Plutarco (sull’abuso di “serie tv e romanzi”)

COME ASCOLTARE I POETI

1. Diceva il poeta Filosseno che le carni e i pesci più squisiti sono quelli che non sanno di carne o di pesce: ma su questo, Marco Sedazio, cediamo senz’altro la parola a quei tali che, a detta di Catone, hanno il palato più sensibile del cuore. Ciò che è chiaro, E invece, per noi, è che in campo filosofico i giovanissimi prediligono gli scritti che in apparenza non hanno sapore di filosofia e di serietà, e assumono nei loro confronti un atteggiamento docile e sottomesso. Lo dimostra il fatto che si dilettano ed entusiasmano non solo alla lettura delle favolette di Esopo o dei riassunti dei testi poetici, dell’Abari di Eraclide o del Licone di Aristone, ma anche delle dottrine sull’anima, quando sono esposte in forma di mito. Per questo si deve stare attenti a far assumere loro un atteggiamento corretto non solo nei riguardi dei piaceri del mangiare e del bere, ma ancor più li si deve abituare, quando ascoltano o leggono qualcosa, a servirsi con moderazione, come fosse una salsa, di ciò che suscita diletto e andare piuttosto alla ricerca di quanto possano attingervi di utile e di salutare. Le porte sbarrate non rendono inespugnabile una città, se ne rimane una attraverso cui penetrano i nemici: così la continenza verso tutti gli altri piaceri non vale a preservare un giovane se poi, inavvertitamente, si abbandona a quello che si fa strada in lui attraverso l’udito, anzi, quanto più questo piacere arriva a toccare la componente naturale dell’intelligenza e del ragionamento, tanto maggiori sono, se lo si sottovaluta, i danni e i guasti che produce in chi l’ha accolto. E dunque, dato che non è forse possibile né tantomeno utile distogliere dalla poesia persone dell’età che hanno ora il mio Soclaro e il tuo Cleandro, dobbiamo sorvegliarli molto attentamente, partendo dall’idea che hanno bisogno di qualcuno che li guidi nelle loro letture più che per la la strada. Così ho deciso di mettere ora per iscritto e di inviarti quelle riflessioni sulla poesia che ho esposto in una mia recente conferenza: quando le riceverai ti prego di leggerle e se ti sembrerà che non siano in nulla meno efficaci delle cosiddette «ametiste», che qualcuno si mette al collo o assume prima di iniziare un simposio, rendine partecipe Cleandro e premunisci la sua natura, che non è per nulla indolente, ma al contrario molto alacre e sveglia, e proprio per questo maggiormente soggetta a simili influenze. «Nella testa del polpo c’è il buono e il cattivo» [Diog. 7,76], perché da mangiare è squisita, ma poi popola i nostri sonni di incubi e suscita, a quanto si dice, visioni sconvolgenti e mostruose. Così anche la poesia presenta molti aspetti piacevoli e in grado di nutrire l’anima di un giovane, ma in misura non minore vi si trovano elementi che lo turbano e lo sviano, se l’ascolto non è assistito da una buona guida. Pare che non solo della terra egiziana, ma anche della poesia si possa dire che molte cure buone, ma mischiate a molti veleni» [Od. 4,230], produce per chi la coltiva. «Là sono passione, desiderio, intime dolcezze e suggestione, che ruba il senno anche ai più saggi» [Il. 14,216-7]. Al riparo dalle insidie della della poesia, in effetti, sono soltanto le persone totalmente stupide e ottuse. Per questo Simonide, a uno che gli aveva chiesto: «Come mai i Tessali sono i soli che non riesci a ingannare?», rispose: «Perché sono troppo rozzi per lasciarsi ingannare da me». Gorgia definí la tragedia un inganno in cui chi inganna è più giusto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare più saggio di chi non si lascia ingannare. E allora, dovremmo forse spalmare di cera solida e dura le orecchie dei giovani, come quelle degli Itacesi [Od. 12,47-8,173-4], e imbarcarli a forza sulla navicella di Epicuro per far loro fuggire e doppiare la poesia, o non cercare piuttosto di orientarli nella giusta direzione e controllarne la rotta, assistendoli con qualche buon ragionamento e tenendone imbrigliato il giudizio, perché il piacere non lo faccia deviare verso ciò che è nocivo? «Neppure il figlio di Driante, il possente Licurgo» [Il. 6,130], era sano di mente, lui che, vedendo tanta gente ubriaca e traviata dal vino, andava in giro a recidere le viti, invece di portare più vicino l’acqua delle fonti e far rinsavire il Dio «folle», come dice Platone, «correggendolo con un altro Dio sobrio» [Leg. 773d]. La mescolanza con l’acqua toglie al vino la nocività, ma non ne altera le proprietà benefiche: così anche noi non dobbiamo recidere ed estirpare la poetica «vite» delle Muse, ma quando la sua componente favolosa e teatrale, spinta da piacere puro, presuntuosamente si slancia verso una vacua esteriorità e, superando ogni misura, prorompe con soverchio rigoglio, è il caso allora d’intervenire per troncare e reprimere; quando invece con la sua grazia tocca un contenuto serio e la dolce malia del suo linguaggio non resta sterile e vuota, è giunto il momento di infondervi e mescervi la filosofia. La mandragora, crescendo accanto alle viti, trasfonde nel vino le sue proprietà e ne attenua gli effetti sui bevitori: così pure la poesia, quando riprende i temi trattati dalla filosofia e vi mesce la sua componente favolosa, offre ai giovani un insegnamento facile da assimilare e piacevole. Per questo chi decide di intraprendere lo studio della filosofia non deve evitare la poesia, ma considerarla semmai come un tirocinio prefilosofico, abituandosi a ricercare l’utile in mezzo al dilettevole e ad amarlo, e, se non c’è, ad avversarla e sdegnarla. Così si avvia l’educazione, e «ogni lavoro, se impostato bene, è logico si concluda nello stesso modo», come dice Sofocle [fr. 831 R.]

