Portoferraio Romana

La vera storia romana di
PIAZZA DELLA REPUBBLICA A PORTOFERRAIO

Ancora a proposito dell’antichità di Portoferraio, alcuni passi del diario del Sarri, sergente alla Porta a Mare (La Gran Guardia) tra la fine del ‘600 e gli inizi del’ 700, ove riporta degli scavi da lui seguiti che furono fatti per le fondazioni di alcuni edifici attorno al 1700.
Il resoconto, già solo per quegli anni è impressionante. Ancora di più lo è pensare a quanti edifici romani debbano essere stati scoperti e poi ricoperti da palazzi, chiese e piazze, soprattutto nei primi anni dei lavori medicei, a partire dal 1547.
Ai tempi di Sarri gran parte della città era già stata costruita su rovine romane delle quali fino ad ora non avevamo grosse testimonianze, ma delle quali molto siamo venuti a sapere da uno studio appena pubblicato da Ilaria Monti, Fabrizio Paolucci e Michelangelo Zecchini, dal titolo PORTO FERRAIO MEDICEA, SCAVI E SCOPERTE 1548-1555. IL TEATRO, IL SATIRO E LE TESTE COLOSSALI, nel quale si riportano decine di lettere da Cosmopoli agli inizi dei lavori di Cosimo. Si capisce come tutte le statue, i vasi, le lapidi e altri reperti di epoca romana, che erano moltissimi, appena venivano alla luce, venissero puntualmente traslati a Firenze, da dove quasi sempre se ne perdono le tracce.

Credo che sia un’assurdità assoluta lo story-telling di una Portoferraio NATA nel 1547 DAL NULLA, per volontà esclusiva di Cosimo de Medici. La vera storia è molto più antica. Molto vi ho già raccontato in precedenti articoli, come quello uscito sul Tirreno due anni fa
https://www.iltirreno.it/piombino/cronaca/2021/09/17/news/alla-linguella-alla-ricerca-della-mitica-regina-alba-e-della-fabricia-ferraria-1.40714422
o l’ultimo uscito su Elbareport la settimana scorsa
https://www.elbareport.it/arte-cultura/item/62037-un-nome-di-citt%C3%A0-dell%E2%80%99et%C3%A0-del-bronzo-all%E2%80%99isola-d%E2%80%99elba

Proprio ieri ho letto un’intervista sul Telegrafo ad un architetto che auspicava un recupero della Piazza della Repubblica ai fasti della medicea Piazza d’Arme. Ho pensato che quel prestigioso architetto ignorasse la prima storia di quella piazza, dato che non l’ha affatto menzionata, non come quartiere di Porto Argo, dell’età imperiale di Adriano ed Attiano. Cosí, anche per l’amica Valérie che lo ha intervistato, riporto il brano dal diario di Sarri proprio su Piazza d’Arme, oggi funzionale come parcheggio a pagamento di Piazza della Repubblica.

[dal Manoscritto Sarri, Persephone Edizioni]

In Piazza d’Arme fù fatta una bellissima cisterna, e assai capace. Dalla Chiesa del Carmine, sino a Porta di Terra, fù lastricata tutta quella strada, e nell’istesso tenpo fecesi un quartiere sotto l’Altesi con, una scala a due branche assai magnifica, che serve anche per strada dà ove si va all’Altesi.

E per che la catena con la quale si serra la bocca della darsena, ha il tratto assai lungo, fu ordinato dà Sua Altezza Reale si strettisse la bocca; onde dall’ingegniere fù compenso fare dà una parte, e preso per
dall’altra due sassaie, sopra delle quali poi si doverà formare altre fabbriche di considerattione.

