una poesia del vento

UN FERVENTE SIBILAR

S’alza tremendo il vento
tra mondo e mondo
tramando un canto
il fischio d’inizio
un fosco indizio
della tormenta ch’incombe
della tor manto e di tombe
di pietre tagliate e riunite
di padri sbagliati rinati

S’alza tramando il vento
tra mondo e mondo
tremendo un canto
il fosco inizio
fresco strazio
della tormenta ch’incede
della tor manto e di nubi e di neve
di parti scagliate e colpite
di madri sbagliate e stordite

SULLA AI

SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Credo che la AI sia davvero sopravvalutata, la si vorrebbe paragonare alla portata di rivoluzioni come l’invenzione della scrittura o dell’alfabeto fonetico. Si pensa al Cadmos di Anatole France oppure alle iscrizioni protosinaitiche, ma forse si sta davvero esagerando.
C’è un libro, uno dei 100 libri più belli di tutti i tempi, che è il Fedro di Platone, dove davvero sembra di leggere ante litteram gli allarmismi odierni riguardo allo sviluppo e la diffusione dei sistemi di machine learning.
Nel Fedro, Socrate racconta un aneddoto riguardo all’invenzione della scrittura. Il dio Thoth, che Platone chiama Theuth (o algo así), va dal faraone a “brevettare” la sua genialata. Ma il faraone semvra un po’ scettico di fronte agli “effetti collaterali” di questo “farmaco”. La scrittura infatti potrebbe far intorpidire le menti di chi la usa, impigrendo la loro virtù mnemonica, fino ad atrofizzare l’uso della mente, che estremamente rilassata, puó contare sui suoi “promemoria” e “appunti”.
La cosa bella è che Socrate qui sembra proprio schierarsi tra i bigotti faraonici contro l’innovazione. La scrittura infatti è malvagia di costituzione, essa infatti permette a chi la legge di muovere critiche senza contraddittorio. Secondo Socrate è decisamente meglio essere presenti quando si afferma qualcosa, e sempre a voce, avere modo di controbattere alle repliche. La scrittura ucciderebbe l’essenza del pensiero, che è la sua dialettica, la vitalità del dialogo, la sua dinamica. La scrittura invece congela, ferma il tempo, come il sale sulle carni, essa consacra all’eterno qualunque cosa detta.

Forse, per l’Intelligenza Artificiale, si configura qualcosa di simile al Fedro.
Essa infatti, essendo una sorta di enciclopedia parlante, è come un freezer che contiene tutti i dati e tutti i modi in cui questi sono già stati detti. Per cui, essa non sforna niente di nuovo, di caldo, di vivo. Piuttosto, essa congela tutto e ferma il tempo. A differenza peró della scrittura, che nel congelare regalava all’eterno, l’AI congela e regala al non ontologico. Essa, per dirla con Sartre, è il Nulla, il vuoto assoluto di significato o di scopo intrinseco nel cosmo.

Avrebbe senso questo post?

FUNK

Volevo non scrivere un post. Non dire nulla su tutto quello su cui sarebbe inutile parlare. Come se un uragano m’avesse ammutolito, un’ascia delinguato, un quello che cazzo vi pare a voi m’avesse tolto la parola.

Poi per miracolo – gli stronzi.

Gli stronzi m’hanno ridato la parola.

Semplicissimamente ho ascoltato gli stronzi parlare.

Quando parlano gli stronzi non solo si sente un puzzo di merda che s’affoga, ma quando gli stronzi sono tanti o sono tutti, il profumo della verità muore.

Il prato è verde,
il cielo è blu.

Quello che cantava Il cielo è sempre più blu, fece una finaccia.
State zitti imbecilli uniti di tutto il mondo. IUDTIM

Intanto i nuvoloni che erano sul Capanne stamattina chissà dove saranno, mentre dico addio alla naja, alla prestazione, al dirupo.

Non mi sento tanto bene,
lo so
Ma qual è casa mia?

Quella al catasto,
quella del sangue,
quella della strage
di
Piazza
Fontana
della
Morte
di Moro
dei bastardi
di via Merulana
dei pizzi falconi
dei puzzi
dei troni
di carte
di vento
di torri
ancestrali
Umani
Fanculo.

Funk.

Appunti

GLI DÈI NON “HANNO” MENTI, MA LE CONTROLLANO. 

(Della serie: Chi pensa al posto nostro?)

“Gli dei possono influenzare la phren o le phrenes degli esseri umani. 

Possono far “crescere” le phrenes (Antigone 683), “strappare” le phrenes (Ant. 792) e “indurre le phrenes a mangiare” (Ant. 623). 

Dioniso può essere “maestro di phren” (Trachinie 217). 

Non si sente mai parlare della phren o delle phrenes degli Dèi stessi. “

[Shirley Darcus Sullivan, L’USO DI SOFOCLE DELLA TERMINOLOGIA PSICOLOGICA VECCHIA E NUOVA, pagina 57]

In Sofocle NON SI PARLA DI MENTE DEGLI DÈI. 

#panenteopsichismo

CHI PENSA AL POSTO NOSTRO?

“Forze incontrollabili che impediscono all’uomo di essere padrone di se stesso” dice Jung.

Forze che non sono le tue, uomo; o almeno non le tue di individuo. Queste forze che sono come il motore dello spirito del mondo là fuori, non sono neanche le forze singolari degli altri tuoi simili.

Lo ripeto ancora una volta:

L’intelligenza ci precede. Viene prima dell’uomo, e dopo l’uomo essa resterà a scrivere programmi che diano un ordine all’essere e una forma alla materia.

Il “pensiero proprietario” è un’illusione contestuale che si manifesta per mantenere vivo l’evento singolare di una vita effimera e solo funzionale al Grande Ciclo del Tutto. Il pensiero individuale è la lancetta che segnala un principio di asservimento, un metabolismo psicosomatico della materia che si piega su se stessa.

<Es denkt – wie Es regnet>

“Pensa, cosí come: piove.” 

L’impersonale secondo Nietzsche (AdBdM §17)

“… qualcosa che si nasconde tra le righe, che è l’idea che per quanto l’uomo possa spingersi oltre i limiti della sua volontà e della sua potenza, le sue azioni saranno sempre vincolate da una volontà altrui, molto più efficace della sua, agente e causa efficiente delle azioni umane, mai perfettamente autonome o complete, ma sempre orientate e spinte da un complemento ad esse ulteriore.”

” C’è un margine e una prospettiva in queste letture moderne dell’antichità, che – oltre a rispondere alla domanda iniziale risponde, – o perlomeno pone le basi per un terreno sul quale muoversi in cerca di una risposta, – alla domanda su Chi è che pensa al posto nostro mentre crediamo ancora di essere noi a pensare.”

A pag. 19 di culturacommestibile.com

n.496 del 10 giugno 2023

In memoria di Gregory Bateson

VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE

Il Professor Peter Hawkins scrisse una bellissima lettera in occasione del centenario della nascita di Gregory Bateson. Anche per noi è stato un pensatore fondamentale. La prima volta fu per un esame con Iacono, il testo era il suo primo, Naven, di quando esercitava come antropologo in Papua Nuova Guinea, studiando i rituali di una tribù locale. Fu in quell’occasione che fummo implicitamente iniziati al pensiero del “double bind” e della schizofrenia apatologica metodica, riflettendo sulla sua “schismogenesi”. Bateson era un grande forgiatore di neoligismi, se non ricordo male, ancge “cibernetica” fu inventato da lui, forse studiando Enigma e la criptologia della Macchina di Türing. Chi lo sa, sono passati 33 anni da quelle letture, la terminologia e le nozioni sono state tutte digerite e ben metabolizzate. 

