di Angelo Mazzei (Custode del Museo Archeologico di Marciana)
Spunti di riflessione per appassionati di etruscologia e storia dell’Elba.

Nuragici tra Elba e Populonia
LE FABBRICHE DI BRONZO
La nota 39 e il Mirabilibus della scuola aristotelica.
INTRODUZIONE (seguirà post CAP. 1)
di A. M.
Prima di cominciare a parlare premetto che darò per scontato molte cose che pretendono una buona conoscenza della protostoria dell’isola d’Elba, di Populonia, della Corsica e della Sardegna. Quattro argomenti che difficilmente si trovano collegati in maniera approfondita in un solo autore. Per riuscire nell’impresa, ho cercato di ridurre al massimo la bibliografia essenziale, riferendomi esplicitamente a due soli testi, in modo da rendervi possibile leggerli entrambi.
Il primo testo che dovreste leggere è di una rinomata studiosa di protostoria ed etruscologia, la professoressa Gilda Bartoloni. Ci servirà a capire che non sono semplicemente io da solo ad aver notato certe cose, ma tutti, a partire da Minto e Pallottino. Vi aiuterà a capire il legame tra la zona dell’Etruria che la collegava alla Sardegna (passando per l’Elba). Se vorrete approfondire, in seguito vi suggerirò alcune letture, tra le quali dei testi di G. Camporeale (sulla Vetulonia “nuragica”).
Lo trovate qui:
https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://www.bibar.unisi.it/sites/www.bibar.unisi.it/files/testi/testiqds/q47/04.pdf&ved=2ahUKEwjy27a9yMPrAhWBUhUIHWlGBekQFjABegQIBBAB&usg=AOvVaw1ou-zbgUcQn-YIV-yy12Os
Il secondo testo è invece dell’archeologo che più di ogni altro ha studiato l’Elba protostorica dai tempi di G. Monaco. Si tratta di Michelangelo Zecchini, che in un breve scritto sostiene la tesi (che condivido) di una produzione metallurgica di bronzi elbani tra X e VIII secolo almeno.
Lo trovate qui:
https://www.academia.edu/38461149/COLLE_RECISO_E_ALTRI_COMPLESSI_DI_BRONZI_LA_METALLURGIA_ALLELBA_FRA_X_E_VIII_SEC_A_C_pdf
Per il testo della Bartoloni, mi limiterò qui a riportare alcuni passaggi che reputo importanti. Su tutti la nota a piè di pagina numero 39.
La nota 39 di Gilda Bartoloni ci parla chiaramente di una Populonia a metà tra il villanoviano e l’ilvatico (lei parla di nuragico, ma noi sappiamo bene dell’architettura ellittica delle capanne litiche del bronzo finale e della tipica sepoltura “all’elbana”, cioé a fossa con ghiaie di mare, in secoli nei quali in Italia si praticava l’incinerazione in urne e a partire dal VIII-VII secolo si passò alle tombe a camera.
