POPULONIA SARDA, CORSA, ELBANA?

di Angelo Mazzei (Custode del Museo Archeologico di Marciana)

Spunti di riflessione per appassionati di etruscologia e storia dell’Elba.

Nuragici tra Elba e Populonia
LE FABBRICHE DI BRONZO
La nota 39 e il Mirabilibus della scuola aristotelica.
INTRODUZIONE (seguirà post CAP. 1)

di A. M.

Prima di cominciare a parlare premetto che darò per scontato molte cose che pretendono una buona conoscenza della protostoria dell’isola d’Elba, di Populonia, della Corsica e della Sardegna. Quattro argomenti che difficilmente si trovano collegati in maniera approfondita in un solo autore. Per riuscire nell’impresa, ho cercato di ridurre al massimo la bibliografia essenziale, riferendomi esplicitamente a due soli testi, in modo da rendervi possibile leggerli entrambi.

Il primo testo che dovreste leggere è di una rinomata studiosa di protostoria ed etruscologia, la professoressa Gilda Bartoloni. Ci servirà a capire che non sono semplicemente io da solo ad aver notato certe cose, ma tutti, a partire da Minto e Pallottino. Vi aiuterà a capire il legame tra la zona dell’Etruria che la collegava alla Sardegna (passando per l’Elba). Se vorrete approfondire, in seguito vi suggerirò alcune letture, tra le quali dei testi di G. Camporeale (sulla Vetulonia “nuragica”).
Lo trovate qui:
https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://www.bibar.unisi.it/sites/www.bibar.unisi.it/files/testi/testiqds/q47/04.pdf&ved=2ahUKEwjy27a9yMPrAhWBUhUIHWlGBekQFjABegQIBBAB&usg=AOvVaw1ou-zbgUcQn-YIV-yy12Os

Il secondo testo è invece dell’archeologo che più di ogni altro ha studiato l’Elba protostorica dai tempi di G. Monaco. Si tratta di Michelangelo Zecchini, che in un breve scritto sostiene la tesi (che condivido) di una produzione metallurgica di bronzi elbani tra X e VIII secolo almeno.
Lo trovate qui:
https://www.academia.edu/38461149/COLLE_RECISO_E_ALTRI_COMPLESSI_DI_BRONZI_LA_METALLURGIA_ALLELBA_FRA_X_E_VIII_SEC_A_C_pdf

Per il testo della Bartoloni, mi limiterò qui a riportare alcuni passaggi che reputo importanti. Su tutti la nota a piè di pagina numero 39.
La nota 39 di Gilda Bartoloni ci parla chiaramente di una Populonia a metà tra il villanoviano e l’ilvatico (lei parla di nuragico, ma noi sappiamo bene dell’architettura ellittica delle capanne litiche del bronzo finale e della tipica sepoltura “all’elbana”, cioé a fossa con ghiaie di mare, in secoli nei quali in Italia si praticava l’incinerazione in urne e a partire dal VIII-VII secolo si passò alle tombe a camera.

La scoperta delle tombe a camera villanoviane di Populonia diede lo Spunto per un repentino vivace dibattito. Sul tentativo di collegarle con le tombe a forno italiche dell’età del bronzo, o con le capanne a cupola conica, o ancora agli
ossuari a forma di capanna prevalse la connessione con il mondo egeo. Molti studiosi ponendo la cronologia di queste tombe al passaggio tra il periodo villanoviano e orientalizzante, le utilizzarono come ulteriore prova dell’origine
orientale degli Etruschi. Più recentemente il riferimento all’ambiente miceneo viene ripreso da Giacomo Caputo (1974), a proposito delle tombe a pseudocupola del medio val d’Arno ribadendo il ruolo dei Micenei In Occidente tracciato da Giovanni Pugliese Carratelli con la definizione di ano stanziamento miceneo a Pisa (1958, p. 219). Ad un collegamento con i monumenti nuragici, del resto già effettuato negli studi ottocenteschi a proposito della Tanella di Pitagora,
accenna Massimo Pallottino già nelle prime edizioni di Etruscologia (1947): [6] «Si potrebbe», dice, «anche esaminare se la costruzione a pscudocupola, tipica dell Etruria marittima settentrionale non sia da considerare in rapporto ai
nuraghi sardi», ipotesi ribadita nel 1972, (PALLOTTINO 1974, p. 72) a proposito delle tholoi del Valdarno, affermando che: «È probabile e storicamente ragionevole che le risorse minerarie della zona abbiano attirato sin dall’età del bronzo elementi propri del Mediterraneo orientale favorendo forse la loro conservazione fino alle culture degli albori dei tempi storici nel senso di “centro di sviluppo industriale” a suo tempo luminosamente indicato da Hawkes per Populonia. Ma non si può neppure del tutto trascurare la questione degli stretti rapporti intercorsi tra queste zone e la Sardegna nuragica fondamentalmente caratterizzata dalle strutture a tholos». All’ambiente sardo fa riferimento anche Luciano Laurenti (1958, p. 208) per le costruzioni a cupola etrusche, datate un po’ troppo in basso, cioè tra la metà del VII e quello del Vl secolo a.C., e considerate tentativi maldestri e frutto di una tecnica appresa affrettatamente, non diffusa e
non sentita. Lo studioso ritiene «che non si possano ricollegare con la grande esperienza egea; penso invece che la tecnica sia stata insegnata in Etruria da qualche muratore della Sardegna, dove l’arte di costruire volte e cupola a filari
aggettanti ebbe un ultimo meraviglioso rigoglio» gli stretti rapporti tra Sardegna nuragica e Etruria mineraria villanoviana (BARTOLONI, DELPINO 1975; GRAS 1978; LO SCHIAVO 1981; LO SCHIAVO, RIDGWAY 1987; BARTOLONI 1991; 1997), messi in luce nell’ultimo ventennio hanno dato maggior impulso, a questo, collegamento (COLONNA 1976, p. 5, 1986, pp. 389-390, da ultimo NASO 1996, pp. 84-85, n. 44).

Per il testo di Zecchini, l’accento va sulle Asce Villanoviane della Gneccarina, che chi ha frequentato il museo nel quale lavoro, conosce bene, e chi non lo ha fatto può venire a vederle e sentirne la storia. La mia idea è stata da subito chiara: un possessore è colui che possiede una o due asce, spesso neanche uguali tra loro; un produttore è uno che ne ha almeno quattro o cinque pressoché identiche tra loro – come nel caso delle nostre. Non sono poi io a dire che le asce, dopo aver cercato per mari e per monti in libri in svariate lingue e su svariate epoche, non assomigliano in maniera lampante alle asce di nessun altro luogo. Cosa che fece dire a Carancini nel suo testo sulle asce in Italia pubblicato nei Prähistorische Bronzefunde, che si trattava di ASCE DI TIPO ELBA.

Questa ricerca s’incrocia con la questione del famoso Bronzetto d’Offerente trovato dal signor Agarini nella zona di Latrani ed esposto al MANN di Napoli.

Nuragici tra Elba e Populonia
IL RAME E IL BRONZO
da un accurato studio di Chiarantini

Scrive CHIARANTINI 2018:
(gli asterischi sono le mie note, A. M.)
Il già menzionato De mirabilibus auscultationibus di Pseudo-Aristotele, afferma che: “In Etruria ci è detto essere su un’isola di nome Aethaleia*, una miniera dove nei tempi antichi si scavava il rame, dalla quale si dice che fossero realizzati tutti i loro vasi di rame; che poi potrebbe non essere stato più trovato: ma, trascorso un lungo periodo**, dalla stessa miniera è stato prodotto il ferro***, che gli Etruschi, che abitano la città di Populonia, usano ai nostri giorni” (Sal. Arist., Mir, 93,). Anche se il significato e l’interpretazione di questo testo sono state l’oggetto di un acceso dibattito (vedi Corretti e Benvenuti, 2001) e le presenti dichiarazioni devono essere valutate in modo critico, si può ammettere che l’anonimo scrittore, o la sua fonte, ha ricordato dell’esistenza, sull’isola di “antiche” miniere di rame, probabilmente in anticipo sullo sviluppo urbano di Populonia, cioè, prima della fine VIII, metà VII secolo a.C. (Corretti 2004a, 2004b)****. Anche se uno dei primi depositi ricchi di rame dell’Isola d’Elba, il sito sepolcrale di Grotta San Giuseppe a Rio Marina, risale al tardo Eneolitico (fine III millennio a.C.-inizio II millennio a. C.: Grifoni Cremonesi, 2001)***** molti altri (es. San Martino, Pomonte, Santa Lucia, Colle Reciso, Cima del Monte, ecc.) hanno una cronologia più giovane (IX-VII sec a. C. ). La vicinanza ad alcune proiezioni di rame (Fig. 3a) alcuni di questi siti possono suggerire che in quel periodo potrebbe aver avuto luogo uno sfruttamento dei minerali di rame elbano (ad esempio, FBA-EIA). D’altra parte, a Santa Lucia scorie di rame sono state descritte da Simonin (1858); purtroppo, non si sono conservate fino ad oggi e non sono disponibili per lo studio. Inoltre, uno stampo (per la fusione di rame/bronzo?) è stato recentemente segnalato da Colle Reciso (Acconcia e Milletti, 2015).

* nelle mie traslitterazioni troverete sempre Aithalia, senza le “e”, superfluo spiegarne le ragioni.

** un periodo di secoli, dato che Aristotele (o un suo allievo) parla dal 350 av. Cr. circa, riferendosi al passaggio tra età del bronzo ed età del ferro ante litteram, tra X e VII secolo circa. Personalmente mi pare possibile che la federazione dei Dodici Popoli si sia formata proprio per stabilire delle regole sullo sfruttamento del metallo dell’Elba, “oro nero” di quei tempi, che logicamente doveva essere “spartito” tra tutti i membri dell’Unione Economica Etrusca, un po’ come gli odierni fondi europei, se mi è consentita la battuta. L’Elba (e forse Populonia stessa) avrebbero fatto parte di un Distretto Federale (una teoria per ora tutta mia, purtroppo, in attesa che se ne persuada qualche archeologo, etruscologo e/o “ilvatologo”).

*** Ne ho parlato in maniera approfondita altrove in un saggio “La Grotta di Aristotele”. Si tratta della Grotta del Rame (cfr. località Ginepro, Miniere di Calamita).

**** Corretti tende ad abbassare di molto l’inizio dell’età del ferro in Italia. Per come la penso, vedo l’intenso sviluppo economico e sociale di Populonia come successivo alla scoperta e lo sfruttamento del ferro. Cosí come la crescita culturale esplosiva della civiltà etrusca a inizio VIII secolo secondo me implica un boom economico che la preceda di qualche decennio, boom che a sua volta considero strettamente legato al ferro e alla rivoluzione agro-industriale che mette in atto con le fabbriche di strumenti agricoli, che fino ad allora erano realizzati in materiali più pesanti o più fragili. Non credo plausibili nemmeno le ipotesi che il ferro sia stato sfruttato prima da miniere non elbane e solo molto tempo dopo dall’Elba.

***** Come attestato anche dalle ossidiane delle tombe degli scheletri (cfr. S. Ducci) l’Elba risulta al centro settentrionale delle rotte mediterranee già almeno dal 1800 a. C.
Peccato, che- come ricorda Pagliantini in Aithale, n. 204 pag. 133, lo studio di Chiarantini e altri sul rame della grotta di San Giuseppe a Rio non sia stato pubblicato, in quanto gli isotopi di piombo (206, 208, ecc. che si usano come indicatori comparati per stabilire approssimativamente la provenienza del rame) erano praticamente assenti; peccato.

Nuragici tra Elba e Populonia
I GUERRIERI
Due considerazioni di Lo Schiavo e Bartoloni da interpretare

Ci sono due passaggi sulle tombe “villanoviane” dell’area populoniese (antecedenti la fondazione della città etrusca unita, pertinenti alle aree sepolcrali di San Cerbone, Poggio delle Granate, P. del Telegrafo, P. del Molino) che prendendoli per buoni e mettendoli assieme ci offrono degli sviluppi ermeneutici con vari scenari ipotetici.

Uno, quando la Lo Schiavo, in riferimento a Fedeli (1983 pag. 86) dice di non essere d’accordo con chi ritiene il rito incineratorio un indicatore di anteriorità (2011, nota 43). Quindi, la cremazione e la sepoltura dei cadaveri, coesistono per un certo periodo, e puó essere che quest’ultimo rito possa essere in alcuni casi anteriore al primo.

