Zio Beppe

E UN CUGINO DA CUBA

Più di trent’anni fa scrissi un articolo su Diario, un magazine nazionale, dove raccontavo tra mito e storia le vicende e vicissitudini del fratello di mio nonno enigrato a Cuba un secolo fa.

Oggi, a Poggio, all’isola d’Elba, ho incontrato finalmente Hugo Mazzei, figlio di Nilo Mazzei, figlio di zio Beppe. Hugo tredicenne lasció Cuba, grazie ad un’opera cattolica statunitense, si trasferí in Ohio, in una sorta di orfanotrofio di bimbi cubani, poi da lí poté finalmente ricongiungersi ai suoi genitori, prima in Texas e poi definitivamente a Miami.

Da sinistra Hugo e Angelo
e Mauro alle loro spalle
Angelo e Christine Mazzei

Di seguito riporto il testo del pezzo che uscí su Diario

Cuba Libre

Angelo Mazzei, 34 anni (Poggio, Livorno)

Mio nonno raccontava che suo fratello Beppe, come gli altri fratelli Romeo e Stefano, aveva lasciato l’Elba e l’Italia nei primi del Novecento per le Americhe, Romeo e Stefano avevano raggiunto Merced e Fresno nella California centrale, e la loro ricchezza è venuta in maniera onesta, lavorando la terra, prima, e comperandola, poi. Ma Beppe no.

Beppe non era stato fatto imbarcare per gli Stati Uniti, perché nella sua fedina penale risultavano iscritti reati di pensiero: Beppe era anarchico.

Recatosi a Genova per partire con i fratelli, vistosi negare il permesso d’imbarco, Beppe non demorse, sali su di un’altra nave: destinazione Cuba. Giunto a L’Avana, continuò a esercitare il proprio lavoro di muratore, cioè mise su un’impresa di costruzioni che in poco tempo si accaparrò tutti i lavori statali. Fu così che Beppe divenne stretto collaboratore del dittatore Batista.

Ma la sua collaborazione si spinse oltre. Beppe, a poco a poco, entrò così in intimità del capo di Stato, che fini per innamorarsi di sua moglie: zio Beppe, l’amante della dittatrice. Il suo potere crebbe in maniera spropositata e finí per essere uno degli uomini più ricchi e potenti di Cuba tra il 1920 e il 1950. Poi arrivò il mitico Ernesto Che e tutto fini così com’era cominciato. In piena rivoluzione, zio Beppe, ormai vecchio, s’arrese al corso della storia, ma sua figlia cercò di scappare con il malloppo. Presa una valigia, la riempi con qualche miliardo, Poi il taxi per l’aeroporto e il biglietto per Miami. Ma la beccarono, e le tolsero turto.

Anni dopo, zio Beppe, ridotto in miseria, viveva in un bilocale a L’Avana, era la metà degli anni Sessanta. Scrisse una bellissima lettera a mio nonno Nello (anche lui anarchico), dove diceva: «Caro Fratello, insegna ai tuoi figli a pensare con la testa più che con il cuore, o forse no. Forse no, non lo so più. Hai visto dove mi ha portato la nostra idea? La nostra bella idea di libertà e giustizia? Il destino di un uomo è scritto e non lo si può correggere, sono finito qui perché volli andarmene, anche se non in America. Qui ho cominciato a pensare con la testa più che con il cuore, ma oggi che il mio cuore mi si è rivoltato contro e mi ha tolto tutto, compresi i figli che hanno lasciato il Paese, per mano di un popolo ribelle, come lo eravamo noi allora, oggi, sono povero come non lo sono mai stato, ma felice».

Lettera a Calvino

15 ottobre 1923, 1986, 2023

L’INVISIBILE E IL GIUDIZIO
Passeggiavo per Parigi in viaggio da solo, diciannovenne, come un barone rampante saltavo da un café a un metrò senza essere visto, senza che nessuno potesse sapere chi fossi. Le mie presunte colpe, il retaggio della mia genealogia, la mia ignobiltà, restavano a casa. Qui, tra l’odore dei croissant e i profumi di ragazza, l’aria aveva il gusto della conquista della libertà. Ero l’uomo invisibile, in un negozio di fiori di Danfert Rochereau, a pochi passi senza saperlo, dalla casa dove Calvino aveva abitato, facevo l’amore.

IL LABIRINTO E LA RETTA VIA
Senza GPS, senza telefonino, in quel 1986 in giro per Parigi con in tasca la carta della città. Le linee del metrò, i nomi delle strade, i numeri degli arrondissement. Tutto a Parigi è diviso in arrotondamenti, che si attraversano come in un labirinto, nel buio dei treni sotterranei, per la meraviglia della luce in cima alle scale fuori dal metrò. Ci si guarda attorno in un delizioso spaesamento, come a dire: ecco com’è questo quartiere, certo non come me lo aspettavo. Noi ci illudiamo di voler conoscere il percorso, di voler percorrere la strada più breve, invece quello che ci regala emozione ed illuminazione è il labirinto, il metrò, che ci fa andare in un posto senza farci vedere come ci siamo arrivati, e all’uscita è sempre e di nuovo un’illuminazione.

IL NULLA OÙDEN
Ovunque c’è una presunzione di futuro commista a una memoria storica. Altrove spesso manca il ricordo vivo di che cosa intendessimo dire originariamente con le parole che oggi usiamo. Nulla. Abbiamo dato una consistenza al nulla, dimenticando che significa no-unulo, senza uno, nemmeno uno. Oydé eìs, ΟΎΔΈ ΕΪΣ, ΟΎΔΈΝ. Nemmeno uno. Ad ogni angolo però, come a Roma o in altre città della memoria, qualcosa sta lì come un segnale ad indicarci i nostri errori e costringerci a ricordare. Non c’è futuro se non si fanno i conti con il proprio passato. Quando vi dicono di cogliere l’attimo e di vivere il presente, vi stanno chiedendo un Alzheimer volontario, vi chiedono di dimenticarvi chi siete e dove vi trovate, come un viaggiatore di un metrò d’ inverno che sbagli fermata e si perda in una doppia meraviglia nella luce di un luogo ignoto.

