LA FARSA MODERNA DEI VERBI SERVILI


POSSO PERCHÉ DEVO E QUINDI VOGLIO,

E VOGLIO PERCHÉ POSSO E QUINDI DEVO

Dire che possiamo, dobbiamo e vogliamo nello stesso momento non significa inseguire un ideale morale o un traguardo evolutivo, ma trovarsi in una particolare configurazione dell’agire, un punto in cui l’azione si inscrive armoniosamente nel mondo e nel linguaggio senza che il soggetto debba giustificarne la frattura. Il fraintendimento nasce quando pensiamo che la storia conduca necessariamente a una maggiore unità soggettiva, come se l’uomo antico fosse un abbozzo incompleto e quello moderno un’opera finalmente compiuta, mentre la filologia di Bruno Snell ci insegna che l’uomo omerico non era mancante, ma semplicemente privo di quella “scoperta dello spirito” che separa il sé dal mondo. Nelle epoche arcaiche l’azione semplicemente accadeva e non esisteva uno spazio interno separato che chiedesse conto delle scelte; non si giudicava né si valutava perché si viveva immersi in una rete di relazioni con la comunità, gli dèi e il destino dove l’impulso non era ancora “volontà” ma evento. Il disallineamento dei verbi, quella ferita tra ciò che sentiamo e ciò che eseguiamo, nasce quando l’azione diventa problematica, ovvero quando la nascita della polis e della tragedia — come magistralmente esposto da Jean-Pierre Vernant — trasforma l’agire in un dilemma etico e la legge in un’imposizione esterna. È qui che il dovere cessa di essere l’accadere delle cose per diventare obbligo, il volere si ritira nell’interiorità come voce isolata e il potere si trasforma in una possibilità astratta, spesso carica di angoscia. In questa scissione, che Erwin Rohde rintraccia persino nel culto delle anime, nasce il soggetto responsabile ma nasce anche il conflitto strutturale del moderno, dove vogliamo ciò che non possiamo e dobbiamo ciò che non vogliamo. Tuttavia, la saggezza non risiede nel rimpianto di un’indistinta età dell’oro né nell’obbedienza cieca a una norma, bensì in una riconfigurazione consapevole di questi verbi: un equilibrio instabile in cui l’agire non è più lacerato e il soggetto, attraversata la propria separazione, agisce in accordo profondo con il momento opportuno, il kairos. In questa coincidenza superiore, che è una vera e propria tecnologia del sé di stampo foucaultiano, il volere, il potere e il dovere cessano di essere istanze in lotta per diventare tre nomi dello stesso gesto adeguato alla situazione, un unico movimento che non ha bisogno di giustificarsi perché è già, in se stesso, la propria necessità e la propria libertà.
Riferimenti Bibliografici
B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo; J.-P. Vernant, Mito e tragedia nell’antica Grecia; E. Rohde, Psiche: culto delle anime e fede nell’immortalità presso i Greci; M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto.
Ti convince questa forza d’urto del testo unico? Se vuoi, possiamo limare ulteriormente il ritmo interno per rendere ancora più serrato il passaggio tra la necessità (dovere) e la libertà (volere).

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