Portus Argo, Fabricha Ferraia, Cosmopoli, Portoferraio

FABRICIA

di Nicoletta Taddei

L’insediamento romano di Portoferraio viene comunemente indicato dalle fonti locali settecentesche col nome di Fabricia. Lo storico elbano Sebastiano Lambardi¹24, citando come fonte Celeteuso Gotico125, fornisce due possibili etimologie: Fabricia da Fabricius Console Romano o Fabricia da a fabricando ferrum 126, ricollegando cioè il toponimo allo sfruttamento delle risorse naturali, attività dalla quale non è possibile svincolare la storia dell’isola (fig. 35).

Le prime notizie dell’esistenza di un centro romano sono però da riferire a dei documenti d’archivio datati per la maggior parte al 1548127. Sono lettere di corrispondenza tra il Granduca ed i suoi funzionari attraverso le quali si informano le autorità circa lo stato d’avanzamento dei lavori di fortificazione del Porto Ferrajo e all’interno delle quali si fa contestual- mente riferimento ai resti antichi venuti alla luce durante i lavori. Da questi documenti si ricava che fragmenti d’anticaglie de’Romani furono rinvenuti al Forte Stella 128, nel Piano dei Mulini a Vento, agli Altesi, alla Linguella ed in altri punti all’interno del tracciato mediceo. Si tratta, almeno in parte, dei resti di muri in opus quasi reticolato e reticolato

ancora oggi visibili al Forte Stella129 e alla Linguella, di pavimentazioni, di condutture e di reperti mobili quali lucerne, monete, frammenti sta- tuari, iscrizioni funerarie, e probabilmente un sarcofago, per il momento non ancora rintracciati.

Fondamentale per la storia “antiquaria” di Portoferraio è l’opera di Antonio Sarri composta attorno al 1733130 e dalla quale attinsero in gran parte sia il Coresi del Bruno che il Lambardi. Alle carte 40-44 il Sarri pre- senta un breve compendio delle antichità rinvenute nel territorio di Portoferraio: si tratta di resti di muri, volte, intonaci, mosaici pavimenta- li, mattoni bollati e monete; alle cc. 62-65 ci dà invece una prima idea circa l’estensione dell’insediamento: ..dalla Torre..della Linguella..al bastio- ne de’Pagliai (o del Maggiore)..Tutto il Piano contiguo a Porta di Mare, e per tutta la strada di Porta di Terra; il circuito attorno alla Piazza d’Arme (piazza della Repubblica) ..sotto il Carmine..nel piano de’ Mulini a Vento, e..ove in oggi sono i granari.. (fig. 36).

Dal punto di vista archeologico la parte più importante è quella che zia alla c. 161; in questa sezione infatti il Sarri registra, con una notevole ricchezza di particolari, i rinvenimenti da lui effettuati mentre era al ser- vizio di Cosimo III: oltre a ricordare i Bagni della Regina Alba, cioè i resti della Linguella, ci descrive i lavori condotti tra il 1700 ed il 1710 nell’al- lora piazza d’Arme, nel corso dei quali vennero alla luce, a circa quattro metri di profondità, resti di muri, pavimentazioni in marmo e in mattoni (alcuni dei quali bollati), monete, chiodi in rame ed in bronzo oltre ad un’iscrizione 131 di difficile lettura. Tra il 1710 ed il 1720, a seguito di lavo- ri pubblici nel piano dei Mulini, venne individuata una necropoli. In quell’occasione si rinvennero numerose sepolture, alcune in muratura, altre costituite da tegole giustapposte (forse del tipo “a cappuccina”); il corredo era formato da due unguentari in vetro ed una o più lucerne in terracotta (fig. 38). Furono trovate diverse monete, la maggior parte delle quali attribuite agli imperatori Adriano e Antonino Pio. Particolarmente ricca doveva essere la tomba di una bambina che com- prendeva due lucerne, un bellissimo vaso, un contenitore in terracotta, con bitume e carboni, chiuso da un coperchio in argento ed un anello d’oro con pietra turchina. Il sepolcro, in muratura, era chiuso da una lapi- de132. Altre due iscrizioni funerarie133 si rinvennero nel 1729 in prossimità della Chiesa delle Anime del Purgatorio; accanto alla seconda vennero alla luce delle ossa e due monete: una dell’imperatore Claudio e una di Adrianus Augustus (fig. 36).

Sulla base delle notizie forniteci dalle fonti “antiquarie”, possiamo dun- que affermare che per tutto il tratto di terra dalla Linguella fino a via dell’Amore e al Bastione del Maggiore (con propaggini a mare), lungo tutta la darsena (da Porta a mare a Porta a terra) e più all’interno nelle aree corrispondenti all’attuale piazza della Repubblica e al Duomo, sotto l’ex Chiesa del Carmine ed infine al Forte Stella, si estendeva l’abi- tato romano, mentre l’area cimiteriale doveva essere periferica e coprire in buona parte il piano dei Mulini, la porzione NE dell’isolato compreso tra via della Regina e via V. Hugo, una parte degli Altesi e l’area corri- spondente all’ex Chiesa delle Anime del Purgatorio (fig. 39). Purtroppo

