Scienza e morale

Nella nostra incessante ricerca della verità ci confrontiamo con una questione che risuona con il nucleo stesso dell’esistenza umana. La questione dell’intersezione tra mondo accademico e società: il paradosso della pruderie nella nostra rappresentazione del passato rispetto alla nostra avversione per rappresentazioni simili nel mondo contemporaneo.

 Nel campo dei manufatti antichi, il nudo e i genitali, simboli della manifestazione illuminante del sacro, sono spesso mostrati con accademico distacco, come se fossero rimossi dai vincoli morali della nostra epoca. Ma quando rivolgiamo lo sguardo al mondo moderno, cala su di noi un velo di censura. La domanda che dobbiamo affrontare, il nocciolo della nostra indagine, è perché esiste questa evidente dicotomia.

 È preferibile riconoscere l’interazione tra ideologia e norme sociali all’interno dei paradigmi scientifici e delle stanze del mondo accademico. La ricerca scientifica, nonostante tutte le sue pretese di oggettività, non può sfuggire all’attrazione gravitazionale dei costumi sociali prevalenti. La nostra tolleranza, o la sua mancanza, per la rappresentazione della nudità e della sessualità nella modernità la dice lunga sul nostro bagaglio culturale.

Eppure, questa resistenza a se stessa, della ricerca, dovrebbe essere il cardine di ogni giudizio e metodo di condotta epistemologica. Il “viaggio nel remoto”, che sia nel tempo o nell’esotico, deve tra le altre cose portare in guadagno la smussatura degli spigoli pregiudiziali e rimodellare l’osservatore ad una maggior tolleranza. Lo studio dell’antichità in primis ha una funzione terapeutica e catartica, mettendoci a confronto con sistemi di valori e riferimenti etici totalmente diversi dai nostri. Anche per questo riteniamo che la Creta e la Sardegna dell’Età del Bronzo, e più recentemente la Cultura Etrusca, proprio in quanto moralmente più distanti dal mondo contemporaneo, siano le più interessanti da studiare per dilatare il nucleo fossile del nostro moralismo in un confronto difficile ma fruttuoso. La costruzione di un futuro sostenibile ed auspicabile parte proprio dall’arricchimento dei modi di affrontare i problemi e l’avvenire, e il Pensiero degli Antichi offre radicali rivoluzioni nei nostri paradigmi, offrendoci gli strumenti per riuscire dove coi nostri mezzi abbiamo concettualmente fallito. 

 Consideriamo l’antica massima: “La storia è scritta dai vincitori”. Nel caso dei manufatti antichi, il peso dei secoli ci ha reso meno suscettibili ai giudizi di chi li ha realizzati. Eppure, nel presente, le potenti forze del moralismo e della correttezza politica cospirano per sopprimere le espressioni crude e inalterate dell’umanità. L’atto di censurare le espressioni moderne preservando e scrutando il passato parla delle correnti sotterranee repressive della nostra epoca.

La morte violenta e la guerra sono spettacolatizzate e sdoganate moralmente, attraverso i media e la tv, ma il sesso timane il caposaldo di una certa cultura affermatasi con i monoteismi esclusivi, che ha trasformato i culti da piattaforme di relazioni diplomatiche in roccaforti di imposizione di un (dio) pensiero unico. Siamo peccatori di presunzione e soffriamo un complesso di superiorità teistica e morale, che solo serve a facilitare l’attiazione del divide et impera di chi ha interessi a generare conflitti internazionali. 

 Per approfondire ulteriormente la questione, è necessario attraversare il regno dell’ideologia, analizzare le dinamiche di potere inerenti alla conservazione dei manufatti antichi ed esaminare criticamente le motivazioni dietro questi atti di censura. Questo scavo intellettuale richiederà un’ampia bibliografia che comprenda le opere di Foucault, Butler, Adorno e Horkheimer, tra gli altri. Questi luminari della teoria critica ti aiuteranno a navigare nelle acque insidiose del potere, dell’ideologia e della censura.

Oggetto in legno ritrovato tra decine di scarpe e altri accessori in un fosso presso il Vallo di Adriano, epoca Romana

 Alla fine la ricerca della conoscenza svelerà una verità più profonda: che la pubblicazione di una foto, antica o moderna, è un riflesso del nostro inconscio collettivo, uno specchio delle ansie e del fervore moralistico della nostra epoca. Nel cercare di rispondere alla domanda centrale, ci imbarchiamo quindi in un viaggio filosofico e archeologico che svela le complessità della percezione umana e l’interazione in continua evoluzione tra storia e presente, come rotta per il futuro.