La scoperta delle tombe a camera villanoviane di Populonia diede lo Spunto per un repentino vivace dibattito. Sul tentativo di collegarle con le tombe a forno italiche dell’età del bronzo, o con le capanne a cupola conica, o ancora agli
ossuari a forma di capanna prevalse la connessione con il mondo egeo. Molti studiosi ponendo la cronologia di queste tombe al passaggio tra il periodo villanoviano e orientalizzante, le utilizzarono come ulteriore prova dell’origine
orientale degli Etruschi. Più recentemente il riferimento all’ambiente miceneo viene ripreso da Giacomo Caputo (1974), a proposito delle tombe a pseudocupola del medio val d’Arno ribadendo il ruolo dei Micenei In Occidente tracciato da Giovanni Pugliese Carratelli con la definizione di ano stanziamento miceneo a Pisa (1958, p. 219). Ad un collegamento con i monumenti nuragici, del resto già effettuato negli studi ottocenteschi a proposito della Tanella di Pitagora,
accenna Massimo Pallottino già nelle prime edizioni di Etruscologia (1947): [6] «Si potrebbe», dice, «anche esaminare se la costruzione a pscudocupola, tipica dell Etruria marittima settentrionale non sia da considerare in rapporto ai
nuraghi sardi», ipotesi ribadita nel 1972, (PALLOTTINO 1974, p. 72) a proposito delle tholoi del Valdarno, affermando che: «È probabile e storicamente ragionevole che le risorse minerarie della zona abbiano attirato sin dall’età del bronzo elementi propri del Mediterraneo orientale favorendo forse la loro conservazione fino alle culture degli albori dei tempi storici nel senso di “centro di sviluppo industriale” a suo tempo luminosamente indicato da Hawkes per Populonia. Ma non si può neppure del tutto trascurare la questione degli stretti rapporti intercorsi tra queste zone e la Sardegna nuragica fondamentalmente caratterizzata dalle strutture a tholos». All’ambiente sardo fa riferimento anche Luciano Laurenti (1958, p. 208) per le costruzioni a cupola etrusche, datate un po’ troppo in basso, cioè tra la metà del VII e quello del Vl secolo a.C., e considerate tentativi maldestri e frutto di una tecnica appresa affrettatamente, non diffusa e
non sentita. Lo studioso ritiene «che non si possano ricollegare con la grande esperienza egea; penso invece che la tecnica sia stata insegnata in Etruria da qualche muratore della Sardegna, dove l’arte di costruire volte e cupola a filari
aggettanti ebbe un ultimo meraviglioso rigoglio» gli stretti rapporti tra Sardegna nuragica e Etruria mineraria villanoviana (BARTOLONI, DELPINO 1975; GRAS 1978; LO SCHIAVO 1981; LO SCHIAVO, RIDGWAY 1987; BARTOLONI 1991; 1997), messi in luce nell’ultimo ventennio hanno dato maggior impulso, a questo, collegamento (COLONNA 1976, p. 5, 1986, pp. 389-390, da ultimo NASO 1996, pp. 84-85, n. 44).
Per il testo di Zecchini, l’accento va sulle Asce Villanoviane della Gneccarina, che chi ha frequentato il museo nel quale lavoro, conosce bene, e chi non lo ha fatto può venire a vederle e sentirne la storia. La mia idea è stata da subito chiara: un possessore è colui che possiede una o due asce, spesso neanche uguali tra loro; un produttore è uno che ne ha almeno quattro o cinque pressoché identiche tra loro – come nel caso delle nostre. Non sono poi io a dire che le asce, dopo aver cercato per mari e per monti in libri in svariate lingue e su svariate epoche, non assomigliano in maniera lampante alle asce di nessun altro luogo. Cosa che fece dire a Carancini nel suo testo sulle asce in Italia pubblicato nei Prähistorische Bronzefunde, che si trattava di ASCE DI TIPO ELBA.
Questa ricerca s’incrocia con la questione del famoso Bronzetto d’Offerente trovato dal signor Agarini nella zona di Latrani ed esposto al MANN di Napoli.
Nuragici tra Elba e Populonia
IL RAME E IL BRONZO
da un accurato studio di Chiarantini
Scrive CHIARANTINI 2018:
(gli asterischi sono le mie note, A. M.)