del materiale recuperato tra il XVI ed il XVIII secolo non ci rimane quasi nulla, eccetto alcuni disegni del Sarri e del Lambardi relativi alla necro- poli dei Mulini e ad alcune iscrizioni funerarie, ai quali si aggiunge la lapide di Claudio Tiberio Hilarione riportata dal Puciatti. Questi dati, tuttavia, trovano una certa corrispondenza in quelli deducibili dallo stu- dio dei rinvenimenti effettuati nel corso della seconda metà del XX seco- lo (fig. 37); infatti dal 1951 al 1977, durante lavori pubblici in piazza Cavour, sotto l’ex cinema Astra, in piazza della Repubblica, nell’area prospiciente via V. Veneto, alle Galeazze, in località il Grigolo, come pure ai Mulini, sono venuti alla luce materiali e strutture riferibili all’età romana 135. Tra il 1976 ed il 1991 l’area della Linguella è stata oggetto di vari interventi che hanno permesso l’individuazione dei resti della villa romana. Ad eccezione dei materiali ivi recuperati nel corso delle campa- gne di scavo 1979 e 1990-1991, dei rimanenti si conserva oggi solo una parte (Portoferraio, dep. S.A.T. e Museo Civico Archeologico): sono pre- valentemente reperti ceramici provenienti da piazza della Repubblica, dall’angolo tra via delle Galeazze e via dell’Amore e dal Grigolo. Malgrado l’estrema frammentarietà ed il forte grado di deterioramento, questi materiali forniscono utili indicazioni circa la cronologia dell’inse- diamento. Le classi ceramiche rappresentate (pareti sottili, lucerne, piatti a vernice rossa interna, sigillata di produzione italica, sigillata africana, africana da cucina, ceramica comune e anfore) presuppongono una vita del sito piuttosto lunga, che va dai decenni finali del I secolo a.C. al IV/V sec. d.C.. Si può tuttavia osservare che la maggior parte del mate- riale si colloca tra la seconda metà del I sec. d.C. e la metà del III secolo; particolarmente ben rappresentati risultano essere la seconda metà del I ed il II sec. d.C.. Sulla base di questi elementi, anche se in via del tutto ipotetica vista la parzialità dei dati fin qui raccolti, si può proporre la

seguente ricostruzione: – tra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del 1 d.C., nell’area compre- sa tra piazza della Repubblica e le Galeazze, si sviluppa un primo picco- lo nucleo insediativo forse da riconnettere soprattutto all’impianto della villa della Linguella;

– i materiali archeologici sembrano infatti indicare che il momento di maggiore sviluppo ed espansione dell’abitato, conseguente ad un aumento demografico del quale ci rimane parziale traccia nei materiali relativi all’area di necropoli, sia da collocare nel periodo che va dalla seconda metà del I a tutto il II sec. d. C.. Le epigrafi funerarie riportate nel XI volume del C.I.L. e quella riprodotta dal Puciatti fanno tutte riferi- mento, ad esclusione di una, a persone di condizione servile e libertina 136. alcune sepolture presentano come corredo materiali che permettono di datare l’area cimiteriale tra la fine del I ed il II secolo: si tratta di monete di Claudio, Domiziano e soprattutto Adriano ed Antonino Pio, lucerne del tipo Firmalampen (II secolo) con bolli FORTIS, EROTI13, MVNSVC 139 ed unguentari in vetro del tipo Isings 82 (fine I-II d.C.). Anche il formula- rio epigrafico, come pure – in alcuni casi – la tipologia stessa del monu- mento, fanno propendere per una datazione dell’area cimiteriale attorno al II secolo 140. E’ forse utile ricordare che proprio a questo periodo risalgo- no alcuni interventi di ampliamento e ristrutturazione alla Linguella 141 anch’essi probabilmente interpretabili come sintomi di un certo fermen- to. Allo stesso periodo ci riporta l’iscrizione P. ACILI. ATTIANI su fistula plumbea rinvenuta ..ne’ fragmenti della muraglia di un acquedotto attorno alla metà del XVI secolo 142. Se anche quest’iscrizione, come altre, fosse stata rinvenuta durante i lavori di fortificazione a Portoferraio, si verreb- be a stabilire un interessante nesso tra l’insediamento romano ed il potente prefetto del pretorio dei tempi di Adriano, Publio Acilio Attiano, a cui fa riferimento anche l’ara in granito rinvenuta al Seccheto nel 1899143 e oggi conservata presso il locale Museo (cfr. 2.2). Queste due attestazioni sono in ogni caso testimoni dei forti interessi che le classi agiate romane, la presenza delle quali ha come riflesso la rapida recezio- ne del formulario epigrafico urbano 144, dovevano avere sull’isola. Se lo sviluppo dell’insediamento può essere, per ora solo in via ipotetica, con- nesso allo sfruttamento del granito, un impulso notevole sarà certamen- te da attribuire alla vitalità dei traffici commerciali marittimi all’interno dei quali è inserita l’Elba. A Fabricia, tra la metà del I e la metà del III sec. d.C., arrivano olio, garum e vino dalla Spagna (anfore Dressel 20; Dr. 7/11 e 14; Dr. 2/4 iberiche); vino dalla Gallia (Pélichet 47/Gauloise IV) e dall’Egeo (pseudo-Cos en cloche); olio dall’Africa settentrionale (Tripolitana II; Africana I). L’importanza di questo porto potrebbe essere comprovata anche dalla presenza dell’epigrafe del classarius L.Valerius Maximus145; – nel corso della seconda metà del III secolo si assiste ad una notevole inflessione dell’attestazione materiale: il centro di Fabricia sembra in crisi, così come i centri dell’antistante costa continentale146; continua tut- tavia ad essere frequentato, anche se sporadicamente, almeno fino alla fine del IV/inizi V sec. d.C..