IL POTERE EFFIMERO DEI GRATTACIELI
In una certa illusione di democrazia e di progresso, in bilico tra una pellicola di Jacques Tatischeff e una di Luc Besson, così ci muoviamo invisibili sovrastati da effimeri segni di potere. I grattacieli ci guardano con potenza mai vista da altezze mai raggiunte, e mentre ci gridano in faccia quanto sono potenti, come satiri itifallici immortalati in una fredda pietra, ci sussurrrano che non staranno ritti più di un par di secoli. Il potere che si confessa, che si autoinfligge il cilicio dell’obsolescenza. Non è che non sappiamo più costruire usque ad aeternum, ma sembra che ci si accontenti di dominare lo hic et nunc, con assoluta noncuranza di tutto quel che presto ci crollerà sulle teste.

IL MONDO È UN’ENCICLOPEDIA, UNA BOTTEGA DEI FORMAGGI
Il mondo allora non è più uno engagement, non è una questione degli intellettuali come fare per cambiarlo. Beaudelaire disse monotonico: Parigi cambia. E questo è quanto. Non siamo certo noi con le parole a rifare il mondo e le città, noi possiamo solo descrivere. Usiamo il mondo come un catalogo di cose alle quali sono stati dati dei nomi, e cerchiamo di capire da dove nascono la dimenticanza, la confusione e l’ignoranza, nel dialogo tra ciò che è scritto e chi lo legge. Ecco cosa devono fare gli intellettuali, cercare il tempo perso e trovarvi i sensi smarriti del linguaggio che ci illudiamo di usare e dal quale invece siamo usati, come sponde, argini di un fiume che non sanno resistere alla piena. Se di ciò che non si può dire bisogna tacere, bisogna però parlare di tutto quello che ci si è dimenticati di dire.

I SIMBOLI COME ARCHETIPI DI UN INCONSCIO COLLETTIVO, LA NASCITA DELLA MUSEALIZZAZIONE DIFFUSA, L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE

Oltre che luogo che offre l’invisibilità all’individuale, la città di Calvino è anche esposizione totale dell’universale. Essa mette in mostra tutte le spezie che conosciamo, tutti i vini, tutti i formaggi, come una monade del mondo, raccoglie i frutti del suo colonialismo, prima, della globalizzazione, oggi, che in francese peraltro si chiama mondialisation, e li riporta all’interno delle sue mura virtuali. Urbis et orbis, la città si fa specchio del mondo, labirinto di sorprese, viaggio orfico, fuori e dentro il metrò, tra le immemori rovine e gli scheletri di Lutaetia sui quali cozzano le pale delle ruspe, e i grattacieli di Paname che vi si costruiscono sopra, scale wittgensteiniane coi vetri a specchio to heaven da arrampicarcisi per poi buttarle giù.

(A. M.)

I monumenti megalitici di Monte Cocchero (Isola d’Elba) e i probabili rapporti dell’ Elba preistorica con la Corsica

Extrait de la Collection Latomus, vol. LVIII (1962) Hommages à Albert Grenier

di Giorgio Monaco (1963)