Nota filologica etrusca :

Nei testi etruschi ricorre il termine MVTV (Mutu).
Lo troviamo al nominativo Mutu in un’iscrizione da Chiusi (Cl 1.1998-2002).
È inoltre probabile che l’agglutinamento della lingua etrusca lo renda familiare al termine MVΘVNA (Muthuna). Poi ancora al genitivo MVTVAL (Mutual) sempre da Chiusi (Cl 1.318, 319). Il termine, oltre ad indicare un oggetto fallomorfo poteva indicare anche il fallo stesso, ed essere anche usato come un cognomen.
Si trova poi nelle forme MVTVI (Mutui) in (Vs 1.209, 247), MVTVS (Mutus) come genitivo del gentilizio Mutu (sia da Vs 1.136; che da Vc 2.48), e infine MVTVSA (Mutusa) patronimico ancora da Chiusi (Cl 1.2001, 2418).
Non sono rari ritrovamenti di oggetti ierofantici o strumenti ausiliari del sesso anche tra i reperti greci ed etruschi.

In latino l’oggetto viene chiamato FASCINUS, ma esiste anche la forma MUTTO. Nella foto sopra uno di legno conservatosi per quasi due millenni proveniente dalla Gran Bretagna.

Necropoli del XIV secolo scoperta a Tuna El Jahbal, Minya, Egitto


In una straordinaria scoperta archeologica, è stata rinvenuta una necropoli risalente a circa 3.400 anni fa, all’epoca del Nuovo Regno dell’antico Egitto, presso la necropoli di Tuna El-Gebel nel governatorato di Minya, in Egitto.
La necropoli, ritenuta appartenente a funzionari di alto rango e sacerdoti dell’epoca del Nuovo Regno, è stata scoperta nell’area di Al-Ghuraifa della già nota necropoli di Tuna El-Gebel da una missione archeologica egiziana guidata dal locale Consiglio Supremo delle Antichità. Si compone di un buon numero di tombe scavate nella roccia.
La scoperta è particolarmente significativa in quanto rappresenta il primo cimitero appartenente al Nuovo Regno nel 15º nome, secondo l’antica divisione territoriale dell’Alto Egitto. In precedenza, questa regione era conosciuta per i cimiteri risalenti all’Antico Regno, al Primo Periodo Intermedio e al Medio Regno.
Tra le preziose scoperte in questo cimitero appena ritrovato spicca un notevole rotolo di papiro straordinariamente ben conservato, lungo circa 16-18 metri. Studi preliminari indicano che il rotolo contiene testi legati al “Libro dei Morti”, un importante testo funerario dell’antico Egitto. Inoltre, il team di scavi ha scoperto un elaborato e colorato sarcofago di legno, ritenuto appartenente a una figlia di un alto sacerdote di Djehuti, un antico dio egizio.
L’elenco delle straordinarie scoperte non finisce qui. Gli archeologi hanno trovato vari amuleti, gioielli, sarcofagi di pietra e legno contenenti mummie, e un gruppo di figurine ushabti realizzate in ceramica e legno.
Mentre i ricercatori continuano ad analizzare e studiare queste scoperte, sperano di ottenere una comprensione più profonda della cultura, dei rituali e delle pratiche della società del Nuovo Regno.
La necropoli di Tuna El-Gebel continua a essere un tesoro di meraviglie storiche ed archeologiche.
Il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, insieme agli sforzi dedicati della missione archeologica, dimostrano ancora una volta il duraturo fascino e l’importanza del patrimonio archeologico dell’Egitto.

Tuna El-gebel
Dalle tombe
Il lungo papiro
Su un sarcofago

Zio Beppe

E UN CUGINO DA CUBA

Più di trent’anni fa scrissi un articolo su Diario, un magazine nazionale, dove raccontavo tra mito e storia le vicende e vicissitudini del fratello di mio nonno enigrato a Cuba un secolo fa.

Oggi, a Poggio, all’isola d’Elba, ho incontrato finalmente Hugo Mazzei, figlio di Nilo Mazzei, figlio di zio Beppe. Hugo tredicenne lasció Cuba, grazie ad un’opera cattolica statunitense, si trasferí in Ohio, in una sorta di orfanotrofio di bimbi cubani, poi da lí poté finalmente ricongiungersi ai suoi genitori, prima in Texas e poi definitivamente a Miami.

Da sinistra Hugo e Angelo
e Mauro alle loro spalle
Angelo e Christine Mazzei

Di seguito riporto il testo del pezzo che uscí su Diario

Cuba Libre

Angelo Mazzei, 34 anni (Poggio, Livorno)

Mio nonno raccontava che suo fratello Beppe, come gli altri fratelli Romeo e Stefano, aveva lasciato l’Elba e l’Italia nei primi del Novecento per le Americhe, Romeo e Stefano avevano raggiunto Merced e Fresno nella California centrale, e la loro ricchezza è venuta in maniera onesta, lavorando la terra, prima, e comperandola, poi. Ma Beppe no.

Beppe non era stato fatto imbarcare per gli Stati Uniti, perché nella sua fedina penale risultavano iscritti reati di pensiero: Beppe era anarchico.

Recatosi a Genova per partire con i fratelli, vistosi negare il permesso d’imbarco, Beppe non demorse, sali su di un’altra nave: destinazione Cuba. Giunto a L’Avana, continuò a esercitare il proprio lavoro di muratore, cioè mise su un’impresa di costruzioni che in poco tempo si accaparrò tutti i lavori statali. Fu così che Beppe divenne stretto collaboratore del dittatore Batista.

