DELL’ENCLAVE

In Bion, celebre psicologo, si può leggere che una sfera psicologica unitaria può inglobare un’idea – come quella di Dio – che Bion chiama “oggetto narcisistico” ; sarebbe stato intetessante sapere da Lui anche come avrebbe chiamato il risultato di un’espulsione di idea, una esteriorizzazione – come l’idea di Uomo – che venga rigettata dal soggetto narcisista (tutti noi, anche se ciascuno in misure e modi propri) e, come avrebbe chiamato il soggetto dopo questa sua disumanizzazione – rifiuto dell’idea di Uomo.

In medicina queste “nuove forme” portano alla lettera il nome di Neoplasie.

C’è l’elemento eterogeneo, l’alterità afferrata. Ci sono tanti casi ovunque, in ogni campo e in ogni disciplina.

Letteralmente Enclave significa “chiusa a chiave”, inaccessibile se non accedendo a ciò che la contiene, la custodisce.

Un troll per esempio. Un incursore che non si muove in comunione col territorio che esplora ma è motivato da un doppio gioco.

L’Enclave, la Doppiezza irriducibile, l’estraneo dentro.

Sarah Koffman parla in filosofia della metafora sessuale, ricordo suoi splendidi passi – quando la filosofia si confonde con la poesia e insieme infondono soddisfazione e senso del vero. Lei parlava di violenza e penetrazione. Non so se abbia mai detto nulla per esempio sull’Enclave Buona che è il Feto, l’utero stesso, in quanto ha un senso solo in prospettiva di questo, come una camera d’albergo, che anche vuota presume, magari attraverso il suo spettro, la destinazione finale dei suoi ospiti, passati o a venire.

Julia Kristeva, intellettuale della stirpe dei Kafka e dei Kundera, descrive il paradosso dell’identità con il concetto di Stranieri a se stessi. Rende l’idea di Enclave e apre la prospettiva al Diritto di Passo.

Ma questa è un’altra (lunga) storia.

Gli scacchi di Wittgenstein

Un mio vecchio amico oggi ha postato una bella citazione di Wittgenstein sulla parola paragonata a un pezzo degli scacchi. Mi ha ricordato che Wittgenstein adorava gli scacchi e li usava frequentemente come metafora nelle sue ricerche sul linguaggio.
Avvalendomi del supporto della ricerca per parola sono andato a ricercare “scacchi” nei suoi testi e ho trovato alcune ricorrenze che riporto di seguito:

1} Quando uno mostra a qualcuno il re e dice: “Questo è il re”, questo non gli dice nulla sull’uso di questo pezzo, a meno che non conosca già le regole del gioco fino a quest’ultimo dato: la forma del re. Si può immaginare che abbia imparato le regole del gioco senza che gli sia mai stato mostrato il pezzo vero e proprio.

2} Parole e pezzi degli scacchi sono analoghi; saper usare una parola è come saper muovere un pezzo degli scacchi

3} Confronta come la parola “falso” entra in modo diverso nel gioco dove al bambino viene insegnato a gridare “rosso” quando appare il rosso e il gioco in cui deve indovinare il tempo, supponendo ora che usiamo la parola “falso” nelle seguenti circostanze: quando grida “verde” quando appare qualcosa di rosso e quando fa un’ipotesi sbagliata sul tempo. Nel primo caso il bambino non si è impadronito del gioco, ha violato le regole; nel secondo ha sbagliato. I due casi sono come giocare a scacchi violando le regole o giocare per perdere

4} Conoscere l’uso di un segno non è un certo stato che dura un certo tempo. (Se diciamo che saper giocare a scacchi è un certo stato d’animo, dobbiamo dire che è uno stato ipotetico.)

5} Potrei dire che gli scacchi non sarebbero mai stati inventati a parte la scacchiera, le figure, ecc. e forse a parte il collegamento con le truppe in battaglia. Nessuno si sarebbe sognato di inventare il gioco come si gioca con carta e matita, attraverso la descrizione delle mosse, senza tavola e pezzi. Tuttavia il gioco potrebbe essere giocato in entrambi i modi. È lo stesso con la matematica

6} Parole e pezzi degli scacchi sono analoghi; saper usare una parola è come saper muovere un pezzo degli scacchi. Ora come entrano le regole nel gioco? Qual è la differenza tra giocare e spostare i pezzi senza meta? Non nego che ci sia una differenza, ma voglio dire che sapere come deve essere usato un pezzo non è uno stato d’animo particolare che va avanti mentre il gioco va avanti. Il significato di una parola deve essere definito dalle regole per il suo utilizzo, non dal sentimento che si attribuisce alle parole