L’Isola d’Elba, sconosciuta finora per l’archeologia di età classica (¹), lo è anche non poco per l’archeologia anteriore all’ età grecoetrusca e romana (3). Per questa parte, che diremo preistorica, sono stati raccolti molti materiali sporadici e descritti alcuni dei molti con ogni probabilità sparsi in tutti i musci del mondo (“). Lo scrivente è veramente orgoglioso di essere stato il primo ad iniziare ricerche sistematiche anche in questo campo preistorico (come ne sono in corso in campo classico) nell’ isola d’Elba, salendo, nel 1958 e 1959, silla cime del Monte Giove di Marciana ), ove, nella selletta tra i due corni della cima, à quasi 900 m. di altitudine sul mare, rinvenne una stipe votiva preistorica (di età dal bronzo al ferro) di materiali fittili ed in pietra. La ricerca ha stabilito il riferimento, con tutta probabilità, di questa stipe ai Liguri, primitivi abitatori dell’ isola d’Elba, che ha il suo stesso primo nome, Ilva (poi ripreso dai Romani, dopo la parentesi del nome greco-etrusco di Aethalia) di evidente radice figure. Ma, risultato ben maggiore, lo scrivente ha potuto avere in questo 1960, esplorando, nella zona tra Lacona e Marina di Campo, la dorsale che dal Monte Barbatoia per il Monte Cocchero e il Monte Tambone, scende a sud fino al mare. L’esplorazione, dopo diligente esame di tutta la dorsale, fu concentrata sul Monte Cocchero (Carta d’Italia dell’ Ist. Geogr. Militare, Foglio 126 II NO, Lat. nord 42°45’45”) circa: long. ovest 210’40” circa), e specialmente sulla sua vetta () a m. 319. Salendo ad essa, sin da nord, sia da sud-est, colpiscono subito l’occhio (Tav. CCXXV, fig. 1) due enormi monoliti (in granito, pegmatite, a grana grossa con cristalli (4) anche assai grossi) inclinati a più di 45 verso terra e in direzione nord-est. Giunti quasi sulla cima, questi due monoliti si presentano come parallelepipedi a lati smussati, di evidente formazione naturale, però certo drizzati dall’ uomo (Tav. CCXXV, lig. 2). Ma lo stupore di chi, alla fine, raggiunge la cima, è immenso, quando dalla vetta stessa (sulla quale svettano non solo i due monoliti, ma monoliti minori) ci si accorge di un vasto circolo di monoliti che si stende, verso ovest e sud ovest, come un anfiteatro scendente dalla vetta. La visione di questo circolo di monoliti è completa (Tav. CCXXVI, fig. 3) scendendo metri verso ovest e sud ovest. Nel vasto semicerchio (di m. 25. circa di raggio, e ben più vasto di diametro) è una vera e per 30-40 propria raccolta (fatta dalla natura, ma ordinata dall’ uomo) di monoliti e di fenomeni naturali nel granito della montagna. Non esito a dire che, a prima vista, non si penserebbe se non ad un fatto naturale, non essendo certo raro il caso di questi elementi in pietra il cui artista è la natura. Ma, esaminando attentamente gli elementi di questo circolo, si f inisce per accorgersi che molti di questi elementi (Tav. CCXXVIICCXXVIII, figg. 4,5,6,7), pur essendo formati dalla natura, hanno ricevuto perfezionamenti e adattamenti dalla mano dell’uomo, sia nella sagomatura ad incastri, sia in particolari ulteriori che l’uomo ha voluto dare a questi elementi naturali nei quali è facile riconoscere figure animali (elefanti, cetacei ecc.) e addirittura figure umane (grandi teste di uomo, corpo di fanciulla, teste di guerrieri elmati ecc.). Non si può sostenere che l’uomo abbia modellato queste figure come tali. E la natura che le ha fantasticamente modellate fino a portarle ad un grado di somiglianza tale da sollecitare l’interesse dell’ uomo a perfezionare i particolari. A vincere ogni scetticismo e a dare al ritrovamento il necessario crisma del documento archeologico, cioè indiscutibilmente umano, ha valso la ricerca di scavo effettuata tutt’ intorno, ma specialmente alla base del circolo (parte inferiore della Tav. CCXXVI, fig. 3). Sotto alcuni massi grandi e piccoli è apparso un terreno nerastro, nel quale ha subito portato attenzione lo scavatore, mettendo in luce notevoli materiali, sia in pietra (una bellissima mola granaria, Tav. CCXXIX, fig. 8), in granito, perfettamente conservata sia nella sua conca di lavoro, sia all’ esterno; un macinello di pietra verde serpentinosa (Tav. CCXXX, fig. 9, n. 1) da accoppiare alla mola granaria), sia, e soprattutto, in ceramica. Questa ultima, rinvenuta assai copiosa anche se, purtroppo, del tutto frammentaria, è prevalentemente di rozzo impasto marrone scuro e di arcioli, pentole e piatti, con prese laterali e decorazioni a striscie riportate su cui serie di intacchi o di pressioni di pollice (Tav. CCXXX, fig. 9, nn. 2, 3, 4, e fig. 10, nn. 1, 2). Tale ceramica è di evidente età tra il bronzo e il ferro, tra il 1000 e l’800 av. Cristo circa, ed è ben nota nell’ ambiente italico sia costiero sia appenninico, dalla grotta delle Arene Candide al Belvedere di Cetona. Accanto a questi frammenti ceramici di età bronzo-ferro, sono apparsi, assai più rari, alcuni frammenti di ceramica di argilla raffinata, a pareti ben più sottili, con anse piatte nastriformi (Tav. CCXXX, fig. 10, nn. 3, 4). che vanno riferiti a piena età del ferro, certo anche dopo il sec. IX-VIII av. Cristo. Non vi può essere il minimo dubbio che il trovamento della ceramica non può staccarsi dal circolo dei monoliti naturali adattati dall’ uomo, e ciò, anzitutto per il fatto che la zona è di montagna impervia, lontana da ogni abitato anche ora; e poi e soprattutto, perché la ceramica e gli oggetti di pietra non si sono presentati in un assieme che possa dare minima parvenza di abitazione, anche rupestre (ben alieno ogni elemento murario), ma bensì in una confusione frammentaria che fa pensare a un deposito, evidentemente votivo, su cui è rovinata la frana dei mussi grandi e piccoli, che, se ha risparmiato i materiali di pietra, ha rotto e frammentato i materiali fittili. Mentre è chiaro, dato il tipo di ceramica (e dato che è la stessa ceramica che lo scrivente nel 1958 e 1959 ha ritrovato mil Monte Giove di Marciana), che si tratta di resti riferibili ai Liguri che abitarono l’Elba, prima dell’ arrivo dei Greci ed Etruschi tra sec. VII e VI a.C., è necessario fare alcune considerazioni sul tipo di giacimento e sulla sua ragione proprio sulla vetta del Monte Cocchero.  Preferisco subito affrontare la spiegazione della ragione per cui per il giacimento, di cui dirò subito dopo, fu scelto il Monte Cocchero. A prima vista può colpire il fatto che questi primitivi abitatori dell’ Elba, se hanno voluto, come dirò, dare al giacimento stesso un carattere votivo-dedicatorio-religioso, abbiano proprio scelto il Monte Cocchero, modesto di altitudine (soli m. 319) e di evidenza, quando è ben noto che i Liguri, adoratori delle vette divinizzate, preferivano le montagne più elevate (i tanti Pen, Penna, Pennino di tutto l’Appennino italico), e quando all’ intorno altre montagne, quali il Monte Barbatoia e il Monte Tambone, si presentavano con maggiore elevazione e maggiore evidenza verso terra e verso mare. A me pare logico pensare che la scelta sia stata fatta proprio perchè questi primitivi elbani preistorici, come avviene a noi, furono colpiti dal fatto che la natura vi aveva accumulato molti elementi casualmente rappresentativi di figure animalesche e umane, e, presi indubbiamente da scrupoli di carattere religioso e magico, pensarono di dedicare, proprio qui, il circolo di megaliti alla divinità della vetta, recandovi devotamente le offerte votive, delle quali noi troviamo traccia nei resti ceramici e litici, dei vasi contenenti offerte e vivande e degli stessi oggetti litici dedicati, come si nota anche nella stipe del Monte Giove di Marciana, ove le offerte furono portate sulla cima della vetta stessa divinizzata, certo il Pen dell’ Elba ligure preromana. Ma i Liguri preistorici elbani devono essere stati portati a dare impronta votiva-dedicatoria-religiosa al circolo naturale del Monte Cocchero da un’ altra considerazione, che ci induce a proporre (sempre lasciando la via aperta ad ogni obiezione) derivante da più approfonditi studi e soprattutto da più larghe ricerche) di mettere in contatto l’Elba dell’ epoca colla vicina Corsica. In Corsica infatti, già nel secolo XIX, ma specialmente in questo nostro secolo, sono stati notati e studiati gli interessantissimi monumenti megalitici, che datano dalla fine del III alla fine del II millenio avanti Cristo, con l’evoluzione di tre epoche, attraverso le quali è chiaro un influsso sulla vicina Sardegna (giustamente sostiene il Grosjean) e certo anche sulla pur vicina Elba (aggiunge lo scrivente). I Liguri elbani preistorici devono aver visto in Corsica questi monumenti megalitici e anche la loro disposizione in circolo, ad es. a Filitosa; devono esserne rimasti assai colpiti, pur essendo le loro divinità non antropomorfe; e devono aver cercato di dedicare qualcosa di simile, nella loro isola, nell’ anfiteatro naturale ovest del Monte Cocchero, Colpisce, in questo senso, la somiglianza tra i monoliti a parallelepipedo del Monte Cocchero (Tav. CCXXV, figg. 1, 2) e quelli di Filitosa (figg. 2, 3, 23, 24 del lavoro del 1960 di R. Grosjean). Gli elbani preistorici devono essere stati trattenuti dal dare, a questi monoliti, precise sembianze (come invece fu fatto, a scopo probabilmente funerario, in Corsica, in ambiente, tra l’altro, che riterrei più celtico che ligure), sia dalla loro assoluta inesperienza artistica, sia, e soprattutto, dallo scrupolo di non dare alla divinità (che per essi era astrattamente la vetta dei monti) o anche solo al defunto (come avveniva in Corsica), precise forme umane. E ciò accontentando, cosí, il loro evidente desiderio di avere qualcosa di simile a quanto visto in Corsica, e insieme lo scrupolo religioso di non variare, almeno per allora, le loro credenze religiose.