Il già menzionato De mirabilibus auscultationibus di Pseudo-Aristotele, afferma che: “In Etruria ci è detto essere su un’isola di nome Aethaleia*, una miniera dove nei tempi antichi si scavava il rame, dalla quale si dice che fossero realizzati tutti i loro vasi di rame; che poi potrebbe non essere stato più trovato: ma, trascorso un lungo periodo**, dalla stessa miniera è stato prodotto il ferro***, che gli Etruschi, che abitano la città di Populonia, usano ai nostri giorni” (Sal. Arist., Mir, 93,). Anche se il significato e l’interpretazione di questo testo sono state l’oggetto di un acceso dibattito (vedi Corretti e Benvenuti, 2001) e le presenti dichiarazioni devono essere valutate in modo critico, si può ammettere che l’anonimo scrittore, o la sua fonte, ha ricordato dell’esistenza, sull’isola di “antiche” miniere di rame, probabilmente in anticipo sullo sviluppo urbano di Populonia, cioè, prima della fine VIII, metà VII secolo a.C. (Corretti 2004a, 2004b)****. Anche se uno dei primi depositi ricchi di rame dell’Isola d’Elba, il sito sepolcrale di Grotta San Giuseppe a Rio Marina, risale al tardo Eneolitico (fine III millennio a.C.-inizio II millennio a. C.: Grifoni Cremonesi, 2001)***** molti altri (es. San Martino, Pomonte, Santa Lucia, Colle Reciso, Cima del Monte, ecc.) hanno una cronologia più giovane (IX-VII sec a. C. ). La vicinanza ad alcune proiezioni di rame (Fig. 3a) alcuni di questi siti possono suggerire che in quel periodo potrebbe aver avuto luogo uno sfruttamento dei minerali di rame elbano (ad esempio, FBA-EIA). D’altra parte, a Santa Lucia scorie di rame sono state descritte da Simonin (1858); purtroppo, non si sono conservate fino ad oggi e non sono disponibili per lo studio. Inoltre, uno stampo (per la fusione di rame/bronzo?) è stato recentemente segnalato da Colle Reciso (Acconcia e Milletti, 2015).
* nelle mie traslitterazioni troverete sempre Aithalia, senza le “e”, superfluo spiegarne le ragioni.
** un periodo di secoli, dato che Aristotele (o un suo allievo) parla dal 350 av. Cr. circa, riferendosi al passaggio tra età del bronzo ed età del ferro ante litteram, tra X e VII secolo circa. Personalmente mi pare possibile che la federazione dei Dodici Popoli si sia formata proprio per stabilire delle regole sullo sfruttamento del metallo dell’Elba, “oro nero” di quei tempi, che logicamente doveva essere “spartito” tra tutti i membri dell’Unione Economica Etrusca, un po’ come gli odierni fondi europei, se mi è consentita la battuta. L’Elba (e forse Populonia stessa) avrebbero fatto parte di un Distretto Federale (una teoria per ora tutta mia, purtroppo, in attesa che se ne persuada qualche archeologo, etruscologo e/o “ilvatologo”).
*** Ne ho parlato in maniera approfondita altrove in un saggio “La Grotta di Aristotele”. Si tratta della Grotta del Rame (cfr. località Ginepro, Miniere di Calamita).
**** Corretti tende ad abbassare di molto l’inizio dell’età del ferro in Italia. Per come la penso, vedo l’intenso sviluppo economico e sociale di Populonia come successivo alla scoperta e lo sfruttamento del ferro. Cosí come la crescita culturale esplosiva della civiltà etrusca a inizio VIII secolo secondo me implica un boom economico che la preceda di qualche decennio, boom che a sua volta considero strettamente legato al ferro e alla rivoluzione agro-industriale che mette in atto con le fabbriche di strumenti agricoli, che fino ad allora erano realizzati in materiali più pesanti o più fragili. Non credo plausibili nemmeno le ipotesi che il ferro sia stato sfruttato prima da miniere non elbane e solo molto tempo dopo dall’Elba.
***** Come attestato anche dalle ossidiane delle tombe degli scheletri (cfr. S. Ducci) l’Elba risulta al centro settentrionale delle rotte mediterranee già almeno dal 1800 a. C.
Peccato, che- come ricorda Pagliantini in Aithale, n. 204 pag. 133, lo studio di Chiarantini e altri sul rame della grotta di San Giuseppe a Rio non sia stato pubblicato, in quanto gli isotopi di piombo (206, 208, ecc. che si usano come indicatori comparati per stabilire approssimativamente la provenienza del rame) erano praticamente assenti; peccato.
