ELBANI A PIACENZA NEL 200 a. C.

ILVA ET ILVATES

di A. Mazzei

Ora, alcuni sostengono che gli Ilvates, essendo un popolo di “liguri” dovessero abitare non lontano dalla Liguria. Essi sono influenzati dal pregiudizio che inconsapevolmente portano con sé, ovvero che il toponimo Liguria e l’etnonimo Liguri siano geograficamente coincidenti e non coincidenze omonimiche. In antico, relativamente ai tempi preistorici, infatti, si definivano liguri i popoli che risalendo dall’Iberia verso l’Occitania e la Provenza, lí si attestarono in parte, mentre la restante parte avanzava attraversando tutta l’Italia e mischiandosi con le popolazioni locali. Dettero vita agli Umbri in centro Italia (presso i quali poi si insediarono i Tirseni), ai Corsi (e agli Elbani) nelle isole settentrionali, e ai Siculi in quelle meridionali. Gli Ilvates quindi non erano necessariamente provenienti dalla Liguria, ma erano popoli del gruppo dei liguri. Secondo alcuni il nome latino stesso dell’isola d’Elba – ILVA – sarebbe di origine “ligure”, ligure in senso etnico, non geografico, e secondo alcuni di essi sarebbe derivato direttamente dal popolo che la abitó in tempi remoti, i liguri Ilvates. Ovviamente questa tesi non regge, non perché gli Ilvates fossero attestati sulle Apuane, ma perché il nome Ilvates è piuttosto derivato dal più breve Ilva, e non il contrario, proprio come i Veleiates da Veleia e gli Eleates da Elea, ecc. .

Non ci sono prove provate che i due nomi Ilva e Ilvates siano storicamente correlati, ma si puó ipotizzare che lo fossero in base alla loro etimologia. Da dove altro dovevano venire infatti gli Ilvates se non da un posto che si chiamava Ilva?

L’unica ricorrenza da storici antichi è in Tito Livio.

Liv. XXXI 10, 1: Omnium animis in bellum Macedonicum versis repente, nihil minus eo tempore timentibus, Gallici tumultus fama exorta. Insubres Cenomanique et Boii excitis Celinibus Ilvatibusque et ceteris Ligustinis populis, Hamilcare Poeno duce, qui in iis locis de Hasdrubalis exercitu substiterat, Placentiam invaserant.

Liv. XXXII 29, 5: Dilectu rebusque aliis divinis humanisque quae per ipsos agenda erant perfectis consules ambo in Galliaim prò ecti. Cornelius recta ad Insubres via, qui tum in armis erant Cenomanis adsumptis; Q. Minucius in laeva Italiae ad inferum mare flexit iter e nuamque exercitu ducto ab Liguribus orsus bellum est. Oppida a stidium et Litubium, utraque Ligurum, et duae gentis eiusdem civitates Celeiates Cerdiciatesque sese dediderunt; et iam omnia cis Padum praeter Gallorum Boios, Ilvates Ligurum sub dicione erant: quindecim oppida, hominum viginti milia esse dicebantur quae se dediderant. Inde in agrum Boiorum legiones duxit.

Liv. XXXII 31, 4: Per eosdem dies Clastidium incensum. Inde in Ligustinos Ilvates, qui soli non parebant, legiones ductae.

Liv. XXXI 10, 1: Qui vengono menzionate le tribù liguri e l’invasione di Placentia da parte dei Galli sotto la guida di Amilcare. Quando l’attenzione di tutti si era improvvisamente concentrata sulla guerra macedonica, e non si temeva nulla di meno in quel momento, si diffuse la notizia di una ribellione dei Galli. Gli Insubri, i Cenomani e i Boi, dopo aver sollevato i Celini, gli Ilvati e gli altri popoli liguri, sotto la guida del cartaginese Amilcare, che era rimasto in quei luoghi con un resto dell’esercito di Asdrubale, avevano invaso Placentia.

Liv. XXXII 29, 5: Dopo aver completato il reclutamento e le altre operazioni religiose e civili che dovevano essere compiute, entrambi i consoli si diressero verso la Gallia: Cornelio seguì la strada diretta attraverso il territorio degli Insubri, che allora erano in armi insieme ai Cenomani; Q. Minucio, invece, si diresse verso la costa sinistra dell’Italia, piegando verso il mare Tirreno, condusse l’esercito a Genova e iniziò la guerra contro i Liguri. Le città di Casteggio e di ‘Litubium’, entrambe dei Liguri, e due tribù della stessa stirpe, i Celeiati e i Cerdiciati, si arresero. Ormai tutte le popolazioni al di qua del Po, tranne i Boi tra i Galli e gli Ilvati tra i Liguri, erano sottomesse; si diceva che si fossero arrese quindici città e ventimila uomini. Poi il console condusse le legioni nel territorio dei Boi.

Liv. XXXII 31, 4: Nei medesimi giorni fu incendiata Casteggio. Poi le legioni furono condotte contro i Liguri Ilvati, che erano gli unici a non prestare obbedienza.

Qui si fa riferimento ai consoli Gaio Cornelio Cetego e Quinto Minucio Rufo nell’anno 197 a.C. Quindi si fa riferimento alla via Flaminia. Poi alla costa tirrena dell’Italia. Infine si menziona la tribù dei Celeiati.