Costruire pensando

Costruire, che cosa significa, se non avvicinarsi a “dio”?
Non un dio con un nome nella propria lingua, ma il divino stesso, prima di ogni declinazione in vocabolari, rituali e leggi.

Costruire è addomesticare lo spazio, trasformarlo in domus, casa. Dare la forma del corpo alla pietra come suo contenitore, imitare quindi il genio divino replicando le sue sacre geometrie.

Costruire è dilatare il tempo della vita, allungarlo fino a quando la costruzione resta in piedi, sfiorare l’eternità. Anche in questo caso – costruire è per l’uomo camminare verso Dio.

Stare al mondo, stare sulla terra, oggi – nel migliore dei casi – è un esserne ospiti. L’uomo s’è scordato di essere venuto alla luce costruendosi un corpo fatto di pezzi di mondo, composto di terra. Noi non siamo ospiti, siamo costruzioni, assemblaggi di elementi riuniti occasionalmente per dare forma ad un progetto divino, codificato dall’anima che lo incarna, con una obsolescenza programmata nel senso del suo destino.

Costruendo un contenitore di corpi umani in grado di resistere al tempo per quasi 4000 anni, quegli uomini hanno reso meno mortale il loro stare al mondo, si sono avvicinati al divino, proprio come le pietre, che non muoiono cosí in fretta come noi.

Rocce all’isola d’Elba
foto©opaxir

(cfr. Heidegger, Costruire Abitare Pensare)
https://dokumen.tips/documents/heidegger-costruire-abitare-pensare.html

Da Cremona

I PICCOLI MUSEI DELL’ISOLA D’ELBA

” Da ultimo, per capire ancora meglio che cosa sia un piccolo museo e che cosa significa gestirlo, sono andata a fare due chiacchiere con Angelo Mazzei, responsabile del Museo Civico Archeologico di Marciana. Angelo mi ha spiegato che il suo è un impegno di semi volontariato di un lavoro stagionale e poco remunerato, che però meriterebbe un riconoscimento maggiore perché non si tratta solo di tenere aperto il museo, ma di offrire tutta una serie di servizi fondamentali per la sua gestione. Angelo infatti è divulgatore, guida, anche in lingue straniere, è un valore aggiunto. Angelo però assicura di voler continuare per investire sempre più nella ricerca storica ed archeologica con criteri rigorosamente scientifici. Questo comporta anche un lavoro su sé stessi e che quindi contribuisce ad una formazione personale sempre più approfondita: studiare il mondo antico serve per capire il presente, personale e pubblico, è come quando si ricercano le proprie radici, si scandaglia la propria infanzia per comprendere meglio la propria personalità. Inoltre Angelo scrive, ricerca, pubblica, collabora con istituzioni ed enti, per diffondere sempre più la conoscenza del museo e più in generale del territorio ove opera.

In passato Angelo ha fatto di tutto, a livello professionale e politico, in Italia e all’estero, ma poi è tornato nella sua isola natia e ha iniziato a collaborare con il Museo a partire dal 2018. Angelo crede molto in quello che fa, vorrebbe maggiori riconoscimenti, non da ultimo economici, ma prosegue il suo cammino con tenacia, fantasia e grande entusiasmo. È grazie a persone come queste, anche, che i piccoli musei rimangono aperti e si affermano sempre di più.”