Due, quando Bartoloni dice che la cremazione prevale nel caso che il defunto sia un guerriero. Affermazione empirica che non si deve esaurire pensando che riguardasse la classe dei guerrieri (ci sono anche bambini cremati, per esempio), ma mi fa pensare piuttosto che guerrieri siano un gruppo sempre in movimento, distinto, forse anche per etnia, dagli inumati (a loro volta distinti in sepolti a fossa e sepolti a camera).

Si potrebbe pensare ad alcune cose, – che se questo testo che scrivo fosse in ambito accademico andrebbero taciute, come si è tenuti a fare con le intuizioni non deducibili direttamente da alcun dato che le corrobori – ma essendo al momento solo un post sui social, ci si puó dissociare per un momento dal primo comandamento di ogni buon accademico delle antichità, l’ovidiano GRAVIS EST CULPA TACENDA LOQUI, è una grossa colpa parlare di quel che si dovrebbe tacere.

Fatta questa debita premessa, vorrei ricordare per l’ennesima volta il più grande uomo di cultura italiano dei tempi di Sant’Agostino, che era Mauro Servio Onorato (che non possedeva navi né giornali).

Servio (per gli amici) è famoso per essere stato il portentoso grammatico che redasse le opere complete di Virgilio corredate di ampie ed approfondite note, dette “commentari”.
Riguardo ai passaggi su Populonia, Servio riporta con estrema chiarezza tutte le notizie storiche in suo possesso sulle origini della città.

QUIDAM DICUNT – POST XII POPULOS IN ETRURIA CONSTITUTOS –
Secondo alcuni – dopo che si erano costituiti (la confederazione dei) dodici popoli/stati in Etruria –
POPULONIAM POPULUM EX INSULA CORSICA IN ITALIAM VENISSE ET CONDIDISSE
Venne in Italia un popolo dall’isola di Corsica e fondó Populonia

(poi Servio riporta ALTRE versioni, come se fossero alternative, invece possono essere compatibili e complementari a questa prima)

ALII POPULONIAM VOLATERRANUM COLONIAM TRADUNT
Altri riportano Populonia colonia di Volterra. Potrebbe benissimo essere che la zona dei villaggi corsi (ed elbani) di Populonia sia stata conquistata (con guerrieri) dai Volterrani, che quindi hanno fondato la vera e propria città etrusca, e che per un lungo periodo abbiano convissuto tra loro, prima di imporre il dominio etrusco.

ALII DICUNT VOLATERRANOS CORSIS ERIPUISSE POPULONIAM
Altri dicono che i volterrani strapparono Populonia ai corsi (ed elbani).

Ne emerge che Populonia fu dapprima fondata da un popolo che veniva dalle isole e poi conquistata da Volterra, quando già la federazione etrusca era stata costituita. Rimane da capire se in effetti le culture delle isole (sarda/corsa/elbana) siano state determinanti nella crescita della civiltà etrusca e in che modo.

La questione delle sepolture, al di là delle mie elucubrazioni, andrebbe studiata ed approfondita, oltre che in un confronto con gli archeologi francesi dalla Corsica, con l’intrapresa di una serie di campagne di scavo all’isola d’Elba per l’età del bronzo, soprattutto mirando a XI-VIII secolo.

Le ipotesi nuragizzanti su Vetulonia di G. Camporeale furono forse troppo estreme, è vero, ma estreme sono pure quelle in auge che puntualmente rinunciano a uno studio approfondito bilaterale su GLI ETRUSCHI E LE ISOLE da un lato, e GLI ISOLANI E L’ETRURIA, usando l’inesplorata (inescavata) Elba come trait-d’union.

Ancora dal Museo di Rio
ISOLA DEL BRONZO

Superate le prime deliziose vetrine interamente dedicate all’eneolitico (Grotta di San Giuseppe, post precedente) entriamo in epoca successiva e in siti geograficamente più distanti da Rio. Siamo perlopiù a Cima del Monte, sopra il Volterraio, e a Colle Reciso. Queste collezioni integrano quelle che potete ammirare in sala 1 al nostro museo (Marciana) provenienti dalla zona del Monte Giove e dintorni e Valle Gneccarina.

Gli elbani dell’età del bronzo vivevano soprattutto sulle cime dei monti, almeno a giudicare dalle testimonianze archeologiche.
Nei dintorni del Monte Capanne, reperti in bronzo importanti provengono dalle valli sopra Chiessi e Pomonte, ceramiche, pesi da telaio e vaghi d’ambra dalla Madonna del Monte e dintorni, come detto. Nella stessa epoca a parte tracce da San Piero e dal Calamita, i due siti più ricchi sembrano essere Cima del Monte e Colle Reciso, appunto. Molti oggetti scavati dal Professor Foresi negli anni ’60 dell’ 800 furono da lui non meglio localizzati come provenienti da un ripostiglio a San Martino, a seguito dell’aratura di un campo da parte di un contadino locale.
Ai contadini non è mai convenuto un granché fare scoperte archeologiche, perché i loro nomi non vengono praticamente mai riportati. Nessuno vuole sapere il nome del contadino di San Martino, del carbonaio di Chiessi o del pastore di Poggio. Se invece era un signore, anche se non archeologo, allora il suo nome veniva fatto eccome.

L’oggetto più impressionante è una fibula gigante, le sue dimensioni sono davvero incredibili. Il reperto visto sui libri in foto non rendeva giustizia, vederlo da vivo mi ha fatto letteralmente sobbalzare. Un conto è leggere su un testo “fibula in bronzo dimensioni 16,5cm” e un altro è vederne la grandezza spropositata coi propri occhi. A cosa sarà mai potuto servire uno spillone cosí? Sarebbe la tipica domanda ingenua del visitatore sprovveduto, alla cui tenerezza a volte capita che neanche gli esperti sappiano rispondere.
Ci sono pennati, asce e altri frammenti, tutti lí quasi a testimoniare la stracitata frase di Aristotele o di un prof del suo Liceo che “tutti gli oggetti in bronzo dei tirreni (etruschi/italici) erano realizzati con rame dell’Elba”.
E pochi metri più in là eccola scritta anche sul pannello didascalico informativo proprio sopra il fibulone.
Con la giovane e sapiente guida (tesina sulla Val Camonica rupestre e tesi magistrale sui dipinti secenteschi raffiguranti Eraclito e Democrito) non si rischia di perdersi, se non nel suo sguardo a metà tra il dark punk di Lydia Lunch e la Uma di Kill Bill 2.
La collezione di bronzi del museo archeologico di Rio è davvero straordinaria, anche se il museo meriterebbe più visite ma la segnaletica nel paese e sulla circonvallazione è praticamente assente, il Sindaco dovrebbe porre rimedio. Trovo assurdo che ci siano più visitatori ai musei di Napoleone o dei minerali che in questo affascinante viaggio nella storia e nella preistoria ricchissima di questa sbalorditiva isola.
Un pezzo di arenaria usato come forma fusoria (stampo da fusione) del rame trovato da Foresi nel 1860 circa a Colle Reciso, mi intriga, ma non ne faccio un post esclusivo, perché per Acconcia è un sí, per Corretti è un falso (vorrei chiedere ad Alessandro perché mai uno dovrebbe peritarsi a falsificare un reperto del genere per di più frammentario), Zecchini dice che è moderno, XIX secolo, Pagliantini invece sembra essere più prudente nello sbilanciarsi. Si dice che oggetti romboidali come nello stampino non esistano in epoca protostorica, semmai ci sono punte di freccia simili in epoca medievale, oppure poteva servire a fare aculei di inferriate e cancelli in bronzo. Chissà.
Resta il fatto che sono riuscito a scrivere un post lunghissimo senza dire essenzialmente niente; giusto per non ripetermi rispetto a molti altri post ed articoli già scritti analizzando abbondamente la questione e tutta la sua bibliografia. Molti li trovate scorrendo i post qui sotto, alcuni con hashtag #nuragicielbapopulonia altri senza.

Andate a visitare il Museo di Rio, soprattutto se siete elbani. Essere isolani non vuol dire essere tagliati fuori dalla cultura, dover volare bassi e non sapere le cose. Più che mai quando le cose da vedere e da sapere sono la nostra radice più profonda; quello che ci nutre e ci tiene in piedi.

Nuragici tra Elba e Populonia
IL RAME DELLA GROTTA
pochissime parole e 1 foto

Grotta del Rame (Capoliveri)

Dice Antonio Miglioli che quelli in foto sono “i due campioni di Rame nativo da Grotta del Rame, Capo Calamita (Elba) che ho in collezione. Acquisiti nell’agosto del 1974. Il cristallo di sinistra misura 5,5cm, quello di destra 11cm.”

LA MONTAGNA DI CAMPO

Un nucleo musteriano alle Piane al Canale; si tratta di un sasso lavorato e affilato per trasformarlo in uno strumento tagliente; sembra lavorato con la tecnica in uso tra 100mila e 30mila anni fa. Periodo nel quale l’Elba è stata a tratti alterni isola e penisola; questo deve aver procurato dei flussi migratorii che raggiungevano l’Elba via terra per poi rimanere isolati per diverse migliaia di anni; questo sempre che sia corretta la teoria accettata senza batter ciglio dalla comunità scientifica, secondo la quale l’uomo non sapeva navigare durante il paleolitico. L’Elba torna ad essere un’isola circa 10mila anni fa, e si renderà subito importante punto di riferimento, grazie alle sue insenature, per i primi navigatori del neolitico in cerca di porti sicuri. La più antica prova indiretta di navigazione risale a circa 12mila anni fa, gli archeologi hanno scoperto in una grotta del Peloponneso degli strumenti litici in ossidiana provenienti dall’isola di Milos.
Mentre è di circa 8000/4000 anni fa un carico di ossidiana scoperto nei fondali di Capri, certamente di una nave neolitica. All’Elba dovettero trovare ricovero dai mari in tempesta questi primi navigatori mediterranei noti, che commerciavano- o quantomeno trasportavano – l’ossidiana da Lipari (Eolie), da Palmarola (Pontine) e dal Monte Arci (Sardegna), per destini remoti e centri di smistamento, nel sud della Francia, in Catalogna, verso il nord Italia e persino fino a Malta. La dottoressa Gori nel 1924 scriveva nel suo “L’età della pietra all’Elba” che dalla non meglio specificata “Campo” provenivano dei ritrovamenti dell’età della pietra, una lama di tipo gravettiano, un raschiatoio, un disco e un grattatoio. Dobbiamo ricordare che ovunque in questa zona sono stati ritrovati oggetti che testimoniano la presenza dell’uomo in tempi preistorici. La bellezza e la particolare conformazione di alcune strutture megalitiche – naturali o manufatte che siano – dovette esercitare un’attrazione irresistibile per l’uomo già colto e dotato di linguaggio articolato, ma ancora impegnato nello stare al mondo con sacrale rispetto del pianeta e della terra, con un particolare rapporto con la pietra, protagonista assoluta dello sviluppo arcaico di una intelligenza tecnica. Emblematico il sito immediatamente a sud della Pieve di San Giovanni in Campo, un agglomerato di coti tonde, grossi megaliti dal diametro di circa 2-3 metri. Tra questi, non in situ, un emisfero con faccia piatta smussata ad ottagono e centro con una conca di circa 15cm con canalina di scolo, secondo Zecchini una macina di epoca etrusca, secondo altri medievale, ma indatabile attraverso analisi archeometriche, se non per comparazione empirica, per questo ci si dovrebbe mettere alla capillare ricerca da immagini archeologiche da tutto il Mediterraneo di manufatti simili, nulla vieta che ne risulti qualcosa di neo- o paleo- litico. Numerosi i ritrovamenti “antediluviani” anche a sud e a nord, nello specifico, in tutta l’area che va dalle Piane al Canale a Pietra Murata, per arrivare fino alle tombe di Campo alle Sughere e Pomonte, e di là, su alle Solane e a Spartaia e Procchio. Qui intorno Zecchini ricorda due asce di selce beige, sei punte di freccia, e soprattutto un’ascia piccone in pietra verde decorata da cavità a goccia sulle due facce. Nel periodo etrusco, a partire dal X-IX secolo, l’abitato di Campo sembrerebbe concentrarsi prevalentemente sulla collina di San Mamiliano, ma la demografia si presenta sparsa ovunque. Inoltre, in tutta questa detta Montagna di Campo tra i molti ritrovamenti dei primi secoli etruschi una sorta di tomba a botte, che gli archeologi chiamano “a ziro”, (tipo quella famosa di San Giovanni a Bologna, che presenta similitudini stilistiche e materiali dei reperti con quelli del Monte Giove esibiti al museo di Marciana). Molti oggetti importanti anche a Campo, dei bronzi, tra cui una spada, una punta di lancia, un puntale e due fibule, preziose spille. Si configura una fascia omogenea, quasi un insediamento enorme sul massiccio del Monte Capanne, insistente soprattutto nella fascia tra i 400 e i 500 metri sul livello del mare, almeno fino alla Guerra contro gli invasori Ioni, storicamente ricordata per l’episodio della Battaglia di Alalia (cfr: contra Aithalia). Non dobbiamo cedere alla semplificazione di definire questo periodo “etrusco” tout-court, dato che le tipicità sono tante, esprimono dei legami intensi dell’isola d’Elba con località geograficamente lontane, come Massalia (Marsiglia), Felzna (Bologna), Aleria (e Sardegna), Ischia, Lipari, Egeo nord-orientale. L’Elba ne emerge come un pit-stop delle rotte sarde, micenee, fenice, etrusche e greche.

