Verso la Filosofia dell’Archeologia

di AMDPP


Perché la filosofia deve occuparsi di archeologia — e perché l’archeologia deve aprirsi alla filosofia


La questione del rapporto tra filosofia e archeologia non è una questione marginale né interdisciplinare nel senso debole del termine, ma riguarda la natura stessa della conoscenza storica e la possibilità della filosofia di comprendere le proprie condizioni di origine. Se la filosofia è, fin dalle sue prime attestazioni, interrogazione sulle cause, sui principi e sulle condizioni di intelligibilità del reale, essa non può sottrarsi all’indagine delle condizioni storiche concrete in cui tali interrogazioni sono emerse. In questo senso, la filosofia non può limitarsi all’analisi interna dei testi, ma deve confrontarsi con la dimensione materiale della storia, ossia con ciò che l’archeologia rende accessibile.
Già Platone aveva posto la filosofia in relazione con la conoscenza delle strutture fondamentali della realtà e con la capacità di orientare la comprensione umana. Nella Repubblica, la figura del filosofo è definita dalla capacità di conoscere ciò che è stabile, intelligibile e permanente oltre la dimensione mutevole dell’esperienza sensibile (Platone, Repubblica, VI, 484a–487a). La filosofia nasce dunque come ricerca dei principi, ma questa ricerca non si svolge mai in un vuoto storico: essa emerge sempre all’interno di configurazioni culturali determinate.
La storiografia contemporanea ha mostrato in modo convincente che il pensiero filosofico greco non può essere compreso come un fenomeno isolato o improvviso, ma deve essere collocato all’interno del più ampio contesto delle civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Walter Burkert ha dimostrato, sulla base di dati linguistici, mitologici e archeologici, che la cultura greca arcaica si sviluppò in costante interazione con il mondo anatolico, levantino e mesopotamico, attraverso scambi commerciali, contatti religiosi e trasferimenti simbolici (Burkert 1985). Analogamente, Martin L. West ha documentato l’influenza di tradizioni mitologiche e cosmologiche del Vicino Oriente sulla formazione della teogonia e della cosmologia greca (West 1997). Questi studi provano che la nascita della filosofia greca deve essere compresa all’interno di una più ampia rete di continuità e trasformazioni culturali.
In questo contesto, l’archeologia assume un ruolo epistemologicamente decisivo, poiché fornisce accesso a dati che non sono mediati esclusivamente dalla trasmissione testuale. Come ha sottolineato Colin Renfrew, l’archeologia non studia semplicemente oggetti, ma sistemi di comportamento e strutture cognitive materialmente inscritte nelle pratiche e nei manufatti (Renfrew 2007). Gli oggetti archeologici non sono meri resti passivi, ma tracce di azioni intenzionali e manifestazioni di schemi simbolici condivisi. Così intesa, l’archeologia contribuisce direttamente alla ricostruzione delle forme di pensiero.
Questa prospettiva è coerente con l’approccio sviluppato da Jan Assmann, il quale ha introdotto il concetto di “memoria culturale” per descrivere i processi attraverso i quali le società conservano e trasmettono significati nel tempo tramite supporti materiali, rituali e monumentali (Assmann 1992; Assmann 2011). La memoria culturale non è una semplice metafora, ma un insieme di pratiche concrete attraverso cui una civiltà stabilizza la propria identità e le proprie categorie interpretative. Monumenti, iscrizioni e strutture rituali non sono soltanto oggetti, ma dispositivi di trasmissione del significato. L’archeologia, studiando questi dispositivi, esplora le condizioni di possibilità del pensiero stesso.
Parallelamente, la filosofia del XX secolo ha sviluppato strumenti concettuali che consentono di comprendere il ruolo delle contingenze storiche nella formazione delle strutture mentali. Martin Heidegger ha sostenuto che la filosofia occidentale emerge da un’esperienza originaria dell’essere che si manifesta nel pensiero greco arcaico, ma che tale esperienza è stata progressivamente dimenticata nel corso della tradizione metafisica (Heidegger 1954). Tuttavia, la ricostruzione di questa dimensione originaria non può basarsi esclusivamente sull’analisi dei testi filosofici, poiché essi rappresentano una fase già relativamente tarda di un processo culturale stratificato. La comprensione delle radici del pensiero richiede dunque l’integrazione dei dati forniti dall’archeologia, dalla filologia e dalla storia delle religioni.
Numerosi studi del Novecento hanno confermato che le categorie fondamentali del pensiero greco si svilupparono gradualmente all’interno di contesti ben precisi. Bruno Snell ha sostenuto che la nozione di soggettività emerge progressivamente nella letteratura greca, e non costituisce una struttura originaria invariabile (Snell 1946). Eric R. Dodds ha mostrato che il pensiero greco arcaico non può essere decifrato senza fare riferimento alle pratiche religiose, alle esperienze rituali e alle concezioni del divino (Dodds 1951). Jean-Pierre Vernant, infine, ha evidenziato il legame tra la formazione della razionalità greca e le trasformazioni sociali e politiche della polis (Vernant 1962). Tutti questi studi convergono nel dimostrare che il pensiero filosofico scaturisce da un orizzonte storico concreto e da esso non può essere scisso.
L’archeologia fornisce un accesso diretto a tale orizzonte. Un esempio particolarmente significativo è costituito dal santuario di Pyrgi, situato nell’antica Tuscia (nell’odierno nord del Lazio). Questo sito documenta l’estensione e la vitalità di una civiltà etrusca la cui influenza si allargava ben oltre i confini dell’odierna Toscana, abbracciando anche territori padani, umbri e campani. Qui, le iscrizioni bilingui in etrusco e fenicio attestano l’identificazione tra la dea etrusca Uni e la dea fenicia Astarte (Rix 1991; Wallace 2008). Questo ritrovamento testimonia l’esistenza di fitte interazioni religiose e politiche tra Etruschi e Fenici, evidenziando come le identità religiose nel Mediterraneo antico si definissero attraverso continui processi di contatto e ibridazione. Tali evidenze materiali hanno implicazioni dirette per la comprensione del brodo culturale in cui fermentò il pensiero greco.
Il rapporto tra filosofia e archeologia può essere ulteriormente chiarito alla luce del concetto di “tempo assiale” introdotto da Karl Jaspers. Jaspers identificò il periodo compreso tra l’VIII e il II secolo a.C. come una fase di rottura fondamentale nella storia della coscienza umana, caratterizzata dall’emergere di forme di riflessione critica in diverse regioni del mondo (Jaspers 1949). Sebbene il concetto di tempo assiale sia stato oggetto di ampio dibattito, esso ha avuto il merito di sottolineare che la filosofia affiora in concomitanza con epocali trasformazioni storiche. L’archeologia rende empiricamente accessibili tali trasformazioni, restituendo i dati sulle strutture sociali, economiche e religiose che ne costituirono l’impalcatura.
Allo stesso tempo, l’archeologia non è una disciplina puramente descrittiva. Come ha osservato Bruce Trigger, l’interpretazione archeologica implica sempre l’uso di modelli teorici e categorie concettuali che influenzano attivamente la ricostruzione del passato (Trigger 2006). L’archeologia non si limita a estrarre dati, ma li interroga e li codifica. In questo senso, essa solleva questioni epistemologiche e ontologiche che appartengono a pieno titolo alla filosofia. Quest’ultima può dunque contribuire a chiarire i presupposti concettuali delle interpretazioni archeologiche, vagliando criticamente le categorie e i modelli impliciti utilizzati sul campo.
Il rapporto tra filosofia e archeologia deve essere pertanto concepito come un vincolo di reciproca necessità. La filosofia ha bisogno dell’archeologia per accedere alle condizioni materiali e storiche in cui il pensiero si è forgiato; senza di essa, rischia di operare su astrazioni svincolate dalla realtà. L’archeologia, d’altra parte, ha bisogno della filosofia perché ogni scavo e ogni interpretazione comportano assunzioni teoriche che richiedono di essere esplicitate e analizzate con rigore logico.
La moderna separazione tra queste due branche è il risultato di una frammentazione disciplinare relativamente recente. Nel mondo antico, la riflessione sulla natura, sull’uomo e sul divino non era mai recisa dallo studio delle tradizioni, dei miti e delle pratiche rituali. La riapertura di questo dialogo non rappresenta quindi un’innovazione arbitraria, ma un ritorno a una configurazione olistica e più originaria del sapere. Rintracciare le radici del pensiero impone l’integrazione dell’analisi concettuale con l’indagine materiale: solo così è possibile comprendere pienamente la genesi storica delle categorie filosofiche e, in ultima analisi, la natura stessa della filosofia.



