La Schismogenesi e la terapia del Naven

di AM

Nella tribù degli Iatmul della Nuova Guinea, il tuttologo Gregory Bateson nelle vesti di antropologo, notò un rito che potremmo definire come un Riassetto Sociale. Il rito, chiamato Naven, ha infatti una funzione terapeutica di massa, ristabilendo, attraverso l’obbligo a Mettersi-nei-panni-dell’altro, un bilanciamento nelle energie erotiche e tanatotiche dei membri di una comunità.

Gli uomini e le donne erano fortemente contraddistinti da due diverse finalità. I maschi dovevano sviluppare la loro virtù bellicosa, dimostrandosi fieri ed austeri, mentre le femmine dovevano risultare affettuose e confortanti. Durante il rito del Naven gli uni si mascheravano dalle altre, e viceversa. In questo modo, gli uomini in abiti femminili potevano recitare la parte delle donne e stanislakianamente viverne e manifestarne le emozioni, così come le donne nei panni degli uomini potevano capire che cosa si prova a dover essere sempre forti e crudeli.

Dal 1936, anno in cui uscì lo studio antropologico di Bateson, molti studiosi, nelle più disparate discipline, hanno ripreso il concetto e lo hanno applicato al loro campo di studio. Si trovano agevolmente i diversi riferimenti bibliografici anche cercando attentamente sul web, per cui non perderò tempo a fornirvi queste informazioni qui.

Quello che mi interessa farvi capire è come la società contemporanea stia vivendo una situazione fortemente schizofrenica, che coinvolge non soltanto lo spirito delle masse ma addirittura gli ambienti istituzionali del sapere e le comunità accademiche.

Ci troviamo nel bel mezzo di una schismogenesi dei saperi, nella quale le dinamiche dei loro scontri non fanno che accentuare le distanze tra le loro posizioni, secondo un processo che in termini tecnici chiamerei Estremizzazione Bipolare con Blocco Dialettico.

Quello che accade è che, all’emergere di due posizioni contrastanti, in barba al detto eracliteo che Pòlemos è madre di tutte le cose, lo scontro si fa sterile, e quello che ne consegue è solo l’azione di una forza repulsiva che aumenta le distanze tra i due punti di vista e cancella ogni possibilità di dialogo. Un’estremizzazione bipolare con blocco dialettico, appunto.

Gli esempi sarebbero così tanti che, proprio mentre sto scrivendo, mi chiedo se sia il caso di inoltrarsi nella redazione di un elenco, anche solo di alcune ricorrenze. Mi limiterò a ricordare in altri termini quello che ho affermato dianzi: in tutte le discipline scientifiche e umanistiche, così come in tutte le posizioni assunte sui più disparati argomenti dall’opinione pubblica, oggi non c’è una misura, non c’è predisposizione al compromesso. Non esiste una forza centripeta che rallenti l’esercizio della fuga. I fatti offrono due versioni, ciascuno, in massa, si sposta da uno dei due lati della questione e spinge la propria partigianeria in direzione opposta ad una auspicabile sintesi dialettica.

Ci vorrebbe un Naven di Caccamo. Un Naven come nella visione del mondo del personaggio satirico del comico Teocoli, dove ogni cosa per potersi arrogare il diritto di esistere deve farlo in maniera Totale-Globale. Metodologicamente, all’umanità contemporanea serve un Mettersi-nei-panni-dell’altro Totale-Globale. E in una terra totalmente e globalmente afflitta dal male di questa schismogenesi degenerativa diventa difficile, se non impossibile, individuare un Altro-da-interpretare (in the double meaning of playing-the-role-of and exesegis-of everyone else).

Il nostro Naven, che propongo da almeno vent’anni, deve poterci cambiare radicalmente e implica la nostra piena disponibilità a metterci da parte ed interpretare l’Altro in maniera assoluta.

Da mariti essere mogli. Da uomini essere donne. Da adulti essere bimbi. Da bianchi essere negri. Da cristiani essere musulmani. Da atei essere religiosi. Da ambiziosi essere generosi. Da bipedi essere quadrupedi. Da terreni essere anfibi o volatili. Da terrestri essere alieni. Da divini essere mortali. Da contemporanei essere antichi.

Che il Naven abbia inizio.

(con la partecipazione straordinaria di Felice Caccamo)

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