Dopo Blumenberg

IL LINGUAGGIO È METAFORA ASSOLUTA

Il concetto di “metafora assoluta” è una delle principali trovate del filosofo tedesco Hans Blumenberg. Per lui la MA si riferisce a espressioni metaforiche che sono diventate così radicate in una lingua e in una cultura da non essere più riconosciute come tali.  Queste espressioni modellano la nostra realtà e diventano fondamentali per il modo in cui percepiamo e discutiamo determinati concetti.  Blumenberg sostiene infatti che queste metafore partecipano all’indirizzo del pensiero e della cultura.  

A dire il vero, potrebbe esserci molto di più di questo, in quanto questa distinzione, tra significato proprio e significato metaforico, non è mai pura, in modo tale che non si dia mai un “significato assolutamente proprio”. Anche là dove il soggetto parlante intenda esprimersi fuor di metafora, le parole e le frasi che usa, per poter corrispondere ad una comprensibilità devono essere un minimo consuete, che vuol dire che veicolano una loro storia semantica incalcolabile ed irriducibile a qualunque pretesa di espressione non metaforica. Le parole e le strutture delle loro concatenazioni debbono per forza di cose sempre evocare qualcos’altro al di là di quello che propriamente vogliono dire – inteso che questa volontà è diversa tra chi le pronuncia, chi le ascolta e il Linguaggio (nel suo insieme da che l’umanità proferisce parola). 

Nella forma di Blumberg la “metafora assoluta” è solo quella palese, come la metafora del “tempo come denaro”, con le sue frasi fatte, come “passare il tempo” o “risparmiare tempo”, che oramai sono così automatiche che non si ha più coscienza che in origine erano solo metafore.  Cosí la metafora bellica o agonistica, come “combattere una malattia”, “la partita della vita” o “battersi per un’ideale”, ​​dove la natura metaforica è diventata parte integrante della nostra comprensione senza un riconoscimento esplicito.  

Blumenberg porta ad esempio anche la “metafora assoluta della luce”, che secondo lui ruota attorno al diffuso uso metaforico della luce per conoscenza, verità e coscienza. Qui avremmo bisogno di un ragionamento molto lungo e complesso per spiegare che senza luce in senso proprio non si danno neanche le idee metaforiche di luce. Forse la luce non puó proprio essere dissociata dalla chiarezza, dalla comprensione e dalla dissipazione dell’oscurità, che rappresentano l’ignoranza o l’oscurità, contrariamente a quanto saremmo portati a credere dando per buono il discorso di Blumenberg senza fare una riflessione ad un livello ulteriore. 

Pensate alla più banale e comune tra le prime frasi che vi vengono in mente, come “non aprire la finestra” – anche se detta proprio di fronte ad una finestra materiale – questa frase non si dà mai come “assolutamente propria”, porta sempre con sé lo strascico di un’eterogenea storia semantica, che include tutta la sua potenzialità metaforica. Nell’atto di aprire fisicamente la finestra si aprono orizzonti di potenza, si apre una finestra sul mondo, si invitano nuove prospettive. 

Occhio a Cézanne

Cézanne e il tessuto interconnesso della percezione

 Paul Cézanne, nato 185 anni fa ad Aix-en-Provence, ha trasceso i confini convenzionali dell’arte approfondendo l’intricata relazione tra osservatore e osservato.  Qui si sceglie di interpretare la filosofia artistica di Cézanne attraverso la lente del panpsichismo, esplorando come le sue opere riecheggino una profonda comprensione dei fili intrecciati che collegano il percettore al percepito.

Ripartendo da uno scritto di Merleau-Ponty au Tholonet del 1960, ci dotiamo dello strumento concettuale adeguato a un’esegesi filosofica dell’intenzione di Cézanne: l’occhio umano come un nodo nel tessuto. 

Possiamo azzardare che Cézanne rifiutasse la nozione di osservatore distaccato, esterno e divino. Che invece, immaginasse l’occhio umano come un nodo intricato nel tessuto dell’esistenza.  

Questa prospettiva, parafrasante la filosofia di Merleau-Ponty sulla questione, enfatizza l’inseparabile coinvolgimento dell’osservatore all’interno del tessuto stesso che cerca di comprendere. Oltre i contorni dei soggetti.

