L’antico popolo etrusco aveva una profonda conoscenza dei fenomeni naturali, come testimoniato dalle parole di Seneca nelle Naturales Quaestiones: “Poiché gli Etruschi avevano il compito di osservare i cieli sereni, e non di guardare il sole ma le tempeste, essi affermano che bisogna osservare quella nuvola che si estende fino al sole.” Questa osservazione riflette un approccio quasi protoscientifico, dove l’osservazione dei fenomeni atmosferici era ritenuta essenziale per comprendere la volontà divina e il destino degli uomini. Tuttavia, questa visione, seppur avanzata per l’epoca, rimaneva legata a un mondo in cui ogni evento era visto come il risultato diretto di cause specifiche e immediate.
Oggi, noi moderni, discendenti culturali di quei popoli antichi, ci troviamo in una posizione paradossale. Da un lato, accettiamo le più avanzate teorie scientifiche—la relatività, la complessità, la geometria non euclidea—che ci insegnano che il mondo è un intreccio di relazioni e dinamiche non lineari. Dall’altro, però, restiamo incatenati a una visione deterministica e semplicistica della realtà, simile a quella degli Etruschi, che concepivano ogni fenomeno come l’effetto di una singola causa.
Loro, come noi oggi, pensavano che le nuvole si formassero per la condensazione ad alta quota del vapore acqueo. Ma se loro interpretavano questo processo come un segno da decifrare, noi moderni, pieni di contraddizioni interne, ci illudiamo di poter spiegare tutto tramite un sistema chiuso di cause ed effetti, pur avendo abbandonato, almeno in teoria, il determinismo cartesiano. Questo paradosso emerge con forza quando, persino nel giudizio morale, continuiamo a considerare ogni errore umano come il risultato diretto e isolato di un’unica causa: un individuo, su cui ricade l’intera responsabilità, destinato a subire una pena proporzionata alla sua colpa.
Eppure, la Teoria della Complessità ci insegna che la realtà è ben diversa. Secondo questa teoria, i sistemi complessi, come le società umane o l’atmosfera terrestre, non possono essere compresi attraverso un semplice rapporto causa-effetto. Essi sono caratterizzati da interazioni multiple, retroazioni e dinamiche emergenti che sfidano la nostra capacità di previsione e controllo. Le nuvole stesse, simbolo antico di mutamento e imprevedibilità, sono il prodotto di una danza infinita di fattori: calore, umidità, pressione, e le stesse forze gravitazionali che, lungi dall’essere semplici leggi di Newton, possono essere viste come l’abbraccio materno della Terra.
E mentre la terra suda, rilasciando caldi vapori, l’acqua non cessa mai di trasformarsi, di cambiare forma e stato, di viaggiare per il mondo, tra cielo e terra, fin giù nelle viscere. Questo eterno ritorno dell’acqua è un esempio perfetto della complessità del mondo naturale, un ciclo che non può essere ridotto a una semplice catena lineare di eventi.
Tuttavia, l’uomo moderno, pur avendo a disposizione nuovi paradigmi scientifici, resta spesso schiavo di una visione cartesiana della realtà. Non riesce a comprendere appieno che la gravità non è solo una legge di attrazione tra masse, ma può anche essere vista come un legame profondo e materno che ci tiene ancorati alla Terra, in un sistema complesso di relazioni che sfugge a ogni semplice categorizzazione.
Siamo ancora prigionieri di un’epistemologia che fatica ad abbracciare la complessità del mondo, preferendo rifugiarsi in spiegazioni semplicistiche e deterministiche. E così, nonostante i progressi della scienza, continuiamo a interpretare la realtà con gli stessi limiti che già gli antichi Etruschi cercavano di superare.
Aeaea: Una Proposta di Identificazione con l’Isola d’Elba
L’isola di Aeaea, conosciuta come la dimora della maga Circe nell'”Odissea” di Omero, ha da sempre rappresentato un enigma geografico e mitologico. Diverse teorie sono state proposte per identificare Aeaea con località reali, ma nessuna è stata confermata in modo definitivo. In questo studio, proponiamo una nuova ipotesi che collega Aeaea all’Isola d’Elba. Basandoci su una possibile devianza ortografica e su considerazioni mitologiche, questa teoria merita di essere considerata con la stessa attenzione delle altre.
Analisi Linguistica: Da αιαια a αιθαλια
La parola greca αιαια, attribuita a Aeaea, può essere oggetto di un’interessante analisi linguistica. Se aggiungiamo le lettere “θ” e “λ”, otteniamo αιθαλια, il nome greco dell’Isola d’Elba. Questa trasformazione potrebbe non essere casuale, ma il risultato di un errore di trascrizione o di una variazione fonetica avvenuta nel tempo. Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che nei testi antichi sono documentati altri casi di variazioni ortografiche simili.
L’etnonimo αιαιτες, che potrebbe indicare gli abitanti di Aeaea, offre ulteriori spunti di riflessione. Se consideriamo una derivazione da αιθαλια, il termine αιαιτες può essere ricollegato a αιθαλιτης, un termine che indica non solo gli abitanti di Aithalia (Elba), ma anche di altre isole egee come Lemno, Imbro e Chio. Inoltre, αιθαλιτης è anche un nome proprio, associato a un mitico araldo degli Argonauti, con il quale Pitagora si sarebbe identificato secoli dopo.