Peter Hawkins scrive: “When I speak to colleagues in various fields, I am continually surprised at the number of people who have never heard of him. Yet when I then ask them have they heard of: the double-bind theory of schizophrenia; double loop and treble loop learning; cybernetics; systems theory; paradoxical family therapy; Margaret Mead’s anthropology in Bali, many have heard of several of these, without realising the influential role played by Gregory Bateson in all of them and many other areas. Bateson was focussed on the fundamental principles and the underlying connecting patterns in the various fields of social sciences. He left it to others, such as R.D.Laing (Laing, 1971), Chris Argyris and Donald Schon (Argyris & Schön, 1974, 1978), John Lilly (1972) , , Watzlawick, Weakland and Fisch (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1980), Fritjof Capra (Capra, 1983, 1996) and many others to apply and develop his thinking.”

 Quello che ci occorre oggi in quanto terrestri, in onore di Gregory Bateson, è una radicale svolta nei modi in cui vediamo il mondo. Dobbiamo per cosí dire mettere la Pragmatica watzlawickiana al centro del nostro percorso. Andare in contro a ció che viene ribaltando lo sguardo, bisogna munirsi di occhi sulla nuca per affrontare il Destino. Un paradigma kuhniano va costruito sulle macerie delle verità sconfitte dal tempo. Prima di tutto dobbiamo trovare il modo di rendere di nuovo ancestralmente sacro il nostro modo di stare sulla Terra. Il “nostro” pianeta deve tornare protagonista, riassorgere alla statura divina che gli abbiamo strappato via con errori positivisti. Ma oggi non ci è più possibile recuperare la fede in questa divinità diffusa, se non riusciamo prima a metabolizzarla attraverso un processo di scientificazione. Per questo dobbiamo costruirci un nuovo pensiero ecologico. La nostra proposta è di buttarsi su Panpsichismo & Mente Sacra. 

I dominii della psicologia, della filosofia e della spiritualità sono rimasti a lungo affascinati dai misteri della mente umana. Il nostro obiettivo è costruire una struttura panpsichista radicata nel concetto di Mente Sacra, offrendo una nuova prospettiva sull’interconnessione tra coscienza e universo. In modo di porre le basi per un avvenire in cui la Terra e il Cosmo vengano ritenuti scientificamente Sacri. 

Su Freud e Nietzsche abbiamo detto in un articolo sul numero 498 del concetto di “Es denkt” (Ció pensa, al posto nostro). Più generalmente potremmo sviluppare la faccenda con i concetti rispettivi di Inconscio e Volontà di Potenza. Il concetto di mente inconscia di Freud è fortemente influenzato dalla volontà di potenza di Nietzsche, enfatizza le profondità nascoste ed eterogenee della mente umana. Freud ci ricorda che i nostri pensieri, desideri e paure sono guidati da forze inconsce. Cosí l’idea di Nietzsche della volontà di potenza presuppone che una spinta fondamentale istruisca tutte le forme di vita verso l’espressione di sé e l’autoaffermazione. Il concetto è più esplicito in termini biodinamici nella sinergetica di Haken, dove questo principio di autoaffermazione dell’individuo si traduce specularmente in “principio di asservimento delle sue parti”, come in una struttura frattale di Mandelbrot. Nella nostra struttura panpsichista, questa pulsione diventa una forza universale, un aspetto intrinseco della Mente Sacra, che modella costantemente il cosmo, ed eviene al fenomeno in singolari eruzioni ontologiche. Il Sein (Essere) ovunque si manifesta in Dasein (Essere unus hic et nunc), non solo come umano, – troppo antropocentrico – ma in tutte le forme esistenti, inclusa la pietra. 

In questo contesto ci preme affrontare anche l’inconscio collettivo di Jung e i suoi modelli archetipici. Jung ha introdotto la nozione di inconscio collettivo, un serbatoio di simboli ed esperienze archetipe condivise dall’umanità. Dal nostro punto di vista questa formulazione va invertita e rielaborata, mettendo l’uovo prima della gallina. L’inconscio collettivo non è infatti una rete risultato di un assemblaggio di inconsci individuali ed archetipi cosmici, ma la sorgente, all’interno della Mente Sacra, da cui il pensiero assoluto si fa diffuso in determinazioni disparate. Questi archetipi fungono da modelli per la diversità della coscienza in tutto l’universo, tessendo un arazzo di esperienze e simboli condivisi dalle psychés individuali nella psyche cosmica. Parallelamente a Jung, il ‘900 è stato segnato dalla portata teoretica di un altro psicologo, Lacan. In Lacan l’ordine simbolico della Mente Sacra si esplicita nel concetto di Grand Autre (o ordine simbolico), che indica il potere del linguaggio e dei simboli che modellano la soggettività umana. Nella nostra prospettiva panpsichista, il Grand Autre si espande oltre il linguaggio umano per includere la comunicazione simbolica dell’intero universo. Esso è dietro la sua maschera di Alterità l’Identità Suprema, ovverossia la Mente Sacra stessa, e comunica attraverso il linguaggio dei simboli cosmici, guidando l’evoluzione della coscienza ad ogni livello dell’esistenza. Mettere da parte l’analitica delle differenze e produrre una sintesi organica di tutti questi concetti differenti sotto la voce di Mente Sacra, è una scelta anche di nobiltà originaria, un radicamento cronologico nel primordiale del pensiero ocvidentale, agli albori dei primissimi segnali della nascita di quello che infine si tramuterà nel pensiero “scientifico” moderno. Un pensiero “scientifico” niente affatto “sapienziale”, che ha perduto le sue origini per strada, e con esse una gnobilitas che lo corrobori e renda resiliente alla crisi epocale che sta attraversando. Non tutto è da buttare. Ripartendo dalle basi del presocratismo e del pitagorismo, possiamo recuperare ció che nella storia abbiamo tagliato via come erbacce estirpate dal nostro cammino. Erano erbe mediche, le sole che posdono darci una Cura (Die Sorge). La filosofia di Empedocle con la sua Catarsi ci apre le porte al nostro processo di purificazione delle anime e dei loro paradigmi arrugginiti. Empedocle presuppone che la Philia (Attrazione) e il Neikos (Repulsione) siano le forze cosmiche che governano la creazione e la distruzione dell’universo. Nella nostra visione, queste forze rappresentano le correnti emotive ed energetiche all’interno della Mente Sacra. L’amore unisce la coscienza, favorendo l’unità, mentre il conflitto guida la differenziazione e l’individualità. Si tratta di una dialettica imprescindibile, che in Eraclito prende il nome di Polemos ed origina tutte le cose. L’interazione di Amore e Conflitto, nella dualità proprio/altro, modella la narrazione in dispiegamento dell’universo. La Mente Sacra – per venire ad essere – deve differenziarsi da se stessa. Anche l’importanza della Diade pitagorica è più chiara adesso. 

