SINDROME DEL METAFISICO LATENTE
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’esperienza diretta degli ambienti filosofici contemporanei. Non tanto perché permetta di “smascherare” moralmente i pensatori — operazione banale, quasi giornalistica — ma perché mostra la persistenza di strutture metafisiche proprio là dove esse vengono teoricamente negate. Il problema non è la semplice incoerenza tra teoria e vita, poiché nessun pensatore coincide integralmente con il proprio sistema. Il problema emerge quando la forma umana del pensiero contraddice strutturalmente il proprio contenuto dichiarato, quando l’antidogmatismo produce nuovi dogmatismi, quando la retorica dell’apertura si accompagna a pratiche quotidiane di esclusione simbolica, irrigidimento morale e superiorità implicita.
In questo senso, figure come Richard Rorty e Aldo Giorgio Gargani appaiono emblematiche di una contraddizione che attraversa gran parte della filosofia cosiddetta post-metafisica. Entrambi hanno contribuito, in modi differenti, alla dissoluzione dei fondamenti assoluti della tradizione occidentale; entrambi hanno criticato la pretesa della metafisica di organizzare il reale attorno a essenze stabili, verità ultime e identità rigide; entrambi hanno insistito sulla storicità dei linguaggi, sulla contingenza delle forme di vita, sull’impossibilità di un accesso definitivo alla verità. Eppure proprio in loro sopravviveva spesso, nei rapporti umani come nello stile stesso del pensiero, quella tensione classificatoria e disciplinare che avrebbe dovuto essere oltrepassata.
L’impressione era quella di trovarsi davanti a uomini costantemente irrigiditi dentro categorie morali invisibili, come se il pensiero non avesse davvero sciolto il bisogno di delimitare, distinguere, separare. Vi era qualcosa di quasi gregoriano nel loro atteggiamento intellettuale: un controllo permanente di sé e degli altri, una tensione normativa che filtrava persino nella conversazione ordinaria. Il paradosso è che tale rigidità emergeva proprio in pensatori che teoricamente avevano fatto della contingenza e dell’antifondazionalismo il centro della loro riflessione.
Rorty, soprattutto, rappresenta un caso esemplare di questa ambivalenza. La sua opera più celebre, Contingency, Irony, and Solidarity, – maldestramente tradotta in Italia con La filosofia dopo la filosofia – tenta di costruire una cultura liberale emancipata dalla ricerca metafisica della verità. Tuttavia l’intero impianto del discorso rortiano continua a funzionare mediante opposizioni fortemente normative: ironia e senso comune, liberale e crudele, progressista e metafisico. Il vocabolario cambia, ma la struttura rimane sorprendentemente intatta. Il filosofo che rifiuta le essenze continua a dividere il mondo in figure implicitamente superiori e inferiori. L’ironist rortiano, apparentemente aperto alla contingenza di tutti i linguaggi, finisce spesso per assumere i tratti di una nuova aristocrazia culturale, capace di riconoscere immediatamente chi appartiene e chi no alla comunità dei civilizzati. Un retrogusto coloniale di stampo commonwealthiano.
La crudeltà di questo meccanismo non è esplicita. Non assume più le forme pesanti dell’autoritarismo tradizionale. Opera piuttosto attraverso sfumature sociali, esclusioni eleganti, delegittimazioni sottili, ironie disciplinari. È una violenza concettuale che si maschera da tolleranza. E proprio per questo risulta spesso più difficile da nominare. Il post-metafisico contemporaneo non perseguita apertamente; semplicemente produce atmosfere umane in cui alcune presenze diventano progressivamente impronunciabili, marginali, concettualmente rozze. L’espulsione avviene nel nome dell’apertura. Sembra il preludio a una violenza materiale verso chi non ha lo stesso pensiero, la stessa religione, gli stessi interessi. Esemplare l’asserzione statunitense: “io ho l’atomica, tu vorresti averla, allora ti bombardo”, sembra dire chiaro “tu sei illiberale, crudele, rozzo, diverso, non meriti quello che hai e devi crepare”.
Qui il problema non è più soltanto teorico. Diventa quasi antropologico. Perché emerge il sospetto che una parte della filosofia contemporanea abbia semplicemente trasferito la metafisica dal piano dei concetti a quello dei comportamenti. La metafisica non sopravvive più come sistema ontologico esplicito, ma come postura umana. Sopravvive nel bisogno di classificare, nel moralismo implicito, nella gestione delle appartenenze culturali, nella continua delimitazione di ciò che è accettabile pensare o essere. Avere o non avere.
In questo senso è significativo che Gargani, ne L’altra storia, abbia parlato della Persona Metafisica come di una figura organizzata attorno a identità stabili e opposizioni rigide. Il punto decisivo, tuttavia, è che tale figura non coincide necessariamente con il metafisico tradizionale. Essa può riapparire proprio nel pensatore che si proclama oltre la metafisica. Anzi, spesso è proprio il post-metafisico a rischiare maggiormente questa ricaduta inconsapevole, poiché non riconosce più in sé il desiderio di fondazione e lo lascia agire in forme indirette, psichiatriche, relazionali.
Per questo il pensiero di Jacques Derrida conserva una radicalità differente. Derrida non sostituisce semplicemente una gerarchia con un’altra. Non offre una nuova tavola morale per distinguere gli illuminati dagli arretrati. La decostruzione agisce invece come una continua inquietudine interna del pensiero, come impossibilità di stabilizzare definitivamente le opposizioni. Presenza e assenza, parola e scrittura, identità e differenza cessano di essere poli autosufficienti. Ogni termine porta già in sé la traccia di ciò che pretende di escludere.
È probabilmente questa la ragione per cui Derrida appariva meno bacchettone di tanti teorici dell’apertura democratica. Il suo pensiero non permetteva di sentirsi definitivamente dalla parte giusta. Non offriva una superiorità morale stabile. Rimaneva vulnerabile alla propria stessa decostruzione.
Qualcosa di simile, pur in un linguaggio completamente diverso, emerge anche in Carl Gustav Jung. La psicologia junghiana non elimina gli opposti, ma li comprende come polarità dinamiche e mai definitivamente riconciliate. L’Ombra, soprattutto, introduce un elemento decisivo: ciò che il soggetto rimuove ritorna inevitabilmente sotto altre forme. Molti pensatori della solidarietà sembrano incapaci di riconoscere la propria Ombra morale. Parlano di apertura mentre praticano esclusione; rifiutano il dogmatismo mentre costruiscono nuovi conformismi; predicano complessità mentre riducono gli esseri umani a categorie culturali implicite.
Il punto decisivo è allora comprendere che la metafisica non coincide semplicemente con un sistema teorico. Essa è innanzitutto un modo di abitare il mondo. Un atteggiamento verso l’alterità. Una gestione della differenza. E forse una delle forme più diffuse di metafisica inconsapevole oggi è proprio lo schematismo morale dell’intellettuale post-metafisico: l’incapacità di tollerare ciò che sfugge alle mappe etiche già legittimate dal proprio ambiente culturale.
Da questo punto di vista, la vera post-metafisica non consiste nel proclamare la fine dei fondamenti, ma nell’accettare realmente l’instabilità delle identità, delle relazioni e persino delle proprie convinzioni morali. Richiede una forma di esposizione interiore molto più difficile della semplice critica teorica della metafisica occidentale. Richiede di rinunciare non solo alle essenze, ma anche al piacere segreto della superiorità culturale.
Questo cercano di comunicare i miei testi.
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