersi verificati nel corso dei secoli. Tuttavia, una lettura stratigrafica dettagliata dei singoli edifici esula dagli obiettivi di questo articolo, che mira piuttosto a offrire una panoramica di un ampio insieme di dati che, sebbene in parte approssimativi, forniscono informazioni rilevanti.
Altri fusti di granito sono presenti in monumenti distribuiti nella città (San Martino, il giardino nei pressi della Torre pendente), all’interno del Camposanto e in un ristorante del centro storico (Sant’Omobono). Si tratta di elementi decontestualizzati, che sono stati comunque analizzati per completezza, ma non inclusi nello studio. Allo stesso modo, le colonne di dimensioni minori utilizzate per i pulpiti del battistero e della cattedrale di Pisa sono state escluse dall’analisi, poiché considerate parte di un linguaggio artistico e formale differente rispetto a quello dell’architettura urbana.
Cave di granito
L’uso del granito in età romana per la produzione di fusti di colonne è un fenomeno ampiamente studiato (tra gli altri, Clerbois et al. 2020; Galetti et al. 1992; Russell 2013a, b). Le caratteristiche fisiche della roccia la rendono particolarmente adatta alla lavorazione di grandi blocchi, soprattutto per fusti monolitici: l’omogeneità della tessitura granitica riduce il rischio di fratture indesiderate e consente la lucidatura delle superfici.
Il censimento condotto da Russell (2013a, b) registra fino a quarantacinque cave di granito distribuite nel Mediterraneo, tra Europa, Nord Africa e Vicino Oriente. La maggior parte di queste cave ebbe una distribuzione locale o al massimo regionale durante il periodo imperiale romano, mentre alcuni siti estrattivi sono noti per aver prodotto materiale destinato a mercati di scala molto più ampia, raggiungendo la penisola italiana o attraversando l’intero Mediterraneo. I litotipi più frequentemente utilizzati per la produzione di tamburi di colonne ed esportati su lunghe distanze provengono dall’area tirrenica, dall’Anatolia e dal Nord Africa. I graniti analizzati in questa ricerca derivano tutti da cave situate nelle isole d’Elba, Giglio, Sardegna e Corsica, nonché a Nicotera (Calabria, Italia meridionale), oltre che dalle cave della Troade e della Misia, di Mons Claudianus e di Assuan (Fig. 2).
Un lavoro sistematico di categorizzazione mineralogica, petrografica e geochimica dei graniti è stato condotto da Lazzarini (Galetti et al. 1992; Lazzarini 2004; Williams-Thorpe 2008), mentre il database sulla suscettività magnetica delle diverse provenienze è stato inizialmente sviluppato da Williams-Thorpe. Questo ampio lavoro di catalogazione e la creazione di una ricca collezione di riferimento e di dati analitici solidi hanno permesso di individuare tendenze nella diffusione dei graniti nel mondo romano. Come osservato da Williams-Thorpe (2008), se a livello regionale si può talvolta riscontrare una predominanza delle fonti locali, a Roma si registra una forte concentrazione di fusti provenienti da Mons Claudianus, mentre i graniti anatolici sono presenti in tutto il bacino del Mediterraneo. Rochette et al. (2022a) sottolineano la forte presenza dei graniti anatolici, in particolare nel sud della Francia (Narbonensis), confermando al contempo per regioni quali Andalusia, Sardegna e Toscana una marcata predominanza dei graniti locali.
La posizione strategica di Pisa nel commercio marittimo mediterraneo, sia in età romana sia nel Medioevo, fu determinante. La Repubblica di Pisa mantenne forti legami con le isole tirreniche di Corsica, Sardegna ed Elba, ricche di siti estrattivi. A partire dall’XI secolo Pisa consolidò il proprio controllo su queste isole, spesso attraverso conflitti con flotte musulmane provenienti dalla Sicilia e dalla Spagna.
Le cave individuate nelle isole tirreniche comprendono quelle situate tra la Sardegna settentrionale e la Corsica meridionale — Capo Testa, l’isola di Cavallo, l’isola della Marmorata, Olbia e Porto Rotondo — nonché quelle di Monte Capanne sull’isola d’Elba (Russell 2013b). Mentre le cave sarde e corse sono state oggetto di ricognizioni sistematiche e di una caratterizzazione geochimica e magnetica dettagliata dei graniti, che ha permesso di stabilire una cronologia finale dell’attività estrattiva nel periodo imperiale romano (Clerbois et al. 2020; Lazzarini e Poggi 2005; Williams-Thorpe e Rigby 2006; Wilson 1988), per le cave elbane manca ancora uno studio topografico accurato, necessario per confermare le ipotesi già avanzate riguardo al loro riutilizzo in età medievale (Clerbois et al. 2020; Tedeschi Grisanti 1992).
L’XI secolo fu anche caratterizzato da un’intensa attività edilizia all’interno della città di Pisa, con la costruzione di numerose chiese ed edifici civili (Abulafia 2022; Mathews 2018a). Non è improbabile che parte dei materiali impiegati nell’architettura urbana provenisse da bottini di guerra. Sappiamo infatti dagli ‘Annales Pisani’ di Maragone che i Pisani sottrassero bottini trionfali alla città di Genova. Maragone riferisce inoltre che nel 1169 i Pisani accorsero in aiuto del re di Gerusalemme contro i Saraceni, conquistarono le città di Biblo e Tiro e ne prelevarono ingenti quantità di ‘spolia’ (Maragone 1936).
Queste testimonianze arricchiscono la nostra comprensione del traffico di ‘spolia’ che doveva affluire in città, fornendo elementi utili per ricostruire le traiettorie delle colonne osservate nell’architettura pisana.