Un altro autore che puó aiutarci a modernizzare il vocabolario ed allargare la forza della nostra Teoria Pratica (o Nuova Istanza Etica) è certamente Whitehead. La filosofia del processo di Alfred North Whitehead enfatizza la natura dinamica della realtà, dove tutto è in uno stato di costante divenire. Nella nostra struttura panpsichista, la Mente Sacra è un processo di continua concrescenza, dove ogni momento di esperienza contribuisce all’arazzo in evoluzione della coscienza universale. La nozione di “prensione” di Whitehead diventa il modo della Mente Sacra di sperimentare e integrare tutti gli aspetti della realtà. La prensione riflette l’interconnessione e l’interdipendenza di tutto ciò che esiste nell’universo. Ogni entità, indipendentemente dalla sua complessità, è coinvolta in una rete infinita di relazioni e interazioni attraverso la prensione, una sorta di slancio vitale bergsoniano rivolto all’origine, alla Mente Sacra. Rappresenta un tentativo di superare la distinzione tradizionale tra soggetto e oggetto, ponendo l’accento sull’esperienza e sull’azione reciproca di tutte le cose nell’intero tessuto dell’esistenza. Consuma l’antropocentrismo e l’individualismo rendendo labili i confini tra agente e paziente, rivelando lacqualità emergente della reciprocità come un’entità terza, sintomo di una Mente Sacra, che per dirla con un’immagine foucaultiana, non è né dentro né fuori, ma – quantisticamente – è l’intrigo stesso. 

Questa Mente Sacra incarna quindi la volontà universale e il genio divino, i modelli archetipici dell’inconscio collettivo, il linguaggio simbolico del Grand Autre e le forze cosmiche dell’Amore e del Conflitto. È in un costante stato di divenire, fondendo la miriade di esperienze dell’universo in un tutto armonioso e interconnesso. Questa prospettiva panpsichista ci invita a vedere l’universo non come un insieme di elementi disparati ma come un’entità sacra e senziente, una testimonianza della profonda unità di mente e materia, autopoiesi costante che si cela in sé per mostrarsi in altri. 

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[A. M. 29.09.2023, Marciana]

La topologia – in tutte le sue forme:

a) una fenomenologia del tipo “Husserl pensa per luoghi pensando al luogo”

b) una scienza del tipo “lo faccio senza bisogno di scomodare Husserl a farlo al posto mio”

c) una fede politeistica del tipo “geometria sacra dagli Argonauti alle Argonautiche, 1000 anni di archeologia del sapere”

d) altro

Un altro luogo, il luogo dell’altro, degli altri luoghi e luoghi altrui, che non ci appartengono, ma verso i quali ci rivolgiamo come affrancati dal passaporto della nostra forza eterofila.

(e con tante scuse a Foucault, non scomodato per le sue HÉTÉROTOPIES)

Per gli amici che mi chiedevano perché Cartesio sia stato il filosofo che nel rapporto qualità/successo abbia il valore più basso nella mia personale classifica di tutti i filosofi di tutti i tempi. Cartesio è quello che ha manipolato il “Cogitare (ΤΟ ΓΑΡ ΑΥΤΌ ΝΟΕΙΝ ΕΣΤΙΝ ΤΟ ΚΑΙ ΕΊΝΑΙ)” di Parmenide per ridurlo da “Sacro Intelletto del Tutto” (ΙΕΡΉ ΝΟΌΣ) a un monopsichico monoteistizzante “Soggetto Uomo Io” (Cogito, alla prima persona singolare, invece di un auspicabile non antropocentrico “Cogitat” o meglio “Cogitans ergo sunt”, che comunque non rende mai la stessa potenza universale non individualista della autentica soggettività Là Fuori. Lacan avvia un recupero della verità dimenticata per colpa di Cartesio. Con il Terzo Grande pone il Pensare come atto che non appartiene allo pseudosoggetto individuale.

“L’Autre est le lieu de mon discours dont je ne peux être sûr.”

di Angelo Mazzei

C’è un revival di figure antiche che ci affa-

scinano senza che ne conosciamo la ragione.

Il successo dei figuranti etruschi o romani,

il pienone dei teatri che rappresentano tra-

gedie greche, la diffusione di opinioni tra le più disparate e fantastiche sulle identità dei popoli antichi fenomeni che a ondate ci investono di nuovo ogni volta che il siste- ma di valori della nostra cultura presente e i paradigmi delle nostre conoscenze vanno in crisi. Sia detto per inciso che la parola “crisi” porta con sé la semantica antica del “cambia- mento, la crescita e il prendersi cura”. L’uo- mo è proprio un animale sociale. Pur cre dendo ciascuno nell’autonomia delle nostre scelte individuali, siamo in realtà incastona- ti in un terreno comune che ci determina. Cosi nasce una moda, la seguiamo, ci piace e non sappiamo perché. Per spiegarne le cau- se strutturali illustriamo qui la tesi di questo articolo partendo da un passo di Nietzsche. Scrive Nietzsche (in tacito battibecco con la tradizione Cartesio/Fichte) nel paragrafo 17 di Al di là del bene e del male, che noi non dovremmo dire “io penso (cogito; Ich denke) bensi “ciò pensa” (cogitat; Es denkt). L’idea di Nietzsche fu ripresa qualche decina d’an- ni dopo da un medico molto all’avanguardia, un precursore dell’olistica che credeva nella medicina naturale piuttosto che nella farma cologia. Si chiamava Georg Groddeck e del paragrafetto di Nietzsche ne fece un libro, dal quale poi prese spunto lo stesso Freud, suo amico e collega, per elaborare il famo so concetto di ‘Es, una sorta di soggettività esterna interiorizzata. Ma se non sono “io” che “penso” allora chi è? Chi è questo non meglio identificato “Es” che pensa. Anche se non esplicitamente i Greci, se li ascoltia- mo densamente, ce lo dicono: questo non-io che pensa in noi sono Loro: gli Dei, i Divini. E quindi il Genio Divino che muove lo Spi rito, e la nostra coscienza individuale è solo un suo strumento per farci credere di essere ciascuno padrone di se stesso. Il soggetto di vino sarebbe quello che ci orienta, ordina e indirizza, nascondendosi, in quanto qualora si mostrasse la nostra coscienza prenderebbe atto del proprio essere effimero periodo mor tale assolutamente impotente e incapace di determinare e manipolare il proprio destino – essa avrebbe la coscienza di una macchina, che invece per funzionare bene deve ignora re la propria essenza vuota e il suo essere im- propria appartenendo ad altri che non sia se stessa. La funzione della divinità nel mondo

ni che ne fanno un mero strumento politico per il controllo delle masse. Certamente an- che questo è vero, che la religione sia un po’ l’oppiaceo dei poveri, ma questo suo aspetto non è esaustivo di che cosa rappresentassero – più propriamente i Divini nel mondo antico. La vita degli uomini va avanti trascinata da un’architettura dell’anima (psychhé, andreb be traslitterata con doppia acca) i cui mat- toni sono: il carattere o umore (thymòs), la mente meditativa e spirituale (phrhén) quel la analitica e intellettuale (noos) e il cuore (etor, kradie, ker), ma le loro sorti sono decise – dietro le quinte da macchinazioni, confabu- lazioni e accordi stipulati tra divinità. Nelle sfumature e i chiaroscuri di questo quadro si nasconde qualcosa di molto più grande. Se di primo acchito ci fa apparire questo mon- do antico come una cultura di creduloni, ad un livello di riflessione ulteriore ci dice di – qualcosa che si nasconde tra le righe, che è l’idea che per quanto l’uomo possa spinger si oltre i limiti della sua volontà e della sua potenza, le sue azioni saranno sempre vin colate da una volontà altrui, molto più effi cace della sua, agente e causa efficiente delle azioni umane, mai perfettamente autonome o complete, ma sempre orientate e spinte da antico viene troppo spesso ridotta ai nostri un complemento ad esse ulteriore. paradigmi e finisce umiliata in interpretazio- La gioventù di Nietzsche fu caratterizzata