Considerazioni Mitologiche: Aeaetes e la Colchide
Un altro elemento che supporta questa ipotesi è la figura di Aeetes, re della Colchide e fratello di Circe. Il nome Aeetes condivide una radice comune con αιαιτες, suggerendo una connessione etimologica e culturale tra le due figure. Se Aeaea fosse effettivamente l’Elba, ciò potrebbe indicare che Circe e il suo fratello mitologico avessero radici comuni in questa regione, portando a una rilettura della geografia mitologica di Omero.
Prove Storiche e Geografiche: Aithalite e Pitagora
L’identificazione di Aeaea con l’Elba non si limita alla linguistica, ma trova riscontro anche in riferimenti storici. Pitagora, il famoso filosofo greco, si sarebbe identificato con Aithalite, un araldo mitologico associato agli Argonauti, e questo nome potrebbe derivare proprio da αιθαλιτης. Se accettiamo questa interpretazione, l’Elba emerge non solo come un luogo fisico, ma come un punto di riferimento importante nella tradizione mitologica greca.
§
L’ipotesi che Aeaea possa essere identificata con l’Isola d’Elba, basata su un’analisi dettagliata delle varianti ortografiche e delle connessioni mitologiche, è altrettanto valida delle altre teorie che cercano di collocare Aeaea nel mondo reale. Questa prospettiva non solo arricchisce la nostra comprensione delle fonti antiche, ma offre anche nuove chiavi di lettura per interpretare i miti greci e la loro geografia. Future ricerche potrebbero esplorare ulteriormente queste connessioni, contribuendo a chiarire uno dei misteri più affascinanti dell’antichità.
Angelo Mazzei sulla Tomba Grande della Necropoli di Piane alla Sughera (Campo nell’Elba)
Le Colonie Sarde nel Sud della Francia: L’Artigianato dell’Ossidiana e le Rotte Marittime Preistoriche
Nel periodo compreso tra il 4500 e il 3500 a.C., i Sardi potrebbero aver fondato delle colonie nel sud della Francia, come suggeriscono le prove archeologiche legate alla lavorazione dell’ossidiana. Questa roccia vulcanica, caratterizzata da una struttura vetrosa e tagliente, era altamente apprezzata per la produzione di utensili e armi durante il Neolitico. La presenza di manufatti in ossidiana in vari siti archeologici del sud della Francia, unita alla sofisticata abilità di lavorazione della pietra in loco, indica non solo l’importazione del materiale ma anche la migrazione di artigiani specializzati, probabilmente provenienti dai luoghi di estrazione dell’ossidiana in Sardegna.
L’Importanza della Lavorazione dell’Ossidiana
La scoperta di strumenti in ossidiana nei siti francesi è significativa non solo per la sua presenza materiale, ma soprattutto per l’evidenza che questi strumenti venivano lavorati direttamente sul posto. Le analisi condotte su campioni di ossidiana provenienti da vari siti, tra cui il sito di Terres Longues, mostrano che la maggior parte di essa ha origine dai giacimenti sardi. Questo indica che l’ossidiana non veniva semplicemente trasportata sotto forma di blocchi grezzi, ma veniva lavorata da mani esperte sul luogo di arrivo.
Gli stili di scheggiatura dell’ossidiana osservati in Francia rivelano una competenza avanzata, con due principali tecniche utilizzate: una scheggiatura su una superficie piana e una su una superficie convessa. Queste tecniche, che richiedono una conoscenza dettagliata e una pratica significativa, suggeriscono la presenza di artigiani altamente specializzati, presumibilmente sardi, che avrebbero portato con sé le tecniche di lavorazione dalla loro terra d’origine.
Le Rotte Marittime: Un Ponte tra la Sardegna e la Francia
La diffusione dell’ossidiana sarda nel sud della Francia implica l’esistenza di rotte marittime ben stabilite tra queste regioni. La rotta più probabile partiva dal Golfo di Oristano, sulla costa occidentale della Sardegna, e seguiva un percorso strategico lungo la costa occidentale dell’isola. Attraversando le Bocche di Bonifacio, il canale che separa la Sardegna dalla Corsica, le imbarcazioni si dirigevano a nord, lungo la costa orientale, con la possibilità di deviare verso l’Elba occidentale, soprattutto in presenza di venti forti dai quadranti orientali, come tramontana, grecale, levante, scirocco e mezzogiorno.
Dall’isola d’Elba, i navigatori avrebbero potuto proseguire verso nord, attraverso Capraia e Capo Corso, fino a raggiungere Cap d’Antibes, un punto strategico sulla costa francese. È qui, nell’entroterra, che si trovava il presunto centro di smistamento sardo di Trets, con il sito di Terres Longues che fungeva da hub per la distribuzione dell’ossidiana lavorata.