Ma la sua collaborazione si spinse oltre. Beppe, a poco a poco, entrò così in intimità del capo di Stato, che fini per innamorarsi di sua moglie: zio Beppe, l’amante della dittatrice. Il suo potere crebbe in maniera spropositata e finí per essere uno degli uomini più ricchi e potenti di Cuba tra il 1920 e il 1950. Poi arrivò il mitico Ernesto Che e tutto fini così com’era cominciato. In piena rivoluzione, zio Beppe, ormai vecchio, s’arrese al corso della storia, ma sua figlia cercò di scappare con il malloppo. Presa una valigia, la riempi con qualche miliardo, Poi il taxi per l’aeroporto e il biglietto per Miami. Ma la beccarono, e le tolsero turto.

Anni dopo, zio Beppe, ridotto in miseria, viveva in un bilocale a L’Avana, era la metà degli anni Sessanta. Scrisse una bellissima lettera a mio nonno Nello (anche lui anarchico), dove diceva: «Caro Fratello, insegna ai tuoi figli a pensare con la testa più che con il cuore, o forse no. Forse no, non lo so più. Hai visto dove mi ha portato la nostra idea? La nostra bella idea di libertà e giustizia? Il destino di un uomo è scritto e non lo si può correggere, sono finito qui perché volli andarmene, anche se non in America. Qui ho cominciato a pensare con la testa più che con il cuore, ma oggi che il mio cuore mi si è rivoltato contro e mi ha tolto tutto, compresi i figli che hanno lasciato il Paese, per mano di un popolo ribelle, come lo eravamo noi allora, oggi, sono povero come non lo sono mai stato, ma felice».

Lettera a Calvino

15 ottobre 1923, 1986, 2023

L’INVISIBILE E IL GIUDIZIO
Passeggiavo per Parigi in viaggio da solo, diciannovenne, come un barone rampante saltavo da un café a un metrò senza essere visto, senza che nessuno potesse sapere chi fossi. Le mie presunte colpe, il retaggio della mia genealogia, la mia ignobiltà, restavano a casa. Qui, tra l’odore dei croissant e i profumi di ragazza, l’aria aveva il gusto della conquista della libertà. Ero l’uomo invisibile, in un negozio di fiori di Danfert Rochereau, a pochi passi senza saperlo, dalla casa dove Calvino aveva abitato, facevo l’amore.

IL LABIRINTO E LA RETTA VIA
Senza GPS, senza telefonino, in quel 1986 in giro per Parigi con in tasca la carta della città. Le linee del metrò, i nomi delle strade, i numeri degli arrondissement. Tutto a Parigi è diviso in arrotondamenti, che si attraversano come in un labirinto, nel buio dei treni sotterranei, per la meraviglia della luce in cima alle scale fuori dal metrò. Ci si guarda attorno in un delizioso spaesamento, come a dire: ecco com’è questo quartiere, certo non come me lo aspettavo. Noi ci illudiamo di voler conoscere il percorso, di voler percorrere la strada più breve, invece quello che ci regala emozione ed illuminazione è il labirinto, il metrò, che ci fa andare in un posto senza farci vedere come ci siamo arrivati, e all’uscita è sempre e di nuovo un’illuminazione.

IL NULLA OÙDEN
Ovunque c’è una presunzione di futuro commista a una memoria storica. Altrove spesso manca il ricordo vivo di che cosa intendessimo dire originariamente con le parole che oggi usiamo. Nulla. Abbiamo dato una consistenza al nulla, dimenticando che significa no-unulo, senza uno, nemmeno uno. Oydé eìs, ΟΎΔΈ ΕΪΣ, ΟΎΔΈΝ. Nemmeno uno. Ad ogni angolo però, come a Roma o in altre città della memoria, qualcosa sta lì come un segnale ad indicarci i nostri errori e costringerci a ricordare. Non c’è futuro se non si fanno i conti con il proprio passato. Quando vi dicono di cogliere l’attimo e di vivere il presente, vi stanno chiedendo un Alzheimer volontario, vi chiedono di dimenticarvi chi siete e dove vi trovate, come un viaggiatore di un metrò d’ inverno che sbagli fermata e si perda in una doppia meraviglia nella luce di un luogo ignoto.

IL POTERE EFFIMERO DEI GRATTACIELI
In una certa illusione di democrazia e di progresso, in bilico tra una pellicola di Jacques Tatischeff e una di Luc Besson, così ci muoviamo invisibili sovrastati da effimeri segni di potere. I grattacieli ci guardano con potenza mai vista da altezze mai raggiunte, e mentre ci gridano in faccia quanto sono potenti, come satiri itifallici immortalati in una fredda pietra, ci sussurrrano che non staranno ritti più di un par di secoli. Il potere che si confessa, che si autoinfligge il cilicio dell’obsolescenza. Non è che non sappiamo più costruire usque ad aeternum, ma sembra che ci si accontenti di dominare lo hic et nunc, con assoluta noncuranza di tutto quel che presto ci crollerà sulle teste.