Chi è che pensa al posto nostro

da un profondo interesse per la Grecia pri- ma della Filosofia (Talete, Anassimandro e Pitagora vissero negli anni ‘500 avanti Cristo) dedicandosi inizialmente soprattut- to allo studio filologico della letteratura da Omero agli Eschilo, Euripide e Sofocle, ed esordendo con uno scritto su Omero, uno sui presocratici e poi il botto con la Nascita della Tragedia, dove compie proprio l’opera- zione che stavamo insinuando, in un certo qual modo simile a quello che Freud farà con la mitologia, che è di far capire all’uomo come siano le volontà degli Dei, di nascosto, a manipolare gli esiti delle tragedie della vita e di come tutto il grande teatro greco giaccia sul binario di impliciti umori divini, attra- verso la schematizzazione che fa delle loro dinamiche sotto le categorie di apollineo e dionisiaco. C’è un margine e una prospetti- va in queste letture moderne dell’antichità, oltre a rispondere alla domanda inizia- le sul perché siamo cosi attratti dal remoto, antico od esotico, che ci si manifesta come alieno e in fondo si rivela lo stesso solo che immemore, dimenticato, risponde, diceva- mo, o perlomeno pone le basi per un terreno sul quale muoversi in cerca di una risposta, alla domanda su Chi è che pensa al posto nostro mentre crediamo ancora di essere noi

che

a pensare.

Che l’essere debba essere mi pare un’affermazione insensata – non solo alla luce di quanto già detto da Heidegger prima di Severino sulla Differenza Ontologica e sull’impersonale soggettività dello “Es gibt” colta invece bene da Lévinas con lo “Il y a”, ma anche Severino qui sembra ignorare la Metafisica di Aristotele, ripensando infatti a ΔΎΝΑΜΙΣ & ΈΝΤΕΛΈΧΕΙΑ viene spontaneo ritenere obsoleta l’asserzione che l’essere debba essere. Possiamo anche pragmaticamente che Severino qui stia dialogando idealmente con il solo Parmenide, ma anche su questo ci sono almeno tre volumi della Heideggers Gesamtausgabe di Klostermann coi quali per forza doveva fare i conti, o quanto meno (cito a mente) il ΤΟ ΓΑΡ ΑΥΤΌ ΝΟΕΙΝ ΕΣΤΙΝ ΤΟ ΚΑΙ ΕΙΝΑΙ di Parmenide necessita una risposta radicale, personale e atta a corrobare il detto di Severino sull’essere. Non sto parlando di articolare ΟΝ, ΌΝΤΩΣ, ΕΊΜΑΙ, ΕΊΝΑΙ ed ΟΥΣΊΑ (quest’ultima convenevolmente ridotta un po’ da tutti a sostanza rinunciando al suo etimo di participio presente femminile di essere). Sto solo dicendo che qui più che mai serviva spiegare il panpsichismo ontologico di Parmenide, prima di lanciarsi in qualunque affermazione sull’essere come se l’essere fosse.

Mi piace invece il passaggio in cui afferma l’identità di essenza ed esistenza, che mi fa se circoscritto dal resto del discorso, ammicca a molta buona storia della filosofia, e soprattutto alla Sinergetica di Haken e il suo Principio di Asservimento, che all’epoca della Struttura Originaria non erano ancora noti.

Ma soprattutto penso alla Sapienza Antica, alla ΨΥΧΉ, il principio, ΑΡΧΉ, la magia dell’essere che si fa uno, il venire alla luce terrena, ΓΕ+ΝΕΣΙΣ, ΓΑΙΑ+ΝΟΟΣ.

NON DEL TUTTO

Peccato, se cambi idea, io chiudo i cerchi come un uroboro egizio sull’anello di Jung che pensa a Wagner, nibelungo steso sul molo di un porto morto, tra teste di marmo di romani lasciate sui viali di città dimenticate, poi scavate, sfangate, scoscese e riprese, sollevate e distese.

Teste di romani, teste di porti argivi, teste, molto grosse teste. 

E lascia che io resti non io, non farmi per forza essere il me stesso che non sono, la dannata presenza, la strategica illusione di un divino dono, la vasta radura in cui l’esserci abbandono.

Lasciami serpeggiare come aspide a Cleopatra, come vipera nel parco, come serpe endemica, come pezzo di terra che striscia, tartaruga che deposita. 

E chiudo i cerchi del tempo, che sono nostoi di una ricerca fallita, percorsi impervi su pietre buttate, giù dai cinghiali tra cespi di mortelle, alle quali ci s’illude d’agguantarsi.

E non ho neanche più l’estremo savio desiderio di parlar l’italiano altrui, for di terra, il falso, lo pseudoidioma di città e televisione, offerto dal convento di Vosso e Nosso Lar.

Tutto torna, Vico.

Tutto torna esattamente come quando è passato, Leopardi.

Tutto quadra, Pitagora.

Tutto permea, Talete.

Tutto è quello che pensa, Parmenide.

Tutto è quel sacro che pensa, Empedocle.

Tutto è quello che pensa e cosa ha pensato, Platone.

Questo è tutto, Aristotele.

Non rompetemi i confini del tutto, Lasa Vegoia.

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[Best of A. M. 2023]

Seduti a guardare la nostra terra da un’altra altura. Parlavamo di Francesco d’Assisi, Leonardo da Vinci e delle nostre pietre smussate dai fossi e dal mare.

Nel dialogo ci si levigava ma ancor di più mostravamo le ruvide escrescenze e gli infrattati meandri delle nostre intelligenze litiche.

Come Eckhart e Parmenide fusi nella comunanza ad uno spirito che ci precede, complici nell’asservimento al demiurgo ed alla sua eterna scienza.

Dove c’è la piazza c’era una palude.

Dove c’è il bar c’era la vecchia chiesa.

Sulle due rocce a mare a chiudere la baia lo sbocco degli ultimi fossi, e ritte ancora imponenti stanno fiere le due torri.

Nel mezzo alfieri e cavalli, d’Italia e di Troia.

Dal mare vengono solo i ladri, di terra e di schiavi.

Kathryn finalmente intanto era tornata dal figlio. E sotto le strade asfaltate corrono ancora navigli e fossi.

Come una memoria dell’acqua, antica, che in serbo tace, in attesa di un mondo di gloria e di pace.

Noi piccoli sovrani della materia, uomini che ben sanno che il loro scopo è servire lo spirito del mondo – dalla terrazza tra i pini ridisegnamo col verbo la valle che ci ha dato la vita.

Nel miracolo della memoria cantata tutto ritorna all’antico e infine alla natura.

Unica madre divina, sacra mente empedoclea.

“Il tuo non è un semplice lavoro intellettuale, c’è tanto cuore”

E io, che detesto le lodi e i complimenti, questo lo prendo come un regalo azzeccato. Quei doni che non ti fanno sentire il peso di un debito. Parole che esulano dal paradigma imperante di un’economia di mercato, ma che rispondono alla logica di una legge più resitente al tempo e più in armonia con l’universo.

I musici si congedano. Un museo e una passeggiata. Il pensiero di un sufi che si cruccia di non aver visto il Nepal e la Terra del Fuoco, con l’accompagnamento di un liguste di scoglio che non vuole andare a pesca.

Le formiche si fermano sulla loro rotta trovando in noi il ristoro della comunione. Tutto in una stessa fraterna sostanza ci accomuna alle 10mila cose del Tao che si dispiegano nella nostra valle.

MARCINA

FESTIVAL DELLA POESIA DELL’ELBA 2023

Si è svolta ieri sera presso lo Open Air Museum Italo Bolano la prima serata dell’edizione 2023 del Festival della Poesia dell’Elba. Grazie alla cordiale ed attenta ospitalità della signora Alessandra Ribaldone Bolano e i due conduttori Paolo Gambi di Rinascimento Poetico ed Angelo Mazzei dei Musei di Marciana. 