Nuragici tra Elba e Populonia
TANTI RITI DIVERSI
Ancora Gilda Bartoloni specifica come nel IX secolo si praticassero molti tipi di sepolture a Populonia.

Questo dato mi pare ulteriormente indicativo di come in un’epoca in cui il resto d’Italia segue un particolare rito funebre, Populonia sembra attestare una compresenza di popoli. Qui infatti si ha un melting pot di sepolture, di molti tipi diversi. Dice la Bartoloni che:

“nelle necropoli di Populonia sono testimoniati contemporaneamente (almeno dalla seconda metà del IX secolo a.C.) l’uso del rito dell’incinerazione in vasi biconici (1a) e ovoidi (1b) e in urna a capanna (1c), deposti entro pozzi (2) più o meno semplici o all’interno di tombe a camera (3), e quello inumatorio (4) in tombe a fossa (4a) e a camera (4b).

Asce di bronzo ad alette
ASCE TIPO ELBA
Asce di Valle Gneccarina

Presso il Museo Archeologico di Marciana si possono vedere quattro delle asce che furono trovate quasi un secolo fa sopra Chiessi, nel versante sud occidentale del Capanne.

Cercando su facebook #nuragicielbapopulonia troverete alcune informazioni aggiuntive. Sono state studiate da M. Zecchini e A. M. Bietti Sestieri, e compaiono con la denominazione TIPO ELBA nel volume dei Prähistorische Bronzefunde curato da G. L. Carancini, che scrive:
Con questo tipo inizia la serie delle asce ad alette prive di setto di divisione tra immanicatura e lama, di cui è possibile distinguere due gruppi: A) Asce prive di occhiello laterale (tipi Elba, Aquileia, Treviso, con spalla brevissima, Bortoloni, ad alette foliate, Talamona, Valle di Non, Dobbiaco, Mazzone, Aldeno, Lagundo, Talasch, Solagna, Ricovero, Toscanella, San Francesco, e i nn. 3554-3556, 3623, 3624, 3644-3654). B) Asce con occhiello laterale (tipi Este, con spalla breve, Bortoloni, Albiano, Padova, Ponso, Franchini, e i nn. 3702-3705). A loro volta, le asce appartenenti ad entrambe i gruppi sono ordinate in base allo sviluppo della spalla, dai tipi con spalla accennata a quelli con spalla assai larga. Il TIPO ELBA presenta l’immanicatura tozza, a lati lievemente convergenti verso il basso, distinta dalla lama mediante risega; lieve gradino – in alcuni esemplari – tra manico e lama; lama più stretta dell’immanicatura, di forma subtrapezoidale slanciata, a margini concavi, at verso il basso, distins. manicatura,di forma subtrapezoidale slanciata, a margini concavi lievemente rientranti, e fortemente divaricati presso il taglio, poco arcuato. In veduta laterale, alette molto larghe, di forma da lanceolata a foliata; spigolo mediano per tutta la lunghezza della lama. In sezione, alette da diritte a lievemente rientranti.

3534. 𝐈𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐝’𝐄𝐥𝐛𝐚, Valle Gneccarina, Prov. Livorno, Toscana. – Ripostiglio di sole asce sotto un lastrone di arenaria, nella pozza di fusione, alla profondità di 30/40cm.- Materiali associati: le asce nn. 3536-3538; e altra identica rimasta di proprietà della famiglia dello scopritore.

Esposte al MuArMar, in Sala 1, Vetrina 2, Ripiano 2

Prähistorischen Bronzefunden, disegno di Carancini

Nuragici tra Elba e Populonia
I BRONZI DI POPULONIA
Il ripostiglio di Falda della Guardiola

In un saggio scritto a quattro mani da Milletti (esperto di etruscologia populoniese) e da Lo Schiavo (luminare della civiltà nuragica) si legge che:

“Secondo I’elenco dei materiali pubblicato da A. Minto nel 1926 (tra i quali anche le asce in fig. 1), poi ripresentato nella monografia su Populonia del 1943, il ripostiglio di Falda della Guardiola sarebbe costituito da… parte di una spada a lamina rettilinea… quattro accette con lama trapezoidale a margini retilinei… un’accetta con lama a margini rientranti… una fibula di bronzo con l’arco ingrossato a cuscinetto romboidale… una lucerna a navicella»”

Nella fig. 2 vediamo invece le asce della Valle Gneccarina (Marciana, Elba) chiaramente prodotte in serie e ancora in possesso del suo forgiatore, a differenza di quelle della Guardiola di Populonia che appaiono come esemplari in possesso di utenti finali.

Milletti e Lo Schiavo poi dicono che c’è una controversa fibula (cfr. ancora Bartoloni), probabilmente finita in mezzo a quei bronzi al museo di Firenze dopo gli sconvolgimenti causati dall’alluvione del 1966, che altrimenti sarebbe determinante per una datazione del ripostiglio chiuso verso la fine del VIII secolo.

Significativa è la presenza insieme alle asce della Guardiola di una barca (navicella, dicono gli autori) tipicamente nuragica (fig. 3) studiata da Filigheddu nel 1994. Rimando ad un articolo reperibile online scritto da Anna Depalmas sulle cd “navicelle nuragiche”, un caratteristico manufatto che non ha analogie importanti in Grecia, Creta, Anatolia e Medio Oriente, ma rimanda ad una tipica usanza dell’Antico Egitto, a beneficio dei negazionisti di un legame Egitto-Sardegna, che come vediamo si spinge sulla rotta elbana fino a Populonia e Vetulonia.

Circoli di Piane alla Sughera, Fetovaia. TOMBE ‘SARDE’ ALL’ISOLA D’ELBA

ELBA E SARDEGNA: TOMBE MEGALITICHE E CONNESSIONI CULTURALI NEL NEOLITICO DEL MEDITERRANEO NORD-OCCIDENTALE

Introduzione:
Il primo quarto del IV millennio a.C. emerge come un ‘periodo assiale’ (proto o ur-Achsenzeit) nella storia del Mediterraneo nord-occidentale, con l’isola d’Elba e la Sardegna che giocano un ruolo centrale in questo panorama dinamico. La presenza di tombe megalitiche simili nelle due regioni suggerisce non solo interazioni culturali ma anche possibili implicazioni geopolitiche ed economiche.

Il Fenomeno Megalitico nel Mediterraneo Occidentale:
Il megalitismo, sviluppatosi tra il V e il IV millennio a.C., è testimone della connettività tra le culture del Mediterraneo occidentale. Queste strutture, che spaziano dai menhir come Perrdas Fittas (Sardegna) e Sassi Ritti (Elba) alle tombe a corridoio, segnalano un’evoluzione culturale e rituale comune tra diverse regioni, riflettendo possibili reti di scambio e interazione.

Piane alla Sughera e Li Muri:
Le analogie strutturali e rituali tra le tombe di Piane alla Sughera all’Elba e Li Muri in Gallura, Sardegna, non sono casuali. Queste somiglianze suggeriscono che queste regioni potrebbero non solo condividere una tradizione funeraria, ma anche interazioni economiche e sociali.

L’Elba nel Contesto Megalitico:
La presenza di una cultura megalitica sull’Elba suggerisce che l’isola non fosse meramente un punto di passaggio, ma un attore attivo nella rete di scambi del Mediterraneo occidentale. La sua posizione geografica potrebbe averla resa una sorta di crocevia culturale e commerciale tra la Sardegna, la Corsica e le regioni continentali del Mediterraneo occidentale.

Un auspicio:
La similarità tra le strutture funerarie megalitiche dell’Elba e della Sardegna sottolinea l’importanza di queste regioni nel contesto più ampio del Mediterraneo nord-occidentale durante il Neolitico. La loro interconnessione potrebbe riflettere reti commerciali, movimenti di popolazioni e possibili alleanze geopolitiche, offrendo una nuova lente attraverso la quale esaminare l’evoluzione culturale, economica e politica della regione. Un auspicio, che ricercatori ed università si impegnino a studiare questi tesori di memoria, e che l’Elba non resti dimenticata e i suoi siti in stato di abbandono.

Bibliografia:

  1. Léa, V., Pellissier, M., Gratuze, B., Boucetta, S., & Lepère, C. (2017). Renouvellement des données sur la diffusion de l’obsidienne sarde en contexte chasséen. Archeologia e Preistoria Mediterranea, 45, 231-245.
  2. Puglisi, S. (1942). Villaggi sotto roccia e sepolcri megalitici della Gallura. Bollettino di Paletnologia Italiana, V-VI, 123-141.
  3. Scarre, C. (2018). Monuments and Landscape in Atlantic Europe: Perception and Society During the Neolithic and Early Bronze Age. Routledge.
  4. Tilley, C. (1996). The Power of Rocks: Topography and Monument Construction on Bodmin Moor. World Archaeology, 28(2), 161-176.
  5. Bradley, R. (1998). The Significance of Monuments: On the Shaping of Human Experience in Neolithic and Bronze Age Europe. Routledge.

US Embassy visits Marciana

Elba Island: Where Archaeology Meets Diplomacy
By groviglio.news
For The New York Times

MARCIANA, Elba Island — In a sunlit room surrounded by artifacts that whisper tales from eons ago, an unexpected rendezvous unfolded today. This was not just any gathering, but a confluence of history and diplomacy at the Museo Civico Archeologico di Marciana.

Shawn Crowley, the Ambassador ad interim of the United States in Rome, and his wife, were hosted by Angelo Mazzei, the dedicated museum keeper with a penchant for storytelling. The subject? The captivating history of Elba Island, from its Paleolithic hunters to its pivotal role in the Neolithic era as a harbor haven.

But this was no mere tour. As they delved into discussions about obsidian trades from Lipari and Sardinia and the significance of Elba’s location, it became evident that the meeting was about more than just sharing knowledge. It was about forging a future rooted in the past.

Elba’s unique position in history, as highlighted by Mazzei, makes it a critical point of interest for scholars of the Bronze Age and Etruscan civilization. The island has played witness to countless maritime routes and trading pathways. It has seen civilizations rise and fall, and its shores have welcomed explorers, traders, and settlers alike.

Recognizing the potential for further exploration and academic collaboration, Mazzei extended an invitation to Crowley: to rally the support of American universities with a keen interest in the Bronze Age and Etruscan culture. It was a call to merge modern research capabilities with age-old stories, to bring to light more of Elba’s untold tales.

Crowley’s enthusiasm was palpable. For the ambassador, this wasn’t just a history lesson; it was an opportunity. An opportunity for scholars from both sides of the Atlantic to come together and uncover the myriad secrets that Elba still holds.

This meeting, in the midst of ancient relics and tales of bygone eras, has the potential to spark a new chapter for Elba. With the might of American academia and the rich history curated by experts like Mazzei, the future looks promising for uncovering more of the island’s historical wonders.

While it’s early days, today’s encounter at the Museo Civico Archeologico di Marciana signifies hope. Hope that the past can guide the future, that diplomacy can pave the way for discovery, and that Elba’s stories will continue to be told for generations to come.

