UNA ENORME DOMUS ETRUSCA ALL’ISOLA D’ELBA

Il Palazzo Spurinna Corona all’Elba: Analisi Architettonica e Contestualizzazione Storica

Il Palazzo Spurinna Corona, situato sull’isola d’Elba, rappresenta una rara testimonianza di architettura italica di epoca etrusca, distinguendosi per le sue dimensioni monumentali e la sua complessa articolazione spaziale. Geometricamente ha tutte le caratteristiche della Domus Tripartita ad Impluvium, evidenziando le sue peculiarità rispetto alle abitazioni aristocratiche coeve. Inoltre, offre la possibilità di ricostruire informazioni storiche dell’ultimo periodo etrusco e archeologiche. Offriró una parziale descrizione della genealogia della famiglia Spurinna, antica e influente dinastia etrusca. Attraverso l’integrazione di questi dati, forniró un quadro dettagliato della rilevanza storica e architettonica del palazzo, avanzando ipotesi sulla sua funzione e il suo significato all’interno della società etrusca.

Il Palazzo Spurinna Corona, situato in una posizione strategica sull’isola d’Elba, è un edificio che merita particolare attenzione per le sue dimensioni eccezionali e la sua conservazione, sebbene versante in uno stato di abbandono. Il palazzo, che copre una superficie interna di circa 1800 metri quadrati, è un esempio straordinario di Domus Tripartita ad Impluvium, tipica dell’architettura italica. Tuttavia, a differenza delle più comuni ville aristocratiche rinvenute nella Maremma e nella Tuscia, le quali raramente superano i 300 metri quadrati, il Palazzo Spurinna Corona testimonia un’eccezionale importanza, forse legata alla sua funzione rappresentativa e al prestigio della famiglia Spurinna.

La Domus Tripartita ad Impluvium è una tipologia abitativa caratterizzata dalla presenza di un atrio centrale con impluvium, attorno al quale si sviluppano gli spazi residenziali con finestre che affacciano esclusivamente sulla corte interna. Questa configurazione architettonica era diffusa tra le élite dell’Italia antica, permettendo una gestione ottimale della luce e dell’acqua piovana, raccolta nell’impluvium e convogliata in una cisterna sottostante.

Nel caso del Palazzo Spurinna Corona, la struttura segue fedelmente questo schema, ma si distingue per le sue dimensioni straordinarie. L’atrio centrale è particolarmente ampio e le ali laterali, destinate probabilmente agli appartamenti privati e agli spazi di servizio, si sviluppano su dimensioni che non trovano paragoni nelle abitazioni contemporanee d’Etruria. Questa disposizione suggerisce che il palazzo non fosse solo una residenza privata, ma anche un luogo di rappresentanza, utilizzato per attività politiche o cerimoniali.

Rifacendomi alla probabile etimologia etrusca del termine “palazzo” ho creduto stimolante rinominare la cosiddetta Fortezza d’Altura in “Falathrium Spurinial di Monte Castello”. Ho raccolto tutte le informazioni che mi ê stato possibile sulla famiglia Spurinna, una delle più influenti dinastie dell’Etruria. Velthur Spurinna, al quale con maggiori probabilità si potrebbe attribuire la costruzione del palazzo, era figlio di Lars Spurinna e padre di Velthur II. La genealogia dettagliata evidenzia l’importanza della famiglia nel contesto politico e sociale dell’epoca, non solo nello stato di Tarquinia, ma per tutta la Federazione Etrusca

Velthur Spurinna, è descritto come un uomo di grande potere, attivo nella vita politica e militare dell’Etruria. La sua residenza all’Elba, un’isola di grande rilevanza strategica e commerciale, per il ferro e il controllo delle rotte marittime, sottolinea il suo ruolo centrale nelle dinamiche politiche della regione. Il palazzo, con la sua imponente struttura, sarebbe quindi una manifestazione tangibile del suo status e della sua influenza.

L’iscrizione ritrovata a Monte Castello, dipinta su un lussuoso piatto, riporta il gentilizio dei “princeps” nella forma Spurinies, mentre quella incisa su uno degli otto dolia delle dispense riporta Curunas Cretnai [Ram]tha. Il materiale epigrafico supporta l’idea che il Palazzo Spurinna Corona fosse non solo una dimora privata, ma un centro di potere, forse utilizzato per incontri diplomatici e per l’amministrazione delle terre circostanti, che facevano parte delle proprietà della famiglia e forse della Federazione. 