JENAERTREFF

(un raccontino)

Pomeriggi di sesso hegeliano per una fenomenologia della mente
‘JENAERTREFF’

§

La fiamma danzava nel camino – αιθαλος, in un vortice di fumi e scintille crepitanti, dolcemente illuminando l’atmosfera, nell’intimità del focolare di Johanna. Mentre il caldo creava l’ambiente, Johanna teneva d’occhio i suoi quattro bimbi che stavano giocando in un’altra stanza. Suo marito, come al solito, non c’era, passava giornate intere a lavoro e il resto a sbronzarsi al bar. Ma quella sera era diversa, perché Johanna aveva invitato Hegel a casa sua.

Johanna aveva sempre ammirato Hegel, fin dal primo giorno in cui tramite Schelling le era stato offerto un lavoretto come governante a casa sua. Hegel si era trasferito dopo la brutta esperienza di Berna e il fugace amore con Nanette a Stoccarda, che non quaglió mai oltre qualche pomiciata. Johanna forse non coglieva l’enormità del suo pensiero ma si era invaghita, come stregata dai modi e dalla voce di lui, che sapeva affrontare le grandi questioni esistenziali con profondissima intelligenza e cultura. Aveva letto i suoi scritti, ne aveva assimilato le idee e ne era stata affascinata. Ma oltre alla sua mente brillante, Johanna sentiva un’attrazione profonda per l’uomo dietro le parole, per l’energia cosmica che emanava e per l’anima che albergava in lui. A volte credeva di riuscirne a visualizzare l’aura, come un alone di divino amore e verità. Voleva scoprire se quel fuoco interiore, così ardente nella sua filosofia, si rifletteva anche nella sua vita quotidiana.

Quando Hegel varcò la soglia di quella modesta dimora, gli occhi di Johanna si illuminarono di desiderio e di timore. Lui era lì, davanti a lei, il pensatore che penetrava le menti della gente. Lei scossa da un frenetico tremore come chi non sa se andare a destra o a sinistra, se prendergli il mantello o il cappello, se farlo accomodare sulla poltrona o sul divano. Certo lo accolse calorosamente e in un modo o nell’altro lo accompagnó in salotto, dove il camino continuava ad ardere con vigore. L’atmosfera si riempì di una quiete che solo il fuoco può regalare, e i due si sedettero vicini, pronti a condividere pensieri, sentimenti ed energia.

Mentre i figli giocavano felici, Hegel e Johanna parlavano di filosofia, di idee che danzavano nell’aria e si intrecciavano tra loro. Che cos’è la mente, Geist, uno spirito che pervade tutte le cose, generando la forma che è materia.
Le parole si susseguivano, cariche di passione e ricercatezza, mentre la connessione tra loro cresceva di intensità.
Hegel si accorse di quanto Johanna comprendesse le sue teorie, con una profondità e una sensibilità che non aveva mai incontrato altrove, poiché solo col cuore si traduce il senso.

Poi, in quella sera in cui il fuoco accarezzava l’aria, i due si guardarono negli occhi e scoprirono una scintilla che andava oltre le parole. ΑΙΘΑΛΙΑ, l’isola divina che s’era fatta quella stanza. Di SEΘLANS ed Efesto, divinità del fuoco, come il loro, YHWH, protettore dei minatori di rame dell’Edom. L’attrazione si trasformò da sguardo in abbraccio, leggeri i volti si contorsero in un bacio appassionato e le loro lingue e le labbra si avvilupparono disegnando cerchi. Mentre i corpi si fusero insieme e i sudori in commistioni di memoria liquida, Hegel sentì la conoscenza fluire dentro di lui, una nuova consapevolezza che solo l’amore può donare. Puto eam me amare ergo sum.

Dopo quel momento di fusione, Hegel tornò a casa e si immerse nella scrittura del suo libro. Ma qualcosa era cambiato in lui. La sua teoria della conoscenza si trasformò, poiché aveva scoperto che l’atto di unione tra due corpi poteva portare una comprensione più profonda del mondo. Nel colmo della distanza, quando ci si scopre nella presenza dell’altro, si rivela una parte di sé che mai si era riusciti a vedere. E quella scoperta, quella connessione, era la chiave per comprendere sé stessi e…

La notte era calma e silenziosa quando Hegel si sedette alla sua scrivania, pronto a plasmare i pensieri che quel momento di intimità aveva risvegliato in lui. La penna scorreva sul foglio, cercando di catturare l’essenza di quell’esperienza che aveva cambiato la sua prospettiva sulla conoscenza umana.