ELBANO

IO VENNI ALLA LUCE ELBANO

Elbano è l’etnonimo attribuito agli abitanti dell’isola d’Elba.
Esiste peró anche come nome proprio di persona nella versione maschile, mentre al femminile si usa generalmente Elba.
Lo stesso accadeva con il nome latino dell’isola, che veniva usato in entrambi i generi, per Ilvo ed Ilva.
Nell’antichità questa usanza è pure attestata in uso nella lingua greca antica.
Se l’Elba infatti si chiamava Æthalia (ΑΙΘΑΛΗ, ΑΙΘΑΛΕΙΑ), c’erano i suoi abitanti, che si chiamavano Æthalites (ΑΙΘΑΛΙΤΕΣ, ΑΙΘΑΛΙΔΕΣ). Lo stesso termine si usava anche come nome proprio.
Di seguito riporto alcuni importanti frammenti storici per chi volesse approfondire la questione.
Ricordo solo che Pitagora, figlio di Mnesarco, nato in un’isola dei Tirreni (Etruschi) scelse come sua prima vita nel ciclo delle metempsicosi quella del “figlio” di TVRMS (Ermes, Mercurio, Thoth), un tale Æthalide, al quale il Dio aveva donato la memoria che si conserva nel ciclo delle rinascite.

Ecco la traduzione in italiano del testo di Stephanus di Bisanzio:

“Aithale, un’isola dei Tirreni, secondo Ecateo, si trova in Europa. Sembra che sia stata così chiamata perché ha del ferro, che ha la proprietà di produrre fuliggine (aithale) quando viene lavorato. Filisto nel quinto libro della sua ‘Storia Siciliana’ la chiama Aithaleia, così come fanno Erodiano e Oros. Polibio nel suo trentaquattresimo libro dice che Lemnos era chiamata Aithaleia; da qui venne Glauco, uno di coloro che scoprì la saldatura del ferro; perché ce n’erano due. Uno era di Samo, che dedicò anche una statua molto famosa a Delfi, secondo Erodoto; l’altro era di Lemno, un rinomato statuario. Forse la città fu chiamata così a causa dei crateri che si dice siano emessi da Efesto. Infatti, si dice che questi siano lì. L’etnonimo derivato da Aithaleia è Aithaleites, come Zeleites, e da Aithale è Aithalites, come Sinopites, Ioppites. Il termine Aithalites può significare Chio; così si diceva di Chio. E i cittadini sono chiamati Aithaleis.”

Αἰθάλη
Stephanus di Byzantium: Αἰθάλη, νῆσος Τυρσηνῶν, Ἑκαταῖος Εὐρώπῃ. ἔοικε δὲ κεκλῆσθαι διὰ τὸ σίδηρον ἔχειν τὸν ἐν αἰθάλῃ τὴν ἐργασίαν ἔχοντα. Φίλιστος δὲ ἐν εʹ Σικελικῶν Αἰθάλειαν αὐτὴν καλεῖ, καὶ Ἡρωδιανὸς καὶ Ὦρος. Πολύβιος δ´ ἐν τριακοστῇ τετάρτῃ λέγει Αἰθάλειαν τὴν Λῆμνον καλεῖσθαι, ἀφ´ ἧς ἦν ὁ Γλαῦκος, εἷς τῶν τὴν κόλλησιν σιδήρου εὑρόντων· δύο γὰρ ἦσαν. οὗτος μὲν Σάμιος, ὅστις καὶ ἔργον ἀοιδιμώτατον ἀνέθηκεν ἐν Δελφοῖς, ὡς Ἡρόδοτος, ὁ δ´ ἕτερος Λήμνιος, ἀνδριαντοποιὸς διάσημος. ἐκαλεῖτο δὲ οὕτως ἡ πόλις ἴσως ἐκ τῶν ἀναδιδομένων τοῦ Ἡφαίστου κρατήρων. ἐκεῖ γὰρ ἀνωμολόγηται ταῦτα. τὸ ἐθνικὸν ἐκ τοῦ Αἰθάλεια Αἰθαλείτης, ὡς Ζελείτης, ἐκ δὲ τοῦ Αἰθάλη Αἰθαλίτης, ὡς Σινωπίτης Ἰοππίτης. δύναται τὸ Αἰθαλίτης ἀντὶ τοῦ Χῖος· οὕτω γὰρ ἡ Χίος ἐλέγετο. καὶ οἱ πολῖται Αἰθαλεῖς.

Stephanus (520dC ca) pesca da Erodiano di Alessandria di Egitto (220dC ca) il quale pesca a sua volta da Ecateo (510aC ca):

Αἰθάλη, νῆσος Τυρσηνῶν. Ἑκ. Εὐρ. Ἔοικε δὲ κεκλῆσθαι διὰ τὸ σίδηρον ἔχειν, τὸν ἐν Αἰθάλῃ τὴν ἐργασίαν ἔχοντα.

Aethale, insula Tyrrhenorum. Hecataeus Europae. Videtur vero sic vocata fuisse eo quod ferrum habeat, quod in Αἰθάλῃ (id est, in fuligine) conficiatur.

Ferecide racconta a proposito del personaggio (delle Argonautiche e della memoria sempiterna, prima incarnazione delle sei vite di Pitagora) che:

Φερεκύδης φησὶν, ὅτι δῶρον εἶχε παρὰ τοῦ Ἑρμοῦ ὁ Αἰθαλίδης, τὸ τὴν ψυχὴν αὐτοῦ ποτὲ μὲν εἰς ᾅδου, ποτὲ δὲ ἐν τοῖς ὑπὲρ τὴν γῆν τόποις εἶναι.

Aethalides id accepit donum a Mercurio (ndr: Ermes/TVRMS), ut ejus anima modo in orco, modo in corpus rediens inter homines in terra versari posset.

Filisto (con Diodoro) ribadiscono la lezione di Ecateo:

Αἰθάλη, νῆσος Τυρσηνῶν. Ἑχαταῖος Εὐρώπῃ. Ἔοικε δὲ κεκλῆσθαι διὰ τὸ σίδηρον ἔχειν, τὸν ἐν αἰθάλῃ τὸν ἐργασίαν ἔχοντα. Φίλιστος δὲ ἐν εʹ Σικελικῶν Αἰθαλίαν αὐτὴν καλεῖ, καὶ Ἠρωδιανὸς καὶ Ὦρος.

Aethale, insula Tyrrhenorum, apud Hecataeum in Europa. Videtur autem ita a ferro appellata, quod in favilla (αἰθάλῃ) conficitur. Philistus vero Sicularum rerum libra quinto eam Aethaliam vocat, ut et Herodianus et Orus.

Questo lungo frammento di Timeo allarga il discorso, confermando quanto dice Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche:

Οὐκ ὀλίγοι τῶν τε ἀρχαίων συγγραφέων καὶ τῶν μεταγενεστέρων, ὧν ἐστι καὶ Τίμαιος, φασὶ τοὺς Ἀργοναύτας μετὰ τὴν τοῦ δέρους ἁρπαγῆν, πυθομένους ὑπ ̓ Αἰήτου προκατειλῆφθαι ναυσὶ τὸ στόμα τοῦ Πόντου, πρᾶξιν ἐπιτελέσασθαι παράδοξον καὶ μνήμης ἀξίαν. Ἀναπλεύσαντας γὰρ αὐτοὺς διὰ τοῦ Τανάϊδος ποταμοῦ ἐπὶ τὰς πηγὰς, καὶ κατὰ τόπον τινὰ τὴν ναῦν διελκύσαντας, καθ ̓ ἑτέρου πάλιν ποταμοῦ, τῆν δύσιν ἔχοντος εἰς τὸν Ὠκεανὸν, καταπλεῦσαι πρὸς τῆν θάλασσαν· ἀπὸ δὲ τῶν ἄρχτων ἐπὶ τὴν δύσιν κομισθῆναι, τῆν γῆν ἔχοντας ἐξ εὐωνύμων, καὶ πλησίον γενομένους Γαδείρων εἰς τὴν καθ ̓ ἡμᾶς θάλασσαν εἰσπλεῦσαι. Ἀποδείξεις δὲ τούτων φέρουσι, δεικνύντες τοὺς παρὰ τὸν Ὠκεανὸν κατοικοῦντας Κέλτας σεβομένους μάλιστα τῶν θεῶν τοὺς Διοσκούρους· παραδόσιμον γὰρ ἔχειν αὐτοὺς ἐκ παλαιῶν χρόνων τὴν τούτων τῶν θεῶν παρουσίαν ἐκ τοῦ Ὠχεανοῦ νοῦ γεγενημένην. Εἶναι δὲ καὶ τὴν παρὰ τὸν Ὠκεανὸν χώραν οὐκ ὀλίγας ἔχουσαν προσηγορίας ἀπό τε τῶν Ἀργοναυτῶν καὶ τῶν Διοσκούρων. Παραπλησίως δὲ καὶ τὴν ἐντὸς Γαδείρων ἤπειρον ἔχειν ἐμφανῆ σημεῖα τῆς τούτων ἀνακομιδῆς. Περὶ μὲν γὰρ τὴν Τυῤῥηνίαν καταπλεύσαωτας αὐτοὺς εἰς νῆσον τὴν ὀνομαζομένην Αἰθαλίαν, τὸν ἐν αὐτῇ λιμένα, κάλλιστον ὄντα τῶν ἐν ἐκείνοις τοῖς τόποις, Ἀργῷον ἀπὸ τῆς νεὼς προσαγοπεῦσαι, καὶ μέχρι τῶνδε τῶν χρόνων διαμένειν αὐτοῦ τὴν προσηγορίαν. Παραπλησίως δὲ τοῖς εἰρημένοις, κατὰ μὲν τὴν Τυῤῥηνίαν ἀπὸ σταδίων ὀκτακοσίων τῆς Ῥώμης ὀνομάσαι λιμένα Τελαμῶνα· κατὰ δὲ Φορμίας τῆς Ἰταλίας Αἰήτην, τὸν νῦν Καιήτην προσαγορευόμενον. Πρὸς δὲ τούτοις ὑπ ̓ ἀνέμων αὐτοὺς ἐκριφέντας εἰς τὰς Σύρτεις, καὶ μαθόντας παρὰ Τρίτωνος τοῦ τότε βασιλεύοντος τῆς Λιβύης τὴν ἰδιότητα τῆς θαλάττης, καὶ τὸν κίνδυνον ἐκφυγόντας, δωρήσασθαι χαλκοῦν τρίποδα, τὸν ἀρχαίοις μὲν κεχαραγμένον γράμμασι, μέχρι δὲ τῶν νεωτέρων χρόνων διαμείναντα παρὰ τοῖς Εὐεσπερίταις.

Non pauci, tum veterum, tum etiam recentium, inter quos et Timaeus est, scriptorum perhibent, Argonautas post vellus abreptum, cognito ostium Ponti ab Aeeta navibus praeoccupatum esse, mirificum et memoria dignum facinus edidisse. Tanaim enim ingressos ad fontes ejus adscensisse, navique per aliquod terra intervallum protracta, per aliud flumen in Oceanum sese effundens ad mare devenisse, et tum a borea versus occasum ita cursum flexisse, ut a sinistra continentem haberent, et tandem juxta Gades in mare nostrum inveherentur. Adid probandum his utuntur argumentis: primo quod Celtae Oceani accolae inter deos maxime Dioscuros venerentur; apud quos a priscis inde temporibus traditum, ex Oceano deos hosce quondam ad ipsos delatos esse. Tum quod in regionibus Oceano propinquis, non paucae ab Argonautis et Dioscuris appellationes adhuc sint reliquae. Porro quod continens intra Gades manifesta horum reditus signa ostendat. In Tyrrheniae enim transitu, ad insulam, quae Aethalia dicitur, advectos pulcherrimum ibi omnium, qui in illis regionibus exstant, portum Argoum de navi sua nuncupasse: quod nomen ad hanc quoque tempestatem duret. Quod ad eum quoque modum in Etruria portum octingentis a Roma stadiis, Telamonem nominarint. Quod denique ad Formias in Italia portui nomen Aeetae, qui nunc Caieta est, indiderint. His addunt, procellarum vi ad Syrtes abreptos, a Tritone, Libyae tunc rege, quae natura maris esset, et qua ratione periculum effugerent, illos didicisse. Ob quod aeneum ei tripodem donarint, qui priscis inscriptus literis non ita pridem apud Euhesperitas superstes fuerit.Cf. Pseudo—Aristot. De mir. auscult. c. 113, qui multa ex Timaeo in sua transtulit, et Strabo V, p. 342.