Cisterna di piazza

Nell’escavattione della detta cisterna, sotto il piano del terreno, che in oggi vi si ritrova, circa quattro braccia, si cominciò à ritrovare muraglie
antiche; la struttura delle quali ben dimostravano esser di quelle fatte al tempo de Gentili; e per che lo sterro fù assai grande, non tanto per il recipiente di detta cisterna, che per li cisternini, e condotti, si ebbe occasione di scoprir molto, per ciò. Le muraglie che si trovarono mostrarono muri laterali, separattioni, e diversi pavimenti di stanze quali di marmo, e quali di mattoni, e quadroni assai belli. Vi si trovò un piano di stanza fatto con pezzi di marmo bianco longhi due braccia, e mezzo, larghi uno, e ogni pezzo alto quasi un braccio; ne si sa à qual’effetto havessero tal grossezza. Altri piani di stanze si ritrovorno fatti di mattoni quadri longhi, la maggior parte di terra cotta, con inscrittioni varie sopra; quali come già si descrisse, et altri con i seguenti cioè Bibulus altri Caius altri Ortentius altri Forus altri Sextus, li quali tutti si crede fossero nomi de fornaciai, o de padroni delle fornaci di quei tenpi; frà la terra si ritrovarono più monete antiche, quali erano consolari, e quali d’inperatori romani. Vi fù ritrovo molti chiodi di rame, e di bronzo; e qualche lastra di piombo. In un piano di stanza era una lapida quadra perfetta di larghezza d’un braccio, e di marmo bianco, con un inscrittione inpressa non ben intelligibile, per che oltre esser corrosa in parte, le parole erano quasi tutte abbreviature, la figura della quale copiata nella forma che stava qui sotto si dimostra

EXIS: MOS: ICIPP: DOMINUS SIQUID: TENPUS PERMANERE NEC NON IN STA: FUIT ET ERIT SEMPER FELIX

varie interpretattioni dà persone dotte gli furono date, e per che alcuni dissero essere una lapida di sepolcro, si cercò escavar più in basso, ma in effetto non si ritrovò altro. Altra cosa di maggior rimarco non si trovó.

[…] non è però chi possa accertarsi d’altro, che di quanto in appresso dirò per haverli scoperti, visti, e riconosciuti io medesimo in occasione di restaurarne, e accresciere le fortificattioni fattevi fino dell’anno 1547 dal Gran Cosimo de Medici; poi che in occasione di scavar del terreno, e trasportarlo per riempire il bastione chiamato in oggi di S. Cosimo, per tutto il tratto di terra che chiamano La Linguella, ritrovai fondamenti e muri, contigui uno all’altro di considerattione, e veramente alcuni in forma di bagni. Distante circa trenta passi da quella torre che stà in bocca del porto frà l’altre cose ritrovai un ara d’altare di forma quadra perfetta, dà una parte attaccata alla muraglia del tempio, e tre parte sciolte, la larghezza delle quali non era più di due braccia fiorentine; la parte d’avanti però havea sei scalini bellissimi di marmo bianco larghi un braccio, per mezzo de quali si ascendeva all’altare; ma dalle due parti laterali vi erano altri scalini stretti del doppio, ma alti il medesimo, che in quanto all’altezza faceano il medesimo piano. La sommità era guarnita di una cornice di marmo bianco simile à quello delli scalini d’ordine ionico; il pavimento del tenpio era di marmetti à mandorla di vari colori, in particolare bianchi, e bardiglio. Contigue al detto tenpio, più vicino alla torre si ritrovorno stanze, o vestigie di quelle, le mura delle quali si elevavano dal piano solo due braccia, il dipiù demolite ma quello vi era restato, si vedevano intonacate, e dipinte à fresco di colori bellissimi particolarmente rosso focato, che pareano fatte di pochissimo tempo. Il loro pavimento era di mosaico, quale in una forma, e quale in altra, ma benissimo lavorati, et intatti.

Dal’haver ritrove le suddette cose, e per haver auto occasione, e per ordine del Sovrano Principe di risarcire, accresciere, rinovare più fabbriche in tutto il territorio di Porto Ferraio ho riconosciuto che tutta la parte bassa, o pianura della Città di Cosmopoli, o Porto Ferraio era stata abitata anche al tempo de’ Gentili, o fosse una terra, o città separata da Albizach, ovvero che parte di quelli abitatori, separatamente si ricoverassero quivi; insomma chiamata in oggi della Linguella dalla torre fino al Bastione de Pagliai, che resta sotto la Fortezza Stella, si sono riconosciute et anche in oggi si vedono vestigie, muri, grotte, e sotterranei antichi. Tutto il piano contiguo à Porta di Mare e per tutta la strada di Porta di Terra, il circuito attorno alla Piazza d’Arme, per tutto in occasione di fabbricare si è trovo muri, e vestigie antiche.