Segue voce ILVA da vocabolario di Latino, corredata di molte ricorrenze letterarie. Non tutte, manca per esempio Servio “Ilva quidam Ilvam Ithacem dicta volunt” e Ovidio Ex Ponto “Ultima me tecum vidit […] Aethalis Ilva genis”

ILVA (Ἰλούα, Ptol.: Elba), chiamata dai Greci AETHALIA (Αἰθαλία, Strab., Diod.; Αἰθάλεια, Ps. Arist., Philist. ap. Steph. B. sub voce isola del Mar Tirreno, situata al largo  la costa dell’Etruria, di fronte al promontorio e alla città di Populonium. È di gran lunga la più importante delle isole di questo mare, situata tra la Corsica e la terraferma, essendo lunga circa 18 miglia e 12 nella sua larghezza massima.  è estremamente irregolare, poiché le montagne che lo compongono, e che in alcune parti raggiungono un’altezza superiore a 3000 piedi, sono frastagliate da profondi golfi e insenature, tanto che la sua larghezza in alcuni punti non supera le 3 miglia.  da Plinio a 100 miglia romane: lo stesso autore dà la distanza da Populonium a 10 miglia, il che è quasi esatto; ma la larghezza dello stretto che lo separa dal punto più vicino della terraferma (vicino a Piombino) non supera di molto le 6  , sebbene stimato da Diodoro come 100 stadi (12 miglia e mezzo), e da Strabone, attraverso un errore enorme, a non meno di 300 stadi.  (Strab. v. p.223; Diod. 5.13; Plin. iii.; 6. s. 12; Mel. 2.7.19; Scyl. p. 2.6; Apoll. Rhod. [p. 2.40]iv, 654.) Ilva era celebrata  nell’antichità, come lo è ancora oggi, per le sue miniere di ferro;  questi furono probabilmente lavorati fin da tempi molto antichi dai Tirreni della costa opposta, e furono già notati da Ecateo, che chiamò l’isola Αἰθάλη: infatti il suo nome greco era generalmente considerato derivato dai fumi (αἰθάλη) delle numerose fornaci  impiegato nella fusione del ferro.  (Diod. 5,13; Steph. B. sub voce Al tempo di Strabone, tuttavia, il minerale di ferro non veniva più fuso nell’isola stessa, la mancanza di combustibile costringeva gli abitanti (come avviene ai giorni nostri) a trasportare il  minerale fino all’opposta terraferma, dove veniva fuso e lavorato per essere adibito a scopi commerciali. L’inesauribile abbondanza del minerale (a cui allude Virgilio nel verso

 “Insula inexhaustis Chalybum generosa metallis”) ha fatto pensare che crescesse di nuovo con la stessa rapidità con cui veniva estratto dalle miniere.  Aveva anche il vantaggio di poter essere estratto con grande facilità, poiché non è sepolto in profondità sotto la terra, ma forma una collina o una massa montuosa di minerale solido.  (Strab. l.c.; Diod. l.c.; Verg. A. 10.174; Plin. Nat. 3.6. s. 12, 34.14. s. 41; Pseud. Arist. de Mirab. 95; Rutil. Itin. 1.351–356; Sil  Ital. 8.616.) Le miniere, che sono ancora ampiamente sfruttate, sono situate in un luogo chiamato Rio, vicino alla costa orientale dell’isola;  essi presentano in molti casi testimonianze inequivocabili delle antiche lavorazioni.

 L’unica menzione dell’Ilva che ricorre nella storia è nel periodo a.C.  453, quando apprendiamo da Diodoro che fu saccheggiata da una flotta siracusana al comando di Fello, per vendetta delle spedizioni piratesche dei Tirreni.  Avendo Fallo ottenuto ben poco, fu inviata una seconda flotta al comando di Apelle, che si dice fosse diventato padrone dell’isola;  ma non rimase certo soggetta a Siracusa.  (Diod. 11,88.) Il nome viene nuovamente menzionato incidentalmente da Tito Livio (30,39) durante la spedizione del console Tib.  Claudio in Corsica e Sardegna.

 L’Ilva ha il vantaggio di diversi ottimi porti, tra cui quello sul lato settentrionale dell’isola, ora chiamato Porto Ferraio, era conosciuto anticamente come PORTUS ARGOUS (Ἀργῶος λιμήν), dalla circostanza che si credeva che gli Argonauti avessero  vi toccarono durante il viaggio di ritorno, mentre navigavano alla ricerca di Circe.  (Strab. v. p.224; Diod. 4.56; Apollon. 4.658.) Notevoli rovine di edifici di epoca romana sono visibili in un luogo chiamato Le Grotte, vicino a Porto Ferraio, e altri si trovano vicino a Capo Castello, a NE.  estremità dell’isola.  Le cave di granito nei pressi di S. Piero, nel sud-ovest.  sembra che anche parte dell’Elba sia stata ampiamente lavorata dai Romani, sebbene non se ne trovi notizia in nessuno scrittore antico;  ma rimangono ancora numerose colonne, vasche per fontane e altri ornamenti architettonici, interamente o in parte scavati nella cava adiacente.  (Hoare, Class. Tour, vol. i, pp. 23-29).

