Romae, patriae nostrae communis, exordiar, et quoniam saecula aut naturalia sunt aut civilia, prius de naturalibus dicam. […]
Saeculum est spatium vitae humanae longissimum partu et morte definitum. Sed licet veritas in obscuro latet, tamen in unaquaque civitate quae sint naturalia saecula, rituales Etruscorum libri videntur docere, in quis scriptum esse fertur initia sic poni saeculorum: quo die urbes adque civitates constituerentur, de his, qui eo die nati essent, eum, qui diutissime vixisset, die mortis suis primi saeculi modulum finire, eoque die qui essent reliqui in civitate, de his rursum eius mortem, qui longissimam egisset aetatem, finem esse saeculi secundi. Sic deinceps tempus reliquorum terminari. Sed ea quod ignorarent homines, portenta mitti divinitus, quibus admonerentur, unumquodque saeculum esse finitum. Haec portenta Etrusci pro haruspicii disciplinaeque suae peritia diligenter observata in libros rettulerunt.(Censorini, De Die Natali Liber, ad Q. Caerellium)
Ciò che è tramandato da Censorino a partire dai libri fatales non parla di un calcolo del tempo, ma muove da un’esperienza dell’essere nella quale il tempo non è ancora divenuto oggetto di misurazione. Il saeculum non è qui un tratto interno al tempo, ma il modo in cui il tempo stesso si essenzia, in quanto un popolo storico è fatto accadere nella presa d’atto di un’appartenenza al proprio destino. Il tempo moderno è il tempo calcolato. Esso è l’uniformità della successione inautentica. Scaturisce dalla rappresentazione di un hic et nunc vuoto, sempre sostituibile da un altro istante presente. In questa rappresentazione, il tempo appare come ciò che contiene le cose. Ma questo tempo tecnicamente misurato è ridotto ormai anch’esso a una cosa. Esso è l’occultamento dell’autentico farsi essenza del tempo.
Il saeculum, invece, non è nel tempo. Piuttosto, qui il tempo si fa essenza costitutiva in quanto saeculum. La Costituzione dell’Etrusca Disciplina dice: il saeculum dura finché vive ancora uno che è nato quando tutto quel che riguarda questa società è cominciato e che porta nella propria esistenza la possibilità estrema di quell’inizio. In questa vita più lunga non permane un individuo in quanto tale, ma l’inizio stesso si fa costitutivo fino al limite estremo della propria presenza. L’inizio non è il passato, ma ciò che permane di quel che è stato in quello che ancora è. Quel che è stato eppur permane non è ciò che non è più, ma ciò che ancora si sostanzia come fondamento che sostiene la presenza. Finché quel che è stato si consolida nell’esistenza di un vivente, l’orizzonte del suo stesso destino rimane aperto. Solo con la morte di quest’ultimo vivente non accade una fine interna separata da un tempo esterno che continua, ma è l’apertura stessa che fa il suo ingresso nel proprio completamento. Qui si mostra che il tempo non passa come passano le cose, ma che il tempo si trasforma, in quanto l’essere fa accadere un altro modo del proprio disoccultamento.
Il pensiero filosofico (greco) pone l’uomo come soggetto a fondamento e determina la storia a partire dalle prestazioni di singoli punti di vista. Esso nomina Aristotele, Parmenide, Eraclito, Pitagora. In questa nominazione il pensiero appare come opera di un individuo, e la verità è intesa come produzione di un soggetto. Ma questo modo di pensare è già conseguenza dell’isolamento nel quale l’appartenenza originaria all’essere si è ritratta. Una prepotenza individuale che costipa l’Uno dall’accadere, la castrazione del suo Evento. Nell’esperienza più originaria, infatti, il sapere non è fondato nel singolo, ma nel divino, e il popolo se ne fa interprete cogliendone la direzione nei segni. Il popolo sta gettato nel mondo al servizio dei divini, in quanto appartiene allo stesso orizzonte. Per questo la tradizione non conserva il nome di alcun pensatore etrusco, ma nomina soltanto gli Etruschi. Ciò non indica una mancanza, ma rinvia a un modo più originario del sapere. Il sapere non è qui filosofia nel senso successivo, ma disciplina, ossia seguire il diritto divino nella custodia del destino. Il popolo non è la somma degli individui, ma il modo in cui l’essere stesso raccoglie un’esistenza storica nella propria appartenenza. Questa appartenenza si configura come finita. La tradizione dice che ai dodici popoli per essere Uno fu assegnata una durata di dieci saecula, e che essi stessi acconsentirono a questa disposizione. Questo consentire non è una decisione soggettiva, ma l’assunzione del proprio destino. Il limite non appare qui come cessazione di un processo, ma come il modo in cui una totalità si compone nel proprio compimento. Il dieci non è un numero nel senso del conteggio, ma la misura della compiutezza raccolta. In esso parla ancora un’appartenenza originaria di numero ed essere, che troverà più tardi un’eco nel pensiero pitagorico, senza che lì sia ancora custodito l’essenziarsi originario stesso. Il numero non è ancora oggetto di calcolo, ma il modo in cui l’essere dispone e delimita il proprio destino. Pitagora, – ça va sans dire- educato da genitori etruschi a questa Aletheia costitutiva di un ordine non da costruire dal singolo uomo (poiesis) ma da scoprire già bell’e fatto dai divini (genesis).
Finché questo destino si conferma, il suo trapasso rimane occulto. L’occulto non è semplicemente l’ignoto, ma il modo in cui l’essere innanzitutto si ritrae. Ma questo ritrarsi è proprio la custodia del trapasso. Vulcatius fu colpito a morte per aver rivelato ciò che andava taciuto. Scrisse Ovidio ben prima di Wittgenstein: “Gravis est culpa tacenda loqui”. La Costituzione dice che i divini inviano segni quando un saeculum giunge alla fine. Questo segno, il portentum, non è l’indicazione di ciò che è presente, ma l’accadere nel quale il disoccultamento stesso si trasforma. Nel portentum l’essere accade come trapasso. L’evento non è qui un accadimento nel tempo, ma la conferma del tempo stesso come trasformazione del suo orizzonte. L’essere riconduce un’esistenza storica a quel che è stata e insieme sottrae la precedente modalità della presenza. Il portentum non è oggetto di interpretazione, ma il cenno in cui l’essere stesso si dice e si sottrae. La disciplina non è perciò un sapere sui segni, ma il vigile appartenere all’appello dell’evento.
Quando l’ultimo saeculum giunge al compimento, non scompare semplicemente un popolo dentro a un tempo che continua a sussistergli. Piuttosto, è il tempo in vigore a essere riassunto in quel che è stato. Quel che è stato non è il più niente , ma ciò che si configura in un altro modo. Nella fine si compie la presenza di ciò che è stato. Il saeculum mostra così l’appartenenza originaria di essere, tempo e popolo storico, sotto l’egida dei divini. Il tempo non è qui la misura della storia, ma la storia è il modo in cui il tempo stesso si conferma a partire dall’evento. Il saeculum non è nel tempo, ma il tempo è il saeculum, in quanto l’essere fa accadere un popolo storico nel compimento del proprio destino.