Lettere di Zanobi Mazzei a Cosimo de Medici da Portoferraio

ASFI, MEDICEO DEL PRINCIPATO

(da una ricerca di Ilaria Monti)

394 5, 1° AGOSTO 1549, BASTIANO CAMAPANA A COSIMO I

Zanobi Mazzei è arrivato fa il cassiere in fortezza.

394 157, 14 AGOSTO 1549, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I

Zanobi Mazzei farà lo scrittoio.

394 A 1261, 31 OTTOBRE 1549, ELBA, ZANOBI A COSIMO I

Ringrazia Cosimo per che lo ha riconosciuto per tenere le scritture promette di servirlo fedelmente.

397A 967-68, 19 GIUGNO 1550, ELBA, ZANOBI E GIOVANNI CAMERINI A COSIMO I

Scrive Camerini sui pagatori e sui denari che Zanobi dà per gli operai.

398 63, 6 LUGLIO 1550, BASTIANO D’AREZZO DE LA STELLA A COSIMO 

Bastiano Campana aveva dato ai capoliveresi molti archibusi e finimenti e son tornati a chiederne al signor Otto il quale fece intendere a Zanobi Mazzei che li compiacesse, avendone pochi gliene ha dati 10.

398 81-82, 11 LUGLIO 1550, ELBA, ZANOBI A COSIMO I

Deve pagare delle guardie che Otto da Montauto vuol mettere al Capo della Vite e all’Enfola, e deve fare altri pagamenti fra polvere, biscotto, aceto. Ha dato alla comunità di Capoliveri polvere e dieci archibugi sempre seguendo gli ordini di Otto. Acqua delle due cisterne delle fortezze è buona. Chiede altri 200 o 300 scudi per finire le opere.

398 369-71, 6 AGOSTO 1550, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Chiede soldi per eseguire ordini di Camerini. Soldi per le munizioni. Non vorrebbe partire di lì e desidera come buon servitore saldare questi scritti. Di nuovo la prego mi facci forza di fare di sollecito a questa scritta per Mazzeo di Raffaello Mazzei mio fratello.

398 373, 6 AGOSTO 1550, CAMERINI A COSIMO I

Problemi di Zanobi Mazzei con le monete bandite. Zanobi vorrebbe restare ancora un mese come provveditore poi arriverebbe Bastiano Campana.

398 459, 11 AGOSTO 1550, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I

Il camerlengo deve dare denari per l’Elba perché dice Zanobi che ne patiscono assai.

398 530, 20 AGOSTO 1550, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Forniture in base agli ordini del signor Otto, cotte di mattoni del fornaciaio, ordini del Camerino.

399 524, 10 OTTOBRE 1550, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Ha mandato a Pisa a Bastiano un bilancio con le note delle munizioni e palle. Cisterna piena.

400 562, 13 DICEMBRE 1550, ELBA, ZANOBI A COSIMO I

Approvvigionamento munizioni. Il fratello Mazzeo si trova in Firenze se lo rivolesse in servizio di v. ecc…

400 778, 30 DICEMBRE 1550, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I

Abbiamo preso grano da Campiglia da Lo Casale e Zanobi Mazzei lo manda tutti i giorni a macinare a Marciana per farne farine.

401 710, 19 MARZO 1550 (QUINDI 1551), PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Rassetta la cisterna secondo l’ordine del Camerino. Chieste le munizioni a Bastiano Campana.

402 182-183, 6 APRILE 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Lavori alla cisterna, rendiconto di come ha speso vari scudi. Il grano si fa macinare a Marciana, rendiconto dei lavori alle fortezze.

402 338, 18 APRILE 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Ha ricevuto 1000 scudi e ne terrà conto. Macina farina a Rio. 

402 393-394, 22 APRILE 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Macina farine. Elenco di quanto ha bisogno al mese di farine, di polvere, il governatore di Piombino gli ha chiesto 10 migliaia di mattoni per la torre di Palmaiola ma gli ha risposto che ce n’erano pochi e servivano a Portoferraio, ma poi glieli ha richiesti il Camerino e gli sono stati dati.

402 426, 442, 23 APRILE 1551, ELBA, ZANOBI A COSIMO I

Rendiconto per il vitto della Stella.

402 A 616, 7 MAGGIO 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI E GIOVANNI CAMERINI A COSIMO I

Giustifica i soldi destinati alla Stella. Farina e munizioni.

402 A 816-18, 16 MAGGIO 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Provvisioni di farina, munizioni, grano.

402 A 868-69, 18 MAGGIO 1551, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Munizioni. Manda un bombardiere al forno di Campiglia per le 200 palle e la colubrina nuova, e venuta questa è stata messa alla Stella. È arrivato Bastiano Campana.

413 271-272, 15 GENNAIO 1552 (1553) PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Forniture alle fortezze e alle galere. Cisterne, farine.

414 A 840, 21 MARZO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Le galere conducono legna per le fornaci di calcina, fa una cotta di mattoni, si comincia a murare la cisterna. Mandano da Piombino la farina.

414 131, 30 APRILE 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A BASTIANO CAMPANA

414 140, 2 APRILE 1553, RIO NELL’ELBA BASTIANO CAMPANA A ZANOBI

414 141, 2 APRILE 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

414 325, 13 APRILE 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

415 523-24, 9 LUGLIO 1553, FERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Le farine di Piombino cominciano a riscaldare, inizia a far mal pane per cui farà biscotto. Il fattore del signor Otto, Giovanni Francesco Landi, vuole entrare dentro Portoferraio ma lo sconsiglia per i diverbi avuti con un soldato. Fa venire da Marciana il legname e le frasche per coprire gli alloggi per le famiglie elbane che si sono rifugiate in Portoferraio. Campana e Camerino gli ordinano di far spianare una cotta o due di lavoro quadro per fare la cisterna da basso.

415 528-29, 10 LUGLIO 1553, ZANOBI A COSIMO I

Le farine ribollono, legname da Marciana per gli alloggiamenti. Ritorna sul caso del fattore di Otto da Montaguto.

415 676, 19 LUGLIO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Non possono levare legnami da Pomonte perché furono viste delle galere. Forniture munizioni, pane farina.

415 819, 24 LUGLIO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Ha dato le chiavi della stanza del colonnello dalla parte di verso il porto al generale delle galere, ora gli chiede anche le chiavi di quelle verso il mare, ma ci deve mettere il medico. Senza la licenza del Duca non dà le case a quelli delle galere e poi non gli danno neanche gli schiavi per lavorare e non riesce ad andare avanti. 

416 63 3 AGOSTO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Polvere per le galere, gabbioni, ha ordinato castagnoli da Marciana, furono fatti 80 o 90 gabbioni due anni fa e ora ce ne sono 67 a forza di spostarli qualcuno si è rotto e due contadini ne hanno bruciati tre ma li hanno ripagati, non li ha messi sotto la conserva perché le stanze sono umide.

416 463, 22 AGOSTO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

Racconto dell’attacco turco di 15 giorni prima

Oggi fa 15 giorni arivò qui l’armata di dragut allungone et de lì proprio venne fra l’ottoni e san giovanni turchi in terra a scaramuzzar con le galere di quella et l’altro giorno doppo abbrugiarno capoliveri et rio et missen in terra di là del falcone fantarie dove stetton tutto il giorno et la sera al tardi ritornorno in canale dal capo della vite donde uscirno la mattina a buon hora et parti quattro giorni ritornorno in detto luogo stando tutto il giorno in terra et a dua hore di notte ritornorno al cavo tenendo ogni notte tre galeotte in guardia et nel venire qua presono Pianosa con assai anime et Marciana et Campo con abrugiar la maggior parte delle case loro togliendo loro ciò che si trovavano a tanto che li poveri huomini sonno tutti sbigottiti et non sanno come farsi a viver et più habitar le stanze loro per certo guaste 

I turchi hanno guasto tutto il giardino che non ne è restato se non il terreno 

Nella torre di marciana c’erano due pezzi e li hanno presi per difetto del castellano che viste quattro fuste se ne uscì fuori; al giovo li fecero tutti schiavi meno tro o quattro, 

416 A 634, 31 AGOSTO 1553, PORTOFERRAIO, ZANOBI A COSIMO I

I guastatori dopo 15 giorni di lavoro a Piombino erano stracchi. Il fattore di Otto ha 70 sacca di grano da vendere.

416 A 796, 8 SETTEMBRE 1553, PORTOFERRAIO, BASTIANO CAMPANA A COSIMO I

Appena finito di rassettare le vettovaglie e dopo aver informato Agnolo Guicciardini che ancora non è arrivato a Piombino andrà dal Duca. Non ha capito se il commissario Guicciardini ha da stare qui o a Piombino. Non vede l’ora che venga qualcuno a mettere ordine perché Zanobi Mazzei ha fatto molto disordine non facendo le riviste delle munizioni. Arrivati 60 marraioli da Pistoia e li ha messi a far pietre fuor dalla porta dove vicino al mare faranno una nuova fornace visto che le vecchie sono tutte ruinate.

La vera storia romana di PIAZZA DELLA REPUBBLICA A PORTOFERRAIO



Ancora a proposito dell’antichità di Portoferraio, alcuni passi del diario del Sarri, sergente alla Porta a Mare (La Gran Guardia) tra la fine del ‘600 e gli inizi del’ 700, ove riporta degli scavi da lui seguiti che furono fatti per le fondazioni di alcuni edifici attorno al 1700.
Il resoconto, già solo per quegli anni è impressionante. Ancora di più lo è pensare a quanti edifici romani debbano essere stati scoperti e poi ricoperti da palazzi, chiese e piazze, soprattutto nei primi anni dei lavori medicei, a partire dal 1547.
Ai tempi di Sarri gran parte della città era già stata costruita su rovine romane delle quali fino ad ora non avevamo grosse testimonianze, ma delle quali molto siamo venuti a sapere da uno studio appena pubblicato da Ilaria Monti, Fabrizio Paolucci e Michelangelo Zecchini, dal titolo PORTO FERRAIO MEDICEA, SCAVI E SCOPERTE 1548-1555. IL TEATRO, IL SATIRO E LE TESTE COLOSSALI, nel quale si riportano decine di lettere da Cosmopoli agli inizi dei lavori di Cosimo. Si capisce come tutte le statue, i vasi, le lapidi e altri reperti di epoca romana, che erano moltissimi, appena venivano alla luce, venissero puntualmente traslati a Firenze, da dove quasi sempre se ne perdono le tracce.

Credo che sia un’assurdità assoluta lo story-telling di una Portoferraio NATA nel 1547 DAL NULLA, per volontà esclusiva di Cosimo de Medici. La vera storia è molto più antica. Molto vi ho già raccontato in precedenti articoli, come quello uscito sul Tirreno due anni fa
https://www.iltirreno.it/piombino/cronaca/2021/09/17/news/alla-linguella-alla-ricerca-della-mitica-regina-alba-e-della-fabricia-ferraria-1.40714422
o l’ultimo uscito su Elbareport la settimana scorsa
https://www.elbareport.it/arte-cultura/item/62037-un-nome-di-citt%C3%A0-dell%E2%80%99et%C3%A0-del-bronzo-all%E2%80%99isola-d%E2%80%99elba

Proprio ieri ho letto un’intervista sul Telegrafo ad un architetto che auspicava un recupero della Piazza della Repubblica ai fasti della medicea Piazza d’Arme. Ho pensato che quel prestigioso architetto ignorasse la prima storia di quella piazza, dato che non l’ha affatto menzionata, non come quartiere di Porto Argo, dell’età imperiale di Adriano ed Attiano. Cosí, anche per l’amica Valérie che lo ha intervistato, riporto il brano dal diario di Sarri proprio su Piazza d’Arme, oggi funzionale come parcheggio a pagamento di Piazza della Repubblica.

[dal Manoscritto Sarri, Persephone Edizioni]

In Piazza d’Arme fù fatta una bellissima cisterna, e assai capace. Dalla Chiesa del Carmine, sino a Porta di Terra, fù lastricata tutta quella strada, e nell’istesso tenpo fecesi un quartiere sotto l’Altesi con, una scala a due branche assai magnifica, che serve anche per strada dà ove si va all’Altesi.

