Lo zoo nel bosco

#suNetflix

C’è la serie Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, in tedescooo! Non la puoi perdere!

Io la uso come sottofondo per fare le faccende. Sento il chiacchiericcio senza prestarci attenzione, ma resto programmato sulla sintonia di Bowie, che ogni tanto parte un pezzo e allora poso la granata e mi concentro sull’ascolto, con le immagini che formano nuovi videoclip delle sue canzoni.

Il libro l’avevo letto a 12 anni. Ancora non so dire se sia giusto o sbagliato far leggere a un bimbo un libro dove imperversano violenza, liberi costumi e aghi piantati “ne li bracci” come la putenza del bagnino Mario.

Ma il paragone va oltre, quando bimbi di 6 o 7 anni s’inoltrano in un fitto bosco di montagna che #blairwitchproject scànsati! , e trovano una baracca di legno in cima a un albero, sul quale alla fine riescono a salire senza ammazzarsi tutti, per miracolo.

In cima trovano uno scaffale pieno di riviste, foto e fumetti. Ricordo alcuni titoli en passant: Le Ore, Penthouse, Lando, Vampiria, poi la mia memoria si ferma lí. Ma certo che per un bimbo di 6 anni trovarsi in un bosco stregato dalla pornografia #dontpayperview sarà pure stato uno choc, ma non ha ammazzato nessuno.
A parte me, la maggior parte di quei bambini di quel giorno oggi sono uomini in carriera, sereni e realizzati, spesso con delle bellissime famiglie, che ancora oggi ci danno la gioia di assistere all’arrivo sulla Terra di anime innocenti, ammirare la venuta alla luce dello spirito, vederli crescere mentre giorno dopo giorno passano davanti casa a bordo di un passeggino sempre più grande, poi con la bici a rotelle, infine con lo scooter impennato.

Anche se scientificamente non si puó dimostrare che l’esperienza infantile di un bosco impestato di oscenità determini esiti negativi nella crescita, – che noi bimbi con un vocabolario ristrettissimo ma efficace chiamavamo coi loro nomi volgari che per noi erano quelli veri, specificando poi per ognuno come si dovrebbe dire in società, in quell’altro  mondo macrocosmico, il termine scientifico appropriato.

L’istruzione alla deriva schizoide ci è stata data col linguaggio fin dall’infanzia. Ci è stato insegnato che esistono due mondi e che ciascuno di loro è la metafora o l’allegoria dell’altro.

La topa del nostro microcosmo era occulta, settaria, parte di un vocabolario mathematico. Essa era il nucleo della propria immagine riflessa nella parete interna della sua sfera orbitale; guardando in direzione del continente, dello straniero, dell’istituzione, del signore, della scuola, – l’immagine della topa si mostrava sempre deformata da una maschera d’obbligo. Essa era lassù vagina, più in là vulva, più su genitale femminile, – ma per quei bambini tutte queste facce erano solo mimesi della loro verità segreta e indicibile: topa.

Non c’era niente di scurrile e violento in quel linguaggio se non la costruzione di un’identità di gruppo, un’etnia, dei ragazzi che sentivano di appartenere a uno stesso principio, uno stesso valore. Bimbi che esperivano la totalità della coappartenenza, lo spirito di fratellanza occulta.

La topa era come per gli adepti eleusini il sacro, e tutti gli oggetti, i simboli, le immagini di essa, erano elementi sacri, oggetti di culto. Nella pornografia fruita in comunità quei bimbi non facevano altro che ripetere senza saperlo antichissimi riti ereditati da una tradizione che si perde nella notte dei tempi. Un costume pedagogico che vestendo i panni dell’antropologo culturale non stenterei a definire Rito di Lemno e Samothracia (amo conservare il richiamo alla lettera theta originaria).

Non si tratta più qui di determinare un aspetto eventualmente patologico, – neppure ci mettessimo nei panni di uno psichiatra. Si tratta di ricostruire se stessi evitando di demonizzare le nostre esperienze e cercare di definire come trauma quello che è parte della vita.

Non demonizzare ed esorcizzare poi le emozioni che proviamo raccontando queste storie che certe tribù non esiterebbero a vivere come tabù. Ma amare i demoni che ci abitano, tenerne di conto e portarne memoria, spiegarli dalle ombre che ci era stato insegnato a posarvi per proteggerli dalla luce.

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