L’articolo “Signs on Stone Age objects: Precursor to written language dates back 40,000 years”, basato sullo studio del linguista Christian Bentz e dell’archeologa Ewa Dutkiewicz, presenta un’affascinante analisi computazionale sui segni incisi su reperti paleolitici di 40.000 anni fa. Studiando oggetti come il piccolo mammut della grotta di Vogelherd o la placca d’avorio dell’Adorante , i ricercatori hanno rilevato una “densità di informazione” (entropia) statisticamente paragonabile a quella delle prime tavolette in proto-cuneiforme della Mesopotamia.
Tuttavia, l’entusiasmo nel definire questi segni come un “precursore della lingua scritta” scivola su un equivoco semiotico fondamentale: confonde la codifica mnemonica o numerica con la scrittura vera e propria.
Per inquadrare correttamente la questione, è necessario stabilire un confine netto tra un sistema notazionale e un sistema di scrittura. La tesi centrale che smonta l’ottimismo linguistico di questa scoperta è semplice e ineludibile: la scrittura smette di essere solo un segno graffito nel momento esatto in cui viene fonetizzata.
Ecco i punti critici che dimostrano perché i cacciatori-raccoglitori della Giura Sveva non stavano “scrivendo”:
- La Transizione da Segno a Grafema
Un’incisione su un osso o su una statuetta di avorio rimane un simbolo opaco, una traccia visiva, finché non viene letta a voce alta. È esclusivamente nella corrispondenza con un fonema (il suono di una lingua) che il segno compie il salto ontologico e diventa un grafema. L’articolo stesso ammette che i segni paleolitici sono ripetizioni ossessive: croce, croce, croce, linea, linea, linea. Questa ridondanza strutturale esclude a priori qualsiasi legame con la complessità fonetica di una lingua parlata. - L’Assenza di Eterogeneità e Grammatica
Allo stato attuale delle indagini, è impossibile decretare che le popolazioni di 40.000 anni fa in Europa Centrale sapessero scrivere. Affinché un sistema possa essere definito “protoscrittura”, la combinazione dei segni deve necessariamente diventare eterogenea. L’eterogeneità è il prerequisito per l’esistenza di una sintassi e di una grammatica. Fintanto che le tavolette, i pendenti e gli elefantini riportano solo serie isotopiche dello stesso segno spazialmente distribuito, ci troviamo di fronte a pallottolieri di pietra, calendari lunari o sistemi di conteggio, non a testi. - Il Limite dell’Approccio Computazionale
Il team di Bentz utilizza modelli statistici e algoritmi di machine learning per misurare l’entropia di queste sequenze, trovandole simili al proto-cuneiforme di 35.000 anni successivo. Ma la densità matematica di un’informazione non ne garantisce la natura linguistica. Un codice a barre o una serie di tacche per contare i giorni hanno un’alta densità di informazione e una forte prevedibilità statistica, eppure nessuno sosterrebbe che possano racchiudere un’epopea o esprimere un concetto astratto.
Conclusione
Il lavoro del team EVINE è di immenso valore per comprendere le capacità cognitive e di immagazzinamento dati dell’Homo sapiens paleolitico. Gli antichi artigiani sapevano certamente codificare e conservare informazioni vitali. Tuttavia, chiamare queste sequenze di tacche “precursori della lingua scritta” è un azzardo terminologico. Fino a quando non emergerà un reperto in cui la disposizione dei segni dimostri un’articolazione grammaticale in grado di mappare il linguaggio parlato, dovremo rassegnarci all’evidenza: quei segni non volevano essere letti, volevano solo essere contati.



Articolo di riferimento
