S6 E4 – PALAZZO ETRUSCO DI PROCCHIO

Degli ultimi reali all’Elba

All’isola d’Elba c’è una storia che nessuno conosce, dell’ultimo re e l’ultima regina. Lui si chiamava Velturo* Spurinna e lei Ramessa Corona Cretani. Lui era l’ultimo re di Tarquinia, lei la principessa di Tuscania che sposandolo divenne regina di Tarquinia. Era la fine degli Stati Uniti d’Etruria, agli inizi del Terzo Secolo avanti Cristo.

Avevano un bel palazzo a Procchio, del quale rimane il rudere, qui https://maps.app.goo.gl/UoxmjqQo8xRSgaCA8

Scriveva l’archeologo che vi diresse gli scavi: “Ramtha Curunas Cretnai, forse la padrona di casa”. Peccato che nello stesso testo si dimentica della donna che governa la CASA e dice che probabilmente questo edificio era una “fortezza d’altura”, categoria moderna che non ha un corrispettivo in antico, né castrum né tantomeno oppidum, con una terminologia che rimanda nell’immaginario a una struttura difensiva dove stanno di guardia i soldati, che erano esclusivamente uomini. Questo contraddice i risultati degli scavi, che hanno portato alla luce reperti tutti tipici di un’abitazione, compresi gli oggetti rituali o votivi, che non potevano certo mancare in un palazzo reale del “popolo più religioso di tutti”. Plateale la presenza nell’edificio di almeno due stanze “femminili” dove erano disposti i telai per tessere, come dimostrano i numerosi pesi, fuseruole e rocchetti. Il nome della famiglia di lui compare in bella evidenza, non posticciamente inciso, ma originalmente dipinto, nel mezzo del fondo di un piatto di valore.

Il nome intero di lei, invece, è iscritto su una delle otto botti di terracotta contenenti grano dagli scantinati del palazzo. 

La planimetria è un modello inconfondibile di Architettura Italica, si tratta di una Domus Tripartita ad Impluvium, anche se  – rispetto alle case trovate in Maremma e nella Tuscia, – ha dimensioni enormemente maggiori. Rispetto ai 200/300 metri quadri di una villa aristocratica, il nostro Palazzo Spurinna Corona ha una superficie interna di circa 1800 metri quadrati.

Resiste all’incuria e alle intemperie, dimenticato da tutti, a pochi metri dal più frequentato sentiero dell’Elba dopo il Capanne, ovvero la Grande Traversata Elbana, e i numerosi passanti non possono sapere cos’è, non essendoci nemmeno un cartello.

*Velthur, nome ricostruito, essendo probabilmente figlio del più noto Aule e nipote di Velthur II

SUL “PANENTEOPSICHISMO” DEGLI ETRUSCHI

Il panenteopsichismo è una visione del mondo dove il divino si manifesta in tutte le cose (panenteismo) attraverso azioni, geometrie, colori e musiche, che rivelano il suo Genio (panpsichismo).
Per tornare agli antichi più religiosi tra tutti, – i celeberrimi Tirseni – erano certamente i più vicini al Genio Divino, e la loro antichissima sapienza riconosceva la gerarchia che pone l’umano mortale al di sotto dell’immortale divino.
Azioni, geometrie, colori e musiche erano coltivate e vissute in sinfonia tra loro, per cui ogni atto era cerimoniale e tutto era rituale. Parlare di elementi, luoghi od oggetti “sacri”, quando si parla di etruschi, puó rivelarsi un’endiadi (figura retorica per cui si disgiungono due parole l’una delle quali sarebbe il complemento dell’altra, come gli aggettivi indissociabili ‘etrusco’ e ‘sacro’). La vita etrusca è tutta un rituale che si svolge secondo un canone divino. Costruire una casa, una strada, una città; andare a caccia o a pesca; mangiare e bere e fare l’amore; far partorire, prendersi cura, ospitare, uccidere, seppellire, ecc. Ogni aspetto della vita etrusca è “sacro”.