L’Evidenza Archeologica: Le Tombe “Sarde” e l’Antico Scalo Marittimo
Un ulteriore supporto all’ipotesi della presenza sarda nel sud della Francia viene dalle tombe rinvenute nelle necropoli di Piane alla Sughera e della Forca, nei pressi di Seccheto e Fetovaia, sull’Isola d’Elba. Queste tombe, interpretate da alcuni studiosi come di origine sarda, potrebbero appartenere a coloni o mercanti sardi che operavano nell’antico scalo marittimo di Vetus Baia, l’odierna Fetovaia. La presenza di tombe sarde in questa regione rafforza l’idea di un legame stretto e diretto tra la Sardegna e le rotte commerciali che collegavano le coste tirreniche con la Francia meridionale.
§
Le prove della lavorazione dell’ossidiana e le rotte marittime ipotizzate suggeriscono che, durante il Neolitico, i Sardi non solo esportavano ossidiana, ma stabilivano anche colonie e centri di lavorazione in loco nel sud della Francia. Questa presenza, rafforzata dall’evidenza di tombe “sarde” sull’isola d’Elba, testimonia l’importanza delle connessioni marittime preistoriche e il ruolo fondamentale che i Sardi potrebbero aver avuto nella diffusione di tecnologie e culture attraverso il Mediterraneo occidentale.
La Tomba 1 della Necropoli di Santu Pedru ha restituito 447 reperti databili in un lungo periodo di tempo che va dal cosiddetto Neolitico Recente (3400-3200 a.C.) all’Età della Cultura del Vaso Campaniforme (ca 2000 a. C.). La tomba fu studiata a suo tempo da Contu. Sarebbe stata scavata nel III millennio avanti Cristo, più di 4500 anni fa. Il problema serio è che secondo il paradigma consolidato quell’epoca non prevede la metallurgia, che significa che la tomba sarebbe stata scavata pietra contro pietra, utilizzando frammenti di selce e ossidiana o altre pietre durissime, modellate come lame di asce. Se osservate la foto della camera centrale coi due pilastri e poi osservate la mappa vi rendete conto della incredibile quantità di pietra che deve essere stata scavata con questo metodo primitivo. Facciamo finta che io abbia voglia di dare per scontato il fatto che la Sardegna non conoscesse la metallurgia durante il III millennio. Ebbene, questo non sminuisce affatto la considerazione che dovremmo avere di una cultura che è riuscita a rappresentare se stessa con uno stile architettonico e un ingegneria neolitica così raffinati e potenti da lasciare ogni serio studioso a bocca aperta. Io credo che non dovremmo affatto sottovalutare questa civiltà ed osservarla come se fosse un inspiegabile unicum racchiuso nel suo microcosmo insulare, separata dal resto del mondo, che nel frattempo vedeva al massimo dello splendore la civiltà sumera con le sue gigantesche “piramidi scalari” a mattoncini rossi, chiamate Ziggurat, per non parlare della piramide di Cheope, altro capolavoro significativo di un mondo che considerare primitivo come vezzeggiativo è solo un grande limite della nostra civiltà. Civiltà moderna, che se studiassimo come fosse antica non potremmo far altro che considerare folle. Tornando a noi, in queste antichissime strutture ipogeiche non manca il simbolo della testa di animale cornuto, toro o ariete, che può solo testimoniare di un legame ancestrale tra questa terra e il mondo più avanzato di quei tempi. A parte le numerose rappresentazioni sumere, mi pare interessante ricordare per l’ennesima volta l’Anatolia, durante il periodo Attiano (Hattian) tra 2600 e 1900 a. C. le rappresentazioni del Dio Toro sono numerosissime. Nelle Tombe di Alaca Hüyük la “cornuta divinità meteorologica” con testa di toro è presente allo stesso modo. Non crediate che sia così assurdo che i tanto narrati traffici marittimi sardiani (per usare un termine caro al compianto Pittau) con le terre oggi di Cipro, Egitto, Israele, Siria e Turchia meridionale, attestate da fior fior di studiosi internazionali (tra i quali le nostre preziosissime Lo Schiavo e Sabatini), che questi scambi commerciali/culturali – dicevo – avessero già luogo nel millennio precedente (rispetto ai contatti accertati che invece sono circa del periodo 1400-1100 a. C.). Dette così, da me, su facebook, sono solo suggestioni di possibili connessioni da meditare e da studiare; semplici indicazioni a non chiudersi nel dare per scontato tante troppe cose. Se gli studiosi si cullassero su ciò che già si sa prendendolo per buono la scienza e le nostre conoscenze in genere non muterebbero mai.
È nel dubbio che si scelgono le strade. Giuste o sbagliate che siano è solo seguendole che possiamo andare da qualche parte, muoverci.
Senza il dubbio cresce la certezza. In essa e da essa nascono l’intolleranza, l’arroganza, la “saccenza”. Ma anche i fondamentalismi, i razzismi, la violenza in genere, la guerra.
Buon mare a tutti. Le isole vi aspettano, ricche di meravigliose storie, montagne di pietra e,- questo non guasta – spiagge bellissime, soprattutto a giugno.
Angelo Mazzei Via della Fontanella 2, Poggio 57030 Marciana (LI), Italy Email: angelomazzeidipoggio@gmail.com Whatsapp: +39 346 769 4260 Website: groviglio.news Nationality: Italian Date of Birth: November 6, 1967
Professional Experience
Archaeological Museum of Marciana, Marciana, Italy Keeper, Carer, Researcher, and Promoter 2019 – Present
Artifact Management: Handling the conservation, cataloging, and display of archaeological artifacts.
