Un Piede nella Leggenda

Percorsi di mediazione tra Sapienza Antica e Scienza Moderna

Esiodo racconta che gli italici furono governati dai fratelli Agrio e Latino delle isole sacre. Essi abitavano le isole dei Liguri e avevano uno zio che era tornato a vivere e regnare nel Caucaso. Siamo agli inizi del II Millennio, parliamo di quattromila anni fa. L’epoca degli scheletri della tomba di Pianosa e di quelli nella grotta di San Giuseppe a Rio. Un archeologo faceva notare che nell’arcipelago toscano i rinaldoniani andrebbero chiamati forse ‘rinaldonoidi’, così come i liguri che giunti dalle isole fonarono Populonia e forse Falesia (Piombino), che non potendo non associare Ilva con Ilvates, prendiamo per buono che fosse il nome che gli italici davano agli elbani, mentre i micenei li chiamavano Aitarowe o Aidzalìdi. E che dire dei Pelasgi, un popolo che non trova posto nel paradigma dissacrante della storiografia contemporanea, che li relega alla “leggenda”. Eppure, sono nell’Iliade, a Creta, sui Dardanelli, in Tessaglia, nella Grecia continentale, forse a Larisa. E prima erano stati in Argolide, dove poi entrarono gli achei, ad Argo e Micene. E sono nell’Odissea secondo lo storico Jean Bérard. Le mostruosità e le divinità che costellano il viaggio di Ulisse non sarebbero che allegorie di questo popolo così spaventoso eppure così vicino al divino. I Pelasgi. Durante i lavori di realizzazione della allora strada forestale del Monte Perone, sul versante settentrionale, furono trovati dei cocci di vasi in ceramica che rimandano a quella stessa epoca. E ritrovamenti pre-etruschi ve ne sono in tutta l’isola sopra i 400 metri, e il loro stile è molto simile a quello delle zone del Po.E Ellanicodi Mitilene dell’isola di Lesbo (circa 430aC) afferma che prima di essere chiamati Etruschi i Tirreni erano chiamati Pelasgi, e quando si stabilirono in Italia, ricevettero questo nome. La sua versione è ripresa da Forone che aggiunge una genealogia: “Frastore era figlio del Re Pelasgo, e Menippe, la figlia di Peneio. Suo figlio era Amintore, il figlio di Amintore era Teutamìde e il figlio di Teutamìde era Nanade. Quando quest’ultimo fu re, i Pelasgi furono costretti a lasciare il loro paese dagli Elleni e, abbandonando le loro navi sul fiume di Spina nel Golfo Ionio, ovvero sul delta del Po, conquistarono la città di Kroton all’interno (tra Emilia, Romagna e Veneto); partendo da lì fondarono la nazione che ora è chiamata Etruria (scrive Dionigi Alicarnasso nelle Antichità Romane. Tra i borghi di Poggio e di Marciana sta il Crino delle Puntate e dei Casalini, secolare sacro confine tra Poggio e Marciana. Dalla finestra del Museo di Marciana attraverso le sbarre si vede il profilo occidentale di questo borgo incantato. Poggio. La sua vetta è segnata dalla chiesa di San Niccolò, poi San Defendente fuori le mura, nel mezzo, e alla stessa distanza scendendo c’è Palazzo della famiglia Del Buono. Oggi è diviso in appartamenti di diverse proprietà. Era un glorioso hotel 5 stelle dove passò le vacanze Greta Garbo. Già prima, durante la seconda guerra mondiale, a causa dei bombardamenti di Portoferraio vi fu allestito un ospedale per accogliere i feriti dalla città. E sempre in quelle stanze nel 1930 nacque Orestino. Era il nomignolo di Oreste del Buono, un grande intellettuale italiano, direttore di importanti quotidiani e fondatore della rivista Linus. Proprio in quel punto dove fu costruito il Palazzo, l’onorevole Pilade Del Buono nel 1898 scoprì delle tombe etrusche. Erano in corso i lavori di sbancamento per spianare la collinetta del Catro e porre la prima pietra per la costruzione del Palazzo di famiglia. E dopo che i Del Buono furono falliti, sul finire degli anni ’20, anche quei reperti etruschi finirono all’asta. Era ferragosto del 1931, a Firenze. Dove ancora oggi sono conservati i reperti scampati all’asta. Tra questi una coppa ionica del sesto secolo avanti Cristo che appartiene ai tempi in cui a Roma regnavano i Tarquini. Offre una datazione di Poggio precedente alla Repubblica Romana. La cosa non deve stupire, affatto. Forse ancora più antiche di Poggio sono Marciana, Sant’Ilario, San Piero e Rio. A Marciana sul retro del Museo Numismatico della Zecca scende una galleria scavata a picconate nel durissimo granito. Si dice siano stati asportati 80 metri cubi, pari a circa 200 tonnellate di roccia. Un’impresa senza pari, per cui solo una fede cieca nello scopo può far trovare le risorse necessarie – roba d’altri tempi. Sempre

Sempre Bérard:“È chiaro che la leggenda, lontana dall’essere pura finzione, ancora una volta si presenta come forma primitiva della storia”.

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