Metodi per la determinazione della provenienza dei fusti di granito
L’osservazione visiva costituisce spesso il punto di partenza ottimale per l’identificazione delle diverse tipologie di granito. Le varietà più abbondanti sono i graniti grigi a grana fine provenienti dall’Elba e dall’isola del Giglio, nonché due diverse provenienze dell’Asia Minore, la Troade e la Misia. Mentre la Misia non presenta grandi fenocristalli di feldspato, Elba e Giglio ne mostrano alcuni, e la Troade ne presenta numerosi, spesso con una tonalità violacea. Più raramente si distinguono graniti grigi a grana grossa, provenienti dall’Egitto (Mons Claudianus), dalla Corsica, dalla Sardegna, dalla Spagna e dalla Calabria (Rochette et al. 2025). Inoltre, la presenza di un’orientazione preferenziale dei cristalli o di una foliazione può essere considerata una caratteristica dei graniti egiziani, come quelli di Assuan e di Mons Claudianus. I graniti rosa, che hanno solo due possibili aree di provenienza, sono facilmente distinguibili mediante osservazione visiva. Le fonti sarde presentano generalmente una tonalità più chiara e una grana più fine rispetto al granito di Assuan.
L’identificazione visiva non consente di risolvere ambiguità tra alcune varietà (ad esempio tra diversi graniti grigi a grana grossa) o quando la superficie del fusto è coperta da sporco, intonaco o altri depositi. Una caratterizzazione ulteriore dei graniti, utile a superare tali ambiguità, può essere ottenuta misurando la loro suscettività magnetica (K), ovvero la capacità di un materiale di magnetizzarsi. Questo metodo è stato applicato per la prima volta da Williams-Thorpe (cfr. rassegna in Williams-Thorpe 2008) proprio per la caratterizzazione della provenienza dei fusti di granito in contesti archeologici. Il metodo consiste nella misurazione della suscettività magnetica tramite un analizzatore portatile, che consente di ottenere valori in modo rapido seguendo un protocollo completamente non invasivo (Rochette et al. 2022a, 2025; Fig. 3).
Le misurazioni magnetiche facilitano studi sistematici su un numero elevato di fusti grazie alla loro rapidità (una misurazione tipica di K richiede solo cinque secondi per fusto) e alla facilità di discriminazione. È stato osservato che i valori di K variano significativamente tra le diverse fonti: da < 0,25 × 10⁻³ SI per Elba e Giglio, a > 15 × 10⁻³ SI per le provenienze dell’Asia Minore. Tra i graniti grigi a grana grossa, Mons Claudianus e le fonti corse rientrano tipicamente nell’intervallo 2–9 × 10⁻³ SI, mentre Nicotera restituisce valori inferiori a 0,4 × 10⁻³ SI (Rochette et al. 2025; si veda questo riferimento per una spiegazione dettagliata del motivo per cui le provenienze spagnole non sono considerate negli studi al di fuori della Spagna). I graniti rosa di Assuan e della Sardegna mostrano invece valori di K simili, compresi tra 2 e 10 × 10⁻³ SI.
Nell’area di Pisa a ciascun fusto di colonna è stato assegnato un identificativo univoco e sono state rilevate le misure di ciascun fusto, comprese altezza e circonferenza, generalmente a circa 1,5 m dalla base. Inoltre, le colonne sono state documentate in relazione alla loro posizione all’interno della pianta dell’edificio e sono stati raccolti documenti fotografici.
Le misurazioni di K sono state effettuate utilizzando lo strumento SM30, che presenta una sensibilità di 10⁻⁶ SI e integra un volume di circa 100 cm³, adeguato alla dimensione dei grani del granito. Le misurazioni lungo il fusto hanno mostrato un’elevata omogeneità, con valori che variano di meno del 20%.
I contenuti di Sr e Rb sono stati determinati mediante Fluorescenza a raggi X portatile (pXRF) Bruker Tracer IV, che offre livelli di sensibilità di circa 5 ppm per questi elementi. L’analisi completa ha previsto un numero significativo di misurazioni in punti diversi (più di dieci per campione), ciascuna della durata di circa due minuti. Questo approccio è stato fondamentale per superare l’eterogeneità intrinseca del granito, in particolare alla scala del sensore (8 mm), e per garantire la produzione di valori medi significativi dei contenuti di elementi in traccia.
I punti di misurazione sono stati selezionati in modo casuale sulle superfici lisce disponibili, al fine di catturare una rappresentazione media delle diverse specie cristalline presenti. La calibrazione è stata effettuata utilizzando standard forniti da Bruker. Per validare tale calibrazione, sono state eseguite misurazioni anche seguendo lo stesso protocollo su due lastre tagliate provenienti da campioni geologici di granito dell’Elba (cava di San Piero) e di granito misio (cava di Okzular). I risultati ottenuti sono risultati coerenti con i dati ICP-MS pubblicati per queste specifiche fonti di granito.
I graniti della Troade e della Misia sono distinguibili visivamente, in particolare attraverso i valori di K, che aiutano a differenziare la Misia dalle fonti Elba-Giglio. Tuttavia, i graniti dell’Elba e del Giglio sono visivamente simili, motivo per cui sono stati trattati come un’unica categoria, sebbene sia stata tentata una distinzione basata su una tonalità brunastro-rossastra per il Giglio e giallastra per l’Elba. Tra i graniti grigi a grana grossa, quelli di Mons Claudianus e quelli corsi possono essere identificati visivamente su superfici ben lucidate, con i primi che talvolta mostrano una foliazione. Per distinguere ulteriormente i graniti corsi da quelli di Mons Claudianus e per identificare elementi anomali provenienti da regioni come la Spagna e la Calabria, è raccomandata un’analisi pXRF portatile, focalizzata su elementi in traccia come Rb e Sr (Rochette et al. 2022a, b, 2025).
In sintesi, il metodo combinato visivo/magnetico proposto, eventualmente integrato con pXRF in alcuni casi, consente di ottenere un’identificazione delle fonti pienamente non ambigua, inclusa la distinzione tra Elba e Giglio o l’identificazione di fonti spagnole che, nel nostro corpus, si è ipotizzato fossero assenti (le fonti spagnole possono risultare difficili da distinguere da Nicotera; cfr. Rochette et al. 2025).