Dettaglio rielab. graf. quadro di Cézanne, La Sainte Victoire

L’allontanamento di Cézanne dai ‘contorni oggettivi’ riflette il rifiuto di un’ontologia rigida e oggettiva.  Una montagna, quando dipinta, non è una mera rappresentazione della sua forma oggettiva;  piuttosto, rimane impigliata nell’atto della percezione.  La tela non cattura la montagna in sé ma il filo che la lega allo sguardo del pittore, riconoscendo l’interazione dinamica tra soggetto e oggetto. Non si dà alcuna ‘rappresentazione’, mai. Sempre contaminazione (o Zusammengehörigkeit heideggeriana) di osservatore ed osservato.  Cézanne ha riconosciuto che l’atto di osservazione altera ciò che è osservato, portando a una rappresentazione sfumata che trascende i rigidi quadri ontologici, in linea con le teorie della fisica quantistica. 

La presenza dell’osservatore diventa parte integrante del processo artistico, creando un rapporto simbiotico tra l’artista e il soggetto.

L’approccio di Cézanne suggerisce che una montagna non si svela all’artista entro i confini di un’ontologia oggettiva.  Si dissimula invece nell’atto della visione, fondendosi nell’esperienza percettiva dell’osservatore.  L’occhio e la montagna sono fatti degli stessi atomi. Ciò che viene dipinto sulla tela non è una rappresentazione statica della montagna ma la connessione dinamica tra la montagna e l’occhio del pittore.

Nel commemorare Cézanne, riconosciamo un artista che ha sfidato i confini artistici tradizionali, abbracciando una prospettiva panpsichica che riconosce la profonda influenza dell’osservatore sull’osservato.  L’eredità di Cézanne ci invita a riconsiderare la natura della percezione e della rappresentazione, sottolineando il tessuto interconnesso dell’esistenza intrecciato attraverso l’atto della creazione artistica.

Orfeo e i testi orfici

Handout (da e-l.unifi.it)

T1 Timoth. Pers. 221-224 Hordern (= OF 883 T Bernabé; OF T 24 Kern) 221 πρῶτος ποικιλόµουσον Ὀρφεὺς ⟨χέλ⟩υν ἐτέκνωσεν υἱὸς Καλλιόπ⟨ας κόρας Διὸς⟩ Πιερίαθεν. «Per primo Orfeo inventò la lira dal suono variegato, il figlio di Calliope, nata da Zeus, nella Pieria»

T2 Simonid. PMG 567 (= Tzetz. Chil. XII 309 ss.; OF 943 T Bernabé; OF T 47 Kern) ὡς γράφει που περὶ αὐτοῦ (scil. Ὀρφέως) καὶ Σιµωνίδης οὕτω· “τοῦ καὶ ἀπειρέσιοι ποτῶντ’ ὄρνιθες ὑπὲρ κεφαλᾶς, ἀνὰ δ’ ἰχθύες ὀρθοὶ κυανέου ἐξ ὕδατος ἅλλοντο, καλᾷ σὺν ἀοιδᾷ” … come su di lui (scil. Orfeo) scrive anche Simonide: «… e anche innumerevoli uccelli volavano sul suo capo e diritti dalla profondità dell’acqua cerulea i pesci guizzavano in alto al suo bel canto»

T3 Aeschyl. Ag. 1629-1630 (= OF 946 T Bernabé; OF T 48 Kern) Ὀρφεῖ δὲ γλῶσσαν τὴν ἐναντίαν ἔχεις. ὁ µὲν γὰρ ἦγε πάντα που φθογγῆς χαρᾷ «Hai una lingua opposta a quella di Orfeo. Con la sua voce, infatti, egli conduceva ogni cosa con gioia»

T4 Eur. Bacch. 560-564 (= OF 947 T Bernabé; OF T 49 Kern) τάχα δ᾿ ἐν ταῖς πολυδένδροισιν Ὀλύµπου θαλάµαις, ἔνθα ποτ’ Ὀρφεὺς κιθαρίζων σύναγεν δένδρεα µούσαις, σύναγεν θῆρας ἀγρώστας. «Forse nelle valli fitte di alberi dell’Olimpo, dove Orfeo, un tempo, suonando la cetra radunava gli alberi con le sue musiche, radunava le fiere selvagge»