Nonostante la sua importanza storica e architettonica, il Palazzo Spurinna Corona è oggi dimenticato e lasciato in balia delle intemperie. Situato vicino alla Grande Traversata Elbana, uno dei sentieri più frequentati dell’isola, il palazzo non è segnalato e quindi ignorato dai numerosi escursionisti che vi passano accanto.

Questo stato di abbandono solleva importanti questioni sulla gestione del patrimonio culturale minore in Italia e in maniera più evidente all’Elba. La mancata valorizzazione di siti come questo rappresenta una perdita non solo per la comunità locale, ma per l’intera comprensione della storia antica italiana. È cruciale che vengano implementate misure per la protezione e il restauro del palazzo, incluse campagne di sensibilizzazione e la creazione di infrastrutture turistiche adeguate, che possano rendere questo sito accessibile e conosciuto.

Il Palazzo Spurinna Corona all’Elba è un esempio eccezionale di architettura italica, le cui dimensioni e complessità lo rendono unico nel panorama delle residenze aristocratiche antiche. Ê possibile supporre la collocazione di questo palazzo all’interno di una rete di potere che abbraccia l’intera Etruria, soprattutto nel V secolo, caratterizzato dai conflitti contro Siracusa, disposta a tutto pur di conquistare l’isola d’Elba.

La conservazione di questo sito è essenziale per preservare una parte importante della storia architettonica e sociale dell’Italia antica. Senza interventi adeguati, il rischio è che questo patrimonio vada perduto per sempre, privando le future generazioni di una testimonianza preziosa del passato. Dopo gli scavi iniziati a fine anni ’70 non è ancora uscita la pubblicazione, i materiali sono solo in piccola parte esposti, ed illogicamente distribuiti in diversi musei

Urge una nuova campagna di scavi, la razionalizzazione dei reperti da esporre in unico ambiente nel museo civico locale, un’ adeguata protezione e messa in valore del sito, pannellistica, e soprattutto la pubblicazione del volume col catalogo completo dei reperti. 

SPECILLUM

The Treasures of the Marciana Museum


The Specillum, the Probe of Ancient Physicians

One of the comforting aspects of discussing ancient topics is the freedom to express oneself, provided that the ancients are always taken seriously. This is because the ancients will only speak to us if we genuinely listen to them.

Ammonius Lithotomos was a surgeon in 300 BC who invented a double probe for treating kidney stones. The first probe, made of copper, tin, or bronze, had a sharp hooked tip that would go under the stone, hooking onto the opposite side. The second probe, with a pointed tip, would descend and hammer the stone, reducing it to fragments.

Aulus Cornelius Celsus, a Roman physician born in 26 BC who wrote medical encyclopedias, noted that the probe, called specillum in Latin, had four different names in Greek. This is similar to how our grandparents had many names for kitchen pots, most of which we have forgotten, except perhaps “tegame.” When there are more words, it indicates a richer culture around the subject, which in turn leads to greater knowledge and better outcomes.

The Etruscan probe, however, dates back many centuries earlier. Indeed, the Etruscans preceded others even in this field. Their medicine was highly advanced, with a vast knowledge of the effects of plants. Unlike us, they had the advantage of using entirely natural medicines.

Etruscan dentists possessed more types of scalpels, spatulas, and forceps than a modern dentist does today. Their surgical techniques were also advanced, as evidenced by the refinement of the 7th-century BC probe displayed at the Marciana Museum. The exhibit describes it as a “fragmentary bronze specillum. 7th-6th century BC.”

Unfortunately, the author of this text was unable to find a comprehensive collection of studies on Etruscan surgical instruments, possibly due to the lack of relevant volumes on Elba Island. It would have been essential to consult the “Studi Etruschi” series by Olschki and Bretschneider.