Scrive il professor Adriano Maggiani in ‘Gli Etruschi e il Sacro’, edito in Atti del convegno “Hintial Il Sacro in terra d’Etruria” del 2009:

“[…] Dunque innanzitutto l’osservanza del rito. Per penetrare le ragioni e il senso di questo atteggiamento religioso, bisogna aggiungere al dossier un passo di Seneca, dal II libro delle Questioni naturali, un passo che tratta dei fulmini. Seneca sottolinea la differenza che esiste fra i seguaci della filosofia stoica, nei quali si riconosceva, e gli Etruschi, soprattutto per quanto riguarda l’eziologia e il significato delle folgori: “Noi (scienziati, naturalisti, filosofi) riteniamo che le folgori siano provocate dalla collisione delle nuvole. Loro (gli Etruschi) ritengono che le nuvole collidano per creare i fulmini”. E continua affermando che essi ritengono sia la divinità a muovere il mondo, la divinità che fa collidere le nuvole, la divinità che fa scaturire le folgori con una finalità precisa: nella folgore è contenuto un messaggio divino per l’uomo. Se gli dei, in ogni particolare fenomeno naturale e soprattutto in quelli che i romani chiamavano Portenta e Prodigia, se gli dei in tutti questi fenomeni naturali nascondono un messaggio, l’homo religiosus, che onora gli dei e che tiene alla Pax deorum, deve essere capace di interpretarlo. È necessario dunque mettere a punto una sorta di semeiotica religiosa: una “scienza” in grado di interpretare i segni degli dei. Questa scienza è la Disciplina, che gli Etruschi hanno sviluppata a partire da una dottrina rivelata e hanno codificata in libri, che gli eruditi del I secolo a.C. ancora conoscevano in traduzione e che Cicerone riassume sotto i titoli di Libri aruspicini, Libri fulgurales e Libri rituales: una raccolta complessa che ha a che fare con tutta la fenomenologia religiosa. Ma su tutti questi problemi non mi voglio soffermare: i manuali di Etruscologia ne trattano ampiamente. Qual è il terreno del dialogo con il dio: come si fa a interpretare la volontà del dio, a soddisfare il contenuto dei messaggi che il dio manda agli uomini? Il luogo di incontro principale è naturalmente il sacrificio. Nel momento del sacrificio l’uomo religioso è in grado di conoscere la volontà degli dei attraverso l’esame delle viscere della vittima sacrificata, ma è anche in grado di soddisfarne le richieste espiando eventuali colpe o rendendo grazie per un beneficio ricevuto.”

SAC-

DIONISO Lacerazione e crisoschèusi

La vita non puó essere una reclusione tra pareti difensive nel culto della sicurezza e protezione delle fragilità.

Vorrei creare una parola nuova per descrivere l’arte di non erigere muri ma riparare e rinsaldare le proprie ferite e lacerazioni: CRISOSCHEUSI

Conio questo termine dal greco ΧΡΥΣΌΣ (oro) e ΈΠΙΣΚΕΥΏ (restaurare) per rendere in occidente il concetto giapponese di KINTSUGI.

Secondo questo concetto sarebbe auspicabile per l’uomo di farsi cercatore d’ori coi quali riparare le proprie e le altrui cicatrici, piuttosto che vivere vigliaccamente evitando tutto ció che potrebbe fargli male.

Dioniso è il dio della lacerazione e della crisoscheusi, l’arte di raccogliere i propri brandelli e riprendere forma senza nascondere le fratture ma indorandole.