Mentre si fecero due cappelle contigue alla Pieve et il novo campanile nell’escavattioni di queste fabbriche seguite l’anno 1699 si ritrovorno non solo antichissimi fondamenti ma condotti di pionbo sotto il terreno circa tre braccia. All’estremità della piazza suddetta in tempo che comandava il Signore Barone Alessandro del Nero hebbi l’onore di fabbricare una gran cisterna per la quale si fece un escavattione assai fonda; et in tall’ occasione ritrovai muri, pavimenti, e piani simili a quelli della Linguella; si che non si mette in dubbio, che per tutto il pano della città, non fossero abitattioni. Ma di più dirò che volendo resarcire le cisterne sotto il Carmine, ove principia le colline anche in questo luogo si sono ritrove fabbriche antiche. E per che vi è qualche autore, che dimostra esser stato stile dell’antichi Gentili il sotterrar separatamente i corpi morti, si sono ritrovi due campi pieni di sepolcri murati la maggior parte, e parte interrati con semplici mattoni, e muri assecco, in forma di casse, che uno nel piano de Mulini a vento, e parte ove in oggi sono i granari; de quali sepolcri si parlerà in appresso più diffusamente.

Albizzach, o Ferrato metropoli detto Le Grotte

Credesi che questa fosse la metropoli di tutta l’Isola, poi che in altro luogo non si ritrovano vestigie d’abitattioni più belle, e più grandi, come anche di circuito maggiore; et è verisimile per il comodo del porto, non essendovi il maggiore, e magnifico né più aggiustato dalla natura; attorno del quale sono le pianure, che in oggi chiamano d’Albereto, luogo fertile, del Scotto, di S. Martino, di S. Giovanni, de Stiopparelli, de Magazzini, del Ottone, e di Bagniaia, quali maggiori e quali minori; ma in somma che in altra parte non sono; le quali tutte danno comodo a chiunque abitava quel territorio per vivere con sodisfattione, et opulenza.

[nella foto il piano della città romana di Porto Argo, ricostruito da me deducendolo dal testo di Sarri e da un disegno di Orlanda Pancrazzi e Silvia Ducci pubblicato in Ville e giardini romani all’isola d’Elba, del 1966]

TURMUCAS

MITOLOGIA ETRUSCA

Questo vaso di Vulci conservato a Parigi riporta sull’altro lato la scena dei troiani giustiziati dopo la morte di Patroclo.
Su questo lato invece un elemento importantissimo:

TVRMVCAS (Turmuca) è un personaggio della mitologia etrusca che non ha corrispettivi in greco, né nell’Iliade né in altri testi su Troia.

Da un punto di vista epistemologico questo elemento ci mette davanti ad una riflessione approfondita.

Come sostengo da sempre quello che è ancora una volta in gioco qui è IL PREGIUDIZIO DELLA PRIMAZIA GRECA SUGLI ETRUSCHI.

Noi non abbiamo idea di una letteratura etrusca, perché non ne resta niente. Ma un nome come questo (Turmuca) deve farci pensare COME SE ce l’avessimo. Questa iscrizione ne è una chiara traccia.

Gli Etruschi avevano la LORO storia, anche dei fatti di Troia, e non una semplice copia di quella greca, come invece ci si era pigramente adagiati a supporre.

riporto la voce da Treccani:

TURMUCA. – Lo spirito (v. Hinthial) di T. è rappresentato su un cratere di Vulci, ora al Cabinet des Médailles della Bibliothèque Nationale di Parigi, n. 920, già nella Collezione Beugnot. La raffigurazione, presenta da un lato Achille che sgozza i prigionieri troiani, dall’altro una Nèkyia con le ombre delle amazzoni Pentesilea e T., del cui nome non si conosce l’equivalente greco. Al centro compare Charun, che accoglie l’anima di T. (hintia/turmu/cas); a sinistra è una donna a mani giunte, apparentemente estranea, a destra Pentesilea (Pentasila), la regina delle Amazzoni. Anche T. appare come un’ amazzone con ampio himàtion che vela il capo ed è scostato dal volto dalla mano destra che rimane coperta; il petto è nudo, traversato dal balteo.

