In memoria di G. C. in F.
Nel panorama della scrittura contemporanea, l’apparizione di nodi tematici e cortocircuiti verbali che sembrano ricalcare le grandi stagioni del Novecento solleva spesso interrogativi profondi sulla natura della memoria poetica e sulla persistenza di certe costellazioni esistenziali. È il caso di La forma giusta (Zombie), un componimento di Angelo Mazzei (noto nell’ambito della produzione musicale e autoriale con la sigla AMDPP), il cui nucleo generativo si specchia, con una folgorante indipendenza strutturale, in uno dei vertici della lirica novecentesca italiana: la sezione Xenia della raccolta Satura di Eugenio Montale, pubblicata all’inizio degli anni Settanta.
Per cogliere la portata di questo parallelismo, è necessario situare l’opera montaliana nel suo contesto d’origine. In Xenia, il poeta genovese si rivolge alla moglie defunta, Drusilla Tanzi — affettuosamente soprannominata “Mosca” per la sua fortissima miopia e la sua capacità di muoversi nel mondo con un radar interiore purissimo. In quel diario intimo e dimesso, Montale tenta di stabilire un contatto con l’assente attraverso i minimi detriti della quotidianità, giungendo nel quarto componimento della serie a formulare un paradosso epocale: l’ipotesi di aver studiato un fischio di riconoscimento nella speranza «che tutti siamo già morti senza saperlo». In Montale, la constatazione di una comune morte interiore funge da livellatore metafisico, un espediente per annullare la distanza tra l’aldiquà e l’aldilà.
La composizione di Mazzei riprende quel medesimo, desolato frammento — il «ricordammo di essere già morti» — ma ne ribalta radicalmente la direzione e il dispositivo formale, innestando la riflessione esistenziale su una narrazione dal sapore quasi allegorico e distopico. Non ci troviamo più nella penombra di una stanza della memoria coniugale, bensì all’interno di una «comunità di recupero per zombi smemorati». Qui, la presa di coscienza della propria fine non è l’approdo di una sommessa rivelazione, ma l’esito di una disciplina coercitiva e terapeutica, impartita «con la frusta e con la zappa».
Se in Montale l’essere già morti è un’intuizione sussurrata che accomuna i vivi ai trapassati in una nebbia indistinta, in Mazzei diventa un prerequisito burocratico e antropologico: «sennò non uscivi». Il ritorno alla dimensione urbana svela un’ironia ferina: la città moderna è ancora più vuota e alienata dell’istituto di rieducazione. Lo “zombie” è colui che ha dovuto faticosamente recuperare la memoria del proprio trauma per poter sopravvivere a un esterno civilizzato che quella memoria l’ha completamente rimossa.
Tuttavia, il pregio maggiore del testo di Mazzei risiede nella sua capacità di spezzare la geometrica durezza di questo assunto sociologico attraverso un brusco scarto lirico e domestico. Nella seconda parte del componimento, l’astrazione dell’assurdo cede il passo a una concretezza materica e sensoriale di rara precisione: il ricordo dell’incontro si cristallizza attorno alla preparazione culinaria del rösti, al gesto di grattugiare e schiacciare le patate con un panno di cotone per «darle la forma giusta».
È in questo recupero della manualità e della cura dell’altro che la poesia trova la sua via di fuga dall’alienazione. La figura amata, descritta con un’analogia di limpida purezza visiva — «bella come le ciliegie / Pensate, che nel freddo aprile sono solo / Stanchi fiori bianchi eclatanti» — introduce una temporalità sospesa, una promessa di fioritura che contrasta con la fissità della morte interiore.
Laddove la grande stagione del Novecento montaliano utilizzava il dettaglio domestico come ultimo, fragile baluardo prima del dissolvimento metafisico, la scrittura di Mazzei opera un movimento inverso. Attraverso una lingua piana, cadenzata da ritorni anaforici che mimano la ballata, il testo dimostra come la reinvenzione di un archetipo non passi per la copia filologica, ma per la capacità di calare la medesima, antica ferita esistenziale entro i nuovi, perturbanti scenari della contemporaneità.
LA FORMA GIUSTA (ZOMBIE)
Ci conoscemmo in una comunità
Di recupero per zombi smemorati
Dove con la frusta e con la zappa
Ci insegnarono a ricordare
Ricordammo di essere già morti
Almeno una volta
Sennò non uscivi
E quando si tornava in città
Ahimé
C’era meno gente che là dentro
Ci conoscemmo mentre facevi il rösti
Mi insegnasti a schiacciare le patate
Grattugiate, con un panno di cotone
E con le mani, darle la forma giusta
Eri bella come le ciliegie
Pensate, che nel freddo aprile sono solo
Stanchi fiori bianchi eclatanti
Eri bella come le ciliegie
Pensate, che nel freddo aprile sono solo
Stanchi fiori bianchi eclatanti
Ci conoscemmo in una comunità
Di recupero per zombi smemorati
Dove con la frusta e con la zappa
Ci insegnarono a ricordare
Ricordammo di essere già morti
Almeno una volta
Sennò non uscivi
E quando si tornava in città
Ahimé
C’era meno gente che là dentro
Ci conoscemmo mentre facevi il rösti
Mi insegnasti a schiacciare le patate
Grattugiate, con un panno di cotone
E con le mani, darle la forma giusta
Eri bella come le ciliegie
Pensate, che nel freddo aprile sono solo
Stanchi fiori bianchi eclatanti
Eri bella come le ciliegie
Pensate, che nel freddo aprile sono solo
Stanchi fiori bianchi eclatanti
Eri bella come le ciliegie
Pensate, che nel freddo aprile sono solo
Stanchi fiori bianchi eclatanti
