Perché studia(va)mo filosofia

Forse un giovane comincia a studiare filosofia non per lo stupore né per la meraviglia ma per lo spavento.

Non è lo stupore né la meraviglia che l’essere ingenera nell’individuo, bensí lo spavento che quest’ultimo prova di fronte a se stesso, alla propria irriducibilità all’essere, al paradosso della propria unità ontologica che è insieme il solo fondamento di ogni pensare possibile, eppure anche la propria improprietà costitutiva. Una sorta di COGITO ERGO SUM VEL ESSE dove non c’è nessun SUM senza prima un ESSE, che non è un EST ma la verbalità primordiale stessa che anticipa ogni personificazione.

Uno comincia a studiare filosofia per conciliare l’infinito con la persona, la prima singolare, ma anche tutte le altre. Cerchiamo un’ armonia impossibile se non al prezzo di una dissoluzione, la depersonificazione delle nostre modalità indicative, congiuntive e condizionali.

STATUS e FUTURUS allora non potranno mai attuarsi come determinazioni di una soggettività finita, nemmeno di tutta quanta l’umanità di vivi e morti e nascituri inclusi.

Si comincia a studiare filosofia quindi non nell’idillio di una meraviglia ma nell’angoscia spaventosa di questa irriducibile dimensione, questo inconciliabile strappo. Lo sforzo inutile di studiare per diventare intonati con la musica dell’universo ci porta sempre all’ultima di tutte le illuminazioni: la capacità di ascoltare il tutto e la differenza tra la sua voce e la nostra.

Si comincia a studiare filosofia per l’angoscia che lo spavento di fronte alla propria finitezza effimera ci provoca, si smette di studiarla nell’EPOPTEIA gioiosa della meraviglia di fronte all’eternità infinita.

Si parte da un COGITO SUM per finire nell’imprescindibile COGITARE ESSE.

Il paradosso si conclama con la nostra sparizione. Non necessariamente una morte fisica (troppo comodo) ma l’azzeramento dell’angoscia, dell’apatia, della nostalgia, e di ogni sentimento che sia proprio, che si possa ricondurre al SUM.

Non finiamo per essere insensibili, ma per provare un’emozione più grande. L’emozione infinita e impersonale di una verbalità che c’è a prescindere dal fatto che noi siamo.

Ecco che la gioia è una chiamata a raccolta di tutti i selvaggi sentimenti personali nel grande zoo dell’eudemonia.

ESSE ERGO COGITO

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In memoria di BODEI

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