Nuragici tra Elba e Populonia
I GUERRIERI
Due considerazioni di Lo Schiavo e Bartoloni da interpretare
Ci sono due passaggi sulle tombe “villanoviane” dell’area populoniese (antecedenti la fondazione della città etrusca unita, pertinenti alle aree sepolcrali di San Cerbone, Poggio delle Granate, P. del Telegrafo, P. del Molino) che prendendoli per buoni e mettendoli assieme ci offrono degli sviluppi ermeneutici con vari scenari ipotetici.
Uno, quando la Lo Schiavo, in riferimento a Fedeli (1983 pag. 86) dice di non essere d’accordo con chi ritiene il rito incineratorio un indicatore di anteriorità (2011, nota 43). Quindi, la cremazione e la sepoltura dei cadaveri, coesistono per un certo periodo, e puó essere che quest’ultimo rito possa essere in alcuni casi anteriore al primo.
Due, quando Bartoloni dice che la cremazione prevale nel caso che il defunto sia un guerriero. Affermazione empirica che non si deve esaurire pensando che riguardasse la classe dei guerrieri (ci sono anche bambini cremati, per esempio), ma mi fa pensare piuttosto che guerrieri siano un gruppo sempre in movimento, distinto, forse anche per etnia, dagli inumati (a loro volta distinti in sepolti a fossa e sepolti a camera).
Si potrebbe pensare ad alcune cose, – che se questo testo che scrivo fosse in ambito accademico andrebbero taciute, come si è tenuti a fare con le intuizioni non deducibili direttamente da alcun dato che le corrobori – ma essendo al momento solo un post sui social, ci si puó dissociare per un momento dal primo comandamento di ogni buon accademico delle antichità, l’ovidiano GRAVIS EST CULPA TACENDA LOQUI, è una grossa colpa parlare di quel che si dovrebbe tacere.
Fatta questa debita premessa, vorrei ricordare per l’ennesima volta il più grande uomo di cultura italiano dei tempi di Sant’Agostino, che era Mauro Servio Onorato (che non possedeva navi né giornali).
Servio (per gli amici) è famoso per essere stato il portentoso grammatico che redasse le opere complete di Virgilio corredate di ampie ed approfondite note, dette “commentari”.
Riguardo ai passaggi su Populonia, Servio riporta con estrema chiarezza tutte le notizie storiche in suo possesso sulle origini della città.
QUIDAM DICUNT – POST XII POPULOS IN ETRURIA CONSTITUTOS –
Secondo alcuni – dopo che si erano costituiti (la confederazione dei) dodici popoli/stati in Etruria –
POPULONIAM POPULUM EX INSULA CORSICA IN ITALIAM VENISSE ET CONDIDISSE
Venne in Italia un popolo dall’isola di Corsica e fondó Populonia
(poi Servio riporta ALTRE versioni, come se fossero alternative, invece possono essere compatibili e complementari a questa prima)
ALII POPULONIAM VOLATERRANUM COLONIAM TRADUNT
Altri riportano Populonia colonia di Volterra. Potrebbe benissimo essere che la zona dei villaggi corsi (ed elbani) di Populonia sia stata conquistata (con guerrieri) dai Volterrani, che quindi hanno fondato la vera e propria città etrusca, e che per un lungo periodo abbiano convissuto tra loro, prima di imporre il dominio etrusco.
ALII DICUNT VOLATERRANOS CORSIS ERIPUISSE POPULONIAM
Altri dicono che i volterrani strapparono Populonia ai corsi (ed elbani).
Ne emerge che Populonia fu dapprima fondata da un popolo che veniva dalle isole e poi conquistata da Volterra, quando già la federazione etrusca era stata costituita. Rimane da capire se in effetti le culture delle isole (sarda/corsa/elbana) siano state determinanti nella crescita della civiltà etrusca e in che modo.
La questione delle sepolture, al di là delle mie elucubrazioni, andrebbe studiata ed approfondita, oltre che in un confronto con gli archeologi francesi dalla Corsica, con l’intrapresa di una serie di campagne di scavo all’isola d’Elba per l’età del bronzo, soprattutto mirando a XI-VIII secolo.