In one of his writings, Hippocrates, while listing a long series of treatments, mentions the use of a tin probe (Mele), with a loop (Tetremenen), just like ours, though he specifies that the loop should be at the tip (Akrou), whereas ours has it in the middle. We have studied hundreds of images from the web and consulted key texts on ancient surgery, such as those by John Stewart Milne and the updated version by Lawrence Bliquez, although the text by Frati and Giulierini is sold out in all online bookstores. We must acknowledge that the Marciana Museum still holds surprises. Here we find a specillum with one fine tip and the other shaped like a paddle (a straight spatula) with Hippocrates’ loop in the middle. Could it have had a dual use? Or perhaps it wasn’t a probe but another dental instrument or something else entirely? Maybe some generous archaeologist, after reading this article, will call me and reveal the mystery. If it’s not too secret, I’ll try to share it with you as well. Beware of preservatives and natural flavors! Who knows if Hippocrates also recommended them…


Di una Coroplastica Rituale

Museo di Marciana S1V3

La Coroplastica Ierofanica Micromimetica

La CIM rappresenta un affascinante ambito dell’archeologia e dell’antropologia che si concentra sulla produzione di modellini in terracotta di oggetti comuni, come brocche e tazze, destinati a scopi votivi. Questa pratica, che combina la produzione artistica con la devozione religiosa, offre uno spaccato significativo sulla cultura e la spiritualità delle antiche civiltà.

Il termine “coroplastica” deriva dal greco “koroplastes,” che indica colui che modella piccole figure in terracotta. “Ierofanica” si riferisce al sacro e al rapporto con il divino, mentre “micromimetica” sottolinea l’aspetto di riproduzione in miniatura di oggetti quotidiani. Questi modellini non erano semplici riproduzioni, ma incarnavano un simbolismo profondo, rappresentando l’uso quotidiano e sacro degli oggetti, nonché la connessione tra il mondo terreno e quello spirituale, come nel Geviert di heideggeriana memoria.

Museo di Marciana S1V3

Gli antichi utilizzavano questi modellini come offerte votive nei templi o nei santuari. Questi in foto provengono dal Santuario dell’Età del Bronzo di Monte Giove di Marciana. Erano donati al Padre degli Dei come segno di devozione, preghiera o ringraziamento. Lo stesso toponimo latino Mons Iovi, era probabilmente la traduzione di un previo teotoponimo etrusco (Tin), a sua volta forse derivato da una lingua locale di tremila anni fa. La scelta di modellare oggetti di uso quotidiano rifletteva il desiderio di trasferire la sacralità della vita quotidiana nel regno del divino, rendendo ogni azione un atto di venerazione. Il gesto profondo, meditato e rituale. 

La produzione di questi oggetti richiedeva tempo, abilità e una profonda comprensione del significato religioso. L’artista, nel modellare l’argilla, partecipava a un rito creativo che rifletteva la sua fede e il suo desiderio di connettersi con il divino.

Esempi di coroplastica ierofanica micromimetica sono stati ritrovati in diverse civiltà antiche, tra cui quella greca, romana, etrusca e dalla Mesopotamia. Ogni cultura aveva le sue specificità stilistiche e simboliche, ma il principio sottostante rimane lo stesso: la trasformazione di oggetti comuni in strumenti di comunicazione spirituale. La Consacrazione.

Museo di Marciana S1V1

La spiritualità era onnipresente nella vita quotidiana degli antichi. Attraverso l’arte di modellare l’argilla riuscivano a creare un ponte tra il mondo terreno e quello divino, tra il mortale e l’immortale. Questo approccio micromimetico alla coroplastica non solo arricchisce la nostra comprensione del passato, ma ispira anche una riflessione sul valore della ritualità e della spiritualità nella nostra vita contemporanea, dove frugalità, utilitarismo ed individualismo ci hanno resi quelli che siamo: Umani troppo umani. 

Faces of Beach Ethnonyms



Among the Iapygians[1], time was now passing more pleasantly. A great master had settled among them. It was said that he had a golden prosthetic right leg. Due to this technology, the simpler Iapygians believed he was a descendant of the first Scandinavian king, who, once deceased, had a monument erected by his people who had migrated to the Aegean, where they spread his divine cult[2].

The great master traveled on a golden board, a sort of flying skateboard, which he claimed was a gift from his nomadic Scandinavian guru friend. This friend traveled the world on the golden skateboard, telling life-changing stories to those who listened.