È nella forma del serpente (nota: prima che la Bibbia fosse scritta) che Zeus si accoppia con Persefone (cfr. post su ΦΕΡΣΙΠΝΑ o ΦERSIPNA) e genera il Protodioniso. Zagreus Meilichios, figlio non di Zeus Olimpico ma di Zeus Chthonio, una forma nominale che forse sta per Ade. Nel XV-XII secolo avanti Cristo 𐀇𐀺𐀝𐀰 ΔΙ-VUΟ-NU-SΟ, essendo Colui che torna dall’Origine Chthonia (NU) alla vita per la seconda volta (ΔΙVUO) oppure come una divinità (ΔΙΟΣ) e per altri come Albero (NUSA) Motore (ΔΙΕ), lo AXIS MUNDI, complemento di ΓΑΊΑ (Gea) ΧΘΌΝΙΑ (Chthonia).
Zagreus è il figlio di Persefone (ΦΕΡΣΥΠΝΑ, Colei che si nasconde nel sonno delle stagioni, oppure La Mietitrice dal sanscrito PARSA per grano e protoIE GUENT per mietere), concepito quando Zeus giunse a Persefone sotto forma di serpente. Zeus portò Zagreus sull’Olimpo e gli diede dei fulmini nominandolo suo erede come brontoteo. Era, gelosa di tutto, spinse i Titani ad accoppare Zagreus circuendolo con un gioco, per poi farlo a pezzi e mangiarselo. Zeus allora ne recuperó il cuore ancora sano e se lo mangió, o forse lo diede a Semele sotto forma di pozione magica. Semele muore prima del parto ma il bimbo viene recuperato e cucito alla coscia di Zeus. Ecco la resurrezione di Zagreus sotto le nuove sembianze di Dioniso, Colui che nacque due volte.
L’archeologia testimonia di iscrizioni votive nelle quali Meilichios ha la forma di un serpente. Si compivano in seno alla religione iniziatica dei Misteri delle cerimonie per evocarne lo spirito dal sottosuolo. Pausania racconta nella sua tarda Geografia della Grecia di aver visto vicino al fiume Cefisso un altare a Zeus Meilichios; su di esso Teseo ricevette il rito della catarsi dopo aver fatto fuori il furfante Sinis suo cugino. Il sacrificio di Meilichios consisteva in un rito del fuoco, un olocausto notturno celebrato in un clima freddo e buio.
Pur portando il nome Zeus, quindi Zeus Olympios, il grande re degli dei, è molto diverso da Zeus Meilichios, un personaggio decisamente chthonio, spesso raffigurato come un serpente e, come visto in precedenza, non possono essere manifestazioni diverse dello stesso dio, ma di un altro, come i diversi attributi di Tinia in etrusco lascerebbero anche sospettare. Ogni volta che si menziona un altro Zeus questi si riferisce sempre all’oltretomba. Zeus Meilichios e Zeus Eubouleus possono interpretarsi come soprannomi di Ade o altre forme di esso.
Dioniso quindi, come Semele, Persefone e Zagreus è costitutivamente impregnato di morte. Ma la sua morte è la faccia chiara dell’evento, la possibilità di una rinascita, LA RESURREZIONE.

In a aussie Bukowski-style

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In Australia ‘round ’96, ’97  

there was an Italian thirty-something  

one day he drank 18 Four Eks  

and bedded three different girls.  

He rode a train for 24 straight hours  

and even laid with an Aboriginal woman.  

This poem doesn’t rhyme,  

this poem ain’t fit to publish.  

Once, he slept with a Drag Queen,  

another time, a threesome that lasted three days with two model girls.  

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[anonymous] 

appendix two

WHO THINKS FOR US?

Deleuze on Spinoza:

“There is no longer a subject, but only affective states that individuate anonymous force. Here, the plane contains only movements and stillness, dynamic affective loads: the plane will be gradually perceived through what makes us perceive it. We do not live, think, or write in the same manner on one plane or another. Goethe, or even Hegel in certain aspects, could have been taken for Spinozists. But they are not truly so because they have never ceased to reconnect the plane to the organization of a Form and the formation of a Subject. The true Spinozists are rather Hölderlin, Kleist, Nietzsche, as they think in terms of speeds and slownesses, frozen catatonias and accelerated movements, unformed elements, non-subjectified affects.”

as an appendix

to WHO THINKS FOR US

Not equipped with a human head and other body parts—
Two “branches” do not sprout from its back—
No feet, no flexible knees, and no shaggy genitalia—
Rather, there is only a sacred and indescribable mind,
Swiftly darting thoughts throughout the entire cosmos.

I translate SACRED MIND instead of Holy Heart
Because it is not “beating with thoughts” but… “darting down with thoughts.”

And phrontísi (φροντίσι, “with thoughts,” deriving from phren, φρὴν)………… καταΐσσουσα (darting down) θοῇσιν (swiftly)

MIND, not HEART

Sure, phren is the muscle that makes us breathe and go to the toilet.