Psammetico, da Watzlawick allo scriba di 60 tonnellate

Sarcofago di Benha

Sull’impossibilità di crescere da soli.

Vivere da soli. Non è questione di abituarsi, il corpo non si abitua mai a non essere toccato da nessuno. Conoscete l’esperimento di Federico II? Federico fece crescere dei bambini in perfetto isolamento. I bambini stavano soli tutto il giorno senza vedere nessuno. Non gli mancava nulla: cibo, acqua, giochi, tutto. L’esperimento, sulla falsariga di quello del faraone Psammetico nel 600 a.C., mirava a capire quale linguaggio avrebbe sviluppato un bambino cresciuto senza essere educato.
I bambini morirono tutti. L’esperimento mostrò che, anche se abbiamo ogni mezzo di sostentamento, la mancanza di contatto umano porta alla morte. Il nostro organismo si indebolisce e il sistema immunitario crolla.
Psammetico, due millenni prima, riuscì nell’esperimento perché i suoi bambini avevano contatti. L’unica restrizione era che i loro educatori non potevano parlare, dovevano rispettare il silenzio assoluto. Lo scopo del faraone, originario di Mitilene di Lesbo, era sapere quale fosse la lingua più antica, ascoltando la prima parola pronunciata dai bambini cresciuti in perfetto silenzio.
La prima parola fu BEKOS (βεκός, racconta Erodoto nel libro II delle Storie), che aveva senso solo in frigio e significava “pane”. Si concluse che il frigio era la lingua più antica, anche più dell’egizio.
Perché è importante l’aneddoto erodoteo? Rivela che parlare non è fondamentale per sopravvivere. I bambini di Federico morirono per mancanza di contatti, non perché non parlavano. Altrimenti sarebbero morti anche quelli di Psammetico. Quello che è irrinunciabile nella vita è il contatto. Senza contatto si muore. Possiamo telefonare, chattare, mandare messaggi e vocali, ma queste relazioni virtuali non bastano a salvarci.
Ora, è vero che non siamo più bambini, abbiamo internet e abbiamo avuto contatti fisici, dalle poppate della mamma agli abbracci e fare l’amore. Ma il vuoto creato dall’assenza di un abbraccio, una carezza, un tocco, è qualcosa a cui non dobbiamo e non possiamo abituarci mai.

Note:
Di Federico parla Paul Watzlawick in un suo saggio, dove stranamente non cita Psammetico, almeno da quanto ricordo, è una lettura di trent’anni fa.
Erodoto scrisse che il faraone egiziano Psammetico I condusse uno studio concludendo che i Frigi erano antecedenti agli Egizi basandosi sulla prima parola di un bambino. Gli studiosi moderni credono che questa interpretazione fosse probabilmente influenzata dai balbettii del bambino.
Nel XIII secolo, l’Imperatore del Sacro Romano Impero Federico II avrebbe condotto un esperimento in cui i neonati venivano cresciuti senza interazione umana per identificare un linguaggio naturale. Secondo il monaco Salimbene di Adamo, l’esperimento fallì perché i bambini non potevano sopravvivere senza affetto umano.
Secoli dopo, si dice che Giacomo IV di Scozia avesse fatto crescere due bambini da una donna muta per vedere se il linguaggio fosse innato o appreso. Si diceva che i bambini parlassero ebraico, ma gli storici dubitarono di queste affermazioni.
Anche l’imperatore Mughal Akbar avrebbe fatto crescere dei bambini da balie mute, credendo che il linguaggio derivasse dall’udito e che tali bambini sarebbero rimasti muti.
L’autenticità e i dettagli esatti di questi esperimenti, in particolare quelli di Psammetico I, Federico II e Giacomo IV, sono spesso messi in discussione. L’esperimento di Akbar è probabilmente genuino ma i suoi risultati rimangono ambigui.