SULL’ABORTO

Immaginate scientificamente che la nostra identità sia dovuta a un codice numerico nel quale sono contenute tutte le informazioni necessarie a dar vita a un essere individuale. Questa stringa subquantica, più piccola della materia stessa, viaggiando attraverso dimensioni altre, a spaziotempo zero, si inietta – per cosí dire – in una particella che genera uno spermatozoo o un ovulo, uno dei quali a sua volta avrà bisogno di incontrare l’altro per essere attivato e dare il via ad una nuova esistenza.

Questa ad oggi ci sembra proprio la migliore spiegazione della vita. L’anima sarebbe un codice di istruzioni che provengono una dimensione extra-spaziotemporale come in una sorta di garbuglio dimensionale, qualcosa di vagamente simile ad un entanglement quantico.

Pensare a questa risposta parascientifica al senso della vita non fa che cortoborarne il valore. Immaginate ora di essere uno di questi esseri, che dopo questo viaggio extrafisico, vi trovate a dar forma a voi stessi dentro un ventre materno. Un giorno sentite – a livello interpsichico telepatico – che il vostro container (madre) vi vuole scaricare. Capite che vi stanno per uccidere e vi priveranno di un futuro sulla Terra, vi toglieranno l’opportunità di venire quanto meno alla luce.

Ecco, questo per noi è l’aborto, e la spiegazione scientifica del perché l’aborto è un omicidio bell’e buono.

SHERDEN (CIPRO)

con tenacia ogni anno aggiorniamo…
COSE RISAPUTE
e ci chiediamo perché ancora qualcuno non vuole credere all’evidenza: #SRDN

Un insieme di manufatti ceramici rinvenuti nella necropoli di HALA SULTAN TEKKE a Cipro, datati al periodo LC IIC (XIII secolo a.C.), presenta notevoli differenze rispetto alle produzioni locali ed importate. Questo complesso include scodelle nere lucide fatte a mano e una vasca a forma di pentola da cucina, chiaramente analoghe a reperti riconducibili alla cultura Nuragica della Sardegna. Gradoli (2019) ha individuato sette categorie di tessuti ceramici dell’età del bronzo sardo, suddivisi ulteriormente in 38 classi. Le analisi petrografiche condotte (Gradoli et al., 2020) hanno permesso di rilevare due classi provenienti dal sud della Sardegna che sono identiche ai tessuti di Hala Sultan Tekke: il gruppo plutonico-metamorfico, rappresentato da scodelle provenienti dal Nuraghe Arrubiu (Figura 13), e il gruppo vulcanico, caratterizzato da scodelle e dalla vasca a forma di pentola da cucina dal Nuraghe Ortu Comidou (Figura 14).

L’analisi mediante spettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier (FTIR) è stata utilizzata finora solo per il materiale ceramico Nuragico proveniente dalla Sardegna. L’analisi FTIR è stata condotta per determinare la composizione mineralogica dei campioni e stimare le temperature di cottura (Shoval et al., 1993; Shoval and Paz, 2015; Waiman-Barak et al., 2018). È emerso che i gruppi ceramici sardi sono facilmente distinguibili tra loro e dal gruppo calcareo locale di Hala Sultan Tekke. Gli spettri dei campioni archeologici sardi mostrano notevoli similitudini con le scodelle nere lucide di Hala Sultan Tekke. L’assenza di bande di assorbimento indicative di acqua strutturale nella regione 3600-3200 cm^-1 denota temperature di cottura superiori a 400 °C in tutti i campioni (Berna et al., 2007).

Gli spettri FTIR di una scodella proveniente da Hala Sultan Tekke (HST17 Pit Z7 L82-10), di una scodella sarda dal Nuraghe Arrubiu e di un campione di riferimento di sedimento cotto a 900 °C sono stati identificati petrograficamente come appartenenti al gruppo plutonico-metamorfico (Figura 15A). Gli spettri delle ceramiche archeologiche sono caratterizzati da bande di assorbimento indicative di argilla alterata dal calore, calcite e quarzo. La posizione principale della banda di assorbimento dell’argilla, insieme alla presenza di calcite (e all’assenza di silicati di calcio come la geelenite, che spesso si formano a temperature elevate in sedimenti calcarei e ceramiche), suggerisce una cottura a circa 600-700 °C (Regev et al., 2015). Una spalla a 585 cm^-1 è indicativa di plagioclasio/feldspati.

Lo spettro di una scodella (HST14 Pit B L13 N13) da Hala Sultan Tekke è stato identificato petrograficamente come appartenente al gruppo plutonico-metamorfico, a differenza di uno spettro simile di una scodella sarda dal Nuraghe Barumini (Figura 15B). Dal punto di vista petrografico, la scodella del Nuraghe Barumini appartiene a un diverso gruppo di tessuti plutonici, non riscontrato a Hala Sultan Tekke. Tuttavia, entrambi i manufatti sono caratterizzati da bande di assorbimento indicative di argilla alterata dal calore, calcite e quarzo. La spalla a 3622 cm^-1 e la posizione principale della banda di assorbimento dell’argilla suggeriscono una temperatura di cottura relativamente bassa, di circa 500 °C.