E per che la catena con la quale si serra la bocca della darsena, ha il tratto assai lungo, fu ordinato dà Sua Altezza Reale si strettisse la bocca; onde dall’ingegniere fù compenso fare dà una parte, e preso per
dall’altra due sassaie, sopra delle quali poi si doverà formare altre fabbriche di considerattione.

Cisterna di piazza

Nell’escavattione della detta cisterna, sotto il piano del terreno, che in oggi vi si ritrova, circa quattro braccia, si cominciò à ritrovare muraglie
antiche; la struttura delle quali ben dimostravano esser di quelle fatte al tempo de Gentili; e per che lo sterro fù assai grande, non tanto per il recipiente di detta cisterna, che per li cisternini, e condotti, si ebbe occasione di scoprir molto, per ciò. Le muraglie che si trovarono mostrarono muri laterali, separattioni, e diversi pavimenti di stanze quali di marmo, e quali di mattoni, e quadroni assai belli. Vi si trovò un piano di stanza fatto con pezzi di marmo bianco longhi due braccia, e mezzo, larghi uno, e ogni pezzo alto quasi un braccio; ne si sa à qual’effetto havessero tal grossezza. Altri piani di stanze si ritrovorno fatti di mattoni quadri longhi, la maggior parte di terra cotta, con inscrittioni varie sopra; quali come già si descrisse, et altri con i seguenti cioè Bibulus altri Caius altri Ortentius altri Forus altri Sextus, li quali tutti si crede fossero nomi de fornaciai, o de padroni delle fornaci di quei tenpi; frà la terra si ritrovarono più monete antiche, quali erano consolari, e quali d’inperatori romani. Vi fù ritrovo molti chiodi di rame, e di bronzo; e qualche lastra di piombo. In un piano di stanza era una lapida quadra perfetta di larghezza d’un braccio, e di marmo bianco, con un inscrittione inpressa non ben intelligibile, per che oltre esser corrosa in parte, le parole erano quasi tutte abbreviature, la figura della quale copiata nella forma che stava qui sotto si dimostra

EXIS: MOS: ICIPP: DOMINUS SIQUID: TENPUS PERMANERE NEC NON IN STA: FUIT ET ERIT SEMPER FELIX

varie interpretattioni dà persone dotte gli furono date, e per che alcuni dissero essere una lapida di sepolcro, si cercò escavar più in basso, ma in effetto non si ritrovò altro. Altra cosa di maggior rimarco non si trovó.

[…] non è però chi possa accertarsi d’altro, che di quanto in appresso dirò per haverli scoperti, visti, e riconosciuti io medesimo in occasione di restaurarne, e accresciere le fortificattioni fattevi fino dell’anno 1547 dal Gran Cosimo de Medici; poi che in occasione di scavar del terreno, e trasportarlo per riempire il bastione chiamato in oggi di S. Cosimo, per tutto il tratto di terra che chiamano La Linguella, ritrovai fondamenti e muri, contigui uno all’altro di considerattione, e veramente alcuni in forma di bagni. Distante circa trenta passi da quella torre che stà in bocca del porto frà l’altre cose ritrovai un ara d’altare di forma quadra perfetta, dà una parte attaccata alla muraglia del tempio, e tre parte sciolte, la larghezza delle quali non era più di due braccia fiorentine; la parte d’avanti però havea sei scalini bellissimi di marmo bianco larghi un braccio, per mezzo de quali si ascendeva all’altare; ma dalle due parti laterali vi erano altri scalini stretti del doppio, ma alti il medesimo, che in quanto all’altezza faceano il medesimo piano. La sommità era guarnita di una cornice di marmo bianco simile à quello delli scalini d’ordine ionico; il pavimento del tenpio era di marmetti à mandorla di vari colori, in particolare bianchi, e bardiglio. Contigue al detto tenpio, più vicino alla torre si ritrovorno stanze, o vestigie di quelle, le mura delle quali si elevavano dal piano solo due braccia, il dipiù demolite ma quello vi era restato, si vedevano intonacate, e dipinte à fresco di colori bellissimi particolarmente rosso focato, che pareano fatte di pochissimo tempo. Il loro pavimento era di mosaico, quale in una forma, e quale in altra, ma benissimo lavorati, et intatti.

Dal’haver ritrove le suddette cose, e per haver auto occasione, e per ordine del Sovrano Principe di risarcire, accresciere, rinovare più fabbriche in tutto il territorio di Porto Ferraio ho riconosciuto che tutta la parte bassa, o pianura della Città di Cosmopoli, o Porto Ferraio era stata abitata anche al tempo de’ Gentili, o fosse una terra, o città separata da Albizach, ovvero che parte di quelli abitatori, separatamente si ricoverassero quivi; insomma chiamata in oggi della Linguella dalla torre fino al Bastione de Pagliai, che resta sotto la Fortezza Stella, si sono riconosciute et anche in oggi si vedono vestigie, muri, grotte, e sotterranei antichi. Tutto il piano contiguo à Porta di Mare e per tutta la strada di Porta di Terra, il circuito attorno alla Piazza d’Arme, per tutto in occasione di fabbricare si è trovo muri, e vestigie antiche.

Mentre si fecero due cappelle contigue alla Pieve et il novo campanile nell’escavattioni di queste fabbriche seguite l’anno 1699 si ritrovorno non solo antichissimi fondamenti ma condotti di pionbo sotto il terreno circa tre braccia. All’estremità della piazza suddetta in tempo che comandava il Signore Barone Alessandro del Nero hebbi l’onore di fabbricare una gran cisterna per la quale si fece un escavattione assai fonda; et in tall’ occasione ritrovai muri, pavimenti, e piani simili a quelli della Linguella; si che non si mette in dubbio, che per tutto il pano della città, non fossero abitattioni. Ma di più dirò che volendo resarcire le cisterne sotto il Carmine, ove principia le colline anche in questo luogo si sono ritrove fabbriche antiche. E per che vi è qualche autore, che dimostra esser stato stile dell’antichi Gentili il sotterrar separatamente i corpi morti, si sono ritrovi due campi pieni di sepolcri murati la maggior parte, e parte interrati con semplici mattoni, e muri assecco, in forma di casse, che uno nel piano de Mulini a vento, e parte ove in oggi sono i granari; de quali sepolcri si parlerà in appresso più diffusamente.

Albizzach, o Ferrato metropoli detto Le Grotte

Credesi che questa fosse la metropoli di tutta l’Isola, poi che in altro luogo non si ritrovano vestigie d’abitattioni più belle, e più grandi, come anche di circuito maggiore; et è verisimile per il comodo del porto, non essendovi il maggiore, e magnifico né più aggiustato dalla natura; attorno del quale sono le pianure, che in oggi chiamano d’Albereto, luogo fertile, del Scotto, di S. Martino, di S. Giovanni, de Stiopparelli, de Magazzini, del Ottone, e di Bagniaia, quali maggiori e quali minori; ma in somma che in altra parte non sono; le quali tutte danno comodo a chiunque abitava quel territorio per vivere con sodisfattione, et opulenza.

[nella foto il piano della città romana di Porto Argo, ricostruito da me deducendolo dal testo di Sarri e da un disegno di Orlanda Pancrazzi e Silvia Ducci pubblicato in Ville e giardini romani all’isola d’Elba, del 1966]

Teoria sinergetico-panpsichistica della gravità

§1 : Una prospettiva sinergetica sulla gravità: Riconsiderazione della forza come un principio di asservimento collettivo

1.1 La Sinergetica Gravitazionale
Negli ultimi decenni, la teoria sinergetica di Haken ha fornito un quadro interessante per comprendere i fenomeni emergenti e la cooperazione nei sistemi complessi. In questo articolo, proponiamo un’innovativa teoria della gravità sinergetica che riconsidera la forza di gravità come una manifestazione di un principio di asservimento collettivo condiviso tra le particelle che costituiscono un corpo celeste. Questa prospettiva apre nuove possibilità per la comprensione dell’interazione gravitazionale e richiede una revisione del nostro attuale approccio alla gravità.

1.2: Principio di asservimento collettivo
Il principio di asservimento collettivo, proposto da Haken, suggerisce che le entità complesse, come gli organismi viventi o i sistemi sociali, emergano attraverso l’interazione e la cooperazione delle loro componenti costituenti. Questa cooperazione consente alle componenti di agire insieme come un’unica entità, sviluppando caratteristiche e comportamenti emergenti che non possono essere spiegati a livello individuale. Applicando questo principio alla gravità, proponiamo che le particelle che costituiscono un corpo celeste si uniscano in un’organizzazione sinergetica che manifesta la forza gravitazionale.

1.3: Organizzazione sinergetica e gravità
In questa teoria sinergetica della gravità, consideriamo ogni particella che compone un corpo celeste come un membro cooperativo di un’organizzazione sinergetica. Ogni particella contribuisce con la sua massa e la sua energia al campo gravitazionale complessivo. L’interazione e la cooperazione tra le particelle si traducono in un’attrazione collettiva che viene interpretata come la forza di gravità. In questo quadro, la forza di gravità emerge come un risultato della volontà collettiva delle particelle di asservirsi l’una all’altra, creando un’organizzazione sinergetica che costituisce il corpo celeste.

1.4: Implicazioni e possibili evidenze
Questa teoria sinergetica della gravità presenta alcune implicazioni interessanti. Prima di tutto, potrebbe fornire una spiegazione alternativa alla formazione dei corpi celesti, evidenziando il ruolo della cooperazione e dell’organizzazione sinergetica delle particelle. Inoltre, potrebbe offrire una prospettiva unificante per comprendere l’interazione tra la gravità e altre forze fondamentali, come l’elettromagnetismo, all’interno di un quadro sinergetico più ampio.

Per validare questa teoria, sono necessarie ulteriori indagini teoriche ed empiriche. Gli esperimenti di laboratorio potrebbero essere condotti per esplorare le interazioni tra particelle in sistemi sinergetici e studiare i fenomeni emergenti. Inoltre, le osservazioni astronomiche potrebbero essere analizzate alla luce di questa prospettiva, cercando evidenze di cooperazione e comportamenti collettivi nei corpi celesti.

1.5: Prospettive
La teoria sinergetica della gravità qui proposta offre una prospettiva innovativa che considera la forza di gravità come un principio di asservimento collettivo tra le particelle che costituiscono un corpo celeste. Questo approccio, basato sui principi della sinergetica di Haken, apre nuovi orizzonti per comprendere l’interazione gravitazionale e la formazione dei corpi celesti. Sono necessarie ulteriori ricerche teoriche ed empiriche per valutare e validare questa teoria, ma potrebbe aprire la strada a una visione unificata delle forze fondamentali e della complessità dell’universo.

§2: La gravità sinergetica e il ruolo della Mente Sacra: Un’interpretazione panpsichistica dell’interazione gravitazionale

2.1: Gravità Empedoclea
Nella prima parte di questo articolo, abbiamo esplorato la teoria sinergetica della gravità, che considera la forza di gravità come un principio di asservimento collettivo tra le particelle che compongono un corpo celeste. In questa seconda parte, ci spingiamo oltre, esplorando il concetto empedocleo di Mente Sacra e proponendo un’interpretazione panpsichistica dell’interazione gravitazionale. Questa visione suggerisce che le particelle cooperino perché eseguono l’ordine di una Mente Sacra che permea l’universo.

2.2: La Mente Sacra e l’interconnessione delle particelle
Secondo Empedocle, l’universo è pervaso da una Mente Sacra, un principio ordinatore e organizzatore che governa tutte le cose. Questa Mente Sacra è considerata come l’essenza stessa dell’universo, la fonte da cui tutto origina e a cui tutto ritorna. Nella prospettiva della gravità sinergetica, possiamo estendere il concetto di Mente Sacra alle particelle che costituiscono un corpo celeste. Ogni particella, animata da una sorta di psiche o coscienza elementare, esegue l’ordine della Mente Sacra, cooperando con le altre particelle per formare e mantenere l’organizzazione sinergetica che caratterizza il corpo celeste.