Le ipotesi nuragizzanti su Vetulonia di G. Camporeale furono forse troppo estreme, è vero, ma estreme sono pure quelle in auge che puntualmente rinunciano a uno studio approfondito bilaterale su GLI ETRUSCHI E LE ISOLE da un lato, e GLI ISOLANI E L’ETRURIA, usando l’inesplorata (inescavata) Elba come trait-d’union.
Ancora dal Museo di Rio
ISOLA DEL BRONZO
Superate le prime deliziose vetrine interamente dedicate all’eneolitico (Grotta di San Giuseppe, post precedente) entriamo in epoca successiva e in siti geograficamente più distanti da Rio. Siamo perlopiù a Cima del Monte, sopra il Volterraio, e a Colle Reciso. Queste collezioni integrano quelle che potete ammirare in sala 1 al nostro museo (Marciana) provenienti dalla zona del Monte Giove e dintorni e Valle Gneccarina.
Gli elbani dell’età del bronzo vivevano soprattutto sulle cime dei monti, almeno a giudicare dalle testimonianze archeologiche.
Nei dintorni del Monte Capanne, reperti in bronzo importanti provengono dalle valli sopra Chiessi e Pomonte, ceramiche, pesi da telaio e vaghi d’ambra dalla Madonna del Monte e dintorni, come detto. Nella stessa epoca a parte tracce da San Piero e dal Calamita, i due siti più ricchi sembrano essere Cima del Monte e Colle Reciso, appunto. Molti oggetti scavati dal Professor Foresi negli anni ’60 dell’ 800 furono da lui non meglio localizzati come provenienti da un ripostiglio a San Martino, a seguito dell’aratura di un campo da parte di un contadino locale.
Ai contadini non è mai convenuto un granché fare scoperte archeologiche, perché i loro nomi non vengono praticamente mai riportati. Nessuno vuole sapere il nome del contadino di San Martino, del carbonaio di Chiessi o del pastore di Poggio. Se invece era un signore, anche se non archeologo, allora il suo nome veniva fatto eccome.
L’oggetto più impressionante è una fibula gigante, le sue dimensioni sono davvero incredibili. Il reperto visto sui libri in foto non rendeva giustizia, vederlo da vivo mi ha fatto letteralmente sobbalzare. Un conto è leggere su un testo “fibula in bronzo dimensioni 16,5cm” e un altro è vederne la grandezza spropositata coi propri occhi. A cosa sarà mai potuto servire uno spillone cosí? Sarebbe la tipica domanda ingenua del visitatore sprovveduto, alla cui tenerezza a volte capita che neanche gli esperti sappiano rispondere.
Ci sono pennati, asce e altri frammenti, tutti lí quasi a testimoniare la stracitata frase di Aristotele o di un prof del suo Liceo che “tutti gli oggetti in bronzo dei tirreni (etruschi/italici) erano realizzati con rame dell’Elba”.
E pochi metri più in là eccola scritta anche sul pannello didascalico informativo proprio sopra il fibulone.
Con la giovane e sapiente guida (tesina sulla Val Camonica rupestre e tesi magistrale sui dipinti secenteschi raffiguranti Eraclito e Democrito) non si rischia di perdersi, se non nel suo sguardo a metà tra il dark punk di Lydia Lunch e la Uma di Kill Bill 2.
La collezione di bronzi del museo archeologico di Rio è davvero straordinaria, anche se il museo meriterebbe più visite ma la segnaletica nel paese e sulla circonvallazione è praticamente assente, il Sindaco dovrebbe porre rimedio. Trovo assurdo che ci siano più visitatori ai musei di Napoleone o dei minerali che in questo affascinante viaggio nella storia e nella preistoria ricchissima di questa sbalorditiva isola.