[trascrizione a cura di Angelo Mazzei da un testo gentilmente fornito da Silvestre Ferruzzi]

Note, con molti errori di scansione, da rivedere

1) Sono ora in corso importanti ricerche alle ville romane delle Grotte di Portoferraio e del Cavo, con risultati grandiosi, che superano ogni aspettativa, da parte dello scrivente, che quanto prima darà un primo rapporto in merito. Molti rinvenimenti sporadici sono stati fatti, di età greco-etrusca e romana, in tutta l’isola (per l’età greco-etrusca limitatamente alle scorie di lavorazione del ferro), ma prima d’ora nessuna ricerca sistematica era stata iniziata. Procedono, parallelamente a queste prime ricerche anzidette, i lavori dello scrivente per raccogliere, dalle notizie del passato e da esplorazione diretta sul terreno, tutti gli elementi per la carta archeologica dell’ isola.

(2) Alcuni lavori di raccolta di materiali e notizie furono fatti da R. FORESI, Dell’ età della pietra all’ isola d’Elba, Firenze, 1865; Sopra una collezione di oggetti anteistorici trovati nelle isole dell’ arcipelago toscano, Firenze, 1867 e Nota di oggetti preistorici inviati al prof. Luigi Pigorini, Firenze, 1870, e da D. DEL CAMPANA in Rivista di speleologia ed idrologia, VI, 1910, pp. 20 ss., ma soprattutto da A. GORI in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, LIV, 1924, pp. 89-116. Per l’età greco-etrusca, si veda V. MELLINI in Bull. paletn. ital., V, 1879, pp. 84-90 e G. Q. GIGLIOLI in Studi Etruschi, II, 1928, pp. 49-54. Per materiali preromani e romani nei musei di Livorno, Ginevra e Reggio Emilia, vedi rispettivamente P. MANTOVANI, Archeologia e numismatica, Livorno, 1892; Annali dell’ Instituto di corrisp. archeol., LVII, 1885, p. 38; Catalogo della Mostra di ori e argenti dell’ Emilia antica, Bologna, 1958, pp. 27, 110, 114.

(3) L’asserzione non è vaga, poichè è ben noto che l’isola d’Elba ha dato materiali a tutte le collezioni mineralogiche di tutto il mondo ed è molto probabile che col materiale mineralogico sia emigrato dall’ isola non poco materiale preistorico, specialmente litico, ma anche metallico. (1) Su questa mia primia ricerca è in cono di pubblicazione un mio scritto in (2) La ricerca è stata grandemente facilitata (direi aperta) dal mecenatismo, intelligente e appassionato per l’archeologia, di persona che non vuole enere nominata, ma alla quale tutti all’Elba guardano come a quella di un pioniere illuminato della valorizzazione dell’isola.