IL MONDO È UN’ENCICLOPEDIA, UNA BOTTEGA DEI FORMAGGI
Il mondo allora non è più uno engagement, non è una questione degli intellettuali come fare per cambiarlo. Beaudelaire disse monotonico: Parigi cambia. E questo è quanto. Non siamo certo noi con le parole a rifare il mondo e le città, noi possiamo solo descrivere. Usiamo il mondo come un catalogo di cose alle quali sono stati dati dei nomi, e cerchiamo di capire da dove nascono la dimenticanza, la confusione e l’ignoranza, nel dialogo tra ciò che è scritto e chi lo legge. Ecco cosa devono fare gli intellettuali, cercare il tempo perso e trovarvi i sensi smarriti del linguaggio che ci illudiamo di usare e dal quale invece siamo usati, come sponde, argini di un fiume che non sanno resistere alla piena. Se di ciò che non si può dire bisogna tacere, bisogna però parlare di tutto quello che ci si è dimenticati di dire.

I SIMBOLI COME ARCHETIPI DI UN INCONSCIO COLLETTIVO, LA NASCITA DELLA MUSEALIZZAZIONE DIFFUSA, L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE

Oltre che luogo che offre l’invisibilità all’individuale, la città di Calvino è anche esposizione totale dell’universale. Essa mette in mostra tutte le spezie che conosciamo, tutti i vini, tutti i formaggi, come una monade del mondo, raccoglie i frutti del suo colonialismo, prima, della globalizzazione, oggi, che in francese peraltro si chiama mondialisation, e li riporta all’interno delle sue mura virtuali. Urbis et orbis, la città si fa specchio del mondo, labirinto di sorprese, viaggio orfico, fuori e dentro il metrò, tra le immemori rovine e gli scheletri di Lutaetia sui quali cozzano le pale delle ruspe, e i grattacieli di Paname che vi si costruiscono sopra, scale wittgensteiniane coi vetri a specchio to heaven da arrampicarcisi per poi buttarle giù.

(A. M.)

I monumenti megalitici di Monte Cocchero (Isola d’Elba) e i probabili rapporti dell’ Elba preistorica con la Corsica

Extrait de la Collection Latomus, vol. LVIII (1962) Hommages à Albert Grenier

di Giorgio Monaco (1963)