Nella foto il sarcofago dello scriba di Psammetico.
Il sarcofago, realizzato in quarzite, risale al regno del re Psammetico I, sovrano della dinastia XXVI. Questo periodo è noto per i tentativi di rivitalizzare il potere e la gloria dell’antico Egitto restaurando i suoi templi e riconquistando territori una volta perduti. Il sarcofago stesso è una struttura massiccia, del peso di circa 62 tonnellate, compreso il coperchio. Questa scoperta non è solo significativa per le sue dimensioni ma anche per gli spunti storici che offre. Studi preliminari delle incisioni e dei rilievi sul sarcofago suggeriscono che apparteneva a un funzionario di alto rango, in particolare al sorvegliante degli scribi durante il regno di re Psammetico I. Ciò è evidenziato da un rilievo inciso trovato sotto il coperchio, raffigurante il re Psammetico I, che aggiunge un’ulteriore chicca alla storia della XXVI dinastia.

Circe e la collana d’ambra del Baltico (Archivio Corriere Elbano giugno 2019)

 

Poche settimane fa si è parlato sulle riviste specializzate di un viaggio nel tempo realizzato da un’equipe di ricercatori che sono riusciti tramite un computer quantico a riportare un processo al suo stato precedente.  Divino. è quello che non conosce tempo. Forse a questo servono i musei, a mostrarci queste forme diverse di bellezza, diverse eppure tutte quante espressione di un luogo senza tempo, quello dello spirito, che nei musei si mostra. Nella terza vetrina della sala 1 del Museo di Marciana, dove mi troverete ad accogliervi, sono esposti tre oggetti che a prima vista passano assolutamente inosservati. Sembrano dei sassolini insignificanti, invece una volta erano degli splendenti elementi di una collana d’ambra, che si alternavano ad anelli d’oro o di altri metalli e pietre preziosi. E pensare che esiste addirittura una conferenza mondiale su questi reperti che gli studiosi del settore chiamano “Vaghi d’Ambra di tipo Tirinto”, per distinguerli da quelli di tipo Allumiere, ecc. Una celebre studiosa di preistoria, la signora Nuccia Negroni, ricorda come queste collane d’ambra fossero uno status symbol riservato all’alta aristocrazia, ad accompagnare vesti sontuose ed altri ricchi ornamenti. Per portarle bisognava essere patrizi. Essi venivano quasi certamente prodotti a Frattesina, sul Po, da dove il materiale grezzo arrivava fin dalla Polonia sul Baltico. I vaghi del Museo di Marciana hanno una forma ben riconoscibile, caratterizzata da una carenatura centrale molto evidente; vengono chiamati “tipo Tirinto” dalla famosa località micenea in cui sono stati ritrovati alcuni esemplari. Formavano collane sontuose e complesse, consistenti spesso in più fili di vaghi di forme diverse; all’ambra in alcuni casi si alternavano perle di pasta vitrea colorata, di cristallo di rocca, forse di oro e di argento.

L’ambra era un materiale esotico, e quindi prezioso e costoso, poiché si raccoglieva esclusivamente nelle lontane e sconosciute coste del Baltico e del mare de Nord; era inoltre molto ambito perché legato al culto solare, che in quel momento era diffuso in tutta l’Europa. All’ambra erano attribuite anche proprietà medicinali e taumaturgiche. Possedere quindi una collana di questo materiale significava dichiarare di far parte di una élite che poteva permettersi di acquistarla, e nello steso tempo ci si metteva sotto la protezione del dio Sole e ci si difendeva dalle malattie e dal malocchio.

Le collane con vaghi tipo Tirinto poi erano abbastanza rare, ma diffuse in tutto il mondo mediterraneo allora conosciuto, dalla Sardegna, all’Italia, alla Grecia, fino al mar Nero e alle coste dell’Asia Minore.