2.3: Panpsichismo e cooperazione delle particelle
Il panpsichismo, una concezione filosofica che sostiene la presenza di una forma di coscienza o esperienza elementare in tutte le entità dell’universo, può fornire una base per comprendere la cooperazione delle particelle nella gravità sinergetica. Secondo questa prospettiva, ogni particella possiede una forma di coscienza rudimentale o esperienza, consentendo a ciascuna di percepire e rispondere all’ordine della Mente Sacra. In questo quadro, la forza di gravità emerge come un’interazione cooperativa tra le coscienze elementari delle particelle, guidate dall’armonia dell’ordine universale.

2.4: Un universo interconnesso
Questa interpretazione panpsichistica della gravità sinergetica ci porta a considerare l’universo come un sistema interconnesso di coscienze elementari che cooperano per manifestare l’ordine e l’organizzazione che osserviamo. Le particelle non agiscono in modo isolato, ma sono in costante interazione e comunicazione attraverso l’influenza della Mente Sacra. Questa visione olistica suggerisce che ogni parte dell’universo contribuisce al tessuto della realtà in un modo significativo e intrecciato (entangled).

2.5 Il Genio Divino motore del mondo
La teoria sinergetica della gravità, quando arricchita dal concetto empedocleo di Mente Sacra e interpretata da una prospettiva panpsichistica, offre una visione affascinante dell’interazione gravitazionale. Le particelle che compongono un corpo celeste cooperano non solo attraverso le leggi fisiche, ma anche perché eseguono l’ordine di una Mente Sacra che permea l’universo. Questa visione olistica e interconnessa dell’universo apre nuove possibilità per comprendere la natura della gravità e l’armonia che pervade il tessuto stesso della realtà.

È importante sottolineare che questa prospettiva panpsichistica richiede ulteriori indagini teoriche ed empiriche per essere pienamente valutata e accettata dalla comunità scientifica. Tuttavia, esplorare tali idee filosofiche può stimolare nuove domande e approfondire la nostra comprensione dell’universo e delle interazioni fondamentali che lo governano. Il ritorno del concetto di Mente Sacra e/o Genio Divino, un’opportunità di commistione tra i nostri rinnovati bisogni spirituali, i sentimenti ambientalisti ed animalisti, e la ristrutturazione di un paradigma scientifico dominante che nell’ultimo secolo e mezzo, a parte i vantaggi tecnologici, ci ha anche portato all’esaurimento delle capacità di sostenibilità. Un mondo di plastica, petrolio e bombe atomiche, non è più possibile.

Dobbiamo ripensare il mondo e la realtà da capo.

Un nome di città dell’Età del Bronzo all’isola d’Elba

I micenei, l’Elba e l’incredibile storia del più antico toponimo di città italiana (Late Helladic III B)


I. GLI ETRUSCHI DEI CASTELLI
Se doveste immaginare l’Elba nel 566 avanti Cristo, forse dovreste pensare a degli incredibili castelli megalitici costruiti su tutte le sue vette più alte, circondati di case borghesi e capanne elittiche di operai.
E templi, certamente templi.
Nell’Elba di inizio VI secolo fino al 566 avanti Cristo assieme agli etruschi dovevano vivere anche molti fenici e greci, forse questi più distribuiti nelle località di mare. Tra queste dovevano avere – a giudicare dai ritrovamenti – una certa importanza Sant’Andrea e Cotoncello, porti “elbani” dove si parlavano molte lingue. Qui i patresai e i santandreesi antichi avevano certamente osterie per i marinai di passaggio, generi di prima necessità, mini-emporia (εμπόριη) – ovvero mercatini per scambisti (di merci, prodotti e materie prime). Qui si arrivava dopo la lunghissima traversata dalle Bocche del Rodano, passando per Capo d’Antibes, direttamente su Capo Corso e la costa nordoccidentale elbana.
Questi elbani ante litteram, non erano una razza nobile ed antica parlando di sangue. Essi erano il risultato di stranieri che – innamoratisi dell’isola sacra – avevano scelto d’impiantare qui le proprie radici.
Ma dominava su tutto il resto un’identità che vinceva su tutte le altre, qui si era isolani, elbani prima d’ogni altra origine.
Certamente i Liguri e/o i Villanoviani, chissà i Nuragici. Ma sette otto secoli prima forse Œnotri, protoliguri, Rinaldoniani, d’Ozieri, chissà.
Nel II secolo a. C. un popolo- il cui nome é tutto un programma, viene ricordato come agguerrito difensore della provincia Apuana. Erano gli Ilvates. Il nome è bello ed altisonante, si potrebbe proporre di usarlo per categorizzare la/le civiltà tipicamente elbane, che da sempre hanno abitato quest’isola.
Questa identità patria degli Ilvate potrebbe aiutarci a cercare una ragione per l’assenza di ricche necropoli etrusche sull’Elba.
All’Elba forse si doveva scegliere perlopiù se adottare a sé il locale rito funebre e la specifica sepoltura, oppure far trasportare le esequie alla propria terra d’origine, sia che si venisse da Atene, da Corinto, da Veio, da Vulci o da Cartagine.
Questo troverebbe conforto nell’episodio di 1137 anni dopo, quando Cerbonio scelse di morire nel Comune di Giove (forse tra Poggio e Marciana) lasciò detto che lo si seppellisse a Populonia.
Altrimenti morire all’Elba e riposarvi, avrebbe previsto un tipo molto particolare di sepoltura, in grotticelle di granito o addirittura interrati senza volumi d’aria.
Per fenici, greci ed etruschi, non doveva essere il massimo.
Invece i Romani, più tardi, almeno a Portus Argus (Portoferraio) e a Fabricha Ferraria (industria di fabbri) o Ferraia (senza l’ultima “erre”, non “del ferro” ma dell’ “agricoltura”), dimostrarono di non disdegnare la sepoltura in loco.
I Romani erano infatti come una cultura melting pot insulare: pieni di contaminazioni, ma ancora più fortemente identitari.
Anche oggi, si può essere nativi di Melbourne, di Stoccolma o di Edimburgo, non cambia niente, dopo aver vissuto sull’isola a lungo ci si sente tutti prepotentemente elbani.
Essere elbani è un sentimento prevaricatore, quando lo si esperisce non c’è posto per emozioni aliene che mettano in pericolo la propria ELBANITÀ.
Il paesaggio, le montagne, le vallate, che oggi ci appaiono semplicemente meravigliose, dovevano essere indiscutibilmente SACRE per gli antichi.
Che dire poi della profonda sensibilità degli Etruschi (e anche degli “Ilvates”) per questo territorio. Loro che sacralizzavano laghi, sorgenti, montagne e mari, quale altro posto avrebbero potuto considerare più SACRO di questo?
Questo forse ci offre un’ipotesi plausibile del perché il QUADRO GEOPOLITICO FEDERALE dell’Elba nel VI secolo, sia cosí eterogeneo. All’Elba non si trova prevalenza di materiali da una sola specifica città etrusca o regione delle Federazioni Etrusche. L’isola, tra roccia, terra e mare, ha restituito agli archeologi un complesso crogiuolo d’identità, irriducibili ad un unico “dominio”.
Vulci, Cerveteri, Belsedere tra Cortona e Perugia, Tuscania, Tarquinia, Volterra e Populonia, forse non tutte, ma molte delle città presenti sull’isola.
Nel Castello di Cupes (Castiglione di San Martino, presso la Villa di “Napoleone”) che ci facevano degli etruschi campani? Forse i forni per il ferro elbano presenti ad Ischia qualcosa ci possono rivelare.
La stessa storia del Volterraio ha preso una svolta senza ritorno, il toponimo già diceva tanto, la moneta di Volterra dice davvero tutto.
Che i Pisani dall’anno 1000 e rotti del medioevo abbiano RISTRUTTURATO i ruderi di alcune fortezze etrusche abbandonate ci potrebbe anche stare.
Forse non è il caso della Fortezza di Marciana, ma potrebbe esserlo stato per quelle di Poggio, San Piero, Rio e Volterraio.

  1. POPULONIA
    (racconto di Isidoro Falchi)
    Valentino Nizzo, dopo aver stabilito che le più arcaiche tombe di Populonia dimostrabili con certezza appartengono a un quadro cronologico posteriore al 650 aC, conclude che “mentre nell’Etruria meridionale (laziale) si affermava il modello delle tombe a tamburo (UNO STILE), nell’area di Populonia erano utilizzati SIMULTANEAMENTE DIVERSI TIPI architettonici [… a causa di] DIFFERENTI TECNICHE COSTRUTTIVE come pure a DIVERSE COMPONENTI SOCIALI.
    (cfr. ROMUALDI, Appunti sull’architettura funeraria a Populonia nell’Orientalizzante, pagg. 47-60)
    Si trova in Paola Puma (2014):
    “Nonostante i pesanti danni causati dalle escavazioni eseguite con mezzi meccanici per l’asportazione delle scorie ferrose, la necropoli si rivela costituita da un numero elevato di strutture, ancora oggi in corso di scavo, che vanno dal VII secolo a.C. al III secolo a.C.”
    e poi
    “Se il limite anteriore di utilizzo sepolcrale sistematico dell’area è abbastanza concordemente stabilito nell’inizio della fase Orientalizzante (collocabile alla fine dell’VIII secolo a.C.), la presenza di tumuli dalle dimensioni rilevanti si addensa a partire dal secondo quarto del VII ed è collegata al macroscopico sviluppo del ceto aristocratico Orientalizzante.”
    Cfr. Daniele Maras, in GEDGAA, su EX INSULA CORSICA in Servio. Servio non dice “città fondata dagli etruschi”, ma al contrario “città fondata dai popoli dalla Corsica”.

3. ISCRIZIONI IN LATINO DA PORTO ARGO (CIL)

Con molta licenza vado a tradurre poeticamente un’iscrizione romana trovata a Portoferraio e riportata nel CIL.

§§§

Di quel che fu cosí effimero,
a Giove Ottimo Massimo,
giusto il tempo di una forma,
che per sempre sarà felice.

§§§

Il Corpus Inscriptionum Latinarum riporta quanto segue:

2615 litteris partim erosis in tabula marmorea di quadro perfetto della larghezza di un braccio. Era in una stanza sotto la cisterna di piazza D’Arme in Porto Ferrajo.

EX HIS MOX-IVP OM
SIQVD TEMPVS PER[…]
[…]E FIIX NEC NON ISTA
FVERIT SEMPER FELIX

in Lombardi memorie p. 183. Non attigi. Fortasse subest fraus*.

*Quando non vi era testimonianza diretta, secondo i dettami della lezione del Mommsen, l’iscrizione era immediatamente tacciata di falso (FRAUS=FRODE).

4. LA REGINA (DI) ARGO. Sulla Regina Alba credo che l’aspetto leggendario e le numerose gonfiature nel processo di mitopoiesi, di creazione di una storia mitica, come sempre avviene quando ci si raccontano le cose in piazza o al bar, ci abbia portati a racchiuderci nella comfort zone del nostro positivismo ateo novecentesco, impedendoci di cogliere nelle trame del racconto la stratificazione del vero. Invece la Orlanda Pancrazzi, emerita professoressa dell’Università di Pisa, già negli anni ’80 sosteneva “che molte delle fantasie di Celeteuso Goto, (pseudonimo dell’autore più citato dagli scrittori di storia elbana del ‘700) si sono rivelate aventi un fondo di verità a seguito di ricerche e scavi archeologici.

Alba certo è oltre che “capitale” dei latini, termine latino che sta per ‘Bianca’, che potrebbe essere la latinizzazione del greco Argo, “capitale” dei popoli argivi, dell’età del bronzo, erroneamente detti “greci” o “micenei”. Argo, tra l’altro, termine greco che sta per ‘bianco’. Ricordo che in epoca in cui l’Elba non era ancora sotto Roma (280 a. C. circa) era appena uscita la versione delle Argonautiche di Apollonio, da Alessandria d’Egitto, dove si trovavano tutti i libri di storia e letteratura nella grande biblioteca. Apollonio da Rodi faceva sbarcare i nostri eroi a (LIMEN ARGOO) ΛΙΜΉΝ ΑΡΓΌΟ, “limēn” che puó essere letto sia come ‘Confine’, estrema frontiera dell’impero dei regni argivi, sia come ‘Capo’ (Capobianco è ancora oggi il nome di una splendida punta facilmente riconoscibile dai naviganti antichi) oppure come ‘Porto’, Porto Bianco o Porto di Argo, per la nave Argo, oppure di Argo per la città o per la nazione argiva.