Nel cuore di Hegel, l’amore si era rivelato come un fenomeno fondamentale, capace di trasformare l’individuo e di aprire porte verso una comprensione più profonda del mondo. In quel momento di unione con Johanna, aveva sperimentato una fusione di corpi e anime, un’interazione che andava oltre le barriere dell’intelletto.

Sui suoi quaderni apparivano appunti di pensieri disposti come in riquadri che andavano a formare degli alberi. Le parole come foglie appese ai rami di uno schema, un sistema in cui riorganizzare tutte le emozioni vissute con Johanna. E scriveva quà e là, anche su fogli volanti:

“… in un secondo momento rivela la dimensione del desiderio, in cui l’autocoscienza in definitiva dipende interamente da un oggetto e manifesta dolorosa il proprio bisogno patologico di possedere senza mai avere pieno successo, l’oggetto che invece resta improprio, altro.
Infine, la realizzazione del concetto di autocoscienza è possibile solo attraverso un cambiamento di prospettiva, cioè solo quando la fiducia in se stessi individuale non è più correlata al negativo di un oggetto, ma entra in relazione con una diversa fiducia in se stessi, che nel suo essere è insieme identità e differenza in egual misura – nell’amplesso sono io perché siamo noi, come in una somma maggiore dei suoi addendi.
Nel differimento e nella rinuncia a sé esso si dona, e nel darsi realizza la sua pretesa di esporsi all’essere diverso e di riconoscersi in esso.
Il suo bisogno di essere per se stesso può effettivamente essere realizzato solo se in relazione ad un’altra autocoscienza che ha bisogno anch’essa di riprodursi in un movimento equivalente: su e giù, dentro e fuori. Sorge una speculativa compresenza di relazione, indipendenza e alterità, che si rivela per noi il punto di vista filosofico sulla verità della sostanza spirituale.”

“Attrazione e conoscenza”, sussurrò Hegel tra sé e sé, cercando di plasmare quella nuova visione nel suo libro. L’amore, aveva capito, non era solo un sentimento fugace, ma un percorso verso la conoscenza di sé e dell’altro. Nell’atto dell’amore, si dismettono le maschere che indossiamo nella vita di tutti i giorni e ci si rivela nella sua forma più autentica. Sotto la maschera vive un soggetto, che amato si mostra.

Le parole danzavano sulla pagina mentre Hegel sviluppava il suo nuovo concetto. L’amore, proclamava, non era solo una forza emotiva, ma una via di accesso alla verità e alla consapevolezza. Era l’atto in cui due individui si perdevano per ritrovarsi, si completavano l’un l’altro in un processo di reciproca rivelazione.

La mattina seguente, Hegel riprese le redini della sua vita come solito, ma una luce nuova brillava nei suoi occhi. Si immerse nella scrittura, guidato dalla passione di esplorare l’interconnessione tra l’amore e la conoscenza. Mentre le parole prendevano forma, Hegel si sentiva libero, libero di esprimere il suo pensiero più profondo e di offrire al mondo una nuova prospettiva sulla natura umana.

La Fenomenologia dello Spirito, opera maestra di Hegel, prese forma come un viaggio attraverso le molteplici manifestazioni dell’amore e della conoscenza. Vi sostenne che l’amore è il mezzo attraverso il quale l’individuo si confronta con l’Altro, rivelando la sua verità più intima. Era un ponte che collegava il mondo sensoriale a quello razionale, trasformando l’attrazione fisica in un’esperienza cognitiva.

Il libro di Hegel fu accolto con grande interesse e dibattito. La sua nuova visione sulla conoscenza umana, permeata dall’esperienza amorosa, gettò le basi per una rivoluzione filosofica. Gli intellettuali si interrogarono sul significato dell’amore nella ricerca della verità, e l’opera di Hegel si diffuse rapidamente in tutto il mondo accademico. Ancora oggi, oltre due secoli dopo, l’amore adultero ed illecito tra Hegel e la sua governante, pur essendo storiella da gossip accademico, deborda e viene alla luce ad un occhio ierofanico, dalle righe e gli spazi vuoti tra le parole dei suoi famosi studiatissimi libri.