Gli spettri di una vasca a forma di pentola da cucina (HST17 Z6 L59-15), di una scodella da Hala Sultan Tekke (HST17 Z6 L59-3) e di una scodella sarda dal Nuraghe Troba sono mostrati nella Figura 15C. Tutti e tre i manufatti sono stati identificati petrograficamente come appartenenti al gruppo vulcanico. Gli spettri sono caratterizzati da argilla alterata dal calore, quarzo e bande di assorbimento di plagioclasio/feldspati (quest’ultime identificate sulla base della forte banda di assorbimento a 585 cm^-1). Rispetto alle ceramiche presentate nella Figura 15A e B, non è presente la calcite, e le principali bande di assorbimento dell’argilla suggeriscono esposizione a temperature nell’intervallo tra 700 e 800 °C.

Anche se meno comuni delle importazioni provenienti dal cuore della cultura micenea, gli oggetti provenienti da Creta comprendono set di stoviglie, giare alimentari, giarette, crateri e recipienti per il trasporto. È stata scoperta una statuetta minoica, probabilmente la prima mai trovata a Cipro (Fischer and Bürge, 2020), che attualmente è oggetto di studio tramite NAA. Le importazioni dalla sfera culturale minoica risalgono al XIV e alla maggior parte del XIII secolo a.C.

I dati NAA di diversi recipienti, identificati visivamente come Grey Minyan (cf. Doumet et al., 2018-2019), sono comparabili con i dati provenienti da Troia. Sono disponibili anche dati NAA per recipienti provenienti da Hala Sultan Tekke che sono equivalenti ai dati di campioni provenienti da argilla del Nilo (D’Ercole and Sterba, 2018).

Per quanto riguarda il meglio della conoscenza dell’autore, non sono disponibili risultati NAA delle ceramiche nuragiche provenienti dalla Sardegna stessa. La Tabella 2 con i risultati NAA di cinque campioni di ceramiche nuragiche provenienti da Hala Sultan Tekke, come identificati tramite petrografia (vedi sopra), è inclusa qui per consentire futuri confronti con i dati NAA di questo tipo di ceramiche provenienti dalla Sardegna stessa.

Una fibula a forma di archetto per violino di 12,1 cm di lunghezza, una delle più grandi del Mediterraneo orientale, è stata rinvenuta nello Strato 1 del Quartiere 2 della città (Figura 17; Fischer and Bürge, 2014). I migliori paralleli provengono dall’Italia e includono esempi da Campestrin, Cavallo Morto e Torre Mordillo nella penisola settentrionale e centrale-meridionale (Bürge, 2014). Lo Strato 1 è datato alla prima metà del XII secolo a.C, in accordo con le date dei paralleli dall’Italia.

Sono stati trovati alcuni frammenti di rame/bronzo (e piombo) dagli scavi precedenti a Hala Sultan Tekke, i quali hanno prodotto dati isotopici del piombo coerenti con lingotti di rame e minerali di piombo provenienti dalla Sardegna (Stos-Gale and Gale, 1994).

Il contrario è vero per l’identificazione, ad esempio, dei recipienti in ceramica nuragica rinvenuti nelle fosse d’offerta a Hala Sultan Tekke (Bürge and Fischer, 2020). Per quanto riguarda la conoscenza dell’autore, non esistono risultati NAA dalla Sardegna stessa per le tipiche scodelle nere lucide fatte a mano (“scodelline a risega interna”; Campus and Leonelli, 2000) o per la simile vasca a forma di pentola da cucina (“olla con orlo distinto svasato, forma panciuta”; Campus and Leonelli, 2000). entrambi presenti a Hala Sultan Tekke. Di conseguenza, attualmente la petrografia è il metodo preferito per identificare questa ceramica e individuare l’area di produzione nel sud della Sardegna, in particolare al Nuraghe Arrubiu (Figura 13) e al Nuraghe Ortu Comidou (Figura 14, Gradoli et al. 2020; Figura 9a,b).

Finora, l’FTIR è stato utilizzato solo per supportare i risultati petrografici delle ceramiche sarde. Questo metodo è stato utilizzato per confrontare le ceramiche nuragiche dalla Sardegna stessa con quelle provenienti da Hala Sultan Tekke, determinando in parte la composizione mineralogica dei campioni e stimando le temperature di cottura (Shoval et al., 1993; Shoval and Paz, 2015; Waiman-Barak et al., 2018). Anche se l’FTIR ha dimostrato che i gruppi ceramici sardi sono facilmente distinguibili tra loro e dal gruppo calcareo di Hala Sultan Tekke, questo metodo ha limitazioni e difficilmente può essere utilizzato da solo per individuare l’area di produzione. L’FTIR, ad esempio, non è adatto all’identificazione di vari tipi di feldspati, tra cui plagioclasio e k-feldspati, piroxeni e ossidi di ferro (Berna, 2017).

TRADOTTO DA:


https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352409X22003856?fr=RR-9&ref=pdf_download&rr=80c557de9dd70789

Il rito dell’incubazione nella Sardegna nuragica

Pare certo che nella Sardegna nuragica si praticasse il rito dell’incubazione. Una ritualità consistente nel dormire presso un luogo sacro, in attesa di sogni rivelatori. Una pratica religiosa strettamente connessa col culto degli antenati. Del rito dell’incubazione in Sardegna ne parla per primo Aristotele, commentando l’usanza dei Sardi di “dormire presso gli eroi”. Vi propongo […]

Il rito dell’incubazione nella Sardegna nuragica

Bronzetto di offerente

UN BRONZETTO DELL’ELBA

Tutti gli studiosi sono concordi sulla manifattura da Populonia di questo bronzetto elbano scoperto nel ‘700 e donato all’ allora titolare di quella parte d’isola, il Re di Napoli.