One day, during a memory course, a participant asked the great master to share something from his childhood as an example of how the memory he was discussing in technical terms manifested.

“I was born Elban,” he said. “In the first life I remember, six lives ago, I was born Elban. Elban was the companion of Orpheus, Jason, and Medea, in an epic journey 648 years ago[3].

In Greek, Elban can be written ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ or ΑΙΘΑΛΙΤΗΣ, and it is the name of a deme of Athens, as well as the ethnonym of the inhabitants of the Tyrrhenian islands (of the Tyrrhenian and Aegean), so it may be that it identified an ethnos of the ‘Etruscans of the islands’. Perhaps the most ancient ones, we will say, without invoking the ‘islands in the midst of the sea,’ the Mediterranean, as mentioned in the ancient Egyptian texts first recounted by Rougé, a disciple of Champollion[4].

Elban (ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ) was the onboard ambassador of the ship Argo. He was responsible for being the first to disembark at ports to initiate mooring negotiations, present the ship, and explain the reasons for the stop.

Elban certainly spoke multiple languages and must have been an all-round prominent figure, as indicated by the fact that he was the son of HERMES/TURMS/TERMINUS, the god of boundaries and measure[5].

Pythagoras, the great master of Iapygia, was indeed Elban (ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ) in a territorial sense, as his family came from a ‘northern Etruscan island,’ as remembered by the Greeks (by Aristotle, not Aristarco, see Gigon, Aristotle, vol. 3, chapter on Aristotle’s works titled Pythagoras and the Pythagoreans, unfortunately not preserved to our days)[6].

Obviously, I am not claiming that Pythagoras was Elban, nor that he actually had a golden thigh, let alone a flying surfboard gifted to him by Abaris the Scandinavian[7].

But you will admit that, without inventing anything, the little story you have just read is suitable for brightening up the sweat you are shedding under the beach umbrella or while sitting in the office[8].

Notes

1. The Iapygians were an ancient people from the Gulf of Taranto in Southern Italy.
2. Scandinavians, known for their trade in amber, sold it across the Adriatic and Aegean seas, and built a temple to Apollo, their sun god, to spread his divine cult.
3. This epic journey refers to the legendary voyage of the Argonauts.
4. Rougé, a disciple of Champollion, recounted ancient Egyptian texts that mention Mediterranean islands.
5. Hermes (Turms in Etruscan, Terminus in Latin) was the god of boundaries and measures.
6. Aristotle’s works on Pythagoras and the Pythagoreans are cited by Gigon in “Aristotle,” vol. 3.
7. Abaris the Hyperborean is a legendary figure associated with Pythagoras, sometimes said to travel on a golden arrow.
8. The narrative serves as a light-hearted story for entertainment.

(by Angelo Mazzei Di Poggio)