Una volta mi ritrovai invitato da un amico castigliano nella sua soffitta di San Martino a Pisa. Victor Infantes, filosofo, pittore e soprattutto bibliofilo, se non meglio bibliomane. Era pazzo quanto me, andavamo d’accordo come pochi. Quella notte aveva pagato una ragazza, forse una prostituta tossica, per posare per lui, e ne fece un quadro straordinario, mentre io parlavo della bella inserviente tracia di Talete, tra un bicchiere di Morellino e un Rosso di Montepulciano, lui spennellava la rosea carne della traviata ragazza sulla tela rimproverandola di non muoversi, io versavo fiumi di vino, e lui mi raccontava di come il vecchio porco di Hegel palpava il culo alla sua governante. Questa storia si radica in quel vituperio di notte alcolica ed impressionista.

Nel frattempo, Johanna rimase nella vita di Hegel come una musa silenziosa, una presenza costante nella sua mente e nel suo cuore. Anche se il loro incontro rimase un segreto, del quale i soli al corrente dovevano essere i quattro marmocchi dal babbo ‘briacone.

Mentre la fama di Hegel cresceva e la sua opera si diffondeva, Johanna continuava a svolgere il suo ruolo di governante con devozione. I suoi figli giocavano felici e ignari delle complessità del mondo e delle fenomenologie della sacra mente del pianeta, e Johanna, pur nella sua umiltà, custodiva il segreto del legame profondo che aveva con il più grande filosofo della modernità.

Le giornate trascorrevano tra il frastuono dei bambini e le lunghe riflessioni di Hegel, che si era immerso ancora una volta nella scrittura. Johanna, nel suo silenzio, affinava la sua comprensione dell’amore e della conoscenza, riconoscendo l’importanza di quella connessione profonda. Una sera, mentre la luce del tramonto si rifletteva sul viso di Johanna, Hegel si avvicinò a lei con un sorriso malizioso. “Johanna,” disse con dolcezza, “sei stata l’ispirazione dietro la mia nuova prospettiva sulla conoscenza. La mia opera è nata grazie al nostro incontro e alla profonda connessione che abbiamo condiviso.”

Le lacrime si affacciarono negli occhi di Johanna, che a stento riuscì a pronunciare le parole: “Fritz, sei il faro che illumina il mio cammino. La tua intelligenza e la tua passione mi hanno aperto nuovi orizzonti. Non ho mai conosciuto un amore così ricco e profondo.”

Quel momento di intimità e rivelazione rinsaldò ancora di più il legame tra loro. Hegel e Johanna si sostennero reciprocamente, alimentando la fiamma dell’amore e della conoscenza che ardeva in entrambi. Mentre la vita li portava avanti, continuavano a esplorare insieme le trame dell’esistenza umana.

Nel corso degli anni, Hegel divenne un punto di riferimento nel panorama filosofico, e Johanna rimase il suo anello segreto, il legame concreto che alimentava la sua ispirazione. Anche se non erano sposati nel senso tradizionale, la loro unione spirituale superava qualsiasi formalità.

La Fenomenologia dello Spirito divenne un testo fondamentale, citato e discusso in tutto il mondo accademico. Hegel continuò a sviluppare le sue teorie e le sue visioni sulla filosofia dell’amore e della conoscenza. E ogni passo che compiva nel suo cammino intellettuale, Johanna era lì al suo fianco, sostenendolo con affetto e comprensione.

Gli anni passarono e, sebbene il tempo avesse segnato il loro volto, l’amore tra Hegel e Johanna restò immutato. Era un amore che andava oltre le convenzioni sociali, che sfidava le definizioni e si rivelava nella sua forma più autentica. Era un amore che aveva nutrito l’anima di Hegel e aveva dato vita a una delle opere filosofiche più influenti della storia.

Un amore maturo, definitivo, completo. Lontano dall’infatuazione del giovane Hegel per la bella Auguste, la barista dell’enoteca in cui passavano le loro serate lui e i compagni di stanza Hölderlin e Schelling.

Una volta Hegel scrisse di Auguste su un foglietto:

È finita l’era del vino!
È iniziato il tempo dell’amore !
Evviva la…
Evviva Auguste!