The word psyche likely also comes from the onomatopoeic root PSSSS, as phren comes from PFFFF.

Empedocles: Fragment 110 Greek Text (5 complete lines survive but from two different sources)

1 οὐδε γὰρ ἀνδρομέῇ κεφαλῇ κατὰ γυῖα κέκασται
2 οὐ μὲν ἀπὸ νώτοιο δύο κλάδοι ἀίσσουσι
3 οὐ πόδες οὐ θοὰ γοῦν’ οὐ μήδεα λαχνήεντα
4 ἀλλὰ φρὴν ἱερὴ καὶ ἀθέσφατος ἔπλετο μοῦνον
5 φροντίσι κόσμον ἅπαντα καταΐσσουσα θοῇσιν

Translation:
Not equipped with a human head and other body parts—
Two “branches” do not sprout from its back—
No feet, no swift knees, and no shaggy genitalia—
Rather, there is only a sacred and indescribable mind,
Darting down with thoughts swiftly throughout the entire cosmos.

Who Thinks for Us? 

By Angelo Mazzei

There is a revival of ancient figures that fascinate us without us knowing why. The success of Etruscan or Roman reenactments, the full theaters that stage Greek tragedies, and the widespread, diverse, and fantastic opinions on the identities of ancient peoples are phenomena that recur every time our present culture’s value system and paradigms are in crisis. Incidentally, the word “crisis” carries the ancient semantics of “change, growth, and caring.”

Man is inherently a social animal. Despite believing in the autonomy of our individual choices, we are actually embedded in a common ground that shapes us. Thus, a trend emerges, we follow it, we like it, and we don’t know why. To explain the structural causes, we illustrate the thesis of this article starting with a passage from Nietzsche.

Nietzsche writes (implicitly arguing with the Cartesian/Fichte tradition) in paragraph 17 of *Beyond Good and Evil*, that we should not say “I think” (cogito; Ich denke) but rather “it thinks” (cogitat; Es denkt). Nietzsche’s idea was picked up a few decades later by a very avant-garde doctor, a precursor of holism who believed in natural medicine rather than pharmacology. His name was Georg Groddeck, and he turned Nietzsche’s brief passage into a book. Freud, his friend and colleague, drew inspiration from this to develop the famous concept of ‘Es,’ a sort of external subjectivity internalized.

But if it’s not “I” who “thinks,” then who is it? Who is this unidentified “Es” that thinks? Even if not explicitly, the Greeks, if we listen to them carefully, tell us: this non-I that thinks in us are They: the Gods, the Divines. It is therefore the Divine Genius that moves the Spirit, and our individual consciousness is only its instrument to make us believe we are each the master of ourselves.

The divine subject would be the one that guides, orders, and directs us, hiding itself because if it were to show itself, our consciousness would realize its own ephemeral mortal period, absolutely powerless and incapable of determining and manipulating its own destiny. It would have the consciousness of a machine, which instead must ignore its empty essence and its improper being belonging to others for it to function well.

The role of divinity in the ancient world is too often reduced to our paradigms and ends up being humiliated in interpretations that make it a mere political tool for mass control. Certainly, it’s also true that religion can be a kind of opiate for the poor, but this aspect doesn’t exhaustively represent what the Divines truly symbolized in the ancient world.

Human life progresses driven by an architecture of the soul (psychhé, which should be transliterated with a double ‘h’), whose bricks are character or mood (thymòs), meditative and spiritual mind (phrhén), analytical and intellectual mind (noos), and the heart (etor, kradie, ker). However, their fates are decided behind the scenes by machinations, confabulations, and agreements among the divinities. In the nuances and chiaroscuro of this picture lies something much greater. 

At first glance, this ancient world may appear as a culture of gullible people, but upon deeper reflection, it reveals something between the lines: the idea that no matter how far man pushes beyond the limits of his will and power, his actions will always be bound by another’s will, much more effective than his own. This will acts as an efficient cause of human actions, never perfectly autonomous or complete, but always oriented and driven by an additional complement to them.