Ν. Τ.

Portus Argo, in grigio le zone dei ritrovamenti di Età Imperiale

L’ABBANDONO E LA FREQUENTAZIONE TARDO-ANTICA

di Fabio Fabiani

Abbiamo seguito fin qui il sorgere e lo sviluppo delle ville elbane come riflesso di una situazione economica particolarmente prospera in cui viene a trovarsi l’isola tra I sec. a.C. e I sec. d.C., sia che debbano essere intese come la residenza in posto di personaggi che sfruttano le potenzialità economiche dell’isola, sia unicamente come dimore di piacere. In modo analogo possiamo constatare che la decadenza e l’abbandono di tali strutture nella prima e media età imperiale riflettono la generale crisi economica in cui versa l’Italia e a cui nemmeno l’isola si sottrae.

F.F.

La tempistica delle parole

Gli scrittori, potremmo dire, sono un’invenzione. Esistono solo uomini e donne, mossi da un desiderio ardente di scolpire il linguaggio, tentando di gettare nel mondo frammenti di capolavori, dispersi in quell’oceano senza confini di flutti tempestosi e correnti contrarie, le cui sponde si allungano all’infinito, tanto che nessuno ha mai potuto dire con certezza dove inizi la terra e finisca il mare.

La questione che ci riguarda, però, non è tanto se io sia d’accordo con Agamben (come quasi sempre accade), o con Cacciari (come quasi mai), o con quel “Bimbomarx” o chiunque egli sia (e qui meno che mai). La vera questione, semmai, è quella del kairos, del tempo opportuno, di quel “timing” che gli americani tanto amano evocare. È questo il momento giusto per dire certe cose, come fa Agamben? O forse, dovremmo piuttosto tacere?

Qui la filosofia è chiamata a uscire dai boschi degli spiriti, a spogliarsi dei panni della lupa e a mascherarsi da pecora. Ma proprio nel momento in cui la filosofia, travestita da ciò che non è, si vede costretta a prendere parte, essa si espone ai suoi errori più storici. La filosofia che si confonde nel gregge, che fa “bèèè” con le altre pecore, finisce per essere tosata e condotta al macello.

Questa riflessione si collega, inevitabilmente, al rischio che la filosofia corre quando il suo tempo è mal giudicato: essa non solo perde il suo ruolo critico, ma diventa gregaria, un pastore che si smarrisce tra le sue stesse pecore. In questo, Agamben ci mette in guardia con forza, mostrandoci come il pericolo non risieda tanto nella parola, quanto nella sua tempistica.

Se mai esistesse uno scrittore, sarebbe un serial killer di ogni parola, un distruttore consapevole del loro inevitabile abuso.

La Complessità, Seneca e l’Etrusca Disciplina

L’antico popolo etrusco aveva una profonda conoscenza dei fenomeni naturali, come testimoniato dalle parole di Seneca nelle Naturales Quaestiones: “Poiché gli Etruschi avevano il compito di osservare i cieli sereni, e non di guardare il sole ma le tempeste, essi affermano che bisogna osservare quella nuvola che si estende fino al sole.” Questa osservazione riflette un approccio quasi protoscientifico, dove l’osservazione dei fenomeni atmosferici era ritenuta essenziale per comprendere la volontà divina e il destino degli uomini. Tuttavia, questa visione, seppur avanzata per l’epoca, rimaneva legata a un mondo in cui ogni evento era visto come il risultato diretto di cause specifiche e immediate.

Oggi, noi moderni, discendenti culturali di quei popoli antichi, ci troviamo in una posizione paradossale. Da un lato, accettiamo le più avanzate teorie scientifiche—la relatività, la complessità, la geometria non euclidea—che ci insegnano che il mondo è un intreccio di relazioni e dinamiche non lineari. Dall’altro, però, restiamo incatenati a una visione deterministica e semplicistica della realtà, simile a quella degli Etruschi, che concepivano ogni fenomeno come l’effetto di una singola causa.

Loro, come noi oggi, pensavano che le nuvole si formassero per la condensazione ad alta quota del vapore acqueo. Ma se loro interpretavano questo processo come un segno da decifrare, noi moderni, pieni di contraddizioni interne, ci illudiamo di poter spiegare tutto tramite un sistema chiuso di cause ed effetti, pur avendo abbandonato, almeno in teoria, il determinismo cartesiano. Questo paradosso emerge con forza quando, persino nel giudizio morale, continuiamo a considerare ogni errore umano come il risultato diretto e isolato di un’unica causa: un individuo, su cui ricade l’intera responsabilità, destinato a subire una pena proporzionata alla sua colpa.

Eppure, la Teoria della Complessità ci insegna che la realtà è ben diversa. Secondo questa teoria, i sistemi complessi, come le società umane o l’atmosfera terrestre, non possono essere compresi attraverso un semplice rapporto causa-effetto. Essi sono caratterizzati da interazioni multiple, retroazioni e dinamiche emergenti che sfidano la nostra capacità di previsione e controllo. Le nuvole stesse, simbolo antico di mutamento e imprevedibilità, sono il prodotto di una danza infinita di fattori: calore, umidità, pressione, e le stesse forze gravitazionali che, lungi dall’essere semplici leggi di Newton, possono essere viste come l’abbraccio materno della Terra.