Discussione: geografie della pietra
Su un totale di 201 fusti analizzati, 16 sono stati attribuiti alla Corsica, 15 alla Sardegna, 88 all’Elba, 7 al Giglio (in via ipotetica, altrimenti all’Elba), 2 a Nicotera. Considerando le cave anatoliche, 31 fusti sono stati attribuiti alla Misia e 29 alla Troade. Dodici colonne sono state determinate come provenienti da Assuan e una da Mons Claudianus (Fig. 4; Tabella 2).
L’abbondanza di colonne in granito dell’Elba è immediatamente evidente, sebbene anche la presenza di manufatti di origine anatolica risulti significativa. Le colonne in granito di Mons Claudianus sono quasi assenti, con un solo fusto collocato nei trifori della cattedrale, un’area riservata ai fedeli di alto rango e decorata con vari tipi di ‘spolia’. Esiste una marcata sproporzione tra la presenza di colonne in granito elbano e in granito sardo, nonostante entrambe le isole siano particolarmente vicine a Pisa e siano state sotto l’influenza marittima della città nel Medioevo.
Oltre la metà delle colonne analizzate è collocata all’interno della Cattedrale di Santa Maria Assunta, tra le navate, i trifori e i colonnati della facciata (raggiunti e analizzati con il supporto dei restauratori dell’Opera del Duomo; nota: alcuni fusti esterni sono rimasti inaccessibili). Anche in questo caso, la maggior parte dei fusti risulta essere in granito elbano. Questo dato costituisce un fattore di distorsione che deve essere considerato nell’interpretazione dei dati aggregati relativi alla provenienza e al rapporto fusti/cronologia. Il cantiere della cattedrale comportò uno sforzo considerevole in termini di approvvigionamento dei materiali e di gestione della manodopera, in un contesto in cui numerosi progetti edilizi erano contemporaneamente in corso.
I risultati delle analisi sono stati integrati con le cronologie degli edifici per visualizzare meglio il contributo dei graniti di diversa provenienza nel tempo. Il dataset è stato arricchito con le misure di altezza e diametro di ciascun fusto per consentire analisi comparative basate sulla morfologia.
Tra gli edifici più antichi, le colonne della navata della basilica di San Piero a Grado provengono dall’Elba, dalla Troade e dalla Misia e presentano dimensioni variabili e adattamenti visibili delle basi e dei capitelli, suggerendo un ampio ricorso agli ‘spolia’. Al contrario, le colonne in granito della navata di San Michele in Borgo e del portico di San Zeno, entrambi databili alla prima metà dell’XI secolo, sono costituite da cinque fusti elbani ciascuno con dimensioni uniformi, indicando un certo grado di standardizzazione. Un andamento simile si osserva nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, dove dieci fusti in granito dell’Elba mostrano una variazione leggermente maggiore in altezza e diametro.
I graniti elbani e orientali sembrano essere assenti nella chiesa di San Frediano, ad eccezione di una colonna elbana utilizzata nella facciata. Le grandi colonne della navata derivano invece da cave della Corsica (12 colonne, con una notevole omogeneità dimensionale) e della Sardegna (2 colonne).
La Cattedrale di Pisa presenta una grande varietà di graniti. La maggior parte dei fusti della navata e dei trifori è in granito dell’Elba, ma sono presenti anche colonne provenienti dalla Troade e dalla Misia. Le colonne della facciata mostrano una maggiore eterogeneità, con fusti elbani affiancati a graniti orientali e, in misura minore, a graniti sardi e corsi. Questa varietà suggerisce una combinazione di approvvigionamento locale e riutilizzo di ‘spolia’ di diversa provenienza.
Nel Battistero, la maggior parte delle colonne interne è costituita da granito dell’Elba, con poche eccezioni rappresentate da graniti orientali. Le colonne esterne mostrano invece una maggiore variabilità, includendo anche graniti sardi e corsi. Analogamente a quanto osservato per la Cattedrale, anche nel Battistero si riscontra una distinzione tra gli spazi interni, più omogenei, e quelli esterni, caratterizzati da una maggiore diversità litologica.
Il campanile (la Torre pendente) presenta un numero limitato di fusti in granito, principalmente di provenienza elbana, utilizzati soprattutto nei livelli inferiori. La presenza di questi fusti è coerente con una fase di approvvigionamento legata ai grandi cantieri monumentali dell’XI e XII secolo.
I due palazzi medievali analizzati mostrano un uso selettivo dei graniti. In entrambi i casi prevalgono fusti elbani, accompagnati da pochi elementi di provenienza sarda o orientale. Questa scelta suggerisce un accesso privilegiato alle risorse locali, probabilmente mediato dalle autorità cittadine o da reti di approvvigionamento consolidate.
I portici della strada del centro cittadino, databili alla fine del XVI secolo, presentano una composizione nettamente diversa rispetto agli edifici medievali. In questo caso, la maggior parte dei fusti è costituita da graniti sardi e corsi, mentre i graniti elbani sono rari. Questa inversione di tendenza indica un cambiamento significativo nelle strategie di approvvigionamento dei materiali lapidei in età moderna.
Nel complesso, l’analisi cronologica mostra che l’uso dei graniti elbani è dominante nell’XI secolo, in particolare nei grandi cantieri ecclesiastici. A partire dal XII secolo si osserva un aumento relativo dei graniti orientali, probabilmente legato al flusso di ‘spolia’ provenienti dal Mediterraneo orientale. In età più tarda, soprattutto tra il XIV e il XVI secolo, cresce l’importanza delle cave sarde e corse, mentre il granito dell’Elba perde progressivamente centralità.
Questi risultati riflettono l’evoluzione delle reti commerciali e politiche di Pisa nel Mediterraneo. Nel periodo di massima espansione della Repubblica, l’accesso diretto alle risorse dell’arcipelago toscano garantiva un approvvigionamento abbondante e relativamente standardizzato. Con il mutare degli equilibri geopolitici e commerciali, Pisa si inserì in circuiti più ampi di circolazione dei materiali, facendo sempre più affidamento sul riuso e su forniture provenienti da aree diverse.