T5 Eur. Alc. 357-362 (= OF 980 T Bernabé; OF T 59 Kern) εἰ δ’ Ὀρφέως µοι γλῶσσα καὶ µέλος παρῆν, ὥστ’ ἢ κόρην Δήµητρος ἢ κείνης πόσιν ὕµνοισι κηλήσαντά σ’ ἐξ Ἅιδου λαβεῖν, κατῆλθον ἄν, καί µ’ οὔθ’ ὁ Πλούτωνος κύων οὔθ’ οὑπὶ κώπηι ψυχοποµπὸς ἂν Χάρων ἔσχ’ ἄν, πρὶν ἐς φῶς σὸν καταστῆσαι βίον. [ADMETO] «se avessi la voce e il canto di Orfeo, così da poter incantare con inni la figlia di Demetra o il suo sposo e strapparti dall’Ade, vi scenderei, e non mi tratterrebbe il cane di Plutone, né Caronte il traghettatore di anime piegato sul remo, prima di riportare alla luce la tua vita»

T6 Plat. Symp. 179d (= OF 983 T Bernabé; OF T 60.1 Kern) Ὀρφέα δὲ τὸν Οἰάγρου ἀτελῆ ἀπέπεµψαν ἐξ Ἅιδου, φάσµα δείξαντες τῆς γυναικὸς ἐφ’ ἣν ἧκεν, αὐτὴν δὲ οὐ δόντες, ὅτι µαλθακίζεσθαι ἐδόκει, ἅτε ὢν κιθαρῳδός, καὶ οὐ τολµᾶν ἕνεκα τοῦ ἔρωτος ἀποθνῄσκειν ὥσπερ Ἄλκηστις, ἀλλὰ διαµηχανᾶσθαι ζῶν εἰσιέναι εἰς Ἅιδου. τοιγάρτοι διὰ ταῦτα δίκην αὐτῷ ἐπέθεσαν, καὶ ἐποίησαν τὸν θάνατον αὐτοῦ ὑπὸ γυναικῶν γενέσθαι κτλ. «Invece cacciarono dall’Ade Orfeo, figlio di Eagro, senza che avesse nulla, mostrandogli un fantasma di sua moglie per la quale era venuto, non dandogli lei in persona, perché sembrò loro essere un debole, in quanto citaredo, e che non avesse il coraggio di morire per amore come Alcesti, ma si fosse solo ingegnato per entrare vivo nell’Ade. Proprio per questo gli inflissero una pena e fecero sì che la sua morte avvenisse per mano di donne»

T7 Isoc. Busir. 8 (= OF 982 T Bernabé; OF T 60.2 Kern) Ἢ τοῖς Ὀρφέως ἔργοις ὁµοιώσωµεν; Ἀλλ’ ὁ µὲν ἐξ Ἅιδου τοὺς τεθνεῶτας ἀνῆγεν κτλ. «O dobbiamo paragonare le sue imprese a quelle di Orfeo? Ma quest’ultimo riconduceva i morti dall’Ade …»

T8 Eur. Alc. 962-971 (= OF 812 T Bernabé; OF T 82 Kern) ἐγὼ καὶ διὰ µούσας καὶ µετάρσιος ᾖξα, καὶ πλείστων ἁψάµενος λόγων 965 κρεῖσσον οὐδὲν Ἀνάγκας ηὗρον οὐδέ τι φάρµακον Θρῄσσαις ἐν σανίσιν, τὰς Ὀρφεία κατέγραψεν 970 γῆρυς, οὐδ’ ὅσα Φοῖβος Ἀσκληπιάδαις ἔδωκε φάρµακα πολυπόνοις ἀντιτεµὼν βροτοῖσιν. [CORO] «Con il canto delle Muse mi slanciai alto nel cielo, attaccandomi a molti pensieri non trovai mai niente di più forte della Necessità. Non ho trovato rimedio nelle tavole tracie dettate dalla voce di Orfeo, né tra gli antidoti che Febo insegnò ai discendenti di Asclepio per il bene degli uomini afflitti»

T9 Eur. Hipp. 952-954 (= OF T 213 Kern ~ OF 627 T Bernabé;) ἤδη νυν αὔχει καὶ δι’ ἀψύχου βορᾶς σίτοις καπήλευ’ Ὀρφέα τ’ ἄνακτ’ ἔχων βάκχευε πολλῶν γραµµάτων τιµῶν καπνούς. [TESEO] «Vantati pure ed esibisci la tua dieta vegetariana, tieniti per patrono Orfeo e baccheggia onorando i fumi di molti scritti.»