 Nelle Troiane (Eur. Tro. 437) di Euripide, l’autore chiama Circe, che abitava una di queste isole del Tirreno, la  “Liguste (Λιγυστίς  ̀Κίρκη)”. Risuona l’eco della grandezza micenea, di quella civiltà dei Palazzi, coi viaggi in lungo e in largo per l’Europa di commercianti e avventurieri. Aethalide, Orfeo, Nestore e Odisseo, tutti venuti da queste parti in quell’epoca in cerca di Circe. La nostra idea che Circe fosse una maga, nasce dalla insoddisfacente traduzione del termine greco per farmacia (ΦΑΡΜΑΚΕΙΑ) che se ridotto a “magia” finisce per dare un’immagine riduttiva di questa primordiale grande donna di scienza. La conoscenza delle erbe e dei loro usi come antinfiammatori, lenitivi, ansiolitici, eccitanti o addirittura allucinogeni, era vista dai greci come una scienza proveniente dall’oriente, e gli Etruschi erano all’avanguardia in materia medica (cfr. Dioscoride Pedanio).  Circe, secondo il mito, proviene dall’Armenia, dove era giunta dalle coste oceaniche dell’Iran figlia dell’unione tra Persia e Sole. Dall’Aristotele (o suo contemporaneo, IV sec. a.C.) de Le Cose Meravigliose, sappiamo che in Aethalia, il ferro fu scoperto nelle miniere dove da lungo tempo si era scavato il rame. quando sarete usciti dal museo qualcosa di quell’estate del 1272 a.C. vi rimarrà in testa, e non basterà tutto il tempo che volete per liberarvene, perché lo spirito va oltre il tempo e la magia dell’Elba è proprio il tempo che non passa mai e i profumi delle sue mille erbe.

E ci auguriamo che quando sarete usciti dal museo qualcosa di quell’epoca del XIII secolo a.C. vi rimanga in testa senza tempo – che la magia dell’Elba è proprio il tempo che non passa mai e i profumi delle sue mille erbe.

SPURINNA – Plinio il Giovane

VESTRICIO SPURINNA

LETTERA DI GAIO PLINIO A CALVISIO RUFO.

  • Ho passato in casa di Spurinna giornate tanto belle, che non so se altre mai. Se diventerò vecchio, vorrei avere una vecchiaia come la sua: non c’è tenor di vita più ordinato di quello. E a me piace la regolarità dei moti celesti, e cosi della vita umana, specie dei vecchi. Perchè ai giovani non disdice un certo disor dine quasi avventuroso; ma nei vecchi conviene che tutto proceda senza scosse e con ordine, dato che per essi il tempo degli affari è finito e il brigar altri onori sarebbe ridicolo.
  • Questa regola, Spurinna la osserva costantissimamente: anche nei particolari più piccoli (piccoli, se non si ripetono ogni giorno) d’un orario che comprende tutto il ciclo della giornata. La mattina s’indugia a letto, all’ora seconda chiede i calzari, fa una passeggiata di tre miglia e tiene in esercizio non meno la mente che il corpo: se vi sono amici, si conversa di cose interessanti; se non vi sono, si legge un libro, qualche volta anche in presenza degli amici, se però questo non li disturba. Poi egli si mette a sedere, e daccapo il libro, o meglio la conversazione; poi sale in carrozza, con la moglie, una signora esemplare, o con questo o quell’amico: con me, per esempio, giorni or sono. Quant’è bello e simpatico starsene cosi appartati! E ti trasporta ai suoi tempi, in mezzo ai grandi avvenimenti e ai grandi uomini del passato! E da tutto impari: benchè egli, già naturalmente modesto, sia pieno di riguardo, per non darsi l’aria di maestro. Dopo sette miglia, di nuovo cammina per un miglio, di nuovo si mette a sedere, o torna nel suo studio e ripren. De la penna. Perchè scrive, e nelle due lingue, liriche sapientissime: c’è una straordinaria dolcezza di suoni e soavità di modi e finezza di spirito, che più piace, chi conosca il carattere del venerando poeta.

Quando s’annunzia l’ora del bagno (ch’è la nona d’inverno e l’ottava in estate), prima si spoglia e cammina all’aria aperta, se non c’è vento. Poi fa a palla, con forza e a lungo: con quest’esercizio da battaglia alla vecchiaia. Dopo il bagno si mette a tavola, e non mangia subito: intanto ascolta una lettura a voce bassa e senz’enfasi. Per tutto questo tempo, gli amici sono liberi di fare lo stesso, o altro, se preferiscono. Poi si serve il desinare, pulito e semplice, su argento liscio e antico; del servizio fanno parte anche vasi cesellati, di Corinto, di cui si compiace, senz’essere appassionato. Spesso, durante il desinare, ci sono attori che recitano qualcosa, perchè anche i piaceri della mensa abbiano il condimento d’un’intelligente occupazione. Il convito si prolunga nelle prime ore della sera estiva: e nessuno trova che sia lungo, tanto è cara la compagnia. Di qui viene che a settantasett’ anni compiuti egli ha udito e vista perfetti, e corpo agile e vivace, e, della vecchiaia, la saggezza soltanto.