Nietzsche’s youth was characterized by a deep interest in Greece before Philosophy (Thales, Anaximander, and Pythagoras lived around 500 BC). He initially focused on the philological study of literature from Homer to Aeschylus, Euripides, and Sophocles, debuting with a work on Homer, one on the Presocratics, and then making a splash with *The Birth of Tragedy*. In this work, he performs the very operation we were hinting at, somewhat similar to what Freud would do with mythology, which is to make man understand how the wills of the Gods, hidden, manipulate the outcomes of life’s tragedies and how the grand Greek theater lies on the track of implicit divine moods. 

Through his schematization of their dynamics under the categories of the Apollonian and Dionysian, there is a margin and perspective in these modern readings of antiquity that – besides answering the initial question of why we are so attracted to the remote, ancient, or exotic, which appears alien and ultimately reveals itself as the same but forgotten – responds, or at least lays the groundwork for a terrain on which to seek an answer, to the question of who thinks in our place while we still believe we are the ones thinking.

CULTURA COMMESTIBILE 

Nr 496

ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ

Nel greco antico i nomi si declinano a seconda del caso, del numero e del genere. Le parole “αιθαλειτης” e “αιθαλίδης” verrebbero trattate come sostantivi della terza declinazione. Ecco le loro declinazioni:

Singolare

αιθαλειτης (maschile, terza declinazione)

  • Nominativo: ὁ Αἰθαλείτης (ho Aithaleítēs) – il soggetto della frase
  • Genitivo: τοῦ Αἰθαλείτου (tou Aithaleítou) – per mostrare possesso
  • Dativo: τῷ Αἰθαλείτῃ (tō̂ Aithaleítēi) – l’oggetto indiretto di una frase
  • Accusativo: τὸν Αἰθαλείτην (tòn Aithaleítēn) – l’oggetto diretto della frase
  • Vocativo: Αἰθαλείτα (Aithaleíta) – usato per l’indirizzo diretto

Plurale

  • Nominativo: οἱ Αἰθαλεῖται (hoi Aithaleîtai)
  • Genitivo: τῶν Αἰθαλειτῶν (tō̂n Aithaleitō̂n)
  • Dativo: τοῖς Αἰθαλείταις (toîs Aithaleítais)
  • Accusativo: τοὺς Αἰθαλείτας (toùs Aithaleítas)
  • Vocativo: Αἰθαλεῖται (Aithaleîtai)

Singolare

αιθαλίδης (maschile, terza declinazione)

  • Nominativo: ὁ Αἰθαλίδης (ho Aithalídēs)
  • Genitivo: τοῦ Αἰθαλίδου (tou Aithalídou)
  • Dativo: τῷ Αἰθαλίδῃ (tō̂ Aithalídēi)
  • Accusativo: τὸν Αἰθαλίδην (tòn Aithalídēn)
  • Vocativo: Αἰθαλίδη (Aithalídē)

Plurale

  • Nominativo: οἱ Αἰθαλίδαι (hoi Aithalídai)
  • Genitivo: τῶν Αἰθαλίδων (tō̂n Aithalídōn)
  • Dativo: τοῖς Αἰθαλίδαις (toîs Aithalídais)
  • Accusativo: τοὺς Αἰθαλίδας (toùs Aithalídas)
  • Vocativo: Αἰθαλίδαι (Aithalídai)

Queste sono le forme standard che utilizzeresti per coniugare “αιθαλειτης” e “αιθαλίδης” in greco antico nei diversi casi sia al singolare che al plurale.

Una “Meloria” in Russia (1277)

Il documento originale in russo scritto da Sergey Zelenko racconta la storia di una galea pisana e del suo confronto con i genovesi nel Mar Nero nel 1277.

 La galea pisana: I misteri della baia di Novy Svet

Il sole sorgeva su Pera, il grande porto degli italiani e quasi una colonia indipendente, mentre un quartiere di Costantinopoli si svegliava per iniziare la sua solita vita quotidiana. Era un caldo agosto del 1277. Come al solito, il porto accoglieva e spediva navi cariche di merci verso diverse parti del Mediterraneo.