T10 Plat. Resp. 364 b5-365a3 (= OF 573 T Bernabé; OF T 3 Kern) ἀγύρται δὲ καὶ µάντεις ἐπὶ πλουσίων θύρας ἰόντες πείθουσιν ὡς ἔστι παρὰ σφίσι δύναµις ἐκ θεῶν ποριζοµένη θυσίαις τε καὶ ἐπῳδαῖς, εἴτε τι ἀδίκηµά του γέγονεν αὐτοῦ ἢ προγόνων, ἀκεῖσθαι µεθ’ ἡδονῶν τε καὶ ἑορτῶν, ἐάν τέ τινα ἐχθρὸν πηµῆναι ἐθέλῃ, µετὰ σµικρῶν δαπανῶν ὁµοίως δίκαιον ἀδίκῳ βλάψει ἐπαγωγαῖς τισιν καὶ καταδέσµοις, τοὺς θεούς, ὥς φασιν, πείθοντές σφισιν ὑπηρετεῖν. τούτοις δὲ πᾶσιν τοῖς λόγοις µάρτυρας ποιητὰς ἐπάγονται […] βίβλων δὲ ὅµαδον παρέχονται Μουσαίου καὶ Ὀρφέως, Σελήνης τε καὶ Μουσῶν ἐκγόνων, ὥς φασι, καθ’ ἃς θυηπολοῦσιν, πείθοντες οὐ µόνον ἰδιώτας ἀλλὰ καὶ πόλεις, ὡς ἄρα λύσεις τε καὶ καθαρµοὶ ἀδικηµάτων διὰ θυσιῶν καὶ παιδιᾶς ἡδονῶν εἰσι µὲν ἔτι ζῶσιν, εἰσὶ δὲ καὶ τελευτήσασιν, ἃς δὴ τελετὰς καλοῦσιν, αἳ τῶν ἐκεῖ κακῶν ἀπολύουσιν ἡµᾶς, µὴ θύσαντας δὲ δεινὰ περιµένει. «Ciarlatani e indovini si presentano alle porte dei ricchi e li convincono che con sacrifici e incantesimi hanno ottenuto dagli dei il potere di rimediare con giochi e feste all’eventuale ingiustizia di uno, l’abbia commessa lui in persona o uno dei suoi antenati; e che uno vuol fare del male a un nemico, potrà con poca spesa nuocere al giusto come all’ingiusto a mezzo di determinate evocazioni e magici legami, perché, dicono, persuadono gli dei a servirli. E per tutti questi discorsi invocano la testimonianza dei poeti […] Citano poi una grande serie di libri di Museo e Orfeo, stirpe, dicono, di Selene e delle Muse, e su questi libri regolano i loro sacrifici. E persuadono non solo i singoli, ma anche le città che sia i vivi sia i morti hanno modo di essere assolti e purificati da atti di ingiustizia a mezzo di sacrifici e piacevoli giochi cui danno il nome di iniziazioni che ci liberano dalle pene dell’aldilà, mentre tremendi castighi attendono chi non fa sacrifici.»

T11 [Eur.] Rhes. 943-947 (= OF 511 T Bernabé; OF T 91 Kern) 943 µυστηρίων τε τῶν ἀπορρήτων φανὰς ἔδειξεν Ὀρφεύς, αὐτανέψιος νεκροῦ 945 τοῦδ’ ὃν κατέκτεινας σύ· Μουσαῖόν τε, σὸν σεµνὸν πολίτην κἀπὶ πλεῖστον ἄνδρ’ ἕνα ἐλθόντα, Φοῖβος σύγγονοί τ’ ἠσκήσαµεν. [MUSA] «Orfeo fece conoscere i cortei di fiaccole dei misteri indicibili, cugino del cadavere qui presente che hai ucciso; e Museo, tuo venerabile concittadino, che pur essendo uno solo si elevò sopra agli altri, e Febo noi, sue congiunte, lo educammo.»