Etruschi delle isole

FACCE DI ETNONIMI DA SPIAGGIA

Tra gli iapigi ora il tempo passava meglio. Un grande maestro s’era installato tra loro. Si dice che avesse una protesi alla gamba destra tutta dorata, per questa tecnologia tra gli iapigi i più semplici dicevano che fosse un discendente del primo re scandinavo, quello al quale una volta morto le sue genti immigrate nell’Egeo eressero un monumento dal quale diffusero il suo culto divino.
Il grande maestro viaggiava a bordo di una tavola dorata, una sorta di flying skate, che raccontava essere un regalo del suo amico guru scandinavo ambulante, che a bordo di questo golden skate girava il mondo raccontando storie che cambiavano la vita di chi le stava ad ascoltare.
Un giorno uno dei partecipanti a un corso sulla memoria chiese al grande maestro di raccontare qualcosa della sua infanzia, come esempio di come si manifestasse la memoria della quale stava parlando in termini molto tecnici a lezione.
Io nacqui Elbano, disse. Nella prima vita ch’io ricordi, sei vite fa, io nacqui Elbano. Elbano era il compagno di Orfeo, Giasone e Medea, in un epico periplo di 648 anni prima.
In greco, Elbano, si puó scrivere ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ oppure ΑΙΘΑΛΙΤΗΣ, ed é il nome di un deme di Atene, oltre ad essere l’etnonimo degli abitanti delle isole tirreniche (del Tirreno e dell’Egeo), per cui puó darsi che fosse proprio identificativo di un ethnos degli “etruschi delle isole”. Forse proprio i più arcaici, ci limiteremo a dire, senza scomodare “le isole in mezzo al mare”, Mediterraneo, delle quali parlano gli antichissimi testi egizi raccontati per primi da Rougé, un allievo di Champollion.
Elbano (ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ) era l’ambasciatore di bordo della nave Argo. Era lui che si occupava di scendere per primo nei porti per avviare le trattative di ormeggio e presentare la nave e spiegare le ragioni della sosta.
Elbano parlava certamente più lingue, e dovette essere una personalità di spicco a tutto tondo, come ci viene ricordato dal fatto che fosse figlio di HERMES/TURMS/TERMINUS, dio del limite e della misura.
Pitagora, il grande maestro della Iapigia, era effettivamente elbano (ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ) in senso territoriale, in quanto la sua famiglia veniva da “un’isola etrusca del nord”, come ricordato dai greci (da Aristotele e non da Aristarco, cfr. Gigon, Aristotele, vol. 3, Capit. sulle opere di Aristotele intitolate a Pitagora e ai Pitagorici, purtroppo non giunte fino ai giorni nostri).
Ovviamente, non sto sostenendo né che Pitagora fosse Elbano, né che avesse davvero una coscia d’oro, né tantomeno un surf volante regalatogli da Abaris lo Scandinavo.
Ma ammetterete, che senza aver inventato niente, la storiella che avete appena letto si presti ad allietare le sudate che vi state facendo sotto l’ombrellone o seduti in ufficio.

S6 E4 – PALAZZO ETRUSCO DI PROCCHIO

Degli ultimi reali all’Elba

All’isola d’Elba c’è una storia che nessuno conosce, dell’ultimo re e l’ultima regina. Lui si chiamava Velturo* Spurinna e lei Ramessa Corona Cretani. Lui era l’ultimo re di Tarquinia, lei la principessa di Tuscania che sposandolo divenne regina di Tarquinia. Era la fine degli Stati Uniti d’Etruria, agli inizi del Terzo Secolo avanti Cristo.

Avevano un bel palazzo a Procchio, del quale rimane il rudere, qui https://maps.app.goo.gl/UoxmjqQo8xRSgaCA8

Scriveva l’archeologo che vi diresse gli scavi: “Ramtha Curunas Cretnai, forse la padrona di casa”. Peccato che nello stesso testo si dimentica della donna che governa la CASA e dice che probabilmente questo edificio era una “fortezza d’altura”, categoria moderna che non ha un corrispettivo in antico, né castrum né tantomeno oppidum, con una terminologia che rimanda nell’immaginario a una struttura difensiva dove stanno di guardia i soldati, che erano esclusivamente uomini. Questo contraddice i risultati degli scavi, che hanno portato alla luce reperti tutti tipici di un’abitazione, compresi gli oggetti rituali o votivi, che non potevano certo mancare in un palazzo reale del “popolo più religioso di tutti”. Plateale la presenza nell’edificio di almeno due stanze “femminili” dove erano disposti i telai per tessere, come dimostrano i numerosi pesi, fuseruole e rocchetti. Il nome della famiglia di lui compare in bella evidenza, non posticciamente inciso, ma originalmente dipinto, nel mezzo del fondo di un piatto di valore.

Il nome intero di lei, invece, è iscritto su una delle otto botti di terracotta contenenti grano dagli scantinati del palazzo. 

La planimetria è un modello inconfondibile di Architettura Italica, si tratta di una Domus Tripartita ad Impluvium, anche se  – rispetto alle case trovate in Maremma e nella Tuscia, – ha dimensioni enormemente maggiori. Rispetto ai 200/300 metri quadri di una villa aristocratica, il nostro Palazzo Spurinna Corona ha una superficie interna di circa 1800 metri quadrati.

Resiste all’incuria e alle intemperie, dimenticato da tutti, a pochi metri dal più frequentato sentiero dell’Elba dopo il Capanne, ovvero la Grande Traversata Elbana, e i numerosi passanti non possono sapere cos’è, non essendoci nemmeno un cartello.