Un pezzo di arenaria usato come forma fusoria (stampo da fusione) del rame trovato da Foresi nel 1860 circa a Colle Reciso, mi intriga, ma non ne faccio un post esclusivo, perché per Acconcia è un sí, per Corretti è un falso (vorrei chiedere ad Alessandro perché mai uno dovrebbe peritarsi a falsificare un reperto del genere per di più frammentario), Zecchini dice che è moderno, XIX secolo, Pagliantini invece sembra essere più prudente nello sbilanciarsi. Si dice che oggetti romboidali come nello stampino non esistano in epoca protostorica, semmai ci sono punte di freccia simili in epoca medievale, oppure poteva servire a fare aculei di inferriate e cancelli in bronzo. Chissà.
Resta il fatto che sono riuscito a scrivere un post lunghissimo senza dire essenzialmente niente; giusto per non ripetermi rispetto a molti altri post ed articoli già scritti analizzando abbondamente la questione e tutta la sua bibliografia. Molti li trovate scorrendo i post qui sotto, alcuni con hashtag #nuragicielbapopulonia altri senza.
Andate a visitare il Museo di Rio, soprattutto se siete elbani. Essere isolani non vuol dire essere tagliati fuori dalla cultura, dover volare bassi e non sapere le cose. Più che mai quando le cose da vedere e da sapere sono la nostra radice più profonda; quello che ci nutre e ci tiene in piedi.
Nuragici tra Elba e Populonia
IL RAME DELLA GROTTA
pochissime parole e 1 foto

Dice Antonio Miglioli che quelli in foto sono “i due campioni di Rame nativo da Grotta del Rame, Capo Calamita (Elba) che ho in collezione. Acquisiti nell’agosto del 1974. Il cristallo di sinistra misura 5,5cm, quello di destra 11cm.”
LA MONTAGNA DI CAMPO
Un nucleo musteriano alle Piane al Canale; si tratta di un sasso lavorato e affilato per trasformarlo in uno strumento tagliente; sembra lavorato con la tecnica in uso tra 100mila e 30mila anni fa. Periodo nel quale l’Elba è stata a tratti alterni isola e penisola; questo deve aver procurato dei flussi migratorii che raggiungevano l’Elba via terra per poi rimanere isolati per diverse migliaia di anni; questo sempre che sia corretta la teoria accettata senza batter ciglio dalla comunità scientifica, secondo la quale l’uomo non sapeva navigare durante il paleolitico. L’Elba torna ad essere un’isola circa 10mila anni fa, e si renderà subito importante punto di riferimento, grazie alle sue insenature, per i primi navigatori del neolitico in cerca di porti sicuri. La più antica prova indiretta di navigazione risale a circa 12mila anni fa, gli archeologi hanno scoperto in una grotta del Peloponneso degli strumenti litici in ossidiana provenienti dall’isola di Milos.
Mentre è di circa 8000/4000 anni fa un carico di ossidiana scoperto nei fondali di Capri, certamente di una nave neolitica. All’Elba dovettero trovare ricovero dai mari in tempesta questi primi navigatori mediterranei noti, che commerciavano- o quantomeno trasportavano – l’ossidiana da Lipari (Eolie), da Palmarola (Pontine) e dal Monte Arci (Sardegna), per destini remoti e centri di smistamento, nel sud della Francia, in Catalogna, verso il nord Italia e persino fino a Malta. La dottoressa Gori nel 1924 scriveva nel suo “L’età della pietra all’Elba” che dalla non meglio specificata “Campo” provenivano dei ritrovamenti dell’età della pietra, una lama di tipo gravettiano, un raschiatoio, un disco e un grattatoio. Dobbiamo ricordare che ovunque in questa zona sono stati ritrovati oggetti che testimoniano la presenza dell’uomo in tempi preistorici. La bellezza e la particolare conformazione di alcune strutture megalitiche – naturali o manufatte che siano – dovette esercitare un’attrazione irresistibile per l’uomo già colto e dotato