The Symbolism of the Bees on the Flag of Elba: Antiquity, Sovereignty, and Cultural Continuity
The flag of the Island of Elba, characterized by three golden bees on a white field crossed by a red diagonal band, is conventionally associated with the events of May 1814, when Napoleon Bonaparte, aboard the British ship Undaunted anchored off Portoferraio, is said to have conceived its design. However, this interpretation obscures the deeper symbolic genealogy of the emblem. The bees depicted on the flag are not generic animals but golden bees, that is, stylized representations of precious objects, whose significance derives from a long and complex tradition of political, religious, and mythological symbolism.
The immediate historical context of the emblem lies in the proclamation of Napoleon as Emperor on 18 May 1804. Rejecting dynastic legitimacy based on hereditary lineage, Napoleon sought to ground his authority in personal merit, military success, and imperial universality. This ideological stance required a symbolic system distinct from that of traditional monarchies. During deliberations on imperial insignia, several emblems were proposed, including the lion and the Gallic rooster. The lion, long associated with divine and royal power, was considered unsuitable due to its close association with English heraldry, while the rooster was dismissed as insufficiently dignified for imperial representation.
The bee was ultimately proposed by Jean-Jacques Régis de Cambacérès, Archchancellor of the Empire. The choice reflected a conception of sovereignty that was neither strictly monarchical nor republican but rather a centralized political order structured around discipline, productivity, and collective cohesion. This symbolism resonated with late Enlightenment and post-revolutionary political thought, which sought strong executive authority without recourse to traditional aristocratic legitimacy.
Beyond its modern political implications, the bee carried profound antiquarian associations. In ancient Egypt, the bee functioned as a royal and divine symbol, closely linked to kingship and cosmic order. Classical literature further reinforced this imagery: in Book IV of Virgil’s Georgics, the beehive is presented as an idealized social organism, governed by cooperation, hierarchy, and devotion to the common good. Modern archaeological and genetic research has underscored the relevance of this model by situating the origins of agriculture in the Early Neolithic period, between the eleventh and tenth millennia BCE. In this context, the bee may be interpreted as a symbolic precursor to human agricultural practice, exemplifying the collection, transformation, and productive management of natural resources.
Napoleon’s adoption of the bee also drew explicitly upon early medieval precedents. On 27 May 1653, the tomb of Childeric I, king of the Franks, was discovered in Tournai. Among the grave goods were approximately three hundred golden bees or cicadas, documented in detail by Jean-Jacques Chifflet in Anastasis Childerici I (1655). Childeric, who died in 481 CE, was the last pagan Frankish king and the father of Clovis, the first Christian ruler of the Franks. The Merovingian dynasty thus represented, for Napoleon, the most ancient and symbolically potent lineage of French sovereignty, untainted by later feudal or ecclesiastical constraints.
The bee motif also appears in early modern Italian political iconography. In 1640, beneath the equestrian monument of Ferdinand I de’ Medici in Florence, Pietro Tacca created a bronze plaque adorned with ninety bees and a central queen bee, symbolizing the political unity of the Florentine territories under ducal authority. The bronze was cast from Ottoman cannons, further associating the imagery with military power and Mediterranean geopolitics, including the strategic role of Portoferraio and the Island of Elba in controlling the Tyrrhenian Sea.
Mythological and literary traditions reinforce the sacral dimension of the bee. Pausanias recounts that bees sealed the lips of the poet Pindar with wax, granting him divine inspiration, while Ethiopian tradition associates the legitimacy of kingship with recognition by bees, as in the case of King Lalibela. Renaissance esoteric literature, such as Agrippa von Nettesheim’s De Occulta Philosophia, likewise identifies bees as auspicious symbols of orderly sovereignty and obedient subjects.
Within this symbolic framework, the three golden bees of the Elban flag should be understood not as an isolated Napoleonic invention but as the culmination of a longue durée tradition linking sacred kingship, productive order, and imperial authority. Through this emblem, the Island of Elba was inscribed into a symbolic continuum extending from ancient Mediterranean cosmologies and early medieval regalia to modern imperial ideology.
Je voudrais vous raconter l’histoire du drapeau de l’île d’Elbe en contournant délibérément l’épisode bien connu de mai 1814, lorsque Napoléon en aurait conçu l’idée à bord du navire anglais Undaunted, dans la rade de Portoferraio, avant de débarquer et d’en ordonner la réalisation. Plus précisément, je souhaiterais vous parler des trois abeilles d’or — et non de trois abeilles tout court, comme on le dit parfois à tort en pensant à l’animal — mais bien de trois abeilles d’or, c’est-à-dire des objets d’orfèvrerie représentant des abeilles, donc des bijoux.
D’où vient cette histoire ? Elle commence et se termine en l’espace de quelques heures, le 18 mai 1804, jour de la proclamation de Napoléon comme empereur. Napoléon ne veut pas être roi par droit du sang, ni se créer une lignée royale ou une noblesse qu’il n’a pas. Il veut être souverain par sa force, sa grandeur et ses vertus ; il ne sera donc pas roi, mais empereur. Or, un empereur et son empire ont besoin de symboles — des symboles puissants, forts, significatifs.
Le symbole proposé par l’un des participants à cette réunion est le lion : animal considéré depuis des millénaires comme divin et impérial, et surtout, face à l’Angleterre qui arbore le léopard, le lion serait supérieur, invitant ainsi implicitement les Anglais à reconnaître leur infériorité à travers les armes, les uniformes militaires et tous les emblèmes de l’État. Napoléon reste peu convaincu. C’est alors qu’une autre proposition est avancée par l’un des ministres ou consuls présents : le coq gaulois. Cette idée est rapidement écartée, Napoléon jugeant le coq trop bas, trop petit et trop faible.
C’est à ce moment qu’intervient une troisième proposition, formulée par l’archichancelier de l’Empire, Jean-Jacques Régis de Cambacérès, parfois appelé archiduc de Parme, qui suggère comme symbole impérial… l’abeille. Pour Cambacérès, l’abeille représente l’image d’une république dotée d’un chef : ni royaume, ni république au sens strict, mais une forme intermédiaire. Cette idée fait écho aux débats politiques des trente années précédentes — ceux de la seconde et de la troisième république — où l’on ressent le besoin de figures à forte personnalité, lesquelles rappellent parfois dangereusement les anciens dictateurs d’un siècle que l’on aimerait croire révolu, mais qui revient sans cesse hanter le présent.