*Velthur, nome ricostruito, essendo probabilmente figlio del più noto Aule e nipote di Velthur II

SUL “PANENTEOPSICHISMO” DEGLI ETRUSCHI

Il panenteopsichismo è una visione del mondo dove il divino si manifesta in tutte le cose (panenteismo) attraverso azioni, geometrie, colori e musiche, che rivelano il suo Genio (panpsichismo).
Per tornare agli antichi più religiosi tra tutti, – i celeberrimi Tirseni – erano certamente i più vicini al Genio Divino, e la loro antichissima sapienza riconosceva la gerarchia che pone l’umano mortale al di sotto dell’immortale divino.
Azioni, geometrie, colori e musiche erano coltivate e vissute in sinfonia tra loro, per cui ogni atto era cerimoniale e tutto era rituale. Parlare di elementi, luoghi od oggetti “sacri”, quando si parla di etruschi, puó rivelarsi un’endiadi (figura retorica per cui si disgiungono due parole l’una delle quali sarebbe il complemento dell’altra, come gli aggettivi indissociabili ‘etrusco’ e ‘sacro’). La vita etrusca è tutta un rituale che si svolge secondo un canone divino. Costruire una casa, una strada, una città; andare a caccia o a pesca; mangiare e bere e fare l’amore; far partorire, prendersi cura, ospitare, uccidere, seppellire, ecc. Ogni aspetto della vita etrusca è “sacro”.

Scrive il professor Adriano Maggiani in ‘Gli Etruschi e il Sacro’, edito in Atti del convegno “Hintial Il Sacro in terra d’Etruria” del 2009:

“[…] Dunque innanzitutto l’osservanza del rito. Per penetrare le ragioni e il senso di questo atteggiamento religioso, bisogna aggiungere al dossier un passo di Seneca, dal II libro delle Questioni naturali, un passo che tratta dei fulmini. Seneca sottolinea la differenza che esiste fra i seguaci della filosofia stoica, nei quali si riconosceva, e gli Etruschi, soprattutto per quanto riguarda l’eziologia e il significato delle folgori: “Noi (scienziati, naturalisti, filosofi) riteniamo che le folgori siano provocate dalla collisione delle nuvole. Loro (gli Etruschi) ritengono che le nuvole collidano per creare i fulmini”. E continua affermando che essi ritengono sia la divinità a muovere il mondo, la divinità che fa collidere le nuvole, la divinità che fa scaturire le folgori con una finalità precisa: nella folgore è contenuto un messaggio divino per l’uomo. Se gli dei, in ogni particolare fenomeno naturale e soprattutto in quelli che i romani chiamavano Portenta e Prodigia, se gli dei in tutti questi fenomeni naturali nascondono un messaggio, l’homo religiosus, che onora gli dei e che tiene alla Pax deorum, deve essere capace di interpretarlo. È necessario dunque mettere a punto una sorta di semeiotica religiosa: una “scienza” in grado di interpretare i segni degli dei. Questa scienza è la Disciplina, che gli Etruschi hanno sviluppata a partire da una dottrina rivelata e hanno codificata in libri, che gli eruditi del I secolo a.C. ancora conoscevano in traduzione e che Cicerone riassume sotto i titoli di Libri aruspicini, Libri fulgurales e Libri rituales: una raccolta complessa che ha a che fare con tutta la fenomenologia religiosa. Ma su tutti questi problemi non mi voglio soffermare: i manuali di Etruscologia ne trattano ampiamente. Qual è il terreno del dialogo con il dio: come si fa a interpretare la volontà del dio, a soddisfare il contenuto dei messaggi che il dio manda agli uomini? Il luogo di incontro principale è naturalmente il sacrificio. Nel momento del sacrificio l’uomo religioso è in grado di conoscere la volontà degli dei attraverso l’esame delle viscere della vittima sacrificata, ma è anche in grado di soddisfarne le richieste espiando eventuali colpe o rendendo grazie per un beneficio ricevuto.”

SAC-

DIONISO Lacerazione e crisoschèusi

La vita non puó essere una reclusione tra pareti difensive nel culto della sicurezza e protezione delle fragilità.

Vorrei creare una parola nuova per descrivere l’arte di non erigere muri ma riparare e rinsaldare le proprie ferite e lacerazioni: CRISOSCHEUSI

Conio questo termine dal greco ΧΡΥΣΌΣ (oro) e ΈΠΙΣΚΕΥΏ (restaurare) per rendere in occidente il concetto giapponese di KINTSUGI.