L’Isola d’Elba, sconosciuta finora per l’archeologia di età classica (¹), lo è anche non poco per l’archeologia anteriore all’ età grecoetrusca e romana (3). Per questa parte, che diremo preistorica, sono stati raccolti molti materiali sporadici e descritti alcuni dei molti con ogni probabilità sparsi in tutti i musci del mondo (“). Lo scrivente è veramente orgoglioso di essere stato il primo ad iniziare ricerche sistematiche anche in questo campo preistorico (come ne sono in corso in campo classico) nell’ isola d’Elba, salendo, nel 1958 e 1959, silla cime del Monte Giove di Marciana ), ove, nella selletta tra i due corni della cima, à quasi 900 m. di altitudine sul mare, rinvenne una stipe votiva preistorica (di età dal bronzo al ferro) di materiali fittili ed in pietra. La ricerca ha stabilito il riferimento, con tutta probabilità, di questa stipe ai Liguri, primitivi abitatori dell’ isola d’Elba, che ha il suo stesso primo nome, Ilva (poi ripreso dai Romani, dopo la parentesi del nome greco-etrusco di Aethalia) di evidente radice figure. Ma, risultato ben maggiore, lo scrivente ha potuto avere in questo 1960, esplorando, nella zona tra Lacona e Marina di Campo, la dorsale che dal Monte Barbatoia per il Monte Cocchero e il Monte Tambone, scende a sud fino al mare. L’esplorazione, dopo diligente esame di tutta la dorsale, fu concentrata sul Monte Cocchero (Carta d’Italia dell’ Ist. Geogr. Militare, Foglio 126 II NO, Lat. nord 42°45’45”) circa: long. ovest 210’40” circa), e specialmente sulla sua vetta () a m. 319. Salendo ad essa, sin da nord, sia da sud-est, colpiscono subito l’occhio (Tav. CCXXV, fig. 1) due enormi monoliti (in granito, pegmatite, a grana grossa con cristalli (4) anche assai grossi) inclinati a più di 45 verso terra e in direzione nord-est. Giunti quasi sulla cima, questi due monoliti si presentano come parallelepipedi a lati smussati, di evidente formazione naturale, però certo drizzati dall’ uomo (Tav. CCXXV, lig. 2). Ma lo stupore di chi, alla fine, raggiunge la cima, è immenso, quando dalla vetta stessa (sulla quale svettano non solo i due monoliti, ma monoliti minori) ci si accorge di un vasto circolo di monoliti che si stende, verso ovest e sud ovest, come un anfiteatro scendente dalla vetta. La visione di questo circolo di monoliti è completa (Tav. CCXXVI, fig. 3) scendendo metri verso ovest e sud ovest. Nel vasto semicerchio (di m. 25. circa di raggio, e ben più vasto di diametro) è una vera e per 30-40 propria raccolta (fatta dalla natura, ma ordinata dall’ uomo) di monoliti e di fenomeni naturali nel granito della montagna. Non esito a dire che, a prima vista, non si penserebbe se non ad un fatto naturale, non essendo certo raro il caso di questi elementi in pietra il cui artista è la natura. Ma, esaminando attentamente gli elementi di questo circolo, si f inisce per accorgersi che molti di questi elementi (Tav. CCXXVIICCXXVIII, figg. 4,5,6,7), pur essendo formati dalla natura, hanno ricevuto perfezionamenti e adattamenti dalla mano dell’uomo, sia nella sagomatura ad incastri, sia in particolari ulteriori che l’uomo ha voluto dare a questi elementi naturali nei quali è facile riconoscere figure animali (elefanti, cetacei ecc.) e addirittura figure umane (grandi teste di uomo, corpo di fanciulla, teste di guerrieri elmati ecc.). Non si può sostenere che l’uomo abbia modellato queste figure come tali. E la natura che le ha fantasticamente modellate fino a portarle ad un grado di somiglianza tale da sollecitare l’interesse dell’ uomo a perfezionare i particolari. A vincere ogni scetticismo e a dare al ritrovamento il necessario crisma del documento archeologico, cioè indiscutibilmente umano, ha valso la ricerca di scavo effettuata tutt’ intorno, ma specialmente alla base del circolo (parte inferiore della Tav. CCXXVI, fig. 3). Sotto alcuni massi grandi e piccoli è apparso un terreno nerastro, nel quale ha subito portato attenzione lo scavatore, mettendo in luce notevoli materiali, sia in pietra (una bellissima mola granaria, Tav. CCXXIX, fig. 8), in granito, perfettamente conservata sia nella sua conca di lavoro, sia all’ esterno; un macinello di pietra verde serpentinosa (Tav. CCXXX, fig. 9, n. 1) da accoppiare alla mola granaria), sia, e soprattutto, in ceramica. Questa ultima, rinvenuta assai copiosa anche se, purtroppo, del tutto frammentaria, è prevalentemente di rozzo impasto marrone scuro e di arcioli, pentole e piatti, con prese laterali e decorazioni a striscie riportate su cui serie di intacchi o di pressioni di pollice (Tav. CCXXX, fig. 9, nn. 2, 3, 4, e fig. 10, nn. 1, 2). Tale ceramica è di evidente età tra il bronzo e il ferro, tra il 1000 e l’800 av. Cristo circa, ed è ben nota nell’ ambiente italico sia costiero sia appenninico, dalla grotta delle Arene Candide al Belvedere di Cetona. Accanto a questi frammenti ceramici di età bronzo-ferro, sono apparsi, assai più rari, alcuni frammenti di ceramica di argilla raffinata, a pareti ben più sottili, con anse piatte nastriformi (Tav. CCXXX, fig. 10, nn. 3, 4). che vanno riferiti a piena età del ferro, certo anche dopo il sec. IX-VIII av. Cristo. Non vi può essere il minimo dubbio che il trovamento della ceramica non può staccarsi dal circolo dei monoliti naturali adattati dall’ uomo, e ciò, anzitutto per il fatto che la zona è di montagna impervia, lontana da ogni abitato anche ora; e poi e soprattutto, perché la ceramica e gli oggetti di pietra non si sono presentati in un assieme che possa dare minima parvenza di abitazione, anche rupestre (ben alieno ogni elemento murario), ma bensì in una confusione frammentaria che fa pensare a un deposito, evidentemente votivo, su cui è rovinata la frana dei mussi grandi e piccoli, che, se ha risparmiato i materiali di pietra, ha rotto e frammentato i materiali fittili. Mentre è chiaro, dato il tipo di ceramica (e dato che è la stessa ceramica che lo scrivente nel 1958 e 1959 ha ritrovato mil Monte Giove di Marciana), che si tratta di resti riferibili ai Liguri che abitarono l’Elba, prima dell’ arrivo dei Greci ed Etruschi tra sec. VII e VI a.C., è necessario fare alcune considerazioni sul tipo di giacimento e sulla sua ragione proprio sulla vetta del Monte Cocchero.  Preferisco subito affrontare la spiegazione della ragione per cui per il giacimento, di cui dirò subito dopo, fu scelto il Monte Cocchero. A prima vista può colpire il fatto che questi primitivi abitatori dell’ Elba, se hanno voluto, come dirò, dare al giacimento stesso un carattere votivo-dedicatorio-religioso, abbiano proprio scelto il Monte Cocchero, modesto di altitudine (soli m. 319) e di evidenza, quando è ben noto che i Liguri, adoratori delle vette divinizzate, preferivano le montagne più elevate (i tanti Pen, Penna, Pennino di tutto l’Appennino italico), e quando all’ intorno altre montagne, quali il Monte Barbatoia e il Monte Tambone, si presentavano con maggiore elevazione e maggiore evidenza verso terra e verso mare. A me pare logico pensare che la scelta sia stata fatta proprio perchè questi primitivi elbani preistorici, come avviene a noi, furono colpiti dal fatto che la natura vi aveva accumulato molti elementi casualmente rappresentativi di figure animalesche e umane, e, presi indubbiamente da scrupoli di carattere religioso e magico, pensarono di dedicare, proprio qui, il circolo di megaliti alla divinità della vetta, recandovi devotamente le offerte votive, delle quali noi troviamo traccia nei resti ceramici e litici, dei vasi contenenti offerte e vivande e degli stessi oggetti litici dedicati, come si nota anche nella stipe del Monte Giove di Marciana, ove le offerte furono portate sulla cima della vetta stessa divinizzata, certo il Pen dell’ Elba ligure preromana. Ma i Liguri preistorici elbani devono essere stati portati a dare impronta votiva-dedicatoria-religiosa al circolo naturale del Monte Cocchero da un’ altra considerazione, che ci induce a proporre (sempre lasciando la via aperta ad ogni obiezione) derivante da più approfonditi studi e soprattutto da più larghe ricerche) di mettere in contatto l’Elba dell’ epoca colla vicina Corsica. In Corsica infatti, già nel secolo XIX, ma specialmente in questo nostro secolo, sono stati notati e studiati gli interessantissimi monumenti megalitici, che datano dalla fine del III alla fine del II millenio avanti Cristo, con l’evoluzione di tre epoche, attraverso le quali è chiaro un influsso sulla vicina Sardegna (giustamente sostiene il Grosjean) e certo anche sulla pur vicina Elba (aggiunge lo scrivente). I Liguri elbani preistorici devono aver visto in Corsica questi monumenti megalitici e anche la loro disposizione in circolo, ad es. a Filitosa; devono esserne rimasti assai colpiti, pur essendo le loro divinità non antropomorfe; e devono aver cercato di dedicare qualcosa di simile, nella loro isola, nell’ anfiteatro naturale ovest del Monte Cocchero, Colpisce, in questo senso, la somiglianza tra i monoliti a parallelepipedo del Monte Cocchero (Tav. CCXXV, figg. 1, 2) e quelli di Filitosa (figg. 2, 3, 23, 24 del lavoro del 1960 di R. Grosjean). Gli elbani preistorici devono essere stati trattenuti dal dare, a questi monoliti, precise sembianze (come invece fu fatto, a scopo probabilmente funerario, in Corsica, in ambiente, tra l’altro, che riterrei più celtico che ligure), sia dalla loro assoluta inesperienza artistica, sia, e soprattutto, dallo scrupolo di non dare alla divinità (che per essi era astrattamente la vetta dei monti) o anche solo al defunto (come avveniva in Corsica), precise forme umane. E ciò accontentando, cosí, il loro evidente desiderio di avere qualcosa di simile a quanto visto in Corsica, e insieme lo scrupolo religioso di non variare, almeno per allora, le loro credenze religiose.