Research: Conducting comprehensive research on local historical artifacts and contributing to academic publications and museum exhibitions.
Public Engagement: Organizing and leading educational programs, workshops, and guided tours to enhance public knowledge and appreciation of archaeology.
Exhibition Design: Curating and designing museum exhibitions with a focus on integrating modern multimedia to create immersive experiences.
Community Outreach: Spearheading initiatives to foster community involvement and support for the museum.
Fundraising: Preparing grant applications and securing funding for various museum projects and conservation efforts.
Isola Etica, Marciana, Italy Secretary/Project Organizer June 2010 – Present
Organized cultural and territorial promotion events such as FIL Festival, Poggiogreen, Art Into The Park, and Bandiera Elbana.
L’Etrusco, Piombino/Elba (LI), Italy Managing Editor June 2011 – December 2012
Oversaw the editorial process for the magazine’s Elba section, including conceptualization, layout, graphics, and editorial writing.
B&B In Poggio, Marciana, Isola d’Elba (LI), Italy Manager June 2008 – 2016
Managed hospitality operations for a local bed and breakfast.
Palomar, Italy Actor/Extra June 2013 – September 2016
Appeared as an extra and actor in several episodes of television series.
Education
University of Pisa, Italy Philosophy and Archaeology Ongoing
Comprehensive studies in philosophy, psychology, communication, history, archaeology, French and German languages, ancient history, and classical cultures.
Skills
Languages:
Italian: Native
French and English: C2 (Advanced)
German and Spanish: B2
Digital Skills:
Proficient in assembling, configuring, and repairing PCs and Macs in 1995-2010
Expertise in software for text and graphic editing, as well as web design and social media management.
Communication:
Excellent public speaking and educational skills, with experience in multi-cultural environments.
Organizational Skills:
Proven ability to lead teams, manage cultural and promotional events, and handle logistics for high-profile events.
Research:
Extensive research in the history and archaeology, focusing on protohistoric origins and classical studies.
Publications and Projects
Essere e Mente (2003, IV ed. 2018) – A collection of philosophical essays.
Grammatica dei Sensi (2010) – A collection of poetry and short stories..
Projects:
Founder of Isola Etica and organizer of cultural initiatives like Elba Trekking and #incontriconlastoria.
Saturno e Giove: Il Mito Etrusco e il Diritto Romano
La mitologia classica spesso racconta di conflitti tra divinità che non solo spiegano fenomeni naturali, ma fondano anche istituzioni sociali e legali. Un esempio significativo è il mito del litigio tra Saturno e Giove, che secondo Mauro Servio Onorato, nei suoi Commentari all’Eneide (9/561), si manifesta nella “contentio” tra queste due divinità. Questo conflitto mitologico simboleggia la disputa per la divisione della terra, in particolare dell’Etruria, che alla fine viene assegnata a Giove, il quale ne stabilisce i confini. Questo mito diventa simbolo della sacralità dei confini e dell’inviolabilità delle proprietà, un concetto che ha profonde implicazioni nel diritto etrusco e romano.
Il Mito e la Sacralità dei Confini
Nel contesto etrusco, i confini avevano un valore sacro, sancito da rituali religiosi che ne garantivano l’inviolabilità. Come raccontato nei miti, Giove stabilì questi confini come una legge divina, una pratica che si rifletteva nelle norme che regolavano la proprietà terriera e la risoluzione delle dispute tra proprietari. La figura del terminus, la pietra di confine, era considerata sacra e la sua violazione era un atto sacrilego punito severamente.
Il mito, quindi, non era solo una storia sacra, ma una vera e propria fondazione del diritto. La sacralità del terminus serviva come deterrente contro le prepotenze, in particolare nei confronti dei proprietari più deboli, come le vedove, che potevano contare sulla protezione divina contro le usurpazioni. Questo concetto giuridico-religioso, per quanto poco documentato nel diritto etrusco, è chiaramente presente nel diritto romano, dove la tutela della proprietà era centrale.
La Trasmissione al Diritto Romano
Sebbene il diritto etrusco sia poco conosciuto a causa della scarsità di fonti scritte, è probabile che molti dei suoi principi siano stati assimilati e rielaborati dai Romani. Il diritto romano è spesso considerato un capolavoro di ingegneria giuridica, e chi lo studia a fondo non può ignorare le possibili influenze etrusche. Ad esempio, il concetto di res divinae, o cose sacre, che includeva anche i confini sacri, è centrale nel diritto romano.
Il diritto romano, infatti, non solo preservava ma anche esaltava la sacralità dei confini, con leggi precise contro chi violava le proprietà altrui. Il jus civile romano, che regolava i rapporti tra cittadini, poteva trovare una delle sue radici proprio nelle leggi etrusche, che come quelle romane erano profondamente intrecciate con la religione.
L’Origine degli Etruschi e il Loro Ruolo nella Storia Italica
La questione dell’origine degli Etruschi è una delle più discusse nell’archeologia e nella storia antica. Virgilio, nell’Eneide, offre una delle prime rappresentazioni letterarie degli Etruschi, mostrando un popolo già formato e complesso ben prima dell’arrivo di Enea in Italia. Il personaggio di Mezenzio, re etrusco, esiliato per la sua crudeltà, suggerisce una società etrusca ben strutturata e già politicamente avanzata.