E mentre la terra suda, rilasciando caldi vapori, l’acqua non cessa mai di trasformarsi, di cambiare forma e stato, di viaggiare per il mondo, tra cielo e terra, fin giù nelle viscere. Questo eterno ritorno dell’acqua è un esempio perfetto della complessità del mondo naturale, un ciclo che non può essere ridotto a una semplice catena lineare di eventi.

Tuttavia, l’uomo moderno, pur avendo a disposizione nuovi paradigmi scientifici, resta spesso schiavo di una visione cartesiana della realtà. Non riesce a comprendere appieno che la gravità non è solo una legge di attrazione tra masse, ma può anche essere vista come un legame profondo e materno che ci tiene ancorati alla Terra, in un sistema complesso di relazioni che sfugge a ogni semplice categorizzazione.

Siamo ancora prigionieri di un’epistemologia che fatica ad abbracciare la complessità del mondo, preferendo rifugiarsi in spiegazioni semplicistiche e deterministiche. E così, nonostante i progressi della scienza, continuiamo a interpretare la realtà con gli stessi limiti che già gli antichi Etruschi cercavano di superare.

APPENDICE a Circe e l’ambra

Aeaea: Una Proposta di Identificazione con l’Isola d’Elba

L’isola di Aeaea, conosciuta come la dimora della maga Circe nell'”Odissea” di Omero, ha da sempre rappresentato un enigma geografico e mitologico. Diverse teorie sono state proposte per identificare Aeaea con località reali, ma nessuna è stata confermata in modo definitivo. In questo studio, proponiamo una nuova ipotesi che collega Aeaea all’Isola d’Elba. Basandoci su una possibile devianza ortografica e su considerazioni mitologiche, questa teoria merita di essere considerata con la stessa attenzione delle altre.

Analisi Linguistica: Da αιαια a αιθαλια

La parola greca αιαια, attribuita a Aeaea, può essere oggetto di un’interessante analisi linguistica. Se aggiungiamo le lettere “θ” e “λ”, otteniamo αιθαλια, il nome greco dell’Isola d’Elba. Questa trasformazione potrebbe non essere casuale, ma il risultato di un errore di trascrizione o di una variazione fonetica avvenuta nel tempo. Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che nei testi antichi sono documentati altri casi di variazioni ortografiche simili.

L’etnonimo αιαιτες, che potrebbe indicare gli abitanti di Aeaea, offre ulteriori spunti di riflessione. Se consideriamo una derivazione da αιθαλια, il termine αιαιτες può essere ricollegato a αιθαλιτης, un termine che indica non solo gli abitanti di Aithalia (Elba), ma anche di altre isole egee come Lemno, Imbro e Chio. Inoltre, αιθαλιτης è anche un nome proprio, associato a un mitico araldo degli Argonauti, con il quale Pitagora si sarebbe identificato secoli dopo.

Considerazioni Mitologiche: Aeaetes e la Colchide

Un altro elemento che supporta questa ipotesi è la figura di Aeetes, re della Colchide e fratello di Circe. Il nome Aeetes condivide una radice comune con αιαιτες, suggerendo una connessione etimologica e culturale tra le due figure. Se Aeaea fosse effettivamente l’Elba, ciò potrebbe indicare che Circe e il suo fratello mitologico avessero radici comuni in questa regione, portando a una rilettura della geografia mitologica di Omero.

Prove Storiche e Geografiche: Aithalite e Pitagora

L’identificazione di Aeaea con l’Elba non si limita alla linguistica, ma trova riscontro anche in riferimenti storici. Pitagora, il famoso filosofo greco, si sarebbe identificato con Aithalite, un araldo mitologico associato agli Argonauti, e questo nome potrebbe derivare proprio da αιθαλιτης. Se accettiamo questa interpretazione, l’Elba emerge non solo come un luogo fisico, ma come un punto di riferimento importante nella tradizione mitologica greca.

§

L’ipotesi che Aeaea possa essere identificata con l’Isola d’Elba, basata su un’analisi dettagliata delle varianti ortografiche e delle connessioni mitologiche, è altrettanto valida delle altre teorie che cercano di collocare Aeaea nel mondo reale. Questa prospettiva non solo arricchisce la nostra comprensione delle fonti antiche, ma offre anche nuove chiavi di lettura per interpretare i miti greci e la loro geografia. Future ricerche potrebbero esplorare ulteriormente queste connessioni, contribuendo a chiarire uno dei misteri più affascinanti dell’antichità.

Provenza, Elba e Sardegna nel IV Millennio

Angelo Mazzei sulla Tomba Grande della Necropoli di Piane alla Sughera (Campo nell’Elba)

Le Colonie Sarde nel Sud della Francia: L’Artigianato dell’Ossidiana e le Rotte Marittime Preistoriche

Nel periodo compreso tra il 4500 e il 3500 a.C., i Sardi potrebbero aver fondato delle colonie nel sud della Francia, come suggeriscono le prove archeologiche legate alla lavorazione dell’ossidiana. Questa roccia vulcanica, caratterizzata da una struttura vetrosa e tagliente, era altamente apprezzata per la produzione di utensili e armi durante il Neolitico. La presenza di manufatti in ossidiana in vari siti archeologici del sud della Francia, unita alla sofisticata abilità di lavorazione della pietra in loco, indica non solo l’importazione del materiale ma anche la migrazione di artigiani specializzati, probabilmente provenienti dai luoghi di estrazione dell’ossidiana in Sardegna.