OLISMO DEL SAPERE

EUREKA

Ogni “autentico” sapere ha inizio secondo Nietzsche da una non meglio precisata INTUIZIONE MISTICA. Essa a sua volta può giungere alla mente di un pensatore solo sulla base di quello che chiamerei PREGIUDIZIO MISTICO.
Per esempio Thalès (it. Talete) parte dal presupposto che TUTTO È UNO (o che qualcosa che pervade il tutto sia uno con se stesso) e giunge all’intuizione su COSA SIA UNO.
Secondo Nietzsche questa autenticità è una virtù possibile solo in società costitutivamente filosofiche, come, nella storia dell’umanità occidentale ce ne sono state a nostra memoria SOLO PRIMA DI SOCRATE.
Questo sapere autentico reggeva la forza della propria Verità sulla sua vicinanza allo “spirituale” e allo “scientifico”, aggiungiamo noi.
La nostra idea originale, alla base di tutta la nostra “storia” della filosofia ha come INTUIZIONE MISTICA il considerare la Fine Della Filosofia coincidere con la SCISSIONE DEL SAPERE.
La filosofia diventa – come diceva Nietzsche – una attività da emarginati sociali, un vagabondaggio da nomadi, racchiusa sempre all’interno di stanze e di libri che parlano solo di libri.
Non c’è più niente di NOBILMENTE AUTENTICO nel SAPERE delle società postplatoniche, e non ci sono più – in quegli ambiti accademici ed istituzionali del sapere – Grandi Anime in grado di vivere la propria Vita come un TUTT’UNO. I filosofi, gli scienziati, i politologi – oggi – essenzialmente – predicano una cosa e ne fanno un’altra. Più esattamente, essi vivono senza preoccuparsi che ci sia profonda armonia tra il loro know-how professionale e il loro stile di vita privato.
Dopo Platone non ci sono più state Grandi Menti, pensatori come Pythagoras (it. Pitagora), Thalès od Heraklitos (it. Eraclito), che abbiano interpretato l’esistenza umana come un TUTT’UNO dove le parole e i fatti devono rispondere gli uni degli altri.

“… un’intuizione mistica…”

nota: Questo spiega anche il dilagare di santoni e guru. L’uomo occidentale oggi sente la necessità di un RITORNO ALL’AUTENTICO.

Il Bambino Viola

DSM V – New Psychiatric Association’s Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders

di Angelo Mazzei Di Poggio

CHAPTER ONE (translated into Italian)

La Paranoia Inversa.

Paranoia (wiki) is a thought process characterized by excessive anxiety or fear, often to the point of irrationality and delusion. Paranoid thinking typically includes persecutory beliefs concerning a perceived threat towards oneself. In the original Greek, παράνοια (paranoia) simply means madness (para = outside; nous = mind). Historically, this characterization was used to describe any delusional state.

Bambino viola
che sapeva di essere viola

C’era una volta un paese tutto giallo, dove gli abitanti erano tutti gialli, le case gialle, le strade gialle, il cielo giallo. In realtà (ma nessuno conosceva la realtà) se qualcuno fosse venuto da fuori, non avrebbe affatto percepito la totale giallità di quel paese, ma lo avrebbe piuttosto visto come un paese normale, uguale a tutti gli altri.

Un giorno, in questo paese giallo, o perlomeno, in cui tutti pensavano che tutto fosse giallo, e di esser tutti gialli, se non fosse perlomeno per il fatto che il nome che davano a tutti i colori era “giallo” – un giorno, dicevamo, in questo paese giallo, nacque, tristemente, un bambino viola.

Nessuno si preoccupò più di tanto, anche perché in quel paese quello che noi chiamiamo “viola” si chiamava “giallo”. Ma col passare del tempo succese qualcosa di straordinario. Quel bambino si guardò allo specchio e vide che era viola. I suoi genitori gli avevano insegnato che era giallo, ma lui, stranamente, capì che il “suo” giallo era di un tipo diverso, ed imparò a riconoscerlo.

Ad un certo punto, anni dopo, imparò anche qualcosa di ancora più grande e maestoso. Imparò che, anche se lui era viola ed era in grado di percepirlo, doveva dire a tutti gli altri concittadini che era giallo, perché loro non vedevano le differenze tra i colori, e non avrebbero mai potuto concepire che queste venissero definite da nomi diversi.

Così, in un paese giallo, che in realtà era di tutti i colori, ma la cui realtà era monocromatica, un bambino, che eccezionalmente percepiva le differenze cromatiche, grazie a questa capacità, ne sviluppò un’altra – quella di dire che tutto era dello stesso colore.

Certo che era strano davvero. Soprattutto quando, seppur tacesse le sue conoscenze, la gente che lo guardava negli occhi, in qualche modo capiva, capiva che quando lui diceva di essere giallo, in “realtà”, lui stava dicendo meno di quello che davvero sapeva.

Ma un giorno in paese arrivò un pullmann di omini viola, e mentre lui credeva che finalmente qualcosa fosse cambiato, loro si misero a dire in coro di essere verdi, e ogni sua speranza di colorare il mondo si spense come un sole stanco d’inverno al tramonto.