Mario Torelli, basandosi su evidenze archeologiche, sostiene che gli Etruschi giunsero in Italia dopo la Guerra di Troia, una teoria che contrasta con quella di Massimo Pallottino, il quale argomenta per una continuità indigena della cultura etrusca nella penisola italiana. Secondo Pallottino, gli Etruschi rappresentano un’evoluzione delle culture preistoriche locali, piuttosto che un gruppo di immigrati dall’Asia Minore o da altre regioni.
Alberto Palmucci introduce un’altra teoria affascinante, che associa la figura di Dardano, fondatore mitico di Troia, agli Etruschi, suggerendo possibili legami tra la civiltà troiana e quella etrusca. Questi legami, se confermati, potrebbero aggiungere un ulteriore strato di complessità alla storia etrusca, indicando una rete di contatti e influenze tra le diverse culture del Mediterraneo.
Implicazioni e Prospettive Future
Le leggi etrusche, per quanto frammentarie e poco conosciute, sembrano aver lasciato un’eredità duratura nel diritto romano, un sistema giuridico che è stato alla base della civiltà occidentale. La mitologia, con i suoi racconti di divinità che stabiliscono leggi e confini, si rivela quindi non solo come un mezzo di espressione religiosa ma anche come uno strumento di normazione giuridica.
Le future ricerche potrebbero concentrarsi sull’approfondimento dei legami tra le culture mediterranee, come suggerito dalle teorie di Palmucci e Heurgon, esplorando ulteriormente l’influenza etrusca sul diritto romano e sullo sviluppo delle civiltà italiche. La sacralità dei confini e la loro protezione, temi centrali in queste tradizioni, potrebbero rivelarsi fondamentali per comprendere meglio l’evoluzione delle leggi e delle istituzioni politiche nell’antichità.
Bibliografia
Virgilio. L’Eneide. Edizione critica.
Torelli, M. L’Italia degli Etruschi. Bologna: Il Mulino, 1997.
Pallottino, M. La storia degli Etruschi. Roma: Laterza, 1991.
Palmucci, A. Gli Etruschi e il mito di Dardano. Firenze: Leo S. Olschki, 1993.
Heurgon, J. La vita quotidiana degli Etruschi. Roma: Laterza, 1989.
Davis, B. Minoan Stone Vessels with Linear A Inscriptions. Liège and Austin: Aegaeum 36, 2011/14.
Appendice: Le Lingue e Le Iscrizioni Etrusche
L’interpretazione delle iscrizioni etrusche, come quelle ritrovate in Tunisia, continua a rappresentare una sfida per gli studiosi. La possibile connessione con altre lingue mediterranee, come suggerito dalle iscrizioni in lineare A, apre nuovi orizzonti per la comprensione delle culture antiche e dei loro contatti. Le teorie sulla lingua etrusca, tra cui quelle che la collegano al minoico, sebbene ancora speculative, potrebbero un giorno fornire una visione più chiara delle origini e delle influenze di questa misteriosa civiltà.
Pitagora e il Potere della Memoria: Un Viaggio tra Filosofia, Storia e Società
La memoria è un elemento centrale nella filosofia di Pitagora, tanto che la sua importanza sembra riflettersi persino nel nome del padre, Mnesarco, che combina le radici greche di “memoria” (μνῆσις) e “principio” o “fondamento” (ἀρχή). Questo collegamento simbolico suggerisce che il nome di Mnesarco potrebbe non essere stato il vero nome del padre di Pitagora, ma piuttosto un nome “simbolico”, forse scelto dallo stesso filosofo per enfatizzare l’importanza della memoria come fondamento dell’anima.
Questa idea si ritrova anche nella figura mitologica di Aithalides, considerato una delle vite precedenti di Pitagora. Figlio di Hermes, Aithalides era dotato di memoria eterna, un dono divino che gli permetteva di ricordare tutte le sue vite passate. Questo mito rafforza l’idea che la memoria non sia solo un aspetto funzionale dell’essere umano, ma una qualità divina che trascende la singola esistenza e collega l’anima al cosmo.
Memoria e Disastri Naturali: L’Eredità di Solone
In un’epoca segnata da catastrofi naturali come incendi devastanti e uragani, la riflessione sulla memoria acquisisce una nuova urgenza. Solone, il grande legislatore ateniese, in un dialogo platonico racconta di come gli antichi greci avessero perso ciclicamente la memoria della loro civiltà a causa di incendi e alluvioni mandate dagli dèi. Questo tema della memoria perduta e riscoperta attraversa non solo la storia greca, ma anche la nostra contemporaneità, dove la memoria storica sembra sempre più fragile di fronte a calamità sempre più frequenti e devastanti.
In questo contesto, la memoria diventa non solo un legame con il passato, ma anche un mezzo di sopravvivenza. La scienza moderna, con la sua capacità di analizzare e spiegare i cambiamenti climatici, ci offre gli strumenti per comprendere e affrontare queste sfide, ma spesso manca di quella profondità filosofica che potrebbe guidare un vero rinnovamento culturale. Solo recuperando le nostre radici e rafforzando la nostra memoria collettiva possiamo sperare di evitare un futuro di prigioni globali, come temeva Jung, trasformando il mondo in un luogo di autentica rinascita.