di linguaggio articolato, ma ancora impegnato nello stare al mondo con sacrale rispetto del pianeta e della terra, con un particolare rapporto con la pietra, protagonista assoluta dello sviluppo arcaico di una intelligenza tecnica. Emblematico il sito immediatamente a sud della Pieve di San Giovanni in Campo, un agglomerato di coti tonde, grossi megaliti dal diametro di circa 2-3 metri. Tra questi, non in situ, un emisfero con faccia piatta smussata ad ottagono e centro con una conca di circa 15cm con canalina di scolo, secondo Zecchini una macina di epoca etrusca, secondo altri medievale, ma indatabile attraverso analisi archeometriche, se non per comparazione empirica, per questo ci si dovrebbe mettere alla capillare ricerca da immagini archeologiche da tutto il Mediterraneo di manufatti simili, nulla vieta che ne risulti qualcosa di neo- o paleo- litico. Numerosi i ritrovamenti “antediluviani” anche a sud e a nord, nello specifico, in tutta l’area che va dalle Piane al Canale a Pietra Murata, per arrivare fino alle tombe di Campo alle Sughere e Pomonte, e di là, su alle Solane e a Spartaia e Procchio. Qui intorno Zecchini ricorda due asce di selce beige, sei punte di freccia, e soprattutto un’ascia piccone in pietra verde decorata da cavità a goccia sulle due facce. Nel periodo etrusco, a partire dal X-IX secolo, l’abitato di Campo sembrerebbe concentrarsi prevalentemente sulla collina di San Mamiliano, ma la demografia si presenta sparsa ovunque. Inoltre, in tutta questa detta Montagna di Campo tra i molti ritrovamenti dei primi secoli etruschi una sorta di tomba a botte, che gli archeologi chiamano “a ziro”, (tipo quella famosa di San Giovanni a Bologna, che presenta similitudini stilistiche e materiali dei reperti con quelli del Monte Giove esibiti al museo di Marciana). Molti oggetti importanti anche a Campo, dei bronzi, tra cui una spada, una punta di lancia, un puntale e due fibule, preziose spille. Si configura una fascia omogenea, quasi un insediamento enorme sul massiccio del Monte Capanne, insistente soprattutto nella fascia tra i 400 e i 500 metri sul livello del mare, almeno fino alla Guerra contro gli invasori Ioni, storicamente ricordata per l’episodio della Battaglia di Alalia (cfr: contra Aithalia). Non dobbiamo cedere alla semplificazione di definire questo periodo “etrusco” tout-court, dato che le tipicità sono tante, esprimono dei legami intensi dell’isola d’Elba con località geograficamente lontane, come Massalia (Marsiglia), Felzna (Bologna), Aleria (e Sardegna), Ischia, Lipari, Egeo nord-orientale. L’Elba ne emerge come un pit-stop delle rotte sarde, micenee, fenice, etrusche e greche.
Nuragici tra Elba e Populonia
TANTI RITI DIVERSI
Ancora Gilda Bartoloni specifica come nel IX secolo si praticassero molti tipi di sepolture a Populonia.
Questo dato mi pare ulteriormente indicativo di come in un’epoca in cui il resto d’Italia segue un particolare rito funebre, Populonia sembra attestare una compresenza di popoli. Qui infatti si ha un melting pot di sepolture, di molti tipi diversi. Dice la Bartoloni che:
“nelle necropoli di Populonia sono testimoniati contemporaneamente (almeno dalla seconda metà del IX secolo a.C.) l’uso del rito dell’incinerazione in vasi biconici (1a) e ovoidi (1b) e in urna a capanna (1c), deposti entro pozzi (2) più o meno semplici o all’interno di tombe a camera (3), e quello inumatorio (4) in tombe a fossa (4a) e a camera (4b).

Asce di bronzo ad alette
ASCE TIPO ELBA
Asce di Valle Gneccarina
Presso il Museo Archeologico di Marciana si possono vedere quattro delle asce che furono trovate quasi un secolo fa sopra Chiessi, nel versante sud occidentale del Capanne.