Un pubblico numeroso e coinvolto ha reso l’evento un piccolo successo. Una quindicina di lettori sono intervenuti sul palco leggendo un paio di brani ciascuno, dando vita ad uno spettacolo emotivamente intenso e di indubbio spessore letterario. 

I partecipanti hanno letto ognuno una propria poesia e una poesia d’autore. I presenti hanno goduto di brani classici di valore assoluto. Sono stati letti brani da Walt Whitman, Apollonio Rodio, Giulio Caprilli, Alda Merini, Eugenio Montale, Wisława Szymborska, e molti molti altri. 

I conduttori della serata hanno ricordato lo Spirito guida ed oste del luogo, l’artista Italo Bolano, e i patrocinatori Paolo Ferruzzi dell’Accademia del Bello, Rinascimento Poetico e i Musei di Marciana. 

Un ricordo anche per i due grandi mecenati della poesia all’Elba del passato: Giorgio Weiss di Valbranca e Patrick Harford, organizzatori e sostenitori rispettivamente del Festival Internazionale della Poesia di Piazza La Vantina e dell’itinerante Elba Poetry Festival. 

È in questo spirito di convivialità e passione condivisa che gli organizzatori auspicano la continuità del progetto e rinnovano l’invito a prossime date da destinare. 

[personalmente] 

La mia è stata una partecipazione modesta e cauta. Affascinato dall’entusiasmo dei convenuti ho cercato di farmi piccolo e da buon cicerone, insieme a Paolo ed Alessandra, preoccuparmi che il microfono venisse impugnato bene, che la lucina fosse dritta sui testi, che sopra ogni altra cosa i nostri bravi lettori si sentissero a proprio agio sul palco e circondati di calore umano e sincera attenzione. 

Ho raccontato in breve qualcosa sulla storia dei festival all’Elba e sulla presenza dell’Elba e all’Elba della poesia classica. Ho speso due parole su Ovidio e su Apollonio Rodio del quale ho letto il passaggio degli Argonauti all’Elba. 

Ho rinunciato a leggere la mia poesia personale, che in fondo potrei leggere stasera ai Sassi Ritti (ore 21 a San Piero in Campo, non mancate!) perché parla proprio della Vita, dei Pirati e della Nascita della Filosofia. 

Questo è il testo. Segue una riflessione su un passo di Esiodo. 

DA DELPHOI A VELI 

Andavo a Marsiglia ad ogni natale,

Babbo di Parmenide,

io Pirrete sacerdote mio padre.

Cantavo i ponti e le gallerie con mia sorella tua zia,

Una volta che l’egizio salvatore morí facemmo scalo in Corsica.

Centoventi cavalli trascinavano la lancia di tuo nonno,

Sulle vie dei canti, armonie che han disegnato la mia vita.

E quell’elmo mio che dall’Elba prestai all’amico franco, galloromano,

Come ci finí sul mercato nero campano.

Ho seguito la strada indicata dal fato di un oracolo,

Sono sempre finito nei guai e lo rifarei.

Un mattino d’inizio millennio in una casa mi svegliai,

Nella vitùpera città delle torri de’ Gualandi,

In una via col nome da puttana,

La luce del sole mi scaldó la faccia.

Pensai che fossi e non fui più,

in vece mia era il verbo.

Essere, non io, essere di suo, e anche il mio pensiero non era già più mio.

Passai tutti i natali accanto all’ossidiana di Provenza,

Sotto la sacra vittoria di Cezanne,

Con l’occhio chiuso di Merlau-Ponty,

Allucinato dall’erede dell’assenzio e del J&B.

Per metterti al mondo voce dell’essere – e mente,

In un’accademia osca ed etrusca,

Tra i matemata del samio,

partorire verità già morte dal maieutico destino.

Oramai soltanto un Pertici ci puó salvare,

Scriveranno sul Die Zeit di domani,

Mentre sulla quadriga d’oro incedi,

Scarnificato dai tuoi insulsi eredi,

Spirito puro,

Essere e Pensiero,

Sono Uno come vedi.

(16.02.22)

[segue su Esiodo]

NON OFFRE NIENTE

L’UOMO CHE

GETTA VIA

LA PROPRIA COSCIENZA DI STARE AL MONDO

E L’ASCOLTO DEGLI ALTRI

𝑵𝒐𝒏 𝒐𝒇𝒇𝒓𝒆 𝒏𝒊𝒆𝒏𝒕𝒆

(𝑎-𝑐𝒉𝑟𝑒̂𝑖𝑜𝑠, che non accresce, non apporta nuove forme, non esercita azioni poetiche, privo di 𝑐𝒉𝑟𝑒̂𝑖𝑛 e di 𝑝𝑜𝑖𝑒̂𝑠𝑖𝑠)

𝑳’𝒖𝒐𝒎𝒐 𝒄𝒉𝒆

(𝑎𝑛𝑒̂𝑟, 𝑎𝑛𝑑𝑟𝑜𝑠, l’instabile ambulante)

𝑮𝒆𝒕𝒕𝒂 𝒗𝒊𝒂

(o lascia gettati – 𝑏𝑎𝑙𝑙𝑒̂𝑡𝑎𝑖 – in mezzo ai meandri degli umori – 𝑡𝒉𝑦𝑚𝑜̂)

𝑳𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒄𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒂𝒍 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐

(𝑚𝑒̂𝑡’𝑎𝑢𝑡𝑜̀𝑠 𝑛𝑜𝑒̀𝑛, a partire – 𝑚𝑒𝑡𝑎 – dall’essere se stesso – 𝑎𝑢𝑡𝑜̀𝑠 – una parte singolare dello spirito – 𝐧 – del grande spirito della Terra – 𝐧𝐮 – nel suo centro – 𝐮 – del quale esso è un’estensione, un nodo superficiale lungo il raggio che la intriga al sole e alle altre stelle)

𝐸 𝑙’𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖

(ascolta – 𝑎𝑘𝑜𝑢𝑜̂𝑛/ᾰ̓́κουε – la voce che non sei – 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑦) 

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Linea 296, Esiodo, Le Opere e i Giorni.

ὃς δέ κε μήτ᾽ αὐτὸς νοέῃ μήτ᾽ ἄλλου ἀκούων

ἐν θυμῷ βάλληται, ὃ δ᾽ αὖτ᾽ ἀχρήιος ἀνήρ.

(Trad. di A. M.)

Ottobre 539 av. Cristo

La storia del mondo cambia direzione in maniera decisa. Lo spirito dell’occidente cambia faccia. Nella sua trasfigurazione si scombussola il quadro geopolitico, il paradigma dei saperi, la cultura urbanistica.

Il mondo cambia come in un caos che coinvolge tutti.

Ovunque guerre, battaglie, sommosse. Alla verità si sostituisce il dubbio. Quello che era vero ora è sospetto, quello che era incredibile ora è possibile. È la manifestazione dell’assurdo, che come lava spacca le croste del tessuto consolidato e cambia violentemente i paesaggi.

L’emblema di questo momento è forse l’ultima Caduta di Babiliona ad opera di Ciro il Grande Hattil.

