Agamben tra errore ed esattezza

Si parte dall’idea che noi siamo quello che facciamo e che facciamo qualcosa piuttosto che nulla in quanto lo vogliamo.

Noi esigiamo. La filosofia è la questione dell’esigenza, il metterla in questione e l’esigenza stessa.

Inoltre, noi siamo piuttosto che non esserci. Così la questione dell’esigenza porta in gioco la questione dell’essere, ciò che esige non siamo noi, ma l’esigente che ci precede e ci fa esatti.

Ove non fossimo per come (ci) si esige non saremmo esatti ma sbagliati, incompleti, approssimativi. Quegli stessi errori, incompletezze ed approssimazioni che esulano dall’esigenza ed appartengono all’eventualità della possibilità e della contingenza. La necessità (ci) sfugge, resta solo la tensione tra esigenza ed esattezza, contornata dall’involuto e dall’errato.

Esigere, da ex agere, è l’andare in cerca di un corpo, il suo venire alla luce a fare qualcosa, innanzitutto, essere se stesso. Esigere è il venir fuori con l’essere dal nulla e/o dall’altro rispetto a questo – mondo.

Esigere è nascita alla vita, estrazione dallo spirito, identità individuale, individuazione processata, garbuglio, annodamento, trama.

Se Leibniz definisce l’esistenza come esigenza dell’essenza e Nietzsche la vita come volontà della potenza, in che senso PREOMERICO noi vogliamo e possiamo definire l’anima come progetto dello spirito e la mente come programma delle idee?

Come Tommaso: “se non si può dire della corsa ch’essa corra, così non si può dire dell’esistenza che essa esista.” Existiturientia, la qualità di ciò che sta per esistere e in quanto ancora non esiste non può neanche stare per. Ciò che verrà fuori, che non essendo ancora venuto fuori non si può ancora dire né che sia né che venga.

Dio, o il divino, comunque lo si chiami, è la radice estrema dell’esigenza e/o dell’esattezza. Il divino, sostrato delle esistenze. Così Leibniz.

Nel rammemorare invece, facciamo esperienza di ciò che non esiste più. L’esistito esperito nel ricordo si trasforma da fatto concluso in incompiuto. Così Benjamin.

La memoria è modo dell’esigenza. Non è il soggetto umano ad esercitarla e padroneggiarla, ma essa a servirsi di lui per farsi rivivere continuamente. La mente sembra proprio esistere, ma la memoria è il suo fondo, la sua essenza esigente che ne fa un’esatta esistenza.

L’esigenza è quindi come la giustizia una categoria ontologica – scrive Agamben. Essa infatti è struttura, e non parte, dell’esistenza, ne è la scaturigine, la ragion d’essere.

Non è nemmeno una categoria logica, in quanto non è conseguenza della ragione, ma ragione della ragione stessa. Essa non muove a partire dal Logos, ma con esso e in esso si fonda e lo fonda.

Viene da ripensare alla melodia semantica dello élan vital di Bergson quando si ascolta in Agamben il mormorio della sua esigenza. Uso qui la musica non come semplice metafora, bensì nel più lampante dei sensi pitagorici, come matematica topologica del rapporto tra ciò che immaginiamo e il suo significato remoto, la sua cosa in sé dello spirito; rapporto che si dà nell’essere stesso, trasformazione dell’esigente in esatto, dell’esigenza in esattezza, dello spirito in anima/corpo/individuo, del molteplice dell’uno in uno del molteplice, nel miracolo dell’evento dell’esistenza, enslaving principle hakeniano.

Riguardo a Spinoza, la cupiditas diventa sinonimo del conatus, in modo che Agamben di sfuggita possa buttar lì una verità archetipica: “il desiderio non appartiene al soggetto, ma all’essere.”

Non c’è nessun io, nessun soggetto dell’azione che non sia il verbo stesso. Ci viene in soccorso Wittgenstein, col quale adottando la tecnica di pensiero e le strutture logiche, possiamo di nuovo riflettere sulla nostra sentenza: “Non c’è nessun io, nessun soggetto dell’azione che non sia il verbo stesso.”

In principio è dunque il verbo. Il verbo solo, l’accadere delle cose. Soltanto in seguito, – sottoposto ad una procedura di razionalizzazione deterministica – appaiono i soggetti, le prime persone, le seconde e le terze. Ecco che Heidegger ribalta la storia della metafisica moderna imputando a Cartesio la deficenza di un incipit ignorato. Cartesio parte infatti nel vuoto dell’epochè (il suo “mondo messo in stand by“) con la frase “cogito ergo sum“, una ridicola dimostrazione di forza che gli costerà persino lo sberleffo di una sublime poesia borgèssiana.

Cogito ergo sum. Niente affatto. In principio è inspiegato il verbo da solo, senza persona, il sum ritorna all’autenticità del suo esse. Il verbo nella sua forma fondamentale, essere, non dispiegato resta potenza di un atto mancato, esigenza di un approvvigionamento. Nel suo dispiegare se stesso l’essere dona forma all’ente, e nell’ente dona vita all’esserci. La vita esatta, approvvigionata, soddisfatta, ripiena. La vita dello spirito nel corpo.

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