Della necessità dialettica di un narcisismo delle piccole differenze

Avrete certamente visto Tár, un film candidato a un sacco di Oscar, con una splendida Cate Blanchett. A un certo punto Lydia Tár, dice a uno stupido ragazzino una frase che lascia il segno:

Don’t be so eager to be offended. The narcissism of small differences leads to the most boring conformity.

Non essere impaziente di sentirti offeso. Il narcisismo delle piccole differenze conduce al conformismo più noioso.

Nonostante il nome che Freud gli ha dato, questo particolare narcisismo ha la caratteristica di non essere patologico ma costitutivamente essenziale all’umana esistenza. 

ΠΌΛΕΜΟΣ ΠΆΝΤΩΝ ΜῈΝ ΠΑΤΉΡ ἘΣΤΙ ΠΆΝΤΩΝ ΔῈ ΒΑΣΙΛΕΎΣ, ΚΑῚ ΤΟῪΣ ΜῈΝ ΘΕΟῪΣ ἜΔΕΙΞΕ ΤΟῪΣ ΔῈ ἈΝΘΡΏΠΟΥΣ, ΤΟῪΣ ΜῈΝ ΔΟΎΛΟΥΣ ἘΠΟΊΗΣΕ ΤΟῪΣ ΔῈ ἘΛΕΥΘΈΡΟΥΣ

Questo frammento di Eraclito va interpretato con molta cautela. Non si vuole leggere nella paternità della guerra su tutte le cose una giustificazione dei conflitti e degli aggressori che li hanno ingenerati. Qui ΠΌΛΕΜΟΣ va letto in senso ontologico, nell’essenza semantica dello scontro in tutta la sua idealità, – al di là del bene e del male, della vita e della morte, – in modalità atanatotica, rilkianamente “Todlos”, divina. 

Nulla esiste da solo se non in continuo scambio e conflitto con ció che non è, con l’altro da sé. Per questo, anche all’interno di un gruppo affiatatissimo – non solo ci sono differenze, ma tali differenze fungono da carburanti e corroboranti identitari. Questa continua ricreazione di un’alterità con la quale porsi in conflitto è la dinamica di tutte le cose, il moto onduoso dell’esistenza che salva dal naufragio del piatto nulla. 

Freud sviluppò il concetto di “narcisismo delle piccole differenze” in diverse circostanze e contesti.

La prima volta ne parla ne Il tabù della verginità del 1917, poi riprende il concetto in un altro campo in Psicologia delle masse e analisi dell’Ego del 1921, infine da un punto di vista quasi geopolitico ne La civiltà e i suoi malesseri del 1930, arricchendolo ogni volta di connotati diversi. All’inizio lo usa sul piano strettamente psicoanalitico per spiegare la produzione delle differenze a livello individuale, – l’idea è qui quella di un morboso amor proprio che scatena aggressività nell’individuo per contrastare la fratellanza mettendo in discussione l’idea di un amore che ciascuno dovrebbe provare verso gli altri. In Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Freud, pur partendo dal livello individuale, parla di narcisismo delle piccole differenze in relazione a gruppi vicini tra loro.  “Le razze strettamente imparentate si tengono a debita distanza; il tedesco del sud non sopporta il tedesco del nord, l’inglese disprezza lo scozzese come puó, e lo spagnolo il portoghese.”

L’ultima volta in cui Freud affronta il concetto è ne La civiltà e i suoi disagi, dove sostiene che piccole differenze tra individui e gruppi si prestano particolarmente al contesto di acredini.  L’aggressività esternata, nella sua analisi, si riferisce a contesti particolari in cui un numero considerevole di persone sono legate dall’amore fintanto che condividono l’astio verso altri al di fuori di quel gruppo. Freud scrive che «non ci stupiamo più che maggiori differenze conducano a una ripugnanza quasi insuperabile, come quella che provano i francesi per i tedeschi, questi a loro volta verso i semiti e le razze bianche per quelle di colore».  Ogni differenza è peculiare e dipende da fattori complessi, ma resta il fatto che essa ha la funzione di un negativo dialettico insuperabile, in cui la relazione tra i poli oscilla come in un andamento onduoso tra alti e bassi, con maggiore o minore repulsione, svolgendo la sua funzione identificativa, qualcosa che in termini junghiani si potrebbe accostare ad un processo di individuazione. 

