L’Elba e gli Spagnoli

Nel XVI secolo l’Isola d’Elba entra pienamente nella rivoluzione militare europea. Non si tratta semplicemente di una stagione edilizia più intensa, ma di un vero cambio di paradigma: nel giro di un secolo l’artiglieria pesante aveva trasformato la guerra d’assedio, rendendo obsolete le alte cortine medievali e imponendo mura più basse, spesse, angolate, capaci di assorbire l’urto dei colpi e di rispondere con fuoco radente. L’incremento delle spese militari dei grandi regni e imperi europei tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento fu enorme; la competizione tra la monarchia spagnola, la Francia, l’Impero e gli stati italiani rese strategici i nodi marittimi del Tirreno. L’Elba, per posizione e per risorse ferrifere, divenne uno di questi nodi.

In questo contesto va letta la politica di Cosimo I de’ Medici, che nel 1548 fonda la città di Portoferraio con il nome di Cosmopoli. Qui non si può parlare di semplice adattamento di una rocca medievale: l’intervento mediceo si innesta sulle rovine della città romana di Porto Argo, conosciuta nel Cinquecento come Fabricia, probabilmente dal nome della sua area produttiva e metallurgica, forse riconducibile a una originaria *Fabrica Ferraria*, poi reinterpretata in età umanistica come mitica “Fabricia”. La nuova città-fortezza non ingloba un castello preesistente, ma utilizza un sito portuale romano stratificato per edificare un sistema difensivo integralmente moderno. Le strutture di Forte Stella, Forte Falcone e Forte Inglese rispondono già alla logica bastionata: terrapieni interni, spessori murari considerevoli, angolazioni studiate per il tiro incrociato e il controllo del golfo. Portoferraio nasce dunque come città-fortezza anti-artiglieria, non come evoluzione di un impianto castrense medievale.

Diverso, ma complementare, è il caso del resto dell’isola. Qui la rete difensiva preesisteva in forme medievali o bassomedievali, spesso legate alla presenza pisana, appianese o aragonese. La Fortezza del Volterraio, ad esempio, ha origini altomedievali e conserva l’impianto di rocca dominante, concepita per controllo visivo e difesa passiva. Tuttavia nel XVI secolo essa viene riattivata e integrata nel nuovo sistema territoriale, adattata alle mutate esigenze belliche. Le torri costiere e le strutture di controllo dei litorali, come la Torre della Linguella, mostrano interventi di ispessimento, ribassamento e rimodulazione degli spazi interni, coerenti con la necessità di resistere al fuoco delle bombarde e di ospitare artiglierie difensive.

Nella parte orientale dell’isola, il sistema spagnolo si manifesta con forza nella costruzione del Forte San Giacomo, legato alla presenza iberica nello Stato dei Presidi. Anche qui, pur potendo esistere preesistenze o siti già fortificati, l’opera finale è pienamente cinquecentesca nella concezione: bastioni angolati, cortine ribassate, spazi interni idonei all’alloggiamento di artiglierie e guarnigioni permanenti. Non si tratta più di torri di avvistamento isolate, ma di nodi di una rete coordinata che collega Elba, Piombino, Orbetello e l’arcipelago, in una logica strategica mediterranea.

La tesi complessiva è dunque duplice ma coerente. Dove esistevano fortificazioni medievali, esse non furono semplicemente mantenute: furono ripensate, ispessite, talvolta radicalmente trasformate per far fronte a un’artiglieria che in un secolo aveva moltiplicato la propria efficacia distruttiva. Dove invece mancava una struttura adeguata, come a Portoferraio, si procedette a una fondazione ex novo secondo i principi della fortificazione alla moderna. In entrambi i casi, l’Elba non appare come periferia passiva, ma come laboratorio strategico nel quale si riflette l’evoluzione della guerra europea.

Le torri e le fortezze elbane del XVI secolo non rappresentano quindi una semplice continuità con il passato, ma il segno tangibile dell’ingresso dell’isola in un sistema geopolitico dominato dalla polvere da sparo, dalla competizione imperiale e dalla necessità di controllare le rotte del ferro e del Tirreno. La trasformazione architettonica è il correlato visibile di una trasformazione più profonda: quella di un Mediterraneo ormai plasmato dalla logica della potenza statale e dell’artiglieria pesante.

Segue Trattato di Londra 1557

Copia della Capitulazione originale tra el Re Philippo II et Iacobo Appiano VI, Signore di Piombino, n. 236 della III filza, rimessa per lo Ecc.mo Sig.re Don Sebastiano della Quadra =