(3) R. SARBARIS, Inumi al del Elke in Rand. Lat. lombarde e lett, LILII. 1919-20 17-18 dell’ estratto, dice che Munte Cocchero significa monte di forma conica (che all’incirca il Cocchero ha) (4) Su questi speciali graniti vedi A. Mani, Sguardo alla groingia dell isola d’Elba in La Prestia di Licorn, genn-febbr. 1960, p. 1 dell’ estratto (1) Roger GROSIRA in Elades or, 1955 & 1958; in Science at auir, déc. 1956 in Gallia, Prehistone 1998; in Rose ansk, 1959: e soprattutto Filiates protohistoriques de la salle de Tara, Paris, 1960. R. GROSJEAN (che ha visto questo circolo del Monte Cocchero in questa stena estate 1960) promette un lavoro sui megaliti corsi in Maner mm. Find Piat, nel 1961, (1) Altri monumenti megalitici sono in via di accertamento all’ isola d’Elba, ai Moncioni del Calle Reciso e nella zona di Ponte e S. Andrea. Il perfezionamento di tali ricerche porterà anche a un più completo lavoro dello scrivente sul megaliti e probabili rapporti colla Corsica.

SULLE NEUTRE VERITÀ


I CASI DI ETRUSCHI ED EGIZI SOTTO LO SGUARDO NAZISTA

Nell’epoca del Terzo Reich, l’ideologo nazista Alfred Rosenberg promosse un’interpretazione distorta della cultura etrusca, affermando che fossero un popolo “straniero” e accusandoli di aver contribuito all’indebolimento della cultura romana. Questa visione venne presentata come una teoria scientifica, seppure non ne acesse le basi.
All’interno di questo contesto ideologico, il declino dei Romani patrizi fu attribuito al fatto che si erano mescolati coi plebei e all’influenza negativa che la cultura etrusca avrebbe esercitato su Roma. Questo concetto si sposava perfettamente all’ideologia nazista, che promuoveva l’idea che le culture europee fossero originarie del nord, con il nord considerato la presunta patria dei Teutoni. Questa manipolazione della cultura etrusca a fini politici rappresenta solo un esempio di come l’ideologia politica puó influenzare la percezione storica e culturale, portando a interpretazioni errate e pericolose della storia. Questo fenomeno non fu una prerogativa nazista circostanziata a quell’epoca, la storia è sempre una delle interpretazioni possibili che si impone sulle sue alternative. Anche oggi noi raccontiamo a noi stessi la storia che ci fa più comodo, e non esiste una narrazione neutra, determinata quanto meno dalla propria etnia o geolocalizzazione.
Durante il nazismo anche l’egittologia fu motivo di fervide discussioni. In un contesto dove l’ideologia razzista dominava, alcune tra le voci più autoritarie – come quella di Helmut Berve, principale storico antico del Terzo Reich e rappresentante del regime nazista a Lipsia, – fecero affermazioni contro lo studio del vicino Oriente antico e delle culture “estranee”. Berve sosteneva che lo studio delle culture ritenute “straniere” e “incomprensibili” in natura non avesse diritto di esistere se non poteva essere completamente razionalizzato. Questo atteggiamento portò a una condanna implicita dello studio delle culture extranazionali.
Le conseguenze di questa ideologia si riversarono sull’egittologia, e già nel 1933, con l’espulsione degli studiosi ebrei, la Germania perse il suo primato in questo campo. Influenti storici antichi come Leopold Ranke ed Eduard Meyer si schierarono contro la storiografia globale e l’approccio ai popoli considerati “stranieri”.
Non solo gli Etruschi quindi, ma anche gli Egizi, furono oggetto di emarginazioni ideologiche durante il Terzo Reich, con l’egittologia che subì la perdita di studiosi di valore e il declino delle ricerche in Germania. Anche se questo periodo rappresenta davvero una delle pagine più oscure della storia della ricerca storica e ci invita alla prudenza e a non lasciarsi trascinare oltre misura dalle nostre idee, al di là delle influenze ideologiche, dobbiamo sempre tener presente che anche in ambito scientifico, ogni ipotesi che prediligiamo e ogni tesi che sosteniamo sono sempre atti politici, prima che neutre verità.

PERONE, TOPONIMO GRECO?

MONTE PERONE, Isola d’Elba.

Un toponimo greco ?


