La Guerra di Troia dovette svolgersi nell’arco di diversi decenni, il cui fulcro fu tra il 1207 e il 1177 avanti Cristo. “Circa” è d’obbligo, ma non tanto. Queste date cosí precise dipendono da varie circostanze, testimonianze testuali da molte culture diverse. La sensazione di potersi affidare alla nostra avanzata interpretazione dei calendari e delle datazioni egizie non deve però indurci a facili certezze. Il dubbio che persino con gli anni contati dagli egizi, noi moderni si possa aver fatto male i calcoli è un’operazione da mettere in conto. Fatta la debita premessa che tutto si può mettere in dubbio, persino la parola d’Omero, approcciamo i testi antichi col rispetto che meritano, prendendo inizialmente tutto per buono, salvo lungo il percorso verificare eventuali elementi d’incoerenza interni. Soprattutto dovremmo capire la complessa psicologia che sta nella scrittura antica, non solo di Omero. Saper distinguere i contesti di comunicazione, distinguere il fatto storico veicolato dal messaggio allegorico, spacchettando con cautela quest’ultimo, e lavorando con cautela nel margine di commistione tra l’aspetto che il messaggio della letteratura antica nasconde nel suo pacchetto semantico, da una parte, e tutto l’incartamento, carta e infiocchettatura compresi, dall’altra.
Ma perché parliamo di Omero e di Troia per raccontare la preistoria di una città sulla carta lontana da questi fatti? Innanzitutto dobbiamo aver chiaro che l’Iliade è solo un episodio di una guerra di dimensioni ancora maggiori di quelle tradotteci dall’epica. La storia si allarga, per esempio, comparando Omero coi testi egei in scrittura lineare sillabica che caratterizzarono i sistemi linguistici dell’età del bronzo per quei popoli che abitavano la Grecia. Quindi comparando il materiale egeo risultante con i testi cuneiformi in ugaritico, che raccontano della distruzione di Ugarit, una meravigliosa città nelle terre contese da Egizi ed Ittiti. Testi ugaritici che rimandano anche a Cipro, e ad un popolo che lí faceva il bello e cattivo tempo, e il cui nome evoca a noi “occidentali moderni” i Sikelioti. Gli abitanti della Sicilia (e di parte della Sardegna?) nell’età del bronzo.
Non diciamo nulla di più dei celeberrimi Popoli del Mare, dei quali eccedono le narrazioni. E nulla di Keftiu, delle “isole nel bel mezzo del grande mare”, dei Peleshet e/o dei Turshau (Teresh). Nulla degli Shardana. Ripensiamo piuttosto a una frase autorevole di un autore greco anonimo, che proveniva da un “dottorato di ricerca” con Aristotele. Sono poche significative parole. Dice lo studioso aristoteliano: “… e i greci che vivono all’Elba…”. Eccoli lí, cosí dichiaratamente “elbani”. I greci che vivevano all’Elba. E devono averci vissuto a lungo all’Elba questi “Aithalídei” (elbani in greco). Dato che erano loro a raccontare il passaggio dall’età del rame (per il bronzo) all’età del ferro all’Elba, con dovizia di particolari.
Tornando agli Argonauti. Nella preistoria della letteratura europea non c’è traccia di Portoferraio, ma 1000 anni dopo i fatti storici, quantomeno venne fuori per iscritto il mito di Portobianco, Portus Argus, λιμήν αργοο (ΛΙΜΉΝ ΑΡΓΟΟ). A raccontarcelo è Apollonio Rodio. Non possiamo sapere assolutamente (vi chiedo di fidarvi di me qui! ) se Apollonio abbia creato il mito del passaggio felice dall’Elba, [αιθαλια (ΑΙΘΑΛΙΑ)] ispirandosi a tradizionali racconti che risalivano all’epoca dei fatti (1250-1220 a. C. circa), oppure se non abbia piuttosto riadattato un po’ alcune tappe del viaggio alle rotte marinare del suo tempo. Certamente 1000 anni sono tanti, ma nulla vieta che Apollonio abbia letto testi di molti secoli a lui precedenti e da lí abbia tratto la totalità delle informazioni ritrasmesse. Non possiamo dunque affermare con certezza che Limën Argoo / Porto Bianco, sia stata “fondata” dai Pelasghi o dagli Achei nel XIII secolo, ma neanche certezza che non sia affatto cosí.
La letteratura, tra i miti, ci manda messaggi nascosti, nei quali dobbiamo essere capaci noi di trovare la verità storica. Perlomeno, la più plausibile ed attestabile tra quelle che la ricerca capillare ci presenta. Negare ogni fondamento di verità nel mito è il retaggio di un paradigma scientifico in auge tra XIX e XX secolo, responsabile di aver ridotto il mondo a un pezzo di materia e lo spirito a una rete neuronale o, peggio, informatica. Per capire gli antichi bisogna pensare come loro. Anche se non ci sarà mai possibile far coincidere la nostra mente esattamente con la loro. Ma mantenere l’intenzione costante di capirli per quello che erano, finendo cosí per onorarli ed amarli.
I maggiori indiziati alla fondazione (o all’occupazione) di Portoferraio nell’età del bronzo sarebbero stati i Pelasghi, giunti sin qui o attraversando da NE a SO gli Appennini provenienti dall’Adriatico via Po. Oppure arrivando costeggiando la Campania o la Sardegna. Nelle Argonautiche invece arrivano addirittura dalle Bocche del fiume Rodano. Tagliando da Capo d’Antibes su Capo Corso e Capraia, fino ad approdare a Limën Argoo.
Una rotta attestatissima. La rienarra uno dei maggiori studiosi della navigazione nel Mediterraneo Antico, il professor Arnaud dell’Università di Lione in una conferenza sugli Etruschi da Genova ad Ampurias, nel suo intervento Rotte marittime tra Elba e Catalogna. Attraverso le Bocche del Rodano la rotta dall’Elba proseguiva verso il nord della Francia risalendo il grande fiume – dal quale attraversando Vix e Lavau ci si poteva mettere in commercio con la Senna verso la Manica (e lo stagno). Oppure proseguiva sottocosta fino alla Catalogna e alle Baleari, e volendo giù verso lo stretto di Gibilterra. Presso i Tartessi.
Portoferraio è stata fin da sempre una sosta gradita a quei navigatori antichi che cercassero riparo da tutti i venti. Chiusa com’è a conchiglia, nel suo vecchio porto non si teme nessuna mareggiata possibile. Un porto così perfetto che la Darsena a forma di Π sembra più realizzata dall’uomo che dalla natura. Secondario il fatto che debba essere stata preferita anche dai commercianti locali, di rame, di ferro, di vino e di altro. Essi non erano più stupidi degli “stranieri di passo”, e dovettero sfruttare tutti i numerosi ripari marittimi che l’Elba offre grazie alla sua forma bizzarra.
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