[trascrizione a cura di Angelo Mazzei da un testo gentilmente fornito da Silvestre Ferruzzi]

Note, con molti errori di scansione, da rivedere

1) Sono ora in corso importanti ricerche alle ville romane delle Grotte di Portoferraio e del Cavo, con risultati grandiosi, che superano ogni aspettativa, da parte dello scrivente, che quanto prima darà un primo rapporto in merito. Molti rinvenimenti sporadici sono stati fatti, di età greco-etrusca e romana, in tutta l’isola (per l’età greco-etrusca limitatamente alle scorie di lavorazione del ferro), ma prima d’ora nessuna ricerca sistematica era stata iniziata. Procedono, parallelamente a queste prime ricerche anzidette, i lavori dello scrivente per raccogliere, dalle notizie del passato e da esplorazione diretta sul terreno, tutti gli elementi per la carta archeologica dell’ isola.

(2) Alcuni lavori di raccolta di materiali e notizie furono fatti da R. FORESI, Dell’ età della pietra all’ isola d’Elba, Firenze, 1865; Sopra una collezione di oggetti anteistorici trovati nelle isole dell’ arcipelago toscano, Firenze, 1867 e Nota di oggetti preistorici inviati al prof. Luigi Pigorini, Firenze, 1870, e da D. DEL CAMPANA in Rivista di speleologia ed idrologia, VI, 1910, pp. 20 ss., ma soprattutto da A. GORI in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, LIV, 1924, pp. 89-116. Per l’età greco-etrusca, si veda V. MELLINI in Bull. paletn. ital., V, 1879, pp. 84-90 e G. Q. GIGLIOLI in Studi Etruschi, II, 1928, pp. 49-54. Per materiali preromani e romani nei musei di Livorno, Ginevra e Reggio Emilia, vedi rispettivamente P. MANTOVANI, Archeologia e numismatica, Livorno, 1892; Annali dell’ Instituto di corrisp. archeol., LVII, 1885, p. 38; Catalogo della Mostra di ori e argenti dell’ Emilia antica, Bologna, 1958, pp. 27, 110, 114.