Gli Etruschi erano noti per la loro avanzata cultura, arte, e scrittura peculiare, nota come alfabeto etrusco, che ha dato origine a tutti gli alfabeti europei già prima del latino difguso dai Romani. Gli Etruschi avevano una forte influenza sulla civiltà romana, contribuendo a diversi aspetti religiosi, politici, culturali ed architettonici, e molte famiglie patrizie di Roma erano di origine etrusca. Nella loro fase protostorica, prima dell’avvento della scrittura alfabetica, gli Etruschi sono chiamati dagli archeologi contemporanei col nome convenzionale di Villanoviani. In questa fase più antica essi sono considerati come una cultura pre-etrusca o come etruschi non ancora completamente sviluppati. Fiorirono nell’Italia settentrionale durante l’età del ferro, tra il X e l’VIII secolo a.C. La loro cultura è conosciuta per le caratteristiche urne cinerarie decorate e per le pratiche funerarie complesse, che rappresentano importanti indizi della loro società e religione.
Anche presso il Museo di Marciana all’isola d’Elba si trovano reperti “villanoviani” tra i quali una bella fibula.
L’Arco Serpeggiante è un tipo di fibula, una spilla di cerniera utilizzata per chiudere i vestiti. Questo tipo di fibula è noto per il suo design elaborato e sinuoso, che ricorda la forma di un serpente o di un drago. L’Arco Serpeggiante è particolarmente associato agli Etruschi e ai loro ornamenti, spesso trovati nelle loro tombe. Questo stile di fibula ha avuto un impatto significativo sulla moda e sull’arte dell’epoca.
Il termine greco περόνη (peronē) si usava per questa spilla. Fibula è la parola corrispondente utilizzata dagli archeologi come termine tecnico per designare questo elemento del vestiario antico.
περόνη (perónē): fibula, perno o linguetta di una fibbia o spilla, o la fibbia e la spilla stesse. Cardine, perno, rivetto, bullone, rivetto nel pilum romano. In anatomia: pèrone, osso del polpaccio; in zootomia: legamento sotto il ginocchio del cavallo, escrescenza, epifisi; e al plurale: ossa steccate.
Deriva dal verbo πείρω (peírō):
io foro, buco, passo attraverso (in senso figurato), mi apro.
Dal solito protoindoeuropeo ricostruito *per-, che abbiamo visto già molte altre volte, come in periplo, porta, sportella, porto, ecc.
In Italia, oltre a Monte Perone, c’è anche un Porto Perone, in Puglia, in un Parco Archeologico con ritrovamenti che datano fino alla prima età del Bronzo. Pare che a Monte Perone, all’isola d’Elba ci fosse una miniera di rame, fu cercata anche agli inizi del ‘900 ma senza successo. Sembrerebbe possibile un’ etimologia dal greco περόνη anche per la montagna in questione, magari a causa della sua forma, che potrebbe richiamare quella di una fibula ad arco, oppure per il senso più ancestrale di “valico”, passo montano, attraversamento.

MVRINA

Murina, la Regina delle Amazzoni e le connessioni etrusche con Lemno

Nel mondo dell’antica mitologia e della storia, il nome “Myrina” risuona come quello di una potente e leggendaria regina delle Amazzoni. Ma ciò che potrebbe sorprendere molti è la connessione tra questa figura mitica e la lingua etrusca, nonché la sua presenza sull’isola di Lemno, che ospita una città chiamata Μυρινα (Myrina).

Le Amazzoni erano una tribù di guerriere leggendarie, spesso descritte come donne coraggiose e abili nella lotta. Myrina era una delle loro regine più famose. Secondo le leggende, Myrina comandava un esercito composto da 50 mila donne, 30 a cavallo e 20 a piedi. Erano addestrate in particolare nell’arte dell’equitazione, vista la sua importanza in guerra.

Indossavano armature fatte di pelli di serpente, per la presenza di serpenti giganti in Africa, la loro terra d’origine. Le armi delle Amazzoni includevano spade, lance e archi, ed erano davvero capacissime ad usarle, sia per l’attacco che per la difesa. La loro regina Myrina, guidò le Amazzoni in diverse campagne militari, incluso un attacco alla città di Cerné.

Raffigurazione della Regina Myrina

Ma che c’entra la lingua etrusca con questa mitica Signora? Nella lingua etrusca, il nome “Murina” è molto ricorrente, anche nelle sue declinazioni, come “Murinals” e “Murinei.” È possibile che il nome “Myrina” e il suo equivalente etrusco “Murina” abbiano qualche connessione storica. 

Altre assonanze possono essere trovate sull’isola dei Tirreni nel Mar Egeo, Lemno. Qui, si trova una città chiamata Μυρινα (Myrina), omografo di Myrina, Regina delle Amazzoni. Gli etruschi erano un popolo noto per la loro navigazione e il loro commercio in quei mari, non è peregrino ipotizzare che abbiano contribuito alla toponomastica locale.

La storia di Myrina, la Regina delle Amazzoni, è affascinante per molti aspetti. La sua figura leggendaria continua a intrigare gli appassionati di mitologia e storia antica. La possibile connessione tra il nome “Myrina” e i nomi simili in etrusco, insieme alla presenza di una città chiamata Μυρινα sull’isola di Lemno, fornisce affascinanti suggestioni sulla diffusione dei nomi e delle culture nell’antichità. Potrebbe essere un altro esempio di quanto interconnessi fossero i diversi popoli, influenzandosi reciprocamente con scambi di storie ed elementi linguistici.

ORAMAI Soltanto una nuova filosofia della storia ci può salvare

La ricerca di una nuova filosofia della storia che coinvolge la psicologia, l’archeologia e l’archeometria per cercare di comprendere meglio il nostro passato e ritrovare le radici è un approccio intrigante. È attraverso tale esplorazione critica che possiamo sperare di trovare una migliore comprensione di chi siamo e come siamo giunti a questo punto nella storia.
L’Uomo occidentale ha perso contatto con la divinità. Già sul finire dell’Impero Romano, l’imposizione del monoteismo ha spazzato via ogni forma di diplomazia teologica. Prima gli Dei si equiparavano tra diverse etnie, per esempio nelle multietniche città emporio di mare si potevano trovare templi dedicati insieme ad Astarte fenicia ed Uni etrusca, oppure ad Apollo greco e Aplu etrusco. Questo costume a nostro parere proviene dalle culture preindoeuropee, matriarcali e politeiste aperte a divinità straniere. Questo lo deduciamo innanzitutto da un passo di Erodoto sui Pelasgi, che inizialmente non davano nomi agli Dei. I Tirreni, loro degni “eredi” invece nominavano gli Dei e continuavano nell’acquisirne di nuovi. La sacralità gerarchica che vedeva l’uomo comportarsi secondo il volere degli Dei, cercando di coglierne i segni nella natura, mano a mano va perdendosi, e la religione monoteistica finisce per perdere la devozione e la divinazione, che vengono soppiantate quasi esclusivamente dalla preghiera. Con la preghiera l’Uomo si pone sullo stesso piano di Dio, egli assume la dignità della propria volontà, e come se non bastasse pretende da Dio che esaudisca i suoi desideri. Il rapporto si è capovolto, non sono più gli Dei a decidere e l’Uomo ad eseguire, bensì il contrario. Nonostante questo il sistema monoteista regge incontrastato per circa 1600/1700 anni. I primi segnali forti si scorgono con la divinizzazione della scienza positiva e a seguire con la nascita della new age, quando l’Uomo occidentale sente il bisogno di tornare ad un rapporto sacro col divino e col pianeta e accoglie nuove od esotiche religioni. Ma questo non basta, oggi nessuno crede in nulla, l’Antropocentrismo si è compiuto, e nel compiersi ha cancellato ogni residuo rapporto col divino, ma senza questa dialettica, l’Antropocentrico si dissolve, per così dire implode, e l’Uomo perde se stesso. L’Uomo occidentale contemporaneo non sa più dov’è né chi è. Qui entra in gioco come un’ambulanza che arriva a sirene spiegate una nuova filosofia della storia. Un recupero della memoria che coinvolge la psicologia, l’archeologia e l’archeometria, e tenta di ritrovare l’Uomo andandolo a scovare da dove è venuto. È una storia universale degli errori. Un elenco delle strade sbagliate prese che hanno portato l’Uomo fino a qui, a perdersi.