Oppure l’epopea dei nonni di Parmenide, Principi della Ionia Anatolica, cacciati dai persiani nel 565, riparati in Corsica di fronte allo Scoglio d’Affrica (con 2 effe), cacciati infine a Reggio in Calabria, cacciati ancora e profughi in Campania, dove fondarono la città dove nacque il nostro grande filosofo “italiano”, il Padre dell’Ontologia, scienza ancora oggi tremendamente attuale. Il nobile profugo Parmenide dovette nascere intorno al 516-515, una ventina d’anni o meno dopo la fondazione della sua città. Forse anch’essa, più che fondata, fu strappata agli etruschi, come il suo nome rivela senza ombra di dubbio… VEL 😉

PER PRINCIPIO

Per Talete era l’acqua

Per Anassimandro la vaghezza

Per Pitagora l’ambiente

Per Empedocle l’intelligenza del pianeta

Per Eraclito il gas (fuoco) e la guerra

Per Parmenide m’attasto se ci so’

Per me non dare l’esclusiva

Per me non dare per scontato

Per me non scagliare la prima pietra

Il moto onduoso tra entusiasmo e rassegnazione

Essere alieno

Per principio

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(23.06.22)

Ancora – Peuples des îles au milieu du Grand Vert


Uno dei momenti chiave fu senz’altro lo scontro del 1207 a. C. al quale Francesco fa riferimento.
La grande iscrizione di Karnak del Faraone Merneptah afferma anche che almeno tre dei popoli del mare, Ekvusc, Siculesc e Sarden, praticavano la circoncisione. Questo peró non fa certo di loro dei “semiti”, termine che starei molto cauto ad usare senza cognizione di causa e soprattutto in riferimento ad etnie precedenti al X secolo (cfr. David nel post qui sopra). Infatti, la pratica della circoncisione non è un’esclusiva dei giudei, nulla vieta che la pratica potesse essere diffusa anche ad altri popoli. Lo dimostra in modo inequivocabile il tono enfatico che si usa nella Bibbia per rimarcare la straordinarietà del fatto che i filistei (pelasct) non usavano circoncidersi, contrariamente a TUTTI GLI ALTRI. Nella Bibbia infatti i pelasct (filistei, peleshet, pelasgoi) sono l’unico gruppo etnico definito degli INCIRCONCISI.

Inoltre, le ceramiche e i manufatti dell’età del bronzo che definiamo micenei (o achei) e ciprioti non escludono l’eventualità di essere stati posseduti anche da siculesc, sarden e tursci, italici in genere. L’archeologia attesta ampiamente il fatto che intorno a quell’epoca (1200 a. C.) le ceramiche o i manufatti micenei e ciprioti sono presenti SIA in Palestina CHE in Sicilia, Sardegna e parte della penisola.
C’è un interessante studio dell’Università di Groningen che prendendo in analisi reperti da Israele, Cartagine, Andalusia e Lazio, propone delle datazioni nuove per quello che viene considerato il passaggio tra Età del Bronzo e del Ferro nel Mediterraneo Antico (ndr: lasciatemi usare le maiuscole, ho la licenza poetica).
Da questo studio ( THE IRON AGE AROUND THE MEDITERRANEAN: A HIGH CHRONOLOGY PERSPECTIVE FROM THE GRONINGEN RADIOCARBON DATABASE, autori J. Van der Plicht, H. J. Bruins, A. J. Nijboer) si dovrebbe “innalzare” la cronologia convenzionale di queste fasi di circa 50 anni.

L’iscrizione ΕΥΛΙΝ di Roma (ante Urbe Condita) non sarebbe più – come noto dalle ipotesi di Bietti Sestieri e Ridgway – databile 775 a. C., ma 825 a. C., che ne farebbe l’iscrizione alfabetica in lingua non fenicia (lingue italiche ed elleniche) più vecchia di tutte, antecedente addirittura alla più antica finora conosciuta, da Creta, databile circa 800 a. C.
Una Filosofia della Storia
NOI, GLI ARABI E ISRAELE

La guerra di Troia grazie ad Omero ci appare chiaramente nel suo quadro geopolitico – una coalizione di popoli della Grecia e dell’Egeo che attaccano e tengono sotto assedio per un ventennio la città stato alleata dell’Impero Ittita. Omero e nessun altro purtroppo raccontano di quello che doveva essere successo alle grandi città della Grecia e dell’Egeo, anch’esse distrutte nello stesso contesto bellico. Aiutandoci con documentazioni che provengono da altre fonti e in altre lingue, supportati inoltre dall’evidenza archeologica, sappiamo che la grande guerra si estese a tutta l’Anatolia, la Siria, il Libano, Israele, la Palestina, fino all’Egitto e alla costa africana. Emblematica fu la distruzione di Ugarit, città di mare, ricchissima, che fungeva da raccordo sulle rotte nord-sud tra Anatolia ed Egitto, e su quella est-ovest, tra Afghanistan e Iberia. Confluivano ad Ugarit per esempio, i tessuti e lo stagno dall’Afghanistan e da qui partiva il rame in lingotti a pelle di bue che raggiungeva la Sardegna e l’Iberia ad ovest, la Scandinavia a nord. A Ugarit passavano l’argento tartessico dell’Andalusia e l’ambra iperborea dei fiumi baltici. Sotto Ugarit si estendevano una dozzina di importanti porti, alcuni destinati al commercio del vetro, altri ad altri mercati, ma traversati dalla cosiddetta Via dei Filistei (poi Via Maris in latino) che si collegava alle vie di terra, la Via Regia, in direzione del golfo di Aqaba, alle miniere degli edomiti (poi prese da David e Salomone a metà X secolo) e ad est verso Babilonia.
A nord dell’attuale Striscia di Gaza, tra la grande guerra di cui abbiamo appena parlato (1200 av. Cristo) e la guerra di David (980 a. C. circa) ci sono per due secoli degli ALLOPHYLOI (αλλόφυλοι), coloni stranieri, che a me pare indiscutibile che siano gli stessi “popoli delle isole in mezzo allo OUADJ-OUR” dei quali ho parlato in un post di giorni fa, e che vennero in Palestina ad insediarsi per la guerra agli imperi che stavano combattendo, rimanendoci stabilmente fino all’espansione di David e Salomone (960 a. C.) alla quale seguì il dominio fiscale assiro (800 a. C.), lo stesso che spinse gli amici fenici a migrare verso i loro empori ad ovest e trasformarli in vere e proprie città stato, per sfuggire alla pressione fiscale eccessiva dei potenti assiri.
È in questo stesso lasso di tempo (980-800 a. C.) che si sviluppano le città etrusche, fenicie e greche in giro per il Mediterraneo, e soprattutto in Italia. Elementi assiri sono stati rinvenuti a Roma (prima di Romolo) nella necropoli di Osteria dell’Osa (la stessa della quale ho parlato spesso per l’iscrizione EYLIN/NILVE datata 780 a. C. Così come scarabei e ceramiche egizie si trovano a Nepi, Tarquinia, o addirittura a Tropea (Torre Galli), nonché elementi canaaniti a Pythecoussa (Ischia).
Credo che questo profondo legame (cfr. anche quanto ho scritto tempo fa sulle ceramiche nuragiche trovate a Cipro dall’équipe dell’Università di Goteborg, e le citazioni di Lo Schiavo e Sabatini, stessa università oggi) tra Palestina/Israele/Libano/Siria e Sardegna/Sicilia/Toscana/Lazio/Campania, che attraversa questi secoli dei quali abbiamo un “buio” storico, andrebbe considerato in maniera più convinta in analisi comparate, dal XIII al VIII secolo, per ricostruire quanto potenzialmente accaduto tra XII e IX secolo per ridare luce a quei tre secoli bui indispensabili per farci intendere lo “storico” come un tempo che inizia tra XVIII e XV secolo e darci modo di guadagnare un millennio perduto quando ci arrendemmo a considerarne il tempo come “protostorico”.
La cultura materiale filistea può essere considerata uno degli esempi più tipici in cui una cultura materiale distinta appare in un contesto geografico e cronologico limitato (cfr. Dothan 1982), e questa cultura è una cultura occidentale.
Questa cultura riflette infatti l’arrivo di una nuova popolazione da ovest verso la Palestina e la costa meridionale di Israele, in quanto comprende componenti che non si trovano nella Tarda Età del Bronzo e prima Età del Ferro nelle culture locali del Levante meridionale, mostrando collegamenti chiari con l’Egeo e Cipro, quindi con il miceneo e lontanamente col nuragico; così, probabilmente, da segnalarci l’arrivo di una popolazione immigrata (o più popoli), durante l’inizio del XII secolo a. C. (cfr. ad esempio, Dothan; Yasur-Landau; Ben-Shlomo).
In questo quadro, secondo me, quello che accadrà 800 anni più tardi, e cioé la conquista di quelle terre da parte dei Romani (e tre secoli prima da Alessandro), dovettero apparire a “noi” occidentali come una sorta di ritorno, così sentito da giustificare forse l’altrimenti incomprensibile infervoramento per la “spiritualità” locale. Ancora oggi, in un certo senso, siamo tornati ad occupare quelle terre, strappandole a quei popoli che le abitavano per restituirle ai figli di Isacco, come se non fossero passati quei 3000 anni da quando Re David le ebbe strappate a “noi” occidentali, che avevamo avuto l’ardore e la sfrontatezza di installarvicisi per attaccare persino il grande Egitto.