(3) L’asserzione non è vaga, poichè è ben noto che l’isola d’Elba ha dato materiali a tutte le collezioni mineralogiche di tutto il mondo ed è molto probabile che col materiale mineralogico sia emigrato dall’ isola non poco materiale preistorico, specialmente litico, ma anche metallico. (1) Su questa mia primia ricerca è in cono di pubblicazione un mio scritto in (2) La ricerca è stata grandemente facilitata (direi aperta) dal mecenatismo, intelligente e appassionato per l’archeologia, di persona che non vuole enere nominata, ma alla quale tutti all’Elba guardano come a quella di un pioniere illuminato della valorizzazione dell’isola.

(3) R. SARBARIS, Inumi al del Elke in Rand. Lat. lombarde e lett, LILII. 1919-20 17-18 dell’ estratto, dice che Munte Cocchero significa monte di forma conica (che all’incirca il Cocchero ha) (4) Su questi speciali graniti vedi A. Mani, Sguardo alla groingia dell isola d’Elba in La Prestia di Licorn, genn-febbr. 1960, p. 1 dell’ estratto (1) Roger GROSIRA in Elades or, 1955 & 1958; in Science at auir, déc. 1956 in Gallia, Prehistone 1998; in Rose ansk, 1959: e soprattutto Filiates protohistoriques de la salle de Tara, Paris, 1960. R. GROSJEAN (che ha visto questo circolo del Monte Cocchero in questa stena estate 1960) promette un lavoro sui megaliti corsi in Maner mm. Find Piat, nel 1961, (1) Altri monumenti megalitici sono in via di accertamento all’ isola d’Elba, ai Moncioni del Calle Reciso e nella zona di Ponte e S. Andrea. Il perfezionamento di tali ricerche porterà anche a un più completo lavoro dello scrivente sul megaliti e probabili rapporti colla Corsica.

SULLE NEUTRE VERITÀ


I CASI DI ETRUSCHI ED EGIZI SOTTO LO SGUARDO NAZISTA

Nell’epoca del Terzo Reich, l’ideologo nazista Alfred Rosenberg promosse un’interpretazione distorta della cultura etrusca, affermando che fossero un popolo “straniero” e accusandoli di aver contribuito all’indebolimento della cultura romana. Questa visione venne presentata come una teoria scientifica, seppure non ne acesse le basi.
All’interno di questo contesto ideologico, il declino dei Romani patrizi fu attribuito al fatto che si erano mescolati coi plebei e all’influenza negativa che la cultura etrusca avrebbe esercitato su Roma. Questo concetto si sposava perfettamente all’ideologia nazista, che promuoveva l’idea che le culture europee fossero originarie del nord, con il nord considerato la presunta patria dei Teutoni. Questa manipolazione della cultura etrusca a fini politici rappresenta solo un esempio di come l’ideologia politica puó influenzare la percezione storica e culturale, portando a interpretazioni errate e pericolose della storia. Questo fenomeno non fu una prerogativa nazista circostanziata a quell’epoca, la storia è sempre una delle interpretazioni possibili che si impone sulle sue alternative. Anche oggi noi raccontiamo a noi stessi la storia che ci fa più comodo, e non esiste una narrazione neutra, determinata quanto meno dalla propria etnia o geolocalizzazione.
Durante il nazismo anche l’egittologia fu motivo di fervide discussioni. In un contesto dove l’ideologia razzista dominava, alcune tra le voci più autoritarie – come quella di Helmut Berve, principale storico antico del Terzo Reich e rappresentante del regime nazista a Lipsia, – fecero affermazioni contro lo studio del vicino Oriente antico e delle culture “estranee”. Berve sosteneva che lo studio delle culture ritenute “straniere” e “incomprensibili” in natura non avesse diritto di esistere se non poteva essere completamente razionalizzato. Questo atteggiamento portò a una condanna implicita dello studio delle culture extranazionali.
Le conseguenze di questa ideologia si riversarono sull’egittologia, e già nel 1933, con l’espulsione degli studiosi ebrei, la Germania perse il suo primato in questo campo. Influenti storici antichi come Leopold Ranke ed Eduard Meyer si schierarono contro la storiografia globale e l’approccio ai popoli considerati “stranieri”.
Non solo gli Etruschi quindi, ma anche gli Egizi, furono oggetto di emarginazioni ideologiche durante il Terzo Reich, con l’egittologia che subì la perdita di studiosi di valore e il declino delle ricerche in Germania. Anche se questo periodo rappresenta davvero una delle pagine più oscure della storia della ricerca storica e ci invita alla prudenza e a non lasciarsi trascinare oltre misura dalle nostre idee, al di là delle influenze ideologiche, dobbiamo sempre tener presente che anche in ambito scientifico, ogni ipotesi che prediligiamo e ogni tesi che sosteniamo sono sempre atti politici, prima che neutre verità.

PERONE, TOPONIMO GRECO?

MONTE PERONE, Isola d’Elba.

Un toponimo greco ?