L’abeille est aussi un symbole profondément ancien. Il suffit de penser aux Égyptiens, pour qui l’abeille était à la fois symbole divin et symbole royal, associée au pouvoir sacré et au bas empire. On peut également évoquer Virgile qui, dans le quatrième livre des Géorgiques, présente l’organisation de la ruche comme un modèle social parfait pour l’humanité. Cela renvoie aussi à la naissance de l’agriculture — du moins selon les connaissances actuelles — dans la phase protostorique postérieure au Paléolithique, au Néolithique. Les recherches les plus récentes situent cette transition entre 11 000 et 10 000 ans avant le présent, soit entre 9 000 et 8 000 av. J.-C., bien plus tôt que ce que l’on pensait encore il y a une vingtaine d’années, lorsque l’on parlait plutôt de 7 000 ans, soit 5 000 av. J.-C. Cette période correspond à la mutation génétique des céréales résultant de leur domestication progressive par l’homme, qui commence par cultiver des graminées sauvages et les transforme lentement, au fil des millénaires, en plantes cultivées.
Ainsi, l’abeille n’est pas seulement un modèle social parfait, comme le pensait Virgile ; elle peut aussi être vue comme un modèle ayant inspiré l’homme dans l’invention même de l’agriculture. L’abeille, ante litteram, collecte graines, pollen et fruits pour produire une substance nouvelle. Elle incarne l’une des premières formes d’« industrialisation » de la nature, au même titre que les fourmis bâtissant leurs nids, mais de manière particulièrement évidente : elle produit un bien — et qui plus est, un produit exquis. L’abeille devient ainsi un modèle de symbiose entre l’homme et les plantes : les plantes se transforment, et l’homme lui-même se transforme, passant du chasseur carnivore à une autre forme de subsistance. Agriculture signifie précisément cette rencontre réciproque entre l’homme et le monde végétal — et telle est la mission structurelle des abeilles dans le monde.
Mais revenons en arrière de 151 ans. Nous étions le 18 mai 1804, jour de la proclamation impériale de Napoléon. L’aigle — l’aigle romaine, bien sûr — est également adoptée, tout comme la couronne de laurier. Reculons encore de 151 ans : au cours d’un chaud après-midi du 27 mai 1653, un maçon nommé Adrien Guesquiére (souvent cité comme Adrien Kenken) travaillait à la restauration de l’église Saint-Brice à Tournai lorsqu’il heurta avec sa pelle un objet métallique. C’était de l’or. À quelques mètres sous terre se trouvaient des bourses en cuir remplies de monnaies d’or ; puis apparurent un bracelet d’or, de l’argenterie raffinée, des armes serties de pierres précieuses, une sphère de cristal, une tête de taureau en or, des éléments de harnachement décorés d’émail, et enfin un lourd anneau sigillaire encore au doigt du roi, portant son effigie et son nom gravé en miroir — CHILDIRICI REGIS — puisqu’il servait à sceller la cire.
L’ensemble comprenait également une abondante joaillerie en or et en grenat. Il est remarquable que le grenat, pierre rouge translucide, provienne de l’Inde, attestant de relations commerciales à très longue distance vers 481 apr. J.-C., à l’époque même de la chute de l’Empire romain. Le défunt était Childéric Ier, roi des Francs — découvert en 1653 du côté flamand de la frontière, donc hors du territoire franc proprement dit. Childéric fut le premier roi des Francs et le dernier roi païen, son fils Clovis étant chrétien. Il combattit souvent aux côtés des Romains, presque comme un général romain, notamment à Orléans et lors de la victoire d’Aegidius contre les Wisigoths en 463.
Les sources principales sur Childéric et les Francs sont les Decem Libri Historiarum de Grégoire de Tours (573-594), complétés par d’autres chroniques : le Liber Historiae Francorum (727), les écrits de Sidoine Apollinaire, la Chronique gallica, les chroniques d’Hydace, celles de Marius d’Avenches, ainsi que la correspondance de saint Remi de Reims. La mort de Childéric est datée de 481, celle de Clovis de 511, après trente années de règne.
Dans la tombe, Childéric portait un paludamentum, l’uniforme d’un général romain, et arborait une coiffure caractéristique : de longs cheveux tressés formant deux nattes tombant de part et d’autre du visage. Parmi les objets funéraires figuraient surtout les 300 abeilles d’or, étudiées par Jean-Jacques Chifflet dans son Anastasis Childerici I (Anvers, 1655). Ces abeilles furent proposées à Napoléon comme symbole de la dynastie la plus ancienne possible, celle des Mérovingiens, dans laquelle le peuple français se reconnaissait encore.
En 1640, à Florence, sous la statue équestre de Ferdinand Ier de Médicis, le sculpteur Pietro Tacca réalisa une plaque de bronze ornée de 90 abeilles et d’une abeille reine, probablement en référence aux 90 communautés du territoire florentin, le Grand-Duc étant figuré comme l’abeille centrale. L’œuvre fut fondue à partir de canons turcs confisqués, reliant ainsi Florence à Cosmopolis (Portoferraio) et au rôle stratégique de l’Elbe dans le contrôle de la mer Tyrrhénienne.
Cette symbolique rejoint également le mythe grec rapporté par Pausanias (9.23.4), selon lequel Pindare, endormi à Thespies, vit trois abeilles sceller ses lèvres de cire pour lui donner le chant divin, ainsi que le mythe éthiopien de Lalibela, dont le nom signifie « les abeilles reconnaissent le roi ». Même Agrippa von Nettesheim, au XVIe siècle, écrivait dans le De Occulta Philosophia que les abeilles sont de bon augure pour les souverains et annoncent l’obéissance des sujets.
La certitude est que le drapeau fut conçu par Napoléon entre 1804 et 1814, en puisant dans cet héritage symbolique qui va des Triades de l’Hymne à Hermès jusqu’aux insectes sacrés de la tombe de Childéric, reliant ainsi l’île d’Elbe à un destin de souveraineté millénaire.