A quel tempo, Costantinopoli e tutta la regione mediterranea erano sotto l’influenza dei crociati e delle repubbliche italiane – Genova, Venezia e Pisa. Passeranno ancora alcuni anni prima che Pisa perda il suo potere in questa regione, ma per ora le galee pisane si sentivano a casa nei porti e nelle baie di Costantinopoli. L’equipaggio di una di queste navi si preparava a prendere il mare e aspettava l’ultimo carico di seta e spezie orientali, preziosi quanto l’oro. L’ultimo giorno a Costantinopoli, i marinai pisani scatenarono una rissa per strada con i genovesi, i loro peggiori nemici e rivali. In lunghe guerre per la supremazia politica e commerciale, i pisani erano nettamente inferiori ai genovesi. Pisa stava gradualmente cedendo le sue posizioni in Italia e perdendo colonie in Medio Oriente. Una nuova guerra con Genova era imminente. Una piccola scaramuccia si trasformò in una grande rissa, i genovesi respinsero i pisani verso le loro galee e ne distrussero una.

Il giorno dopo, giurando vendetta, i pisani salparono dal porto su una nave carica di merci. Sapevano che le navi mercantili genovesi si dirigevano a Sinop, sulla costa settentrionale della Turchia nel Mar Nero, e si diressero lì per tendergli un’imboscata. Ma da inseguitori divennero inseguiti – furono raggiunti da una galea genovese ben armata, appartenente alla nota famiglia mercantile italiana dei Bancheri. Vedendo che le forze erano disuguali, i pisani fuggirono a vele spiegate verso il mare aperto. Il vento portò la nave verso nord, in direzione della penisola di Crimea, oggi contesa tra Russia ed Ucraina. Presto i genovesi raggiunsero i pisani e, sotto gli occhi curiosi della folla riunita sulle mura della fortezza di Sudak, a un miglio dalla costa, iniziò una battaglia tra le due galee.

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I genovesi vinsero e, sbarcando i mercanti e i membri dell’equipaggio sopravvissuti, bruciarono la nave nemica. Con la vittoria, ottennero anche le merci – presero tutto ciò che era prezioso e facile da trasportare a terra: tessuti, spezie, gioielli e molto altro, di cui non sapremo mai. Ma le anfore e le stoviglie (che erano non solo merci, ma usate anche come zavorra sulle navi mercantili medievali) affondarono. Probabilmente i vincitori non avevano né il tempo né la forza di trasportare a terra il carico pesante e non molto prezioso.

Questa storia accadde molti secoli fa e i documenti storici hanno conservato la data di questa battaglia navale – il 14 agosto 1277, vigilia della festa dell’Assunzione della Vergine Maria. E il mare ha conservato per i posteri prove tangibili – centinaia di brocche, piatti e altre stoviglie affondate che riempivano le stive della galera pisana. Oltre agli strumenti, frammenti di attrezzature, armi e alcuni effetti personali dell’equipaggio.

Quando iniziarono la rissa, i pisani non immaginavano quale traccia avrebbero lasciato nel tempo. Centinaia di anni dopo, gli archeologi subacquei troveranno il luogo del naufragio e ricostruiranno questo interessante episodio della storia medievale del Mar Nero. Il mare, piegandosi alla nuova invenzione – l’aqualung, iniziò a restituire gradualmente ciò che aveva nascosto per secoli. Alla fine degli anni ’50 del XX secolo, l’aqualung divenne disponibile per sportivi e scienziati, segnando l’inizio di una nuova era di esplorazione delle profondità marine.

La penisola di Crimea non fu un’eccezione, e qui si radunarono gruppi di subacquei – turisti e archeologi. Sin dai primi giorni dell’archeologia come scienza, la Crimea è diventata la “Mecca” degli archeologi. Non è sorprendente – una ricchissima storia ha lasciato tracce sotto forma di monumenti archeologici non solo sulla terra, ma anche nel mare.

Nel 1957, il professor V.D. Blavatsky con un piccolo gruppo di studenti dell’Università Statale di Mosca, degli istituti di aviazione ed energia, condusse le prime ricerche archeologiche subacquee al largo di Kerch, nell’area delle antiche città di Germonassa, Myrmekion, Nymphaion, Phanagoria. Le ricerche venivano condotte con apparati a ossigeno IPSA e aqualung artigianali. Poi seguirono ispezioni della zona vicino al villaggio di Novy Svet nella baia di Sudak.