In memoria di Gregory Bateson VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE

Gregory Bateson
edited into an Indian guru

Il Professor Peter Hawkins scrisse una bellissima lettera in occasione del centenario della nascita di Gregory Bateson. Anche per noi è stato un pensatore fondamentale. La prima volta fu per un esame con Iacono, il testo era il suo primo, Naven, di quando esercitava come antropologo in Papua Nuova Guinea, studiando i rituali di una tribù locale. Fu in quell’occasione che fummo implicitamente iniziati al pensiero del “double bind” e della schizofrenia apatologica metodica, riflettendo sulla sua “schismogenesi”. Bateson era un grande forgiatore di neoligismi, se non ricordo male, ancge “cibernetica” fu inventato da lui, forse studiando Enigma e la criptologia della Macchina di Türing. Chi lo sa, sono passati 33 anni da quelle letture, la terminologia e le nozioni sono state tutte digerite e ben metabolizzate.

Peter Hawkins scrive: “When I speak to colleagues in various fields, I am continually surprised at the number of people who have never heard of him. Yet when I then ask them have they heard of: the double-bind theory of schizophrenia; double loop and treble loop learning; cybernetics; systems theory; paradoxical family therapy; Margaret Mead’s anthropology in Bali, many have heard of several of these, without realising the influential role played by Gregory Bateson in all of them and many other areas. Bateson was focussed on the fundamental principles and the underlying connecting patterns in the various fields of social sciences. He left it to others, such as R.D.Laing (Laing, 1971), Chris Argyris and Donald Schon (Argyris & Schön, 1974, 1978), John Lilly (1972) , , Watzlawick, Weakland and Fisch (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1980), Fritjof Capra (Capra, 1983, 1996) and many others to apply and develop his thinking.”