Cercando su facebook #nuragicielbapopulonia troverete alcune informazioni aggiuntive. Sono state studiate da M. Zecchini e A. M. Bietti Sestieri, e compaiono con la denominazione TIPO ELBA nel volume dei Prähistorische Bronzefunde curato da G. L. Carancini, che scrive:
Con questo tipo inizia la serie delle asce ad alette prive di setto di divisione tra immanicatura e lama, di cui è possibile distinguere due gruppi: A) Asce prive di occhiello laterale (tipi Elba, Aquileia, Treviso, con spalla brevissima, Bortoloni, ad alette foliate, Talamona, Valle di Non, Dobbiaco, Mazzone, Aldeno, Lagundo, Talasch, Solagna, Ricovero, Toscanella, San Francesco, e i nn. 3554-3556, 3623, 3624, 3644-3654). B) Asce con occhiello laterale (tipi Este, con spalla breve, Bortoloni, Albiano, Padova, Ponso, Franchini, e i nn. 3702-3705). A loro volta, le asce appartenenti ad entrambe i gruppi sono ordinate in base allo sviluppo della spalla, dai tipi con spalla accennata a quelli con spalla assai larga. Il TIPO ELBA presenta l’immanicatura tozza, a lati lievemente convergenti verso il basso, distinta dalla lama mediante risega; lieve gradino – in alcuni esemplari – tra manico e lama; lama più stretta dell’immanicatura, di forma subtrapezoidale slanciata, a margini concavi, at verso il basso, distins. manicatura,di forma subtrapezoidale slanciata, a margini concavi lievemente rientranti, e fortemente divaricati presso il taglio, poco arcuato. In veduta laterale, alette molto larghe, di forma da lanceolata a foliata; spigolo mediano per tutta la lunghezza della lama. In sezione, alette da diritte a lievemente rientranti.
3534. 𝐈𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐝’𝐄𝐥𝐛𝐚, Valle Gneccarina, Prov. Livorno, Toscana. – Ripostiglio di sole asce sotto un lastrone di arenaria, nella pozza di fusione, alla profondità di 30/40cm.- Materiali associati: le asce nn. 3536-3538; e altra identica rimasta di proprietà della famiglia dello scopritore.
Esposte al MuArMar, in Sala 1, Vetrina 2, Ripiano 2


Nuragici tra Elba e Populonia
I BRONZI DI POPULONIA
Il ripostiglio di Falda della Guardiola
In un saggio scritto a quattro mani da Milletti (esperto di etruscologia populoniese) e da Lo Schiavo (luminare della civiltà nuragica) si legge che:
“Secondo I’elenco dei materiali pubblicato da A. Minto nel 1926 (tra i quali anche le asce in fig. 1), poi ripresentato nella monografia su Populonia del 1943, il ripostiglio di Falda della Guardiola sarebbe costituito da… parte di una spada a lamina rettilinea… quattro accette con lama trapezoidale a margini retilinei… un’accetta con lama a margini rientranti… una fibula di bronzo con l’arco ingrossato a cuscinetto romboidale… una lucerna a navicella»”
Nella fig. 2 vediamo invece le asce della Valle Gneccarina (Marciana, Elba) chiaramente prodotte in serie e ancora in possesso del suo forgiatore, a differenza di quelle della Guardiola di Populonia che appaiono come esemplari in possesso di utenti finali.
Milletti e Lo Schiavo poi dicono che c’è una controversa fibula (cfr. ancora Bartoloni), probabilmente finita in mezzo a quei bronzi al museo di Firenze dopo gli sconvolgimenti causati dall’alluvione del 1966, che altrimenti sarebbe determinante per una datazione del ripostiglio chiuso verso la fine del VIII secolo.
Significativa è la presenza insieme alle asce della Guardiola di una barca (navicella, dicono gli autori) tipicamente nuragica (fig. 3) studiata da Filigheddu nel 1994. Rimando ad un articolo reperibile online scritto da Anna Depalmas sulle cd “navicelle nuragiche”, un caratteristico manufatto che non ha analogie importanti in Grecia, Creta, Anatolia e Medio Oriente, ma rimanda ad una tipica usanza dell’Antico Egitto, a beneficio dei negazionisti di un legame Egitto-Sardegna, che come vediamo si spinge sulla rotta elbana fino a Populonia e Vetulonia.






