I Sardi all’Origine dell’Occidente


L’analisi del fenomeno storico degli Shardana non può prescindere da una preliminare valutazione del contesto d’origine, ovvero la Sardegna dell’Età del Bronzo, che tra il XV e il X secolo a.C. raggiunse l’apogeo della civiltà nuragica. In questo arco cronologico, l’isola manifestò una straordinaria complessità sociale e tecnologica, testimoniata in primo luogo da un’architettura monumentale senza eguali nel Mediterraneo occidentale: l’evoluzione dai nuraghi monotorre ai complessi polilobati, vere e proprie fortezze dotate di cortine murarie e torri accessorie, riflette una cultura non solo abile nella tecnica costruttiva isodoma e nella gestione delle risorse, ma anche profondamente gerarchizzata e militarizzata. Parallelamente all’ingegneria ciclopica e a quella idraulica dei pozzi sacri, la Sardegna divenne un fulcro metallurgico di primaria importanza, come dimostra la ricchissima produzione bronzistica; le “navicelle” votive e, soprattutto, la statuaria in pietra di Mont’e Prama o i bronzetti figurati restituiscono l’immagine di una classe guerriera d’élite, armata e fiera, la cui proiezione di potenza non poteva limitarsi ai confini insulari. È su questo sostrato di eccellenza tecnica e bellica che si innesta la diaspora militare degli Shardana verso il Mediterraneo orientale, dove la loro presenza è documentata con precisione a partire dal XIII secolo a.C., momento in cui i faraoni egizi, necessitando di ampliare i propri organici oltre ai tradizionali vassalli come i ne’arim amorrei, inaugurarono la pratica di arruolare stabilmente contingenti stranieri in cambio di terre e compensi.
In questo scenario, gli Shardana assunsero un ruolo di assoluto rilievo, venendo identificati nelle iscrizioni geroglifiche attraverso il determinativo di guerrieri equipaggiati con elmi cornuti, talvolta sormontati da un disco, scudi rotondi e spade, una panoplia che ha portato studiosi come Helck a confermare la loro origine sarda. Sebbene la loro prima apparizione risalga al 1279 a.C. in veste di predoni nel Delta, la loro rapida sconfitta e successivo arruolamento da parte di Ramses II segnò l’inizio di un’integrazione strutturale nell’esercito faraonico, tanto che essi parteciparono alla battaglia di Kadesh nel 1275 a.C., servirono come guardia scelta del sovrano e combatterono persino contro i Filistei sotto Ramses III, raggiungendo numeri considerevoli come suggerito dalle stime, seppur letterarie, del Papiro Anastasi. L’iconografia egizia, in particolare nei rilievi di Abido e Medinet Habu, permette di apprezzare una marcata dicotomia tattica tra le truppe locali e i mercenari occidentali: mentre la fanteria egizia operava in formazioni chiuse, protetta da grandi scudi oblunghi e armata di lance o khopesh per garantire coesione, lo schermagliatore Shardana prediligeva il combattimento individuale, puntando su mobilità e aggressività.
Tale diversità operativa era resa possibile da specifiche innovazioni nell’armamento, in particolare l’introduzione dello scudo rotondo, che rappresentava una rottura rispetto alla tradizione levantina degli scudi “a otto” o a mezzo cilindro; questi ultimi, pur offrendo una protezione quasi totale, limitavano i movimenti, mentre lo scudo rotondo, bilanciato e manovrabile, sacrificava la copertura passiva in favore di un’agilità offensiva, una tipologia attestata per la prima volta in un rilievo di Luxor del 1270 a.C. circa, verosimilmente in mano ad ausiliari sardi. Anche sul piano delle armi offensive gli Shardana si distinsero per l’uso di spade lunghe, simili a stocchi o rapiers adatti all’affondo, che potevano raggiungere il metro di lunghezza, affiancate da dirk o spade corte spesso portate al petto; si tratta di un equipaggiamento nettamente distinto da quello egizio contemporaneo, sebbene manchino riscontri archeologici diretti di tali spade lunghe databili con certezza al XIII secolo, dato che la cosiddetta “spada Shardana” di Bêt Dagin si è rivelata pertinente a un periodo molto più antico.