Gli Etruschi erano noti per la loro avanzata cultura, arte, e scrittura peculiare, nota come alfabeto etrusco, che ha dato origine a tutti gli alfabeti europei già prima del latino difguso dai Romani. Gli Etruschi avevano una forte influenza sulla civiltà romana, contribuendo a diversi aspetti religiosi, politici, culturali ed architettonici, e molte famiglie patrizie di Roma erano di origine etrusca. Nella loro fase protostorica, prima dell’avvento della scrittura alfabetica, gli Etruschi sono chiamati dagli archeologi contemporanei col nome convenzionale di Villanoviani. In questa fase più antica essi sono considerati come una cultura pre-etrusca o come etruschi non ancora completamente sviluppati. Fiorirono nell’Italia settentrionale durante l’età del ferro, tra il X e l’VIII secolo a.C. La loro cultura è conosciuta per le caratteristiche urne cinerarie decorate e per le pratiche funerarie complesse, che rappresentano importanti indizi della loro società e religione.
Anche presso il Museo di Marciana all’isola d’Elba si trovano reperti “villanoviani” tra i quali una bella fibula.
L’Arco Serpeggiante è un tipo di fibula, una spilla di cerniera utilizzata per chiudere i vestiti. Questo tipo di fibula è noto per il suo design elaborato e sinuoso, che ricorda la forma di un serpente o di un drago. L’Arco Serpeggiante è particolarmente associato agli Etruschi e ai loro ornamenti, spesso trovati nelle loro tombe. Questo stile di fibula ha avuto un impatto significativo sulla moda e sull’arte dell’epoca.
Il termine greco περόνη (peronē) si usava per questa spilla. Fibula è la parola corrispondente utilizzata dagli archeologi come termine tecnico per designare questo elemento del vestiario antico.
περόνη (perónē): fibula, perno o linguetta di una fibbia o spilla, o la fibbia e la spilla stesse. Cardine, perno, rivetto, bullone, rivetto nel pilum romano. In anatomia: pèrone, osso del polpaccio; in zootomia: legamento sotto il ginocchio del cavallo, escrescenza, epifisi; e al plurale: ossa steccate.
Deriva dal verbo πείρω (peírō):
io foro, buco, passo attraverso (in senso figurato), mi apro.
Dal solito protoindoeuropeo ricostruito *per-, che abbiamo visto già molte altre volte, come in periplo, porta, sportella, porto, ecc.
In Italia, oltre a Monte Perone, c’è anche un Porto Perone, in Puglia, in un Parco Archeologico con ritrovamenti che datano fino alla prima età del Bronzo. Pare che a Monte Perone, all’isola d’Elba ci fosse una miniera di rame, fu cercata anche agli inizi del ‘900 ma senza successo. Sembrerebbe possibile un’ etimologia dal greco περόνη anche per la montagna in questione, magari a causa della sua forma, che potrebbe richiamare quella di una fibula ad arco, oppure per il senso più ancestrale di “valico”, passo montano, attraversamento.

MVRINA

Murina, la Regina delle Amazzoni e le connessioni etrusche con Lemno

Nel mondo dell’antica mitologia e della storia, il nome “Myrina” risuona come quello di una potente e leggendaria regina delle Amazzoni. Ma ciò che potrebbe sorprendere molti è la connessione tra questa figura mitica e la lingua etrusca, nonché la sua presenza sull’isola di Lemno, che ospita una città chiamata Μυρινα (Myrina).

Le Amazzoni erano una tribù di guerriere leggendarie, spesso descritte come donne coraggiose e abili nella lotta. Myrina era una delle loro regine più famose. Secondo le leggende, Myrina comandava un esercito composto da 50 mila donne, 30 a cavallo e 20 a piedi. Erano addestrate in particolare nell’arte dell’equitazione, vista la sua importanza in guerra.

Indossavano armature fatte di pelli di serpente, per la presenza di serpenti giganti in Africa, la loro terra d’origine. Le armi delle Amazzoni includevano spade, lance e archi, ed erano davvero capacissime ad usarle, sia per l’attacco che per la difesa. La loro regina Myrina, guidò le Amazzoni in diverse campagne militari, incluso un attacco alla città di Cerné.

Raffigurazione della Regina Myrina

Ma che c’entra la lingua etrusca con questa mitica Signora? Nella lingua etrusca, il nome “Murina” è molto ricorrente, anche nelle sue declinazioni, come “Murinals” e “Murinei.” È possibile che il nome “Myrina” e il suo equivalente etrusco “Murina” abbiano qualche connessione storica. 

Altre assonanze possono essere trovate sull’isola dei Tirreni nel Mar Egeo, Lemno. Qui, si trova una città chiamata Μυρινα (Myrina), omografo di Myrina, Regina delle Amazzoni. Gli etruschi erano un popolo noto per la loro navigazione e il loro commercio in quei mari, non è peregrino ipotizzare che abbiano contribuito alla toponomastica locale.

La storia di Myrina, la Regina delle Amazzoni, è affascinante per molti aspetti. La sua figura leggendaria continua a intrigare gli appassionati di mitologia e storia antica. La possibile connessione tra il nome “Myrina” e i nomi simili in etrusco, insieme alla presenza di una città chiamata Μυρινα sull’isola di Lemno, fornisce affascinanti suggestioni sulla diffusione dei nomi e delle culture nell’antichità. Potrebbe essere un altro esempio di quanto interconnessi fossero i diversi popoli, influenzandosi reciprocamente con scambi di storie ed elementi linguistici.