T12 [Dem.] XXV 11 (= OF 512 T Bernabé; OF T 23 Kern) ὁ τὰς ἁγιωτάτας ἡµῖν τελετὰς καταδείξας Ὀρφεὺς «Colui che ci ha fatto conoscere le più sacre tra le iniziazioni, Orfeo»

T13 Aristoph. Ran. 1030-1035 (~ OF 547 T + Mus fr. 63 Bernabé) Ταῦτα γὰρ ἄνδρας χρὴ ποιητὰς ἀσκεῖν. Σκέψαι γὰρ ἀπ’ ἀρχῆς ὡς ὠφέλιµοι τῶν ποιητῶν οἱ γενναῖοι γεγένηνται. Ὀρφεὺς µὲν γὰρ τελετάς θ’ ἡµῖν κατέδειξε φόνων τ’ ἀπέχεσθαι, Μουσαῖος δ’ ἐξακέσεις τε νόσων καὶ χρησµούς, Ἡσίοδος δὲ γῆς ἐργασίας, καρπῶν ὥρας, ἀρότους· ὁ δὲ θεῖος Ὅµηρος 1035 ἀπὸ τοῦ τιµὴν καὶ κλέος ἔσχεν πλὴν τοῦδ’ ὅτι χρήστ’ ἐδίδαξεν, τάξεις, ἀρετάς, ὁπλίσεις ἀνδρῶν; « A questo devono badare gli uomini che fanno poesia. Considera come sono stati utili fin dal principio i poeti di valore. Orfeo ci insegnò i sacri riti e a non spargere sangue, Museo le cure delle malattie e gli oracoli, Esiodo il lavoro della terra, le stagioni dei prodotti, l’aratura; e perché ottenne onore e fama il divino Omero, se non per aver insegnato tante cose utili, l’arte di schierarsi, le prodezze, l’armamento dei guerrieri?»

T14 Philop. in Aristot. De Anim. A 5 p. 186.24 Hayd. (= OF 1115 T Bernabé = OF T 188 Kern) λεγοµένοις (scil. ἐν τοῖς Ὀρφικοῖς καλουµένοις ἔπεσι) εἶπεν, ἐπιδὴ µὴ δοκεῖ Ὀρφέως εἶναι τὰ ἔπη, ὡς καὶ αὐτὸς ἐν τοῖς Περὶ φιλοσοφίας λέγει· αὐτοῦ µὲν γάρ εἰσι τὰ δόγµατα, ταῦτα δέ φασιν Ὀνοµάκριτον ἐν ἔπεσι κατατεῖναι. «Ha detto ‘ai cosiddetti’ (scil. ’nei versi chiamati orfici’), in quanto pare che i versi epici non siano di Orfeo, come anch’egli afferma nei libri Sulla filosofia: infatti i precetti sono di Orfeo, ma dicono che sia stato Onomacrito a trasporli in versi».

T15 Clem. Alex. Strom. I 21.131, 1 (~ OF 1110 T II Bernabé) Ναὶ µὴν Ὀνοµάκριτος ὁ Ἀθηναῖος, οὗ τὰ εἰς Ὀρφέα φερόµενα ποιήµατα λέγεται εἶναι, κατὰ τὴν τῶν Πεισιστρατιδῶν ἀρχὴν περὶ τὴν πεντηκοστὴν ὀλυµπιάδα εὑρίσκεται κτλ « L’Ateniese Onomacrito (nota 1), cui si dice appartengano le composizioni poetiche attribuite ad Orfeo, risulta vissuto al tempo della tirannide dei Pisistratidi, attorno alla cinquantesima Olimpiade…»

T16 Procl. Theol. Plat. I 5 (= I 25-26 Saffrey-Westernink; = OF 507 T IV Bernabé = OF T 250 [3] Kern ) ἅπασα γὰρ ἡ παρ’ Ἕλλησι θεολογία τῆς Ὀρφικῆς ἐστὶ µυσταγωγίας ἔκγονος, πρώτου µὲν Πυθαγόρου παρὰ Ἀγλαοφήµου τὰ περὶ θεῶν ὄργια διδαχθέντος, δευτέρου δὲ Πλάτωνος ὑποδεξαµένου τὴν παντελῆ περὶ τούτων ἐπιστήµην ἔκ τε τῶν Πυθαγορείων καὶ τῶν Ὀρφικῶν γραµµάτων. «Infatti, tutta quanta la teologia presso i Greci proviene dalla mistagogia orfica, in quanto Pitagora fu istruito per primo da Aglaofamo sui riti estatici degli dèi e dopo di lui Platone derivò la dottrina completa intorno a questi argomenti dagli scritti pitagorici e orfici»

1 Su Onomacrito e la sua attività sotto i Pisistratidi, cf. Hdt. 7 6.4 3

Kuhn, Cassirer e le forme a priori di Kant

Leggendo sommariamente Cassirer abbiamo creduto di intuire una certa familiarità tra i suoi sistemi di forme simboliche e il senso che – dopo Kuhn e parafrasandolo – si dà oggi al termine paradigma, non solo in relazione agli assunti della comunità scientifica, ma anche per il linguaggio simbolico e l’insieme dei presupposti che caratterizzano un’intera cultura.