La Dialettica della Memoria: Tra Autenticità e Rancore
La memoria non è un concetto monolitico; essa si manifesta in modi diversi, alcuni costruttivi e altri distruttivi. Antonio Dámasio descrive la memoria autentica come un sentimento duraturo e riflessivo, che ci lega alle nostre esperienze passate e ci offre una bussola morale. Questo tipo di memoria è essenziale per mantenere la continuità del nostro essere nel tempo, un tema caro anche a Heidegger.
D’altro canto, esiste una memoria rancorosa, carica di emozioni non elaborate e risentimento, che può distorcere la nostra percezione della realtà. Questa forma di memoria può avvelenare la nostra psiche, portandoci a vedere il mondo attraverso lenti offuscate da pregiudizi e incomprensioni. È un pericolo che affligge non solo gli individui, ma anche le società, che possono essere trascinate in cicli di violenza e divisione se non riescono a elaborare e superare i loro traumi storici.
Memoria e Obsolescenza: Il Rifiuto del Passato
Un aspetto interessante della nostra epoca è la crescente obsolescenza programmata non solo degli oggetti, ma anche delle idee e dei valori. Questo fenomeno si riflette nell’architettura di città come New York, dove edifici storici vengono demoliti per far spazio a nuove costruzioni, senza alcun riguardo per il loro valore storico e simbolico. Questo rifiuto del passato è sintomatico di una società che ha perso il contatto con le proprie radici e, di conseguenza, con la propria capacità di immaginare un futuro sostenibile.
L’aforisma “Quanto meno una società conosce del proprio passato, tanto meno essa culla una prospettiva futura” sintetizza perfettamente questo concetto. Se vogliamo costruire un futuro duraturo, dobbiamo prima riconoscere e valorizzare il nostro passato. Solo così possiamo sperare di evitare l’oblio e costruire una società che non solo sopravvive, ma prospera.
Conclusione: La Memoria come Strumento di Salvezza
In conclusione, la memoria è molto più di un semplice archivio di ricordi. È una funzione primaria dell’anima, un ponte tra passato e futuro, tra individualità e collettività. Riconoscere il suo potere, coltivarla e proteggerla è fondamentale per la nostra sopravvivenza come individui e come specie. La memoria ci permette di imparare dagli errori del passato, di costruire una società più giusta e di immaginare un futuro in cui non siamo solo spettatori, ma protagonisti consapevoli del nostro destino.
E come ci ricorda l’antica saggezza orfica, la vera conoscenza e la vera vita si trovano nel congiungimento di questo e dell’altro mondo, in un eterno dialogo tra memoria e oblio, tra essere e divenire.
L’Importanza del 10 agosto 1553 all’Isola d’Elba: Un Giorno di Tragedia e Resistenza
Il 10 agosto 1553 è una data che segna un capitolo oscuro nella storia dell’Isola d’Elba, un episodio che rimane indelebile nella memoria collettiva degli abitanti. Questo giorno rappresenta l’apice di un terribile attacco condotto dal temuto corsaro ottomano Turgut Reis, noto anche come Dragut, che devastò la comunità di San Lorenzo de Marcina, lasciando un segno indelebile nel tessuto sociale e culturale della regione.
Il Contesto Storico
Nel XVI secolo, il Mediterraneo era teatro di incessanti conflitti tra le potenze europee e l’Impero Ottomano, con le isole dell’Arcipelago Toscano che spesso diventavano bersagli strategici. Dragut, nato nel 1485 nell’Impero Ottomano, era un comandante di spicco nella marina ottomana, celebre per la sua ferocia e abilità militare. Le sue imprese belliche includevano battaglie importanti come quella di Preveza nel 1538, l’invasione di Gozo nel 1551, e il famoso assedio di Malta nel 1565.
Nell’estate del 1553, le acque italiane furono teatro di una spedizione congiunta tra la flotta turca, comandata da Dragut, e quella francese, in un contesto di alleanze mutevoli e complesse. Dopo aver colpito le coste napoletane, la flotta si diresse verso la Toscana, facendo tappa a Porto Ercole il 9 agosto, prima di sbarcare a Marciana Marina il giorno successivo. Fu qui che l’Isola d’Elba venne investita da una violenza devastante.
L’Attacco a San Lorenzo de Marcina
Il 10 agosto, Dragut e i suoi uomini attaccarono il borgo di San Lorenzo de Marcina, un centro religioso e sociale di grande importanza per l’Elba occidentale. Gli abitanti, colti di sorpresa, trovarono rifugio tra le montagne circostanti, ma non poterono impedire la devastazione. La chiesa principale della vallata, simbolo spirituale della comunità, fu ridotta in macerie, e il borgo fu praticamente raso al suolo. Solo la massiccia struttura della chiesa rimase in piedi, un triste testimone della furia distruttiva che si abbatté sulla zona.
