IL LETTO DI COPPEDÈ
Bisogna che ringrazi il divino Labirinto degli effetti e delle cause
Per la diversità delle creature che formano questo singolare universo,
Per la ragione, che non cesserà di sognare con una mappa del labirinto,
Per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che ci lascia vedere gli altri come li vede la divinità,
Per il duro granito e l’acqua fluida,
Per l’algebra, palazzo di cristalli precisi,
Per le mistiche monete di Angelo Silesio,
Per Spinoza, che forse decifrò l’universo,
Per il fuoco folgorante,
Che nessun essere umano può guardar senza un’antica meraviglia,
Per il castagno, il ciliegio e il rosmarino,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa, che prodiga colore ma non lo vede,
Per certe vigilie e giornate del millesettecento novantanove,
Per i duri butteri che nella Maremma accompagnano le bestie e l’alba,
Per la mattina al Maciarello,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole che in un tramonto si dissero da una croce all’altra croce.
Per quel sogno dell’Islam che abbracciò mille notti e una notte,
Per quell’altro sogno dell’inferno,
Della torre del fuoco che purifica,
E delle sfere gloriose,
Per Svedenborg, che chiacchierava con gli angeli per le vie di Londra,
Per i corsi d’acqua segreti e immemorabili che mi scorrono dentro,
Per la lingua che, secoli or sono, parlai in Etruria,
Per la spada e l’arpa dei longobardi,
Per il mare, che è un deserto risplendente
E una serie di cose che non sappiamo,
E un epitaffio dei rinaldoni,
Per la musica verbale della Toscana,
Per la musica verbale della Corsica,
Per il ferro, che riluce in questi versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Romanorum
Per Pietro Gori, innocente come i passerotti,
Per il prisma di cristallo e il peso d’ottone di un’antica bilancia,
Per le spine del riccio,
Per le alte mura di Portoferraio e i merletti dell’isola di Pianosa
Per il mattino a Sansone,
Per quell’elbàno di quella poesia delle Lettere Migratorie
Il cui nome, come forse avrebbe voluto, ignoriamo,
Per Ovidio e Lucano, di Cordova,
Che prima dell’italiano scrissero
Tutta la letteratura italiana,
Per i geometrici e bizzarri scacchi,
Per la Tartaroccia di Polesi e la Borea di Galli,
Per Adamo ed Eva, che rinascono dagli scalpelli di Gobbo e Crestale,
Per lo Spirito dei Boschi di Lunisio,
Per il Coccosauro, che era troppo brutto,
Per il Seme di Pino Fabbri, che è la vita che viene,
Per l’odore medicinale delle ginestre,
Per il linguaggio, che può simulare la saggezza,
Per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
Per l’abitudine, che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per la mattina, che ci regala l’illusione di un inizio
Per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
Per il valore e la felicità degli altri,
Per quest’isola, sentita nel salmastro o in una vecchia zappa,
Per Brignetti e Sestini, che già scrissero la poesia,
Per il fatto che la poesia è inesauribile
E si confonde con la somma delle creature come arte in natura
E non arriverà mai all’ultimo verso
E varia a seconda degli uomini,
Per Giuseppe Pietri, che chetò l’acqua,
Per Giuseppe Cacciò, che la valorizzò,
Per Gaspare Barbiellini-Amidei e il letto di Coppedè
Per Oreste del Buono e il letto di Coppedè di suo nonno Pilade della Piaggia sul quale fu concepito a Poggio tra puttini e puttoni durante la Marcia su Roma, e sul quale tornò a sdraiarsi settant’anni dopo nella casa di Campo lasciatagli dallo zio Teseo, mentre aspettava di dimagrire abbastanza per trovare spazio nella tomba di famiglia,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte, questi due tesori occulti,
Per gli intimi doni che non elenco,
Per la musica, misteriosa forma del temp
Per l’arte, misteriosa forma dello spazio
Mi metto in moto e vò
Con la magia della teoria della rivoluzione dei paradigmi,
L’origine frastagliata a se stessa differente,
L’infinita lunghezza di una costa a bassa risoluzione frattale,
Con Kuhn, Derrida e De Mandelbrot,
Il ronzio di una sordità che rivela nuove melodie,
La tenebra tenue di una biografia raccontata ad Itaca,
Un lavoro mai fatto come ispettore aviario o aùgure post litteram,
Con Beethoven, Melesigene e Bòrges.