L’Importanza della Lavorazione dell’Ossidiana

La scoperta di strumenti in ossidiana nei siti francesi è significativa non solo per la sua presenza materiale, ma soprattutto per l’evidenza che questi strumenti venivano lavorati direttamente sul posto. Le analisi condotte su campioni di ossidiana provenienti da vari siti, tra cui il sito di Terres Longues, mostrano che la maggior parte di essa ha origine dai giacimenti sardi. Questo indica che l’ossidiana non veniva semplicemente trasportata sotto forma di blocchi grezzi, ma veniva lavorata da mani esperte sul luogo di arrivo.

Gli stili di scheggiatura dell’ossidiana osservati in Francia rivelano una competenza avanzata, con due principali tecniche utilizzate: una scheggiatura su una superficie piana e una su una superficie convessa. Queste tecniche, che richiedono una conoscenza dettagliata e una pratica significativa, suggeriscono la presenza di artigiani altamente specializzati, presumibilmente sardi, che avrebbero portato con sé le tecniche di lavorazione dalla loro terra d’origine.

Le Rotte Marittime: Un Ponte tra la Sardegna e la Francia

La diffusione dell’ossidiana sarda nel sud della Francia implica l’esistenza di rotte marittime ben stabilite tra queste regioni. La rotta più probabile partiva dal Golfo di Oristano, sulla costa occidentale della Sardegna, e seguiva un percorso strategico lungo la costa occidentale dell’isola. Attraversando le Bocche di Bonifacio, il canale che separa la Sardegna dalla Corsica, le imbarcazioni si dirigevano a nord, lungo la costa orientale, con la possibilità di deviare verso l’Elba occidentale, soprattutto in presenza di venti forti dai quadranti orientali, come tramontana, grecale, levante, scirocco e mezzogiorno.

Dall’isola d’Elba, i navigatori avrebbero potuto proseguire verso nord, attraverso Capraia e Capo Corso, fino a raggiungere Cap d’Antibes, un punto strategico sulla costa francese. È qui, nell’entroterra, che si trovava il presunto centro di smistamento sardo di Trets, con il sito di Terres Longues che fungeva da hub per la distribuzione dell’ossidiana lavorata.

L’Evidenza Archeologica: Le Tombe “Sarde” e l’Antico Scalo Marittimo

Un ulteriore supporto all’ipotesi della presenza sarda nel sud della Francia viene dalle tombe rinvenute nelle necropoli di Piane alla Sughera e della Forca, nei pressi di Seccheto e Fetovaia, sull’Isola d’Elba. Queste tombe, interpretate da alcuni studiosi come di origine sarda, potrebbero appartenere a coloni o mercanti sardi che operavano nell’antico scalo marittimo di Vetus Baia, l’odierna Fetovaia. La presenza di tombe sarde in questa regione rafforza l’idea di un legame stretto e diretto tra la Sardegna e le rotte commerciali che collegavano le coste tirreniche con la Francia meridionale.

§

Le prove della lavorazione dell’ossidiana e le rotte marittime ipotizzate suggeriscono che, durante il Neolitico, i Sardi non solo esportavano ossidiana, ma stabilivano anche colonie e centri di lavorazione in loco nel sud della Francia. Questa presenza, rafforzata dall’evidenza di tombe “sarde” sull’isola d’Elba, testimonia l’importanza delle connessioni marittime preistoriche e il ruolo fondamentale che i Sardi potrebbero aver avuto nella diffusione di tecnologie e culture attraverso il Mediterraneo occidentale.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

https://www.researchgate.net/publication/288823366_Renouvellement_des_donnees_sur_la_diffusion_de_l’obsidienne_sarde_en_contexte_chasseen_Midi_de_la_France_la_decouverte_du_site_des_Terres_Longues_Trets_Bouches-du-Rhone

Michelangelo Zecchini, Gli Etruschi all’isola d’Elba, Lucca 1978.


Michelangelo Zecchini, Isola d’Elba. Le origini, Lucca 2001.


Gino Brambilla, Le impronte degli antichi abitatori dell’isola d’Elba, Pavia 2003.