Secondo questo concetto sarebbe auspicabile per l’uomo di farsi cercatore d’ori coi quali riparare le proprie e le altrui cicatrici, piuttosto che vivere vigliaccamente evitando tutto ció che potrebbe fargli male.

Dioniso è il dio della lacerazione e della crisoscheusi, l’arte di raccogliere i propri brandelli e riprendere forma senza nascondere le fratture ma indorandole.

È nella forma del serpente (nota: prima che la Bibbia fosse scritta) che Zeus si accoppia con Persefone (cfr. post su ΦΕΡΣΙΠΝΑ o ΦERSIPNA) e genera il Protodioniso. Zagreus Meilichios, figlio non di Zeus Olimpico ma di Zeus Chthonio, una forma nominale che forse sta per Ade. Nel XV-XII secolo avanti Cristo 𐀇𐀺𐀝𐀰 ΔΙ-VUΟ-NU-SΟ, essendo Colui che torna dall’Origine Chthonia (NU) alla vita per la seconda volta (ΔΙVUO) oppure come una divinità (ΔΙΟΣ) e per altri come Albero (NUSA) Motore (ΔΙΕ), lo AXIS MUNDI, complemento di ΓΑΊΑ (Gea) ΧΘΌΝΙΑ (Chthonia).
Zagreus è il figlio di Persefone (ΦΕΡΣΥΠΝΑ, Colei che si nasconde nel sonno delle stagioni, oppure La Mietitrice dal sanscrito PARSA per grano e protoIE GUENT per mietere), concepito quando Zeus giunse a Persefone sotto forma di serpente. Zeus portò Zagreus sull’Olimpo e gli diede dei fulmini nominandolo suo erede come brontoteo. Era, gelosa di tutto, spinse i Titani ad accoppare Zagreus circuendolo con un gioco, per poi farlo a pezzi e mangiarselo. Zeus allora ne recuperó il cuore ancora sano e se lo mangió, o forse lo diede a Semele sotto forma di pozione magica. Semele muore prima del parto ma il bimbo viene recuperato e cucito alla coscia di Zeus. Ecco la resurrezione di Zagreus sotto le nuove sembianze di Dioniso, Colui che nacque due volte.
L’archeologia testimonia di iscrizioni votive nelle quali Meilichios ha la forma di un serpente. Si compivano in seno alla religione iniziatica dei Misteri delle cerimonie per evocarne lo spirito dal sottosuolo. Pausania racconta nella sua tarda Geografia della Grecia di aver visto vicino al fiume Cefisso un altare a Zeus Meilichios; su di esso Teseo ricevette il rito della catarsi dopo aver fatto fuori il furfante Sinis suo cugino. Il sacrificio di Meilichios consisteva in un rito del fuoco, un olocausto notturno celebrato in un clima freddo e buio.
Pur portando il nome Zeus, quindi Zeus Olympios, il grande re degli dei, è molto diverso da Zeus Meilichios, un personaggio decisamente chthonio, spesso raffigurato come un serpente e, come visto in precedenza, non possono essere manifestazioni diverse dello stesso dio, ma di un altro, come i diversi attributi di Tinia in etrusco lascerebbero anche sospettare. Ogni volta che si menziona un altro Zeus questi si riferisce sempre all’oltretomba. Zeus Meilichios e Zeus Eubouleus possono interpretarsi come soprannomi di Ade o altre forme di esso.
Dioniso quindi, come Semele, Persefone e Zagreus è costitutivamente impregnato di morte. Ma la sua morte è la faccia chiara dell’evento, la possibilità di una rinascita, LA RESURREZIONE.

In a aussie Bukowski-style

In Australia ‘round ’96, ’97  

there was an Italian thirty-something  

one day he drank 18 Four Eks  

and bedded three different girls.  

He rode a train for 24 straight hours  

and even laid with an Aboriginal woman.  

This poem doesn’t rhyme,  

this poem ain’t fit to publish.  

Once, he slept with a Drag Queen,  

another time, a threesome that lasted three days with two model girls.  

[anonymous]