Non andando ad Ānanda

Contrariamente al nostro greco alpha privativo la Ā di Ānanda indica una località, nel caso specifico il luogo dove si trovano la serenità, la pace dei sensi, la beatitudine.

Tradurre il concetto in termini coerenti risulta difficile se non al prezzo di spiegare passo passo il nostro ragionamento e corredare i singoli termini iconici di apparati didascalici.

Parole che potrebbero tenerci vicini senza rischiare sfondoni superdivulgativi sono certamente quelle della nostra filosofia. Prima di cercare una corrispondenza esatta lasciamoci trasportare dallo Spirito, seguiamo cioè una strada a noi impropria, una via del Brahman.

Ripartendo dal senso di Ānanda come tópos, e più essenzialmente come tópos ipertopico, distopico, utopico, ovvero come luogo che per essere raggiunto richiede la rinuncia al paradigma di spazialità dal quale si proviene – un non-luogo dunque, seppur non nel modo in cui lo intende Marc Augé. La Ā iniziale diventa allora una determinazione di non-località, o meglio un luogo non-determinabile, e non determinabile non in quanto non si può sapere dove si trova ma in quanto si trova in un non dove.

Un luogo, in un certo qual modo, privativo. Privativo come la nostra alpha, e pensiamo per cominciare alla alpha di Alëθeia. Questo, agli inizi della filosofia, nel poema di Parmenide, è il (non) luogo dove ci conduce la Dèa Dike, dove Nüx te kai ‘Ëmerë – la notte e il giorno – si salutano scambiandosi di posto in chiasmo (in Esiodo χάσμ’). La Giustizia (Dike) sta sul ponte che separa incrociandoli questo mondo con l’altro mondo, questi luoghi con altri (non) luoghi. Sono separati e irricongiungibili ma al tempo stesso interconnessi ed uniti (àmphìs echei).

Oltre il ponte ci sono le strade verso la chiusura del ciclo vitale, che non finisce con la morte – sia essa fisica che spirituale – ma prosegue per un òdós che richiede méθ-οdos. Un percorso che richiede un equipaggiamento e una mappa, prerogative imprenscindibili per non essere condannati alla dimenticanza e alla smemoratezza del fiume Lëθë. Qui Parmenide introduce l’Alëθeia, il (non) luogo dove ci si ricorda di tutto e se ne conserva memoria anche dopo la rinascita – sia fisica che spirituale.

In questo percorso servono le molliche di Pollicino. Perché, se è vero che nella morte fisica ci si riunisce completamente al sé originario espropriandoci al Brahman, nella morte (e rinascita) spirituale non ci si può dissolvere completamente ma si deve garantire una continuità al veicolo della nostra esistenza individuale – il soma della psüchë.

Non andando ad Ānanda io non vado ad Alëθeia, non perché io non lo voglia ma perché non me ne sento ancora degno. Se io non vado dietro agli altri alla iurta della Zea non è perché non voglio attraversare il ponte della “bilancia del cosmo” e incrociare la mia morte con la vita in un chiasmo di rinascita. Tutt’altro. Io da una vita non faccio che morire, interpretando alla lettera la mia crescita (krein) come uno strappo, una lacerazione, un abbandono (Gelassenheit), una costante perdita, rinuncia sistematica a tutto ciò che si è conquistato. Questo fa di me costantemente qualcuno che (ancora) non sono, pertanto indegno al presente di essere se stesso.

Mi si perdonerà questo complesso paradossale, che è insieme di superiorità e d’inferiorità? Ho diritto – solo perché il diritto è umano, se non addirittura ontologico – ad esistere in mezzo agli altri? Posso affacciarmi e partecipare a ciò che non condivido mai fino in fondo e continuare il mio cammino insieme socratico e pitagorico, dubbioso e certo, teoretico ed apofatico? Suona come un grande caos danzante nietzscheano, un ponte di giustizia, una bilancia cosmica, l’enantiodromia orbitale, l’aurora crepuscolare, un uomo da solo nella nebbia.

E quando forse la prossima epopteia mi lascerà esangue e pio, allora sarò pronto, paradossalmente pronto, in quanto disciolto nel Brahman non avrò più un corpo a veicolarmi. Sarò solo un’onda non andando a ma essendo in Ānanda.

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