https://it.wikipedia.org/wiki/Piane_alla_Sughera

LA TOMBA DEI VASI TETRAPODI



La Tomba 1 della Necropoli di Santu Pedru ha restituito 447 reperti databili in un lungo periodo di tempo che va dal cosiddetto Neolitico Recente (3400-3200 a.C.) all’Età della Cultura del Vaso Campaniforme (ca 2000 a. C.).
La tomba fu studiata a suo tempo da Contu. Sarebbe stata scavata nel III millennio avanti Cristo, più di 4500 anni fa. Il problema serio è che secondo il paradigma consolidato quell’epoca non prevede la metallurgia, che significa che la tomba sarebbe stata scavata pietra contro pietra, utilizzando frammenti di selce e ossidiana o altre pietre durissime, modellate come lame di asce.
Se osservate la foto della camera centrale coi due pilastri e poi osservate la mappa vi rendete conto della incredibile quantità di pietra che deve essere stata scavata con questo metodo primitivo.
Facciamo finta che io abbia voglia di dare per scontato il fatto che la Sardegna non conoscesse la metallurgia durante il III millennio. Ebbene, questo non sminuisce affatto la considerazione che dovremmo avere di una cultura che è riuscita a rappresentare se stessa con uno stile architettonico e un ingegneria neolitica così raffinati e potenti da lasciare ogni serio studioso a bocca aperta.
Io credo che non dovremmo affatto sottovalutare questa civiltà ed osservarla come se fosse un inspiegabile unicum racchiuso nel suo microcosmo insulare, separata dal resto del mondo, che nel frattempo vedeva al massimo dello splendore la civiltà sumera con le sue gigantesche “piramidi scalari” a mattoncini rossi, chiamate Ziggurat, per non parlare della piramide di Cheope, altro capolavoro significativo di un mondo che considerare primitivo come vezzeggiativo è solo un grande limite della nostra civiltà. Civiltà moderna, che se studiassimo come fosse antica non potremmo far altro che considerare folle.
Tornando a noi, in queste antichissime strutture ipogeiche non manca il simbolo della testa di animale cornuto, toro o ariete, che può solo testimoniare di un legame ancestrale tra questa terra e il mondo più avanzato di quei tempi.
A parte le numerose rappresentazioni sumere, mi pare interessante ricordare per l’ennesima volta l’Anatolia, durante il periodo Attiano (Hattian) tra 2600 e 1900 a. C. le rappresentazioni del Dio Toro sono numerosissime. Nelle Tombe di Alaca Hüyük la “cornuta divinità meteorologica” con testa di toro è presente allo stesso modo. Non crediate che sia così assurdo che i tanto narrati traffici marittimi sardiani (per usare un termine caro al compianto Pittau) con le terre oggi di Cipro, Egitto, Israele, Siria e Turchia meridionale, attestate da fior fior di studiosi internazionali (tra i quali le nostre preziosissime Lo Schiavo e Sabatini), che questi scambi commerciali/culturali – dicevo – avessero già luogo nel millennio precedente (rispetto ai contatti accertati che invece sono circa del periodo 1400-1100 a. C.).
Dette così, da me, su facebook, sono solo suggestioni di possibili connessioni da meditare e da studiare; semplici indicazioni a non chiudersi nel dare per scontato tante troppe cose. Se gli studiosi si cullassero su ciò che già si sa prendendolo per buono la scienza e le nostre conoscenze in genere non muterebbero mai.

È nel dubbio che si scelgono le strade. Giuste o sbagliate che siano è solo seguendole che possiamo andare da qualche parte, muoverci.

Senza il dubbio cresce la certezza. In essa e da essa nascono l’intolleranza, l’arroganza, la “saccenza”. Ma anche i fondamentalismi, i razzismi, la violenza in genere, la guerra.

Buon mare a tutti.
Le isole vi aspettano, ricche di meravigliose storie, montagne di pietra e,- questo non guasta – spiagge bellissime, soprattutto a giugno.

#isoledelmediterraneo ❤️

Angelo Mazzei CV


Angelo Mazzei
Via della Fontanella 2, Poggio 57030 Marciana (LI), Italy
Email: angelomazzeidipoggio@gmail.com
Whatsapp: +39 346 769 4260
Website: groviglio.news
Nationality: Italian
Date of Birth: November 6, 1967


Professional Experience

Archaeological Museum of Marciana, Marciana, Italy
Keeper, Carer, Researcher, and Promoter
2019 – Present

  • Artifact Management: Handling the conservation, cataloging, and display of archaeological artifacts.
  • Research: Conducting comprehensive research on local historical artifacts and contributing to academic publications and museum exhibitions.
  • Public Engagement: Organizing and leading educational programs, workshops, and guided tours to enhance public knowledge and appreciation of archaeology.
  • Exhibition Design: Curating and designing museum exhibitions with a focus on integrating modern multimedia to create immersive experiences.
  • Community Outreach: Spearheading initiatives to foster community involvement and support for the museum.
  • Fundraising: Preparing grant applications and securing funding for various museum projects and conservation efforts.

Isola Etica, Marciana, Italy
Secretary/Project Organizer
June 2010 – Present

  • Organized cultural and territorial promotion events such as FIL Festival, Poggiogreen, Art Into The Park, and Bandiera Elbana.

L’Etrusco, Piombino/Elba (LI), Italy
Managing Editor
June 2011 – December 2012

  • Oversaw the editorial process for the magazine’s Elba section, including conceptualization, layout, graphics, and editorial writing.

B&B In Poggio, Marciana, Isola d’Elba (LI), Italy
Manager
June 2008 – 2016

  • Managed hospitality operations for a local bed and breakfast.

Palomar, Italy
Actor/Extra
June 2013 – September 2016

  • Appeared as an extra and actor in several episodes of television series.

Education

University of Pisa, Italy
Philosophy and Archaeology
Ongoing

  • Comprehensive studies in philosophy, psychology, communication, history, archaeology, French and German languages, ancient history, and classical cultures.

Skills

  • Languages:
  • Italian: Native
  • French and English: C2 (Advanced)
  • German and Spanish: B2
  • Digital Skills:
  • Proficient in assembling, configuring, and repairing PCs and Macs in 1995-2010
  • Expertise in software for text and graphic editing, as well as web design and social media management.
  • Communication:
  • Excellent public speaking and educational skills, with experience in multi-cultural environments.
  • Organizational Skills:
  • Proven ability to lead teams, manage cultural and promotional events, and handle logistics for high-profile events.
  • Research:
  • Extensive research in the history and archaeology, focusing on protohistoric origins and classical studies.

Publications and Projects

  • Essere e Mente (2003, IV ed. 2018) – A collection of philosophical essays.
  • Grammatica dei Sensi (2010) – A collection of poetry and short stories..

Projects:

  • Founder of Isola Etica and organizer of cultural initiatives like Elba Trekking and #incontriconlastoria.

Awards:

  • Winner of “Sestini” Poetry Festival.

References available upon request.