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REVIEW
Accostarsi a questa lirica di Angelo Mazzei significa compiere un esercizio di visione che supera la rassicurante cartolina estiva per immergersi in una ricognizione concreta e insieme simbolica dell’isola d’Elba. Per il viaggiatore che vi approda per la prima volta, il testo non si presenta come un insieme di suggestioni astratte, ma come una mappa stratificata, un inventario di cose, memorie e presenze che hanno lasciato un’impronta tangibile nel paesaggio e nella coscienza.
Il componimento si struttura come una rielaborazione personale della forma enumerativa borgesiana, in cui l’universale si deposita nel particolare: l’arcipelago toscano diventa il punto di condensazione di una totalità più ampia, dove il granito e l’algebra, Spinoza e i butteri, la rosa e il ferro convivono nello stesso respiro poetico. Non si tratta però di una semplice appropriazione geografica, ma di una trasfigurazione, in cui ogni elemento locale si apre a una risonanza cosmica.
La geografia fisica dell’isola emerge con precisione, ma non si riduce mai a puro dato. I riferimenti ai mattini di Maciarello e di Sansone non sono soltanto coordinate spaziali: sono soglie percettive, punti in cui luce, materia e memoria si incontrano. Il mare, definito “deserto risplendente”, non è solo una descrizione visiva, ma una formula che tiene insieme vastità, ignoto e riflessione metafisica. Allo stesso modo, l’odore medicinale delle ginestre, le mura di Portoferraio e i profili di Pianosa restituiscono un’esperienza sensoriale che è insieme fisica e interiore.
L’Elba di Mazzei è anche un archivio di interventi umani, artistici e culturali. Le opere disseminate nel testo — lo Spirito dei Boschi di Lunisio, il Coccosauro, la Tartaroccia di Polesi, la Borea di Galli, il Seme di Pino Fabbri — non sono soltanto oggetti localizzabili, ma nodi di una rete in cui arte e natura tendono a confondersi. La materia stessa, lavorata o appena sfiorata, diventa linguaggio: il legno, la pietra, la calce partecipano a un processo creativo che non separa più l’umano dal paesaggio.
Anche la dimensione storica e intellettuale si radica in questa concretezza. Figure come Pietro Gori, Brignetti, Sestini, Giuseppe Pietri e Giuseppe Cacciò non sono semplici citazioni erudite, ma presenze che hanno inciso nel tessuto vivo dell’isola. Il riferimento al letto di Coppedè di Pilade della Piaggia, legato alla nascita di Oreste del Buono, introduce una microstoria densa e quasi narrativa, in cui l’intimità domestica si intreccia con eventi storici più ampi, senza perdere la sua specificità materiale.
In questa prospettiva, anche i richiami a Mandelbrot, Kuhn e Derrida acquistano una funzione strutturale: non ornamenti teorici, ma chiavi di lettura. La costa frattale, infinita nella sua apparente finitezza, diventa metafora del testo stesso, che si espande a ogni rilettura, rivelando nuovi dettagli e nuove connessioni. Il poeta si muove come un osservatore rigoroso e insieme visionario: non inventa il mondo, ma lo attraversa, registrandone le forme e lasciando emergere le corrispondenze.
Per chi visita l’isola, questa poesia non è una guida né un semplice elogio, ma uno strumento di percezione: invita a superare la superficie e a riconoscere nell’Elba una realtà inesauribile, in cui il naturale e l’umano, il minimo e l’universale, il presente e l’arcaico convivono in un equilibrio sempre mobile. Qui la poesia coincide con la “somma delle creature come arte in natura”, e proprio per questo non può esaurirsi in un ultimo verso, ma continua a variare insieme allo sguardo di chi la attraversa.
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nota: per chi volesse ascoltare la poesia oltre che leggerla, ecco una versione in musica