Vi volevo raccontare la storia della bandiera dell’Isola d’Elba, bypassando tutto quel momento del maggio del 1814, quando Napoleone ne trae idea a bordo della nave inglese Undaunted nella rada di Portoferraio prima di sbarcare in ordine alla realizzazione. Nello specifico vorrei parlarvi delle tre api d’oro, non tre api come erroneamente a volte viene detto, riferendosi all’animale, ma tre api d’oro riferendosi all’oggetto in oro che rappresenta le api, quindi al gioiello. Allora, da dove nasce questa storia? La storia inizia e finisce nel giro di poche ore, il 18 maggio del 1804. È la proclamazione di Napoleone a imperatore. Napoleone non vuole essere un re per diritto di sangue, crearsi una discendenza regale, una nobiltà che non ha. Napoleone vuole invece essere sovrano per la sua forza, per la sua grandezza, per le sue virtù e quindi non sarà un re ma un imperatore. Per un imperatore e il suo impero c’è bisogno di simboli, simboli potenti, importanti. Il simbolo che viene proposto da uno degli invitati, degli astanti, è il leone. Il leone perché rappresenta un animale senz’altro da millenni considerato divino, imperiale e soprattutto perché nei confronti dell’Inghilterra, che ha il leopardo, il leone sarebbe superiore ad essa e quindi col suo simbolo sulle armi e sulle divise militari e su tutti i vari elementi che rappresentano lo Stato sarebbe un invito a riconoscere la propria inferiorità da parte degli inglesi. Di questo Napoleone non è molto convinto e è a questo punto che interviene un’altra proposta da parte di un altro dei vari ministri, consoli, eccetera, invitati a questa riunione e l’altra proposta è il galletto francese. Questa decade praticamente subito perché Napoleone ritiene il galletto come un animale troppo basso, troppo piccolo e troppo debole e è in questo momento che interviene un’altra proposta dell’Arciduca di Parma, tale Jean-Jacques Régis de Cambacérès, arcicancelliere dell’impero, che si rivolge a Napoleone e propone come animale simbolo l’ape. Ora l’ape per Jean-Jacques Régis de Cambacérès è l’immagine di una repubblica che ha un capo, quindi non è né un regno, né una repubblica, è una via di mezzo, un po’ una figura che richiama molto alle discussioni politiche degli ultimi trent’anni della cosiddetta seconda e terza repubblica, nella quale ci sarebbe bisogno di queste figure dalla personalità spiccata, che purtroppo rimandano in maniera abbastanza decisa all’immagine che si ha dei vecchi dittatori del passato, di un secolo che ormai dovrebbe essere alle spalle, che invece sempre si affaccia. Inoltre l’ape era anche un riferimento all’antichità, in genere basti pensare agli Egizi, per i quali l’ape era simbolo di Dio e simbolo di re, cioè era un simbolo divino, un simbolo regale, simbolo del basso impero e poi a Virgilio, che nel quarto libro delle Georgiche intendeva l’organizzazione dell’alveare come un modello sociale perfetto per l’uomo e questo fa pensare anche alla nascita dell’agricoltura, per lo meno diciamo per quello che se ne sa in fase protostorica dopo il Paleolitico, nel Neolitico. Quello che sappiamo è che gli ultimi aggiornamenti ci parlano del 11.000-10.000 anni fa, quindi 9.000-8.000 avanti Cristo, che rispetto a quello che era comunemente detto fino a una ventina di anni fa, si parlava piuttosto di 7.000 anni fa, quindi 5.000 avanti Cristo, per la data più o meno nella quale la mutazione genetica dei vari cereali avviene per opera della domesticazione messa in atto dall’uomo che inizialmente coltiva i cereali selvaggi e piano piano nel corso di svariati millenni li trasforma in quello che sono. Dunque l’ape è un modello non solo sociale perfetto per l’uomo come lo intendeva Virgilio, ma può essere anche un modello dal quale l’uomo prende spunto per iniziare l’agricoltura, perché in fondo l’ape ante litteram è colei che prende i semi, il polline, i frutti della pianta e li sfrutta per creare un prodotto. La prima storia di industrializzazione nella terra insieme a quella delle formiche che creano le loro tane eccetera eccetera, però nell’ape è molto evidente questa cosa, che crea un prodotto e che questo prodotto tra parentesi è squisito. Quindi l’ape è proprio come modello per l’uomo per iniziare a domesticare le piante, ad avere un rapporto con le piante di simbiosi, così le piante si trasformano in qualcosa di diverso e l’uomo stesso, da cacciatore carnivoro che era, si trasforma anche in qualcosa di diverso, quindi l’uomo e le piante si vengono incontro nell’agricoltura e questo è proprio il modello strutturale della missione delle api in questo mondo. Ma torniamo per un attimo indietro di 151 anni, eravamo al 18 maggio del 1804 e parlavamo di Napoleone Imperatore, l’aquila di cui non ho detto, l’aquila romana, ovviamente viene anche essa scelta la corona del loro. Dicevamo, torniamo indietro di 151 anni, durante le prime ore di un caldo pomeriggio del 27 maggio 1653 un muratore di nome Adrien Guesquiére (spesso citato come Adrien Kenken) stava lavorando duramente al progetto di restauro della chiesa di Saint-Brice per la città di Tournai, quando la sua pala colpì un metallo, si trattava di oro, a pochi metri infatti sottoterra c’erano delle borse di pelle piene di monete d’oro, poi piano piano è venuto fuori un braccialetto d’oro, poi dell’argenteria raffinata, delle armi tempestate di gioielli, una sfera di cristallo, una testa d’oro di toro e poi accessori per l’imbracatura, decorati in smalto, un pesante anello con sigillo che stava proprio al dito del re con la sua effigie incisa sopra e il suo nome scritto allo specchio (CHILDIRICI REGIS) perché ovviamente essendo un sigillo veniva usato per timbrare le cere lacca e insieme a tutto questo c’era un sacco di gioielleria, elementi d’oro e di granato, tra