Catalogato da uno dei miei idoli etruscologici Giovannangelo Camporeale con numero d’inventario 5534 da allora si trova al Museo di Napoli.

Sempre curioso oltremisura, mi sono andato a rileggere un po’ di cosette, alcuni saggi accademici sui bronzi di o da Populonia, le fabbriche di lavorazione del bronzo, l’effettiva giurisdizione sulla zona di Elba scena del ritrovamento.

Le mie conclusioni non hanno importanza qui, volevo condividere con voi la bellezza di questo manufatto e alcune informazioni interessanti.

Se vi capita di avere tempo per studiare la questione sarete in grado di farvi un’idea vostra. Segnalo come imprescindibili il volume “L’Etruria Mineraria” a cura di G. Camporeale, edito da Electa nel 1985 (nelle foto qui sotto la pagina del bronzetto elbano), e il volume “De Re Metallica” a cura di M. Cavallini, edito da L’Erma di Bretschneider nel 2007 (segue un estratto dal saggio sulla produzione metallurgica a Populonia scritto da Chiarantini, Guideri e Benvenuti)

Dicono i tre autori nell’INTRODUZIONE:
“A Populonia, nonostante la prolungata ed intensa attività metallurgica qui espletata in epoca etrusca e successiva, rimangono scarsissime testimonianze delle strutture utilizzate per i processi metallurgici. Non è un caso, infatti, che la storia della scoperta dell’antica città di Populonia sia legata in modo significativo al recupero delle scorie di ferro di epoca etrusca e romana accumulatesi nel corso dei secoli lungo la piana del sottostante golfo di Baratti, seppellendo le necropoli etrusche. L’attività di sfruttamento delle antiche scorie metallurgiche ha profondamente modificato I’originale distribuzione stratigrafica dei reperti, rendendone assai problematica la caratterizzazione tipologica e cronologica.
Se oggi è nota alla stragrande maggioranza degli studiosi l’importanza di questa città, questo lo si deve esclusivamente alla approfondita conoscenza di tali necropoli, frutto di decenni di ricerca archeologica. La vita e in particolar modo l’economia prevalente del territorio di Populonia, da sempre indissolubilmente legata alle risorse minerarie, è invece conosciuta solo dalle fonti scritte e indicata dalla presenza di imponenti cumuli dei resti di lavorazione, che, nonostante l’attività di sfruttamento effettuata nella prima metà del secolo scorso, possono ancora fornire interessanti informazioni sulle antiche tecniche di lavorazione, sulla cronologia e sull’entità di tale produzione, soprattutto se collocati all’interno di una indagine stratigrafica.
Gli studi effettuati negli ultimi dieci anni dal Dipartimento di Scienze
della Terra dell’Università di Firenze in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, e la Società Parchi Val di Cornia S.p.A sono stati finalizzati alla caratterizzazione della produzione di metalli (ferro, rame, stagno) e leghe metalliche (bronzo) in epoca etrusca ed etrusco-romana. Lo studio dettagliato della distribuzione e delle caratteristiche mineralogiche, chimiche e strutturali dei prodotti metallurgici populoniesi (scorie, resti di carica mineraria, manufatti, ecc.) ha sin qui portato alla caratterizzazione di alcune tecniche di produzione impiegate, oltre che della probabile provenienza dei minerali metalliferi impiegati.”