Gli Etruschi fuor d’Italia

Saturno e Giove: Il Mito Etrusco e il Diritto Romano

La mitologia classica spesso racconta di conflitti tra divinità che non solo spiegano fenomeni naturali, ma fondano anche istituzioni sociali e legali. Un esempio significativo è il mito del litigio tra Saturno e Giove, che secondo Mauro Servio Onorato, nei suoi Commentari all’Eneide (9/561), si manifesta nella “contentio” tra queste due divinità. Questo conflitto mitologico simboleggia la disputa per la divisione della terra, in particolare dell’Etruria, che alla fine viene assegnata a Giove, il quale ne stabilisce i confini. Questo mito diventa simbolo della sacralità dei confini e dell’inviolabilità delle proprietà, un concetto che ha profonde implicazioni nel diritto etrusco e romano.

Il Mito e la Sacralità dei Confini

Nel contesto etrusco, i confini avevano un valore sacro, sancito da rituali religiosi che ne garantivano l’inviolabilità. Come raccontato nei miti, Giove stabilì questi confini come una legge divina, una pratica che si rifletteva nelle norme che regolavano la proprietà terriera e la risoluzione delle dispute tra proprietari. La figura del terminus, la pietra di confine, era considerata sacra e la sua violazione era un atto sacrilego punito severamente.

Il mito, quindi, non era solo una storia sacra, ma una vera e propria fondazione del diritto. La sacralità del terminus serviva come deterrente contro le prepotenze, in particolare nei confronti dei proprietari più deboli, come le vedove, che potevano contare sulla protezione divina contro le usurpazioni. Questo concetto giuridico-religioso, per quanto poco documentato nel diritto etrusco, è chiaramente presente nel diritto romano, dove la tutela della proprietà era centrale.

La Trasmissione al Diritto Romano

Sebbene il diritto etrusco sia poco conosciuto a causa della scarsità di fonti scritte, è probabile che molti dei suoi principi siano stati assimilati e rielaborati dai Romani. Il diritto romano è spesso considerato un capolavoro di ingegneria giuridica, e chi lo studia a fondo non può ignorare le possibili influenze etrusche. Ad esempio, il concetto di res divinae, o cose sacre, che includeva anche i confini sacri, è centrale nel diritto romano.

Il diritto romano, infatti, non solo preservava ma anche esaltava la sacralità dei confini, con leggi precise contro chi violava le proprietà altrui. Il jus civile romano, che regolava i rapporti tra cittadini, poteva trovare una delle sue radici proprio nelle leggi etrusche, che come quelle romane erano profondamente intrecciate con la religione.

L’Origine degli Etruschi e il Loro Ruolo nella Storia Italica

La questione dell’origine degli Etruschi è una delle più discusse nell’archeologia e nella storia antica. Virgilio, nell’Eneide, offre una delle prime rappresentazioni letterarie degli Etruschi, mostrando un popolo già formato e complesso ben prima dell’arrivo di Enea in Italia. Il personaggio di Mezenzio, re etrusco, esiliato per la sua crudeltà, suggerisce una società etrusca ben strutturata e già politicamente avanzata.

Mario Torelli, basandosi su evidenze archeologiche, sostiene che gli Etruschi giunsero in Italia dopo la Guerra di Troia, una teoria che contrasta con quella di Massimo Pallottino, il quale argomenta per una continuità indigena della cultura etrusca nella penisola italiana. Secondo Pallottino, gli Etruschi rappresentano un’evoluzione delle culture preistoriche locali, piuttosto che un gruppo di immigrati dall’Asia Minore o da altre regioni.

Alberto Palmucci introduce un’altra teoria affascinante, che associa la figura di Dardano, fondatore mitico di Troia, agli Etruschi, suggerendo possibili legami tra la civiltà troiana e quella etrusca. Questi legami, se confermati, potrebbero aggiungere un ulteriore strato di complessità alla storia etrusca, indicando una rete di contatti e influenze tra le diverse culture del Mediterraneo.

Implicazioni e Prospettive Future

Le leggi etrusche, per quanto frammentarie e poco conosciute, sembrano aver lasciato un’eredità duratura nel diritto romano, un sistema giuridico che è stato alla base della civiltà occidentale. La mitologia, con i suoi racconti di divinità che stabiliscono leggi e confini, si rivela quindi non solo come un mezzo di espressione religiosa ma anche come uno strumento di normazione giuridica.

Le future ricerche potrebbero concentrarsi sull’approfondimento dei legami tra le culture mediterranee, come suggerito dalle teorie di Palmucci e Heurgon, esplorando ulteriormente l’influenza etrusca sul diritto romano e sullo sviluppo delle civiltà italiche. La sacralità dei confini e la loro protezione, temi centrali in queste tradizioni, potrebbero rivelarsi fondamentali per comprendere meglio l’evoluzione delle leggi e delle istituzioni politiche nell’antichità.

Bibliografia

  • Virgilio. L’Eneide. Edizione critica.
  • Torelli, M. L’Italia degli Etruschi. Bologna: Il Mulino, 1997.
  • Pallottino, M. La storia degli Etruschi. Roma: Laterza, 1991.
  • Palmucci, A. Gli Etruschi e il mito di Dardano. Firenze: Leo S. Olschki, 1993.
  • Heurgon, J. La vita quotidiana degli Etruschi. Roma: Laterza, 1989.
  • Davis, B. Minoan Stone Vessels with Linear A Inscriptions. Liège and Austin: Aegaeum 36, 2011/14.