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Appendice

Su circoncisione e reperti micenici.

Uno dei momenti chiave fu senz’altro lo scontro del 1207 a. C. al quale Francesco fa riferimento.
La grande iscrizione di Karnak del Faraone Merneptah afferma anche che almeno tre dei popoli del mare, Ekvusc, Siculesc e Sarden, praticavano la circoncisione. Questo peró non fa certo di loro dei “semiti”, termine che starei molto cauto ad usare senza cognizione di causa e soprattutto in riferimento ad etnie precedenti al X secolo (cfr. David nel post qui sopra). Infatti, la pratica della circoncisione non è un’esclusiva dei giudei, nulla vieta che la pratica potesse essere diffusa anche ad altri popoli. Lo dimostra in modo inequivocabile il tono enfatico che si usa nella Bibbia per rimarcare la straordinarietà del fatto che i filistei (pelasct) non usavano circoncidersi, contrariamente a TUTTI GLI ALTRI. Nella Bibbia infatti i pelasct (filistei, peleshet, pelasgoi) sono l’unico gruppo etnico definito degli INCIRCONCISI.

Inoltre, le ceramiche e i manufatti dell’età del bronzo che definiamo micenei (o achei) e ciprioti non escludono l’eventualità di essere stati posseduti anche da siculesc, sarden e tursci, italici in genere. L’archeologia attesta ampiamente il fatto che intorno a quell’epoca (1200 a. C.) le ceramiche o i manufatti micenei e ciprioti sono presenti SIA in Palestina CHE in Sicilia, Sardegna e parte della penisola.

L’affabulatore

Come un trickster junghiano, una sorta di giullare, spirito mercuriale o hermetico… Un manipolatore, che approfitta della sua arte retorica per “incantare” gli altri. Come negli incantamenti dell’età del bronzo, nei testi da Ugarit.

>> I’m not making up anything = Non mi sto inventando nulla

Affabulare tra l’altro è un’importazione dal francese affabuler, dove il senso di “inganno” è ancora più marcato. Quasi più vicino al nostro “favoleggiare”.

definizione da Treccani

Crawley, Lévi-Strauss e le donne vendute

SULLA FINE DI MONOGAMIA, MATRIMONIO E FAMIGLIA

In una società in cui la famiglia è disgregata, – per cause di forza maggiore, con le donne che sono impegnate col lavoro, i vecchi sono badati da donne extracomunitarie, i bambini vanno a scuola già a 3 anni – in una società del genere il concetto di famiglia di qualche decennio fa non è più adeguato.

Purtroppo l’inconscio collettivo è in preda a sovrastrutture culturali e fiabesche per cui il valore del “trovare marito” agisce in automatico guidando le donne verso obbiettivi impropri. 

Ernest Crawley, antropologo britannico dell’800, oggi quasi dimenticato, ma ai suoi tempi ampiamente considerato – al punto che pubblicava il suo Mystic Rose nella stessa collana del Ramo d’Oro di Frazer, e che Freud leggeva, e al di cui concetto di “tabù dell’isolamento personale” si ispiró per elaborare la sua teoria del “narcisismo delle piccole differenze” – Crawley, appunto, sosteneva, se la memoria non m’inganna, che il matrimonio nasce come istituzione per combattere la speculazione del mercato sessuale. Crawley sosteneva quindi che il mestiere più vecchio del mondo sarebbe stato addirittura più antico del matrimonio stesso.

Di recente, Jean-Claude Muller, professore all’Università di Montreal, ha ricordato la stupefacente teoria di Claude Levi-Strauss sul “Prezzo della sposa”, dove il matrimonio è visto come uno scambio tra gruppi sociali, e il prezzo della sposa rappresenta la compensazione economica che una famiglia riceve per “cedere” una donna in matrimonio. In fondo non dimentichiamoci che fino a poco tempo fa la “dote” era un contributo versato dalla famiglia della sposa per compensare lo sposo del peso di cui prometteva di farsi carico. Io stesso, ricostruendo la genealogia e la storia della mia comunità mi sono imbattutto in un testo che registra tutti i contratti tra famiglie per la cessione della sposa, tra fine XVI e inizi XVII secolo, chiamato proprio “Libro delle doti”. 

Tornando a Lévi-Strauss, dice che il prezzo della sposa svolge un ruolo cruciale nella creazione e nel mantenimento delle alleanze tra gruppi sociali. In molte società, questo scambio non è semplicemente un trasferimento di beni, ma un meccanismo simbolico che contribuisce a stabilire relazioni sociali più ampie. Il prezzo della sposa può assumere varie forme, come doni, servizi o altri tipi di risorse. Certamente, il fatto che la donna “tribale” sia ridotta ad oggetto di contrattazione e scambio, e abbia un valore economico, non ci allontana molto dal lenocinio e dalla prostituzione. 

L’analisi di Lévi-Strauss si concentra sulle strutture complesse e semicomplesse create attraverso questi matrimoni. L’idea chiave è che il prezzo della sposa facilita lo scambio di donne tra gruppi, contribuendo così a mantenere equilibri sociali e a rafforzare legami tra comunità. E – per dirla con Crawley – aiuta a combattere lenocinio, adescamento, tratta delle donne e prostituzione. 

Jean-Claude Muller sembra quasi sorpreso dalla scoperta che nella teoria di Lévi-Strauss si sostenga questa fenomenologia dello scambio, e riflette sul modo in cui questa prospettiva si allinea o differisce dalle pratiche matrimoniali in genere.

Ma oggi, diciamocelo, che senso ha ancora il matrimonio, se non quello di tenere in vita un’etica tribale – che, tra parentesi, non interessava tutte le culture – e rallentare un processo di sviluppo storico che è chiaramente diretto verso una nuova società dove questi valori risulteranno completamente obsoleti, e conviene “portarsi avanti col lavoro”, e pensare piuttosto a come mantenere vivi amore ed umanità nel percorso edicativo dei nostri figli e dei posteri, figli senza famiglia, struttura meravigliosa e perduta, necessariamente da rimpiazzare in questa funzione.