  • Codesto genere di vita io me l’auguro e pregusto col pensiero, e mi darò a seguirlo con entusiasmo, appena il conto degli anni mi per- metterà di ritirarmi. Intanto mi consumo in mille fatiche: ma anche qui Spurinna m’è di conforto e d’esempio. Perchè anch’ egli, finchè potè far. Lo con onore, assolse incarichi, sostenne magistrature, governò province, e con molta fatica si guadagnò codesto riposo. Perciò io mi prefiggo la stessa via e lo stesso termine, e fin da ora qui con te ne sottoscrivo l’impegno cosi che, se mi vedrai passar oltre, tu mi citerai in giudizio secondo questa mia lettera, e m’ingiungerai di mettermi tranquillo, quando avrò scrupolo di passar per ozioso. Addio.

SPURINNA 1CE – Vestricius

Scrive Syme nel suo Tacitus a pagina 634:

L’ANNO 97

  1. VESTRICIUS SPURINNA

NATO circa nel 25 (Plinio, Epist. III. 1. 10), Vestricius Spurinna viene scoperto per la prima volta nel 69, con un comando subordinato al console Annius Gallus (Tacito, Hist. II. 11. 2, cfr. p. 159). Il suo consolato presumibilmente cade durante il regno di Vespasiano, e la sua carriera attiva termina prima degli ultimi anni di Domiziano – ‘quoad honestum fuit, obiit officia, gessit magistratus, provincias rexit’ (Epist. III. 1. 11). Spurinna era a Roma nel dicembre del 96 (Epist. I. 5. 8), e fu nominato membro della Commissione Economica nel corso del 97 (Pan. 62. 2). Due senatori senza nome ricevettero ciascuno un secondo consolato da Nerva, un terzo da Traiano (Pan. 60. 5; 61.7). Uno è chiaramente Giulio Frontino. Mommsen intuì l’altro – Spurinna. Non tutti erano d’accordo. Tuttavia, i Fasti Ostienses lo hanno rivelato come ‘cos. II’ il 1 aprile 98, e hanno stabilito il suo praenomen come “T.” Il terzo consolato è quindi ragionevolmente certo, succedendo a quello di Frontino nel 100.

Sussiste un problema fastidioso. Il Senato, ‘auctore principe’ (probabilmente Nerva), gli votò una ‘triumphalis statua’. I motivi sono specificati ‘nam Spurinna Bructerum regem vi et armis induxit in regnum ostentatoque bello ferocissimam gentem, quod est pulcherrimum victoriae genus, terrore perdomuit’ (Epist. 11. 7. 2). Inoltre, un altro aspetto (o piuttosto fase) della stessa operazione potrebbe essere riferito da Tacito quando descrive come i Bructeri furono massacrati dai loro vicini, alla vista e presenza di un esercito romano (Germ. 33, cfr. p. 46). Da qui la teoria che Vestricius Spurinna fosse legato della Germania Inferiore nel 97. Aveva ora circa settantatré anni. Eccezionalmente vigoroso nel corpo, comunque. Si potrebbe sostenere che fu inviato urgentemente dalla capitale per placare le truppe o prevenire il tradimento: basandosi sulle prestazioni passate (Hirt. 11. 18 f.) Spurinna era l’uomo per frenare, o almeno blandire, un esercito indisciplinato. Se avesse scelto di condurre le truppe in territorio ostile, un modesto exploit sarebbe stato più che benvenuto al governo di Nerva.

Tuttavia, l’età dell’uomo, e altre cose, ispira un forte dubbio. Dessau (in PIR, V 308) suggerì che l’exploit di Spurinna appartenga al regno di Domiziano, e molti concordano. Infatti, si potrebbe trovare una data e un’occasione adatte: non si deve supporre che la pacificazione della Germania da parte di Domiziano nell’83 (e negli anni successivi) fosse confinata alla conquista dei Catti. Infine, contro un comando militare nel 97 (o 98) può essere citato ciò che Plinio dice riguardo ai terzi consolati conferiti a Spurinna e Frontino: furono ‘in toga meriti’, non ‘bellorum socii’ o ‘proeliorum consortes’ (Pan. 60. 5).