DELL’ENCLAVE

In Bion, celebre psicologo, si può leggere che una sfera psicologica unitaria può inglobare un’idea – come quella di Dio – che Bion chiama “oggetto narcisistico” ; sarebbe stato intetessante sapere da Lui anche come avrebbe chiamato il risultato di un’espulsione di idea, una esteriorizzazione – come l’idea di Uomo – che venga rigettata dal soggetto narcisista (tutti noi, anche se ciascuno in misure e modi propri) e, come avrebbe chiamato il soggetto dopo questa sua disumanizzazione – rifiuto dell’idea di Uomo.

In medicina queste “nuove forme” portano alla lettera il nome di Neoplasie.

C’è l’elemento eterogeneo, l’alterità afferrata. Ci sono tanti casi ovunque, in ogni campo e in ogni disciplina.

Letteralmente Enclave significa “chiusa a chiave”, inaccessibile se non accedendo a ciò che la contiene, la custodisce.

Un troll per esempio. Un incursore che non si muove in comunione col territorio che esplora ma è motivato da un doppio gioco.

L’Enclave, la Doppiezza irriducibile, l’estraneo dentro.

Sarah Koffman parla in filosofia della metafora sessuale, ricordo suoi splendidi passi – quando la filosofia si confonde con la poesia e insieme infondono soddisfazione e senso del vero. Lei parlava di violenza e penetrazione. Non so se abbia mai detto nulla per esempio sull’Enclave Buona che è il Feto, l’utero stesso, in quanto ha un senso solo in prospettiva di questo, come una camera d’albergo, che anche vuota presume, magari attraverso il suo spettro, la destinazione finale dei suoi ospiti, passati o a venire.

Julia Kristeva, intellettuale della stirpe dei Kafka e dei Kundera, descrive il paradosso dell’identità con il concetto di Stranieri a se stessi. Rende l’idea di Enclave e apre la prospettiva al Diritto di Passo.

Ma questa è un’altra (lunga) storia.

Gli scacchi di Wittgenstein

Un mio vecchio amico oggi ha postato una bella citazione di Wittgenstein sulla parola paragonata a un pezzo degli scacchi. Mi ha ricordato che Wittgenstein adorava gli scacchi e li usava frequentemente come metafora nelle sue ricerche sul linguaggio.
Avvalendomi del supporto della ricerca per parola sono andato a ricercare “scacchi” nei suoi testi e ho trovato alcune ricorrenze che riporto di seguito:

1} Quando uno mostra a qualcuno il re e dice: “Questo è il re”, questo non gli dice nulla sull’uso di questo pezzo, a meno che non conosca già le regole del gioco fino a quest’ultimo dato: la forma del re. Si può immaginare che abbia imparato le regole del gioco senza che gli sia mai stato mostrato il pezzo vero e proprio.

2} Parole e pezzi degli scacchi sono analoghi; saper usare una parola è come saper muovere un pezzo degli scacchi

3} Confronta come la parola “falso” entra in modo diverso nel gioco dove al bambino viene insegnato a gridare “rosso” quando appare il rosso e il gioco in cui deve indovinare il tempo, supponendo ora che usiamo la parola “falso” nelle seguenti circostanze: quando grida “verde” quando appare qualcosa di rosso e quando fa un’ipotesi sbagliata sul tempo. Nel primo caso il bambino non si è impadronito del gioco, ha violato le regole; nel secondo ha sbagliato. I due casi sono come giocare a scacchi violando le regole o giocare per perdere

4} Conoscere l’uso di un segno non è un certo stato che dura un certo tempo. (Se diciamo che saper giocare a scacchi è un certo stato d’animo, dobbiamo dire che è uno stato ipotetico.)

5} Potrei dire che gli scacchi non sarebbero mai stati inventati a parte la scacchiera, le figure, ecc. e forse a parte il collegamento con le truppe in battaglia. Nessuno si sarebbe sognato di inventare il gioco come si gioca con carta e matita, attraverso la descrizione delle mosse, senza tavola e pezzi. Tuttavia il gioco potrebbe essere giocato in entrambi i modi. È lo stesso con la matematica

6} Parole e pezzi degli scacchi sono analoghi; saper usare una parola è come saper muovere un pezzo degli scacchi. Ora come entrano le regole nel gioco? Qual è la differenza tra giocare e spostare i pezzi senza meta? Non nego che ci sia una differenza, ma voglio dire che sapere come deve essere usato un pezzo non è uno stato d’animo particolare che va avanti mentre il gioco va avanti. Il significato di una parola deve essere definito dalle regole per il suo utilizzo, non dal sentimento che si attribuisce alle parole