Non sarà certo continuando imperterriti a sposarsi che argineremo il cambiamento ineluttabile incluso nel nostro destino. 

Plutarco (sull’abuso di “serie tv e romanzi”)

COME ASCOLTARE I POETI

1. Diceva il poeta Filosseno che le carni e i pesci più squisiti sono quelli che non sanno di carne o di pesce: ma su questo, Marco Sedazio, cediamo senz’altro la parola a quei tali che, a detta di Catone, hanno il palato più sensibile del cuore. Ciò che è chiaro, E invece, per noi, è che in campo filosofico i giovanissimi prediligono gli scritti che in apparenza non hanno sapore di filosofia e di serietà, e assumono nei loro confronti un atteggiamento docile e sottomesso. Lo dimostra il fatto che si dilettano ed entusiasmano non solo alla lettura delle favolette di Esopo o dei riassunti dei testi poetici, dell’Abari di Eraclide o del Licone di Aristone, ma anche delle dottrine sull’anima, quando sono esposte in forma di mito. Per questo si deve stare attenti a far assumere loro un atteggiamento corretto non solo nei riguardi dei piaceri del mangiare e del bere, ma ancor più li si deve abituare, quando ascoltano o leggono qualcosa, a servirsi con moderazione, come fosse una salsa, di ciò che suscita diletto e andare piuttosto alla ricerca di quanto possano attingervi di utile e di salutare. Le porte sbarrate non rendono inespugnabile una città, se ne rimane una attraverso cui penetrano i nemici: così la continenza verso tutti gli altri piaceri non vale a preservare un giovane se poi, inavvertitamente, si abbandona a quello che si fa strada in lui attraverso l’udito, anzi, quanto più questo piacere arriva a toccare la componente naturale dell’intelligenza e del ragionamento, tanto maggiori sono, se lo si sottovaluta, i danni e i guasti che produce in chi l’ha accolto. E dunque, dato che non è forse possibile né tantomeno utile distogliere dalla poesia persone dell’età che hanno ora il mio Soclaro e il tuo Cleandro, dobbiamo sorvegliarli molto attentamente, partendo dall’idea che hanno bisogno di qualcuno che li guidi nelle loro letture più che per la la strada. Così ho deciso di mettere ora per iscritto e di inviarti quelle riflessioni sulla poesia che ho esposto in una mia recente conferenza: quando le riceverai ti prego di leggerle e se ti sembrerà che non siano in nulla meno efficaci delle cosiddette «ametiste», che qualcuno si mette al collo o assume prima di iniziare un simposio, rendine partecipe Cleandro e premunisci la sua natura, che non è per nulla indolente, ma al contrario molto alacre e sveglia, e proprio per questo maggiormente soggetta a simili influenze. «Nella testa del polpo c’è il buono e il cattivo» [Diog. 7,76], perché da mangiare è squisita, ma poi popola i nostri sonni di incubi e suscita, a quanto si dice, visioni sconvolgenti e mostruose. Così anche la poesia presenta molti aspetti piacevoli e in grado di nutrire l’anima di un giovane, ma in misura non minore vi si trovano elementi che lo turbano e lo sviano, se l’ascolto non è assistito da una buona guida. Pare che non solo della terra egiziana, ma anche della poesia si possa dire che molte cure buone, ma mischiate a molti veleni» [Od. 4,230], produce per chi la coltiva. «Là sono passione, desiderio, intime dolcezze e suggestione, che ruba il senno anche ai più saggi» [Il. 14,216-7]. Al riparo dalle insidie della della poesia, in effetti, sono soltanto le persone totalmente stupide e ottuse. Per questo Simonide, a uno che gli aveva chiesto: «Come mai i Tessali sono i soli che non riesci a ingannare?», rispose: «Perché sono troppo rozzi per lasciarsi ingannare da me». Gorgia definí la tragedia un inganno in cui chi inganna è più giusto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare più saggio di chi non si lascia ingannare. E allora, dovremmo forse spalmare di cera solida e dura le orecchie dei giovani, come quelle degli Itacesi [Od. 12,47-8,173-4], e imbarcarli a forza sulla navicella di Epicuro per far loro fuggire e doppiare la poesia, o non cercare piuttosto di orientarli nella giusta direzione e controllarne la rotta, assistendoli con qualche buon ragionamento e tenendone imbrigliato il giudizio, perché il piacere non lo faccia deviare verso ciò che è nocivo? «Neppure il figlio di Driante, il possente Licurgo» [Il. 6,130], era sano di mente, lui che, vedendo tanta gente ubriaca e traviata dal vino, andava in giro a recidere le viti, invece di portare più vicino l’acqua delle fonti e far rinsavire il Dio «folle», come dice Platone, «correggendolo con un altro Dio sobrio» [Leg. 773d]. La mescolanza con l’acqua toglie al vino la nocività, ma non ne altera le proprietà benefiche: così anche noi non dobbiamo recidere ed estirpare la poetica «vite» delle Muse, ma quando la sua componente favolosa e teatrale, spinta da piacere puro, presuntuosamente si slancia verso una vacua esteriorità e, superando ogni misura, prorompe con soverchio rigoglio, è il caso allora d’intervenire per troncare e reprimere; quando invece con la sua grazia tocca un contenuto serio e la dolce malia del suo linguaggio non resta sterile e vuota, è giunto il momento di infondervi e mescervi la filosofia. La mandragora, crescendo accanto alle viti, trasfonde nel vino le sue proprietà e ne attenua gli effetti sui bevitori: così pure la poesia, quando riprende i temi trattati dalla filosofia e vi mesce la sua componente favolosa, offre ai giovani un insegnamento facile da assimilare e piacevole. Per questo chi decide di intraprendere lo studio della filosofia non deve evitare la poesia, ma considerarla semmai come un tirocinio prefilosofico, abituandosi a ricercare l’utile in mezzo al dilettevole e ad amarlo, e, se non c’è, ad avversarla e sdegnarla. Così si avvia l’educazione, e «ogni lavoro, se impostato bene, è logico si concluda nello stesso modo», come dice Sofocle [fr. 831 R.]

Costruire pensando

Costruire, che cosa significa, se non avvicinarsi a “dio”?
Non un dio con un nome nella propria lingua, ma il divino stesso, prima di ogni declinazione in vocabolari, rituali e leggi.

Costruire è addomesticare lo spazio, trasformarlo in domus, casa. Dare la forma del corpo alla pietra come suo contenitore, imitare quindi il genio divino replicando le sue sacre geometrie.

Costruire è dilatare il tempo della vita, allungarlo fino a quando la costruzione resta in piedi, sfiorare l’eternità. Anche in questo caso – costruire è per l’uomo camminare verso Dio.

Stare al mondo, stare sulla terra, oggi – nel migliore dei casi – è un esserne ospiti. L’uomo s’è scordato di essere venuto alla luce costruendosi un corpo fatto di pezzi di mondo, composto di terra. Noi non siamo ospiti, siamo costruzioni, assemblaggi di elementi riuniti occasionalmente per dare forma ad un progetto divino, codificato dall’anima che lo incarna, con una obsolescenza programmata nel senso del suo destino.

Costruendo un contenitore di corpi umani in grado di resistere al tempo per quasi 4000 anni, quegli uomini hanno reso meno mortale il loro stare al mondo, si sono avvicinati al divino, proprio come le pietre, che non muoiono cosí in fretta come noi.

Rocce all’isola d’Elba
foto©opaxir

(cfr. Heidegger, Costruire Abitare Pensare)
https://dokumen.tips/documents/heidegger-costruire-abitare-pensare.html