Per l’onore trionfale tardivo si può paragonare l’azione di Vespasiano, compensando un ex legato della Moesia per la negligenza di Nerone (ILS 986). Il Senato votò anche una statua al figlio di Spurinna, Cottius, ‘quem amisit absens’ (Epist. II. 7. 3).

Quando avvenne quella assenza? A prima vista, quando Spurinna era a capo di un esercito. Dessau propose un’interpretazione diversa: forse Spurinna era membro dell’ambasciata senatoriale che si recò (si presume) a congratularsi con Traiano nel tardo autunno del 97. Cfr. p. 16.

L’origine di Vestricius Spurinna non è documentata da nessuna parte. Il nome di sua moglie, Cottia (Epist. III. 10), è celtico, ed è imparentato con un bardo del nord, Sentius Augurinus di Verona (Epist. IV. 27. 5). Presumibilmente un Transpadano, come Verginius e Corellius. Il nomen ‘Vestricius’, etrusco come il cognomen, è estremamente raro. Tutta l’Italia fornisce un solo esempio nelle sue iscrizioni, una donna a Florentia.

Note:

  1. Hermes 111 (1869), 39 f. Ges. Schr. IV (1906), 374 f.
  2. FO xiv, pubblicato per la prima volta nel 1939.
  3. Mommsen, l.c.; così J. Asbach, R. Kaisertum u. Verfassung (1896), 140. Altri optarono per il 98, F. Münzer, Klio 1 (1901), 314.
  4. E. Ritterling, Fasti della Germania sotto il Principato (1934), 61 ff., con l’opinione di Groag citata lì; A. Garzetti, Nerva (1950), 57 f.
  5. cfr. R. Syme, JRS XVIII (1928), 43; CAH XI, 158 f.
  6. G. E. F. Chilver, Cisalpine Gaul (1941), 103. Q. Corellius Rufus (suff.? 78) è attestato come legato della Germania Superiore il 20 settembre 82 (CIL XVI, 28).
  7. CIL XI, 7056.

Il Trentesimo secolo

Siamo entrati nel trentesimo secolo. Non una semplice eclissi di sole. Un buio pesto in pieno giorno ha coperto l’umanità. Odio e vendette che lasciano strascichi di sangue dietro di essi. Bombe vere e figurate, sparatorie a pallottole e a parole. Siamo dentro al trentesimo secolo. Il degenerato è il genus. Il malvagio è il verbo. Lo strazio è l’armonia. Le sfere stridono.

Mani pulite, troppo pulite

Tra noi vecchi amici del Corso di Laurea in Filosofia di Pisa, ridonda da decenni l’annosa Questione degli Intellettuali. Documentatevi da soli nel panorama francese se volete saperne di più.

Da tempo rifletto con occhi diversi sull’intellettualismo francese. Intanto, non c’è una vera cultura italiana, nonostante ci siano ancora dei buoni filosofi o umanisti che si ostinano a scrivere in questa lingua quasi estinta. Poi, per quanto riguarda più prettamente la Francia, il problema è tutt’altro. La tradizione è talmente forte da resistere all’inondazione anglofona, ma forse troppo. Così forte da imbrodarsi delle sue stesse proprie lodi.

Gli intellettuali francesi sono sempre più snob. Papà figli di papà che non hanno mai avuto le unghie nere di terra, che non sanno nemmeno che odore e consistenza abbia la terra.

Parlano impettiti ed intoccabili, peggio di vecchi pariolini, bianchi candidi e brillanti. Sempre vigili e pacati, mai scomposti né sudati. Gente che sembra non aver mai vissuto davvero. Gente che sembra sotto formaldeide, che vista in tv – dove non si sentono gli odori – sembra costantemente puzzare di Saint-Laurent o il migliore degli Chanel.

Pontificano sulla rabbia, la miseria, la disperazione e l’alienazione, avendone sempre e solo un’idea cartacea, da topi da biblioteca. Non hanno neanche le cicatrici dichi da piccolo è cascato da un albero o di bicicletta.

D’altro canto – i plebei studiati – non possono mai competere, a meno che non siano dei geni assoluti nati in Cechia o in Serbia e che hanno visto le bombe cadere sulle proprie case.