Cercando conferme di questa consonanza teoretica, le abbiamo felicemente trovate in un articolo del 2008 scritto da Michael Friedman, Ernst Cassirer and Thomas Kuhn: the neo-kantian tradition in history and philosophy of science. A noi sembra un po’ forte la sua affermazione che Kant non abbia capito che le forme a priori della conoscenza non sono fisse ma variabili, opteremmo piuttosto per assumere che ve ne possono essere di dinamiche e pure di statiche.

Alla fine, grazie a Friedman, possiamo ricostruire anche una sequenza diretta che porta dal pensiero di Cassirer a quello di Kuhn. Egli racconta infatti di come – tramite Meyerson e Koyré – le forme simboliche siano arrivate a Kuhn, per prendere le sembianze scientifiche di paradigmi.

L’influenza di Das Erkenntnisproblem all’inizio del XX secolo ha segnato profondamente la storia della scienza, soprattutto tra gli studiosi con un orientamento filosofico più pronunciato. Figure come Emile Meyerson, Léon Brunschvicg, Hélène Metzger, Anneliese Maier e Alexandre Koyré sono stati particolarmente influenzati, con quest’ultimo che ha avuto un impatto significativo su Thomas Kuhn.

Kuhn, nel suo libro su Planck e la radiazione del corpo nero (Black-Body Theory and the Quantum Discontinuity, 1894–1912, 1984), riconosce l’importanza del concetto di ricostruzione storica, attribuendolo principalmente ad Alexandre Koyré e alle radici neo-kantiane. Verso la fine della sua carriera, Kuhn non solo ha caratterizzato la sua concezione filosofica come una versione dinamica del kantismo, ma ha anche esplicitamente riconosciuto il background neokantiano nella sua storiografia.

La tradizione storiografica del XX secolo presenta due filoni distinti: uno più kantiano legato a Brunschvicg e Maier, e un filone più “cartesiano” associato a Meyerson e Metzger. Meyerson ha esercitato un’influenza considerevole sulla storiografia di Koyré, insieme a Brunschvicg, Metzger, Maier e anche Cassirer. La prospettiva filosofica condivisa da Meyerson e Koyré è opposta a quella originariamente espressa da Cassirer.

Cassirer e Meyerson presentano visioni divergenti della storia filosofica della scienza. Per Cassirer, è un processo di evoluzione razionale, passando da concezioni sostanzialistiche a concezioni funzionali. Meyerson, al contrario, vede la storia come una progressione dialettica, dove la ragione cerca di rafforzare l’impulso sostanzialistico, incontrando la resistenza irrazionale della natura. Meyerson vede il trionfo della rivoluzione scientifica nell’atomismo meccanicistico e nella conservazione dell’energia, rappresentando la resistenza naturale alle richieste logiche umane.

Oltre a salvare Kant dalle grinfie critiche di Friedman, suggeriamo un pensiero rivolto al tempo onduoso non lineare di G. B. Vico.

FUCK DARWIN

Dio è morto.
Lo ha  ucciso Darwin.
Anche Darwin poi è morto, un anno prima di Marx.
E ai loro funerali c’erano tutti gli DÈI di tutte le religioni del mondo,
soprattutto quelle in cui non crede più nessuno.
La più grande bufala della storia umana conosciuta:
il Darwinismo.
Una colossale collezione di minchiate.

Tipo queste:

L’affermazione che l’informazione genetica codificata nel DNA non è scritta da un’entità cosciente si basa su ampie prove scientifiche provenienti da campi come la genetica, la biologia molecolare e la biologia evoluzionistica.

AMPIE PROVE

La teoria dell’evoluzione, proposta da Charles Darwin e supportata da un vasto insieme di prove, spiega la diversità della vita attraverso processi naturali, senza la necessità di un progettista consapevole.

CHE NOIA GLI DANNO I DEMIURGHI?

I “processi naturali” si riferiscono ai meccanismi e agli eventi che si verificano nel mondo naturale senza l’influenza umana diretta.  Nel contesto della genetica, ciò include processi come la mutazione, la ricombinazione genetica e la selezione, che avvengono spontaneamente e non sono guidati da un’entità cosciente.