Quello che ci occorre oggi in quanto terrestri, in onore di Gregory Bateson, è una radicale svolta nei modi in cui vediamo il mondo. Dobbiamo per cosí dire mettere la Pragmatica watzlawickiana al centro del nostro percorso. Andare in contro a ció che viene ribaltando lo sguardo, bisogna munirsi di occhi sulla nuca per affrontare il Destino. Un paradigma kuhniano va costruito sulle macerie delle verità sconfitte dal tempo. Prima di tutto dobbiamo trovare il modo di rendere di nuovo ancestralmente sacro il nostro modo di stare sulla Terra. Il “nostro” pianeta deve tornare protagonista, riassorgere alla statura divina che gli abbiamo strappato via con errori positivisti. Ma oggi non ci è più possibile recuperare la fede in questa divinità diffusa, se non riusciamo prima a metabolizzarla attraverso un processo di scientificazione. Per questo dobbiamo costruirci un nuovo pensiero ecologico. La nostra proposta è di buttarsi su Panpsichismo & Mente Sacra.
I dominii della psicologia, della filosofia e della spiritualità sono rimasti a lungo affascinati dai misteri della mente umana. Il nostro obiettivo è costruire una struttura panpsichista radicata nel concetto di Mente Sacra, offrendo una nuova prospettiva sull’interconnessione tra coscienza e universo. In modo di porre le basi per un avvenire in cui la Terra e il Cosmo vengano ritenuti scientificamente Sacri.
Su Freud e Nietzsche abbiamo detto in un articolo sul numero 498 del concetto di “Es denkt” (Ció pensa, al posto nostro). Più generalmente potremmo sviluppare la faccenda con i concetti rispettivi di Inconscio e Volontà di Potenza. Il concetto di mente inconscia di Freud è fortemente influenzato dalla volontà di potenza di Nietzsche, enfatizza le profondità nascoste ed eterogenee della mente umana. Freud ci ricorda che i nostri pensieri, desideri e paure sono guidati da forze inconsce. Cosí l’idea di Nietzsche della volontà di potenza presuppone che una spinta fondamentale istruisca tutte le forme di vita verso l’espressione di sé e l’autoaffermazione. Il concetto è più esplicito in termini biodinamici nella sinergetica di Haken, dove questo principio di autoaffermazione dell’individuo si traduce specularmente in “principio di asservimento delle sue parti”, come in una struttura frattale di Mandelbrot. Nella nostra struttura panpsichista, questa pulsione diventa una forza universale, un aspetto intrinseco della Mente Sacra, che modella costantemente il cosmo, ed eviene al fenomeno in singolari eruzioni ontologiche. Il Sein (Essere) ovunque si manifesta in Dasein (Essere unus hic et nunc), non solo come umano, – troppo antropocentrico – ma in tutte le forme esistenti, inclusa la pietra.
In questo contesto ci preme affrontare anche l’inconscio collettivo di Jung e i suoi modelli archetipici. Jung ha introdotto la nozione di inconscio collettivo, un serbatoio di simboli ed esperienze archetipe condivise dall’umanità. Dal nostro punto di vista questa formulazione va invertita e rielaborata, mettendo l’uovo prima della gallina. L’inconscio collettivo non è infatti una rete risultato di un assemblaggio di inconsci individuali ed archetipi cosmici, ma la sorgente, all’interno della Mente Sacra, da cui il pensiero assoluto si fa diffuso in determinazioni disparate. Questi archetipi fungono da modelli per la diversità della coscienza in tutto l’universo, tessendo un arazzo di esperienze e simboli condivisi dalle psychés individuali nella psyche cosmica. Parallelamente a Jung, il ‘900 è stato segnato dalla portata teoretica di un altro psicologo, Lacan. In Lacan l’ordine simbolico della Mente Sacra si esplicita nel concetto di Grand Autre (o ordine simbolico), che indica il potere del linguaggio e dei simboli che modellano la soggettività umana. Nella nostra prospettiva panpsichista, il Grand Autre si espande oltre il linguaggio umano per includere la comunicazione simbolica dell’intero universo. Esso è dietro la sua maschera di Alterità l’Identità Suprema, ovverossia la Mente Sacra stessa, e comunica attraverso il linguaggio dei simboli cosmici, guidando l’evoluzione della coscienza ad ogni livello dell’esistenza. Mettere da parte l’analitica delle differenze e produrre una sintesi organica di tutti questi concetti differenti sotto la voce di Mente Sacra, è una scelta anche di nobiltà originaria, un radicamento cronologico nel primordiale del pensiero ocvidentale, agli albori dei primissimi segnali della nascita di quello che infine si tramuterà nel pensiero “scientifico” moderno. Un pensiero “scientifico” niente affatto “sapienziale”, che ha perduto le sue origini per strada, e con esse una gnobilitas che lo corrobori e renda resiliente alla crisi epocale che sta attraversando. Non tutto è da buttare. Ripartendo dalle basi del presocratismo e del pitagorismo, possiamo recuperare ció che nella storia abbiamo tagliato via come erbacce estirpate dal nostro cammino. Erano erbe mediche, le sole che posdono darci una Cura (Die Sorge). La filosofia di Empedocle con la sua Catarsi ci apre le porte al nostro processo di purificazione delle anime e dei loro paradigmi arrugginiti. Empedocle presuppone che la Philia (Attrazione) e il Neikos (Repulsione) siano le forze cosmiche che governano la creazione e la distruzione dell’universo. Nella nostra visione, queste forze rappresentano le correnti emotive ed energetiche all’interno della Mente Sacra. L’amore unisce la coscienza, favorendo l’unità, mentre il conflitto guida la differenziazione e l’individualità. Si tratta di una dialettica imprescindibile, che in Eraclito prende il nome di Polemos ed origina tutte le cose. L’interazione di Amore e Conflitto, nella dualità proprio/altro, modella la narrazione in dispiegamento dell’universo. La Mente Sacra – per venire ad essere – deve differenziarsi da se stessa. Anche l’importanza della Diade pitagorica è più chiara adesso.
Un altro autore che puó aiutarci a modernizzare il vocabolario ed allargare la forza della nostra Teoria Pratica (o Nuova Istanza Etica) è certamente Whitehead. La filosofia del processo di Alfred North Whitehead enfatizza la natura dinamica della realtà, dove tutto è in uno stato di costante divenire. Nella nostra struttura panpsichista, la Mente Sacra è un processo di continua concrescenza, dove ogni momento di esperienza contribuisce all’arazzo in evoluzione della coscienza universale. La nozione di “prensione” di Whitehead diventa il modo della Mente Sacra di sperimentare e integrare tutti gli aspetti della realtà. La prensione riflette l’interconnessione e l’interdipendenza di tutto ciò che esiste nell’universo. Ogni entità, indipendentemente dalla sua complessità, è coinvolta in una rete infinita di relazioni e interazioni attraverso la prensione, una sorta di slancio vitale bergsoniano rivolto all’origine, alla Mente Sacra. Rappresenta un tentativo di superare la distinzione tradizionale tra soggetto e oggetto, ponendo l’accento sull’esperienza e sull’azione reciproca di tutte le cose nell’intero tessuto dell’esistenza. Consuma l’antropocentrismo e l’individualismo rendendo labili i confini tra agente e paziente, rivelando lacqualità emergente della reciprocità come un’entità terza, sintomo di una Mente Sacra, che per dirla con un’immagine foucaultiana, non è né dentro né fuori, ma – quantisticamente – è l’intrigo stesso.
Questa Mente Sacra incarna quindi la volontà universale e il genio divino, i modelli archetipici dell’inconscio collettivo, il linguaggio simbolico del Grand Autre e le forze cosmiche dell’Amore e del Conflitto. È in un costante stato di divenire, fondendo la miriade di esperienze dell’universo in un tutto armonioso e interconnesso. Questa prospettiva panpsichista ci invita a vedere l’universo non come un insieme di elementi disparati ma come un’entità sacra e senziente, una testimonianza della profonda unità di mente e materia, autopoiesi costante che si cela in sé per mostrarsi in altri.


[A. M. 29.09.2023, Marciana]