La presenza pervasiva di questi guerrieri non si limitò alla valle del Nilo, ma è rintracciabile anche attraverso l’analisi filologica dei testi del Vicino Oriente. Nelle lettere di Amarna del XIV secolo a.C. compaiono infatti gli Šerdanu, probabilmente membri di guarnigioni a Biblo, la cui connessione con gli Šrdn egizi è sostenuta da ampie argomentazioni accademiche nonostante alcune riserve passate. Ulteriori conferme giungono dai testi accadici di Ugarit, dove termini come “Še-er-ta-an-ni” suggeriscono la presenza di mercenari sardi, e dai testi alfabetici ugaritici, dove il termine “trtnm” è stato plausibilmente collegato agli Shardana in virtù delle alternanze fonetiche tra sibilanti e dentali tipiche della resa di nomi stranieri. Le liste amministrative di Ugarit collocano questi “trtnm” all’interno della “casa del re”, associandoli ad altre categorie militari d’élite, il che conferma come, analogamente a quanto avveniva in Egitto, anche in Siria gli Shardana costituissero una truppa scelta specializzata e integrata nelle corti reali. In conclusione, il quadro storico che emerge definisce gli Shardana non come semplici incursori episodici, ma come un corpo militare etnico professionalizzato e strutturale, capace di esportare, ben prima delle grandi migrazioni dei Popoli del Mare, innovazioni tattiche e tecnologiche che influenzarono profondamente l’arte della guerra nel Mediterraneo orientale del Tardo Bronzo.
A corroborare definitivamente la consistenza storica di tali interazioni interviene, infine, la cultura materiale, la cui analisi sistematica ha permesso di superare la vecchia visione di una Sardegna nuragica passiva recettrice di influenze esterne. Le indagini condotte da eminenti studiosi come Fulvia Lo Schiavo hanno messo in luce come l’isola, ben prima del IX secolo a.C., fosse un nodo cruciale nelle rotte del metallo, evidenziando una “koinè metallurgica” che legava indissolubilmente la Sardegna a Cipro; la presenza capillare di lingotti oxhide e bun-ingots in contesti nuragici non è interpretabile come mero accumulo di materiale di importazione, ma sottintende una compartecipazione attiva ai processi di trasformazione e ridistribuzione del rame nel Mediterraneo. A questa prospettiva si allineano le ricerche sviluppate in seno all’Università di Göteborg, dove il lavoro di archeologhe come Serena Sabatini ha ulteriormente chiarito le dinamiche degli scambi a lungo raggio, dimostrando come le reti commerciali dell’Età del Bronzo fossero sostenute da una mobilità bidirezionale che coinvolgeva non solo materie prime, ma anche tecnologie e individui. Le evidenze stratigrafiche sono inequivocabili: se in Sardegna il complesso del Nuraghe Antigori di Sarroch ha restituito, in strati databili tra il XIV e il XIII secolo a.C., significative quantità di ceramica micenea e cipriota che attestano contatti diretti e prolungati, il movimento opposto è documentato con altrettanta forza. Scavi effettuati a Cipro, in particolare nei siti portuali di Pyla-Kokkinokremos e Hala Sultan Tekke, hanno portato alla luce ceramica d’uso comune di fattura inequivocabilmente nuragica in contesti del Tardo Bronzo; il ritrovamento di tali manufatti, poveri e non destinati al commercio di lusso, suggerisce la presenza fisica di individui sardi stanziali o di passaggio nelle basi commerciali del Levante. Questa reciprocità archeologica, che precede di secoli la colonizzazione fenicia, salda definitivamente il dato testuale egizio e ugaritico con la realtà materiale, restituendoci l’immagine degli Shardana non come figure mitiche, ma come i protagonisti storici di una talassocrazia capace di dialogare alla pari con le grandi potenze del Vicino Oriente.

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