Il saggio continua con deliziose considerazioni su i vari metalli e le scorie di minerale offrendo puntuali riferimenti bibliografici, poi si chiude con un paragrafo dedicato alla
METALLURGIA DEL BRONZO
“Se sono molto scarse le testimonianze della lavorazione del rame, ancora più esigue sono quelle relative alla produzione e/o lavorazione del bronzo a Populonia.
Nonostante sia attestata a livello archeologico una fiorente attività bronzistica (FEDELI 1993) si trovano scarsissime tracce sul territorio di questa attività. Durante le ricognizioni sul territorio populoniese, nella canaletta del Campo Sei prima descritta sono stati trovati due resti della lavorazione del bronzo, che sono stati analizzati in dettaglio (CHIARANTINI 2005). In un primo caso si tratta semplicemente di un frammento di bronzo con tessitura dendritica e con tenori in Stagno intorno al 13 %. Su base strettamente geochimica, non possiamo stabilire se ii bronzo sia o no di produzione locale.
L’assenza infatti di altri elementi in tracce di Zinco non ci consente di ottenere nessun tipo di informazione riguardo la possibile provenienza dei metalli impiegati.
L’altro frammento è costituito da una lega rame-stagno (con Stagno fino al
2% in peso) in cui sono stati individuati numerosi cristalli di Stagno. Si tratta, con ogni probabilità, di una piccola scheggia di bronzo solidificatasi forse al di fuori o sui bordi del crogiuolo durante le operazioni di fusione o colatura del metallo, e quindi ad alte temperature ed in condizioni fortemente ossidanti. Trattandosi quindi di un prodotto metallurgico di scarto è del tutto plausibile che rappresenti un residuo di produzione locale piuttosto che di materiale di importazione.
La composizione isotopica del piombo misurata in questo frammento non consente di assegnare in modo univoco e sufficientemente preciso la provenienza della materia prima: a parte l’ovvia considerazione che, trattandosi di lega perlomeno binaria, in teoria potremmo avere diverse aree sorgente per i diversi metalli, va considerata l’eventualità che, per la preparazione e lavorazione della lega bronzea, siano stati riciclati degli oggetti usurati o in disuso.
In conclusione, benché i materiali ritrovati al Campo Sei non siano chiaramente inquadrabili in un contesto archeo-stratigrafico hen preciso, l’abbondanza di reperti metallurgici all’intemo della canaletta (scorie, resti di forni etc… ) con particolare incidenza di oggetti metallici, sembrerebbe confessare la vocazione produttiva/lavorativa (lavorazione del rame e/o del bronzo) di questa zona di Baratti, in accordo con altre evidenze archeologiche relative all’antico impianto urbanistico di Populonia. La zona si trovava infatti subito al di fuori della cerchia muraria che circondava l’acropoli e sembra costituire, insieme con la zona del Poggio della Porcareccia, un’ “area industriale” ben strutturata e di elevato valore architettonico rispetto ad altre aree produttive etrusche finora investigate (cfr. CORRETTI 2001). II futuro prosieguo delle indagini consentirà auspicabilmente di chiarire I’entità e I’organizzazione delle attivita produttive svolte in questa zona.”

Trovo interessante questo brano, e continueró a studiare tutta la bibliografia (vedi C. A. L. in foto 2) per capire meglio come tutti siano più o meno arrivati alla conclusione che il Bronzetto d’Offerente sia stato prodotto non all’Elba, e non in una città etrusca che non fosse Populonia.

Concludo ricordando ai meno esperti quali sono gli elementi che stimolano questa mia ricerca. Che Vetulonia, Vulci e Volterra avevano una ricca tradizione di lavorazione del bronzo; che all’Elba sono stati trovati reperti e testimonianze di molte città d’Etruria, ivi comprese le tre appena citate; che all’Elba sono stati trovati oggetti in bronzo databili già almeno dal IX secolo in poi, anche in aree con ceramiche da Tuscania, Tarquinia, Cerveteri ed Etruria Campana. Infine, che dal saggio appena citato non v’è certezza matematica che a Populonia si sia mai prodotto Bronzo.

ATTIANO E L’ELBA

Publius Acilius Attianus, il prefetto pretore amico e tutore di Adriano. 

Presso le cave di granito di Seccheto e Cavoli, nel comune di Campo all’isola d’Elba, furono rinvenuti cospicui e preziosi reperti attribuibili ad Attiano. Tra questi si ricorda un busto che lo raffigurava e una stele altare con la di lui dedica ad Ercole Santo. La presenza di Attiano all’Elba non era peró legata esclusivamente all’industria litica, si ha prova della sua importanza anche nella città romana di Portus Argo, l’odierna Portoferraio, dove fu trovato il bollo impresso col suo nome sui tubi di piombo dell’acquedotto sotterraneo. Purtroppo non ci è stato possibile individuare dove si trovino oggi il busto di Attiano e i tubi di piombo dell’acquedotto da lui fatto realizzare, mentre resta esposta al Museo Archeologico di Portoferraio la splendida ara dedicata ad Hercules Sancto. Mentre scriviamo, essendo il suddetto museo momentaneamente chiuso, si puó comunque godere di un’impeccabile copia nell’ingresso del municipio della stessa città. Ieri, su groviglio.news è uscito un articolo su “Elba Andalusa, Attiano e il relitto di Chiessi”, dove si paventava l’ipotesi che la nave trasportando anfore provenienti dalla Betica (Siviglia) dovesse avere qualcosa a che fare con la presenza di Attiano all’Elba.

Il legame di Attiano con Adriano non è conosciuto prima del loro artivo in Italia. Non si puó neanche dire con certezza che Attiano provenisse da Italica come Traiano e Adriano, in quanto sarebbe potuto anche essere stato un amico di famiglia conosciuto qui, magari grazie proprio al commercio di garum. 

Fu nell’autunno del 113 che, mentre l’Imperatore romano Adriano si preparava per una grande campagna militare in Oriente, Attiano sarebbe diventato una figura di notevole importanza alla sua corte e nella sua famiglia. Publius Acilius Attianus rimane una figura misteriosa e fu molto influente nell’Impero Romano. La sua biografia resta avvolta nell’ombra, ma il suo ruolo nell’ambiente dell’Imperatore Adriano è certamente stato fondamentale, e capirlo aiuterebbe anche a conoscere meglio l’epoca in questione.

Come detto, poco si sa delle origini di Attiano, sembra che provenisse da Italica, una colonia romana in Spagna, ma l’assenza di notizie sulla sua gioventù ed il suo legame viscerale con l’Elba lasciano aperte anche altre ipotesi. Ancor meno si conosce della sua carriera precedente, prima di diventare una figura prominente al servizio di Adriano. I reperti dell’isola d’Elba non sono in alcun modo databili, per cui non posdiamo neanche dire niente sul periodo da lui trascorso sull’isola, che potrebbe variare da una vita intera fino a pochi anni. La sua ascesa prepotente al potere appare legata a un evento cruciale nella vita di Adriano.