5. IL MANOSCRITTO DEL CAPITANO SARRI DEL ‘700. Coresi del Bruno e Sarri, che per primi tra XVII e XVIII secolo ne scrivono, raccontano di diversi cimiteri, aree di sepoltura delle cui tombe purtroppo è andato quasi tutto perduto, di certo restano almeno le trascrizioni di alcune lapidi da sepolture presso piazza della Repubblica e presso il Ponticello. Ma i nostri ci parlano anche di aree residenziali fin sotto i luoghi dove poi sarebbero sorti Forte Falcone e Forte Stella. Di marmi e splendidi muri e pavimenti, dell’altare e di un tempio circa all’inizio di via dell’Amore, e di altri ritrovamenti. Non dimentichiamoci che anche di recente la squadra del professor Franco Cambi dell’Università di Siena ha scavato e trovato nell’area tra San Giovanni e Le Grotte.

I lavori di rifondazione della città con Cosimo bisogna dedurre che non rispettarono minimamente la memoria di questa città anteriore, costruirono sulle sue rovine ricoprendo il tutto ? Una cosa che sappiamo ma non dovremmo stancarci di dire è che l’Elba ha vissuto ricorsivamente dei momenti di gloria grazie a uomini o donne molto potenti che se ne sono presi particolarmente cura.

6. ATTIANO L’ANDALUSO PADRINO DI ADRIANO E LE DUE PORTOFERRAIO. Questo è stato il caso, oltre che di Napoleone, di Cosimo, ma come dimenticare il prestigioso numero 2 dell’Impero Romano sotto Adriano, l’uomo che lo aveva cresciuto e che poi fece in modo che fosse proprio lui e nessun altro a succedere a Traiano come Augusto. Publio Acilio Attiano deve aver reso la Portoferraio dell’epoca certamente grandiosa, a giudicare dai marmi e i graniti scolpiti e dall’acquedotto. Attiano aveva fatto incidere il suo nome sulla pietra e persino sui tubi di piombo che correvano sotto la città, o forse sarebbe meglio dire, le due città: la città commerciale, amministrativa, dell’autorità portuale e della navigazione da diporto, Portus Argus della Tavola Peutingeriana, una sorta di atlante geografico dei Romani. E l’altra città, più borgata, campagnia, industria metallurgica, che doveva estendersi al di qua del Ponticello, fino al Capannone, al Norman’s Club, ad ovest e fino alle Grotte ad est, quella che in latino, nella migliore delle mie ipotesi, doveva chiamarsi Fabrica Ferraria. I due nomi, seguendo la stessa ipotesi, avvalorata anche dalla tradizione pressoché orale o trascrizione di leggende popolari, si sarebbero separati e tramandati su due canali diversi. Fabrica si sarebbe trasformato in latino medievale scritto in Fabricha, come in diverse ricorrenze indirette, e nel volgare parlato in Fabricia. Ferraria invece avrebbe perso una erre nel processo – diciamo cosí – d’italianizzazione, trasformandosi in Ferraia e in forme subalterne al maschile Ferraio, e Ferrato, come alle Grotte, o Ferraje, come in marcianese nel secolo scorso. Gli archeologi hanno individuato diversi siti interessanti di epoche etrusca e antecedenti, in tutto quello che dal 1557, alla restituzione del resto dell’Elba agli Appiani, era il territorio dei Medici, dello stato del Ducato di Etruria, MAGNUS DUX ETRURIAE, cosí si legge in una lapide della città riferito al Granduca di Toscana.

7. IL PASSO DELLE ARGONAUTICHE RODIANE IV.645-658

E ne passaron d’albe, pria che in lidi
Dal mar mosso da un’idea d’Hera
Giungessero, impavidi attraversando
Le terre dei Celti e dei Ligusti illesi,
Quantunque la Divina di nebbie
Fittissime le ricoprisse e costoro
Navigando il fiume giù dalla bocca
Di mezzo, finiron dai figli di Zeus
Costeggiando le Stochadi in salvo,
Dove di lor sull’isole è sacro culto e
Altari agli Argonauti s’eressero,
E navi da Zeus, anche le venture,
Non solo le che lor soccorsero.
Così, lasciate le Stochadi ad oriente
Approdarono all’Elba°, Aethalia dove
Si detersero i corpi, sudati dalla fatica,
Raschiandosi la pelle con le ghiaie°°,
Ed ora le ghiaie son color della di lor pelle,
E trovansi sparpagliate sulla spiaggia°°°,
E le loro masse* di ferro e gli strumenti**
Mossi dal genio divino***, e il porto^
È d’Argo^^, enfatico eponimo^^^.

Note:

° Αίθαλίην, Aithalia.
°° ψηφίσιν, piccola ghiaia.
°°° αίγιαλοίο, spiaggia.

  • σόλοι, massa o grumo (schiumolo?) di ferro usato come peso per essere lanciato, alternativamente al disco, δίσκος.
    ** τεύχεα, strumenti e accessori per la guerra, armi, armature; nelle tragedie anche una barca o una vasca da bagno; in rari casi anche vaso o anfora o tazza, insomma qualsiasi cosa “a forma di conca”.
    *** θέσκελα, strumenti mossi da un dio, θεός+κέλλω, cose meravigliose.
    ^ λιμήν, porto, riparo dal mare, rifugio; in certi casi anche col senso di àgorà o di grembo materno.
    ^^ Αργώος, della nave Αργώ Argô, da non confondere con Άργος, nome della città capoluogo degli argivi, oppure per estensione come in seguito per Roma, non la città ma tutto l’impero dei re delle città del Peloponneso in Età “micenea”, ma anche forse come sinonimo di “impero”, visto che anche per la parte settentrionale della Grecia il cui capoluogo forse era Larisa, Omero parla di Argo pelasgica. Senso che si adfice all’etimo di luminoso e splendente.
    In Roma Imperiale, quattro secoli dopo che Apollonio ha composto le Argonautiche ad Alessandria, la città ancora porta il nome di Portus Argus. Notare che in altre trascrizioni del manoscritto si legge anche Αργοο.
    ^^^ έπωνυμίην πεφάτισται, chiamato così dal loro nome.

8. L’ATLANTE DI ROMA IMPERIALE. ANGO PORTVS PORT. LONG. IN NAXO INSVLA
Cosí, per errori di scribi e trascrizioni da carte più antiche ARGO (dalla rodiana memoria LIMHEN ARGOO λιμήν αργοο) diventó nella Tabula Peutingeriana ANGO e ILVA viene riportata come NAXO, evidente richiamo a Naxos.
Diventa l’ennesimo caso di toponimo ellenicista attribuito all’isola, insieme ad AITAREIA (lineare b, cfr. mio omonimo articolo sul web) ΑΙTHALIA, e il serviano ITHACA (cfr. miei artt. e post).
Il Portus Longus è chiaramente l’insenatura del Golfo di Mola, che poteva arrivare fino alla stazione di servizio dove c’è InCoop; data soprattutto l’esistenza di un borgo tardo etrusco in zona, come si evince dalla necropoli di Buraccio, e strategico era senz’altro il promontorio che collega i piani di Mola e dell’Acquabona, ponte tra i due mari. Non solo Monte Fabbrello. E tutta quell’area doveva essere fortemente abitata fino alla valle di San Martino. È quella che secondo me, distinta dal porto coi suoi “uffici”, della vecchia Portoferraio (leggi Argo Porto) potrebbe rispondere a diverse questioni toponomastiche ed essersi chiamata compatibilmente con la latinistica Fabricha Ferraria (poi Fabricha nel medioevo divenuta quasi completamente campagna mitizzata in Fabricia, e Ferraria, prima mutata in Ferraja/Ferrajae e poi in Ferraio).

Sulla Regina Alba credo che l’aspetto leggendario e le numerose gonfiature favoriscono la creazione di una storia mitica, come avviene quando ci si raccontano le cose in piazza o al bar. E ciò impdisce di cogliere nelle trame del racconto la stratificazione della verità storica. Invece la Orlanda Pancrazzi, esimia e compianta professoressa dell’Università di Pisa, già negli anni ’80 sosteneva “che molte delle fantasie di Celeteuso Goto, pseudonimo dell’ autore più citato dagli scrittori di storia elbana del ‘700, si sono rivelate vicine al vero, grazie a ricerche e scavi archeologici del’ 900. Alba certo è, oltre che “capitale” dei latini, termine latino che sta per Bianca, così come Argo è “capitale” dei greci dell’età del bronzo, altro che termine greco che sta per bianco. In epoca in cui l’Elba non era ancora sotto Roma, a inizio terzo secolo avanti Cristo, era uscita la versione delle Argonautiche di Apollonio Rodio da Alessandria d’Egitto, che faceva sbarcare glii nostri eroi a Limen Argoo, toponimo che può essere letto come “Confine” , come “Capo” (Bianco) o “Porto”, e, Bianco, o infine come Porto “di Argo” per la nave o infine “di Argo” per la città.

Come si sviluppava questa città romana nella Portoferraio di allora?
Coresi del Bruno e Sarri, che per primi tra XVII e XVIII secolo ne scrivono, raccontano di diversi cimiteri, aree di sepoltura delle cui tombe purtroppo è andato quasi tutto perduto, di certo restano almeno le trascrizioni di alcune lapidi da sepolture presso piazza della Repubblica e presso il Ponticello. Ma i nostri ci parlano anche di aree residenziali fin sotto i luoghi dove poi sarebbero sorti Forte Falcone e Forte Stella. Questo ci dà la dimensione della città invitandoci a parlarne. Di marmi e splendidi muri e pavimenti, dell’altare e di un tempio circa all’inizio di via dell’Amore, e di altri ritrovamenti. Non dimentichiamoci che anche di recente il team la squadra del professor Franco Cambi dell’Università di Siena ha scavato e trovato nell’area tra San Giovanni e Le Grotte, una fattoria romana con vari grandi dolia che contenevano il vino”.

Ma allora si può dire che con Cosimo non fu rispettata la città romana di un tempo più remoto e le fortificazioni ricoprirono tutto ?
Una cosa che sappiamo ma non dovremmo stancarci di dire è che l’Elba ha vissuto momenti di gloria ricorrente grazie a uomini o donne molto potenti, che se ne sono presi particolarmente cura. Questo è stato il caso, oltre che di Napoleone, di Cosimo, ma come dimenticare Ilil prestigioso numero 2 dell’Impero Romano sotto Adriano, l’uomo che lo aveva cresciuto e che poi fece in modo che fosse proprio lui e nessun altro a succedere a Traiano, come Augusto. Publio Acilio Attiano deve aver reso la Portoferraio dell’epoca (prima del 117 a. C.) certamente grandiosa, a giudicare dai marmi e i graniti scolpiti e dall’acquedotto. Attiano aveva fatto incidere il suo nome sulla pietra e persino sui tubi di piombo che correvano sotto la città, o forse sarebbe meglio dire, le due città: la città commerciale, amministrativa, dell’autorità portuale e della navigazione da diporto, Portus Argus della Tavola Peutingeriana (atlante geografico dei Romani). E l’altra città, più borgata, campagna, industria metallurgica, che doveva estendersi al di qua del Ponticello, fino a sotto il Capannone, al bivio per la Biodola, ad ovest e fino alla Villa delle Grotte ed oltre ad est, che in latino, nella migliore delle ipotesi, doveva chiamarsi Fabricha Ferraria.
I due nomi, seguendo la stessa ipotesi, avvalorata anche dalla tradizione pressoché orale o trascrizione di leggende popolari, si sarebbero separati e tramandati su due canali diversi. Fabrica si sarebbe trasformato in latino medievale scritto in Fabricha, come in diverse ricorrenze indirette, e nel volgare parlato in Fabricia. Ferraria invece avrebbe perso una erre nel processo – diciamo cosí – d’italianizzazione, trasformandosi in Ferraia e in forme subalterne al maschile Ferraio, e Ferrato, come alle Grotte, o Ferraje, come in marcianese nel secolo scorso. Gli archeologi hanno individuato diversi siti interessanti di epoche etrusca e antecedenti, in tutto quello che dal 1557, alla restituzione del resto dell’Elba agli Appiani, era il territorio dei Medici, dello stato del Ducato di Etruria, MAGNUS DUX ETRURIAE, così si legge in una lapide della città, riferito al Granduca di Toscana.