Addormentarsi accanto agli eroi sardi di Aristotele

Ross ha raccontato due versioni di questa storia nel suo commento (e quel che segue qui è più o meno una citazione di quanto dice a p. 597). Philoponus dice che i malati andavano dagli eroi in Sardegna per curarsi, dormivano per cinque giorni, che non ricordavano fossero trascorsi quando si svegliavano. Simplicio afferma che i nove bambini nati da Eracle morirono in Sardegna, non si decomposero e i loro cadaveri sembravano come addormentati. Rohde (Rheinische Museum XXXV, 1880, pp. 157-163) sottolinea le affinità di questa storia con le leggende che rappresentavano Alessandro Magno, Nerone, Carlo Magno, Re Artù e Barbarossa mentre dormono sulla terra finché non si svegliano e tornano a rivedere i loro cari.

Nella Fisica (IV, 218b21, X) Aristotele analizza (la coscienza de) il tempo. Il tempo si configura non come una proprietà esterna ma come la coscienza che, in quanto percezione di un cambiamento o di un movimento, se ne ha. Esso non è né un fatto estetico né metabolico. Il cambiamento dello stesso e il suo sdoganarsi ad altro sono eventi correlati al tempo, ma non sono il tempo stesso.

“Né (c’è tempo) senza cambiamenti. Perché quando non si cambia affatto nella propria coscienza, o quando non si è notato un cambiamento nei propri pensieri, allora il tempo non sembra passare, proprio come accade al risveglio a quelli che si dice si addormentino accanto agli Eroi in Sardegna. Collegano il precedente istante presente della coscienza prima di addormentarsi all’istante immediatamente successivo al loro risveglio e li fanno diventare un solo istante, cancellando quello che sta nel mezzo. Quindi, così come se questo preciso istante non fosse diverso ma uguale al precedente non ci sarebbe tempo, così, anche qualora fosse diverso ma non se ne avesse coscienza, non sembrerà essere passato del tempo.”

Ἀλλὰ μὴν οὐδ’ ἄνευ γε μεταβολῆς· ὅταν γὰρ μηδὲν αὐτοὶ μεταβάλλωμεν τὴν διάνοιαν ἢ λάθωμεν μεταβάλλοντες, οὐ δοκεῖ ἡμῖν γεγονέναι χρόνος, καθάπερ οὐδὲ τοῖς ἐν Σαρδοῖ μυθολογουμένοις καθεύδειν παρὰ τοῖς ἥρωσιν, ὅταν ἐγερθῶσι· συνάπτουσι γὰρ τῷ πρότερον νῦν τὸ ὕστερον νῦν καὶ ἓν ποιοῦσιν, ἐξαιροῦντες διὰ τὴν ἀναισθησίαν τὸ μεταξύ.* ὥσπερ οὖν εἰ μὴ ἦν ἕτερον τὸ νῦν ἀλλὰ ταὐτὸ καὶ ἕν, οὐκ ἂν ἦν χρόνος, οὕτως καὶ ἐπεὶ λανθάνει ἕτερον ὄν, οὐ δοκεῖ εἶναι τὸ μεταξὺ χρόνος.

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