Don Philippo, per la gratia di Dio Re delle Spagne, d’Inghilterra, delle due Sicilie et di Hierusalem ecc. Dico che, havendo respetto alli buoni et grati servitii che Iacobo Sesto Appiano d’Aragona, Signore di Piombino, et lo padre suo et li antecessori hanno fatto allo Imperatore mio Signore, et al Serenissimo Re Cattolico di immortale memoria suo avolo, et ad altri nostri precessori Re della Corona d’Aragona. Et per quello che speriamo che ci servirà, daremo ordine che molto brievemente lo detto Iacobo Sesto sia reintegrato et restituito nel detto Stato di Piombino, con tutto ciò che a lui s’appartiene, così in terra ferma come nella Isola della Elba et l’altre che al detto stato toccano et appartengono; acciò che il tutto habbia, possieda et goda, sì et tanto interamente et compiutamente come lo teneva, possedeva et godeva inanti et al tempo che fu posto in potere et amministratione del mio Ill.mo Cosimo de’ Medici, secondo Duca di Fiorenza, satisfacendo, come in effetto satisfaremo, al detto Duca le spese ch’elli ha fatto nella conservatione del detto stato per ordine dello Imperatore mio Signore, con li patti et conditioni seguenti, le quali sono concertate et assentate col detto Signore di Piombino di sua grata et spontanea voluntà.
Primieramente, che rimanga al detto Duca di Fiorenza il Porto Ferraro che si truova in la detta Isola della Elba, con li castelli et edificii che quivi ha fatto, et con quelli che più vorrà fare, con due miglia di termine intorno al detto porto, per commodità et aprofittamento delli detti castelli et habitatori d’essi, et per la populatione che quivi vole fare el detto Duca; con tale conditione, che se nel detto termine delli dui miglia vi fusse alcuno minero d’oro, argento, ferro overo qualunche altro metallo, o allumi, restino al detto Signore di Piombino, con tutti li altri che in la detta Isola et in l’altre haranno a rimanere.
Item, che per ciò che potrà convenire al nostro servitio, et etiam perché sarà maggiore sicurtà del detto stato, che possiamo noi et li nostri successori Re di Spagna, quando ci parrà, fortificare el porto o li porti che ben visto ci sarà nelle dette Isole, et ciascheduna d’esse, facendosi tutto del nostro soldo la spesa che nella guardia delle dette fortificationi si farà a nostra costa; et che per questo non debba contribuire el detto Signore di Piombino cosa alcuna in verun tempo, sanza che per questo intendiamo di preiudicare le rendite né il dominio della detta Isola.
Item, che rimangano li Castelli, Fortezze et Terra di Piombino da mo’ in la nostra guardia per lo tempo che a noi et alli nostri successori parrà convenire, et che ponghiamo in essi le persone che ci parranno per sicurtà del detto loco et delle sue forze, et che le tali persone et soldati che vi haranno da essere sieno Spagnuoli; la qual cosa tutta sia a nostra costa, et el detto Signore et li suoi successori non habbiano a contribuire in ciò, se non godere delle loro rendite liberamente et interamente, come di sopra è detto.
Et acciò che el detto Signore di Piombino et li suoi successori in el detto stato lo tenghino, possiedino et godino sicuramente, io m’obbligo et prometto per me et per li miei heredi et successori Re di Spagna di tenerlo sotto la nostra protettione et riparo, et di difendere lui et loro da tutte le persone di qualunche qualità et grado si sieno, che li volessino offendere o molestare, perturbandoli in la loro possessione.
Item, con patto che el detto Signore di Piombino et li suoi successori in el detto stato sieno reciprocamente obbligati a servire et agiutare noi et li nostri, quanto in sé fia, contro a tutte le persone del mondo, sanza eccettione alcuna di qualità né gradi, come di sopra è detto.
Et io, lo detto Iacobo Sesto Appiano d’Aragona, Signore di Piombino, prometto et m’obbligo per me et per li miei heredi et successori in el detto stato, che restituendomi in esso, secondo di sopra sta dechiarato, terrò et compirò con effetto tutto quello che in questa iscrittura è detto et ispecificato, sanza che in veruna cosa d’essa vi sia mancamento alcuno, così in ciò che tocca al detto Porto Ferraro et el termine che ha di rimanere, come in quello che a Sua Maestà resta riservato, sì per le fortificationi come per la guardia d’esse et di Piombino, cognoscendo come cognosco che questo è ciò che mi fa d’uopo et conviene per la sicurtà del detto mio stato, et acciò che io et li miei successori in esso lo possiamo tenere, possedere et godere con maggiore sicurtà et quiete.
In fede di che, io el Re, et lo detto Iacobo Sesto Signore di Piombino, di commune consentimento et essendo in tutto lo detto convenuti, firmiano questa iscrittura et l’habbiamo sigillata colli nostri sigilli. Et io el Re, comandai a Gonçalo Perez, mio Segretario di Stato, che la contrassegnasse; sopra lo qual tutto si rogherà et stenderà iscrittura in forma quando ci parrà, et intra tanto questa habbia tanta forza et vigore quanto qualunche instrumento publico possa havere. Fatta nella Città di Londra alli XXIX giorni del mese di Maggio, l’anno dello nascimento del Nostro Signore Iesu Christo di mille cinquecento cinquantasette = Io el Re = Iacobo VI d’Appiano Aragona Sig.re di Piombino = Per comandamento di Sua Maestà

Gonçalo Perez

Concorda colla Capitulazione originale che resta in questo Reale Archivio, in lo Cassone quinto dell’Appartamento del Reale Patronato; Simancas et Aprile venticinque di mille settecento et trentanove anni.



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