SPONTANEAMENTE, COME LE CAZZATE CHE SI DICONO SENZA RAGIONARE

I “principi dell’evoluzione” comprendono i meccanismi descritti dalla teoria dell’evoluzione, che includono la variazione, l’ereditarietà e la selezione naturale.  La variazione avviene attraverso mutazioni e ricombinazioni, l’ereditarietà assicura la trasmissione dei tratti alla prole e la selezione naturale agisce su questi tratti, favorendo quelli che migliorano la sopravvivenza e la riproduzione di un organismo.

TIPO CHE SOPRAVVIVE CHI STA SULL’AEREO E MUORE CHI STA SOTTO LE BOMBE

Queste spiegazioni scientifiche derivano da prove empiriche, sperimentazioni e osservazioni nel mondo naturale.  Sebbene la certezza assoluta sia una sfida per la scienza, il consenso schiacciante…

LA MAGGIORANZA STA… CANTAVA DE ANDRÉ

… all’interno della comunità scientifica supporta la comprensione che l’informazione genetica e la diversità della vita sono il risultato di processi naturali e dell’evoluzione, senza la necessità di un progettista consapevole.

CAZZO DI MONDO A CASO, TSK!

PRENDERE L’ARTE SUL SERIO

L’Arte come Mestiere? 

Oggi, in un’intervista a una tv locale, Belinda Biancotti, pittrice cinquantenne elbana, ha lanciato un appello per la creazione di spazi e percorsi artistici per i giovani che vogliono seguire questa strada. Il problema non è solo nella mancanza di scuole d’arte sull’isola, a cominciare dalla grave mancanza di un liceo artistico, ma il vero problema è che manca proprio la mentalità per fertilizzare all’arte il nostro territorio. La mentalità è la prima cosa che dobbiamo cambiare per creare un’isola più art friendly. 

Nell’esplorare il mondo dell’arte come mestiere, è illuminante abbracciare i concetti della filosofia per gettare luce sulla necessità di conferire al lavoro dell’artista una dignità paragonabile a quella di altre professioni. Freud, col suo sguardo psicoanalitico, ci guida attraverso l’abisso della mente creativa. L’artista, simile all’analista, è immerso in un processo di esplorazione interna, scardinando gli strati dell’inconscio per plasmare opere che riflettono l’essenza umana. Il riconoscimento sociale di questa sfida psicologica è fondamentale per sdoganare il ruolo dell’artista. Una società è tanto più evoluta quanto più l’arte è importante per essa. Wittgenstein potrebbe suggeeirci di pensare all’arte come a un linguaggio, un modo unico di comunicare emozioni e pensieri. Dovremmo considerare l’artista un linguista, traduttore di esperienze umane tramite un mezzo diverso. Tale competenza richiede rispetto, poiché la comunicazione artistica è tanto complessa quanto quella verbale. E il prodotto dell’arte – l’opera d’autore – è un tesoro di tutti, carburante dello spirito di tutta la comunità che ne fruisce. La decostruzione di Derrida, ci sfida a smantellare le gerarchie concettuali che relegano l’arte su di un piano inferiore. Dovremmo decostruire il pregiudizio che relega l’artista a una posizione marginale, riconoscendo invece il suo ruolo vitale nella costruzione del significato e dell’identità culturale.

Abbracciare questi concetti significa sdoganare il mestiere dell’artista, liberarlo dalle catene della sottovalutazione. Dare all’arte la dignità di altre professioni significa comprendere e rispettare la complessità psicologica, linguistica, corporea e concettuale del processo creativo. Solo così l’arte può emergere come mestiere fondamentale e rispettabile, pari a qualsiasi altra forma di lavoro.

ΕΙΝΑΙ ΚΑΛΛΊΠΥΓΙΚΟΣ Dove stanno le verità ?

La verita si cela, in parte. D’altronde, essa, a volte, viene scientemente negata e lasciata nel buio.

Pensiamo al successo di una certa lirica, il reggaeton, per inciso. Questo genere non ha vergogna, esce allo scoperto, si libera da ogni pudicismo e preprogrammazione.

Nel reggaeton emerge la ousía del noein in quanto identità con lo einai callipigiale.

Questo bronzo originale faceva parte della collezione archeologica della famiglia Farnese a Roma del XVI secolo (ora al Museo Archeologico di Napoli). Si tratta di una copia romana (II secolo d.C.) di un originale greco in bronzo (III secolo a.C.), rinvenuto nella Domus Aurea. La testa mancante venne sostituita come era consuetudine all’epoca.
Il termine greco callipygia significa “dal culo bello”.