I primi subacquei di Leningrado, sotto la direzione scientifica di P.N. Schultz dell’Istituto di Archeologia dell’Ucraina, scoprirono frammenti di ceramica medievale sul fondo della baia. Nel 1960, una spedizione sotto la guida del professor V.D. Blavatsky esaminò diverse aree della costa nel Mar d’Azov e nel Mar Nero, tra cui le baie di Sudak e Novy Svet.

Ma questo era solo l’inizio. Fino agli anni ’90 del XX secolo non vennero effettuate ricerche sistematiche, solo esplorazioni archeologiche subacquee. I leader delle esplorazioni in tempi diversi erano P.N. Schultz, M.A. Frondzhulo e I.A. Baranov. I club di subacquei amatoriali non erano da meno nell’esplorazione di vari angoli della Tauride, ma se gli scienziati erano mossi da un interesse scientifico, i subacquei amatoriali erano guidati dall’azzardo e dal desiderio di avventura e ricerca di tesori.

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Tuttavia, non tutti i subacquei amatoriali consideravano i reperti del fondo marino come souvenir. Alcuni di loro, avendo intuito l’importanza delle loro scoperte, iniziarono a collaborare con gli archeologi. Grazie agli sforzi congiunti, nel 1977, il Consiglio dei Ministri dell’URSS approvò una risoluzione per la creazione del Centro di Archeologia Subacquea, che oggi fa parte dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Ucraina. Una delle principali aree di lavoro del Centro è lo studio delle antiche rotte marittime e dei naufragi nel Mar Nero e nel Mar d’Azov.

Gli archeologi del Centro, con il supporto dei volontari, condussero numerose spedizioni lungo le coste della Crimea e scoprirono centinaia di relitti e manufatti. Ma il relitto più famoso e studiato è senza dubbio quello della galera pisana nella baia di Novy Svet.

Il lavoro di ricerca sul relitto della galera pisana ha portato alla luce una grande quantità di reperti, che ci permettono di comprendere meglio la vita a bordo delle navi medievali e il commercio nel Mar Nero. Sono state trovate armi, strumenti, oggetti personali dell’equipaggio e, soprattutto, numerose ceramiche che costituivano il carico della nave.

Le ceramiche ritrovate sul relitto sono di grande valore per gli archeologi. Esse comprendono anfore per il trasporto di vino e olio, stoviglie per uso quotidiano e oggetti decorativi. Tra i ritrovamenti ci sono anche alcune rare anfore dipinte con scene mitologiche, che rappresentano un’importante scoperta per lo studio dell’arte medievale.

Ma la storia della galera pisana nella baia di Novy Svet non si limita alle sole scoperte archeologiche. Essa rappresenta anche un esempio dell’importanza della collaborazione tra subacquei amatoriali e archeologi professionisti. Senza questa collaborazione, molti dei reperti sarebbero andati persi o non sarebbero mai stati scoperti.

Gli scavi archeologici subacquei nel sito del relitto della galea pisana continuano ancora oggi. Nonostante le difficoltà, gli archeologi del Centro, con l’aiuto dei volontari, fanno nuove scoperte ogni anno, sperando che il prossimo anno porti ancora più interessanti ritrovamenti e importanti informazioni sulla storia della navigazione medievale nel Mar Nero e nel Mediterraneo.

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Nonostante le vittorie e le scoperte, la storia della galea pisana e dei suoi carichi non è ancora del tutto compresa. Parte del carico della nave, come le anfore e la ceramica provenienti dal Mediterraneo e gli oggetti in vetro di produzione italiana, supportano l’ipotesi che si tratti proprio della nave menzionata nei documenti storici.

Gli scavi continuano a rivelare nuovi dettagli, ma molto materiale è ormai perso per sempre, impedendo una ricostruzione completa della storia del naufragio. Tuttavia, gli archeologi sperano che future scoperte possano offrire ulteriori indizi.

Tradotto dall’originale russo «A Pisan galley». Mysteries of the bay Novy Svet / «Пизанская галера». Тайны бухты Новый Свет

di Sergey Zelenko