Licofrone from east to… West: Aithalía, memoria e geopolitica nell’Alexandra

di Angelo Mazzei


Nell’Alexandra di Licofrone, l’approdo della nave Argo all’isola di Aithalía, generalmente identificata con l’Elba, e il cui Argous Limen è comunemente messo in relazione con l’area dell’odierna Portoferraio, è descritto attraverso un dettaglio fisico di particolare densità simbolica. Gli Argonauti, sbarcati sull’isola, si detergono dal sudore con gli strigili, lasciando sui ciottoli bianchi della spiaggia tracce indelebili, offerte come spiegazione eziologica dell’aspetto screziato delle pietre elbane (Lycophr., Alex. 871–876).

Questa tradizione non costituisce un’invenzione isolata dell’autore alessandrino, ma si inserisce in un patrimonio mitografico più ampio, attestato in forma diversa in Apollonio Rodio (Argonautica 4.654–660) e più esplicitamente in Strabone (5.2.6), il quale ricorda Aithalía come luogo segnato dal sudore degli eroi e strettamente connesso alle rotte metallifere tirreniche. È plausibile che tali autori attingessero a fonti arcaiche e a tradizioni locali oggi perdute, forse di matrice euboico-attica, confluite in una koiné mitografica occidentale.

Ciò che conferisce al passo licofroneo un valore storico di particolare rilievo è l’inserimento, all’interno della medesima sezione profetica tirrenica del poema, di un riferimento alla presenza ateniese, evocata non in forma etnonimica ma attraverso il marcatore mitico-politico del στρατὸς Ἐρεχθέως, destinato a calpestare l’isola moltiplicandosi come formiche. Tale immagine non va intesa come cronaca fattuale, bensì come memoria culturale di una proiezione talassocratica greca nel Tirreno tra V e IV secolo a.C., connessa alle rotte minerarie dell’Elba e dell’alto Lazio, ancora ben viva nel primo Ellenismo.

Questo elemento risulta difficilmente spiegabile come una semplice retroproiezione antiquaria di età medio-ellenistica e rafforza in modo significativo la datazione alta dell’Alexandra proposta da Martin L. West, intorno al 270 a.C., contro l’ipotesi di Luciano Canfora, che colloca l’opera nel II secolo a.C. per giustificare la presenza di profezie relative alla potenza romana. La sensibilità geopolitica del testo appare infatti più coerente con il contesto immediatamente successivo alla vittoria romana su Pirro nel 275 a.C. e alla progressiva sottomissione dell’Etruria centrale, culminata nel giro di una generazione con la caduta di Velzna nel 264 a.C., eventi che segnarono il definitivo tramonto dell’Etruria come potenza autonoma.

In questo quadro, Licofrone non crea il mito, ma lo rifunzionalizza. Il recupero dell’antica Aithalía “fuligginosa” (καπνώδης), già connotata come spazio liminale e metallifero, consente di nobilitare culturalmente territori che, proprio in quegli anni, stavano passando in modo irreversibile sotto il dominio romano. Il sudore degli Argonauti e la memoria ateniese impressi nella geografia dell’Elba diventano così il sigillo di una continuità ideale che lega il passato eroico ellenico alla nuova oikoumene mediterranea, all’interno della quale Roma viene integrata come esito storico necessario di una genealogia di civiltà che assorbe e rielabora l’eredità etrusca.

Riferimenti bibliografici

Apollonius Rhodius, Argonautica, ed. R. L. Hunter, Cambridge 2015.
Canfora, L., L’ombra di Licofrone, Palermo 1986.
Hornblower, S., Lykophron’s Alexandra, Rome and the Hellenistic World, Oxford 2018.
Lycophron, Alexandra, ed. A. Scheer, Berlin 1958.
Strabo, Geographica, V, ed. A. Meineke.
West, M. L., “The Date of Lycophron’s Alexandra”, Classical Quarterly 34 (1984), 114–123.
Detienne, M., L’invenzione della mitologia, Torino 1982.

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