l’altro è molto interessante il fatto che il granato, una pietra rossa traslucente arrivasse dall’India, niente poco di meno che dall’India, stiamo parlando anno supposto della morte di Childerico del 481 d.C., quindi commercio con l’India, siamo nelle fasi della caduta dell’impero romano e noi abbiamo a che fare con un re del Belgio, tra virgolette, consentitemi la battuta, in quanto veniva trovato nel 1653 vicino al confine ma dalla parte fiamminga del confine, quindi non in territorio franco, pur essendo il re dei franchi, il primo re dei franchi, tra l’altro è l’ultimo dei re pagani perché dopo di lui viene Clodoveo che è cristiano. Nonostante questo noi sappiamo bene che Childerico è al soldo dei romani, una sorta di generale romano quasi perché combatte a loro fianco a più riprese in varie occasioni. Aveva un difetto, chiamiamolo così, che lui riteneva di far valere il proprio diritto di re nei confronti dei suoi sudditi al punto tale che considerava suo diritto di andare a letto con qualunque donna lui scegliesse e questa cosa fece imbestialire i suoi franchi conterranei che lo mandarono in esilio, fu mandato in esilio in Turingia, nel centro dell’odierna Germania, presso quest’altro popolo dei Turingi e ci rimase per la bellezza di 8 anni, 8 anni durante i quali Childerico prese una moglie turingia. Altre cose interessanti noi le sappiamo soprattutto dai 10 libri di storia (Decem Libri Historiarum) scritti da Gregorio di Tours fra il 573 e il 594, esattamente un secolo dopo la sua scomparsa, è lui che ci racconta Gregorio di Tours la maggior parte delle cose che sappiamo sulla storia dei franchi nel quinto e sesto secolo ed è soprattutto nel libro secondo di questi 10 libri di storia che parla delle origini del popolo e della morte di Clodoveo e quindi menziona anche il nostro Childerico. Ci sono ovviamente anche altre cronache del tempo e successive come per esempio nell’ottavo secolo i Liber Historiae Francorum del 727 e poi ci sono lettere e panegirici di Sidonio Apollinare che sono invece precedenti della seconda metà del quinto secolo, quindi all’epoca stessa in cui è vissuto Childerico, poi la cronica gallica scritta nel 452 e 511, le cronache di Idazio della fine del quinto secolo e dopo le cronache di Idazio quelle di Mario di Avenches, fine del sesto secolo e poi la corrispondenza, lo scambio epistolare appartenente al Vescovo Remigio di Reims morto nel 533. Detto questo abbiamo altre informazioni di carattere storico molto importanti come la datazione della sua morte che è data il 27 novembre del 511 per Clodoveo, e quella del 481 invece per Childerico visto i 30 anni di regno di Clodoveo, che dice Gregorio “Fuerunt omnes dies regni eius anni triginta”, cioè furono in tutto 30 gli anni del suo regno e quindi doveva essere diventato re nel 481 che ci fa pensare per questo motivo che questa è la data della morte di Childerico. Childerico combatte accanto ai romani anche Aurelianis pugnas egit, ad Orléans, e la battaglia vinta nel 463 da Egidio sui Visigoti vede la sua partecipazione, quindi abbiamo più o meno un quadro del personaggio, quello che troviamo nella sua tomba è molto particolare perché lo scheletro era vestito con un paludamentum, con una tenuta da generale romano, era vestito da generale romano, aveva dei lunghi capelli con la divisa nel mezzo raccolti in trecce e poi queste trecce formavano due code tipo Pippi Calzelunghe sui lati, sulle orecchie che scendevano giù fino a sopra le spalle, nella parte anteriore dalla parte del petto, non sulla schiena. Poi aveva appunto questo anello, c’era una serie di gioielli di tutti i tipi, dei quali abbiamo già parlato e tra questi le 300 api d’oro, le 300 famose api d’oro (studiate da Jean-Jacques Chifflet nel suo Anastasis Childerici I pubblicato ad Anversa nel 1655) che verranno poi suggerite a Napoleone come simbolo della più antica dinastia possibile, quindi i Merovingi, per il popolo nel quale si riconobbero i francesi del tempo che erano i franchi. Sotto il monumento di Ferdinando I Granduca di Toscana a cavallo a Firenze, nel 1640 venne fatta realizzare da Pietro Tacca (lo stesso autore dei Quattro Mori a Livorno che rappresentavano i corsari sconfitti dall’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano) una targa di bronzo con novanta api e un’ape regina; sospetto che il numero 90 debba rappresentare le 90 comunità che costituivano il compartimento fiorentino sotto il controllo del Granduca rappresentato come l’ape regina al centro, un’opera realizzata fondendo il bronzo dei cannoni turchi sottratti al nemico trace, collegandosi così a Cosmopoli (Portoferraio) e al ruolo dell’Elba nel progetto di controllo del Tirreno. Questa simbologia si lega anche al mito greco di Pindaro che, come narra Pausania (9.23.4), addormentatosi a Tespia vide tre api posarsi sulla sua bocca per cementarla con la cera e donargli il canto divino, e al mito etiope di Lalibela, il re il cui nome significa “le api sanno riconoscere un regnante”. Perfino Agrippa von Nettesheim nel XVI secolo nel De Occulta Philosophia scriveva che le api sono di buon augurio ai sovrani e indicano l’obbedienza dei sudditi. La certezza è che la bandiera sia stata inventata da Napoleone tra il 1804 e il 1814 attingendo a questa eredità che va dalle Trie dell’Inno a Hermes fino alle cicale della tomba di Childerico, legando l’Elba a un destino di sovranità millenaria.
The reevaluation of the genesis of Marseille, based on recent data from INRAP and lithic studies from the Midi, allows for the construction of a portrait of Massalia that is far more complex than a simple Phocaean colony. The following synthesis of these discoveries proposes a continuity of occupation and exchange extending from the Neolithic to the Iron Age.