Note

  • Platone definisce il filosofo come colui che conosce l’essere stabile e intelligibile, distinguendolo da chi si limita all’opinione (Repubblica, VI, 484a–487a).
  • Sulle interazioni culturali tra Grecia e Vicino Oriente, cfr. Burkert 1985; West 1997.
  • Sul ruolo cognitivo della cultura materiale, cfr. Renfrew 2007.
  • Sul concetto di memoria culturale, cfr. Assmann 1992; Assmann 2011.
  • Sulla questione dell’origine del pensiero occidentale in Heidegger, cfr. Heidegger 1954.
  • Sulla formazione della soggettività nel pensiero greco, cfr. Snell 1946.
  • Sul rapporto tra religione e razionalità nel mondo greco, cfr. Dodds 1951; Vernant 1962.
  • Sulle iscrizioni di Pyrgi e il loro significato storico, cfr. Rix 1991; Wallace 2008.
  • Sul concetto di tempo assiale, cfr. Jaspers 1949.
  • Sui presupposti teorici dell’archeologia, cfr. Trigger 2006.

  • Bibliografia
  • Assmann, Jan. 1992. Das kulturelle Gedächtnis. München: C.H. Beck.
  • Assmann, Jan. 2011. Cultural Memory and Early Civilization. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Burkert, Walter. 1985. The Orientalizing Revolution. Cambridge, MA: Harvard University Press.
  • Dodds, Eric R. 1951. The Greeks and the Irrational. Berkeley: University of California Press.
  • Heidegger, Martin. 1954. Vorträge und Aufsätze. Pfullingen: Neske.
  • Jaspers, Karl. 1949. Vom Ursprung und Ziel der Geschichte. München: Piper.
  • Plato. Respublica. Ed. J. Burnet. Oxford: Oxford University Press.
  • Renfrew, Colin. 2007. Prehistory: The Making of the Human Mind. London: Weidenfeld & Nicolson.
  • Rix, Helmut. 1991. Etruskische Texte. Tübingen: Gunter Narr.
  • Snell, Bruno. 1946. Die Entdeckung des Geistes. Hamburg: Claassen.
  • Trigger, Bruce. 2006. A History of Archaeological Thought. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Vernant, Jean-Pierre. 1962. Les origines de la pensée grecque. Paris: Presses Universitaires de France.
  • Wallace, Rex. 2008. Zikh Rasna: A Manual of the Etruscan Language and Inscriptions. Ann Arbor: Beech Stave Press.
  • West, Martin L. 1997. The East Face of Helicon. Oxford: Oxford University Press.
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