Nel 113, appunto, Adriano intraprese la Expeditio Parthica, una campagna militare nell’Oriente romano. Questo evento segnò l’inizio del suo regno, e Publius Acilius Attianus divenne una figura chiave in questo contesto. La Historia Augusta, una fonte storica controversa, registra gli amici di Adriano durante questa campagna, tra cui Attiano. La sua vicinanza all’Imperatore in questo periodo ebbe un impatto significativo sulla sua ascesa al potere.

La Historia Augusta menziona che Attiano era uno dei tutori di Adriano, un ruolo che probabilmente aveva svolto durante l’adolescenza dell’Imperatore. Questo legame personale e l’amicizia di lunga data con Adriano contribuirono alla sua crescente influenza e a conquistare la piena fiducia dell’Imperatore.

La sua carriera nella Guardia di Traiano, l’antica guardia imperiale romana, è poco conosciuta. Tuttavia, la sua posizione come uno dei prefetti pretori di Traiano è ben documentata. Nonostante la sua posizione di potere, Attiano non godette di una lunga permanenza nel regno successivo a quello di Adriano. 

Uno degli eventi più noti legati a Publius Acilius Attianus fu il suo coinvolgimento in una congiura di corte. Un affare misterioso noto come l’esecuzione dei quattro consolari. Questi quattro uomini di alto rango furono giustiziati con l’accusa di cospirazione contro Adriano. Una volta imperatore Adriano sostenne che questa decisione era stata presa contro la sua volontà e per uscirne pulito si fece ricadere la colpa su Attiano. Questo evento, avvenuto mentre Adriano era ancora assente dalla capitale, segnò un punto di rottura nella loro relazione.

Dopo l’affare dei quattro consolari giustiziati, la carriera di Attiano nell’amministrazione imperiale ebbe un crollo. Fu sostituito e sembra cge in seguito non abbia più raggiunto i vertici di potere. La sua destinazione finale e i dettagli della sua vita successiva rimangono oscuri, a parte il suo incarico come senatore, un meritato contentino e premio a una ricca e determinante carriera. 

ELBA ANDALUSA NEL 100 d. C.

Abbiamo parlato altrove in molte occasioni della residenza all’Elba di Publius Acilius Attianus, prefetto prettore e infine senatore romano, figura prominente nei destini dell’Impero e dei suoi protagonisti andalusi Traiano ed Adriano. Oggi parleremo di un’anfora da Chiessi.

Le Anfore Saentames di Chiessi Rielaborazione da scritti di Daniela Rossi e Michelangelo Zecchini

Nelle acque di Chiessi, a soli 500 metri dalla costa, giace il relitto di una nave oneraria scoperto nell’ottobre 1967. Grazie all’operato dei subacquei del circolo Teseo Tesei di Portoferraio e ai sequestri effettuati dalla Guardia di Finanza, è stato possibile recuperare una significativa parte del carico, preservando così un tesoro di inestimabile valore storico. Questo relitto rappresenta un affascinante viaggio dalla Betica, l’attuale regione dell’Andalusia in Spagna da dove provennero nella stessa epoca Traiano, Adriano e, soprattutto, Publio Acilio Attiano. Il relitto di Chiessi offre preziose informazioni sulla produzione e il commercio delle anfore di tipo Dressel 20 a marchio “SAENTAMES”.

Sono essenzialmente Michelangelo Zecchini, Gino Brambilla e Daniela Rossi, a fornirci queste informazioni. 

Il carico recuperato dal relitto di Chiessi era composto principalmente da anfore di produzione ispanica, appartenenti a quattro forme diverse: Pélichet 46, Beltrán II B, Dressel 20 e Vindonissa 583. La forma più comune tra queste era la Pélichet 46, conosciuta anche come Beltrán II A o Dressel 38/39. Queste anfore erano utilizzate per il trasporto di garum, un difgusissimo condimento a base di pesce, come confermato dalle abbondanti tracce di spine e vertebre di pesce rinvenute all’interno di alcune di esse.

Anfore dal relitto di Chiessi 90-130d.C. conservate al Deposito di Stato (De Laugier?)
Lamine di piombo decorate

Le anfore Beltrán II B erano simili nella struttura alle Pélichet 46 e venivano anch’esse impiegate per il trasporto di garum e salse simili. Queste anfore, prodotte con argilla omogenea variante dal beige-rosato al grigio-verdastro, conservavano all’interno tracce del rivestimento di resina.

Particolare interesse suscitano le anfore di forma Dressel 20, realizzate in un’argilla grigiastra e piuttosto friabile. Una di queste anfore presenta il bollo “SAENTAMES” su un’ansa, che collega questa produzione alla regione di Hispalis, nella Betica. Questo bollo è associato a un nome personale, probabilmente quello del commerciante, ma non è ancora chiara l’origine precisa del nome “Saentames”, anche se si puó presumere ad un produttore di origine etrusca, dato il nome Saenius. Ritrovamenti simili di anfore con bolli SAEN sono stati segnalati in varie parti dell’antico mondo romano, inclusi Roma, Provenza e lungo il corso del Rodano.