Le conseguenze dell’attacco furono drammatiche: molti abitanti furono uccisi, mentre altri vennero catturati e venduti come schiavi nei mercati del Maghreb. La comunità di San Lorenzo de Marcina, già fragile, fu costretta a trasferirsi, con i sopravvissuti che trovarono rifugio nelle vicine Poggio e Marciana. Marciana Marina, che al tempo era poco più di una zona disabitata, venne successivamente popolata, diventando uno dei simboli della resilienza dell’isola.
Le Reazioni e le Conseguenze
L’attacco scosse profondamente i governanti locali e i loro alleati. Cosimo I de’ Medici e il Papa ordinarono immediatamente il rafforzamento delle difese sull’isola e nelle altre località toscane. Le fortificazioni di Rio, Poggio, San Piero e Marciana furono potenziate con spessi barbacani agli angoli delle fortezze, un tentativo di prevenire ulteriori incursioni e di proteggere le popolazioni locali.
Nonostante la sua potenza, Dragut rimase deluso dai frutti della spedizione del 1553. Questa insoddisfazione si manifestò l’anno successivo, quando il corsaro decise di non sostenere ulteriormente i francesi in Toscana o in Corsica. Questo evento segnò l’inizio della fine della collaborazione franco-ottomana nel Mediterraneo, un’alleanza che aveva rappresentato una significativa minaccia per le potenze europee.
La Memoria di un Massacro
Ogni anno, il 10 agosto, l’isola ricorda con dolore ma anche con orgoglio la tragedia di San Lorenzo de Marcina. Alle 15:53, una preghiera viene recitata in memoria dei martiri di quella notte, un tributo a coloro che persero la vita o la libertà sotto l’attacco di Dragut. Questa commemorazione serve non solo a ricordare il passato, ma anche a rafforzare l’identità e la coesione di una comunità che ha saputo risollevarsi dalle ceneri della distruzione.
L’evento del 10 agosto 1553 rimane un simbolo della resistenza dell’Isola d’Elba contro le incursioni esterne, un episodio che ha contribuito a plasmare la storia e il carattere della regione. Oggi, i borghi di Marciana Marina, Poggio e Marciana, nonché i resti di San Lorenzo de Marcina, testimoniano una storia di sofferenza e rinascita, una lezione eterna di quanto la memoria storica possa essere fondamentale per mantenere viva l’essenza di un popolo.
Here is the English translation of the article, the original Italian version follows
Circe and the Amber Necklace from the Baltic Corriere Elbano
“Circe Studying,” John William Waterhouse
A few weeks ago, specialized magazines discussed a time travel experiment conducted by a team of researchers who succeeded, through a quantum computer, in reverting a process to its previous state. Divine. It is what knows no time.
Perhaps that is the purpose of museums, to show us these different forms of beauty, different and yet all expressions of a timeless place, that of the spirit, which is displayed in museums. In the third showcase of room 1 of the Marciana Museum, where you will find me to welcome you, three objects are on display that at first glance go absolutely unnoticed.
They look like insignificant pebbles, but they were once shiny elements of an amber necklace, alternating with gold rings or other metals and precious stones. To think that there is even a world conference on these artifacts, which scholars in the field call “Tiryns-type Amber Beads,” to distinguish them from other types like those from Allumiere, etc.
A renowned prehistory scholar, Ms. Nuccia Negroni, recalls how these amber necklaces were a status symbol reserved for the high aristocracy, accompanying sumptuous garments and other rich ornaments.
To wear them, one had to be a patrician. They were almost certainly produced in Frattesina, on the Po River, where raw material arrived all the way from Poland on the Baltic Sea.
The beads from the Marciana Museum have a recognizable shape, characterized by a very evident central rib; they are called “Tiryns type” after the famous Mycenaean site where some specimens were found. They formed sumptuous and complex necklaces, often consisting of multiple strands of beads of different shapes; in some cases, the amber was alternated with colored glass paste beads, rock crystal, perhaps gold and silver.
Amber was an exotic material, and therefore precious and expensive, as it was collected exclusively on the distant and unknown coasts of the Baltic and North Sea; it was also highly coveted because it was associated with solar worship, which at that time was widespread throughout Europe. Amber was also attributed medicinal and healing properties.
Therefore, possessing a necklace made of this material meant declaring oneself part of an elite that could afford it, while at the same time placing oneself under the protection of the Sun god and defending against diseases and the evil eye. The necklaces with Tiryns-type beads were quite rare, but spread throughout the known Mediterranean world at that time, from Sardinia, to Italy, to Greece, all the way to the Black Sea and the coasts of Asia Minor.
In Euripides’ Trojan Women (Eur. Tro. 437), the author refers to Circe, who lived on one of these Tyrrhenian islands, as the “Liguste (Λιγυστίς Κίρκη)”. This echoes the grandeur of Mycenae, that palace civilization, with traders and adventurers traveling far and wide across Europe. Aethalides, Orpheus, Nestor, and Odysseus all came to these parts at that time in search of Circe. Our idea that Circe was a witch arises from the unsatisfactory translation of the Greek term for pharmacy (ΦΑΡΜΑΚΕΙΑ), which, if reduced to “magic,” ends up giving a reductive image of this primordial great woman of science. The knowledge of herbs and their uses as anti-inflammatories, sedatives, anxiolytics, stimulants, or even hallucinogens, was seen by the Greeks as a science originating from the East, and the Etruscans were at the forefront of medical knowledge (cf. Dioscorides Pedanius).