Appendice: Le Lingue e Le Iscrizioni Etrusche

L’interpretazione delle iscrizioni etrusche, come quelle ritrovate in Tunisia, continua a rappresentare una sfida per gli studiosi. La possibile connessione con altre lingue mediterranee, come suggerito dalle iscrizioni in lineare A, apre nuovi orizzonti per la comprensione delle culture antiche e dei loro contatti. Le teorie sulla lingua etrusca, tra cui quelle che la collegano al minoico, sebbene ancora speculative, potrebbero un giorno fornire una visione più chiara delle origini e delle influenze di questa misteriosa civiltà.

LA MEMORIA

Pitagora e il Potere della Memoria: Un Viaggio tra Filosofia, Storia e Società

La memoria è un elemento centrale nella filosofia di Pitagora, tanto che la sua importanza sembra riflettersi persino nel nome del padre, Mnesarco, che combina le radici greche di “memoria” (μνῆσις) e “principio” o “fondamento” (ἀρχή). Questo collegamento simbolico suggerisce che il nome di Mnesarco potrebbe non essere stato il vero nome del padre di Pitagora, ma piuttosto un nome “simbolico”, forse scelto dallo stesso filosofo per enfatizzare l’importanza della memoria come fondamento dell’anima.

Questa idea si ritrova anche nella figura mitologica di Aithalides, considerato una delle vite precedenti di Pitagora. Figlio di Hermes, Aithalides era dotato di memoria eterna, un dono divino che gli permetteva di ricordare tutte le sue vite passate. Questo mito rafforza l’idea che la memoria non sia solo un aspetto funzionale dell’essere umano, ma una qualità divina che trascende la singola esistenza e collega l’anima al cosmo.

Memoria e Disastri Naturali: L’Eredità di Solone

In un’epoca segnata da catastrofi naturali come incendi devastanti e uragani, la riflessione sulla memoria acquisisce una nuova urgenza. Solone, il grande legislatore ateniese, in un dialogo platonico racconta di come gli antichi greci avessero perso ciclicamente la memoria della loro civiltà a causa di incendi e alluvioni mandate dagli dèi. Questo tema della memoria perduta e riscoperta attraversa non solo la storia greca, ma anche la nostra contemporaneità, dove la memoria storica sembra sempre più fragile di fronte a calamità sempre più frequenti e devastanti.

In questo contesto, la memoria diventa non solo un legame con il passato, ma anche un mezzo di sopravvivenza. La scienza moderna, con la sua capacità di analizzare e spiegare i cambiamenti climatici, ci offre gli strumenti per comprendere e affrontare queste sfide, ma spesso manca di quella profondità filosofica che potrebbe guidare un vero rinnovamento culturale. Solo recuperando le nostre radici e rafforzando la nostra memoria collettiva possiamo sperare di evitare un futuro di prigioni globali, come temeva Jung, trasformando il mondo in un luogo di autentica rinascita.

La Dialettica della Memoria: Tra Autenticità e Rancore

La memoria non è un concetto monolitico; essa si manifesta in modi diversi, alcuni costruttivi e altri distruttivi. Antonio Dámasio descrive la memoria autentica come un sentimento duraturo e riflessivo, che ci lega alle nostre esperienze passate e ci offre una bussola morale. Questo tipo di memoria è essenziale per mantenere la continuità del nostro essere nel tempo, un tema caro anche a Heidegger.

D’altro canto, esiste una memoria rancorosa, carica di emozioni non elaborate e risentimento, che può distorcere la nostra percezione della realtà. Questa forma di memoria può avvelenare la nostra psiche, portandoci a vedere il mondo attraverso lenti offuscate da pregiudizi e incomprensioni. È un pericolo che affligge non solo gli individui, ma anche le società, che possono essere trascinate in cicli di violenza e divisione se non riescono a elaborare e superare i loro traumi storici.

Memoria e Obsolescenza: Il Rifiuto del Passato

Un aspetto interessante della nostra epoca è la crescente obsolescenza programmata non solo degli oggetti, ma anche delle idee e dei valori. Questo fenomeno si riflette nell’architettura di città come New York, dove edifici storici vengono demoliti per far spazio a nuove costruzioni, senza alcun riguardo per il loro valore storico e simbolico. Questo rifiuto del passato è sintomatico di una società che ha perso il contatto con le proprie radici e, di conseguenza, con la propria capacità di immaginare un futuro sostenibile.

L’aforisma “Quanto meno una società conosce del proprio passato, tanto meno essa culla una prospettiva futura” sintetizza perfettamente questo concetto. Se vogliamo costruire un futuro duraturo, dobbiamo prima riconoscere e valorizzare il nostro passato. Solo così possiamo sperare di evitare l’oblio e costruire una società che non solo sopravvive, ma prospera.

Conclusione: La Memoria come Strumento di Salvezza

In conclusione, la memoria è molto più di un semplice archivio di ricordi. È una funzione primaria dell’anima, un ponte tra passato e futuro, tra individualità e collettività. Riconoscere il suo potere, coltivarla e proteggerla è fondamentale per la nostra sopravvivenza come individui e come specie. La memoria ci permette di imparare dagli errori del passato, di costruire una società più giusta e di immaginare un futuro in cui non siamo solo spettatori, ma protagonisti consapevoli del nostro destino.

E come ci ricorda l’antica saggezza orfica, la vera conoscenza e la vera vita si trovano nel congiungimento di questo e dell’altro mondo, in un eterno dialogo tra memoria e oblio, tra essere e divenire.