Le anfore Vindonissa 583, anche conosciute come Haltern 70 Camulodunum 185, rappresentano un altro gruppo interessante. Queste anfore presentano un’imboccatura con alto labbro svasato, un ventre ovoide con puntale separato dal corpo e anse a nastro ingrossato con solcatura longitudinale. L’argilla varia dal rosato al rossastro ed è relativamente fine. La produzione di questa forma è stata datata al I secolo d.C., ed è stata probabilmente associata alla Spagna meridionale, sebbene il contenuto preciso rimanga incerto, con ipotesi che suggeriscono garum, olio o olive.

Il relitto di Chiessi offre un affascinante scorcio sul mondo antico della Betica, evidenziando l’importanza del commercio delle anfore e delle loro preziose merci nell’Impero Romano. Le anfore Saentames sono testimonianze preziose di questa attività economica e commerciale, e la presenza del bollo “SAENTAMES” su un’ansa ci fornisce un legame diretto con la regione andalusa.

A bordo furono trovati anche frammenti di ceramica da mensa, uno dei quali riportante il bollo “MOM”.

Troppo spesso abbiamo una visione ristretta del mondo antico, ma questi reperti ci aprono la mente sulla complessità delle rotte commerciali e sulle relazioni tra le diverse regioni dell’Impero Romano e in tempi ad esso anteriori, dimostrando ancora una volta quanto sia ricco di storia e cultura il mare della nostra isola. 

L’anfora Dressel 20 con bollo SÆNTAMES è esposta fuori vetrina in Sala IV presso il Museo Archeologico di Marciana. 

Citrinitas – L’ALCHIMIA DEL SOLE – The Alchemy of the Sun

Citrinitas, anche nota come xantosi, è un termine coniato dagli alchimisti per indicare la “giallezza”. È una delle quattro fasi principali dell’opera alchemica, e letteralmente si riferisce alla “trasmutazione dell’argento in oro” o all’ “ingiallimento della coscienza lunare”. Nella filosofia alchemica, la citrinitas rappresentava l’alba della “luce solare” intrinseca nell’essere di una persona e che la riflessiva “luce lunare o animica” non era più necessaria. Le altre tre fasi alchemiche erano la nigredo (oscurità), l’albedo (bianchezza) e la rubedo (rossore).

La citrinitas o ingiallimento è la fase successiva all’albedo, una fase che molti autori dopo il XV secolo tendevano a sopprimere o a comprimere nell’ultima, la rubedo. Mentre l’albedo rappresentava la luna, o il femminile, la citrinitas si riferiva al sole, o al maschile. L’unione del maschile e del femminile (le cosiddette “nozze alchemiche”) era spesso un simbolo dell’Opera. Da questa unione nasceva la prole ermafrodita del Mercurio filosofico. Questa fase finale della rubedo era il culmine della Grande Opera. Si trattava della creazione della Pietra Filosofale sotto forma di una pietra rossa trasparente. Questa Pietra, spesso rappresentata come una Fenice, si supponeva perfezionasse qualsiasi cosa, dai metalli agli esseri umani, conferendo la longevità o addirittura l’immortalità.

Questa terza fase della citrinitas sembra essere difficile da assimilare per alcuni. Jung e la sua allieva, Marie-Louise von Franz, hanno incluso la citrinitas nelle loro discussioni sull’alchimia, ma hanno notato che era una quarta e ultima fase, quella della trasformazione in oro. Nella maggior parte dei casi, Jung stesso ha espresso il lavoro come composto da tre fasi. Tuttavia, la citrinitas sembra adattarsi meglio a un flusso di crescita e sviluppo, nonché di progresso mistico, come terza fase. Nella seconda fase, l’albedo, appare una luce nell’oscurità della nigredo, la luce di un’anima risvegliata, simboleggiata come una luna (il femminile) che risplende nell’oscurità. La terza fase, la citrinitas, porta alla luce del sole (il maschile), una luce che trasforma magicamente il subconscio oscuro e temibile in una coscienza preziosa. Dalla notte oscura della rubedo, alla tenue luce mattutina dell’albedo, il sole sorge nella citrinitas fino alla culminazione del giorno nella rubedo.

L’alchimia richiede che il giallo segua il bianco. Il processo è lineare ed è destinato a essere progressivo. Tuttavia, tutte le fasi includono elementi delle altre, poiché tutte le trasformazioni sono un ciclo in sé. Tentare di determinare e individuare l’esatta fase del processo raggiunta può essere difficile, date queste ciclicità entro ciclicità. Inoltre, a volte ciò che appare come progresso può sembrare regressione. L’alchimia non è uno strumento preciso come la matematica. Come strumento analitico e predittivo, assomiglia di più allo scalpello di uno scultore, uno strumento grezzo all’inizio che tende verso versioni sempre più raffinate.

Citrinitas, also referred to as xanthosis, is a term given by alchemists to “yellowness.” It is one of the four major stages of the alchemical magnum opus, and literally referred to “transmutation of silver into gold” or “yellowing of the lunar consciousness.” In alchemical philosophy, citrinitas stood for the dawning of the “solar light” inherent in one’s being, and that […]

Citrinitas – The Alchemy of the Sun