Estetica della Bellezza in pezzi

“La differenza fra noi, gli etruschi, e loro, i romani, sta nel fatto che loro, per vedere le cose belle, devono confrontarle con quelle brutte, per cui il loro canone estetico è di una bellezza che va da meno infinito a più infinito in una scala di valori. Per noi, invece, la differenza tra le cose non è che una è bella e una è brutta, ma che hanno diversi modelli di bellezza, hanno diversi canoni di bellezza, ciascuno ha la sua propria bellezza, che quindi è incommensurabile con le altre. E quindi anche una persiana rotta ha la sua bellezza, che è diversa dalla bellezza di una persiana nuova. E così una parete che casca a pezzi, un rudere, di un castello medievale, ha la sua bellezza, che un grattacielo di Dubai non ha, perché ha un’altra bellezza.” (A. Mazzei)

C’è, in questo aforisma, una frattura silenziosa ma radicale che attraversa l’intera storia dell’estetica occidentale. Non si tratta semplicemente di una diversa sensibilità, né di una preferenza stilistica: qui si mette in discussione il principio stesso su cui si fonda il giudizio estetico, ossia la comparazione.  L’idea attribuita, parafrasando Seneca, a un fantomatico mondo romano — una bellezza che si definisce per opposizione, lungo una scala che va dal brutto al bello — appare come una struttura mentale profondamente gerarchica. In essa, ogni forma acquista valore solo in relazione a un’altra, secondo un ordine che misura, classifica, stabilisce priorità. È la logica della norma, del canone unico, della proporzione come criterio universale.

Ma l’aforisma introduce una visione altra, attribuita agli Etruschi (usati qui in senso lato per dire i nostri proto-antenati) che non si limita a ribaltare i valori: li dissolve. La bellezza non è più un punto su una linea, ma una costellazione di forme irriducibili. Non esiste un “meno bello” o un “più bello”, bensì una pluralità di manifestazioni che non possono essere messe in relazione gerarchica.

È qui che l’immagine della persiana rotta diventa centrale. Non è un oggetto degradato rispetto a uno integro, né un esempio di bellezza “minore” o nostalgica. È portatrice di un proprio canone, autonomo, non traducibile nei termini della perfezione o dell’integrità. Allo stesso modo, il rudere non è il resto di una forma perduta, ma una forma compiuta in sé, con una qualità estetica che non può essere assimilata a quella di una costruzione moderna.

Questa prospettiva implica una conseguenza estrema: il brutto, come categoria, cessa di esistere. Esiste soltanto ciò che non si è ancora imparato a leggere. La differenza non è più tra valore e disvalore, ma tra linguaggi.

In filigrana, si intravede una concezione del mondo in cui ogni cosa è espressione di una propria legge interna, di una forma di ordine che non necessita di confronto per essere riconosciuta. Una visione che, più che opporsi alla tradizione estetica occidentale, ne rivela il presupposto nascosto: l’idea che la realtà debba essere misurata per essere compresa.

L’aforisma, invece, suggerisce che comprendere significhi prima di tutto sospendere la misura. E accettare che ogni cosa — intatta o consunta, nuova o in rovina — non partecipi di una scala, ma di un linguaggio.

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