From the Neolithic Emporion to the Etruscan Phase: A Sedimentary Genealogy of Marseille
The classical historiography, relying on the accounts of Justin and Aristotle, fixes the origin of Marseille at the mythical meeting between the Phocaean Protis and the daughter of the indigenous king of the Segobriges around 600 BC. However, contemporary preventive archaeology data—notably the excavations at Boulevard Nédélec and the banks of the Huveaune—force a reconsideration of this chronology. Marseille no longer appears as a sudden creation but as the culmination of a sedimentation of exchange networks whose roots reach deep into the Neolithic. Long before the arrival of Ionian ships, the Marseille basin and its hinterland, such as the site of Terres Longues in Trets, were already integrated into long-distance diffusion circuits. Research on the Chasséen context reveals that Sardinian obsidian, primarily from Monte Arci, circulated massively in the South of France. This Neolithic pre-navigation suggests that the natural coves of Marseille already served as transshipment points or stopovers for traders of Mediterranean black gold. The discovery of structured occupations on the banks of the Huveaune confirms a lasting human presence from the Middle Neolithic and the Bronze Age, invalidating the idea of a virgin territory that the Greeks would have “civilized.” In this continuity of exchange, the 6th century BC marks an acceleration rather than a rupture. As highlighted by L.-F. Gantés, the deepest levels of the archaic city in the Bourse sector are saturated with Etruscan material. During the second quarter of the century, imports from southern Etruria, including amphorae and bucchero nero, quantitatively predominate over Greek productions. Michel Gras and François Villard agree that the Phocaeans inserted themselves into an emporic structure already regulated by Tyrrhenian city-states. This cultural and merchant “bilingualism” is visible at the Boulevard Nédélec site, where traces of frequentation testify to a contact zone between colonists, Etruscan traders, and indigenous populations already acculturated to Mediterranean luxury goods. The erasure of this “phase étrusque” in favor of the “Greek miracle” is a construction that Dominique Briquel describes as a literary distortion in Les Étrusques, peuple de l’ombre. Michel Py demonstrated in Les Gaulois du Midi that the engine of coastal urbanization and the evolution of Celtic societies lay in the trade of Etruscan wine and bronzes. It was the Tyrrhenians who first structured the routes of the Rhone and the Huveaune to transport northern metals toward central Italy, using Marseille as the pivot of this logistics. Marseille must be reread as a palimpsest. Over the Phocaean Massalia is superimposed, or rather underlies, an Etruscan city, itself the heir to a Neolithic hub linked to Sardinian seafaring. This long-term vision restores to the Western Mediterranean its character as a space of intense and early circulation, where the island of Elba and Corsica served as bridges between the resources of stone and the brilliance of metals.
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Bibliographie et Sources
Gantés, L.-F. (1992). La topographie de Marseille grecque : bilan des recherches récentes. Études massaliètes.
INRAP (2021). Des occupations du Néolithique et de l’Âge du bronze sur les rives de l’Huveaune. Rapport de fouilles.
Lea, V. et al. (2015). Renouvellement des données sur la diffusion de l’obsidienne sarde en contexte chasséen : le site des Terres Longues. ResearchGate/Archéologies méditerranéennes. [1]
Py, M. (1993). Les Gaulois du Midi. Hachette. [3]
Villard, F. (1960). La Céramique grecque de Marseille. De Boccard. [2]
Dire che possiamo, dobbiamo e vogliamo nello stesso momento non significa inseguire un ideale morale o un traguardo evolutivo, ma trovarsi in una particolare configurazione dell’agire, un punto in cui l’azione si inscrive armoniosamente nel mondo e nel linguaggio senza che il soggetto debba giustificarne la frattura. Il fraintendimento nasce quando pensiamo che la storia conduca necessariamente a una maggiore unità soggettiva, come se l’uomo antico fosse un abbozzo incompleto e quello moderno un’opera finalmente compiuta, mentre la filologia di Bruno Snell ci insegna che l’uomo omerico non era mancante, ma semplicemente privo di quella “scoperta dello spirito” che separa il sé dal mondo. Nelle epoche arcaiche l’azione semplicemente accadeva e non esisteva uno spazio interno separato che chiedesse conto delle scelte; non si giudicava né si valutava perché si viveva immersi in una rete di relazioni con la comunità, gli dèi e il destino dove l’impulso non era ancora “volontà” ma evento. Il disallineamento dei verbi, quella ferita tra ciò che sentiamo e ciò che eseguiamo, nasce quando l’azione diventa problematica, ovvero quando la nascita della polis e della tragedia — come magistralmente esposto da Jean-Pierre Vernant — trasforma l’agire in un dilemma etico e la legge in un’imposizione esterna. È qui che il dovere cessa di essere l’accadere delle cose per diventare obbligo, il volere si ritira nell’interiorità come voce isolata e il potere si trasforma in una possibilità astratta, spesso carica di angoscia. In questa scissione, che Erwin Rohde rintraccia persino nel culto delle anime, nasce il soggetto responsabile ma nasce anche il conflitto strutturale del moderno, dove vogliamo ciò che non possiamo e dobbiamo ciò che non vogliamo. Tuttavia, la saggezza non risiede nel rimpianto di un’indistinta età dell’oro né nell’obbedienza cieca a una norma, bensì in una riconfigurazione consapevole di questi verbi: un equilibrio instabile in cui l’agire non è più lacerato e il soggetto, attraversata la propria separazione, agisce in accordo profondo con il momento opportuno, il kairos. In questa coincidenza superiore, che è una vera e propria tecnologia del sé di stampo foucaultiano, il volere, il potere e il dovere cessano di essere istanze in lotta per diventare tre nomi dello stesso gesto adeguato alla situazione, un unico movimento che non ha bisogno di giustificarsi perché è già, in se stesso, la propria necessità e la propria libertà. Riferimenti Bibliografici B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo; J.-P. Vernant, Mito e tragedia nell’antica Grecia; E. Rohde, Psiche: culto delle anime e fede nell’immortalità presso i Greci; M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Ti convince questa forza d’urto del testo unico? Se vuoi, possiamo limare ulteriormente il ritmo interno per rendere ancora più serrato il passaggio tra la necessità (dovere) e la libertà (volere).