According to myth, Circe came from Armenia, where she had arrived from the oceanic coasts of Iran, the daughter of the union between Persia and the Sun. From Aristotle (or a contemporary of his, 4th century B.C.) in On Marvelous Things Heard, we know that in Aethalia, iron was discovered in the mines where copper had long been extracted.
And we hope that when you leave the museum, something from that 13th century B.C. era will remain in your mind—because the magic of Elba is precisely the time that never passes and the scents of its thousand herbs.
Original Version (Italian):
Circe e la collana d’ambra del Baltico Corriere Elbano
Vaghi d’ambra di tipo Tirinto, da sepoltura Omo Masso XI sec. a. C., Marciana, Isola d’Elba
Poche settimane fa si è parlato sulle riviste specializzate di un viaggio nel tempo realizzato da un’equipe di ricercatori che sono riusciti tramite un computer quantico a riportare un processo al suo stato precedente. Divino. è quello che non conosce tempo.
Forse a questo servono i musei, a mostrarci queste forme diverse di bellezza, diverse eppure tutte quante espressione di un luogo senza tempo, quello dello spirito, che nei musei si mostra. Nella terza vetrina della sala 1 del Museo di Marciana, dove mi troverete ad accogliervi, sono esposti tre oggetti che a prima vista passano assolutamente inosservati.
Sembrano dei sassolini insignificanti, invece una volta erano degli splendenti elementi di una collana d’ambra, che si alternavano ad anelli d’oro o di altri metalli e pietre preziosi. E pensare che esiste addirittura una conferenza mondiale su questi reperti che gli studiosi del settore chiamano “Vaghi d’Ambra di tipo Tirinto”, per distinguerli da quelli di tipo Allumiere, ecc.
Una celebre studiosa di preistoria, la signora Nuccia Negroni, ricorda come queste collane d’ambra fossero uno status symbol riservato all’alta aristocrazia, ad accompagnare vesti sontuose ed altri ricchi ornamenti.
Per portarle bisognava essere patrizi. Essi venivano quasi certamente prodotti a Frattesina, sul Po, da dove il materiale grezzo arrivava fin dalla Polonia sul Baltico.
I vaghi del Museo di Marciana hanno una forma ben riconoscibile, caratterizzata da una carenatura centrale molto evidente; vengono chiamati “tipo Tirinto” dalla famosa località micenea in cui sono stati ritrovati alcuni esemplari. Formavano collane sontuose e complesse, consistenti spesso in più fili di vaghi di forme diverse; all’ambra in alcuni casi si alternavano perle di pasta vitrea colorata, di cristallo di rocca, forse di oro e di argento.
L’ambra era un materiale esotico, e quindi prezioso e costoso, poiché si raccoglieva esclusivamente nelle lontane e sconosciute coste del Baltico e del mare de Nord; era inoltre molto ambito perché legato al culto solare, che in quel momento era diffuso in tutta l’Europa. All’ambra erano attribuite anche proprietà medicinali e taumaturgiche.
Possedere quindi una collana di questo materiale significava dichiarare di far parte di una élite che poteva permettersi di acquistarla, e nello steso tempo ci si metteva sotto la protezione del dio Sole e ci si difendeva dalle malattie e dal malocchio. Le collane con vaghi tipo Tirinto poi erano abbastanza rare, ma diffuse in tutto il mondo mediterraneo allora conosciuto, dalla Sardegna, all’Italia, alla Grecia, fino al mar Nero e alle coste dell’Asia Minore.
Nelle Troiane (Eur. Tro. 437) di Euripide, l’autore chiama Circe, che abitava una di queste isole del Tirreno, la “Liguste (Λιγυστίς ̀Κίρκη)”. Risuona l’eco della grandezza micenea, di quella civiltà dei Palazzi, coi viaggi in lungo e in largo per l’Europa di commercianti e avventurieri. Aethalide, Orfeo, Nestore e Odisseo, tutti venuti da queste parti in quell’epoca in cerca di Circe. La nostra idea che Circe fosse una maga, nasce dalla insoddisfacente traduzione del termine greco per farmacia (ΦΑΡΜΑΚΕΙΑ) che se ridotto a “magia” finisce per dare un’immagine riduttiva di questa primordiale grande donna di scienza. La conoscenza delle erbe e dei loro usi come antinfiammatori, lenitivi, ansiolitici, eccitanti o addirittura allucinogeni, era vista dai greci come una scienza proveniente dall’oriente, e gli Etruschi erano all’avanguardia in materia medica (cfr. Dioscoride Pedanio).
Circe, secondo il mito, proviene dall’Armenia, dove era giunta dalle coste oceaniche dell’Iran figlia dell’unione tra Persia e Sole. Dall’Aristotele (o suo contemporaneo, IV sec. a.C.) de Le Cose Meravigliose, sappiamo che in Aethalia, il ferro fu scoperto nelle miniere dove da lungo tempo si era scavato il rame.
E ci auguriamo che quando sarete usciti dal museo qualcosa di quell’epoca del XIII secolo a.C. vi rimanga in testa senza tempo – che la magia